venerdì 11 settembre 2026

872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

 


 

Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non a Capo Nord.

Come è possibile? Per capirlo bisogna tornare indietro di almeno due secoli, quando in gran parte del Bel Paese il tempo si misurava in un altro modo. Si chiamavano ore italiche.

Funzionava così: il giorno non cominciava passata la mezzanotte, come oggi. Finiva con l’Ave Maria della sera, generalmente poco dopo il tramonto. Quello era il momento in cui scoccavano le 24. Un’ora prima erano le 23. Due ore prima le 22. Ecco perché alle 23,30 c’era ancora luce.

Un sistema che è andato avanti per secoli, perfettamente logico per un mondo regolato dal sole. Una società in cui gran parte del lavoro si svolgeva nei campi, nelle botteghe, sulle strade, e in cui la luce naturale decideva l’inizio e la fine della giornata. Non serviva sapere soltanto che ora fosse. Serviva soprattutto sapere quanto mancava alla notte. Se erano le 23, il giorno stava finendo.

E proprio da qui nasce un'espressione usata ancora oggi: “portare il cappello sulle ventitré”. I dizionari storici collegano quel modo di dire al sole basso dell’ultima parte della giornata: si inclinava il cappello per riparare gli occhi dalla luce radente.

Questo modo di contare il tempo aveva una conseguenza curiosa. Poiché il tramonto cambia continuamente durante l’anno, anche il rapporto tra le ore italiche e le nostre ore attuali cambiava. Gli orologi dovevano quindi essere corretti periodicamente. Inoltre, dopo l’Ave Maria iniziava già il giorno successivo. Così un avvenimento accaduto secondo il nostro orologio alle nove di sera del 5 maggio poteva essere annotato , se il sole era calato alle otto di sera, come avvenuto alle una del 6 maggio.

Il cambiamento arrivò tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, con le armate napoleoniche, che diffusero nei territori occupati l’ora “alla francese”, quella basata sulla mezzanotte convenzionale e molto più vicina al sistema che usiamo ancora oggi. Non fu però un passaggio immediato: città e regioni cambiarono in tempi diversi, e le vecchie ore italiche continuarono a resistere a lungo. Manzoni nei Promessi sposi parla ancora delle “ventitré”. E nel 1892, nei Pagliacci di Leoncavallo, si fissa ancora un appuntamento proprio a quell’ora.

Poi le ore italiche scomparvero. Gli orologi sono cambiati da quasi due secoli, ma ogni volta che diciamo che qualcuno porta il cappello sulle ventitré, senza saperlo, raccontiamo una piccola storia di un mondo che non esiste più.


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