venerdì 17 gennaio 2020

273 - CIO' CHE DIO HA UNITO




Sembra impossibile ma...
Nel cimitero di Roermond in Olanda ai due lati del muro che separa la parte cattolica da quella protestante si trovano le tombe di un uomo e una donna, marito e moglie, collegate da un monumento che separa la divisione e raffigura due mani che si stringono.

Siamo nel sud dei Paesi Bassi, sul confine con la Germania, non lontano da Maastricht. Il cimitero monumentale Het Houde Kerkhof è uno dei luoghi di interesse storico della cittadina. In questa zona nel diciannovesimo secolo i contrasti religiosi erano molto forti. Qui fra l'altro sull'altura del Galgeberg (“Collina della forca”) nel 1613, furono giustiziate 64 streghe, una delle più grandi esecuzioni del genere in Europa. E ancora fino a 40 anni fa la Pillarisation, la segmentazione che divide nei Paesi Bassi e nel Belgio le differenti fazioni politico-religiose, prevedeva chiese, supermercati e luoghi pubblici diversi fra cattolici e protestanti.

Anno 1842, J.W.C. Van Gorcum, colonnello di cavalleria e lady J.C.P.H, Van Aefferden si sposano. Lei ha 22 anni, è cattolica e di famiglia nobile, lui 33, è commissario della milizia nel Limburgo ed è protestante. Il matrimonio fra due persone non solo di religione ma anche di classe sociale diversa fa scalpore, per molti è uno scandalo inammissibile, e c'è chi si dice certo che non durerà. Solo la morte li separerà: nel 1880, dopo 38 anni di matrimonio felice, il colonnello muore. La legge proibisce la sepoltura nello stesso cimitero di due persone di religione diversa, non importa se sono marito e moglie. La lady e il colonnello avevano però un piano: Van Gorcum viene sepolto nella parte protestante del cimitero, ma la tomba si appoggia al muro di separazione con la parte cattolica. Quando 8 anni dopo muore anche lei, lascia fra le ultime volontà di non essere sepolta nella tomba di famiglia, ma in un'altra appoggiata anch'essa al muro, ma dalla parte cattolica. In mezzo, a scavalcare la parete che li separa, un monumento che raffigura le loro due mani che si stringono superando ogni barriera. Non divida l'uomo ciò che Dio ha unito...
 

 

 

giovedì 16 gennaio 2020

272 - IL POVERELLO DI MOAB




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. L'ultimo che ha fatto una scelta radicale come la sua e l'ha portata avanti per tutta la vita lo hanno fatto santo. Si chiamava Francesco e viveva ad Assisi. Lui invece è Daniel Shellabarger, ma dall'autunno del 2000 si fa chiamare Suelo (terra in spagnolo).

Suelo nasce ad Arvada, un sobborgo di Denver nel Colorado, nel 1961. Di famiglia cattolica benestante, si laurea con profitto e trova un buon lavoro. Poi da un giorno all'altro, a 39 anni, butta all'aria la sua vita e, proprio come il poverello di Assisi, si spoglia di tutto e ricomincia letteralmente da zero. Da allora vive in una caverna a un'ora di strada da Moab, nello Utah, e in estate quando il calore si fa sentire va in giro per il Paese e dorme sotto le stelle. La sua grotta, una delle tante della zona, è profonda 5 metri e alta 1,50, e contiene solo un po’ di riso e di fagioli, qualche libro e poco più. Già, perché Suelo da 20 anni ha detto addio a tutte le cose del mondo: al documento d’identità, alla patente e soprattutto al denaro in ogni sua forma. Risolto il problema dell'alloggio, si lava in un vicino torrente, si veste con indumenti trovati nei bidoni della spazzatura e vive di pesca, di caccia e di tutto ciò che riesce a raccogliere, dai piccoli doni di amici e passanti a ciò che trova nella spazzatura fino ai resti di animali uccisi dalle automobili. Non paga le tasse e rifiuta ogni forma di aiuto sociale, ma rinuncia a vivere a modo suo nella comunità, non rifiuta la compagnia e anzi è sempre gentile e disponibile con tutti.

Nel 2006 da una biblioteca pubblica inizia a scrivere un blog, “Zerocurrency”, dove racconta come ha reinventato la sua vita e quanto il denaro corrompa e generi infelicità. “Non ho idea di cosa mi riservi il futuro, e non mi interessa - dice -, la vita affrancata dalla schiavitù del denaro e del possesso regala la capacità eccezionale di vivere nel presente”. La teoria di un mondo moneyless ha fatto anche proseliti, e c'è chi prevede che fra breve il denaro non avrà più alcun senso, Intanto però anche Suelo nel 2017 ha dovuto fare un'eccezione al suo mantra: la madre novantenne aveva bisogno di cure, e i medici non hanno sentito storie: hanno voluto soldi.
 
 

 
 

 
 

 

271 - LETTERE DALL'INFERNO BIANCO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. “Giovedì 29 marzo 1912. Dal 21 abbiamo avuto tempesta. Avevamo combustibile per fare due tazze di tè a testa e cibo per due giorni, il 20. Ogni giorno eravamo pronti a partire per il deposito a sole undici miglia da qui, ma fuori della tenda infuria la tormenta. Non penso che si possa più sperare. Lotteremo fino all’ultimo, ma stiamo diventando sempre più deboli e, naturalmente, la fine non può essere lontana”.

Sono le parole dell’ultima lettera di Robert Falcon Scott, scritte nel suo rifugio in Antartide poche ore, o forse pochi minuti, prima di morire, 105 anni fa esatti. Il messaggio continua così: “Peccato, ma non credo di poter ancora scrivere. Abbiamo corso dei rischi. Sapevamo di correrli. Le cose si sono rivoltate contro di noi. Non abbiamo motivo di lamentarci. Sefossimo sopravvissuti, avrei avuto una storia da narrare sull’ardimento, la resistenza, e il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni inglese. Queste rozze note e i nostri corpi morti dovranno raccontare questa storia”. Scott era un sognatore, uno che sfidava l’impossibile. Sognava di compiere l’impresa, di raggiungere il Polo Sud per questioni di prestigio nazionale. Ma anche per crescere, per migliorare la qualità della propria vita e di quella della sua famiglia. Nel 1908 si era sposato con la scultrice Kathleen Bruce, l’anno dopo era nato suo figlio Peter.

Scott, raccontano le cronache, è ambizioso e determinato. Il primo giugno del 1910 a bordo del Terra Nova salpa da Londra diretto in Antartide, dall’altra parte del mondo. La sua sarà un’avventura senza lieto fine. La malasorte gli assesterà una serie di colpi fatali e né lui né i suoi compagni faranno ritorno. Eppure in qualche modo la sfida all’impossibile sarà vinta, i sogni realizzati. Il 17 gennaio 1912 Scott e compagni, dopo una vera odissea fra i ghiacci, raggiungono stremati il Polo Sud. L’euforia dura poco: la vista della bandiera norvegese piantata nel ghiaccio è una terribile mazzata. Roald Amundsen, l’esperto rivale nella corsa al Polo, è arrivato lì poco più di un mese prima. I cinque componenti della spedizione ripiegano la Union Jack e iniziano il viaggio di ritorno in condizioni ancora più disperate, accompagnati da devastanti tempeste di neve. Scott e i suoi compagni moriranno il 29 marzo a sole 11 miglia dalla base che cercavano di raggiungere, un grande deposito di viveri allestito all’inizio della spedizione. I loro cadaveri saranno ritrovati intatti dentro la tenda sei mesi dopo, insieme a una macchina fotografica e ai diari che raccontano le loro sofferenze.

L'impresa è destinata a catturare l'immaginazione dell'intera Gran Bretagna: l'esploratore prima sconfitto sul filo di lana, poi di nuovo vinto a pochi passi dalla salvezza, diventa un mito per generazioni di giovani inglesi e non solo. La sua storia sarà raccontata in decine di libri e di film (più di quella di Amundsen), proprio come sarebbe piaciuto a lui. Le lettere scritte dall’esploratore furono ricevute dalla moglie soltanto l'anno dopo. Nell’ultima scriveva: "Alla mia vedova. Carissimo tesoro abbiamo grossi problemi e dubito che ce la faremo. Penso che la nostra ultima possibilità sia sfumata. Abbiamo deciso di non ucciderci, ma di lottare fino alla fine per arrivare alla base, ma grazie a questa lotta avremo una fine priva di dolore, perciò non ti preoccupare".

Poi le chiedeva di rifarsi una vita e risposarsi (cosa che lei fece 9 anni dopo) e di far sì che il piccolo Peter, che aveva tre anni,”si interessi alla storia naturale, che è meglio dei giochi". Peter Scott si laureerà al Trinity College di Cambridge, diventerà un celebre ornitologo, fra i fondatori del WWF, ed erediterà anche lo spirito avventuroso del padre, diventando campione britannico di volo planato e vincendo la medaglia di bronzo per la vela alle Olimpiadi.

270 - IL VESCOVO E IL CAIMANO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Storia di un vescovo sognatore, di un caimano (in veste di narratore), di una scoperta fortunata e di una fantastica intuizione. Lasciamo la parola al rettile (con rispetto parlando).

Sono nato alle Galapagos quasi 500 anni fa, e sono cresciuto in quelle isole di sogno, tanto belle da essere considerate ancora oggi uno degli ultimi paradisi terrestri. Ero già grandino, oltre tre metri di lunghezza, quando dal mare vidi arrivare delle grandi vele. Il capo degli uomini che scesero a terra disse con enfasi “Oggi, mercoledì 10 marzo 1535 (giusto 482 anni fa), prendiamo possesso di queste terre in nome di sua maestà Carlo I re di Spagna”. Si chiamava Tomas de Berlanga ed era un vescovo”.

In seguito ebbi modo di conoscerlo da vicino. I suoi uomini infatti mi catturarono e mi portarono a bordo. Dopo lo choc iniziale, passavo il mio tempo dentro la gabbia ad ascoltare le storie raccontate dall’alto prelato. Scoprii così che era nato a Berlanga del Duero, un paesino di montagna di Castilla Y Leon, 48 anni prima, che era stato nominato vescovo di Panama l’anno precedente, quindi era salpato verso il Perù per risolvere una disputa fra due conquistadores; il veliero però andò alla deriva per assenza totale di vento. I marinai, che odiano la patana, imprecavano contro la sfortuna nera. La nave era in balìa delle correnti. Che la trascinarono in terre mai avvistate prima. Fu così che Tomas de Berlanga scoprì le Galapagos, e passò alla storia”.

Un colpo di fortuna, certo, ma spesso dietro la buona sorte c’è un uomo capace di mettersi in gioco, di rischiare per cambiare le cose, con i venti a favore o senza. Così quando il vescovo mi portò con sé fino in Spagna, dove peraltro riscossi un notevole successo personale, sentii parlare ancora a lungo di lui. E tutti lo descrivevano come un grande sognatore. Non a caso negli anni successivi riuscì a concretizzare gran parte delle sue idee: lui che era nato da una famiglia di modesti contadini rivoluzionò il concetto di agricoltura nel nuovo mondo, fece coltivare per primo i pomodori nell’area dei Caraibi, e la banana in tutto il centramerica”.

Solo il tempo invece rese giustizia alla sua più grande intuizione: del resto aveva anticipato la storia di 300 anni. Fu il mio amico Tomas infatti il primo a concepire l’idea di mettere in comunicazione l’Atlantico col Pacifico. Dopo tre anni di studi sull’istmo di Panama preparò un progetto che prevedeva l’uso dei fiumi già esistenti per creare un passaggio navigabile. Qualcosa di molto simile a quello inaugurato nel 1914. I costi enormi non gli permisero di realizzarlo, ma il seme era gettato”.

Negli ultimi anni di vita il vescovo rinunciò alle sue cariche e tornò al paese natale, dove fondò un convento e una casa per gli orfani. Oggi il suo corpo riposa nella collegiata maggiore del piccolo borgo. Come? Che fine ho fatto io? Don Tomas mi ha voluto con sé, e se passate da Berlanga del Duero è lì che mi potete ammirare (beh sì, sono quello della foto) appeso a una parete della cattedrale”.


269 - IL CAVALLO DI TROIA? UN GRANCHIO




Sembra impossibile ma…
Il cavallo di Troia con ogni probabilità non è mai esistito. E non perché le vicende narrate da Omero appartengono, per alcuni studiosi, più al mito che alla storia (le scoperte di Schliemann gli danno torto), ma perché un incauto traduttore o copista, molti secoli dopo le vicende narrate nell’Iliade, ha preso un grosso granchio.

Lo sostiene – è notizia di queste ore – l’archeologo navale Francesco Tiboni dell’università di Aix en Provence-Marseille. Il cavallo, afferma il ricercatore, in realtà era un tipo di nave di origine fenicia. La polena era a forma di testa di cavallo, per cui era comunemente chiamata Hippos, che in greco significa cavallo. Utilizzare una grande nave colma di regalie per pagare un tributo, o per rendere omaggio agli dei era normale. Immaginate il sollievo dei troiani quando al mattino scoprono che la flotta achea è salpata e ha lasciato sulla spiaggia una nave-tributo. Fra l’altro assai meno sospetta di un pittoresco cavallone di legno. E molto più adatta a nascondere un manipolo di guerrieri. Suona bene, no? Omero scriverà (o tramanderà oralmente) che gli achei lasciarono un hippos, come lui chiamava quel tipo di nave. Qualche secolo dopo arriva il traduttore che piglia fischi per fiaschi. Ed ecco il mito che da un paio di millenni ci accende la fantasia e ci tormenta la razionalità: ma come facevano a stare nascosti in un cavallo di legno? E, i troiani, erano così scemi da portarlo dentro le mura?

Questo non è l’unico caso di traduzioni approssimative. Prendiamo il Vangelo: “E’ più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago…”. Per secoli ci siamo chiesti “ma perché proprio un cammello?”. Poi la soluzione: non tutti concordano, ma è la più logica. L’aramaico gamal ha due significati, il primo è cammello, il secondo è gomena, grossa corda (o se preferite, anche in greco kamelon è cammello, kamilon gomena). E allora “E’ più facile che una gomena passi dalla cruna di un ago” suona meglio, non vi pare? Poi un traduttore frettoloso o dal vocabolario limitato…

268 - IL SOUND DELLA LUNA




Sembra impossibile ma…
Gli astronauti dell’Apollo 10 in orbita intorno alla luna ascoltarono a lungo un suono inspiegabile, quasi una musica, senza riuscire a comprenderne l’origine. E non lo dicono gli ufologi, ma i documenti ufficiali della Nasa.

Maggio 1969, l’equipaggio è composto da Eugene Cernan, John Young e Tom Stafford, e sta completando la missione che precede la prima discesa dell’uomo sulla superficie del satellite, che avverrà di lì a due mesi. L’Apollo sta sorvolando “the dark side of the moon” per restare in tema musicale. Nascosti dietro la luna, niente contatto radio con la Terra, unici suoni quelli consueti della strumentazione di bordo.

Ad un tratto i tre sentono uno strano fischio modulato che a tratti sembra una musica. Durerà oltre un’ora. Stupore a bordo. “Cos’è?” - “Lo hai sentito? Quel suono sibilante?” – “Sì, una specie di fischio… Whoooooo!'' - ''Lo senti anche tu?'' - “Sembra una specie di musica aliena” - “Beh, se è una musica è piuttosto strana…” – “Ma da dove viene?” - “Sembra provenire dallo spazio” - “Sto andando a vedere chi c’è fuori” (scherza) - “È incredibile, vero?” - “Che dici, dovremmo riferirlo?” – “Nessuno ci crederà” - “Non lo so. Meglio pensarci bene”. Questi alcuni frammenti della conversazione fra i tre.

Che alla fine scelgono il rischio di passare per matti: il dovere prima di tutto. Riferiscono alla Nasa. Che per anni mantiene il segreto sulle conversazioni. Poi le rende pubbliche, con tanto di spiegazione. Il fischio era originato dall’interferenza di due radio, quella del modulo di comando e quella del modulo lunare. Spiegazione che soddisfa le menti più razionali. Ma per gli appassionati di ufologia, è tutta un’altra musica. Comunque oggi il filmato c’è. Eccone una parte. Giudicate voi. 

 

267 - NON E' MAI TROPPO TARDI




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. “E siamo noi, che abbiamo intorno a cent’anni…”. E’ il caso di aggiornare la vecchia hit di Mimmo Locasciulli: i trent’anni non sono più l’età simbolo della fine di speranze e illusioni, l’ultima spiaggia anche per il più irriducibile fra i fuoricorso per acciuffare il sospirato pezzo di carta.

Amy Craton ha realizzato il sogno della vita: si è brillantemente (si dice così, no?) laureata in Arti creative. E ha festeggiato il raggiungimento dell’obiettivo con i suoi 12 nipoti e una schiera di pronipoti. Si, perché Amy ha da poco compiuto 94 anni. La sua è una storia tutto sommato comune a tante donne nel mondo: da giovane era stata costretta ad abbandonare il college, per accudire i suoi quattro figli, dopo il divorzio dal marito. Una volta in pensione, 30 anni fa, aveva pensato di riprendere gli studi, ma i suoi problemi di udito non le consentivano di seguire le lezioni. Poi sono arrivate le lauree online, e dopo tre anni di studi intensi il presidente della Southerns New Hampshire University, presso la quale ha studiato, ha preso l’aereo per le Hawaii, dove vive la più anziana fra le sue allieve, per consegnarle di persona la laurea.

Anziana, ma non abbastanza da detenere il record: sul Guinness dei primati compare infatti l’australiano Allan Stewart che discusse la tesi a 97 anni compiuti; ma per lui non era una novità: la sua infatti era la quarta laurea, la seconda da over 90. E il maestro Alberto Manzi sorride da lassù: è proprio vero, non è mai troppo tardi.
 
 
 
 

 

266 - UN PASSO DOPO L'ALTRO



Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Fine estate 2010, il sole comincia a calare e ad arrossare le “rupi fiammeggianti” di Bayanzag, siamo in un accampamento di gher, le tipiche case-tenda circolari dei nomadi mongoli, in mezzo al niente. Da giorni viaggiamo su piste sassose appena percettibili, la strada asfaltata è un ricordo lontano. Per chilometri e chilometri intorno a noi un deserto di rocce. All’orizzonte un puntino, che diventa lentamente più grande. Mano a mano che si avvicina si distingue il contorno di una persona, ma ciò che sembra impossibile in quel contesto è che arriva a piedi, di buon passo.

 Pochi minuti dopo stringo la mano a Sarah Marquis. Minuta, capelli lunghi e occhi chiari, fisico leggero, da marciatrice, un pesante zaino sulle spalle, sudata, impolverata. “Dov’è che posso farmi un tè? Per me è una specie di rituale, una tazza di tè bollente e la fatica sparisce”. Così, come se rientrasse da una passeggiata nel parco. Invece arriva dalla Siberia. Centinaia di chilometri a piedi in un ambiente selvaggio, a volte ostile.

Cala la notte e ci troviamo nella gher più grande davanti a un piatto di buuz, i tipici ravioloni mongoli ripieni di pecora. Lei si racconta, e io che pensavo di vivere il mio quarto d’ora d’avventura girando la Mongolia a bordo di vecchie camionette russe praticamente indistruttibili, con guida italiana e assistenti del posto, mi rendo conto che l’Avventura con la A maiuscola è un’altra cosa. E mi sento piccino piccino di fronte a questa piccola grande donna che dalla sua Svizzera da anni gira il mondo a piedi, da sola. Giorni e notti senza incontrare nessuno, una piccola tenda, la sacca con i viveri. Un passo dopo l’altro per rincorrere i suoi sogni: scoprire il mondo fuori e dentro di sé, toccare con mano, dialogare con la natura, avvicinarsi a verità che solo la solitudine più profonda consente di sfiorare. Qui, nel campo di gher, si sente in un grande albergo. E’ una delle tappe più comode del trekking iniziato dalla Siberia qualche giorno prima, uno dei suoi tanti viaggi impossibili, che la dovrebbe portare fino a Melbourne, in Australia. Il viaggio si fermerà molto prima, al confine con la Cina, dove Sarah avrà problemi con le autorità, e rischierà perfino il carcere. Uno dei tanti incidenti di percorso. Ma lei non si ferma, ricomincia, e cammina, cammina, per mesi, per anni.

La mattina dopo, colazione e via, si riparte. Io seduto sulla mia camionetta, lei zaino in spalla, passo dopo passo, finché diventa un puntino in un orizzonte infinitamente grande. Oggi Sarah Marquis nella sua Svizzera è quasi una celebrità. Non che a lei interessi più di tanto, essere conosciuta. Sono altri i sogni che rincorre facendo trekking da sola da 24 anni, nei quali ha traversato mezzo mondo e vissuto cose che noi umani neanche possiamo immaginare. Di recente ha ricevuto il premio Avventuriera dell'anno, è diventata esploratrice del National Geographic e ha da poco pubblicato il libro “Selvaggia” (Sperling&Kupfer), di cui discutemmo a lungo come di uno dei suoi sogni da realizzare nel silenzio di una notte, in un accampamento mongolo ai piedi delle rupi fiammeggianti di Bayanzag.
 
 

 

 

265 - IL LIBRO DI ANTHONY




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. E anche quella che segue. Solo che sono basate su coincidenze così strane da sfiorare l’incredibile. Tutte e due poi sono accadute a personaggi famosi, e hanno come protagonista un libro.

La prima storia. 1972. Anthony Hopkins, grande attore britannico (sì, proprio lui, Hannibal Lecter) si prepara a girare il film “The girl from Petrovka” tratto da un romanzo di George Feifer. Dopo aver cercato inutilmente una copia del libro nelle fornitissime librerie di Charing Cross Road, l’attore, scoraggiato, sta per prendere il treno nell’omonima stazione, quando vede su una panchina un libro abbandonato. Sim-Sala-Bim, è proprio “The girl from Petrovka”, una copia un po’ sgualcita e piena di annotazioni a penna.

E non finisce qui. Vienna. Un anno dopo. Hopkins sta girando “The girl from Petrovka”. Sul set arriva anche l’autore del libro. I due fanno conoscenza, l’attore dice che in Inghilterra il libro è quasi introvabile, lo scrittore conferma: “Pensi che io non ne ho neanche una copia. L’ultima, con le mie annotazioni, la prestai ad un amico, che la perse in giro per Londra”. Hopkins sente un brivido lungo la schiena. Prende la sua copia e la mostra a Feifer: è lo stesso libro.

La seconda storia. Siamo a Parigi nel 1920. La scrittrice americana Anne Parish è in vacanza col marito. I due passeggiano fra le baracchine stracolme di vecchi libri sui quay del lungoSenna. La scrittrice indica un volume per bambini “Jack Frost e altre storie”. “Quello era il mio libro preferito, da bambina l’ho letto e riletto”. Il marito sorride, prende il libro, lo sfoglia. Avete già capito come va a finire. Sul risvolto della copertina c’è una scritta a penna “Anne Parish, 209 N. Weber Street, Colorado Springs”. Quel libro ci aveva messo 25 anni e ottomila chilometri per arrivare lì.
 
 

264 - EFFETTO PAULI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera, segnalata dal professor Giovanni Pelosini, che ringrazio. Protagonista il grande fisico austriaco Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica noto agli studenti di liceo per il suo principio di esclusione, con il quale vinse il Premio Nobel nel 1945. Fin qui lo scienziato. L’uomo aveva qualche problemino: una personalità complessa con difficoltà nei rapporti con le donne e tendenze depressive che cercava di combattere con l’alcool. Dal 1930, su consiglio del padre, iniziò un’analisi terapeutica con Carl G. Jung durata 4 anni, un rapporto che durò poi nel tempo segnando la vita dei due grandi studiosi.

Ma la cosa incredibile è quello che oggi sulle enciclopedie viene indicato come “effetto Pauli”. In due parole lo scienziato portava male. Un vero jettatore evitato da tutti i colleghi fisici (che non erano Totò e Peppino) che ne raccontavano toccando ferro le funeste gesta. Pauli si era guadagnato la fama di menagramo dopo una serie di sfortunati eventi che si verificarono a partire dal 1924.
In particolare quando il fisico entrava in un laboratorio, gli apparecchi si guastavano o si rompevano e gli esperimenti (spesso assai costosi) fallivano. Quando nel 1950 al suo ingresso a Princeton si incendiò il ciclotrone, anche i più scettici si arresero all’evidenza: sì, Pauli emana energie negative.

E lui cosa ne pensava? Era il primo a credere ai suoi “poteri”. Raccontava di percepire le sventure in anticipo avvertendo una spiacevole tensione che si risolveva solo a disastro avvenuto. Questo fu uno dei motivi per cui fece ricorso a Jung, che studiando il caso elaborò il concetto di sincronicità. Proverbiale l’episodio del laboratorio di fisica a Gottinga. Dopo l’inspiegabile esplosione di un costoso strumento di misura il direttore dell'istituto disse scherzosamente ai presenti: “Se non sapessi che Pauli è lontano mille miglia, direi che c’è di mezzo lui”. Solo dopo scoprì che “Ira di Dio”, come lo avevano ribattezzato, in realtà era in viaggio in treno, e all’ora precisa dell’esplosione era sceso per 10 minuti nella vicina stazione di Gottinga in attesa della coincidenza.
 
 
 





263 - IL FAR WEST DI PEARL



Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Se chiedete ad un americano chi era Pearl Hart, risponderà “l'ultima fuorilegge del west”, e magari aggiungerà aneddoti ai confini della realtà; ma anche se i giornalisti l’hanno parecchio romanzata, non c'è dubbio che la sua sia stata una vita spericolata, assai più di quella di Steve McQueen.
 
 
Pearl nasce nel 1871 a Lindsay in Canada. I genitori, i coniugi Taylor, sono molto religiosi, non ricchi ma benestanti. A 16 anni va al college e si innamora di Brett Hart, un giocatore d’azzardo. Seguono fuga e matrimonio. Il marito beve e la picchia, lei torna dai genitori; poi si riconcilia con lui. La cosa si ripete più volte in 6 anni, nei quali nascono due figli, subito spediti dai nonni materni in Ohio. Nel 1893, alla Fiera mondiale di Chicago, Pearl vede il “Wild West Show” di Buffalo Bill, e si innamora dell’epopea del west, che ormai è agli sgoccioli. Ma per lei deve ancora cominciare. Rompe col marito e scappa in Colorado con Dan Bandman, un pianista. Si sposta a Phoenix in Arizona e lavora come cuoca e come cantante. Ma è sempre in cerca di soldi per i suoi vizi: whisky, sigari e morfina. Così nel 1898, dopo un ultimo incontro-scontro col marito che le porta via fino all’ultimo dollaro, la troviamo a Mammoth titolare con un’amica di una tenda-bordello frequentata dai minatori della vicina miniera. Che però chiude. Pearl punta allora su un certo Joe Boot e con lui si improvvisa cercatrice d’oro. Non avranno fortuna.
 

Ridotti alla fame, i due giocano la carta della disperazione, in stile vecchio west: Il 30 maggio 1899 nel Cane Spring Canyon in Arizona i passeggeri dello stagecoach che da Globe va a Florence assistono attoniti a una delle ultime rapine alla diligenza. Che sarà rapida e incruenta, e frutterà poco più di 400 dollari. E l’attenzione degli sceriffi di tutte le contee vicine. Che li catturano dopo 6 giorni nei quali gli inesperti fuggitivi hanno vagato in cerchio. La notizia della donna-bandito scatena la curiosità dei giornalisti, che ne fanno un’eroina. Nell’attesa del processo Pearl riesce anche ad evadere da una cella ridicola, ma viene subito ripresa. Al processo la donna improvvisa un’autodifesa tanto strappalacrime che la giuria popolare la rimette in libertà. Dopo un successivo arresto per furti nelle cassette postali, sarà condannata a 5 anni e spedita nel carcere di Yuma, un inferno. Per tutti ma non per lei, che si conquista le simpatie dei secondini e ottiene una cella grande e comoda dove riceve ospiti e giornalisti. A fine 1902 il governatore le concede il perdono: si dirà in seguito che lei era rimasta incinta e si voleva evitare lo scandalo. Le ultime notizie la segnalano nel Missouri, attrice in una commedia. Indovinate cosa mette in scena? Risposta esatta, la storia della sua vita.

 

 


 

 


 

 

262 - MANGIAFEGATO JOHNSON




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Se siete di stomaco delicato, fermatevi qui. Perché è vero che vi porto nel far west senza legge, violento e feroce. Ma lui, “Mangiafegato Johnson”, ha esagerato un tantino.

John Garrison Jeremiah Johnson nasce nel 1824 a Little York, nel New Jersey. Nel 1846 si arruola in Marina; dopo aver picchiato a sangue un ufficiale diserta e fugge verso il west. A Alder Gulch nel Montana dìventa cercatore d’oro e si fa chiamare solo John Johnson. In seguito farà il taglialegna, il trapper e altri lavori più o meno leciti. Difficile non notarlo, per i suoi due metri di altezza, per i 120 chili di muscoli, e per i frequenti accessi d’ira e di furore.

Nel 1847 sposa un’indiana Flathead. Poco dopo la moglie è uccisa dai Crow, una tribù nemica. Non l’avessero mai fatto. Johnson apre la caccia al Crow. La sua vendetta andrà avanti per 25 anni. E sarà terribile. Secondo lo storico Andrew Southerland "Egli uccise e scotennò più di 300 indiani Crow. E di ognuno di loro divorò il fegato". Da qui il soprannome. Quello di Johnson è uno spregio: i Crow infatti credono che senza il fegato non si va nei verdi pascoli.

Mangiafegato” diventa il terrore degli indiani. Nel 1863, catturato dai Blackfeet, sta per essere venduto ai Crow. Ma evade dopo aver sbranato i legacci di cuoio coi denti. Ucciso l’indiano di guardia, con un coltellaccio gli taglia una gamba. La porta con sé e se ne nutre durante la lunga fuga nella neve: 300 chilometri fino alla baracca di un amico. Si arruola poi nell’esercito dell’Unione, dove combatte da valoroso. C’è tempo anche per far pace con i Crow, che diventano “fratelli di sangue”. Ma nelle guerre indiane “Dapiek Absaroka”, l’assassino dei Crow, come è noto fra gli indiani, farà strage di Sioux e Blackfeet. Negli anni ottanta è sceriffo a Red Lodge, nel Montana. Morirà nel 1900 in un ospizio di veterani di guerra.

Sulla sua vita è stato modellato il personaggio protagonista del film western “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Per interpretarlo il regista Sidney Pollack scelse il volto angelico di Robert Redford.

mercoledì 15 gennaio 2020

261 - LA DOVE C'ERA L'ERBA...




Sembra impossibile ma...
Nel 1979 Shenzen era un villaggio della Cina meridionale dove poco più di ventimila residenti vivevano di pesca e degli scarsi commerci portati dalla linea ferroviaria Kowloon-Canton. Oggi è la quarta città più popolosa del Paese con 13,5 milioni di abitanti e ospita i quartieri generali delle più grandi compagnie hi-tech cinesi.

Anno 1979, Shenzen viene ufficialmente nominata città; l'anno successivo Deng Xiaoping decide di lanciare qui un audace esperimento: una Zona Economica Speciale aperta per la prima volta a insediamenti di compagnie estere; negli anni successivi ogni genere di investimento trova a Shenzen condizioni di favore uniche, e la vicinanza a Hong Kong la rende la finestra per l'ingresso di capitale straniero e di tecnologia. Il minor costo del lavoro anche rispetto a Hong Kong attrae poi gli imprenditori e sostiene uno sviluppo da record: chiunque può entrare nella Zona Economica Speciale e avvantaggiarsi dei minori prezzi dei prodotti in commercio. Molti contadini iniziano così a lasciare le aree rurali per cercare lavoro nell'immobiliare, nel manifatturiero o nel portuale. Insomma, in 20 anni qui accade ciò che in Europa è avvenuto in due secoli. E nasce la “metropoli istantanea”.

Nel 2017 Shenzen supera Hong Kong sia come popolazione che come economia; oggi il porto è il terzo per container più grande del pianeta, qui ha sede la fabbrica più grande al mondo della Foxconn (mezzo milione di lavoratori), così come la Tencent (proprietaria di Clash Royale) e i maggiori brand delle comunicazioni (Oukitel, Doogee, TP-LINK, Coolpad Globalegrow e OnePlus), oltre al colosso mondiale della telefonia mobile, Huawei. A Shenzen tutto va di corsa: tre mesi fa è stata approvata la normativa che riduce i termini per l'approvazione della creazione di imprese da un giorno a meno di un minuto; i quartieri costruiti negli anni '90 per alloggiare il fiume di immigrati in arrivo sono già in via di demolizione, sostituiti da zone a più alta densità abitativa, così come diverse zone industriali riconvertite nell'arco di un decennio. E di recente la crescita ha preso anche una deriva qualitativa: la città è fra le meno inquinate della Cina, col più alto tasso di verde pubblico per abitante. E' servita da 5 linee di metropolitana, 16 mila autobus tutti elettrici, e 22mila taxi che presto lo saranno, tutti collegati a una rete di colonnine per la ricarica ad energia solare. Stanno aprendo scuole e college di alto livello, e sono in funzione strutture avveniristiche come il grande Polytheatre, il Centro culturale firmato dell'architetto Isozaki, il Museo di arte contemporanea e il Museo della città, mentre il quartiere Oct Loft è il regno della creatività, frequentato da artisti, graphic designer e maghi dell' hi-tech.

martedì 14 gennaio 2020

260 - IL PRINCIPATO PIU' PICCOLO DEL MONDO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Anno 1943, la Gran Bretagna costruisce a 7 miglia dalla costa del Suffolk una serie di piattaforme in mare e le trasforma in fortezze marittime per proteggere dagli attacchi tedeschi l'estuario del Tamigi. Una di queste, Fort Roughs, durante la guerra ospita 300 soldati della Royal Navy; abbandonata dopo il 1945, per anni è solo l'occasionale rifugio di piccoli malviventi in fuga, grazie al fatto che si trova in acque internazionali.

Nel settembre del 1967 Paddy Roy Bates, ex maggiore dell'esercito e conduttore radiofonico, occupa la torre di Fort Roughs con lo scopo di utilizzarla come base per Radio Essex, un'emittente pirata. La radio non partirà mai, ma Bates decide di insediarsi sulla piattaforma e di fondare uno stato indipendente, il Principato di Sealand. Dopo un anno un team di operai britannici si avvicina a Sealand per installare delle boe di navigazione, e il figlio di Bates, Micheal, li mette in fuga sparandogli. Denunciato, finisce sotto processo, ma il tribunale stabilisce che essendo la piattaforma in acque internazionali, la legge inglese non ha giurisdizione. E' un primo implicito riconoscimento dell'autonomia di Sealand, e nel 1975 Bates promulga la Costituzione del nuovo Stato, presenta al mondo la bandiera, l'inno nazionale, la valuta e i passaporti, si dichiara Principe e riserva alla moglie il titolo di Principessa.

Nomina anche un primo ministro, l'avvocato tedesco Alexander Achenbach, che però nel 1978 tenta il colpo di stato: mentre i Principi sono in Inghilterra con un gruppo di mercenari assalta la fortezza e tenta di rapire il delfino, Micheal. Che però si dimostra degno del titolo, contrattacca, sconfigge i mercenari, cattura e imprigiona Achenbach e pretende per liberarlo una cauzione di 30.000 dollari. Il governo tedesco chiede a quello inglese di intervenire, ma la sentenza del 1968 non glielo permette; la Germania invia allora un ambasciatore per negoziare, atto che equivale a un riconoscimento dello Stato di Sealand. Nel 1987 la Gran Bretagna estende le acque territoriali da 3 a 12 miglia dalla costa, inglobando Sealand, ma molti esperti di diritto internazionale ritengono l'atto illegittimo. Bates muore nel 2012; nel frattempo il figlio Micheal dopo aver tentato inutilmente di vendere Sealand si è trasferito in Inghilterra, sulla piattaforma sono rimaste a vivere solo due persone e da 20 anni non vengono emessi passaporti. Ma ora, con la Brexit, al Principe in esilio stanno arrivando centinaia di richieste di cittadinanza, e lui ha in mente un progetto: realizzare un’isola artificiale ecologica per ospitare i nuovi cittadini di Sealand.

lunedì 13 gennaio 2020

259 - LA GUERRA DEL WHISKY




Sembra impossibile ma...
Hans Island, piccola isola nel mare Artico, è contesa fra Canada e Danimarca: un'insolita disputa ad alta gradazione alcolica.

Ringrazio l'amico Daniele Nigris per l'idea, e vi porto nel bel mezzo dello stretto di Nares, fra l'estremo nord canadese e la Groenlandia. L'isolotto, poco più di un chilometro quadrato, è disabitato e privo di alberi e di terreni coltivabili; il paese più vicino è Alert, in Canada, 198 km a nord. La disputa nasce dal fatto che Hans Island è in mezzo allo stretto di Nares, largo 22 miglia, che separa il Canada dalla Groenlandia (territorio autonomo della Danimarca). Ora, per il diritto internazionale ogni Paese può reclamare come suo ogni territorio a 12 miglia dalla costa. Quindi tecnicamente l'isola si trova sia in acque danesi che canadesi. La Danimarca rivendica il territorio, che avrebbe scoperto nel 1852, mentre il Canada afferma che non solo è geologicamente associato al suolo canadese ma a scoprirlo fu nel XVI secolo Martin Frobisher, esploratore britannico.
 
L'isola fu attribuita nel 1933 ai danesi dalla Corte di giustizia della Società delle Nazioni, sentenza di scarso peso dopo la fine della stessa. Dimenticata per decenni, tornò a far discutere nel 1984, quando il ministro danese per la Groenlandia la visitò piantando la bandiera nazionale e lasciando il messaggio "Benvenuti sull'isola danese", oltre a una bottiglia di Akvavit, tipica grappa scandinava. Da allora militari delle due nazioni sbarcano periodicamente a Hans Island, cambiano la bandiera degli altri con la propria, lasciano la scritta “Benvenuti in Danimarca” o “in Canada” e una bottiglia di Akvavit danese o o di whisky Canadian Club. Senso dell'umorismo e niente violenza, una risposta degna di due Paesi di grande civiltà.

Ad oggi il conflitto è irrisolto: esiste un piano per trasformare l'isolotto in un territorio condiviso gestito congiuntamente dai comuni canadesi e danesi confinanti. L'interesse è crescente visto che col riscaldamento globale la navigabilità dello stretto si allungherà da 20 a 150 giorni l'anno entro il 2080 con possibilità di sfruttare i fondali del Mar di Labrador per la pesca e, pare, anche per possibili giacimenti di idrocarburi. E se dalle parti di Hans Island ci fosse davvero il petrolio, con ogni probabilità whisky e akvavit sarebbero messi da parte. E anche il fairplay .
 

 

 

domenica 12 gennaio 2020

258 - IL SOGNO DEL POSTINO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ferdinand Cheval nasce a Charmes-sur-l'Herbasse in Francia nel 1836. Di famiglia povera lascia la scuola a 13 anni e fa l'apprendista panettiere; a 29 anni viene assunto come postino, e facteur Cheval (postino Cheval) è il nome con cui sarà ricordato. Destinato a Hauterives, a una dozzina di chilometri dal paese natale, un giorno mentre consegna la posta cade su una pietra di aspetto strano. La chiamerà “pierre d'achoppement” (pietra d'inciampo), e da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

Ogni giorno il postino va sul luogo, raccoglie pietre simili e le mette in tasca e nella bisaccia della posta, poi inizia a tornare a fine turno di lavoro e, un po' come l'Obelix dei fumetti, trasporta grosse pietre fino a casa sua prima con un cesto poi una carriola. A chi gli chiede il motivo, risponde di esser stato colto dall''ispirazione, e di voler costruire un palazzo fiabesco, il Palais Idéal. Gli abitanti del paese si fanno l'idea che non ha tutte le rotelle a posto, e quando ogni giorno puntuale arriva a raccogliere pietre, lo deridono e gli chiedono a che punto è il suo palazzo immaginario. Lui alza le spalle e tira dritto.

Va avanti così per 33 anni, dal 1879 al 1912. Di giorno, in ogni momento libero dal lavoro, raccoglie pietre, di notte alla fioca luce di una lampada ad olio costruisce il suo Palazzo Ideale. Non lo fermano né il caldo torrido né i temporali invernali, e le pietre unite con calce, malta e cemento diventano muri, torrette, terrazze, sculture: il Palais Idéal, un mix di stili architetturali ispirato a diverse religioni, decorato con statue di animali e creature mitiche come giganti e fate. Un capolavoro di architettura naïve realizzato da un architetto autodidatta, che sarà visitato ed ammirato da personaggi come André Breton, Pablo Picasso e Max Ernst.

Per costruirlo il postino ha raccolto e utilizzato 100.000 pietre; non ci sono stanze o ambienti abitabili, ma solo un fantasioso labirinto di corridoi, grotte, camminamenti e terrazze edificate intorno ad un bacino artificiale con tanto di cascata, realizzato dallo stesso Cheval. Che vorrebbe esser seppellito nel suo palazzo, ma le leggi non glielo consentono. E allora per altri 8 anni il postino costruisce con le sue mani e nello stesso stile un grande mausoleo nel cimitero di Hauterives, dove è sepolto dal 1924. Dal 1969 il Palais Idéal è Monument historique; acquistato nel 1994 dal Comune di Hauterives, è visitato ogni anno da migliaia di turisti.
 

 
 

 
 

sabato 11 gennaio 2020

257 - LO ZOO AL CONTRARIO




Sembra impossibile ma...
Dalla Cina arriva un bell'esempio di pensiero laterale: gli animali in gabbia ci stanno male, e il concetto di zoo così come lo abbiamo conosciuto è inadeguato alle esigenze e alle necessità del ventunesimo secolo? Niente paura, invertiamo i fattori e il prodotto cambia: animali liberi ed esseri umani dietro le sbarre.

Da qualche tempo lo Zoo Lehe Ledu di Chongqing si è trasformato in Wildlife Tour. Qui, a differenza anche degli zoo-safari, sono i visitatori ad essere chiusi nelle gabbie montate sul retro di camion che attraversano vaste aree dove la fauna selvatica vive in libertà. E non ci si limita ad osservare gli animali da una certa distanza e a scattare qualche foto, ma si vivono incontri molto ravvicinati capaci di far rivivere emozioni sepolte nel profondo, che rimandano all'età della pietra, quando c'era ben poco da giocare con le bestie feroci. Già, perché spesso tigri e leoni tentano (inutilmente, almeno fino ad oggi) di aggredire gli intrusi: guardiani e addestratori infatti, gli unici autorizzati ad uscire dalle gabbie, appendono ai lati del furgone grossi pezzi di carne cruda in modo da attirare le belve, che poi non distinguono mica tanto la colazione gentilmente offerta dalla “carne in scatola”, e fanno vivere ai deportati un'esperienza elettrizzante con qualche punta di vera paura e sporadici svenimenti.

"Gli attacchi alle gabbie a volte sono piuttoso violenti, ma in realtà non ci sono rischi – assicurano gli organizzatori - vogliamo che i nostri visitatori sentano il brivido di essere cacciati dai grandi felini, che saltano sulle gabbie a pochi centimetri daloro, ma la sicurezza è assoluta. Unica raccomandazione, mantenere le dita, le mani e ogni estremità all’interno della gabbia in ogni momento”. Lo zoo di nuova generazione, che nelle intenzioni degli ideatori dovrebbe piacere agli animalisti cancellando il ricordo di animali tristi e claustrofobici, sta riscuotendo grande successo: al momento è sold-out per i tre mesi a venire, e ha già trovato imitatori in Cile e in Nuova Zelanda.


venerdì 10 gennaio 2020

256 - I FILI DI DIO




Sembra impossibile ma...
A Nuoro tempo fa arrivò perfino una troupe della BBC per scoprire i segreti della pasta più rara del mondo: “su filindeu”, i fili di Dio. Solo tre donne, tutte della stessa famiglia, custodiscono l'antica ricetta, una tecnica tramandata di madre in figlia da almeno tre secoli.

Non è un problema di ingredienti, e neanche di proporzioni: è la lavorazione ad essere estremamente complessa, difficile e laboriosa. La base è normalissima: farina di semola, acqua e sale che vanno impastate a lungo. Quanto? Lo dice la consistenza, ma lo dice solo a chi ha sviluppato la giusta sapienza tattile. Ma se fin qui possono arrivare parecchie massaie all'antica, dopo comincia il difficile. Perché l'impasto, trasformato in una sorta di lungo cilindro, viene lavorato con le dita delle mani, ripiegato su se stesso e tirato dividendolo ad ogni ripiegamento in un numero maggiore di fili sempre più sottili, una progressione geometrica al raddoppio che dopo otto passaggi trasformerà un etto di impasto in 256 sottilissimi filamenti. Questi vengono poi stesi su un canestro rotondo di foglie di asfodelo: tre strati, incrociando i fili ad ogni strato, fino a formare una fitta ragnatela. Una volta essiccati al sole, i filindeu si compatteranno in attesa di essere spezzati in frammenti irregolari, cotti in brodo di pecora e serviti col pecorino grattato.

Le depositarie del segreto preparano i filindeu solo in occasioni rare: in ottobre per il pellegrinaggio al Santuario di San Francesco di Lula, quando il paese accoglie più di 1500 pellegrini offrendo loro un piatto di brodo coi filindeu, tutti fatti dalle donne (50 chili di pasta a testa lavorando 5 ore al giorno per un mese); e la grande festa di 9 giorni che si tiene in maggio.

Nonostante Carlin Petrini ne abbia fatto un presidio Slow Food,
l'antica arte dei filindeu rischia di scomparire, perché figli e nipoti delle depositarie non ne vogliono sapere di portare avanti la tradizione. Le donne hanno cercato anche di insegnare a persone di fiducia le loro tecniche, ma gli allievi dopo i primi tentativi sono fuggiti: troppo lavoro. Hanno permesso allora di essere filmate durante la lavorazione, in modo da lasciare una testimonianza concreta. Barilla, che ha visionato i filmati, ha rinunciato a ogni progetto di replica. E il famoso cuoco inglese Jamie Oliver, dopo vari tentativi, ha chiuso dicendo: “E' una vita che faccio la pasta, ma non ho mai visto niente del genere”.

giovedì 9 gennaio 2020

255 - GLI EVAPORATI


 

Sembra impossibile ma...

In Giappone ogni anno 100.000 persone scompaiono nel niente senza lasciare traccia: sono i johatsu, gli evaporati.

I muri delle metropoli giapponesi sono coperti di annunci con foto di persone e scritte traducibili con “Chi l'ha visto?”. Gente che è uscita di casa la mattina, ha salutato i suoi cari e non ha fatto più ritorno, uomini e donne che decidono di sparire, di scivolare nell'ombra. Cambiano nome, residenza, lavoro, vita, come nei programmi di protezione testimoni, novelli Mattia Pascal. Il motivo? Fallimento sociale, perdita del lavoro, problemi economici, matrimoni in fumo. E la conseguente, temutissima riprovazione sociale, la perdita dell’onore. Un fenomeno misterioso e inquietante, tutto giapponese. Tormentati dalla vergogna, si dissolvono senza lasciare traccia. Una scomparsa amministrativa favorita dalle leggi sulla privacy che (se non si commettono reati) danno grande libertà nel mantenere segreti i movimenti e impediscono ai parenti di consultare i dati finanziari. Un fenomeno che ha radici antiche: già 3 secoli fa le hinin erano “non-persone”, vagabondi e prostitute che non venivano censiti, non potevano sposarsi nè avere figli: non esistevano.

A Tokyo c'è un quartiere che è scomparso dalle mappe: Sanya. I taxisti lo evitano; ufficialmente i suoi confini sono stati incorporati nei quartieri adiacenti, in realtà è uno dei luoghi che ospita la "società nascosta". Arrivano qui, affittano stanze di alberghi di quarta categoria, anche in 10 per camera, e lasciano che il mondo si dimentichi di loro. Ce li portano i “traslocatori notturni”, operatori di agenzie che organizzano le fughe, curano le variazioni anagrafiche necessarie e i servizi di trasporto notturno; un business fiorito negli ultimi anni: Yonigeya TS Corporation è una di queste agenzie. Per una “sparizione” completa prende dai 500 ai 3.000 dollari secondo la complessità. Ogni giorno le sue efficienti squadre permettono di “morire sopravvivendo” a una decina di johatsu.

Appena un passo oltre ci sono i karoshi, suicidi dettati da cause lavorative. Una recente inchiesta ha stabilito che in Giappone avvengono il 60% di suicidi in più rispetto al resto del mondo. La maggior parte sono uomini e donne stremati dal lavoro: oltre il 20% per cento dei dipendenti giapponesi supera di parecchio le 80 ore di straordinario mensili, mentre il 50% rinuncia alle ferie retribuite.
 

 

 

mercoledì 8 gennaio 2020

254 - DOCTOR BARRY... I SUPPOSE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. James Barry è stato uno dei più eminenti medici chirurghi del diciannovesimo secolo. Laureato all'Università di Edimburgo, svolse dal 1812 al 1864 la sua professione in tutto il mondo, dall'India al Sudafrica, dai Caraibi al Canada passando da assistente ospedaliero dell'esercito britannico a ispettore generale negli ospedali militari. E ovunque si impegnò con successo a migliorare non solo le condizioni dei suoi pazienti, ma anche quelle degli abitanti locali. Fu un pioniere nell'associare la medicina con la cura dell'igiene, con un numero di pazienti sopravvissuti da record.
Morì il 25 luglio 1865. E fu l'infermiera che si occupò di comporre il cadavere che fece la scoperta, e la rivelò subito dopo il funerale: James Barry era una donna.

Il suo vero nome era Margaret. Già, questa è la storia di una donna che per realizzare il suo sogno ha finto per mezzo secolo di essere un uomo. Margaret Ann Bulkley nasce a County Cork, in Irlanda, nel 1789. Adolescente brillantissima, vuole diventare un chirurgo, una carriera vietata alle donne. Lo zio è James Barry (sì, prenderà il suo nome), un famoso artista, e con l'aiuto di un influente amico studia il piano per farla entrare travestita da uomo alla facoltà di Medicina di Edimburgo. Dove nel 1812 si laurea “malgrado l’aspetto giovanile sembri indicare una scarsa maturità”. Impaziente di operare sul campo, Margaret, dopo aver evitato la visita medica grazie ai suoi protettori, entra nell'esercito britannico. La sua sarà una carriera brillantissima ma con alti e bassi causati dal suo carattere. Il dottor Barry non è certo una persona docile: ostinato, impaziente, suscettibile, è considerato un eccentrico; vegetariano ed astemio, calza stivali rossi col tacco e indossa camicie ricamate sotto la giacca d'ordinanza. Ma litiga furiosamente quando sente commenti sulla sua voce acuta o sul suo aspetto effeminato, e le baruffe spesso finiscono in duelli. Il suo impegno per migliorare le condizioni di vita della gente qualunque disturba poi i suoi pari, ed è punito più volte per insubordinazione. Tratta però sempre con garbo e gentilezza i suoi pazienti, e professionalmente è un Maestro. A Sant'Elena poi viene alla luce una relazione "omosessuale" col governatore lord Charles Somerset, per la quale i due vengono processati: Margaret evita il carcere ma viene degradata, riparte da zero in Canada e si afferma di nuovo come miglior chirurgo dell'impero. Congedata nel 1864, muore di dissenteria l'anno dopo.

Dopo la rivelazione dell'infermiera ci fu chi affermò di averlo sempre saputo. L'esercito britannico stese un velo sulla vicenda, rimasta poi top secret per 100 anni. L'infermiera raccontò anche di aver visto sul ventre della salma i segni di un parto cesareo: con ogni probabilità Margaret Ann Bulkley ha avuto almeno un figlio segreto.
 
 

 
 

 

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...