sabato 31 gennaio 2026

852 - LA SOLITUDINE DEL GENIO


  

A 18 mesi è in grado di leggere il Boston Globe, a 8 anni parla diverse lingue, dal latino al greco, dal francese, al russo, dal tedesco all'armeno, a 11 anni entra ad Harvard.

I numeri leggendari sul suo QI non sono verificabili, ma di certo se esistesse una classifica delle capacità intellettive il nome di William James Sidis starebbe in cima.

Nato a Boston nel 1898, figlio di Boris Sidis, un noto psichiatra e di Sarah Mandelbaum un medico. Il metodo educativo del bambino prodigio (spinta forte verso il successo, pressione per i risultati, esposizione mediatica) non sembra dei migliori.

Comunque è grazie a quello (o nonostante quello) che le cronache raccontano un’infanzia vertiginosa: lingue antiche e moderne assimilate con naturalezza, una lingua inventata (il Vendergood), manoscritti e libri scritti mentre i coetanei imparano a fare le aste. A 11 anni varca i cancelli di Harvard; a 16 si laurea “cum laude”,

Nel mezzo, una scena da romanzo: una lezione sulla quarta dimensione tenuta davanti ai più illustri professori e accademici, con la calma e la sicurezza di chi ha imparato da sempre a non avere rivali.

A 17 anni inizia a insegnare matematica alla Rice University.Ma non è sereno (non lo sarà mai), sente che quella non è la sua strada, che le sue idee non sono allineate. E nel 1919 Sidis è uno dei protagonisti del Primo Maggio di Boston: cortei, scontri, repressione. Viene arrestato non per violenza, ma proprio per le sue idee considerate sovversive.

Condannato, evita il carcere grazie all’intervento del padre, ma il prezzo è alto: tra il 1919 e il 1921 trascorre due anni di isolamento sotto controllo in un sanatorio. È la frattura. Sidis decide di uscire dal fascio dei riflettori, sceglie l’invisibilità.

Continua a scrivere un libro dopo l'altro, ma pubblica sotto pseudonimo, insegna e studia ai margini, esplora territori eccentrici: dalla cosmologia ai sistemi di trasporto urbano. In “The Animate and the Inanimate” immagina universi che vanno contro la freccia del tempo. Si trova anche costretto a difendere la propria privacy in tribunale, quando un settimanale lo deride: una battaglia silenziosa per il diritto all’oblio.

William James Sidis muore il 17 luglio 1944, a 46 anni, per emorragia cerebrale. Resta il rimpianto di aver perduto così giovane una mente eccezionale. E una domanda che punge: cosa avrebbe potuto creare “il ragazzo più intelligente della Terra”, come lo chiamavano i giornali, se la società, invece di esibirlo e poi isolarlo, lo avesse sostenuto davvero?


851 - LA BEFFA DI MENELIK


  

Il giorno in cui l’Italia credette di aver messo le mani sull’Etiopia, Menelik II stava costruendo intorno a una beffa l'indipendenza del suo impero.

Nel 1889, mentre l’Europa si spartisce l’Africa con arroganza e presunzione, Menelik – da poco asceso al trono imperiale – firma con il Regno d’Italia il Trattato di Uccialli.

Due versioni, due lingue, due mondi. In italiano, l’articolo 17 sembra chiaro: l’Etiopia si impegna a servirsi dell’Italia per la propria politica estera. In amarico, invece, quella stessa frase diventa una semplice facoltà. Può farlo, se vuole. O anche no. Roma legge “protettorato”. Addis Abeba legge “opzione”. La beffa è tutta lì, sottile ma decisiva.

Ma c'è di più: Menelik non protesta subito. Attende. E nel frattempo firma un protocollo economico aggiuntivo: l’Italia concede all’Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, ufficialmente per sostenere il nuovo impero. Denaro che sarà utilizzato per comprare armi da altre nazioni. Armi che pochi anni dopo utilizzerà proprio contro gli italiani.

Quando nel 1890 l’Italia notifica alle potenze europee la nascita di un protettorato etiope, e Menelik reagisce. Prima respinge l’interpretazione. Poi, nel 1893, denuncia formalmente il trattato. E' la fine della diplomazia, si va verso la guerra. Che per l'Italia sarà una disfatta.

Ma chi è Menelik, l'uomo che ha ingannato un governo e umiliato una nascente potenza coloniale? Il Leone di Giuda è un sovrano moderno, che fin da ragazzo ha modo di studiare i suoi nemici.

Prigioniero alla corte dell’imperatore Tewodros II, osserva e studia come funziona il potere imperiale, impara a conoscere armi europee, diplomazia e meccanismi di alleanza.

Una volta salito al trono, si fa notare per le sue passioni “moderrniste”: è uno dei primi sovrani africani a introdurre telefono, telegrafo ed elettricità. E si divertie a telefonare a funzionari vicini solo per il piacere di sentire la voce “viaggiare nel filo”. Si fa anche tradurre quotidianamente giornali francesi e italiani per capire come l’Europa parla di lui.

Menelik ama poi gli orologi meccanici europei, soprattutto quelli complicati. Ne riceve molti in dono e li fa smontare e rimontare dai suoi artigiani. E' lui a fondare Addis Abeba, e il motivo è curioso: sua moglie, l’imperatrice Taytu Betul, si innamora delle acque termali di Filwoha, ed è li che convince il marito, inizialmente molto contrario all'idea, a creare la capitale.

Menelik si procura molte armi, ma non si affida mai a un solo Paese: le compra da Italia, Francia, Russia, Belgio, facendo giocare gli uni contro gli altri. Una scelta che si rivelerà decisiva a Adua, dove l’esercito etiope ha armi di diversa, provenienza, ma in quantità enorme, cosa rarissima e inattesa per un Paese africano dell’epoca.

E a Adua l'imperatore si rivela un fine stratega: rimanda più volte lo scontro con gli italiani perché vuol essere sicuro che le sue truppe siano nutrite, rifornite e riposate, dicendo ai suoi generali impazienti La guerra non si vince con il coraggio di un giorno.”

Dopo Adua, Menelik proibisce rappresaglie sui prigionieri italiani. Li fa curare, rifocillare e poi restituire. Un'altra mossa astuta, che colpirà profondamente l’opinione pubblica europea, rovesciando lo stereotipo coloniale del sovrano barbaro.

In Italia, intanto, la ferita diventa ironia. Nasce la “lingua di Menelicche”, il giocattolo carnevalesco che si srotola facendo rumore: uno sberleffo, una presa in giro, un'allusione amara a quella traduzione sbagliata. O troppo furba per i funzionari di Crispi.

giovedì 29 gennaio 2026

850 - LE DONNE DI FUORA


  

C’erano mattine, in Sicilia, in cui un bambino si svegliava con i capelli annodati come se qualcuno ci avesse giocato tutta la notte. Erano i trizzi. E quando comparivano, nei paesi dell’interno, la gente rabbrividiva.

Le chiamavano “donne di fuora”, perché non stavano mai davvero “dentro” questo mondo. Il termine donas de fuera compare negli atti inquisitoriali spagnoli riferito specificamente a donne accusate di stregoneria (brujas).

Figure ambigue, sospese: streghe per gli inquisitori, fate capricciose ma benevole, presenze notturne più curiose che malvagie per la gente del popolo. Lo studioso Giuseppe Pitrè le descriveva così: temute, sì, ma anche rispettate. Perché le “donne di fuora” potevano fare male, ma sapevano anche proteggere.

Alcuni studiosi (come Henningsen nella ricerca sulle relazioni inquisitoriali) suggeriscono che i raduni di “donne di fuora” fossero descritti in maniera molto più festosa nei racconti dei testimoni — con banchetti e danze — rispetto alla visione diabolica imposta dagli inquisitori.

I trizzi ‘nni capiddi erano il loro segno più riconoscibile. Nodi ostinati, difficili da sciogliere, che secondo la credenza non andavano forzati: solo chi li aveva fatti avrebbe potuto scioglierli davvero.

Per alcuni erano una carezza magica, un sortilegio benigno lasciato ai neonati. Per altri, soprattutto quando un bambino si ammalava o moriva, diventavano una colpa, un’accusa, una spiegazione facile per l’inesplicabile.

Dal sedicesimo secolo in poi la tolleranza finì. Le donne che conoscevano le erbe, preparavano unguenti, parlavano con la natura, vennero guardate con sospetto. In tutta la Sicilia ci furono processi per stregoneria, in cui alcune donne furono arrestate, torturate e condannate per pratiche magiche e sortilegi, spesso mescolando credenze popolari e interpretazioni ecclesiastiche diaboliche.

Tuttavia, la maggior parte delle condanne non prevedeva la morte sul rogo: la pena capitale era rara in Sicilia rispetto ad altre aree d’Europa, e molte imputate furono condannate all’esilio, alla prigionia o a pene corporali.

La figura delle “donne di fuora” in tempi moderni è stata studiata dagli antropologi. Secondo alcuni avrebbe origini antiche, legate al paganesimo, al culto di Diana o a tradizioni occulte orientali o greche: un’ipotesi comparativa suggerita dagli studiosi per analogie con figure simili in altre tradizioni europee (le Dames Blanches francesi o le Benshees scozzesi, che condividono tratti ambivalenti tra bene e male nei racconti popolari) e nel mito dei dominæ nocturnæ.

E ancora oggi, in certe zone rurali della Sicilia per qualcuno le donne di fuora sono ancora lì. Di certo non se ne sono mai andate del tutto: sopravvivono nei racconti sussurrati la sera, nelle raccomandazioni dette a mezza voce, nelle frasi ammonitrici delle mamme per far star buoni i bambini.

849 - I FIGLI DEL REICH


  

Non era un lager e non era un ospedale. Era qualcosa di più subdolo: un luogo dove la vita veniva accolta solo dopo essere stata misurata, giudicata, selezionata.

Progetto Lebensborn, “sorgente della vita”, e dietro quel nome che profuma di acqua e rinascita si nasconde uno dei piani più inquietanti del nazismo. A idearlo nel 1935 è Heinrich Himmler, che considera la natalità un dovere verso il popolo ed esorta gli uomini delle SS a procreare anche fuori dal matrimonio se la donna è “razzialmente adatta”.

Il regime incoraggia da tempo (ideologicamente e socialmente) le relazioni tra uomini tedeschi (soprattutto militari e SS) e donne ritenute “razzialmente idonee”, in particolare nel Nord Europa. E il progetto Lebensborn serve a selezionare la razza.

In origine le SS lo concepiscono come una rete di case maternità riservate a donne considerate razzialmente idonee, spesso non sposate, alle quali viene garantito anonimato, assistenza medica e protezione sociale. Il bambino non appartiene alla madre, ma al Reich. E se per qualche motivo non può restare con lei, viene adottato da famiglie “affidabili”, sempre secondo criteri ideologici.

Con la guerra, il progetto cambia volto. Al fronte gli uomini muoiono a migliaia, le nascite “spontanee” diventano insufficienti, e l’ideologia razziale smette di aspettare e comincia a prendere.

In Norvegia, occupata dal 1940, si registrano decine di migliaia di relazioni tra soldati tedeschi e donne norvegesi. I nazisti considerano le norvegesi “altamente ariane”. E da queste relazioni nascono molti figli. Non tutti sono frutto del Lebensborn. Che non crea le relazioni ma accoglie una parte delle madri, gestìsce le nascite e le adozioni;

Ma il peggio accade in altri territori occupati, soprattutto in Europa orientale: nei villaggi della Polonia, della Cecoslovacchia, della Slovenia, gli uomini delle SS cominciano a guardare ai bambini come si guarda a un bottino: capelli chiari, occhi chiari, se il sangue è buono, non importa dove sono nati. Così migliaia di bambini vengono sottratti alle famiglie, letteralmente rapiti.

Il Lebensborn diventa uno snodo burocratico: registra, classifica, ricolloca vite. Prima la selezione: medici e funzionari SS esaminano i bambini con misurazioni, osservazioni, test fisici e comportamentali. Poi la classificazione: bambini “idonei” da germanizzare, bambini “non idonei” lasciati, deportati o persino eliminati. Quindi la separazione: il bambino viene sottratto alla famiglia, spesso con la forza; ai genitori si dice che sarà educato, curato, protetto. Infine la cancellazione; nuovo nome, nuova lingua, nuovi documenti, divieto di parlare del passato, germanizzazione.

Si stima che almeno ottomila bambini siano nati direttamente nelle strutture Lebensborn, ma il numero dei minori coinvolti nelle politiche di germanizzazione resta incerto, perché molte tracce sono state distrutte.

Dopo il 1945, su quei figli calerà un secondo silenzio: in Norvegia e altrove saranno chiamati “war children”, additati, esclusi, colpevoli di una nascita sbagliata. Molti di questi bambini non ricordano più la famiglia d’origine, non sanno di essere stati rapiti, vengono restituiti a un mondo che non riconoscono. Altri non saranno mai ritrovati.

Il Lebensborn non è stata una fabbrica di mostri da romanzo, ma qualcosa di peggio: un ufficio della perfezione, dove la biologia diventava destino. Non c'erano solo le camere a gas a cancellare chi non era ritenuto degno, c'erano anche luoghi dove bastava decidere chi meritava di nascere.

848 - TOPI, RANE E IDROMELE: PRIMA DELLE DUE LINEETTE


  

Per millenni, prima che due lineette decidessero il destino di una donna, il test di gravidanza è stata una faccenda da indovini, officianti e… giardinieri.

Oggi basta un minuto in bagno. Ieri, invece, servivano grano, rane, topi e una discreta dose di fede. La storia del test di gravidanza comincia nell’antico Egitto, quando la medicina non ha paura di sporcarsi le mani.

Nei papiri ginecologici di Kahun, attorno al 1800 a.C., si legge di un metodo tanto semplice quanto sorprendente: l’urina della donna viene versata su semi di cereali. Se germogliano, la gravidanza è probabile. Se non cresce nulla, si riprova.

Il sesso del nascituro? Questione più simbolica che scientifica: orzo per il maschio, grano per la femmina. Funziona davvero? In parte sì: oggi sappiamo che l’urina delle donne incinte contiene sostanze che possono favorire la germinazione. Non male, per un test ante litteram.

I greci non sono da meno. Ippocrate suggerisce bevute strategiche di idromele: se arrivano coliche notturne, il concepimento è avvenuto. Nel Corpus Hippocraticum si parla persino di fumigazioni sotto le vesti per stabilire la fertilità: se l’odore arriva alla bocca, il corpo è “aperto”. Un’idea bizzarra, ma coerente con la visione del corpo come sistema di canali comunicanti.

Nel mondo romano, il confine tra medicina e divinazione si fa ancora più sottile. Svetonio racconta che Livia, futura madre dell’imperatore Tiberio, covò un uovo nel seno per predire il sesso del bambino. Nacque un gallo. E nacque Tiberio.

Poi arriva il Medioevo e l’urina diventa un oracolo. Colori, vapori, “nebbie” e sedimenti vengono scrutati come fondi di caffè. Finché nel Cinquecento un medico, Scipione Mercurio, ha il coraggio di dirlo chiaramente: leggere la gravidanza nell’urina è roba da ciarlatani, non da medici. Non sa quanto ha torto.

La vera svolta arriva infatti nel Novecento, e non è indolore. Nel 1928 i medici Aschheim e Zondek scoprono che proprio l’urina delle donne incinte contiene un ormone capace di far maturare le ovaie di animali da laboratorio. Nasce così il primo test “scientifico”: topine, conigli, rane. Molti animali non sopravvivono alla diagnosi.

Le rane Xenopus, però, hanno un talento speciale: se l’urina è positiva, deponevano uova in poche ore. Test rapido, animale salvo. Non tutto, però, va per il meglio: il commercio globale di anfibi contribuisce alla diffusione di un fungo letale che ancora oggi minaccia molte specie.

Negli anni Sessanta l’immunologia prende il posto degli animali. Gli anticorpi imparano a riconoscere l’ormone della gravidanza, la famosa hCG. Negli anni Settanta i test entrano in farmacia. Negli Ottanta diventano “one-step”. Negli anni Novanta arrivano gli enzimi e i display digitali.

Oggi basta attendere pochi minuti. Ma dietro quelle due lineette c’è una lunga storia di cereali annaffiati, uova covate, rane importate, ciarlatani e medici scettici. E' la magia che, passo dopo passo, è diventata scienza.


mercoledì 28 gennaio 2026

847 - L'UOMO PIU' BUGIARDO DEL MONDO


  

Oggi vi presento Louis de Rougemont, l'esploratore che sconfisse i terribili uomini rettile e fece volare i koala, lottò con piovre giganti e scimmie a sei braccia, fu adorato come un dio dagli aborigeni e duellò con un pesce sega a colpi d'ombrello.

Non ci credete? Fate bene. Sono tutte frottole. Eppure alla fine dell'ottocento le mirabolanti gesta di De Rougemont (uno pseudonimo: in realtà era uno svizzero di nome Henri Louis Grin) affascinarono un esercito di lettori.

Anno 1898, il Wide World Magazine, mensile britannico specializzato in “storie vere”, inizia a pubblicare le sue memorie. Più fantastiche dei Viaggi straordinari di Giulio Verne, più folli delle Avventure del barone di Munchausen. Ma il pubblico abbocca. I tempi sono quelli giusti, l’Europa vittoriana ha fame di avventure e scarsa voglia di verifiche.

Così l'avventuriero svizzero incanta lettori e ascoltatori col racconto di 30 anni trascorsi tra l’Australia e l’Oceania, fra esplorazioni scientifiche, popolazioni sconosciute e scoperte sensazionali. Millanta viaggi in isole abitate da ripugnanti uomini-rettile, e incontri con tribù di cannibali, con scimmie a sei braccia, cpn piovre colossali e mostri marini baffuti, e con marsupiali volanti che solcano i cieli dell’outback.

Sostiene di aver scoperto giacimenti di perle e d’oro custoditi da animali mai visti, di aver cavalcato tartarughe giganti per puro divertimento, di aver combattuto a colpi d’ombrello un pesce sega. Diventa perfino re di tribù aborigene che lo considerano un dio, grazie a fuochi d’artificio spacciati per prodigi soprannaturali.

Tutto falso. Tutto raccontato con tale sicurezza da mettere in difficltà studiosi, geografi, lettori colti. Le sue storie, è ampiamente documentato, fanno sensazione e dividono l’opinione pubblica, si accendono discussioni e confutazioni anche sulla stampa.

Esaminato e sottoposto a un fiume di domande dagli eminenti studiosi della Royal Geographical Society e di altre associazioni scientifiche, in un primo tempo riesce a convincerli, tanto che viene invitato a tener lezioni pubbliche. In breve si arricchisce grazie ad “articoli scientifici” pagatissimi e al business che avvia fornendo informazioni sui giacimenti che dice di aver scoperto.

Il gioco va avanti per qualche anno, finché qualcuno più scettico inizia a fare domande stringenti e dettagliate: nomi, distanze, mappe. E l’esploratore messo alle strette si perde. Non sa collocare bene i luoghi sulle mappe, e a nulla valgono le scuse del tipo “non posso dire niente perché ho stretto accordi di riservatezza”.

Smascherato, de Rougemont che fa? Neanche prova a difendersi: semplicemente cambia mestiere. Si reinventa uomo-spettacolo, parte per il Sudafrica e poi per l’Australia, presentandosi senza più pudore come “l’uomo più bugiardo del mondo”. Sul palco dimostra persino di saper cavalcare una tartaruga: l’unica cosa vera fra le mille raccontate. Scrive di lui il *Wide World Magazine*: «La verità è più strana della finzione, ma De Rougemont è più strano di entrambe».

Dietro al successo dell'uomo più bugiardo del mondo c'è una grande intuizione: se una storia è raccontata bene, il pubblico preferisce crederle piuttosto che fare la fatica di verificarla. Un'idea destinata a fare proseliti in molti campi, in primis nella politica: le chiamano fake news, e continuano a funzionare perché, oggi come un secolo fa, per usare una frase alla Barnum, “There’s a sucker born every minute”, ogni minuto nasce un fesso.

lunedì 26 gennaio 2026

846 - LA PICCOLA GRANDE DONNA


  

Sembra un personaggio uscito da un film stile Nikita o da una serie come Killing Eve. Forse meno letale, ma altrettanto efficace.

Pippa Latour ha gli occhi scuri e vivaci di chi, da bambina, ha visto fin troppo. Orfana a tre anni, cresciuta tra Sudafrica, Francia e Inghilterra, non ha ancora vent’anni quando decide che la guerra non la guarderà da lontano.

Si arruola come meccanica nell’Aeronautica ausiliaria femminile britannica. Ma un giorno, nel 1943, le dicono: “Abbiamo un altro incarico per te. Ti diamo tre giorni per pensarci.” “Non mi servono,” risponde. “Lo faccio.”

Così diventa Geneviève. Un nome in codice, una maschera di seta in un teatro di ombre. Si lancia col paracadute di notte nella Normandia occupata. E' il primo maggio del ’44, un mese esatto prima dello sbarco alleato.

Alta poco più di un metro e mezzo, con l’aspetto di una ragazzina di provincia, pedala tra i villaggi vendendo sapone e chiacchierando con i tedeschi. Sorride. E Intanto ascolta, osserva, memorizza.

La sua copertura: studentessa di pittura. I suoi veri strumenti: una radio nascosta in una stalla e una striscia di seta con i codici cifrati arrotolata tra i capelli. Sotto il grembiule, nessuna pistola. Solo coraggio.

Quando i nazisti scoprono il paracadute che l’ha portata lì, è costretta a fuggire. Cambia rifugio, si sposta da sola in bicicletta, e continua a trasmettere informazioni vitali su basi, convogli, postazioni di artiglieria. Ogni invio di messaggi le espone alla cattura. Ogni errore può costarle la vita.

Una volta la morte le passa davvero vicino: la catturano, la interrogano. E' sospetta, sì, ma sembra così giovane e innocente. E nessuno pensa di scioglierle il nastro di seta nei capelli. La rilasciano.

Finita la guerra, Pippa non cerca mai i riflettori. Si sposa con Patrick Doyle, ingegnere australiano. Vive in Kenya, alle Fiji, in Australia. Infine in Nuova Zelanda. E' madre di quattro figli. Nel tempo, arrivano i riconoscimenti. La *Croix de Guerre*, la Legion d’Onore, la medaglia dell’Impero Britannico.

Ma lei non parla volentieri del passato, a chi le chiede qualcosa, racconta poco. “Facevo solo quel che andava fatto,” dice. Muore a 102 anni nell’ottobre del 2023. Se ne va in silenzio, com’è vissuta.



845 - IL VERME IPNOTIZZATORE


  

Un ipnotizzatore invisibile lungo pochi millimetri che ti convince a fare quello che serve a lui, fino a portarti al suicidio.

Un'inquietante magia che avviene nel mondo degli insetti. Protagonista, un verme, lo “Spinochordodes tellinii” che, quando decide che è arrivato il momento di venire alla luce, prende il controllo della mente del suo ospite: un grillo o una cavalletta.

Il grillo cammina, salta, frinisce come sempre. Poi qualcosa cambia. Inizia a cercare l’acqua, e quando una pozza, un canale, una piscina gli capita vicino, l’istinto di conservazione svanisce.

L’insetto si getta nell’acqua, gesto contro natura per chi è nato per evitarla. E il verme ipnotizzatore si libera, si srotola, nuota. L’acqua è il suo vero mondo: lì si accoppia, depone le uova, ricomincia il ciclo.

Le larve del verme prima di finire dentro il grillo passano da altri ospiti acquatici (larve di insetti, piccoli crostacei). Quando il grillo o la cavalletta mangia questi organismi, ingerisce anche il futuro “verme ipnotizzatore”. Che una volta ingerito, per mesi cresce nell’ombra fino a diventare un filo vivente tre o quattro volte più lungo del corpo che lo ospita.

Il grillo spesso muore annegato, ma non sempre. Se sopravvive, può tornare a vivere, come un testimone scampato a una manipolazione mentale. Gli scienziati parlano di alterazioni dell’orientamento, di risposte alla luce, di sottili interferenze biochimiche con il sistema nervoso.

Nessuna bacchetta magica, nessun comando a distanza. Solo un piccolo verme che, al momento giusto, riscrive il comportamento dell’ospite, e come un grande ipnotizzatore riesce a condizionare totalmente le scelte della sua vittima, tanto da portarla fino alla decisione finale, assurda e fatale.


domenica 25 gennaio 2026

844 - LA CITTA' DELLE DONNE

 


 

Esiste un luogo dove l’amore non porta al matrimonio, il sesso non crea scandalo e la famiglia non nasce da un uomo e una donna. Non è un’utopia né una provocazione: è il mondo dei Mosuo.

Oggi vi porto nel sud-ovest della Cina, sulle rive del lago Lugu, tra Yunnan e Sichuan. Qui il tempo ha seguito una strada laterale. I Mosuo sono una società matrilineare e matrilocale. In parole povere, il nome, i beni, la casa e i figli passano attraverso la linea femminile.

Le donne amministrano la famiglia, organizzano il lavoro, custodiscono la memoria. Gli uomini non sono marginali, come spesso si racconta: in realtà allevano, pescano, macellano, partecipano alle decisioni del villaggio. Ma non diventano mariti nel senso in cui lo intendiamo noi.

Il loro legame amoroso si chiama “tisese”, si può tradurre con “matrimonio camminante”. Nessuna convivenza, nessun contratto. L’uomo arriva di notte e se ne va all’alba, tornando alla casa materna. Le relazioni possono durare una notte o una vita intera. Molte sono stabili, alcune esclusive. Altre no. E nessuna viene giudicata.

I figli restano con la madre. Il padre biologico può esserci, essere conosciuto, presente, ma non è l’asse portante dell’educazione. Quel ruolo spetta agli zii materni, sorelle e fratelli delle donne, in una rete familiare che rende il divorzio inutile perché la famiglia, semplicemente, non si rompe mai.

Non è un matriarcato da cartolina né un’utopia erotica. È un sistema antico, pragmatico, che ha funzionato per secoli. Oggi è sotto pressione: il turismo, lo Stato, il matrimonio “moderno” avanzano.

Ma sulle acque calme del lago Lugu resiste ancora un’idea non convenzionale di convivenza per noi aliena e spiazzante. Dove l'amore e il possesso sono cose assai diverse, dove si praticano modi alternativi di stare insieme.

E dove le donne reggono l’ordine delle cose senza dominare gli uomini: amministrano la casa, decidono il lavoro, custodiscono i legami e garantiscono continuità. Non comandano: governano. E forse è proprio questo il dettaglio che più ci colpisce e ci disorienta.


sabato 24 gennaio 2026

843 - LE DOTTORESSE

 


 

Guardate bene questa foto, scattata il 10 ottobre del 1885. Tre giovani donne in abiti tradizionali di diversi Paesi, sedute negli austeri corridoi del WMCP (Women’s Medical College of Pennsylvania).

Non sorridono, ma quello che la macchina coglie è il loro sguardo fermo, deciso, determinato. E di determinazione ne serve tanta in quegli anni per una donna che vuole affermarsi, esprimere la propria personalità, rincorrere i propri sogni in un mondo che discute se il cervello femminile sia adatto allo studio e se una donna possa reggere il peso della conoscenza senza mettere a rischio la maternità.

Eppure queste tre donne, arrivate negli Stati Uniti da mondi diversi e lontanissimi, stanno per laurearsi in medicina: una donna medico, quasi un ossimoro, di più, una bestemmia per l'epoca.

Oggi vi racconto la loro storia, ma prima vale la pena di conoscere quella del WMCP. Lo fondano nel 1850 i quaccheri di Germantown. Già, i quaccheri (la Religious Society of Friends), che incredibilmente sono stati tra i primissimi movimenti religiosi occidentali a credere davvero, nei fatti, nei diritti delle donne.

Non per slogan moderni, ma per una convinzione teologica radicale. Alla base del quaccherismo c’è l’idea della “luce interiore”: ogni essere umano, uomo o donna, possiede una scintilla divina. Se Dio parla a tutti allo stesso modo, non esistono gerarchie spirituali fondate sul genere.

Da qui derivano scelte che, tra Seicento e Ottocento, sono scandalose: le donne possono predicare nelle assemblee quacchere; partecipano alle decisioni comunitarie; gestiscono scuole, opere sociali, ospedali; vengono istruite, perché l’ignoranza è vista come un male morale.

Così non stupisce che il WMCP sia il primo college di medicina femminile al mondo. Una vera anomalia in un’epoca che esclude le donne dalle università, dagli ospedali, dal voto e spesso dal diritto di scegliere il proprio destino.

Proprio per questo, lì cominciano ad arrivare studentesse da tutto il mondo: dall’India, dal Giappone, dal Medio Oriente ottomano. Non per moda, ma per necessità. Nei loro Paesi, studiare medicina è proibito. Ed ecco la storia delle tre ragazze della foto.

Anandibai Gopal Joshi nasce nel 1865. Poco più che ventenne, attraversa gli oceani dall’India coloniale per laurearsi in medicina occidentale. Si iscrive alla WMCP si laurea in medicina prima di compiere 21 anni con una tesi su “Obstetricia tra gli Hindù ariani”. Gli archivi conservano lettere che raccontano la sua determinazione nel contrastare la forte opposizione della sua famiglia. Torna a casa come simbolo vivente di una possibilità nuova, ma la tubercolosi la uccide nel 1887, prima che possa esercitare davvero.

Kei Okami nasce nel 1859 in Giappone. Non è la prima donna medico in assoluto del suo Paese, ma è la prima a ottenere una laurea occidentale. Subito dopo la laurea torna in Giappone e, per quanto ostacolata dal clero e dalle istituzioni conservatrici, lavora come ginecologa, apre una clinica privata. insegna e contribuisce alla formazione infermieristica e alla promozione dell’educazione sanitaria femminile. Muore nel 1941.

Sabat Islambouli, di origine ebraica-curda, nasce nel 1867 in una regione che oggi chiamiamo Siria ma che allora era Impero Ottomano. Dopo la laurea le notizie sulla sua vita sono scarse: risiede a Damasco e poi al Cairo, ma non si sa con precisione dove e come eserciti la professione. Muore anche lei nel 1941.

In quegli stessi anni in cui si laureano le tre ragazze, tra quelle stesse mura il WMCP forma anche la prima dottoressa nativa americana, Susan La Flesche, e accoglie ex schiave afroamericane. Ai primi del novecento le laureate sono centinaia, provenienti da tutti i continenti. E' un vero laboratorio di futuro in un secolo che ha paura del futuro.

La fotografia di Anandibai, Kei e Sabat racconta il momento in cui la medicina smette di essere un privilegio maschile. E lo fa senza proclami, con tre sguardi che sembrano dire: “siamo qui, e ormai è troppo tardi per fermarci”.

venerdì 23 gennaio 2026

842 - PSICANALISI E DISCHI VOLANTI


  

Il 14 dicembre del 1954, nel deserto dell’Arizona, Wilhelm Reich, celebre psicoanalista, allievo di Freud, punta uno strano marchingegno artigianale verso il cielo: obiettivo, combattere gli Ufo.

La bizzarra macchina, fatta di tubi metallici collegati all’acqua di un fiume, serve nelle sue intenzioni a manipolare l’energia invisibile che governa la vita, il clima e persino l’universo. Quella sera lo scienziato scrive per la prima volta di aver combattuto una battaglia interplanetaria contro un oggetto volante non identificato.

Reich non è un visionario qualunque. Medico, psicoanalista, allievo della Vienna freudiana, negli anni Trenta individua e dà un nome all’energia invisibile che, secondo lui, permea la vita e il cosmo: l'orgone.

Azzurra, pulsante, vitale. E' l'energia sessuale repressa che ognuno dovrebbe liberare per risolvere le tensioni psicofisiche: troppa, e stai bene. Bloccata, e ti ammali. Per trattenerla costruisce gli accumulatori di orgone: scatole di legno e metallo in cui sedersi come in una cabina dell’anima.

Nel 1941 coinvolge perfino Albert Einstein: il fisico misura, osserva e conclude che non c’è nessuna nuova energia, solo normali fenomeni termici. Lui non accetta il verdetto. E' l’inizio di una frattura col mondo.

Reich, sempre più isolato, sposta lo sguardo verso il cielo, e individua il Dor (Deadly Orgone), una forma letale di orgone, associata a siccità, desertificazione, depressione vitale.

Sono gli anni Cinquanta, e le segnalazioni di Ufo si moltiplicano. Lo scienziato fa due più due: i veicoli extraterrestri esistono, e funzionano con l’orgone, ma per produrlo emettono Dor, avvelenando l’ambiente terrestre. Sono gli alieni con questa energia letale a causare la desertificazione della Terra.

Così inizia la sua guerra personale agli Ufo combattuta a colpi di cloudbuster, il macchinario di sua invenzione che ripulisce il cielo dal Dor, e ne racconta le vicende in “Contact with Space”.

Le sue attività fanno discutere, e finiscono per richiamare l'attenzione delle autorità americane che gli vietano di vendere i suoi accumulatori e altro materiale terapeutico. Reich rifiuta di piegarsi.

Lo processano e lo assolvono dalle accuse, ma lo condannano per oltraggio alla corte: due anni senza condizionale. I suoi libri vengono distrutti, gli apparecchi smantellati: una scena da America maccartista, con il fuoco al posto del dialogo.

Nel marzo del 1957 Reich entra nei penitenziario federale di Lewisburg, in Pennsylvania. Chiede una sola cosa: di poter continuare a scrivere e lavorare in carcere. Glielo negano.

Morirà in cella pochi mesi dopo, il 3 novembre 1957, ufficialmente per insufficienza cardiaca, a 60 anni, pochi giorni prima dell’udienza che doveva riaprire il suo caso.


867 - L'INCUBO CHE UCCIDE

   Non voleva più dormire. Perché, diceva, appena mi addormenterò “quella cosa” tornerà a prendermi. Questa è una storia incredibi...