Sembra
impossibile ma…
Il
fenomeno hooligans non è nato negli stadi calcistici del ventesimo
secolo: da quando gli atleti si confrontano di fronte a un pubblico,
gruppi di tifosi organizzati pronti a tutto per veder prevalere i
propri colori si sfidano sulle gradinate. E a Costantinopoli 1500
anni fa gli scontri violenti fra ultrà si sono trasformati in una
vera ecatombe.
Anno
532, Costantinopoli è la capitale dell’Impero Bizantino e
Giustiniano è l’imperatore. La gente impazzisce per le corse dei
carri all’ippodromo, quei sette giri di pista nei quali si sfidano
i migliori cavalieri sono attesi con ansia dai tifosi delle quattro
fazioni in cui è divisa la città. Il colore delle vesti e dei
finimenti identifica le “squadre”: Verdi, Rossi, Azzurri e
Bianchi. La rivalità più forte è quella fra i Verdi e gli Azzurri,
che si dividono le vittorie e si scontrano anche fuori
dall’ippodromo, divise dalla politica e dalla religione: i Verdi
rappresentano il partito aristocratico (i "Contribuenti"),
gli Azzurri il partito popolare (i "Miserabili"), che però
sostengono l’imperatore e sono i prediletti della moglie Teodora.
Le due fazioni, che si distinguono anche per il taglio dei capelli e
la foggia degli abiti, vantano amicizie e protezioni, si dividono
compensi e incarichi e godono da tempo di una quasi totale impunità.
Alla vigilia della gara, prevista per l’11 gennaio, si accendono
violenti scontri che causano diverse vittime.
L’imperatore
stavolta sceglie la linea dura, fa arrestare i capi ultrà Verdi e
Azzurri e ne condanna 7, colpevoli di omicidio, all’impiccagione.
E’ il 10 gennaio. Due di loro, un Verde e un Azzurro, si salvano
miracolosamente per la rottura del patibolo, fuggono e si rifugiano
in un monastero, che viene circondato dai soldati. Le fazioni rivali
chiedono insieme clemenza a Giustiniano, ma lui non sente ragioni, li
fa stanare e impiccare. La mattina dopo all’ippodromo è il
finimondo, Verdi e Azzurri coalizzati guidano la sommossa con fischi
e slogan all’ingresso di Giustiniano e Teodora, che scappano e si
barricano nel palazzo imperiale.
E’
l’inizio di una rivolta che andrà avanti per 6 giorni, fra
scontri, barricate, incendi e saccheggi. Il generale Belisario fa
sapere ai capi degli ultrà che in cambio della salvezza andrà
all’ippodromo e distribuirà il tesoro imperiale ai rivoltosi. I
quali ignorano che nel frattempo alle porte della città è arrivato
il generale Narsete reduce dalla guerra persiana. In migliaia vanno
all’ippodromo. Gli uomini di Narsete e Belisario li chiudono dentro
e ne fanno strage.
Il
18 gennaio dopo 6 giorni di guerriglia urbana si conclude quella che
i libri di storia ricorderanno come Rivolta di Nika, dal grido "Nikā,
Nikā" ("Vinci! Vinci!") con cui i tifosi incitavano i
loro campioni nelle corse di carri. Quando si riaprono le porte
dell’ippodromo, il campo di gara è un lago di sangue, sulle
gradinate ci sono i resti di 35.000 ultrà vestiti di verde e di
azzurro.

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