Cinque parole. Venticinque lettere. E un enigma che da quasi duemila anni continua a girare su se stesso come una ruota.
SATOR – AREPO – TENET – OPERA – ROTAS. Lo hanno inciso sui muri, sulle pietre, nelle chiese, sulle colonne. A Pompei, prima che il Vesuvio cancellasse la città. Poi in mezza Europa, come se qualcuno avesse seminato quel quadrato latino sulle strade della storia.
A prima vista sembra un gioco. E in parte lo è. Si legge da sinistra a destra, da destra a sinistra, dall’alto in basso e dal basso in alto. Al centro, TENET forma una croce perfetta. Un rompicapo? Una formula magica? Un segno di riconoscimento? Qui comincia il mistero.
La traduzione più prudente dice: “Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote”. Ma “Arepo” è il sasso nell’ingranaggio: non compare altrove nel latino classico. Potrebbe essere un nome proprio, una parola straniera, un termine inventato per chiudere il meccanismo. E allora il quadrato diventa una macchina perfetta con una chiave mancante.
Chi ama l’arcano vi ha visto molto di più. Le lettere, rimescolate, formano due volte la parola “paternoster”, disposta a croce, lasciando fuori due A e due O: Alfa e Omega, principio e fine. Da qui l’ipotesi cristiana: un simbolo segreto dei primi fedeli, forse usato quando la nuova religione doveva nascondersi.
La ricerca storica, però, invita alla prudenza. I più antichi esemplari conosciuti sono pompeiani e non dimostrano la presenza di cristiani. Inoltre il quadrato più antico si presenta nella forma rotas, non sator. Può darsi che i cristiani lo abbiano adottato più tardi, affascinati da quella croce nascosta, ma non è certo che lo abbiano inventato.
Nel Medioevo, invece, il Sator cambia pelle. Diventa amuleto. Lo si usa contro incendi, malattie, parti difficili, malocchio. Cinque parole che forse nessuno capiva più, ma che proprio per questo sembravano potenti.
I sostenitori del mistero dicono: troppe coincidenze, troppa simmetria, troppi simboli. Gli scettici rispondono: attenzione, da venticinque lettere si possono ricavare molti significati, soprattutto se si parte già sapendo cosa si vuole trovare.
E allora resta lui, il quadrato. Muto, ostinato, perfetto. Forse un gioco romano. Forse un talismano. Forse un proverbio perduto. Magari un ragazzino di Pompei lo avrebbe guardato e ci avrebbe detto ridendo: “Ma è ovvio”. Ovvio per lui. Un mistero per noi.

