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venerdì 8 maggio 2026

870 - IL CODICE MAGICO

 


 

Cinque parole. Venticinque lettere. E un enigma che da quasi duemila anni continua a girare su se stesso come una ruota.

 SATOR – AREPO – TENET – OPERA – ROTAS. Lo hanno inciso sui muri, sulle pietre, nelle chiese, sulle colonne. A Pompei, prima che il Vesuvio cancellasse la città. Poi in mezza Europa, come se qualcuno avesse seminato quel quadrato latino sulle strade della storia.

A prima vista sembra un gioco. E in parte lo è. Si legge da sinistra a destra, da destra a sinistra, dall’alto in basso e dal basso in alto. Al centro, TENET forma una croce perfetta. Un rompicapo? Una formula magica? Un segno di riconoscimento? Qui comincia il mistero.

La traduzione più prudente dice: “Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote”. Ma “Arepo” è il sasso nell’ingranaggio: non compare altrove nel latino classico. Potrebbe essere un nome proprio, una parola straniera, un termine inventato per chiudere il meccanismo. E allora il quadrato diventa una macchina perfetta con una chiave mancante.

Chi ama l’arcano vi ha visto molto di più. Le lettere, rimescolate, formano due volte la parola “paternoster”, disposta a croce, lasciando fuori due A e due O: Alfa e Omega, principio e fine. Da qui l’ipotesi cristiana: un simbolo segreto dei primi fedeli, forse usato quando la nuova religione doveva nascondersi.

La ricerca storica, però, invita alla prudenza. I più antichi esemplari conosciuti sono pompeiani e non dimostrano la presenza di cristiani. Inoltre il quadrato più antico si presenta nella forma rotas, non sator. Può darsi che i cristiani lo abbiano adottato più tardi, affascinati da quella croce nascosta, ma non è certo che lo abbiano inventato.

Nel Medioevo, invece, il Sator cambia pelle. Diventa amuleto. Lo si usa contro incendi, malattie, parti difficili, malocchio. Cinque parole che forse nessuno capiva più, ma che proprio per questo sembravano potenti.

I sostenitori del mistero dicono: troppe coincidenze, troppa simmetria, troppi simboli. Gli scettici rispondono: attenzione, da venticinque lettere si possono ricavare molti significati, soprattutto se si parte già sapendo cosa si vuole trovare.

E allora resta lui, il quadrato. Muto, ostinato, perfetto. Forse un gioco romano. Forse un talismano. Forse un proverbio perduto. Magari un ragazzino di Pompei lo avrebbe guardato e ci avrebbe detto ridendo: “Ma è ovvio”. Ovvio per lui. Un mistero per noi.



869 - IL FISCHIETTO DELLA MORTE


  

C’è un piccolo oggetto d’argilla che sembra fatto apposta per mettere paura anche a chi non crede ai fantasmi.

Sta nel palmo di una mano, ha spesso la forma di un teschio, e quando qualcuno ci soffia dentro non produce una nota, ma qualcosa che assomiglia a un urlo. Un lamento umano. Un grido strozzato. Come se, da un frammento di terra cotta, uscisse per un attimo la voce dei morti. Lo chiamano “fischietto della morte azteco”.

La storia, ripulita dalle leggende, comincia in Messico. Alcuni di questi strumenti vengono ritrovati in contesti funerari o rituali, legati alla civiltà mexica, tra il XIII e il XVI secolo. Nel 1999, a Tlatelolco, vicino all’antica Tenochtitlan, l’archeologo Salvador Guilliem Arroyo riporta alla luce resti di vittime sacrificate al dio del vento Ehecatl.

Uno dei corpi, un giovane decapitato, stringe tra le mani un piccolo fischietto con il volto della morte. Da quel momento, l’oggetto entra nell’immaginario contemporaneo: non più semplice reperto archeologico, ma porta sonora verso l’invisibile.

Chi ama il mistero vi vede qualcosa di più. Secondo alcuni, quei fischietti sarebbero stati usati nei sacrifici umani per terrorizzare le vittime prima della morte, oppure per accompagnarne l’anima nel viaggio verso il Mictlan, l’oltretomba azteco. Altri immaginano interi eserciti che, prima della battaglia, soffiano in centinaia di teschi d’argilla, trasformando il campo in un coro di urla disumane capace di paralizzare i nemici.

La scienza frena l’entusiasmo ma non spegne il fascino. Gli studiosi riconoscono che il suono è davvero impressionante: la struttura interna, formata da camere acustiche contrapposte, crea turbolenze d’aria e produce un effetto ambiguo, a metà tra voce umana, vento e rumore artificiale. Uno studio recente dell’Università di Zurigo ha mostrato che questi suoni vengono percepiti come inquietanti, avversivi, difficili da classificare dal cervello. Ma il loro uso preciso resta incerto.

I sostenitori dell’ipotesi più suggestiva ricordano che i fischietti sono modellati come teschi, che compaiono in luoghi legati ai sacrifici e che il loro suono sembra fatto apposta per evocare paura, morte, passaggio nell’aldilà. Se un popolo attribuisce valore sacro al vento, agli inferi, alle ossa e al viaggio dei defunti, perché non avrebbe potuto creare uno strumento capace di dare voce a tutto questo?

Gli studiosi più prudenti rispondono che bisogna distinguere tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo. Non ci sono prove solide che i fischietti venissero usati in massa in guerra. Le repliche moderne, spesso più grandi o costruite diversamente, possono produrre urla più spettacolari degli originali. E ciò che oggi a noi sembra “terrorifico” poteva avere, per gli Aztechi, un significato completamente diverso: non paura, ma rito; non orrore, ma passaggio; non cinema dell’incubo, ma linguaggio religioso.

E allora il mistero rimane lì, minuscolo e potentissimo, in un oggetto che sta in una mano e contiene un mondo intero. Un teschio d’argilla, un soffio, un suono che il nostro cervello non sa bene dove mettere: uomo o vento? Vita o morte? Strumento o spirito?

Forse non sapremo mai se quel fischio serviva a spaventare, a consolare, a evocare un dio o ad accompagnare un’anima nell’oscurità. Ma una cosa è certa: dopo cinque secoli, basta un soffio perché il passato torni a gridare.



venerdì 27 febbraio 2026

867 - L'INCUBO CHE UCCIDE


  

Non voleva più dormire. Perché, diceva, appena mi addormenterò “quella cosa” tornerà a prendermi.

Questa è una storia incredibile ma vera. Inizia alla fine degli anni Settanta, a Los Angeles, in una famiglia di rifugiati cambogiani fuggiti ai Khmer rossi, quando il figlio comincia a rifiutare il sonno.

Dice che appena chiude gli occhi “qualcosa” lo insegue. Non un incubo qualunque: una presenza che gli si siede sul petto, lo paralizza, lo soffoca. Così resta sveglio per giorni, le luci accese, il cuore in allarme. I genitori pensano a un trauma, allo stress, ai fantasmi della fuga.

Poi non ce la fa più, una notte cede. Si addormenta. E le urla squarciano la casa. Quando i genitori entrano in camera, il ragazzo è già morto.

Ma la cosa ancora più incredibile è che non si tratta di un caso isolato.Tra il 1977 e il 1981 decine di giovani uomini del Sud-Est asiatico – molti hmong e laotiani, alcuni cambogiani – muoiono nel sonno negli Stati Uniti.

Il fenomeno viene studiato dal CDC (Centers for Disease Control and Prevention) gli danno anche un nome: SUNDS, Sudden Unexpected Nocturnal Death Syndrome.

Nelle comunità orientali si da' una spiegazione antica, si parla sommessamente del “dab tsog”, uno spirito notturno che si posa sul petto e toglie il respiro.

La scienza, anni dopo, ipotizzerà aritmie fatali, oggi associate anche alla sindrome di Brugada, forse aggravate dallo stress e dalla privazione del sonno.

Intanto, in California, un giovane regista legge quegli articoli sul Los Angeles Times. Si chiama Wes Craven. E da quei ragazzi terrorizzati all’idea di addormentarsi nasce – racconterà il regista anni più tardi - un uomo con il cappello e le lame alle dita: Freddy Krueger. E da quel giorno, con “Nightmare”, il sonno non sarà più lo stesso.

866 - IL FANTASMA DI FUKUOKA


  

Vi è mai capitato, quando tra le pareti di casa vostra ci siete solo voi, di avvertire nel silenzio la sensazione inquietante di non essere soli?

La storia che vi racconto si svolge a Fukuoka, in Giappone, nel 2008. In un appartamento pulito ed ordinato della periferia un uomo – di cui non è stato diffuso il nome – conduce una vita regolare. Vive da solo, il lavoro lo impegna molto e passa l'intera giornata fuori da casa, ma ogni sera rientra stanco fra le mura domestiche.

Una routine scandita da orari precisi e fatta di rituali sempre uguali. Finché un giorno cominciano una serie di impercettibili anomalie: il riso che diminuisce, uno yogurt che sparisce dal frigo, piccoli oggetti fuori posto, la bottiglia dell’acqua sulla mensola diversa da quella dove era sicuro di averla lasciata.

Nulla di clamoroso. Solo anomalie minime, quotidiane. Le prime volte l'uomo si accusa di distrazione. Forse ricorda male. Forse mangia senza farci caso. Ma il dubbio in breve diventa un tarlo.

Così un giorno decide di installare alcune telecamere interne. L'idea non è quella di smascherare un ladro, ma di liberarsi di una sensazione inquietante: quella di non essere solo. Alla sera, al ritorno dal lavoro, l'uomo fa partire il video. Con il cuore in gola, segue le riprese di tutte le stanze, in cerca di qualcosa di insolito.

E ad un tratto, eccolo. Un’anta dell’oshiire – l’armadio a muro dove si ripongono i futon – si apre lentamente. E ne esce una figura minuta, circospetta. Si muove lentamente, ma si vede che conosce la casa. Si dirige verso il frigo, lo apre, mangia poco cibo, richiude con cura, poi si trascina di nuovo su per l’armadio.

Sarà la polizia ad aprire le ante dell' oshiire. Dentro gli agenti stupiti trovano un minuscolo nascondiglio: un materassino, bottiglie d’acqua, abiti piegati. E una donna.

Si chiama Tatsuko Horikawa, 58 anni, senza fissa dimora. Racconta di essere entrata un giorno, tanto tempo fa, trovando la porta chiusa male. Gli agenti la arrestano con l’accusa di violazione di domicilio, e la portano via.

Si scoprirà che viveva lì da un anno. Per dodici lunghi mesi il padrone di casa ha condiviso l’aria, il silenzio, i passi notturni, la sua intimità con un’ombra. Senza accorgersene.

Incredibile, certo. Ma stanotte, prima di andare a letto, fermatevi un istante a riflettere: gli scricchiolii che attribuite al legno, le piccole cose fuori posto, il cibo che finisce troppo in fretta. Siete proprio sicuri che siano frutto della vostra immaginazione?

giovedì 29 gennaio 2026

850 - LE DONNE DI FUORA


  

C’erano mattine, in Sicilia, in cui un bambino si svegliava con i capelli annodati come se qualcuno ci avesse giocato tutta la notte. Erano i trizzi. E quando comparivano, nei paesi dell’interno, la gente rabbrividiva.

Le chiamavano “donne di fuora”, perché non stavano mai davvero “dentro” questo mondo. Il termine donas de fuera compare negli atti inquisitoriali spagnoli riferito specificamente a donne accusate di stregoneria (brujas).

Figure ambigue, sospese: streghe per gli inquisitori, fate capricciose ma benevole, presenze notturne più curiose che malvagie per la gente del popolo. Lo studioso Giuseppe Pitrè le descriveva così: temute, sì, ma anche rispettate. Perché le “donne di fuora” potevano fare male, ma sapevano anche proteggere.

Alcuni studiosi (come Henningsen nella ricerca sulle relazioni inquisitoriali) suggeriscono che i raduni di “donne di fuora” fossero descritti in maniera molto più festosa nei racconti dei testimoni — con banchetti e danze — rispetto alla visione diabolica imposta dagli inquisitori.

I trizzi ‘nni capiddi erano il loro segno più riconoscibile. Nodi ostinati, difficili da sciogliere, che secondo la credenza non andavano forzati: solo chi li aveva fatti avrebbe potuto scioglierli davvero.

Per alcuni erano una carezza magica, un sortilegio benigno lasciato ai neonati. Per altri, soprattutto quando un bambino si ammalava o moriva, diventavano una colpa, un’accusa, una spiegazione facile per l’inesplicabile.

Dal sedicesimo secolo in poi la tolleranza finì. Le donne che conoscevano le erbe, preparavano unguenti, parlavano con la natura, vennero guardate con sospetto. In tutta la Sicilia ci furono processi per stregoneria, in cui alcune donne furono arrestate, torturate e condannate per pratiche magiche e sortilegi, spesso mescolando credenze popolari e interpretazioni ecclesiastiche diaboliche.

Tuttavia, la maggior parte delle condanne non prevedeva la morte sul rogo: la pena capitale era rara in Sicilia rispetto ad altre aree d’Europa, e molte imputate furono condannate all’esilio, alla prigionia o a pene corporali.

La figura delle “donne di fuora” in tempi moderni è stata studiata dagli antropologi. Secondo alcuni avrebbe origini antiche, legate al paganesimo, al culto di Diana o a tradizioni occulte orientali o greche: un’ipotesi comparativa suggerita dagli studiosi per analogie con figure simili in altre tradizioni europee (le Dames Blanches francesi o le Benshees scozzesi, che condividono tratti ambivalenti tra bene e male nei racconti popolari) e nel mito dei dominæ nocturnæ.

E ancora oggi, in certe zone rurali della Sicilia per qualcuno le donne di fuora sono ancora lì. Di certo non se ne sono mai andate del tutto: sopravvivono nei racconti sussurrati la sera, nelle raccomandazioni dette a mezza voce, nelle frasi ammonitrici delle mamme per far star buoni i bambini.

giovedì 2 ottobre 2025

838 - IL TESORO DI SADDLE RIDGE


 

Non è proprio la pentola piena d'oro delle fiabe, quella che si trova in fondo all'arcobaleno, ma qualcosa che gli assomiglia parecchio.

Otto barattoli arrugginiti nascosti appena sotto il terreno di una collina. Dentro, un tesoro da far girare la testa: 1.427 monete d’oro, lucenti, intatte, come se il tempo non fosse mai passato.

È il 2013 quando una coppia californiana (nota solo come “John e Mary”), passeggiando col cane tra i sentieri della loro proprietà a Trinity County, nota una lattina spuntare dalla terra smossa. Il cane tira, loro scavano: il metallo fragile si sbriciola e lascia cadere un fiume dorato. Non uno, ma otto recipienti colmi.

Il ritrovamento, battezzato “Saddle Ridge Hoard” (il tesoro nascosto di Saddle Ridge, toponimo volutamente generico e non identificabile) viene stimato dieci milioni di dollari, un valore che non sta soltanto nel metallo, ma nell’assurdità del mistero: monete emesse tra il 1847 e il 1894, molte mai circolate, custodite come in una cassaforte invisibile.

Chi le ha sepolte? E perché? Le ipotesi si sprecano: rapinatori leggendari come Jesse James, furti alla Zecca di San Francisco, complotti di società segrete. Ma nulla regge: le date non coincidono, i registri non parlano.

La spiegazione più sobria è che qualcuno, temendo crisi e banche, abbia preferito affidare il proprio oro alla terra, e poi non sia mai tornato a riprenderlo. Chissà che storia si nasconde dietro quei barattoli pieni di monete luccicanti. Di certo lo sconosciuto proprietario non immaginava che un giorno un cane avrebbe scavato in quel punto e avrebbe riportato alla luce il più grande tesoro sepolto d’America.

Oggi le monete, catalogate una per una, portano tutte l’impronta ufficiale “Saddle Ridge Hoard”. La coppia rimane anonima, comunica solo attraverso l’intermediario Kagin’s (la società numismatica che gestsceì la vendita di lotti delle monete), e ha spiegato questa scelta con motivi di sicurezza personale e di privacy fiscale e legale.

Allo stesso modo non ha mai rivelato l’esatta posizione del ritrovamento, per timore di orde di cacciatori nella loro proprieta. Per questo non è stato possibile condurre sul terreno ricerche più approfondite. E il mistero rimane.

lunedì 29 settembre 2025

834 - STONEHENGE IN SVIZZERA


Sembrava solo un fondale piatto, addormentato da millenni sotto le acque quiete del Lago di Costanza. Invece, nel 2015, i sonar restituirono un’immagine che lasciò gli archeologi a bocca aperta.

Una lunga fila di colossi silenziosi, più di 200 tumuli di pietre allineati per 15 chilometri lungo il litorale del lago, a pochi metri dalla riva svizzera. Non erano capricci della natura, ma l’opera di mani umane, mani che avevano sollevato e trascinato 80.000 tonnellate di roccia. E lo avevano fatto più di cinquemila anni fa.

I giornali sono i primi a parlare di “Stonehenge svizzera”, anche se non sono grandi cerchi di pietre erette, ma cairn sommersi, enormi cumuli di sassi larghi fino a trenta metri e alti due, disposti a ritmo regolare sotto quattro metri d’acqua. Una muraglia invisibile, nascosta finché la tecnologia non l’ha smascherata.

Le prime indagini, condotte dall’Ufficio archeologico di Turgovia e dall’Università di Berna, scavano nei sedimenti e trovano prove enigmatiche: pali di legno infissi nel fondale, tagliati con asce di pietra, e resti organici datati al 3500 avanti Cristo. Dunque costruzioni realizzate in un’epoca in cui sulle rive dei laghi alpini venivano edificati i primi villaggi palafitticoli.

Che scopo avevano? E' un mistero. Forse piattaforme sacre, isolotti artificiali per onorare i morti o evocare il passaggio tra terra e acqua. Forse segni rituali, monumenti al cielo e all’acqua più che agli uomini. Alcuni indizi – come pesi da rete ritrovati in loco – parlano anche di riusi più recenti legati alla pesca. Ma la funzione originaria resta un enigma, e ogni immersione aggiunge suggestioni senza cancellare dubbi.

Certo è che quelle pietre, caricate e posate con una fatica che non possiamo neanche immaginare, resistono sotto le onde del Bodensee. La “Stonehenge svizzera” senza cerchi solenni, né megaliti in piedi, racconta ai sub che continuano le ricerche muovendosi fra quei cumuli scuri la storia di uomini che cinquemila anni fa hanno lasciato messaggi di pietra capaci di superare le barriere del tempo.




giovedì 25 settembre 2025

831 - IL PICCOLO UOMO


 

Pedro stava lì da secoli, seduto e con le braccia conserte, in attesa di qualcuno che buttasse giù la parete di roccia di quella piccola grotta.

Nelle montagne del Wyoming, a oltre duemila metri d’altitudine, nel giugno del 1934 due cercatori d’oro si aprono un varco nella caverna che stanno esplorando facendo esplodere il fondo cieco di un cunicolo. E si ritrovano in una piccola grotta, chiusa da secoli.

Al suo interno, su una sporgenza di pietra a poco più di settanta centimetri dal suolo, siede immobile una creatura mummificata, grande quanto una bambola. Sembra meditare, le braccia ripiegate sul petto, il volto rugoso e contratto.

La battezzano Pedro, la mummia delle San Pedro Mountains. Alta poco più di quindici centimetri da seduta, diventa presto leggenda. La drogheria del paese la espone in vetrina come curiosità, i cartelloni la pubblicizzano come “l’uomo più piccolo del mondo”.

Quando il rivenditore d’auto Ivan Goodman la compra, la rinchiude in una teca di vetro su base di legno e la porta in giro come un trofeo. A New York la mostra al celebre antropologo Harry Shapiro, che gli fa una serie di radiografie. Risultato, ossa complete, vertebre, cranio, costole. Non è un falso assemblato per fregare i gonzi, come si usa nei side show dei luna park, è una vera mummia.

Attorno a Pedro si accendono le più sfrenate fantasie: per molti è uno dei Nimeriga, i “piccoli uomini” maligni delle leggende native che vivono tra i monti e colpiscono a morte gli anziani malati.

Alcuni resoconti giornalistici sparano titoli a tinte pulp, raccontano di denti aguzzi e carne cruda ritrovata nello stomaco, e di fratture violente, come se fosse stato ucciso. Gli studiosi non danno peso a queste favole. La loro diagnosi parla di un neonato affetto da anencefalia, una malformazione che deforma cranio e volto fino a renderlo simile a un adulto in miniatura.

A rendere più fitto il mistero, negli anni ’50 Pedro sparisce nel nulla. Forse venduto, forse rubato, forse nascosto in qualche collezione privata: di lui restano solo fotografie ingiallite e i ricordi di chi lo vide dietro un vetro.

Qualche decennio dopo viene fuori una seconda mini mummia, “Chiquita”, stavolta mostrata in uno show televisivo; analizzata e datata al Cinquecento: la diagnosi non cambia, un altro neonato con la stessa malformazione.

Spiegazioni che non non riescono a cancellare l’aura di mistero: scienza e leggenda, razionalità e mito continuano a combattere la loro battaglia sotto lo sguardo antico di Pedro, che non è solo un reperto ritrovato e poi perduto, ma un enigma che resiste al tempo.

martedì 23 settembre 2025

828 - L'ESTATE DEL GRANDE SERPENTE


 

Nell’estate del 1817 il mare di Gloucester, nel Massachusetts, spalancò la porta a un incubo antico. Nelle acque del porto, in pieno giorno, apparve un enorme serpente marino.

Ora, io non è che dia molto credito a storie come questa, che 99 volte su 100 sono bufale. Quindi ve la racconto così come la riportano le cronache dell'epoca.

La prima apparizione del mostro nel porto della cittadina del Massachussets è di inizio agosto. Decine, poi centinaia di occhi vedono qualcosa di immenso muoversi tra le onde: un corpo smisurato, almeno 15 o 20 metri, scuro e sinuoso. Ha il movimento ondulatorio e verticale di un enorme bruco, la testa che emerge dall’acqua ricorda quella di un cavallo.

Non è il racconto da taverna di un marinaio ubriaco: centinaia di testimoni, pescatori esperti, uomini rispettabili della comunità, intere famiglie sulla riva, giudici e medici col cannocchiale puntato descrivono la stessa creatura. I più coraggiosi montano in barca e lo vanno a incrociare a poche decine di metri dalla riva. E la voce corre rapida come un incendio, la notizia, come diremmo oggi, diventa virale.

In poche ore Gloucester non è più un porto qualunque, ma il palcoscenico di un mistero che fa tremare perfino la scienza. La Linnaean Society of New England decide di indagare: raccoglie deposizioni giurate, traccia schizzi (l'immagine che vedete è intitolata “Serpente marino. Incisione tratta da un disegno dal vero, come apparve nel porto di Gloucester il 23 agosto 1817”).

Nei giorni successivi gli avvistamenti si moltiplicano, e l’entusiasmo raggiunge il culmine quando un piccolo e strano serpente, con la colonna vertebrale deformata, viene catturato su una spiaggia e presentato come la “prole del mostro”. Si parla di un nuovo genere, *Scoliophis Atlanticus*. Ma la scienza riporta tutti con i piedi per terra: è solo un comune serpente nero, un “coluber constrictor” nato con una malformazione.

Dopo qualche settimana gli avvistamenti cessano. Nessuna carcassa, nessuna prova tangibile: il grande serpente si è dissolto insieme all’estate. Resta però la fascinazione di uno dei più documentati avvistamenti collettivi d’America, capace di trasformare un porto di pescatori in un teatro di meraviglia.

Forse fu solo un branco di tonni, un gioco di riflessi sull’acqua, un’illusione condivisa. Di certo non è una favola come quella del mostro di Loch Ness; cosa abbia visto tutta quella gente non lo sapremo probabilmente mai. Se un segreto c'è, il mare ha deciso di custodirlo.


domenica 7 settembre 2025

819 - LE MACABRE NOTTI DELL'AUBERGE ROUGE


 

Sulle alture di Voltri, a Genova, nel medioevo una taverna, la Cà' delle anime, nascondeva trappole mortali e briganti pronti a colpire i viandanti. Lo stesso accadeva alla Locanda del Diavolo, sull'appennino pistoiese. E' la leggenda delle locande assassine,

Fantasmi che bussano alle finestre, marchingegni che schiacciano il malcapitato ospite nel suo letto, efferati fatti di sangue, stufati dal sapore sospetto. Leggende popolari appunto, mai suffragate da documenti o processi. Anche se qualcosa di vero c'è: la Locanda delle anime, ad esempio, esiste davvero, e l'edificio ristrutturato nel 2018, è attualmente abitato.

C'è chi giura che fino a qualche anno fa da quelle stanze diroccate uscissero grida strazianti e che alle finestre apparisse una giovane donna vestita di bianco, ma gli attuali proprietari negano: “Fenomeni paranormali? Neanche l'ombra”.

Del resto se il tema delle locande assassine compare in diverse culture, un motivo ci sarà. E giusto per non dimenticare che la realtà riesce spesso a essere più inquietante della fantasia, spostiamoci in Francia.

Non nel Medioevo, ma nell’Ottocento, nella campagna dell’Ardèche. Lì, vicino a Peyrebeille, sorgeva una locanda dall’aspetto rassicurante: un camino acceso, piatti caldi, un letto per la notte. Si chiamava Auberge Rouge, la “Locanda Rossa”. I gestori, Pierre e Marie Martin, con il complice Jean Rochette, divennero improvvisamente protagonisti della cronaca nera francese.

Nel 1831, un commerciante, Jean-Antoine Enjolras, fu trovato morto poco lontano dalla locanda, il cranio fracassato. Le indagini portarono dritto ai locandieri, che da tempo godevano di cattiva fama: troppi viaggiatori, dopo una sosta all’Auberge Rouge, sembravano svanire nel nulla.

Al processo, le accuse si moltiplicarono come in un crescendo d’orrore: decine di ospiti, più di 50, sarebbero stati drogati, derubati, uccisi a colpi di martello e i corpi fatti sparire nel forno della cucina con le ossa poi triturate e mischiate con la calce dei muri. Qualcuno parlò persino di carne umana mescolata ai pasti serviti agli ignari avventori.

Pur senza prove definitive, i tre furono condannati alla ghigliottina e giustiziati davanti alla locanda nel 1833, davanti a una folla di trentamila persone. L'Auberge rouge divenne da allora un simbolo del male nascosto dietro la normalità, anticipando quell’angoscia che un secolo dopo avrebbe trovato nuova forma cinematografica nel motel di Norman Bates in Psycho.

Oggi l’”edificio maledetto” esiste ancora: l’Auberge Rouge è stato trasformato in museo con ristorante, arredi d’epoca e un moderno albergo accanto. Un luogo in cui si mangiano piatti di carne, ottimi e inquietanti, e si dorme non senza avvertire un brivido lungo la schiena prima di chiudere gli occhi.


venerdì 11 luglio 2025

788 - IL MEDICO MALEDETTO

 


Aveva mani piccole e precise, da orafo. Eppure non forgiava metalli preziosi, ma conservava fegati, cuori, bile e frammenti di cervello umano come fossero cammei.

Efisio Marini nasce a Cagliari nel 1835, e già da ragazzo, nei laboratori dell’università di Pisa, sussurra ai cadaveri: "Io vi salverò dal tempo". La sua formula — gelosamente custodita fino alla morte — non mummifica, non essicca. Pietrifica.

Ma il corpo, dopo il trattamento, resta morbido, con la pelle intatta e il colore simile a quello della vita. Una pietra che sembra carne, una carne che ha smesso di marcire. Marini ha creato l’illusione dell’immortalità organica. E ci riesce già nel 1861, quando mostra al pubblico un braccio umano pietrificato, iniettando un misterioso liquido nelle vene.

Tornato in Sardegna, cerca di insegnare la sua tecnica all’università. Ma la cattedra non arriva mai. La scienza ufficiale lo snobba, la gente comune ha paura di lui. A Bonaria, però, alcune famiglie gli affidano i corpi dei loro bambini morti. Vogliono che restino belli come quando vivevano. E lui li accontenta, come un artista del lutto. Ma la città borbotta: lo chiamano “su duttori malu”, il medico maledetto.

Allora parte per Napoli. Più tollerante, più caotica, più pronta ad accogliere un visionario. Lì trova lavoro come assistente all’Anatomia Patologica, e comincia a costruire la sua collezione: mani, piedi, intestini pietrificati, raccolti in ampolle o sistemati come suppellettili. Fa scalpore la notizia che è riuscito a pietrificare il piede di una mummia egizia: lo porta all’Esposizione Universale di Parigi del 1867, dove è ammirato anche da Napoleone III.

Un giorno dona a Garibaldi un medaglione contenente il suo stesso sangue pietrificato. Il Generale, colpito, lo definisce “più artista che scienziato”. E in effetti, per Marini la dissezione è arte. In casa sua, a Napoli, riceve visitatori offrendo vino e una vista sul suo tavolino decorato con un fegato pietrificato.

Ma nonostante le onorificenze — perfino la Legion d’Onore francese — muore povero e dimenticato nel 1900. Con lui spariscono per sempre le sue formule per pietrificare. Non le ha mai pubblicate, né ha lasciato appunti completi. Nessuno decifrerà mai con certezza come facesse.

Oggi, nel Museo Anatomico di Napoli, si possono ancora vedere le sue creazioni. E a Sassari è custodita la celebre "mano di donna", perfetta, fragile, marmorea: una reliquia laica.

domenica 6 luglio 2025

781 - IL MECCANISMO FUORI DAL TEMPO





Ultimi giorni del 1900, un gruppo di pescatori di spugne dell’isola di Simi, in Grecia, ripesca dalle profondità del tempo una strana scatola piena di rotelle e ingranaggi. E dà vita ad un enigma ancora non del tutto risolto.

Quel giorno nelle acque di Anticitera è Elias Stadiatos che riporta su quel reperto di bronzo verdastro, corroso da secoli di abbandono che si rivelerà il cuore spezzato di un congegno antico quanto l’ambizione umana. Lo chiameranno il Meccanismo di Anticitera. Solo decenni dopo si capirà cos'è: una macchina capace di misurare il tempo e i cieli.

Una calcolatrice astronomica, larga quanto un libro e spessa quanto un mattone, composta da decine di ingranaggi dentati, tutti connessi, tutti armonizzati. Risale al secondo o forse al primo secolo avanti Cristo, all’epoca in cui Roma espandeva il suo impero e la Grecia sembrava aver già detto tutto ciò che aveva da dire.

Incredibilmente, per anni viene ignorato, rimosso dalla teca del Museo Archeologico di Atene, catalogato come un pezzo “da fondo”. E' solo grazie a Derek de Solla Price, fisico inglese, che il meccanismo riceve l’attenzione che merita.

A partire dagli anni Cinquanta, con pazienza ossessiva, Price lo studia, lo fotografa ai raggi X, cerca modelli e analogie. Conclude che l'oggetto è troppo avanti per la sua epoca, che il mondo non vide niente del genere nei secoli successivi alla sua costruzione, almeno fino ai meccanismi degli orologiai di Norimberga.

Cosa sappiamo oggi dopo oltre un secolo dal ritrovamento, dopo anni di studi meticolosi con tecnologie sempre più sofisticate, analisi a raggi X, tomografia 3D e modellazione meccanica?

Sappiamo che il meccanismo è composto da una complessa serie di ingranaggi in bronzo contenuti in una cassa lignea (oggi perduta). Si tratta di ingranaggi epicicloidali e differenziali, tecnologie che si credevano apparse solo nel tardo Medioevo. La loro presenza nel II o I secolo a.C. è a dir poco sorprendente.

Sappiamo che il dispositivo serviva a calcolare le fasi lunari e le posizioni del Sole e della Luna, a prevedere le eclissi, a segnalare i cicli di Venere e Saturno, ad allineare i calendari lunare e solare in un ciclo di 19 anni, ad indicare le date dei Giochi Olimpici e altri eventi panellenici. Il tutto in quel minuscolo teatro meccanico.

Cosa invece non sappiamo del Meccanismo di Anticitera? Ancora oggi, nessuno sa con certezza chi lo abbia progettato né a cosa servisse. Era un dono? Uno strumento didattico? Un simbolo di prestigio per aristocratici? Un calendario astronomico portatile?

Si stima che il meccanismo completo contenesse oltre 60 ingranaggi, ma ne sono stati recuperati solo 30. A cosa servivano quelli perduti? Anche le ipotesi sulle funzioni planetarie sono ancora controverse. Circa 3.500 caratteri greci sono stati decifrati sul meccanismo, ma si pensa che in origine ve ne fossero oltre 15.000. Molte frasi sono parzialmente leggibili o ambigue, alcuni dettagli sulle funzioni del congegno sono ancora ipotetici.

Infine non sappiamo la risposta all'enigma più grande di tutti: il livello di miniaturizzazione e precisione meccanica è talmente avanzato che non esistono altri oggetti simili noti nell’antichità. Nessuna catena di trasmissione tecnologica è documentata: è un'invenzione isolata nel suo tempo. È come se ci fosse un’intera civiltà tecnologica perduta, o almeno una filiera artigianale d’élite della quale non è sopravvissuto nient’altro.

Insomma, il meccanismo di Anticitera sembra essere troppo avanti per esser stato concepito e compreso dai contemporanei. Questo è il vero mistero per gli uomini del terzo millennio.

(Nella foto, sopra il meccanismo originale, sotto una recente ricostruzione in 3D)





martedì 9 novembre 2021

749 - LA BAMBINA DELLA CAPPELLIERA


 

Sembra impossibile ma... 

Questa è una storia vera. Vigilia di Natale del 1931. Sono le otto di sera quando la macchina di Ed e Julia Stewart si guasta all'improvviso in mezzo al nulla, sette miglia a ovest di Superior, Arizona. Mentre Ed cerca di capire quale sia il problema, Julia passeggia nervosa nel deserto. E a un centinaio di metri dalla strada si imbatte in una cappelliera abbandonata. Attratta da un rumore, la donna si avvicina; pensa che all'interno ci possa essere un gattino o un cucciolo abbandonato, ma certo non si aspetta di trovare, avvolta in una coperta blu, una bambina dai capelli rossi; abbandonata nel nulla, piangiucchia per il freddo e la fame ma è apparentemente in buona salute. Julia lancia un grido. Accorre il marito, i due si guardano intorno: a perdita d'occhio non c'è nessuno. La coppia raccoglie la piccola, e dopo una veloce riparazione dell'auto, la portano nella città più vicina e la consegnano alle autorità. I medici che la prendono in cura stabiliscono che la piccola non ha più di una settimana.

Tutti i media raccontano l'incredibile storia di Natale, e la "bambina della cappelliera" diventa una celebrità nazionale. Il 16 febbraio 1932 si tiene un'udienza presso il tribunale della contea di Pinal a Florence, Arizona. Diciassette coppie avevano richiesto di adottare la bambina. La scelta cade sulla famiglia Morrow. La madre adottiva Faith la chiama Sharon, la bimba cresce e vive una vita felice, e sana, senza mai sapere di essere stata adottata, né tantomeno di essere la “bambina della cappelliera”.

Solo 54 anni dopo, nel 1986, apprende la verità: i suoi sono genitori adottivi, e lei è la "Hatbox Baby". Sharon inizia a cercare i suoi genitori naturali, appoggiandosi all'associazione "Orphan Voyage". Si apre quello che gli americani chiamano un “cold case”: leggendo gli atti, glim investigatori diventano scettici sulla storia raccontata dagli Stewart. Credono che in realtà siano stati loro a raccogliere la piccola la mattina del 24 dicembre 1931 durante una sosta nella cittadina di Roosevelt. I detective rintracciano gli Stewart e i loro figli: tutti loro ricordavano molto bene l'incidente, ma negano decisamente ogni coinvolgimento. Ed morirà nel 1992, Julia nel 2002. Alla fine gli investigatori si convincono che quella degli Stewart è una falsa pista. Ne seguiranno altre.

La verità viene fuori solo nel 2017: attraverso il test del Dna e ricerche su siti web di genealogia gli investigatori identificano finalmente i veri genitori di Sharon. Sua madre biologica, Freda Strackbein Roth, è morta nel 1991, suo padre,Walter Roth nel 2005, suo fratello James nel 2017. Sharon riesce a mettersi in contatto solo con sua nipote. Si scoprirà che Freda e Walter si erano sposati pochi mesi prima della nascita di Sharon, ma hanno abbandonato la bambina perché era stata concepita prima del matrimonio.

Rimane il mistero sulle modalità dell'abbandono nel deserto. Emerge invece un'incredibile verità: Faith, la madre adottiva di Sharon, sapeva tutto e aveva dei legami con la famiglia Roth. E' stata lei ad aiutarli ad organizzare l'abbandono, attivandosi in seguito con successo per riuscire ad avere la bambina in adozione. Il 1° dicembre 2018 Sharon è morta; aveva 86 anni.

 


 

747 - LA RAGAZZA IN BLU

 


Sembra impossibile ma...

Anno 1933, siamo a Willoughby nell'Ohio, a 20 miglia da Cleveland. Il 23 dicembre di prima mattina una ragazza scende da un autobus della Greyhound. Passa la notte in una pensioncina, poi la vigilia di Natale paga il soggiorno, fa gli auguri alla padrona, e va in giro per il paese. Nei due giorni di permanenza la giovane, viene notata da molti abitanti, anche perché vestita interamente di blu: maglione, gonna, sciarpa, cappotto e borsetta.

Graziosa e gentile, sorride a tutti e augura "Buon Natale!", Arrivata ad un passaggio a livello la giovane sconosciuta si lancia all'improvviso sotto il treno in arrivo. Morirà sul colpo. La polizia recupera il corpo e avvia le indagini per stabilire l'identità della ragazza. Nella borsetta c'è solo un biglietto ferroviario per la Pennsylvania e 90 centesimi. Alla ragazza verrà data degna sepoltura nel cimitero della cittadina, a ricordarla una lapide con una scritta: "In memoria della ragazza in blu uccisa da un treno il 24 dicembre 1933. Sconosciuta ma non dimenticata" Al funerale partecipano più di 3000 abitanti. Nei giorni successivi la città e l'intera regione si mobilità per dare un'identità alla giovane: indagini, volantini, articoli sui giornali. Niente. Per 60 lunghi anni la ragazza in blu resta un mistero.

Anno 1993, il News Herald commemora l'anniversario della morte della ragazza con un articolo. Lo legge un agente immobiliare di Corry, Pennsylvania, che ha per le mani le vecchie carte della vendita di una fattoria; e lì trova il collegamento che gli permette di dare un nome alla ragazza in blu: si chiamava Josephine Klimczak ed era la figlia di Jacob e Catherine Klimczak, immigrati polacchi che arrivarono in Pennsylvania nel 1901. Restano ignote le cause del suicidio.

Nel cimitero di Willoughby alla tomba della ragazza in blu viene aggiunta una targa con il suo nome. Nel tempo l'affetto della cittadina per la giovane non si è spento, anzi: centinaia di persone visitano e curano la tomba, adornata con fiori sempre freschi. Il piccolo cimitero è meta di visitatori che arrivano da tutti gli States per rendere omaggio alla dolcezza e al sorriso della ragazza in blu.

 


lunedì 7 settembre 2020

733 - FANTASMI SUL SET


 

Sembra impossibile ma...

Un omicidio irrisolto, una pellicola cult e un famoso scrittore di horror-thriller sono gli ingredienti di una vicenda (ringrazio Federica SoBasita Verardi e Rossella Giuliano per la segnalazione) che appassiona gli amanti di cinema e di misteri. I libri che raccontano gialli nati sui set di Hollywood non si contano. Vi racconto due storie, una ancora senza soluzione, l'altra rivelata di recente.

La “donna delle dune” è un classico “cold case”, un omicidio irrisolto di quasi mezzo secolo fa sul quale si torna ad indagare alla luce di nuovi elementi. 26 Luglio 1974, una tredicenne scopre tra le dune della spiaggia di Cape Cod (Massachusetts) il corpo mutilato di una donna. Fra i 20 e i 30 anni, capelli castani lunghi con una bandana che li raccoglie in una coda di cavallo, blue jeans; è morta da tre settimane dice il medico legale. Le mani sono state amputate, quindi niente impronte digitali. Nessuna denuncia di sparizione, nessuno la riconosce dall'identikit che ne ricostruisce il volto. Il caso resta insoluto. E nel 2014 finisce insieme a tanti altri in un libro. Che l'anno dopo è sul comodino di Joe Hill, scrittore di horror-thriller di una certa fama. Il nome non vi dice niente? Forse però conoscete quello di suo padre: Stephen King (certo, Hill è un nome d’arte).

Al cinema proiettano “Jaws” (Lo Squalo) di Steven Spielberg per festeggiare i 40 anni dall'uscita. Hill, che ama quel film, è in prima fila con i suoi tre figli. Al minuto 54 fa un salto sulla sedia. Quando torna a casa riguarda il dvd col fermo immagine. E rabbrividisce. Sì, la ragazza che appare in mezzo ai turisti all'imbarcadero somiglia all'identikit della “donna delle dune”: il volto, i capelli, la bandana blu, i jeans: tutto sembra coincidere. Ma dove è stato girato “Lo Squalo”? Proprio vicino alla spiaggia dove è stato ritrovato il corpo, e le riprese si sono svolte nel giugno del 1974, quando la vittima era sicuramente ancora viva. Lo scrittore ne parla con un amico dell’FBI. Poi trasforma l'accaduto in una delle sue “ghost stories” e la pubblica su Tumbir: “La Donna e lo Squalo” in breve diventa virale, e gli investigatori riaprono le indagini. La responsabile del casting del film è morta nel 2009, non esiste una lista delle comparse. Chiunque fosse presente sul set durante quelle riprese viene invitato a presentarsi. Nessuno si fa vedere. A oggi la “donna delle dune” non ha ancora un nome. La ragazza che compare nel film neanche. “Non sappiamo se sono la stessa persona – dice Joe Hill – ma se così non è, perché nessuna donna ha contattato la polizia per dire “Quella che vedete nella scena di Jaws sono io?”.

Per una storia senza soluzione, eccone un'altra risolta: il film è “Tre scapoli e un bebè” del 1987, di Leonard Nimoy. Nella scena in cui Ted Danson presenta alla madre la neonata Emily, sullo sfondo dietro una tenda compare quello che sembra un ragazzino che niente ha a che vedere con la trama, e pare fissare in modo inquietante i protagonisti. La scena finisce fra i “film flubs”, la raccolta di errori delle pellicole hollywoodiane. Ma chi è quel bambino? Dal mistero alla leggenda il passo è breve: c'era un fantasma sul set. Per alcuni il figlio suicida di uno dei membri dello staff, per altri un ragazzino morto nell'appartamento newyorchese usato come set. Solo una trentina d'anni dopo Tom Selleck, uno dei protagonisti (ricordate Magnum P.I.?) racconterà la verità al Tonight Show di Jimmy Fallon: il bimbo fantasma era in realtà una sagoma di cartone di Ted Danson, un manifesto pubblicitario di cibo per cani, rimasto lì per sbaglio. Perché non dirlo prima? Semplice: il film ha fatto un sacco di soldi grazie alle migliaia di persone che hanno continuato a noleggiarlo per vedere lo spettro.
Guarda i video con le immagini della “donna delle dune” in “Lo Squalo” e del “ragazzino fantasma” in “Tre scapoli e un bebè”. 

 


 


 

giovedì 27 agosto 2020

729 - LO SGUARDO DI SATANA

 


Sembra impossibile ma...

Il Trionfo dell'Ordine dei Benedettini, uno dei dipinti più grandi del mondo, che ricopre gran parte della parete d'ingresso interna della basilica di San Pietro a Perugia, nasconde un segreto: basta allontanarsi di qualche metro lungo la navata per veder emergere dal vortice di corpi e di colori un'enorme figura demoniaca.

Ringrazio Stella Rubia che mi segnala il misterioso enigma nascosto nell'opera realizzata nel 1592 da Antonio Vassilacchi detto l'Aliense, uno dei quadri più grandi d'Europa (oltre 90 metriquadri). Un enorme tourbillon di immagini, oltre 300 fra santi, pontefici, cardinali, vescovi e abati, tutte più che a grandezza naturale, che contornano San Benedetto da Norcia. A breve distanza si vedono solo le figure distinte, ma man mano che ci si allontana ogni personaggio diventa la pennellata di un gigantesco ritratto. Un volto sicuramente demoniaco, dove San Benedetto è il naso, gli squarci di cielo sono gli occhi, San Pietro e San Paolo in alto ai lati estremi sono le orecchie a punta, le vesti scure dei sacerdoti centrali sono le corna, le tuniche bianche degli abati che circondano il santo le zanne. Lo sguardo è più che inquietante, cattivo; il portale della chiesa alla base dell'opera sembra poi completare l'opera come una grande bocca pronta a ingoiare chi vi accede. Solo un gioco di ombre e luci? Una forma di pareidolia, quella sorta di illusione subcosciente che ci fa ritrovare immagini note in forme casuali (come la visione di animali o volti umani nelle nuvole)? Molti elementi sembrano negarlo, a partire dalla struttura stessa del dipinto, assai insolita rispetto ai canoni con cui venivano concepite all'epoca le scene di massa. Ma chi era l'Aliense? E perché avrebbe “truccato” la sua opera?

Andrea Vasilakis nasce nell’isola greca di Milos nel 1556; arriva a Venezia ancora bambino con la famiglia, che trasforma il cognome in Vassilacchi. A 16 anni entra nella bottega del Veronese e diventa il suo pupillo. A chiamarlo Aliense (dal latino alienus, straniero) sarà la congrega dei pittori veneziani. Al grande successo professionale, (richiestissimo sia dagli ordini religiosi che dalla Serenissima, per la quale dipinge fra l'altro gran parte degli affreschi del Palazzo dei Dogi) corrisponde una vita privata assai sfortunata: la prima moglie muore giovane, il figlio Stefano, promettente pittore, la segue poco più che adolescente, la seconda moglie lo lascia ancora vedovo 6 giorni dopo le nozze, e anche il terzo matrimonio finisce male. Le altre due figlie del pittore si fanno suore. In un autoritratto che esibisce spesso l'artista porta sulla schiena la nutrice, uno zio, il figlio Stefano e l'ultima moglie, e ogni volta che lo mostra commenta: "Questo è il peso che dovrò sopportare finché vivo". Vassilacchi muore a 73 anni e viene sepolto con grandi onori nella chiesa veneziana di San Vidal.

Una risposta certa al perché avrebbe nascosto il diavolo in chiesa non c'è: uno sberleffo occulto dell'artista ai suoi committenti per qualche sgarbo subito? Una critica nascosta contro la corruzione della Chiesa (non era raro che i pittori mimetizzassero nelle loro opere messaggi leggibili solo da chi sapeva interpretarli)? L'appartenenza ben celata a una setta di satanisti? Oppure al contrario un segnale concordato con gli stessi religiosi e rivolto ai fedeli, col diavolo sempre in agguato pronto a “ingoiarli” quando oltrepassano la porta al termine della funzione e dalla chiesa tornano alle cose del mondo. C'è poi un'ultima ipotesi. Come carattere l'Aliense era tutto il contrario dell'artista “maledetto”: mai una bizza, serio, docile, paziente, mai un contrasto con i suoi committenti. Chissà che sui 90 metriquadri di parete della chiesa perugina non abbia concentrato tutta la sua collera repressa. Il mistero va avanti da oltre 4 secoli, e difficilmente troverà soluzione.

Guarda il video e visita la basilica di San Pietro a Perugia e segui i link per approfondimenti sul misterioso dipinto e sul suo autore.

 


https://www.luoghimisteriosi.it/umbria/perugia-sanpietro.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Vassilacchi 

http://dspace.unive.it/handle/10579/9909

 

domenica 23 agosto 2020

726 - VENEZIA HORROR STORIES

 

Sembra impossibile ma...

Le isole della laguna di Venezia nascondono storie e leggende di sapore horror. Alcune vere, altre meno. Ringrazio Marco Antoniol per la segnalazione e vi porto su due di queste: l'isola degli scheletri e l'isola più infestata del mondo.

Sant'Ariano, a nordest di Torcello, oggi è abbastanza anonima, ma fino a pochi anni fa offriva un paesaggio da brividi, e i veneziani non passavano volentieri nelle vicinanze: fra le paludi della Centrega e della Rosa si apriva uno slargo, un muro circondava un groviglio di rovi e arbusti, al centro una collina biancastra: scheletri umani. Non bastasse, l'isola era (ed è) infestata, ma non da fantasmi: da topi e serpenti, i “carbonassi”, innocui ma repellenti. L'isola è ciò che resta di Costanziaco, grosso centro lagunare abitato dal VI all'XI secolo. Dal 1160 ospitò il monastero di sant'Adriano; Le benedettine che lo abitavano provenivano dalle più importanti famiglie veneziane, e pare che nel 1439 siano state trasferite in massa per aver dato vita a una serie di episodi boccacceschi con patrizi della Serenissima.

Nel 1565 il Senato decise di usare il sito abbandonato come ossario dove accogliere i resti provenienti dai numerosi cimiteri veneziani. Fu costruito il muro perimetrale e le barche iniziarono a fare la spola con la città, scaricando i resti di migliaia di cadaveri. Gli unici visitatori per decenni sono stati gli studenti di Medicina in cerca di teschi e ossa per i loro studi. Il servizio è proseguito fino al 1933, ma la collina di ossa è stata visibile fino a pochi anni fa. Oggi il muro è stato sistemato e l'erba ha coperto gli scheletri; le visite sono vietate, e in ogni caso ci pensano rovi, topi e serpenti a tener lontani i curiosi.

Che invece sono di casa a Poveglia, “The most haunted island of the world”, come si legge in centinaia di articoli sul web. Sette ettari e mezzo di case diroccate, anche qui in mezzo ai rovi, nella laguna sud. Ora, se chiedete a un veneziano, vi dirà che questo è il posto più tranquillo del mondo, i loro padri e i loro nonni ci sbarcavano da ragazzini per giochi avventurosi, e da adulti per grigliate di pesce in compagnia. Inoltre di presenze più o meno maligne non c'è traccia nel pur vasto repertorio di storie e tradizioni popolari veneziane. E allora com'è che si è guadagnata la malefica fama mondiale? Tutto comincia assai di recente, nel 2001 con una troupe di Fox Family Channel che sceglie l'isola per due puntate di “Scariest Places on Earth” e le intitola “Island of No Return: The Venice Dare”. Perché proprio Poveglia? Probabilmente perché è una location perfetta per storie di spiriti. E se non ce ne sono, si inventano.

Otto anni dopo arriva il bis, e questa volta fa il botto: sbarca la troupe della seguitissima serie tv Ghost Adventures (in italiano Cacciatori di fantasmi) e passa una notte sull'isola. E alla luce dell'infrarosso, fra antichi istituti diroccati e ruderi di chiese succede di tutto: quello che va in onda è un vero film horror con possessioni demoniache e apparizioni spiritiche; si racconta di antichi lazzaretti, conventi, ospedali psichiatrici e fosse comuni fucina di anime dannate. Cosa importa se a Poveglia non c’è mai stato nulla di tutto questo? Nè lazzeretti né fosse comuni (solo due navi di appestati in quarantena con 20 vittime di cui si conoscono i nomi), né manicomi con sadici dottori (fino agli anni sessanta c'era solo un ricovero per anziani). Il filmato fa il giro del mondo; nel 2016 cinque teenagers del Colorado si fanno lasciare sull'isola al tramonto con attrezzature da ghostbusters. Poco dopo la mezzanotte da una barca a vela sentono le urla “Help! Ghosts!” (Aiutateci! Fantasmi!). A soccorrerli arriva la lancia dei vigili del fuoco. Ne parlano i giornali, sul web la notizia diventa virale. Et voilà, Poveglia diventa “The most haunted island of the world”, infestata sì, ma da curiosi e acchiappafantasmi.

Guarda i video: il primo è una visita all'isola di Sant'Ariano, il secondo è la puntata di Ghost Adventures dedicata a Poveglia.

 

 

 

martedì 18 agosto 2020

723 - IL MOSTRO DEL MASCHIO ANGIOINO

 

Sembra impossibile ma...

Quindicesimo secolo, nella più profonda cella del Maschio Angioino un grande coccodrillo divora decine di prigionieri. Una leggenda che i nonni raccontano per spaventare i bambini? No, oggi è (quasi) storia; perché ad infestare il castello simbolo di Napoli il coccodrillo c'era. Anzi, erano almeno due. Ringrazio Marisa Gemelli Ferrara per la segnalazione, e lascio la parola a due grandi personaggi.

Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che di là i prigionieri sparivano”. Così Benedetto Croce nelle sue “Storie e leggende napoletane”. Gli fa eco Alexandre Dumas in “Storia dei Borbone di Napoli”: “Da questa bocca dell’abisso, dice la lugubre leggenda, uscendo dal vasto mare, appariva un tempo l’immondo rettile che ha dato il suo nome a quella fossa”. Due testimonial d'eccezione per una storia “a puntate” che comincia sotto il regno di Giovanna II, sorella di re Ladislao, che regna a Napoli dal 1414 fino al 1435. Ricordata come donna assai libertina, pronta ad accogliere democraticamente nel suo letto giovani di ogni stato sociale, secondo il gossip dell'epoca Giovanna ha l'abitudine dopo gli incontri amorosi di far cadere i suoi amanti in un pozzo grazie a una botola. E sul fondo chi trovano? Il coccodrillo del Nilo che lei stessa si sarebbe fatta portare dall'Egitto.

Del rettile non si sente parlare per un po', finché Ferrante d'Aragona re di Napoli dal 1458 al 1494, decide di far rinchiudere i carcerati nella Fossa del Miglio, utilizzata in passato come deposito del grano, e collegata col mare. Quando i detenuti iniziano a sparire nel nulla, Ferrante aumenta la vigilanza. Ma scopre che non si tratta di evasioni, ma delle incursioni di un coccodrillo che azzanna i prigionieri e li trascina in mare. Lo stesso di Giovanna? In teoria sì, perché un coccodrillo può superare i 100 anni. Fatto sta che il re all'inizio lo elegge boia di corte, e gli affida i suoi peggiori nemici (forse anche i protagonisti della Congiura dei Baroni), poi si stanca, lo cattura usando come esca una coscia di cavallo avvelenata, lo fa impagliare e appende il trofeo sulla porta d'ingresso del castello.

Fin qui la leggenda. Ora la storia. Fino al 1875 un coccodrillo è realmente esposto sulla porta di bronzo di Castel Nuovo, lo prova una foto scattata da Robert Rive. In quell'anno il comandante della guarnigione lo fa rimuovere e lo regala al Museo di San Martino. Nei depositi ne esisterebbero ancora dei frammenti. Un salto avanti fino al 2018, quando gli scavi nella Galleria Borbonica del Maschio Angioino restituiscono i resti di un grosso coccodrillo. Gli studiosi ricostruiscono lo scheletro del rettile, e confermano che si tratta di un coccodrillo del Nilo di oltre due metri di lunghezza. Quello che non torna sono le date: l’esame al carbonio 14 effettuato dal Centro di ricerche isotopiche per i beni culturali data le ossa tra il 1643 e il 1666. I “mostri” erano più di uno? Discendenti di quelli “importati” da Giovanna? Non lo sappiamo. L'unica certezza è che sì, il Maschio Angioino ha ospitato non un coccodrillo, ma almeno due.

Guarda i video con la storia del Maschio Angioino (girati però prima del ritrovamento dello scheletro del coccodrillo).

 

 


venerdì 7 agosto 2020

714 - IL MANOSCRITTO IMPOSSIBILE

           

 
Sembra impossibile ma...

Seicento anni fa qualcuno ha scritto un libro usando una lingua sconosciuta: l'alfabeto non si avvicina a nessuno di quelli noti, ci sono decine di disegni di piante mai viste e diagrammi con nozioni astronomiche e astrologiche misteriose. Grazie alla segnalazione di Andrea Zitani vi racconto la storia del libro impossibile.

Il manoscritto Voynich è conservato nella Biblioteca Beinecke dell'Università di Yale, negli Stati Uniti. Scritto a mano su pergamena di vitello, è formato da 116 fogli divisi in 20 fascicoli; molte pagine, più grandi delle altre, sono ripiegate. Il tutto è corredato da numerose illustrazioni a colori. E' il 1912 quando il mercante di libri Wilfrid Voynich (da cui il nome) acquista l'antico codice dal collegio gesuita di Villa Mondragone, vicino a Frascati. All'interno trova una lettera datata 1665 con la quale Johannes Marcus Marci, medico di Rodolfo II di Boemia, invia il libro a Roma perché sia decifrato. Marci sostiene di aver ereditato il testo a suo dire duecentesco da un alchimista che l'aveva avuto dall'imperatore Rodolfo II che a sua volta l'aveva comprato per una grossa somma (600 ducati). Non si contano gli illustri studiosi che da decenni tentano di decifrarlo, elaborando le teorie più svariate; e più volte, anche in tempi recentissimi, hanno annunciato di esserci riusciti. Ogni volta però le loro conclusioni sono state confutate, e ancora oggi il mistero sull'idioma usato e sulla natura stessa del libro è fitto.

Ma cosa contiene il manoscritto? La sezione I è dedicata alla botanica con 113 disegni di piante sconosciute; la sezione II mostra 25 diagrammi che richiamano stelle e pianeti e anche segni zodiacali; nella sezione III si vedono diverse figure femminili nude spesso immerse fino al ginocchio nel liquido scuro contenuto in strane vasche intercomunicanti; segue un foglio ripiegato 6 volte con 9 medaglioni con stelle e strane immagini che richiamano corolle di petali e fasci di tubi; le immagini della sezione IV raffigurano ampolle e fiale simili a quelle delle antiche farmacie. Nell'ultima sezione (per molti un indice), si vedono solo righe e stelline. Il libro infine non è completo: risultano mancare 14 fogli.

La maggior parte degli studiosi fino a poco tempo fa riteneva valida una teoria supportata da diversi riscontri storici: il manoscritto sarebbe opera dell'astrologo Edward Kelley e del filosofo John Dee, passati alla storia anche per la loro poco specchiata onestà. Lo avrebbero ideato e scritto loro per truffare Rodolfo II (non nuovo a disavventure del genere) spacciandolo per opera di Ruggero Bacone, e l'imperatore avrebbe versato ai due i 600 ducati di cui parla la lettera. Poi, nel 2011, la datazione con la tecnica del carbonio-14 delle pergamene ha stabilito con certezza che queste risalgono a un periodo fra il 1404 e il 1438. E Kelley e Dee sono vissuti invece a fine Cinquecento. Non può quindi essere opera loro. Ah, dimenticavo, c'è un ultimo enigma: una delle poche piante riconoscibili con certezza nella sezione botanica è un girasole comune. Che è arrivato in Europa con la scoperta dell’America, quindi dopo il 1492. Come è possibile che oltre mezzo secolo prima un'ignota mano lo abbia disegnato sul Codice Voynich?

Guarda nei video i documentari sul misterioso libro e segui il ink per  sfogliare il manoscritto sul sito dell'università di Yale. 

 

                           
 

 

 

                           

 

https://brbl-dl.library.yale.edu/pdfgen/exportPDF.php?bibid=2002046&solrid=3519597 

 


871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...