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domenica 5 ottobre 2025

841 - IL NONNO DEI BEATLES


 

Ha visto nascere il treno a vapore e il telegrafo, ha vissuto sotto la regina Vittoria ed è corso nei rifugi per evitare le bombe tedesche su Londra. Eppure, a 100 e più anni, John Mosley Turner ascoltava i Beatles alla radio e si emozionava cantando Yesterday e Eleanor Rigby.

Turner nasce nel 1856, in piena epoca vittoriana, e lavora come tagliatore di tessuti di seta, uno di quei mestieri d’officina che odorano di fatica e sacrificio. Vive a Tottenham, assistito da una figlia, e a 73 anni perde la vista e trova nella musica la sua finestra sul mondo.

Non ha mai bevuto un bicchiere di birra né fumato un sigaro, e forse anche per questo arriverà a spegnere 111 candeline: il primo britannico documentato a superare quel traguardo, e per due anni l’uomo più vecchio della Terra.

Arrivano gli anni della “swinging London”, e lui, che ascolta ogni giorno la radio, scopre quel gruppo di ragazzi di Liverpool, e diventa il più vecchio dei loro fan. La stampa inglese, nel giugno del 1964, lo racconta con titoli pieni di tenerezza: “Swinging at 108”, scrive il Daily Herald; “The Beatle fan is 108”, gli fa eco il Daily Mirror. Lui, che fin da bambino ha lavorato 12 ore al giorno, dichiara: “I giovani d’oggi sono fortunati: possono ballare e divertirsi. Noi no, noi potevamo solo lavorare”.

E così, cieco ma sorridente, passa i pomeriggi accanto alla radio, battendo il ritmo con la mano nodosa. Forse non capisce tutte le parole, ma ne percepisce la gioia, la libertà, quella spinta nuova che scuote l’Inghilterra come un vento che soffia su un mare in bonaccia.

Quando la televisione comincia a trasmettere i volti dei Fab four, chiede che gli raccontino come sono fatti: “Sono giovani, eleganti, pieni di vita”, rispondono. E lui si mette a ridere: “Be’, è giusto così”.

Muore nel marzo del 1968, nei giorni in cui esce “Hey Jude”. Ha attraversato due secoli, due guerre mondiali, i fasti di un Impero e le miserie delle periferie dickensiane, e se ne va a 111 anni canticchiando “She Loves You”.


sabato 4 ottobre 2025

839 - CADUTA LIBERA


 

Lo so, questa storia è ai confini della realtà. Ai confini, e non oltre, perché è accaduta davvero. Un aereo in volo, un’esplosione, 27 morti. E una hostess che sopravvive alla caduta libera più alta mai registrata senza paracadute: 10.160 metri.

Vesna Vulović nasce a Belgrado nel 1950, sogna Londra, i Beatles e i viaggi. Decide così di diventare assistente di volo per poter vedere il mondo. Inizia con entusiasmo la sua esperienza sui voli di linea, fino a quel 26 gennaio 1972.

Cominciamo a dire che lei non ci sarebbe neanche dovuta essere sul volo JAT 367: è lì per un errore di nome, (un'altra assistente di volo che si chiama anch'essa Vesna), una confusione di turni. Il destino l’ha scelta. All'inizio è un po' contrariata, ma poi vede che l'aereo fa scalo a Copenaghen, e lei in Danimarca non c'è mai stata. Così non dice niente, e sale sulla scaletta.

Nel vano bagagli, in una valigetta, è nascosta una bomba, che esplode a 10.000 metri di altezza. L'aereo in fiamme precipita, tanti passeggeri vengono sbalzati fuori, ma non la hostess, che resta intrappolata dentro un pezzo della fusoliera, con la schiena bloccata da un carrello portavivande.

L’impatto con il suolo è ammortizzato dalla neve e dagli alberi, ma quello che salva Vesna è proprio il carrello, che le si incastra contro la colonna vertebrale, e la tiene aderente alla struttura dell’aereo creando una sorta di gabbia protettiva.

L'aereo cade vicino a Srbská Kamenice, in Cecoslovacchi. I primi soccorritori la trovano in mezzo a tanti corpi senza vita, straziati e dilaniati; il rosso del sangue ricopre la sua divisa turchese. Un contadino che era stato medico durante la guerra si accorge incredulo che respira. E la tiene in vita fino all'arrivo dei soccorsi, mentre i presenti sussurrano attoniti una sola parola: miracolo.

Vesna si risveglia all'ospedale di Praga dopo giorni di coma, con gambe, bacino, vertebre e cranio fratturati. E' paralizzata dalla vita in giù. Ma piano piano, dopo mesi di interventi e grazie a quella testarda volontà che lei chiama “la mia cocciutaggine serba”, le gambe ricominciano a muoversi. Unica conseguenza fisica, camminerà per tutta la vita zoppicando.

Non le resta invece alcun ricordo dell'incidente. E non ha paura di tornare a volare. Vorrebbe riprendere il suo lavoro, ma la Jat Airways le assegna un incarico d'ufficio. Intanto in Jugoslavia è quasi un'eroina: viene ricevuta da Tito e la sua storia è immortalata in una canzone popolare. Il Guinness dei Primati ratifica il suo record: nessuno era mai sopravvissuto a una caduta simile.

Negli anni novanta si oppone a Milošević, perde il lavoro e diventa bersaglio di campagne diffamatorie. Non finisce in carcere solo perché il governo vuole evitare la pubblicità negativa che il suo arresto porterebbe. Continua a manifestare, fino alla Rivoluzione dei bulldozer del 2000, quando vede cadere il dittatore. In seguito entra nel Partito Democratico e sostiene l'ingresso della Serbia nell'Unione Europea.

Gli ultimi anni li passa sola, in un appartamento di Belgrado, con una pensione misera e il peso di un destino che ha risparmiato solo lei: "Ogni volta che penso all'incidente, provo un forte senso di colpa per essermi salvata, piango, e penso che forse non sarei dovuta sopravvivere”.

Vesna Vulović muore a 66 anni, pochi giorni prima del Natale 2016. Negli ultimi tempi aveva trovato conforto nella fede, che, come ha raccontato ai giornali, le ha fatto rileggere la sua terribile esperienza e l'ha trasformata in una persona ottimista, perché “se riesci a scamparla a ciò che è capitato a me, puoi sopravvivere a qualsiasi cosa".

venerdì 11 luglio 2025

787 - LA CITTA' DELL'OSCURITA'


 

C’è un posto a Hong Kong, dove la densità umana fino a pochi anni fa superava ogni immaginazione. Una città nella città, un alveare di cemento e lamiere chiamato Kowloon Walled City. In poco più di due ettari vivevano oltre 33.000 persone. Un record: 1 milione e 270mila abitanti per chilometro quadrato.

Nessun luogo sulla Terra è mai stato tanto stipato. Eppure non è sempre stato così. Nato come presidio militare della dinastia Qing, il fortino di Kowloon sopravvive alla colonizzazione britannica grazie a una svista diplomatica: formalmente cinese, ma di fatto terra di nessuno. Dopo la seconda guerra mondiale, migliaia di rifugiati si riversano fra le sue mura, approfittando del vuoto legale. E da lì in poi è anarchia.

Senza controlli, senza polizia, senza un criterio urbanistico, la città cinta da mura cresce in verticale: oltre 300 edifici attaccati uno all’altro, fino a 12 piani, spesso senza fondamenta né luce solare. La colonna sonora è il rombo degli aerei in arrivo o in partenza dal vicinissimo aeroporto di Hong Kong, il celebre Kai Tak Airport, noto per i suoi atterraggi mozzafiato tra i palazzi, che sarà chiuso nel 1998.

Dentro le mura, un labirinto di cunicoli, tubature colanti, scale anguste e cavi volanti. Al piano terra, traffici di ogni genere: oppio, gioco d’azzardo, bordelli, cliniche dentistiche abusive, fabbriche illegali di spaghetti e carta da sigarette. A governare, per un periodo, sono le Triadi. Poi, lentamente, anche in quel caos si formano equilibri, e perfino comunità: scuole, botteghe, templi, un piccolo sistema postale.

Ma la fama di “città dell’oscurità” – come la chiamano i locali – è ormai impossibile da cancellare. Negli anni Ottanta, con l’approssimarsi del ritorno di Hong Kong alla Cina, Londra e Pechino decidono di intervenire. Dopo lunghi negoziati e trasferimenti forzati, la demolizione parte nel 1993. Un anno dopo, della città murata non resta che polvere.

Oggi, al suo posto, c’è il Kowloon Walled City Park. Tranquillo, ordinato, attraversato da vialetti curati e padiglioni tradizionali. Qualcosa resta: la South Gate, la Yamen, frammenti di mura. E soprattutto le targhe coi nomi delle vecchie strade, come strani fantasmi di cemento.

Chi passeggia qui oggi non può neanche immaginare che, proprio sotto i suoi piedi, una volta vivevano come sardine 33.000 persone: gente come noi, con i suoi sogni, le sue paure, le sue speranze in un domani migliore soffocate in un'area grande come quattro campi di calcio.


mercoledì 9 luglio 2025

786 - IL SOLDATO SEMPLICE

 


L’ho immaginato più volte, Jean Thurel. La schiena diritta come le sue convinzioni, un uomo tutto d'un pezzo, di quelli che sembrano nati già in uniforme, scolpiti nel dovere e temprati dal silenzio.

Il suo destino ha dell’incredibile: visse 109 anni e servì il re di Francia per 75. Ma non come ufficiale da scrivania. No. Sul campo di battaglia, sempre, come semplice fante.

Thurel nasce nel 1698 a Orain, in Borgogna, entra nei ranghi del Reggimento di Turenna a 18 anni, nel 1716. Da lì in poi non abbandonerà mai il passo regolare del soldato: marcia e combatte sotto tre re e due rivoluzioni, e sopravvive a tutto.

Al suo primo scontro, l’assedio di Kehl nel 1733, prende un colpo di fucile al petto. Ferita netta, cattiva. Lui si fa estrarre il proiettile senza anestesia e torna a combattere.

Nel 1747 riceve l’unico rimprovero della carriera: durante l’assedio di Bergen rimane isolato dal plotone. Scala le mura da solo e si unisce all’assalto dall’interno. Riceverà una nota di biasimo: colpevole d’iniziativa.

Sessantunenne, a Minden nel 1759, gli toccano sei colpi di sciabola, nessuno mortale. Si salverà anche dal nemico più spietato di ogni soldato di quell'epoca, la cancrena. Di quei giorni conserverà non una medaglia, ma una ragnatela di cicatrici.

Meno fortuna di lui hanno tre suoi fratelli, caduti a Fontenoy nel '45, e suo figlio, disperso al largo della Guadalupa nella battaglia navale delle Saintes. Lui continua a marciare. Anche a 89 anni, nel 1787, quando il reggimento gli offre un carro. Rifiuta: “Mai usata una carrozza in vita mia, non comincerò ora”.

Quando i capelli sono bianchi già da tempo, lo riceve Luigi XVI che gli concede una pensione e tre medaglie di merito (caso rarissimo). Nel 1804, ormai ultracentenario, Napoleone lo vuol conoscere. E gli offre finalmente una promozione. Lui scuote la testa: "Mon général - dice - est mort à Fontenoy". Come dire: no grazie, il mio generale, che era un graduato, è morto da anni. Io, soldato semplice, sono ancora vivo. Si racconta che Napoleone si sia fatto sfuggire uno dei suoi pochi sorrisi,

Jean Thurel muore nel 1807. Centonove anni vissuti obbedendo agli ordini come gli hanno insegnato che è dovere di ogni buon soldato. E facendo una sola cosa fuori dall'ordinario, la più difficile su un campo di battaglia: sopravvivere.

mercoledì 25 giugno 2025

775 - LA DIMENTICANZA


Quanti giorni può sopravvivere un uomo senza bere né mangiare?Non esiste una risposta certa. I medici parlano di tre giorni senz’acqua, forse dieci senza cibo. Ma provate a chiederlo ad Andreas Mihavecz, lui una risposta ce l'ha.

È il primo aprile del 1979 a Bregenz, Austria occidentale. Andreas, diciottenne austriaco, non ha fatto nulla di male: è solo il passeggero di un’auto coinvolta in un banale incidente. La polizia lo porta in centrale per identificarlo. Lo chiudono in custodia cautelare in una cella nel seminterrato del tribunale. E poi… si dimenticano di lui.

Una svista collettiva. Ognuno dei tre agenti presume che sia stato già liberato dagli altri. Nessuno controlla. Nessuno sente le grida di aiuto. Nessuno si accorge che in quello sgabuzzino cementato c’è un ragazzo vivo e di ora in ora sempre più disperato.

I giorni passano. Andreas batte le mani contro le pareti, urla, chiama. Niente. Nessuno risponde. Resta lì. Senza acqua, senza cibo. Per sopravvivere lecca le gocce d’umidità che si formano sul muro. Scrosta pezzi d’intonaco. Rimane sdraiato e immobile per risparmiare energia. Il tempo diventa liquido, il corpo si svuota.

Passano diciotto giorni. Diciotto!

Lo trovano per caso il 19 aprile. Un agente nota il cattivo odore che sale dal seminterrato. La porta della cella si apre: Andreas è ancora vivo, ridotto a uno scheletro tremante. Ha perso 24 chili. Gli occhi scavati, la pelle grigia. Ma è vivo.

Lo portano in ospedale, viene salvato in extremis. I poliziotti coinvolti vengono multati per l’equivalente di 2000 euro, Andreas intenta una causa civile e due anni dopo lo stato austriaco lo risarcisce con l'equivalente di 18.000 euro: 1000 euro per ogni giorno di fame e di sofferenza passati in cella. Nel 1997 il Guinness World of Records lo riconoscerà come “l’essere umano che è sopravvissuto più a lungo senza cibo né acqua”.





giovedì 20 agosto 2020

724 - IL GIOCO PIU' PERICOLOSO DEL MONDO

 

Sembra impossibile ma...

A Natale del 1950 Santa Claus fra gli altri giochi lasciò sotto l'albero dei bimbi americani l'Atomic energy lab, col quale i piccoli scienziati potevano riprodurre in casa divertenti reazioni nucleari. Un kit realistico e perfettamente funzionante. Radioattività compresa.

Il tempo di ringraziare Alberto Giorgi, Fortunato Monti e Massimo Sergi per la segnalazione, e apriamo la scatola del “piccolo chimico” versione nucleare. Che contiene fra l'altro campioni di piombo-210 (radiazioni alfa e beta), rutenio-106 (beta), zinco-65 (gamma), polonio-210 (alfa), e provette riempite di polvere d'uranio. Il laboratorio giocattolo (Gilbert U-238 Atomic Energy Lab è il nome completo) è prodotto da Alfred C. Gilbert, eclettico imprenditore con un curriculum di atleta, mago, uomo d'affari e inventore. Il set è al passo coi tempi: sono passati appena 5 anni da quando “Enola gay” sganciò la bomba su Hiroshima, e la scatola è l'ultima nata delle decine di piccoli laboratori chimici già presenti sul mercato.

La pubblicità promette di “insegnare ai bambini a creare e guardare reazioni nucleari e chimiche usando materiale radioattivo” e strizza l'occhio ai genitori ipotizzando una potenziale carriera scientifica. "Vedrai panorami sbalorditivi – si legge sui cataloghi – seguirai effettivamente i percorsi di elettroni e particelle alfa che viaggiano a velocità superiori a 10.000 miglia al secondo! Puoi giocare a nascondino con la sorgente di raggi gamma sfidando i giocatori a usare il contatore Geiger per localizzare un campione radioattivo nascosto in una stanza”. La pubblicità è rassicurante: “Nessuno dei materiali può rivelarsi pericoloso, tutti i materiali radioattivi inclusi sono stati certificati come completamente sicuri dagli Oak-Ridge Laboratories della Atomic Energy Commission”.

Nel dettaglio, la scatola contiene una “cloud chamber” per osservare particelle alfa, uno “spinthariscope” che mostra i risultati della disintegrazione radioattiva su schermo fluorescente, un contatore geiger Müller a batteria per misurare la radioattività, 4 vasetti di vetro contenenti campioni di uranio naturale, "sfere nucleari" per creare un modello di una particella alfa, le istruzioni (60 pagine scritte dal dottor Ralph E. Lapp), un'introduzione a fumetti alla radioattività scritta da Leslie Groves (direttore del Progetto Manhattan) e John R. Dunning (fisico che ha lavorato alla fissione dell'atomo di uranio), un libro sulle ricerche dell'uranio e 3 batterie. Altro materiale fissile si può ordinare per corrispondenza.

Il set sarà venduto solo nel 1950 e 1951, poi sarà ritirato dagli scaffali. Motivi di sicurezza? Macché, solo perché ne sono stati venduti pochi, meno di 5.000 pezzi. Il motivo è il prezzo, assai elevato: 49,50 dollari equivalenti a circa 500 euro odierni. Il che limita il target ai rampolli di famiglie benestanti, e con qualche aspirazione culturale. Nel 1954 Gilbert scrive che l'Atomic Energy Laboratory è stato "il più spettacolare dei nuovi giocattoli educativi", sottolineando che il governo ha incoraggiato lo sviluppo del set ritenendolo valido per aiutare la comprensione pubblica dell'energia atomica. E rimarca ancora una volta che il giocattolo è sicuro, affidabile e accurato, e che al progetto hanno lavorato alcuni dei migliori fisici nucleari del Paese. Di parere contrario gli autori di una recente indagine, che lo definiscono “uno dei 10 giocattoli più pericolosi di tutti i tempi” (in una classifica che vede al primo posto il gioco delle freccette). Un altro studio ha confermato che i danni causati dall'esposizione alle radiazioni del set in effetti sarebbero stati minimi. A condizione che i campioni radioattivi non siano stati rimossi dai loro contenitori, altrimenti...

Guarda i video: nel primo apri la scatola e guarda un vero “Atomic energy lab” d'epoca, nel secondo scopri i giochi più pericolosi del mondo.

 

 

 

martedì 30 giugno 2020

704 - TUTTI I LIBRI DEL MONDO




Sembra impossibile ma...
Sir Thomas Phillipps ha messo insieme la più grande collezione di libri che un uomo abbia mai creato; e l'ha dispersa perché non andasse in mano all'odiatissimo genero James Orchard Halliwell.

Phillips, erudito e bibliofilo, nasce a Manchester nel 1792. Per tutta la vita rincorrerà un sogno impossibile: possedere una copia di tutti i libri esistenti al mondo. Giovanissimo, comincia a raccogliere libri e manoscritti in tutta Europa. Per anni acquista interi stock nei negozi di libri, riceve cataloghi di rivenditori, ne compra interi elenchi e fa comprare dai suoi agenti interi lotti all'asta superando spesso l'accesa rivalità del British Museum. Nel tempo mette insieme un'incredibile collezione di oltre 100.000 volumi: 40.000 stampati, 60.000 manoscritti e incunaboli rari di altissimo valore.

Phillips ha tre figlie, e nel 1842 un suo collaboratore, lo studioso shakesperiano James Orchard Halliwell, ha una relazione con Harriett, la maggiore, e ne chiede la mano. Il padre però è contrario, e di fronte al suo rifiuto la coppia fugge e si sposa contro la sua volontà. Phillips non li perdonerà mai, e il suo odio per il genero crescerà anno dopo anno. Lo accuserà di essere un ladro di libri, di aver rubato la sua copia del 1603 dell'Amleto per venderla al British Museum e di aver distrutto un gran numero di volumi antichi, ritagliando le pagine per attaccarle nei suoi album. Il timore che alla sua morte Halliwell erediti la sua casa di Middle Hill, piena fino al soffitto di libri, con i pavimenti che cedono sotto il peso di tonnellate di carta, lo spingono a traslocare ogni sua proprietà. Il trasloco avviene nel 1863: per trasferire l'immensa biblioteca utilizza 160 uomini, 105 carri e 230 cavalli che per 8 mesi fanno su e giù fra la vecchia e la nuova residenza, mentre lui controlla la costruzione delle scaffalature passando a cavallo da una stanza all'altra.

Poco prima di morire, nel 1872, Phillips tenta di lasciare la sua collezione al British Museum, e al premier Disraeli detta le sue condizioni: nessun libraio o estraneo deve riorganizzarli, nessun cattolico consultarli, e soprattutto suo genero James Halliwell non ci deve mettere piede, mai. La trattativa fallisce anche per i pessimi rapporti col museo, e l'Inghilterra perde l'immenso patrimonio. La collezione viene smembrata e venduta a blocchi, inestimabili tesori vanno smarriti. Ci vorranno più di 100 anni per venderla tutta; l'ultimo lotto va all'asta da Christie's nel 2006. 



703 - MAMMA MIA!




Sembra impossibile ma...
Nel 1994 una donna ha partorito una coppia di gemelli; poi nel 1996 ha avuto un parto trigemino, e nel 1998 i gemelli erano 4. Nei 19 anni successivi ha avuto altri 35 figli. Oggi ha 42 anni e 44 figli.

Mariam Nabatanzi nasce nel 1978 a Kabimbiri, in Uganda. A 12 anni sopravvive ad un tentativo di omicidio da parte della matrigna che le mette del vetro tritato nel cibo e uccide così 4 dei suoi fratelli. Subito dopo è costretta a sposare un conoscente di 28 anni più anziano, un violento che trova ogni pretesto per picchiarla e abusa di lei per punirla. Sarà l'unico uomo della sua vita, il padre di tutti i suoi figli. Che un paio di anni fa la abbandona e la lascia sola a portare avanti la famiglia. Ovvero i 38 figli sopravvissuti dei 44 nati.

Fra il 1994 e il 2016 infatti Mariam ha dato alla luce 8 bambini “singoli”, 6 coppie di gemelli, 4 serie di trigemini e 3 serie di quadrigemini. La maggior parte vive ancora con lei, il più grande ha 25 anni, il più piccolo 2. I medici studiano il caso e arrivano alla conclusione che la donna rilascia più uova in un ciclo, e la sua
predisposizione genetica all’iperovulazione aumenta notevolmente la possibilità di avere parti multipli. Per lei fra l'altro l'accumulo di uova non fecondate potrebbe essere letale, e quando ha provato a usare contraccettivi si è ammalata ed è andata in coma per un mese. A risolvere i suoi problemi di fertilità ci pensa a fine 2016 un medico: “Mi ha detto di aver tagliato il mio utero dall'interno – spiega Mariam – e non potrò più avere figli”. Così oggi lei è single, e mantiene la famiglia facendo diversi lavori: raccoglie e vende erbe curative, intreccia e acconcia i capelli, prepara decorazioni per i matrimoni. Coi soldi guadagnati compra ogni giorno 10 chili di farina di mais, 4 di zucchero e 3 saponette. Di recente un crowdfunding ha raccolto quasi 8.000 sterline per lei. Che ha ringraziato dicendo: “Dio è stato buono con me, i miei figli non sono mai rimasti un giorno senza un pasto".

Mariam oggi è la donna vivente più fertile del mondo. Ma il primato assoluto spetta a Valentina Vassilyeva, una contadina di Suja in Russia. Tra il 1707 e il 1765 portò avanti 16 gravidanze gemellari, 7 trigemine e 4 quadrigemine per un totale di 27 travagli. In tutto con il marito Fëdor Vasil’ev mise al mondo 69 figli, 67 dei quali raggiunsero l’età adulta. 



 

lunedì 29 giugno 2020

694 - LA MAMMA BAMBINA




Sembra impossibile ma…
Nel novembre del 2015 è morta Lina Medina Vásquez. Nata il 27 settembre 1933, era madre di due figli: Il più piccolo, Raul, nato nel 1972; il più grande, Gerardo, nel maggio 1939. Sì, avete letto bene: quando è nato Gerardo, Lina aveva 5 anni, 7 mesi e 21 giorni. Ringrazio Monica Brachini per la segnalazione e vi racconto una delle storie più incredibili fra le centinaia che abbiamo visto insieme.

Lina nasce a Ticrapo in Perù, nel marzo del 1939; quando ha poco più di 5 anni, i genitori Tiburcio e Victoria, preoccupati per il ventre che continua a crescere, la portano dal medico. Temono un tumore allo stomaco, ma la diagnosi li lascia di sasso: la bambina è incinta di 7 mesi. Il dottor Gerardo Lozada la conduce a Lima e la fa visitare da diversi specialisti, che confermano la gravidanza. Il 14 maggio la bimba dà alla luce con parto cesareo un bambino di 2,7 chili, che viene chiamato Gerardo in onore del medico. Gravidanza e parto sono dettagliatamente documentati su La Presse Medicale dal dottor Edmundo Escomel, che riferisce di condizioni ormonali rarissime che hanno portato allo sviluppo del seno a 4 anni e ad allargamento pelvico e maturazione ossea avanzata a 5, oltre ad un precocissimo menarca.

Lina ovviamente non si rende conto di ciò che le sta capitando, dopo il parto trascorre 11 mesi in ospedale e torna in famiglia solo con l’autorizzazione della Corte Suprema. Mentre lei gioca con le bambole, il figlio viene alimentato da un’infermiera e allevato da uno zio. Crescerà pensando che la bimba sia sua sorella, ma a 10 anni i compagni di scuola gli riveleranno la verità. Gerardo morirà nel 1979 a 40 anni per una malattia del midollo osseo per la quale viene escluso ogni legame con le circostanze della nascita.

Ma chi è il padre del bambino? Non lo sapremo mai; Lina ovviamente non ricorda. Il padre Tiburcio, arrestato per stupro e incesto, viene presto rilasciato: non ci sono prove. I sospetti ricadono su un fratello di Lina affetto da handicap mentale. Ma restano tali. Intanto la notizia della mamma bambina fa il giro del mondo, piovono offerte perché madre e figlio si mostrino in pubblico, ma il governo peruviano lo proibisce. Così la ragazza cresce nel più misero quartiere di Lima, aiutata solo dal dottor Lozada che le permette di studiare e poi la assume come segretaria nella sua clinica. Nel 1972 Lina si sposa e, a 38 anni, ha il secondo figlio. La madre più giovane in tutta la storia dell’umanità muore a 82 anni, povera come ha sempre vissuto. A ricordarla c’è solo una statua che il Museo delle cere di New York le ha dedicato.





lunedì 22 giugno 2020

681 - TUTTI SULLA STESSA BARCA




Sembra impossibile ma…
Uno spettacolare ventaglio composto da decine di sciatori sull’acqua trainati da un’unica imbarcazione si è aperto sul mare di Tasmania e lo ha “pettinato” per oltre un miglio.

Sono 154 i waterskiers provenienti da tutto il mondo che si sono presentati alle prime luci dell’alba nel porto di Macquarie a Strahan sulla costa occidentale della Tasmania. Obiettivo, battere un precedente record mondiale registrato sul Guinness dei primati, rimanendo in piedi tutti insieme per un intero miglio. Per ottenere questo risultato gli organizzatori hanno modificato il catamarano di 35 metri Eagle Heritage Cruises, attrezzandolo in modo da poter trascinare il piccolo esercito di appassionati d'acqua. I 3.000 cavalli di potenza sono stati affiancati da eliche speciali per fornire l’energia sufficiente a trainare l’insolito rimorchio, mentre un braccio di alluminio lungo quasi 100 metri è stato utilizzato per impedire che le corde degli sciatori si aggrovigliassero.

Alle 7,20 precise di una mattinata perfetta dal punto di vista delle condizioni atmosferiche, con un cielo limpido e acque cristalline, L’Eagle Heritage Cruises si è mosso dal porto di Macquarie con 154 sciatori appesi a un sogno. La più giovane di questi, Alexandria Seaton, aveva solo 12 anni. Nei minuti successivi man mano che la tensione cresceva e i motori iniziavano a rombare, uno dopo l’altro gli sciatori hanno iniziato ad alzarsi sui loro sci. Una volta tutti in piedi, al via dei giudici, è iniziato il conteggio della distanza percorsa. Prima di arrivare al traguardo dei 1852 metri, qualcuno ha mollato, ma la grande maggioranza ha tenuto duro fino alla fine.

Così, anche se 9 sfortunati partecipanti non sono riusciti a completare l’impresa, i 145 rimasti in piedi per oltre un miglio sono stati più che sufficienti a battere il vecchio primato, che era di 114. E le numerose imbarcazioni piccole e grandi che hanno gremito lo specchio d’acqua hanno salutato il record con trombe e sirene.




680 - IL PUB DA UN MILIONE DI DOLLARI




Sembra impossibile ma…
C’è un pub in Florida dove da anni ogni avventore lascia un dollaro di mancia dopo averlo firmato con un pennarello. Tutte le banconote vengono appese al soffitto o fissate alle pareti. Se non avete mai visto un milione di dollari in biglietti da un dollaro, fate un salto al McGuire’s Irish Pub di Pensacola.

Nel 1977 William “McGuire” Martin inaugura un piccolo pub all’interno di un centro commerciale. Lui è il cuoco e il barista; la sera dell’apertura la moglie Molly, che serve ai tavoli, prende il primo dollaro che riceve di mancia e decide che sarà il suo portafortuna, come la “numero uno” di zio Paperone. Invece di intascarlo, lo firma con un pennarello nero e lo attacca in bella vista sulla parete dietro il bancone del bar. Altri clienti seguono il suo esempio, e una parte delle mance si trasforma in banconote firmate appese alle pareti, e successivamente al soffitto. Gli affari vanno bene e nel 1982 il pub si trasferisce nei locali di una vecchia caserma dei pompieri, costruita nel 1927. Ma i proprietari non spendono neanche una delle banconote firmate, anzi, iniziano a tappezzarci pareti e soffitti delle diverse stanze, che trasformano in un ristorante con 600 coperti. Oggi ogni centimetro quadrato del locale è coperto di dollari firmati per un valore che supera il milione.

Il fatto che sia denaro inutilizzato non significa che non ci vadano pagate le tasse, e ogni anno l’esattore viene al pub e ci mette tre giorni per fare il conteggio delle banconote. Che attirano anche l’attenzione dei ladri: un dipendente che qualche tempo si portò via 5.000 dollari è finito dietro le sbarre; per il resto le banconote firmate col pennarello sono troppo riconoscibili per essere spese al pub, ma anche nell’intero quartiere. Chi tenta piccoli furti rischia 60 giorni di carcere, mentre chi è sorpreso a prelevare un souvenir anche di un solo dollaro non potrà mai più mettere piede nel locale.

Milione di dollari a parte, pare che al pub si mangi (e si beva) bene,La carne è ottima e il servizio molto cortese – si legge su Tripadvisor - fanno dei cocktail pazzeschi, super alcolici. Abbiamo preso due bistecche enormi e contorno più pane nero per 75 dollari in due, che qui è un prezzo onesto”. Più un dollaro di mancia.



679 - IL PIU' GRANDE




Sembra impossibile ma…
Il più grande essere vivente della Terra non è, come tutti potremmo immaginare rispondendo a una domanda posta a bruciapelo, una gigantesca balena o una maestosa sequoia: è un fungo.

Si chiama Armillaria Ostoyae, e l’esemplare più grande è stato trovato nella Malheur National Forest dell'Oregon. Raggiunge un’estensione di circa 890 ettari, equivalenti a 8.900.000 metri quadrati: per fare un paragone qualcosa come 1.665 campi di calcio. La sua età è stimata sui 2.400 anni ma potrebbe essere molto più antico. Se per secoli è riuscito a non farsi notare più di tanto, è perché è un po’ comeun iceberg: ciò che vediamo in superficie è una minima parte della struttura del fungo, che si estende sotto terra dove le “radici”, chiamate miceli, formano lunghi filamenti in cui scorrono le sostanze nutritive.

Se siete più avvezzi ai film di fantascienza anni Cinquanta, potete immaginarlo come la gigantesca creatura aliena in agguato nel sottosuolo con i suoi infiniti tentacoli da quando è piovuta sulla terra dentro un meteorite. E di fatto l'Armillaria proprio innocuo non è: per estendersi succhia ogni sostanza vitale agli alberi circostanti e li uccide. Non a caso è conosciuto come "l'incubo del giardiniere". Il nome Armillaria deriva dal latino armilla (braccialetto) per il suo anello; è un fungo molto comune che cresce in autunno su ceppi e radici marcite nei boschi di conifere (il suo albero preferito è l'abete rosso). Tossico da crudo, se cucinato è ottimo, ma va cotto bene; inoltre non vanno mangiati gli esemplari sottoposti a congelamento perché conservano le tossine anche dopo la cottura.

Non è da molto tempo che se ne conoscono le dimensioni sotterranee, anche perché i miceli sbucano dal terreno solo a tratti, ed appaiono come esemplari isolati. Un primo esemplare gigante fu individuato solo nel 1992 sempre negli Stati Uniti, dove oltre che nell’Oregon crescono a dismisura anche nel Michìgan. Ma per vedere il secondo fungo più grande al mondo, che ha almeno 1.000 anni di età, basta andare in Svizzera nel Cantone dei Grigioni.


678 - MILLE VOLTE IL PRIMO APPUNTAMENTO




Sembra impossibile ma…
C’è un uomo che da oltre quattro anni ogni sera esce con una donna diversa. Centinaia di appuntamenti con signore e signorine belle e brutte di ogni età, con un’unica regola: le donne devono cenare con lui e pagare il pasto, oppure cucinare per l'occasione.

Sunder Ramu è un attore di cinema e teatro e fotografo di moda. Indiano di Bangalore, riscuote una certa notorietà grazie a un paio di film di successo. Tutto è iniziato a fine 2015. "Attraversavo un periodo di depressione – dice – e stare da solo mi spaventava. Ho deciso che avrei incontrato più persone possibile, e da lì è nata l’idea di uscire con le donne”. All’inizio dovevano essere 365, una a sera per un anno, ma poi ci sono state serate senza appuntamento, altre con due, e Sunder ci ha preso gusto. “In questi mesi ho vissuto i migliori momenti della mia vita. Perché solo donne? Per far crescere la consapevolezza dei loro diritti in India, e perché gli uomini imparino a rispettare la decisione di una donna e il suo diritto di fare ciò che vuole, di dire sì oppure dire no”.

Sunder lascia che siano le donne a decidere il momento e il luogo dell'incontro. “Se una rifiuta – dice – non me la prendo, e non penso che stia attaccando il mio ego: ha i suoi diritti e può fare le sue scelte. Cosa facciamo? Dipende completamente da loro. Alcune hanno cucinato un bel pasto per me, con una ho condiviso un cocomero sul lato di una strada, con un’altra una cena in un ristorante stellato. L’importante è che la cena la paghi lei”. Già, perché con i soldi risparmiati alla fine di ogni mese Sunder va da una ONG, sponsorizza un pasto e mangia insieme a tutti i residenti. “Per il resto facciamo di tutto: ho cenato con una netturbina vicino a una discarica dove lei mangia di solito, in un parco facendo jogging con una ragazza, un’altra mi ha insegnato a navigare sulla sua barca e una terza a pescare”. Sunder è uscito anche con un paio di attrici famose, e con la moglie di un politico. La più giovane delle sue accompagnatrici aveva 21 anni, la più vecchia 105: “Ho guidato 10 ore – racconta - da e per il suo sperduto villaggio, solo per stare con lei". Ma la domanda che in molti gli fanno è un’altra: Come si concludono gli appuntamenti? “Non sono un Casanova – risponde – e non sto cercando una relazione romantica; questa è una cosa che le donne percepiscono, e penso sia la ragione per cui accettano di uscire con me. Ecco, questo è una delle risposte che do a chi mi chiede consigli sul come uscire con tante donne. L’altra è anche più importante: il rispetto e la cura per l'altra persona".


677 - IL PADRONE IDEALE




Sembra impossibile ma...
Sono già due anni che un’azienda regala ai propri dipendenti un viaggio premio all’estero di una settimana. Cosa c’è di strano? Che l’anno scorso il gruppo vacanze a spese del capo era composto da 6.500 persone, quest’anno da 2.500.

L’esercito dei ragionier Fantozzi e delle signorine Silvani è arrivato dalla Cina ed è sbarcato l’anno scorso in Francia e quest’anno in Spagna. A regalare le vacanze all inclusive è stato Li Jinyuan, imprenditore con un patrimonio di 6 miliardi di dollari, e fondatore e presidente di Tiens Group, multinazionale che opera nel settore farmaceutico. L’idea del viaggio premio gli è venuta anno scorso, in occasione del ventesimo anniversario dell'azienda, e visto che si è rivelata un formidabile veicolo commerciale e promozionale, quest’anno ha deciso di ripeterla. Così i boulevard parigini, le promenade della Costa Azzurra, le plazas di Madrid, le ramblas catalane, sono state invase da un’insolita armata di cinesi, tutti vestiti con magliette e cappellini celesti e tutti armati di smartphone.

In Francia Jinyuan, che ha sfilato come un generale su una jeep fra due ali di dipendenti plaudenti, ha condotto i suoi alla conquista di Parigi, per poi spostarsi in Costa Azzurra. Sulla promenade di Nizza ha colto anche l’occasione per entrare nel Guinness dei Primati con la scritta formata da persone più lunga del mondo: i 6.500 hanno disegnato in azzurro la frase "Il sogno della Tiens è bello in Costa Azzurra". In Spagna a Madrid dopo una corrida e un salto al Palazzo reale, l’armata ha dato vita ad un epocale picnic a base di paella in un parco sul Manzanarre, prima di spostarsi a Barcellona.

Complessivamente le due vacanze sono costate circa 22 milioni di euro. Per il viaggio Cina-Europa andate e ritorno il magnate si è fatto riservare oltre 70 voli. Ha prenotato 140 hotel a Parigi, tutte le visite guidate e i biglietti in TGV interamente riservati per spostare i suoi dipendenti da Parigi alla Costa Azzurra, 4760 camere in hotel ad almeno 4 stelle a Montecarlo e a Cannes e i 147 autobus necessari per i piccoli spostamenti. In Spagna ha prenotato 1.650 camere d’albergo, tutti i ticket per le varie escursioni e per i treni ad alta velocità da Madrid a Toledo e a Barcellona. Caro Jinyuan, l’anno prossimo ti aspettiamo in Italia: abbiamo tanto bisogno. Di soldi cinesi e di padroni buoni.



venerdì 19 giugno 2020

639 - QUANDO LO SPOSO NON BADA A SPESE




Sembra impossibile ma…
Per un matrimonio si può spendere qualunque cifra: anche 120 milioni di euro. Lo ha fatto Sheikh Mohammed Rashid al Maktoum, sovrano del Dubai, stabilendo così il primato per le nozze più costose a memoria d’uomo. Lui è l’erede della dinastia Al Maktoum, che regna sul Dubai da prima che entrasse a far parte degli Emirati Arabi Uniti; la sua famiglia ha trasformato la capitale in una città modernissima, nonché in uno o dei luoghi più lussuosi del pianeta. Il suo patrimonio netto è stimato in 16 miliardi di euro. Lei è Hind Bint Maktoum, cugina dello sposo. Il 26 aprile del 1979, giorno delle nozze, lei ha 17 anni, lui 30.

L’evento creato intorno alla celebrazione dura 5 giorni, dichiarati festa nazionale. Di fronte al palazzo reale di Zabeel viene attrezzata e decorata un'enorme area, un recinto la circonda e vengono eretti pali per l’illuminazione. Qui sono accolte migliaia di persone in arrivo da tutto l'emirato. Per 5 giorni (e 5 notti) l'intrattenimento è non-stop: musicisti, danze tradizionali gare e sfide di ogni tipo a cavallo; la Guardia Reale presenta spettacolari parate di cavalieri a cavallo e su cammelli mentre i jet della neonata pattuglia acrobatica sfrecciano per la prima volta nei cieli. Ogni spazio aperto in tutto l’emirato la notte diventa palcoscenico per migliaia di spettacoli mentre nel deserto in 5 giorni si corrono 127 corse di cammelli. Lo stesso sovrano visita a cavallo ogni città e distribuisce cibo.

Poi c’è da pensare agli ospiti, che sono parecchini: 20.000 per la precisione; così viene costruito ex novo uno stadio da 20.000 posti. Ci vogliono 34 jet privati ​​per trasportare gli emiri, gli sceicchi e i regnanti invitati. Per loro si esibiscono 50 compagnie di danza arabe e africane. Durante la cerimonia nuziale, lo sceicco offre alla sposa i suoi doni; per trasportarli tutti, servono 20 cammelli, tutti addobbati con gioielli e pietre preziose.

Oggi Hind è la first lady, vive nel palazzo di Zabeel e si prende cura dei 12 figli e di diversi orfani adottati. E’ nota per le opere di bene e non si mostra in pubblico, non si fa fotografare e non accompagna mai il marito. Cosa che invece ha fatto fino a pochi mesi fa la seconda moglie, Haya Bint Al Hussein, figlia di re Hussein di Giordania; lei nel 2004 ha avuto un matrimonio assai più modesto e certo assai poco felice, visto che nel 2019 è fuggita in Inghilterra, portandosi dietro le due figlie. Al tribunale di Londra ha dichiarato che erano erano in pericolo di vita, e ha denunciato le condizioni inumane in cui erano costrette a vivere alla corte di Al Maktoum. A cui sono rimaste le altre 5 mogli e uno stuolo di figli: in tutto ne ha avuti 23, 9 maschi e 14 femmine.


638 - LA TORTA DELLA NONNA




Sembra impossibile ma…
Quella che gli esploratori dell’Antarctic Heritage Trust si sono trovati davanti frugando fra i contenitori di uno scaffale nel rifugio di Capo Adare era una torta di frutta intatta, perfino profumata: sembrava sfornata da poco. L’incredibile è che era lì da 106 anni.

Il team neozelandese ha trovato il dolce durante una ricognizione sul promontorio a nord della Terra della Regina Victoria in Antartide, luogo di sbarco all’inizio del secolo scorso per numerose spedizioni dirette al Polo Sud. La torta, un plum cake, estratta con cautela dalla scatola di metallo arrugginita che la conteneva, era nascosta in un rifugio e ”appariva come nuova”, tanto da sembrare ancora commestibile. Conservava ancora l’etichetta della pasticceria britannica che la preparò (pare senza aggiunta di conservanti) tanti anni fa, la Huntley & Palmers.

Il plum cake è un alimento perfetto per gli esploratori per l’elevato apporto di calorie, tanto che ancora oggi non manca mai fra le vivande dei viaggiatori artici. A portarla in Antartide più di 100 anni fa con ogni probabilità furono i componenti della spedizione Terra Nova del 1910-1913, guidata dall'inglese Robert Falcon Scott; un’avventura che si concluse tragicamente con i cinque partecipanti, compreso Scott, che nel viaggio di ritorno si persero a causa di alcuni calcoli sbagliati e morirono congelati nelle loro tende dove furono ritrovati otto mesi dopo il loro decesso.

La capanna di Capo Adare è uno dei due rifugi realizzati nel 1899 dalla spedizione del ricercatore norvegese Carstens Borchgrevink. All’ interno sono stati trovati numerosi altri reperti risalenti alle prime spedizioni, tra cui un acquerello realizzato da Scott. L’Antarctic Heritage Trust conserva tutti gli oggetti rinvenuti nel continente antartico, e in un anno ne ha messi da parte 1500. E’ possibile vederli nel laboratorio della fondazione neozelandese al Canterbury Museum. Dove è in mostra anche la torta di Capo Adare. 
 
 

 
 

 


637 - MESSAGGI IN BOTTIGLIA




Sembra impossibile ma…
Un messaggio inserito in una bottiglia e lanciato in mare da una nave è stato ritrovato su una spiaggia australiana. Dopo 132 anni dal giorno in cui un marinaio, a bordo di un veliero tedesco, lo aveva affidato alle onde. Il documento è datato 12 giugno 1886: il più antico messaggio in bottiglia del mondo.

Il ritrovamento è recente: la signora Tonya illman, a passeggio con la famiglia su una spiaggia di Wedge Island, a 160 chilometri da Perth, raccoglie un oggetto che sporge dalla sabbia. «Era una bottiglia – dice -, mi aveva attratto l’aspetto antico, con la scritta in rilievo nel vetro. Pensavo di farne un soprammobile, ma la fidanzata di mio figlio si è accorta che conteneva qualcosa. A casa, abbiamo estratto con cautela un messaggio arrotolato e legato con un filo. Era stampato in tedesco, con note scritte a penna. Sul retro, la richiesta di consegnarlo al consolato tedesco più vicino».

Il tutto è stato portato agli esperti di archeologia marittima del Western Australian Museum. Il contenitore è risultato essere una bottiglia di gin olandese del XIX secolo. Le ricerche sul documento, hanno appurato che la bottiglia era stata lanciata dal veliero tedesco Paula, in navigazione nell’oceano Indiano a 950 chilometri dalla costa dell’Australia occidentale. In Germania è stato trovato anche il giornale di bordo originale del veliero, e una nota scritta a penna dal capitano il 12 giugno 1886, registrava il lancio di una bottiglia in mare. La data e le coordinate corrispondono a quelle riportate sul messaggio. Si è appurato così che la bottiglia faceva parte di un esperimento dell’Osservatorio Navale Tedesco, che tra il 1864 e il 1933 ne fece lanciare una serie dalle imbarcazioni in navigazione per esaminare le correnti oceaniche. Nel tempo ne sono state recuperate molte, l’ultima in Danimarca nel 1934.


giovedì 4 giugno 2020

531 - IL COLTELLO PIU' VELOCE DEL WEST-END




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Robert Liston nasce a Ecclesmachan in Scozia nel 1794; figlio di un pastore protestante con una certa fama di inventore, si laurea in medicina e nel 1818 è docente di anatomia all'Università di Edimburgo e chirurgo alla Royal Infirmary. Uomo molto alto, vigoroso, a detta degli altri medici è rude, vanitoso e arrogante; solo con loro però, perché dai pazienti è considerato premuroso e gentile, oltre che caritatevole e sempre disponibile verso i più poveri. Più volte risolve casi dichiarati incurabili da altri chirurghi, e questo lo rende sempre più impopolare fra i colleghi, tanto che nel 1835 è costretto a lasciare la Scozia e accettare la cattedra di Clinica Chirurgica all'University College di Londra.

Come chirurgo si rivela abile e velocissimo, e si specializza nelle amputazioni per le quali inventa tecniche e strumenti, alcuni dei quali in uso ancora oggi. Liston è in grado di amputare un arto in due minuti e mezzo. La rimozione di un tumore scrotale del peso di 20 chilogrammi in 4 minuti gli vale il soprannome di “coltello più veloce del West End”. E la rapidità con cui esegue gli interventi in un'epoca in cui non esiste l'anestesia è preziosa sia per limitare il dolore che per aumentare le probabilità di sopravvivenza: la maggior parte dei chirurghi infatti perdono un paziente ogni quattro, il chirurgo scozzese soltanto uno ogni dieci.

Le sue operazioni, seguite spesso da un folto pubblico, sono uno spettacolo. Che inizia sempre con la frase “Time me gentlemen” con cui Liston fa partire il cronometro. Il chirurgo incide la carne con un coltello, poi se lo mette fra i denti e procede a tagliare l’osso con una sega, infine richiude e ricuce il tutto cercando di limitare la perdita di sangue. Non sempre però le cose vanno bene: una volta nell'amputare la gamba ad un contadino preso dalla frenesia finisce per tagliargli via anche i testicoli. Così fra centinaia di interventi perfetti, più di uno finisce negli annali dei “great medical disaster”. E uno in particolare passa alla storia: l'amputazione di una gamba, al solito, in due minuti e mezzo. Liston inizia a tagliare, e l’uomo si dimena come un pazzo, con gli assistenti che tentano invano di bloccarlo. Nella concitazione il chirurgo taglia le dita di un assistente ed il cappotto di uno spettatore. Che però fra gli spruzzi di sangue pensa di esser stato ferito, e per lo spavento si accascia a terra fulminato da un infarto. Le ferite di paziente e assistente poi, come spesso accade, vanno in cancrena, e i due muoiono nei giorni seguenti. A conti fatti, è l'unico intervento chirurgico della storia con un tasso di mortalità del 300%.

Nel 1846 il chirurgo scozzese è il primo in Europa ad eseguire un' operazione utilizzando l'etere: la prima vera anestesia. Con il paziente addormentato completa l'amputazione in soli 25 secondi: si aprono scenari tutti nuovi. Che però non potrà esplorare. Robert Liston morirà infatti pochi mesi dopo in un incidente in barca a vela.



giovedì 14 maggio 2020

506 - FINCHE' MORTE NON VI SEPARI




Sembra impossibile ma…
L’11 dicembre del 1925 Karam Chand e sua moglie Kartari si incontrarono durante la cerimonia Sikh del loro matrimonio, combinato naturalmente dai genitori. Non si erano mai visti, e pensarono di essere stati fortunati. Si augurarono una vita di coppia lunga e felice. Ma mai avrebbero pensato che il loro matrimonio sarebbe stato il più lungo della storia: 90 anni e 291 giorni.

Karam nasce nel 1905, Kartari 7 anni dopo, tutti e due provengono da una famiglia di contadini del Punjab. Siamo nel periodo di massimo splendore del dominio britannico, Gandhi è solo un giovane avvocato appena rientrato in India dal Sudafrica, e per andare dall’Europa al subcontinente attraverso il Canale di Suez ci vogliono sei settimane. Nel 1965 la coppia, che nel frattempo ha avuto 8 figli, 4 maschi e 4 femmine, emigra in Inghilterra, e Karam trova lavoro nei lanifici di Girlington, vicino a Bradford, nel West Yorkshire. E’ qui che la famiglia Chand mette su casa.

Giorno dopo giorno, marito e moglie crescono i figli e invecchiano serenamente, festeggiano le nozze d’oro e quelle di diamante, poi i loro anniversari cominciano ad apparire sui giornali, un anno dopo l’altro, finché il loro matrimonio diventa il più lungo a memoria d’uomo. Intervistato sui segreti della loro longevità, Karam dice: "Non mi sono mai trattenuto dal godermi la vita, ma con moderazione: un’unica sigaretta al giorno, un bicchierino di whisky. Abbiamo sempre mangiato del cibo sano, non c'è niente di artificiale nella nostra dieta ma cose come burro, latte e yogurt fresco. Facciamo colazione sempre allo stesso orario: alle 6.30. E poi sì, come nei proverbi, ho sempre mangiato una mela al giorno”.

Quando Karam il 27 settembre del 2016 muore in ospedale per cause naturali, ha 110 anni e 11 mesi, la moglie ne ha 103. E’ “scioccata dalla perdita – dicono i figli - ma pensiamo sia normale, visto tutti gli anni trascorsi insieme. Comunque si dice grata per aver potuto trascorrere così tanto tempo col marito”. La coppia lascia 8 figli, 27 nipoti e decine di pronipoti. “Sappiamo che essere sposati per tanti anni – ha detto Chand nella sua ultima intervista - è una benedizione, ma saremo pronti ad andare quando sarà il momento: dipende tutto dalla volontà di Dio Ma abbiamo davvero vissuto una bella vita". Kartari raggiungerà il suo Karam il 28 dicembre 2019.
Guarda il video con Karam e Kartari che raccontano i segreti per una lunga vita di coppia.
 
 


domenica 19 aprile 2020

461 - LA NAVE PIU' PAZZA DEL MONDO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Si svolge fra il 1943 e il 1945, ma la Marina Militare Americana l’ha tenuta segreta fino al 1958.

Il cacciatorpediniere USS William D. Porter (DD-579) detto “Willie Dee“ entra in servizio l’8 luglio 1943. Nonostante l’equipaggio, 125 marinai agli ordini del comandante Wilfred Walter, sia composto in larghissima parte da reclute alla prima esperienza in mare, la prima missione è segreta e molto importante: far parte del convoglio che scorta il presidente Roosevelt nell’Atlantico infestato dagli U-boat nazisti fino al Nord Africa per una conferenza con Stalin e Churchill. Il presidente col Segretario di Stato e le massime cariche politiche e militari, è a bordo della corazzata Iowa.

La Willie Dee parte col piede giusto: a Norfolk non completa la manovra per levare l’ancora, che sbatte impazzita sulla nave di fianco e ne demolisce mezza fiancata, oltre a causare danni consistenti al molo. Il comandante Walter si scusa imbarazzato via radio, e si affretta a raggiungere il convoglio. Il primo degli 8 giorni previsti per il viaggio, in una zona dove incrociano i sommergibili tedeschi, una forte esplosione rompe il silenzio. E’ allarme generale, con la quasi certezza di essere sotto attacco. Finché un messaggio radio di Walter “tranquillizza” tutti: “Scusate, una delle nostre bombe di profondità è accidentalmente caduta in acqua ed è esplosa, non ci sono danni”.

Poche ore dopo arriva una burrasca: un marinaio cade in mare. Le ricerche rallentano la navigazione. Non verrà più ritrovato. Indovinate da che nave è caduto? Passano poche ore e la Willie Dee chiama la Yowa via radio: in sala macchine c’è un’avaria, la nave deve rallentare. Il comandante, pesantemente redarguito, si scusa e promette di “migliorare la performance della nave“. A bordo il nervosismo è alle stelle.

Il giorno dopo al largo delle Bermuda il capitano della Iowa decide di mostrare a Roosevelt l’efficacia delle difese in caso si attacco, e avvia un’esercitazione che prevede il lancio di palloni sonda come bersagli dei cannoni, e una simulazione con i siluri. La Willie Dee segue a una certa distanza, ma Walter vuol dimostrare che il suo equipaggio non è poi così male. Spara a qualche pallone sonda, poi prepara un lancio di siluri, ovviamente disinnescati: fuori uno, fuori due, fuori tre… il rumore che segue è inconfondibile: no, il terzo siluro non era disinnescato, ed è partito. Il bersaglio, di default, è l’obiettivo più grosso nelle vicinanze, la Yowa: la Willie Dee ha appena sparato un siluro contro il presidente degli Stati Uniti.

Panico a bordo. Seguono 4 minuti di confusione totale: lanciare l’allarme? C’è il silenzio radio. I messaggi inviati da un marinaio terrorizzato sono incomprensibili. Il comandante alla fine decide di usare comunque la radio: “Siluro in acqua, virate a destra!”. La virata in extremis salva la Yowa, il siluro esplode a pochi metri senza fare danni. Pare che il presidente che l’ha visto arrivare gli abbia anche sparato contro con una pistola. Per la Willie Dee non ci sono scusanti, anzi il sospetto che a bordo ci sia più di un sabotatore è forte. La nave lascia il convoglio e sbarca alle Bermuda dove un plotone di marines scorta tutti in carcere. Seguono mesi di indagini e la conferma che tutto è stato causato solo da incompetenza. Il marinaio che ha rilasciato il siluro viene condannato a 14 anni di lavori forzati. Roosevelt lo grazierà.

La Willie Dee viene spedita in Alaska, dove non può far danni. All’ingresso di ogni porto trova gli equipaggi delle altri navi che la deridono al grido di “Non sparate, siamo repubblicani”. Tornata in servizio attivo, nella battaglia di Okinawa colpisce un aereo nemico che si inabissa e finisce per esplodere. Dove? proprio sotto la chiglia della nave, che cola a picco. Tutto l’equipaggio si salva. Una fine degna della Willie Dee: affondata da un aereo già abbattuto.
Guarda i video con la storia della Willie Dee.
 

 




872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...