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martedì 10 febbraio 2026

860 - IL DRUIDO VENUTO DAL FUTURO


  

William Price era un uomo fuori dal suo tempo: amore libero, rifiuto del matrimonio, no al vaccino obbligatorio, vegetariano convinto. Tutto questo 150 anni fa, nell'Inghilterra vittoriana.

Medico, druido autoproclamato, ribelle per vocazione, Price nasce a Rudry, nel Galles meridionale, nel 1800. Figlio di un pastore anglicano, studia medicina a Londra ma torna presto nel suo villaggio, dove cura i minatori e insieme li educa alla disobbedienza.

Nazionalista gallese e repubblicano, crede che il popolo debba liberarsi da Londra, dalla Chiesa, dalla morale. Gira con tuniche sgargianti, un enorme copricapo di pelle di volpe e idee che ai più sembrano quelle di un pazzo.

Si proclama arch-druido, celebra riti all’alba, parla con i boschi e con i morti, e sostiene che il cristianesimo abbia rubato tutto ai Celti, persino l’anima. Dopo il fallimento della rivolta cartista di Newport nel 1839, fugge in Francia travestito da donna, e torna anni dopo con idee ancora più radicali.

Si oppone apertamente alla vaccinazione antivaiolosa per motivi che oggi definiremmo politici (rifiuto dell’imposizione statale sui corpi), ideologici (ostilità alla medicina “ufficiale”) e naturalistici (crede che il corpo debba guarire secondo “leggi naturali”).

Mangia rigorosamente vegetariano: in un'epoca in cui il vegetarianesimo è un'eresia alimentare, rifiuta il consumo di carne per motivi etici e spirituali. Crede che l’uomo debba nutrirsi senza violenza sugli animali. Inserisce l’alimentazione nel suo discorso più ampio contro la medicina ufficiale e la vivisezione.

Predica l’amore libero come rottura totale con la morale vittoriana. Condanna il matrimonio come istituzione di controllo sociale e religioso che trasforma l’amore in possesso legale. Considera il vincolo matrimoniale una forma di schiavitù femminile.

Sostiene che uomini e donne si devono scegliere liberamente, senza contratti, benedizioni o autorità esterne. Così convive con le sue numerose compagne senza sposarle. I suoi figli nascono fuori dal matrimonio e li chiama con nomi deliberatamente provocatori: una figlia “Contessa del Galles”, due bambini Iesu Grist (Gesù Cristo in gallese) primo e secondo.

Quando Iesu Grist primo muore di malattia a pochi mesi,il padre adagia il corpo su una pira improvvisata in un campo, e accende il fuoco davanti a una folla incredula e alla polizia decisa a intervenire. L'anno è il 1884, e Price difende il diritto di bruciare i morti come facevano gli antichi Celti. Arrestato e processato, trasforma il tribunale in un palcoscenico. Vince. Il giudice stabilìsce che la cremazione non è illegale. Una sentenza storica.

Il medico-druido diventa una celebrità eccentrica: vende medaglie commemorative del processo, organizza eisteddfod (antichi festival culturali gallesi) che vanno deserti, sfila per le strade con un mago Merlino completamente nudo e una capra al seguito, non per provocanre ma per celebrare un funerale simbolico della morale vittoriana.

Price muore nel 1893. Al pittoresco funerale pagano ventimila persone assistono alla sua cremazione su un’enorme pira in cima a una collina. Per molti se ne è andato un uomo immorale, scandaloso, sovversivo. Per qualcuno un visionario nato troppo presto.

martedì 3 febbraio 2026

854 - L'UOMO CHE CAVALCAVA I CAIMANI


  

L'importante è distinguersi dagli altri noiosi country gentlemen dello Yorkshire. Per questo Charles Waterton porta i capelli cortissimi, a spazzola, quanto tutti li portano lunghi e ondulati. E si impegna a fare altre cosette insolite.

Tipo cavalcare un caimano, scalare a mani nude torri e minareti, farsi mordere dai pipistrelli-vampiro e testare su se stesso sostanze velenosissime, all'ombra di un'incrollabile fiducia nel fato. Una vita in equilibrio precario fra scienza ed eccentricità.

Waterton nasce nel 1782 a Walton Hall, nello Yorkshire, gentiluomo di campagna senza titolo ma con vaste proprietà, e cresce con una convinzione semplice e pericolosa: la natura non va osservata da lontano, ma affrontata corpo a corpo.

Nel 1804 parte per la Guyana britannica, ufficialmente per questioni di famiglia, in realtà per saziare una fame di avventura che non conosce stagioni. Nella foresta tropicale studia animali, annota comportamenti, sperimenta su se stesso gli effetti di sostanze micidiali come il curaro, che poi farà conoscere in Europa raccontandone anche con rigore le reazioni che scatena e smontando leggende.

Tutto per un insaziabile gusto della sfida, che gli guadagna una fama leggendaria: per dimostrare che certe paure sono più grandi della realtà, insegue pipistrelli vampiro sperando di farsi mordere per studiarne le conseguenze (all'inizio senza successo, pare lo evitassero), e salta sul dorso di un caimano e lo cavalca davanti agli astanti sbalorditi. Per pochi istanti, confesserà: “quanti mi sono bastati per decidere che una volta è più che sufficiente”.

Rientrato in Europa, Waterton non cambia passo, ma solo metodi. Scala torri e campanili senza alcun ausilio, e spesso per sperimentare la “navigazione dell'atmosfera” si lancia nel vuoto su improvvisate strutture di salvataggio, uscendone sempre illeso.

A Roma scala la Basilica di San Pietro fino al parafulmine, dimenticando i guanti sulla cima della cupola. Papa Pio VII, più sgomento che divertito, lo obbliga a risalire per recuperarli, poi indignato gli nega l'udienza richiesta.

Negli anni maturi trasforma Walton Hall in un santuario ante litteram della biodiversità, circondandolo con un muro per proteggere gli animali e combattendo l’inquinamento industriale quando ancora nessuno ne parla.

Parallelamente diventa un maestro della tassidermia, non per ingannare la scienza ma per provocarla: i suoi assemblaggi satirici, raccolti nel feroce *The English reformation zoologically demonstrated*, prendono in giro politica e religione con rospi, uccelli, lucertole e scimmie cuciti in forme caricaturali.

Muore nel 1865. A 83 anni, dopo innumerevoli sfide, la buona sorte lo abbandona: una caduta gli toglie subito la parola e dopo qualche settimana la vita. Una vita bizzarra, percorsa controcorrente, con la certezza che per capire davvero la scienza, bisogna avere il coraggio di arrampicarsi molto in alto. Cercando di non dimenticare i guanti.

sabato 31 gennaio 2026

852 - LA SOLITUDINE DEL GENIO


  

A 18 mesi è in grado di leggere il Boston Globe, a 8 anni parla diverse lingue, dal latino al greco, dal francese, al russo, dal tedesco all'armeno, a 11 anni entra ad Harvard.

I numeri leggendari sul suo QI non sono verificabili, ma di certo se esistesse una classifica delle capacità intellettive il nome di William James Sidis starebbe in cima.

Nato a Boston nel 1898, figlio di Boris Sidis, un noto psichiatra e di Sarah Mandelbaum un medico. Il metodo educativo del bambino prodigio (spinta forte verso il successo, pressione per i risultati, esposizione mediatica) non sembra dei migliori.

Comunque è grazie a quello (o nonostante quello) che le cronache raccontano un’infanzia vertiginosa: lingue antiche e moderne assimilate con naturalezza, una lingua inventata (il Vendergood), manoscritti e libri scritti mentre i coetanei imparano a fare le aste. A 11 anni varca i cancelli di Harvard; a 16 si laurea “cum laude”,

Nel mezzo, una scena da romanzo: una lezione sulla quarta dimensione tenuta davanti ai più illustri professori e accademici, con la calma e la sicurezza di chi ha imparato da sempre a non avere rivali.

A 17 anni inizia a insegnare matematica alla Rice University.Ma non è sereno (non lo sarà mai), sente che quella non è la sua strada, che le sue idee non sono allineate. E nel 1919 Sidis è uno dei protagonisti del Primo Maggio di Boston: cortei, scontri, repressione. Viene arrestato non per violenza, ma proprio per le sue idee considerate sovversive.

Condannato, evita il carcere grazie all’intervento del padre, ma il prezzo è alto: tra il 1919 e il 1921 trascorre due anni di isolamento sotto controllo in un sanatorio. È la frattura. Sidis decide di uscire dal fascio dei riflettori, sceglie l’invisibilità.

Continua a scrivere un libro dopo l'altro, ma pubblica sotto pseudonimo, insegna e studia ai margini, esplora territori eccentrici: dalla cosmologia ai sistemi di trasporto urbano. In “The Animate and the Inanimate” immagina universi che vanno contro la freccia del tempo. Si trova anche costretto a difendere la propria privacy in tribunale, quando un settimanale lo deride: una battaglia silenziosa per il diritto all’oblio.

William James Sidis muore il 17 luglio 1944, a 46 anni, per emorragia cerebrale. Resta il rimpianto di aver perduto così giovane una mente eccezionale. E una domanda che punge: cosa avrebbe potuto creare “il ragazzo più intelligente della Terra”, come lo chiamavano i giornali, se la società, invece di esibirlo e poi isolarlo, lo avesse sostenuto davvero?


mercoledì 10 settembre 2025

823 - IL GRANDE CAMALEONTE


 

Ci sono vite che sembrano romanzi. Quella di Romain Gary è di più: un gioco di specchi in cui niente è quello che sembra. Avete presente lo Zelig di Woody Allen? Ecco, qualcosa di simile, ma ad altissimi livelli.

Spoiler: Gary sarà un eroe di guerra, poi un diplomatico, infine uno scrittore coronato dal premio Goncourt. Ma non gli basta: inventa un altro se stesso, Émile Ajar, e con lui trionfa di nuovo al premio più ambito di Francia, beffando l’intero mondo letterario. Una doppia vita che culmina nell’ultimo, spettacolare colpo di scena: confessare la verità solo dopo la morte.

Vale la pena di raccontare nel dettaglio gli highlights di una vita “spericolata”. Il suo vero nome è Roman Kacew e nasce nel 1914 a Vilnius, allora città dell'impero russo che cambierà più volte bandiera come lui cambierà volto. Figlio di Mina Owczyńska, attrice di scarso successo e madre onnipresente, e di un padre presto fuggito, cresce con l’ossessione di un destino più grande di lui.

La madre gli insegna il francese, lingua dei sogni e della promessa: “Diventerai ambasciatore, diventerai Victor Hugo”. E quel ragazzo ebreo, approdato con lei a Nizza, manterrà entrambe le profezie.

Per farlo si trasforma in Romain Gary, cittadino francese, aviatore durante la guerra. Nel 1943, ferito all’addome, riporta alla base un aereo col pilota accecato: un gesto che gli vale decorazioni altissime, fra cui la Légion d’onore e il titolo di Compagnon de la Libération.

Con la benedizione di De Gaulle inizia poi la carriera diplomatica: diventa ambasciatore, console a Los Angeles e in Bolivia, delegato Onu con incarichi in Africa. E intanto scrive. “Éducation européenne” (1945) viene accolto come uno dei migliori romanzi della Resistenza, e nel 1956 il Goncourt a “Les Racines du ciel” lo consacra: l’eroe di guerra diventa scrittore di fama.

Ma Gary non si accontenta. Ha bisogno di reinventarsi, di bruciare vite come il suo nome sembra suggerire (in russo gari significa “brucia!”). Usa altri pseudonimi, si sposa due volte — con la scrittrice Lesley Blanch e con l’attrice Jean Seberg —, conosce gloria e tormenti.

Poi, negli anni Settanta, orchestra la più grande beffa letteraria del secolo: crea Émile Ajar. Con la complicità del nipote Paul Pavlowitch, che ne interpreta il ruolo in pubblico, pubblica “Gros-Câlin” e poi “La vie devant soi”. Quest’ultimo nel 1975 vince il Goncourt: caso unico nella storia, Gary lo ottiene due volte, violando il regolamento senza che nessuno se ne accorga.

Nel 1979 Jean Seberg viene trovata morta a Parigi; un anno dopo, il 2 dicembre 1980, Gary profondamente depresso per il sopraggiungere della vecchiaia, si toglie la vita sparandosi alla tempia, dopo aver avuto cura d'indossare una vestaglia rosso vermiglio perché il sangue non si noti troppo.

Nel cassetto della sua scrivania viene trovato un manoscritto datato 21 marzo 1979: “Vie et mort d’Émile Ajar”, insieme a precise istruzioni per la pubblicazione dopo la sua morte. È la confessione finale: “Émile Ajar, c’est moi”. Non più maschere né doppi giochi. Il grande camaleonte si prende il gusto di un ultimo colpo di teatro: “Mi sono divertito parecchio. Arrivederci e grazie” è la frase con cui saluta la vita.






sabato 9 agosto 2025

805 - LA STREGA NERA DI WALL STREET


 

Shylock? Pantalone? Arpagone? Dilettanti rispetto a Hetty Green, la donna più ricca d’America che trasformò la diffidenza in un’arte e l’avarizia in leggenda.

Nata nel 1834 a New Bedford, tra le nebbie dell’Atlantico e il profumo acre e salmastro delle baleniere, cresce in una comunità quacchera dove la sobrietà è legge e i conti tornano sempre. A sei anni legge il giornale economico del padre; a tredici tiene la contabilità di famiglia. Mentre le coetanee sognano crinoline e carrozze, lei rivende i vestiti nuovi per comprare titoli di Stato.

Quando il padre e due zie muoiono, eredita un patrimonio immenso. E fa ciò che nessuna donna aveva mai neanche pensato di osare: varca le porte severe di Wall Street, di nero vestita, passo risoluto e sguardo d’acciaio.

Gli uomini la osservano a bocca aperta, dandosi di gomito, e la battezzano subito “la strega nera di Wall Street”. Lei, con ironia tagliente, se ne fa un vanto. Compra per pochi dollari proprietà a Chicago ridotte in macerie dal grande incendio del 1871, presta milioni a New York in tempi di crisi, siede al tavolo con i magnati convocati da Roosevelt per salvare l’economia americana.

E vive come una mendicante: mangia torte da due centesimi, dorme in case fredde come magazzini, indossa un’unica sottoveste consunta cucita da ragazza. Si dice che cerchi ossi gratis per il cane e che si faccia curare alle cliniche dei poveri, che litighi con la servitù per un centesimo. La storia più crudele riguarda suo figlio Ned: quando si rompe una gamba, lei passa giorni a cercare un ospedale gratuito; quando alla fine si decide a pagare, è troppo tardi. L’infezione impone l’amputazione.

Fra pubblico e privato è lei stessa ad alimentare il mito dell'avara: è la sua cifra espressiva, la sua corazza in un mondo di uomini che non rispetta lei ma solo i suoi soldi. E che fatica ad accettare il confronto con una mente lucidissima, metodica, inflessibile che, in due occasioni presta somme decisive per evitare il collasso dell'intera città.

Non sono una donna dura – lascia scritto - ma non avendo una segretaria che testimonia per me tutto ciò che faccio di gentile, mi tacciano di essere chiusa, meschina e avara. Sono una quacchera e sto cercando di essere all'altezza dei principi della mia fede. Ecco perché mi vesto in modo semplice e vivo in tranquillità. Non mi piacerebbe vivere in nessun altro modo”.

Morirà nel 1916, a 81 anni, per un ictus fulminante dopo una lite con una cameriera sulle virtù del latte scremato . Il Guinness la registra come la persona più avara di sempre.

La figlia Sylvia appare insieme a lei in una foto sbiadita del 1909, il giorno del suo matrimonio con un rampollo della dinastia Astor. L'espressione della madre è arcigna e lievemente disgustata, la sua, per una volta nella vita ben vestita e agghindata a festa, rassegnata. Subito dopo la sua morte Sylvia fa costruire a sue spese un grande ospedale gratuito per i poveri. Nonostante tutto sotto cumuli di monete è germogliato un seme di tenerezza.

giovedì 6 agosto 2020

713 - LE FOLLI NOTTI DELL'OMO VESPA


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Ringrazio Alessandro Querin per la segnalazione e vi porto nello strano mondo dell'Omo vespa.

Trieste, 7 marzo 1932. Il quotidiano locale pubblica un insolito articolo: “Nelle prime ore di stamane mentre usciva dal bar Procuratie di piazza Goldoni ove aveva lavorato nel corso della nottata, la barista Maria Forza di 56 anni si accorse che un individuo la pedinava. Impressionata, affrettò il passo ma l’individuo la raggiunse in via Carducci, e la colpì al fianco sinistro con un oggetto appuntito, producendole una leggera ferita superficiale. Quindi si diede alla fuga”. E' il primo colpo dell'Omo vespa.

Il primo di una lunga serie che il “Piccolo” racconterà nei giorni seguenti con rilevanza crescente: decine di ragazze vengono “ferite da un tizio avvolto in un mantello scurissimo che armato di punteruolo non esita ad infliggere ai posteriori di queste povere fanciulle un bel punturone”. E quando gli audaci blitz notturni del misterioso antesignano dei supereroi finiscono sul Corriere della Sera, il caso diventa di rilievo nazionale. In breve in città si diffonde la psicosi dell’Omo vespa, come la gente lo ribattezza. E nelle notti di inizio primavera per le ventose strade della città si scatena una caccia all'uomo degna di quella raccontata da Woody Allen nel suo “Ombre e nebbia”: forze di polizia ma anche gente qualunque e una task force di vigilantes composta da cittadini ed ex poliziotti reclutati personalmente dal Podestà, che setacciano anche i vasti sotterranei della città, all'epoca rifugio di una corte dei miracoli di ladri, sbandati e contrabbandieri. Intanto in un paio di occasioni gruppetti di giovani sorpresi a punzecchiare per scherzi di sapore goliardico il lato B di malcapitate ragazze, rischiano il linciaggio.

A fine marzo Giacomo Ziuch, un fabbro noto come “Giacomin el capobanda del casin”, si presenta in Comune e al “Piccolo” per illustrare la sua scoperta: il paraspunte, uno stampo di lamiera zincata a forma di sedere per proteggere le natiche dal fatidico pungiglione. E a inizio aprile a contattare la redazione con una lettera anonima è l'Omo vespa in persona. Dice di essere "un fustigatore della pubblica immoralità", e che le sue punture sono "la giusta punizione divina, per mano umana, nei confronti delle giovani scostumate” che girano con gonne corte e abiti scollacciati.

Poi, due mesi dopo il primo attacco, le incursioni notturne del moralizzatore terminano all'improvviso come erano iniziate. Ha cessato l'attività, è fuggito o è stato preso dalla polizia che per evitare clamori di piazza ha tenuto nascosto l'arresto? C'è chi dice fosse un frate francescano, chi un gesuita. L'unica certezza è che dell'Omo vespa non si saprà più niente. Il giornalista del Piccolo che ha seguito la vicenda è Flaminio Cavedali, che è anche autore di canzoni dialettali. E compone “L’Omo Vespa”, che diventerà nella versione folk-rock del cantautore Lorenzo Pilat una delle più famose hit popolari triestine, rivisitata addirittura da Marilyn Manson.

Guarda il video con la storia dell'Omo vespa e ascolta la canzone popolare di Lorenzo Pilat.


                                   

sabato 13 giugno 2020

604 - IL MIGLIOR AMICO DEL CANE




461 - IL MIGLIOR AMICO DEL CANE

Sembra impossibile ma...
I parigini a inizio 800 portavano i bambini in Rue Saint-Honorè per seguire il bizzarro cerimoniale che si ripeteva ogni sera alla stessa ora: il passaggio di un corteo di carrozze condotte da cocchieri in livrea; a bordo, sdraiati su cuscini di seta, decine di cani vestiti con abiti di lusso diretti al parco per i bisognini quotidiani. Una delle follie per cui era noto Francis Henry Egerton, conte di Bridgewater.

Egerton nasce a Londra nel 1756; educato a Eton e Oxford, alla morte del fratello nel 1823 eredita il titolo e un'enorme fortuna, e lascia l'Inghilterra per Parigi, città che aveva sempre detto di detestare. Qui acquista un lussuoso hotel al 335 di rue Saint-Honoré e ne fa la sua dimora. Dove passerà il resto della vita in compagnia di un gran numero di cani; niente di strano, se non fosse che una dozzina di questi sono suoi ospiti fissi a tavola. Cene sontuose con gli animali sistemati su sedie appositamente costruite, vestiti con abiti alla moda cuciti su misura e stivali di pelle fatti a mano alle zampe, ognuno col suo tovagliolo al collo e un servo alle spalle pronto a soddisfare ogni desiderio, e a servire il cibo su piatti d'argento. “Durante il pasto – annota il conte - si comportano con decenza e decoro da far invidia a un gruppo di gentiluomini". E la volta che due dei suoi preferiti sgarrano, si arrabbia davvero: "Li ho trattati come gentiluomini e si sono comportati come mascalzoni”. Poi chiama il sarto, gli fa cucire due abiti da valletto e li esilia per otto giorni nelle stanze dei servitori. Per il resto, la villa è sempre affollata da decine di cani di ogni razza, che passano la giornata distesi su tappeti di velluto e divani damascati, serviti e riveriti.

Fra le altre stranezze del conte, la passione per le calzature: ne indossa un paio diverso ogni giorno dell'anno, e conserva quelle usate allineate in una stanza, senza farle ripulire: dice che l'anno successivo nel rimettere lo stesso paio, saprà da fango e polvere che tempo faceva quel giorno. Ama la caccia, e assolda un intero team di cacciatori d'oltremanica con tanto di cani e volpi inglesi, con i quali organizza partite di caccia in miniatura nel parco di casa. Spara anche a conigli e pernici, ma siccome ci vede poco, i primi sono legati, le seconde hanno le ali recise. Ama la letteratura, e acquista libri a ogni prezzo. Alla sua morte nel 1829 lascia a musei e biblioteche il suo enorme patrimonio; ai valletti va una livrea nuova, alla famiglia e agli amati cani neanche un osso.
 

 
 

603 - L'IMPERATORE DEGLI STATI UNITI




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Un uomo si sveglia un mattino e decide di essere imperatore. La sua città gli consente di ritenersi tale, e lui vive e muore da imperatore. Una storia vera che pare un saggio pirandelliano sull'essere e l'apparire, sui confini fra ragione e follia.

Joshua Abraham Norton nasce a Londra nel 1819. Di famiglia benestante, cresce in Sudafrica e a 30 anni emigra a San Francisco. I soldi non gli mancano, ma nel 1853 si rovina a causa di un investimento sbagliato. Per 3 anni conduce una battaglia giudiziaria per riavere i suoi soldi poi, sconfitto e deluso sparisce da San Francisco. Quando ritorna, nel 1859, è uno dei tanti barboni che sopravvivono nei vicoli della città imprecando contro le leggi inique e i politici corrotti. Finché un giorno decide di scendere in campo: il 17 settembre del 1859 scrive una lettera ai giornali: “A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell'autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentati dei diversi Stati dell'unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, il primo febbraio, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all'estero, nell'esistenza della nostra stabilità e integrità”.

L'unico a pubblicarla, per fare due risate, è il San Francisco Bullettin. E la gente ride, e quando incontra Norton I per strada, con la sua uniforme blu e le decorazioni dorate, gli si rivolge con ironica deferenza; lui non si risparmia, dispensa consigli e pareri. E si dedica giorno e notte alle sue funzioni di governo, ispeziona luoghi di lavoro, sorveglia strutture pubbliche, stampa anche note di credito imperiali da 50 centesimi, che spende nei molti negozi e ristoranti che le accettano in pagamento. San Francisco lo asseconda con affetto, e Norton I resterà “sua eccellenza” per il resto della vita. I poliziotti fanno il saluto all'imperatore ogni volta che lo incontrano, e chi lo conosce (fra questi Mark Twain) non lo descrive come un pazzo, ma come un uomo colto e davvero convinto del proprio ruolo di sovrano.

Negli anni emette una serie di proclami, oggi conservati al Museo di storia della città: nel 1859 ordina al Congresso di sciogliersi. Motivo? “Ci è evidente che si abusa del suffragio universale; che la frode e la corruzione impediscono l'espressione giusta e corretta della pubblica opinione; che si verifica costantemente un'aperta violazione delle leggi a causa di folle, partiti, fazioni e dell'indebita influenza politica delle sette”. Nel 1860 dichiara sciolta la Repubblica in favore della monarchia assoluta. Nel 1862 licenzia Abraham Lincoln, e nel 1868 ordina l'arresto del suo successore Andrew Johnson, e lo condanna a pulire i suoi stivali. Joshua Norton muore nel 1880. Al corteo funebre partecipano oltre 30.000 persone. La grande lapide sulla sua tomba lo ricorda come “Norton I, imperatore degli Stati Uniti e protettore del Messico".
 
 

 
 
 
 

 
 
 

602 - SEPOLTI VIVI




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. La storia dei fratelli Collyer: gli psichiatri hanno dato il loro nome alla sindrome di accumulazione compulsiva mentre i vigili del fuoco di New York usano ancora oggi il codice “Dimora Collyer” per indicare una chiamata in un posto pericoloso. Homer Collyer nasce nel 1881, Langley 4 anni dopo. La loro famiglia è una delle più antiche di New York, il padre è un ginecologo di successo, la madre una ex cantante lirica. I due si laureano alla Columbia University: in giurisprudenza il primo, in ingegneria il secondo, che è anche un valente pianista e tiene concerti alla Carnegie Hall. La famiglia vive in un grande edificio di Harlem, all'epoca quartiere bene della metropoli, ma quando i fratelli sono sulla trentina i genitori divorziano; i due, scapoli, continuano a vivere ad Harlem e quando pochi anni dopo il padre e la madre muoiono ereditano la casa e tutti i loro beni.

E da lì comincia la loro discesa all'inferno. Con la grande depressione Harlem diventa un quartiere malfamato, teppisti e ladri attirati dalle voci delle ricchezze accumulate dai fratelli assediano la casa. Nel 1933 Homer diventa cieco per un’emorragia oculare. Il fratello lascia il lavoro di rivenditore di pianoforti, per dedicarsi a lui. Così inizia il loro isolamento dal mondo esterno. Langley conserva tutti i giornali, certo che il fratello li leggerà una volta riacquistata la vista. Poi sbarra porte e finestre: terrorizzato dai ladri, sfrutta le sue conoscenze di ingegneria per costruire trappole e labirinti di cunicoli costruiti con tutto ciò che giorno dopo giorno accumula. Quando gli tagliano luce e acqua, adatta una Ford T per generare corrente. Esce solo di notte per procurarsi il cibo nella spazzatura, dove raccoglie gli oggetti più vari. Nel 1942 la polizia sfonda la porta di casa per intimargli lo sfratto, e si trova davanti a muri di immondizia che arrivano fino al soffitto. Langley stacca un assegno equivalente a 97.000 dollari odierni, e torna al suo isolamento.

Nel 1947 la polizia, richiamata dal cattivo odore, entra di nuovo in casa. Dopo due ore di ricerche in una jungla di rifiuti trova il corpo di Homer. E' morto da una decina di ore. Del fratello non c'è traccia. Iniziano le ricerche in tutto lo Stato. Intanto gli agenti non credono ai propri occhi: dal solo piano terra rimuovono 20 tonnellate di rifiuti. Tre settimane dopo un operaio trova il corpo di Langley, a tre metri di distanza dal punto dove era stato rinvenuto Homer, schiacciato e nascosto da una delle trappole da lui stesso piazzate. L'autopsia certifica che è morto 12 giorni prima del fratello. Che è dunque morto per la fame.

Le operazioni di svuotamento della casa vanno avanti per un mese. Tra gli oggetti rimossi vecchie biciclette, numerose armi,un calesse, tre manichini, più di 25.000 libri, organi umani sotto formalina, 8 gatti vivi, la Ford T riadattata da Langley, orologi, 14 pianoforti e decine di altri strumenti musicali, interi muri di riviste e giornali. In tutto oltre 140 tonnellate di oggetti accumulati in 40 anni. Nel luogo dove sorgeva la casa, subito demolita perché pericolante, oggi c'è un parco dedicato ai Collyer Brothers. 
 



601 - UN HIPSTER A BAGNO MARIA




Sembra impossibile ma…
Matthew Robinson, 2° Barone Rokeby, per tutta la vita ha fatto dell’acqua il suo elemento naturale. E con i suoi eccentrici comportamenti ha anticipato di tre secoli mode e tendenze.

Robinson nasce a York nel 1713. Figlio di un ricco proprietario terriero, è il fratello di Elizabeth Montagu, e Sarah Scott, famose scrittrici. Deputato Whig, rappresenta Canterbury in Parlamento. Di ritorno da Acquisgrana dove scopre i benefici dell'acqua fredda, inizia ad andare al mare ogni giorno per nuotare. Lo farà per tutta la vita, Nuota fino allo sfinimento con qualunque tempo, a volte sviene per la stanchezza e deve essere salvato. Fa costruire una piscina nella sua villa, sotto vetro, riscaldata dal sole e alimentata da una sorgente vicina. Quando è in casa passa la giornata a mollo in una grande tinozza nel salone. Per raggiungere la spiaggia però il percorso è arido, e lui costruisce una serie di fontane-lavatoi equidistanti; al mattino cammina bagnandosi a ogni fontana, seguito dal servo in carrozza con la livrea. Se trova persone che si bagnano alla fontana, per incentivarle all’uso dell’acqua gli regala mezza corona, che non è poco: logicamente c’è la fila.

Per il resto il barone, che sfoggia una folta barba in un’epoca in cui non la porta nessuno, rifiuta ogni forma di riscaldamento della casa, anche nei giorni più freddi, vive da solo con la servitù, è contrario all’istituto del matrimonio e non si sposerà mai, è credente ma non va in chiesa, affermando che “Dio è meglio adorarlo dagli altari naturali della terra, del mare e del cielo; senza contare che i sermoni sono noiosi”. Nel grande parco della sua villa lascia che la vegetazione cresca spontaneamente e gli animali vaghino liberi; la sorella riferisce che lui mangia nella sua vasca da bagno, dove addenta ogni tanto grossi bocconi da fette di vitello, spesso crude; non tocca pane né mais, sostituisce il miele allo zucchero e non mangia cibi che non provengano dal territorio, non beve the, caffè o alcolici, solo acqua.

Pacifista convinto, fa sapere che non pagherà tasse se il denaro sarà usato per la guerra con la Francia, alla quale si oppone con veemenza. Si rifiuta di vedere dottori e prima di morire dice a suo nipote che se osa chiamarne uno, lo disereda. Per sua fortuna è ricco e se la cava con l’etichetta di eccentrico, fosse stato povero sarebbe finito in manicomio. Lord Rokeby muore nel dicembre 1800, a 88 anni, e vista l’età media dell’epoca c’è da pensare che il suo stile di vita non fosse poi così assurdo.

Ora, proviamo a rileggere il tutto con gli occhiali del ventunesimo secolo. Dietro la barba da hipster una spiritualità naturale, quasi new age; salutista, ostile alle convenzioni, a istituzioni come la chiesa, il matrimonio, la medicina tradizionale, e pacifista convinto. Poi la grande passione per il nuoto all'aperto, per la natura da lasciar crescere spontaneamente, per gli animali da mantenere in libertà, e la scelta di mangiare solo cibo coltivato nel suo Paese, o come si dice oggi “a chilometro zero”. Un pazzo o un uomo vissuto molto in anticipo sui tempi? Il dubbio c’è.
 

giovedì 11 giugno 2020

586 - IL CALCOLO ERRATO DI NEWTON




Sembra impossibile ma…
Isaac Newton, una delle menti più brillanti apparse sul pianeta, nacque povero, diventò molto ricco e morì in miseria a causa di un calcolo errato, uno dei pochi della sua vita (grazie a Giovanni Pelosini per la segnalazione).

Newton nasce a Woolsthorpe-by-Colsterworth nel 1642 da padre e madre semianalfabeti; nei primi 10 anni la sua storia sembra anticipare quella raccontata due secoli dopo da Dickens nel suo David Copperfield: il padre muore tre mesi prima della sua nascita, la madre tre anni dopo si risposa con un anziano e facoltoso imprenditore; il piccolo Isaac è molto infelice, odia il terribile patrigno e finisce a vivere con i nonni materni. Quando ha 10 anni il patrigno muore e lui, grazie anche a una piccola eredità, entra al Trinity College di Cambridge come “studente povero”: lì scrive i suoi “Principia” e diventa… Newton, il genio.

L’infanzia travagliata lo ha segnato però nel carattere, lasciandogli in eredità una serie di manie e fobie da primato. Con una paura sopra ogni altra: la povertà. Il giovane Isaac soffre di depressione; chi ha modo di conoscerlo, a qualunque età, racconta che non ride mai, ma proprio mai. Amicizie e relazioni personali finiscono sempre in liti: l’ennesima tempestosa rottura nel 1693 sfocia in un grave esaurimento nervoso, alle soglie della pazzia. La mania di persecuzione gli fa scrivere lettere deliranti e minacciose ai conoscenti (fra i quali Locke). Non si sposerà mai, e quasi sicuramente morirà senza avere mai avuto una vera relazione sentimentale, né rapporti sessuali. Nel 1696 per risollevarlo Charles Montagu lo mette a capo della zecca reale, ma le paranoie non diminuiscono, anzi. Scorbutico, rabbioso e sgradevole con tutti, si sentirà sempre ingiustamente criticato. Ricchezza e benessere poi non lo confortano, al contrario inaspriscono la paura della povertà.

Che arriva quando ormai ha quasi 80 anni. Newton è azionista della Compagnia dei Mari del Sud. Nell’aprile del 1720 il prezzo delle azioni sale vertiginosamente fino a toccare le mille sterline. Lo scienziato vende e incassa quasi un milione di sterline di oggi, con un profitto di più del 100%. In estate il prezzo sale ancora e lui fa i suoi calcoli, ci ripensa e ricompra il titolo. Il crack del 30 settembre è epocale: le azioni scendono in poche ore a 180 sterline. Newton perde 3 milioni delle attuali sterline. Gli ultimi 7 anni li vive in povertà, come i primi. Muore nel 1727. “Posso calcolare il moto dei corpi celesti – ebbe a dire una volta - ma non la follia dell’uomo”.
Guarda i video con una breve biografia di Newton e un documentario della BBC sulla vita dello scienziato.
 
 

 
 
 

 


585 - LA CASA DELLA VEDOVA WINCHESTER




Sembra impossibile ma…
A San Josè negli Stati Uniti c’è una villa con 160 stanze che pare uscita da un disegno di Escher. La fece costruire Sarah Pardee, vedova milionaria di William Winchester, proprietario dell’omonima fabbrica di carabine. Ci visse da sola, ma la volle così grande per accogliervi i fantasmi di tutte le vittime dei fucili Winchester.

Sarah Pardee nasce nel 1839 a New Haven nel Connecticut. Nel 1862 si sposa con William, l’unico figlio di Oliver Winchester, proprietario della Winchester Repeating Arms Company. Nel 1866 nasce una bambina ma muore dopo poche settimane. La coppia non avrà altri figli; negli anni successivi la donna soffre di una grave depressione. Nel 1880 muore il suocero, il marito si ammala di tubercolosi e muore l’anno successivo a 44 anni.

Lei resta sola e ricchissima, con un capitale equivalente a 520 milioni di dollari attuali e il 50% della società che le vale una rendita di 25.000 dollari al giorno. Convinta che la famiglia sia colpita da una maledizione, si rivolge a un medium, che conferma: la maledizione c’è, l’hanno lanciata gli spiriti di tutte le persone uccise da una carabina Winchester. Le consiglia poi di trasferirsi all’Ovest e costruire una casa per ospitare sé stessa e gli spiriti. I lavori di costruzione però non si dovranno mai fermare, in caso contrario la donna morirà.

Così Sarah attraversa l’America e compra una fattoria di 8 stanze a San Josè in California. I lavori partono subito: continueranno 24 ore al giorno, 7 giorni la settimana, 365 giorni l'anno per i successivi 38 anni. E’ lei stessa, senza alcuna nozione di architettura, a progettare e disegnare i continui ampliamenti. Affascinata dal numero 13, ne fa la base di ogni intervento (13 bagni, 13 torrette…). Il risultato è un labirinto di 160 stanze con porte che si aprono sui muri, finestre che si affacciano all’interno, grandi vetrate senza punti luce, scale che non portano da nessuna parte. Servizi e comfort per l’epoca sono avveniristici, ma il personale di servizio si aggira fra le stanze con in mano una mappa. A cosa serve la struttura labirintica? A confondere gli spiriti. Che, a suo dire, nel 1906 quando l’edificio tocca i 7 piani di altezza, si arrabbiano e scatenano il terremoto di San Francisco solo per danneggiare Winchester House. Da allora non supererà mai il quarto piano. I lavori continuano fino al 1922, quando Sarah muore nel sonno a 83 anni.

La nipote mette all’asta la casa, costata una fortuna. Gli addetti al trasloco riempiono 8 camion al giorno per 45 giorni per svuotarla di tutti i suoi arredi. Ma l’edificio, incompiuto, irrazionale e nell’immaginario collettivo abitato dai fantasmi, ha scarso valore. Venduto per 135.000 dollari, viene affittato a una coppia che ne fa subito un’attrazione turistica. Ancora oggi se capitate a San Josè potete visitare Winchester Mystery House, la casa infestata da migliaia di fantasmi. Tour speciali per Halloween e ogni venerdì 13.
Guardai i video con la visita della casa della vedova Winchester e il trailer del film "Winchester" con Helen Mirren che interpreta Sarah Pardee. Segui il link per il sito della Winchester Mistery House.
 
 





584 - ER PAPA TOSTO




Sembra impossibile ma…
Sisto V è stato un Papa talmente deciso, autoritario e secondo molti resoconti perfino manesco, da passare alla storia col soprannome che gli affibbiò il popolino: “Er Papa tosto”. Per le strade dell'urbe si mormorava "Papa Sisto nun la perdona manco a Cristo", e su di lui nacquero un'infinità di aneddoti. Ora, molti di questi, pur partendo da una base di realtà, sono stati ingigantiti fino a diventare vere leggende. Ma di alcuni si ha la certezza storica che siano realmente avvenuti.

Felice Peretti, che diventerà Sisto V, nasce a Grottammare (Ascoli) nel 1521 da una famiglia umile, diventa frate francescano, si fa notare per la severità tanto che viene nominato inquisitore a Verona. Qui la sua fama di implacabile uomo di legge cresce; in una Roma piena di ladri e briganti viene visto come l’uomo giusto per restaurare l’ordine, e forse proprio per questo nel 1585 viene eletto Papa. Nei soli 5 anni del suo pontificato, oltre che per le grandi opere rinascimentali realizzate e per la lotta alla corruzione, si farà ricordare per il pugno di ferro e le trovate che lo vedono scendere in campo in prima persona. Qualche esempio? Il Colosseo giorno e notte è luogo di ritrovo di briganti, un fortino che le guardie non riescono ad espugnare. Il Papa si traveste da viandante e si presenta di notte con una grossa fiasca di vino. I banditi lo bevono; non sanno che è drogato e quando si addormentano lui fa un segnale alle guardie. All’alba pendono tutti dal capestro. E ancora, in città si sparge la notizia che una statua in legno di Cristo sanguina. Il Papa la va a vedere, poi armato di un’ascia e gridando "Come Cristo ti adoro, come legno ti spacco", la distrugge scoprendo all’interno una spugna imbevuta di sangue e una corda che, tirata, la strizzava. Il proprietario viene giustiziato sul posto.

Sono alcuni esempi fra i tanti: l’ultimo è quello storicamente più certo. La Passatella è un gioco da osteria. Occorrente: un gruppo di bevitori e una damigiana di vino. Lo scopo è di non far bere uno dei partecipanti (detto “Ormo”) che sarà così screditato e deriso. Logico che, fra concorrenti ubriachi e contese per evitare l’umiliazione il più delle volte finisca in rissa, e spesso appare anche il coltello. Il papa marchigiano vuol sapere come funziona il famigerato gioco; apprese le regola prova a giocarci con i suoi cardinali. E quando si accorge che stanno per “farlo Ormo” si scaglia sui più vicini come Bud Spencer in “Altrimenti ci arrabbiamo”; secondo alcune versioni compare anche un coltello, poi alcuni servitori scongiurano il peggio. Papa Sisto V muore di malaria il 27 agosto 1590. Il Belli lo ricorda così: “Fra ttutti quelli c'hanno avuto er posto - de vicarj de Dio, nun z'è mai visto - un papa rugantino, un papa tosto, - un papa matto, uguale a Ppapa Sisto”.
Guarda i video per altri aneddoti sulla vita di Sisto V e per la Passatella giocata nel film "Er più" da un Adriano Celentano ai limiti del surreale col suo improbabile romanesco.


  



583 - MONSIEUR PINGOUIN


 

Sembra impossibile ma…

Passeggiando a Bruxelles non vi sarà difficile incontrare un anziano signore dalla faccia simpatica che si aggira per il centro vestito da pinguino. E’ Alfred David, 88 anni di cui la metà impiegati ad inseguire un sogno: essere un pinguino. Nella capitale belga è una piccola celebrità, i bambini lo riconoscono da lontano, i turisti lo seguono incuriositi, e in tanti si fermano a scambiare due parole con “monsieur pingouin”.

Nel 1968 Alfred David ha un brutto incidente stradale che gli provoca la frattura del bacino. Col tempo si rimette, ma da allora la sua camminata diventa dondolante, e gli amici gli appiccicano il soprannome di “pinguino”. Se c’è una cosa che ad Alfred non difetta è l’autoironia. E poi i pinguini gli stanno simpatici. Così comincia a collezionare oggetti di ogni tipo provenienti da tutto il mondo, in qualche modo legati all’animale polare. Finché la sua collezione, che riempie ormai ogni angolo della casa, diventa la più grande del mondo, con più di 3500 oggetti. La moglie non è per niente contenta di questa sua passione, e quando lui le comunica che ha deciso di andare all’anagrafe per cambiare ufficialmente il nome in mr Pingouin, lo sbatte fuori di casa insieme a tutti i suoi gadget pinguineschi.

Per tirare avanti David vende all’asta la sua collezione (che ricomporrà in parte in età avanzata), ma la sua passione per gli uccelli antartici non diminuisce, anzi diventa un’ossessione. Tanto che di notte dorme in una bara a forma di pinguino, nella quale lascia detto di voler essere sepolto dopo la morte (in Antartide naturalmente) con indosso il suo costume. A chi gli chiede i motivi della sua mania, risponde: “C’è sempre stata empatia fra me e loro. E poi è più divertente essere un pinguino che un belga. Inoltre dopo la mia morte non sarò veramente morto: chi andrà allo zoo in tutto il mondo a vedere i pinguini, chiamerà Alfred, e se uno di questi gli correrà incontro, quello sarò io”.
Guarda i video e incontra Monsieur Pingouin. 


 
 

582 - IL PEGGIOR POETA DEL MONDO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di un uomo che per tutta la vita si è reputato il più grande poeta del mondo, ed è ricordato come il peggiore di tutti i tempi. William McGonagall nasce a Edimburgo nel 1825 da genitori irlandesi, si trasferisce a Dundee e lavora come tessitore con buoni profitti fino al 1870, anno in cui si appassiona alla recitazione: famoso l’aneddoto in cui, protagonista di un Macbeth shakesperiano, al termine rifiuta di morire per non essere oscurato dall’attore che interpreta MacDuff.

Nel 1877, a 52 anni, viene folgorato dalla musa della poesia, “Una fiamma che sembrò accendersi intorno a me”. Il suo primo poema è "An address to the reverend George Gilfillan”. Il reverendo commenta ironicamente "Shakespeare non ha mai scritto niente del genere", McGonagall non coglie l’ironia e punta subito in alto: la regina Vittoria. Recitare i suoi versi davanti a lei diventa una fissazione. Le invia un poema, che viene rifiutato con una lettera di cortese ringraziamento. Lui la prende come una lode, una conferma delle sue eccelse doti poetiche. Nel 1878 fa 100 chilometri a piedi sui monti sotto il temporale per esibirsi a Balmoral davanti alla sovrana. Si annuncia come “Il poeta della regina” e le guardie lo cacciano malamente.

Nel 1880 porta le sue poesie a Londra e a New York, senza successo, poi cade in miseria. Si guadagna da vivere vendendo i suoi componimenti nelle strade. Finisce in un circo dove recita le sue poesie mentre il pubblico lo bersaglia con uova, aringhe e verdure. Nel 1895 torna a Edimburgo, e diventa una figura tipica: l’alta borghesia lo invita alle feste, dove tutti si fingono ammirati per le sue liriche. Muore nel 1902, poverissimo. Lascia 200 poemi. Fino alla fine, incurante dell’opinione generale, continua a reputarsi un genio: il più grande poeta di tutti i tempi. Oggi è un personaggio di culto, gli sono stati dedicati un film e diversi libri ed è ritenuto un anticipatore della poesia-performance.

Il suo poema più noto, “Il Disastro del Ponte Tayr”, dedicata a uno storico disastro ferroviario, compare sulle antologie inglesi, dove è ricordato come il più indecente componimento dell’intera letteratura britannica. Ecco l’incipit: «Beautiful Railway Bridge of the Silv’ry Tay! - alas! I am very sorry to say - that ninety lives have been taken away - on the last Sabbath day of 1879 - which will be remember’d for a very long time». («Bel ponte ferroviario sul Tay d'argento - ahimè! Di riferire sono spiacente - che sono state stroncate 90 esistenze - nell'ultimo giorno di sabato del 1879 - che sarà ricordato per lunghissimo tempo»).
Guarda i video con un film comico del 1974 sul poeta scozzese con Peter Sellers che interpreta la regina Vittoria, e ascolta "The Tay bridge disaster" recitato da Roy Macreadye






lunedì 8 giugno 2020

550 - HUGO E LA FANTASCIENZA




Sembra impossibile ma…
Negli anni Venti del secolo scorso Hugo Gernsback ottenne un certo successo come inventore grazie a “The isolator”, un casco ideato per favorire la concentrazione di chi lo indossava bloccando le distrazioni acustiche e visive. Il casco, in legno, permetteva solo una visuale frontale e, come dichiarava la pubblicità, “riesce ad escludere il 95% dei rumori esterni”. Un tubo poi collegava la maschera a una bombola di ossigeno, risolvendo l’unico problemino rilevato in sede di collaudo: narcolessia da anidride carbonica. Vi chiedete chi è il genio che ha ideato l’Isolator? Ecco la risposta.

Hugo Gernsback nasce nel 1884 a Luxembourg City, e nel 1904 emigra negli Stati Uniti. Imprenditore nel settore nascente dell’elettronica, nel 1908 fonda Modern Electrics, la prima rivista al mondo di elettronica e radio. Negli anni successivi dà un contributo significativo alla crescita delle prime trasmissioni, e al tempo stesso si specializza nell’editoria realizzando una serie di riviste del settore, nelle quali accanto ad articoli di giornalismo scientifico inizia ad includere storie di fantascienza. Nel 1925 fonda la stazione radio WRNY che tre anni dopo manderà in onda una delle primissime trasmissioni televisive. Ma gli esperimenti sono costosi e negli anni della grande crisi finisce sul lastrico. Così decide di puntare tutto sull’editoria.

Nel 1926 Gernsback apre e dirige Amazing Stories, la prima rivista di fantascienza, organizza la Science Fiction League, e pubblica lui stesso tre (non eccelsi) romanzi di fantascienza. Seguiranno negli anni Scienze Fiction Plus, Wonder Stories e tutte quei coloratissimi pulp magazine che ci hanno regalato l’epopea che dalla sci-fi americana arriva fino a Lovecraft. Che di Gernsback parla malissimo: lo definisce "Hugo il Ratto”. Già, perché l’editore è avaro e maneggione fin quasi alla truffa: i compensi per i suoi autori sono bassissimi e spesso dimentica di pagarli. Ombre e luci che lo accompagnano fino alla morte, nel 1967.

Oggi Hugo Gernsback è ricordato come pioniere della radio amatoriale e della televisione. Con Verne e Wells è considerato uno dei padri della fantascienza, termine che lui stesso ha coniato (anche se preferiva “scientificità”). In suo onore, i premi della WSFC (gli Oscar della fantascienza) sono chiamati "Hugo Awards". Ah già, poi ha anche inventato l’Isolator. 
 

 




549 - L'INVENTORE DEI PATTINI A ROTELLE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Sapete chi ha ideato e realizzato i primi pattini a rotelle? Il geniale inventore John Joseph Merlin. L’anno è il 1771. Ma bisognerà aspettare ben 92 anni per vederli utilizzare. E tutto per colpa sua.

Merlin, belga di nascita ma inglese di adozione, in quel fatidico 1771 ha 36 anni ed è sulla cresta dell’onda. Ha inventato e prodotto automi incredibili come il Silver Swan (ancora funzionante), orologi dai meccanismi misteriosi, una sedia a rotelle semovente, un dispositivo di protesi per tetraplegici, carte da whist per non vedenti, una pompa per eliminare l'aria viziata, un carro meccanico con una sorta di contachilometri. Ha anche migliorato vari strumenti musicali, dal pianoforte all’organo al clavicembalo. I salotti-bene se lo contendono, anche perché la presentazione delle sue ultime novità è sempre uno spettacolo.

Durante il Carnevale Teresa Cornelys, cantante e impresaria di successo, lo invita alla grande festa mascherata che i conti Carlisle organizzano nella ricca dimora di Soho Square. Da precursore del marketing, lui coglie l’occasione: presenterà la sua ultima invenzione, i pattini a rotelle. E il debutto in società dovrà essere memorabile. Il clou della festa è la performance in veste di violinista di Johann Christian Bach, figlio di Johann Sebastian. Nel bel mezzo dell’esibizione irrompe Merlin (secondo alcune fonti travestito da cameriera), gli strappa di mano il violino e sfreccia sui pattini suonando lo strumento. Percorre la sala a gran velocità fra lo stupore dei presenti, ma… distratto come tutti gli inventori, si è dimenticato di costruire un qualunque dispositivo frenante.

Così il pattinatore si schianta contro una preziosissima specchiera del Cinquecento che va in frantumi, così come il pregiato violino e diversi soprammobili costosi; poi, come nelle migliori comiche, la sua corsa si conclude con un volo giù per le scale. Per sua fortuna finisce all’ospedale con diverse fratture, altrimenti lo avrebbero linciato. Sarà comunque cacciato da tutti i salotti londinesi, e dei pattini non si parlerà più. Fino al 1863 quando il newyorchese James Leonard Plimpton li “inventerà”: un successo strepitoso, lui si arricchirà coi proventi del brevetto, e ovunque si costruiranno piste di pattinaggio per la gioia degli appassionati di tutto il mondo.
Guarda nei video una divertente ricostruzione della storia di Jean Joseph Merlin e l'incredibile automa "Silver swan" realizzato dall'inventore a fine settecento.











548 - IL FILIPPINO RAMPANTE




Sembra impossibile ma…
La realtà a volte pare prendere spunto dalla fantasia. Ricordate “Il barone rampante” di Italo Calvino? Racconta la storia di Cosimo, figlio primogenito del barone di Rondò, che dopo un litigio col padre decide di rifugiarsi sugli alberi. E lassù rimane tutta la vita.

Gilbert Sanchez ha 47 anni, e vive in un paesino delle Filippine, La Ruz, nella provincia Agusan. Primogenito di otto figli, è sposato con due figli, ma la moglie è morta nel 2000 dando alla luce il suo secondogenito. Gilbert per tre lunghi anni ha vissuto su un albero, una palma alta 20 metri vicina a casa sua, permettendo solo alla madre di portargli acqua e cibo. Tutti gli altri venivano respinti con alte urla e minacce lanciate agitando un vecchio coltello.

Ma perché Sanchez, che non aveva mai dato segni di scompenso, è salito su un albero con l’intenzione di non scendere più? Dicembre 2014, l’uomo è protagonista di una lite furiosa; un certo punto l’avversario estrae una pistola e gli assesta un colpo in testa con il calcio. Agustin, stordito, ha paura di essere ucciso, e scappa più veloce che può; inseguito, non sa dove rifugiarsi e alla fine non trova di meglio che salire sulla palma più alta e nascondersi nel fogliame. La sera la madre Winifreda non lo vede rientrare e lo va a cercare. Lo trova in cima all’albero. Cerca di convincerlo a scendere, lui non ci pensa nemmeno. Ritenterà inutilmente ogni giorno nei 3 anni successivi, senza rassegnarsi. Nel frattempo lo accudisce come può, gli porta acqua, cibo, vestiti, sigarette. Li mette in un paniere, e lui li tira su con una corda.

Gilbert non scende mai, neanche per una doccia. Resiste al freddo e a diverse tempeste, si ripara con le foglie dal caldo terribile, lotta contro insetti di ogni tipo che non gli danno pace. Tutti in paese conoscono la situazione, ma nessuno riesce a fare niente. Finché “la storia dell’uomo sulla palma” diventa virale sui social. Solo allora le autorità decidono che, volente o nolente, deve scendere dall’albero. Alla fine decidono di tagliare la palma, con estrema cautela, con una motosega.

Così Agustin è costretto a tornare a terra. Sono passati 3 anni. All’ospedale gli riscontrano vesciche su tutto il corpo, morsi di insetti, atrofia muscolare, la colonna vertebrale deformata e soprattutto i segni di una psicosi ormai irreversibile. A pensarci bene, più che il barone rampante il povero Agustin ricorda il personaggio interpretato da Ciccio Ingrassia nel film Amarcord. Ma almeno lui un motivo valido per stare lassù ce l’aveva: abbarbicato al suo albero gridava a tutta voce “Voglio una donnaaaa!!!”








871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...