mercoledì 4 febbraio 2026

856 - UNA GABBIA PER OTA BENGA


  

Nel 1906, a New York, un uomo africano viene chiuso in gabbia con le scimmie allo zoo del Bronx ed esposto al pubblico come anello mancante dell’evoluzione umana.

Accade nel cuore degli Stati Uniti, un Paese che agli inizi del ventesimo secolo ha già intrapreso la strada dell'industrializzazione e si definisce civile, moderno, scientifico.

La storia di Ota Benga, questo il nome dell'uomo chiuso in gabbia, è tormentata dal razzismo fin da quando era poco più che un ragazzo in una tribù Mbuti del Congo, una di quelle popolazioni che al tempo gli occidentali chiamavano pigmei identificandole per la bassa statura.

Benga nasce nel 1883, si sposa giovane e ha due figli. Moglie e figli vengono uccisi durante un raid di truppe coloniali belghe nel suo villaggio. Lui viene catturato e venduto. Nel 1904 viene acquistato dall’americano Samuel Phillips Verner

Verner, ex missionario e sedicente esploratore, si muove dentro le teorie razziste del tempo: uomini convinti che alcuni esseri umani siano più vicini agli animali e che mostrarli al pubblico sia non solo lecito, ma istruttivo. Per questo lo porta negli Stati Uniti per esibirlo alla grande Esposizione Universale di St. Louis.

Alla fiera di St. Louis i “pigmei” sono attrazioni esotiche come le macchine a vapore. Finita l’esposizione, invece di essere rimandato a casa, Ota Benga diventa un problema da sistemare.

La soluzione è semplice e brutale: lo zoo. Al Bronx Zoo viene rinchiuso nella Monkey House, il recinto delle scimmie. Un cartello spiega ai visitatori cosa stanno guardando: un esempio vivente di primitività, un gradino più in basso nella scala dell’evoluzione.

Non è ignoranza popolare: è razzismo istituzionale, avallato da dirigenti, scienziati, giornali. Migliaia di persone fanno la fila per osservare quell’uomo come un animale esotico.

Le proteste arrivano solo dalla comunità afroamericana, in particolare dai pastori battisti neri, che denunciano l’oltraggio. Dopo alcune settimane, nel settembre del 1906, la mostra viene chiusa.

Benga viene affidato all’Howard Colored Orphan Asylum di Brooklyn, poi nel 1907 lo trasferiscono a Lynchburg, in Virginia. Qui gli affibbiano il nomignolo di Otto Bingo, e lui prova a integrarsi: lavora saltuariamente in una fabbrica di tabacco, studia un po’ d'inglese, si fa coprire i denti che gli erano stati limati per sembrare più selvaggio. Soprattutto, racconta chi lo ha conosciuto, sogna di tornare in Africa, ma non ha denaro né appoggi.

In Africa non tornerà mai. Ota Benga si spara al petto e muore il 20 marzo del 1916. E' l’ultimo atto di una tragica storia che racconta quanto possa essere feroce una civiltà quando si crede superiore. E quanto sia facile, anche oggi, costruire gabbie confondendo con le parole l'umanità con la crudeltà.

martedì 3 febbraio 2026

855 - IL VIAGGIO DI MESANNIE


  

Nel novembre del 1954, mentre l’America correva verso il futuro su quattro ruote, una donna di 63 anni partì dal Maine a cavallo. Non per sport, non per folclore, ma perché stava morendo e voleva vedere l’oceano prima che fosse troppo tardi.

Oggi vi presento Annie Wilkins, detta Mesannie, vedova due volte, contadina povera, senza figli né parenti, con la fattoria pignorata per tasse arretrate e una diagnosi impietosa: due anni di vita.

Il medico le consiglia un ricovero in un ospizio di beneficenza. Lei sceglie la strada. Si finanzia vendendo conserve fatte in casa, ipoteca ciò che resta, compra un vecchio cavallo una volta da corsa, Tarzan, e parte.

Con lei il cane Depeche Toi – “sbrigati”, in francese – e un secondo cavallo da soma, Rex. Nessuna mappa, nessun itinerario. Solo una fede ostinata nella gentilezza degli sconosciuti.

Da Minot al Pacifico sono quasi 5000 miglia, percorse tra il 1954 e il 1956 su strade rotte, bufere di neve, fiumi gonfi e passi di montagna. Annie dorme dove capita: stalle, fienili, ranch, perfino un carcere di contea, quando un poliziotto la fa sistemare in cella per proteggerla dal freddo.

Lungo la strada vende cartoline autografate per tirare avanti. E la sua storia corre veloce. I giornali locali e l’Associated Press iniziano a seguirla, la radio e la televisione la trasformano in un simbolo. In Pennsylvania la ritrae Andrew Wyeth; nel 1956 Art Linkletter la invita in TV; fa perfino una fugace apparizione accanto a Groucho Marx. Le offrono lavori, ospitalità, persino matrimoni. Annie ringrazia e riparte.

Arriva a Redding, in California, nella primavera del 1956. Bagna i piedi nel Pacifico, dice una preghiera e piange. Rex era morto poco prima per un infezione da tetano; Tarzan è ancora con lei.

Annie torna poi nel Maine e vive fino a 88 anni, smentendo la medicina e il destino. Nel 1967 pubblica i suoi diari in Last of the Saddle Tramps. La sua cavalcata è l’ultima di un’America lenta, fiduciosa e solidale, dove una donna che non ha più nulla si mette in viaggio e trova lungo la strada un Paese intero disposto ad accompagnarla.

854 - L'UOMO CHE CAVALCAVA I CAIMANI


  

L'importante è distinguersi dagli altri noiosi country gentlemen dello Yorkshire. Per questo Charles Waterton porta i capelli cortissimi, a spazzola, quanto tutti li portano lunghi e ondulati. E si impegna a fare altre cosette insolite.

Tipo cavalcare un caimano, scalare a mani nude torri e minareti, farsi mordere dai pipistrelli-vampiro e testare su se stesso sostanze velenosissime, all'ombra di un'incrollabile fiducia nel fato. Una vita in equilibrio precario fra scienza ed eccentricità.

Waterton nasce nel 1782 a Walton Hall, nello Yorkshire, gentiluomo di campagna senza titolo ma con vaste proprietà, e cresce con una convinzione semplice e pericolosa: la natura non va osservata da lontano, ma affrontata corpo a corpo.

Nel 1804 parte per la Guyana britannica, ufficialmente per questioni di famiglia, in realtà per saziare una fame di avventura che non conosce stagioni. Nella foresta tropicale studia animali, annota comportamenti, sperimenta su se stesso gli effetti di sostanze micidiali come il curaro, che poi farà conoscere in Europa raccontandone anche con rigore le reazioni che scatena e smontando leggende.

Tutto per un insaziabile gusto della sfida, che gli guadagna una fama leggendaria: per dimostrare che certe paure sono più grandi della realtà, insegue pipistrelli vampiro sperando di farsi mordere per studiarne le conseguenze (all'inizio senza successo, pare lo evitassero), e salta sul dorso di un caimano e lo cavalca davanti agli astanti sbalorditi. Per pochi istanti, confesserà: “quanti mi sono bastati per decidere che una volta è più che sufficiente”.

Rientrato in Europa, Waterton non cambia passo, ma solo metodi. Scala torri e campanili senza alcun ausilio, e spesso per sperimentare la “navigazione dell'atmosfera” si lancia nel vuoto su improvvisate strutture di salvataggio, uscendone sempre illeso.

A Roma scala la Basilica di San Pietro fino al parafulmine, dimenticando i guanti sulla cima della cupola. Papa Pio VII, più sgomento che divertito, lo obbliga a risalire per recuperarli, poi indignato gli nega l'udienza richiesta.

Negli anni maturi trasforma Walton Hall in un santuario ante litteram della biodiversità, circondandolo con un muro per proteggere gli animali e combattendo l’inquinamento industriale quando ancora nessuno ne parla.

Parallelamente diventa un maestro della tassidermia, non per ingannare la scienza ma per provocarla: i suoi assemblaggi satirici, raccolti nel feroce *The English reformation zoologically demonstrated*, prendono in giro politica e religione con rospi, uccelli, lucertole e scimmie cuciti in forme caricaturali.

Muore nel 1865. A 83 anni, dopo innumerevoli sfide, la buona sorte lo abbandona: una caduta gli toglie subito la parola e dopo qualche settimana la vita. Una vita bizzarra, percorsa controcorrente, con la certezza che per capire davvero la scienza, bisogna avere il coraggio di arrampicarsi molto in alto. Cercando di non dimenticare i guanti.

lunedì 2 febbraio 2026

853 - LA SIGNORA DELLE CAMELIE


  

Questa è la storia di Alphonsine Plessis, venduta a 12 anni, morta a 23. Quando diventa Marie Duplessis trasforma la propria sopravvivenza in un’arte. E quando la fanno diventare prima Marguerite Gautier, poi Violetta Valery, entra nel mito.

Alphonsine Plessis nasce nel 1824 in Normandia. Il padre, alcolizzato e violento, la tratta come una merce: dopo la morte della madre, la vende a un uomo molto anziano. Non è un dettaglio morboso: è l’origine di tutto. Da lì in poi, Alphonsine impara che il mondo non concede sconti a chi nasce senza difese.

A 15 anni fugge a Parigi. Lavori umili, stanze fredde, giornate che consumano le mani e l’anima. Ma osserva. Capisce che in quella città la bellezza può diventare moneta, e l'astuzia uno scudo. Si reinventa. Sceglie un altro nome, un altro destino: nasce Marie Duplessis.

Marie è intelligente, in breve Impara a muoversi nei salotti, a parlare senza tradire le origini, a leggere il mondo prima ancora dei libri. A 20 anni è già una presenza centrale della Parigi elegante. Vive al Boulevard de la Madeleine, circondata da lusso, libri, camelie: la sua passione.

Gli uomini più celebri le ruotano intorno: artisti sulla cresta dell'onda, come Franz Liszt, scrittori come Alexandre Dumas figlio, che perde la testa per lei, e ne esce ferito. Nel 1846 sposa un conte a Londra, forse per mettere al sicuro il nome, forse per sfidare le regole. Marie non cerca redenzioni romantiche. Cerca autonomia.

Anche quando si ammala di tubercolosi – la tosse, il sangue, il corpo che si assottiglia – continua a vivere alle proprie condizioni. Muore il 3 febbraio 1847. Poche settimane dopo, l’asta dei suoi beni attira una folla enorme: Parigi che curiosa fruga nei resti di ciò che aveva adorato.

Poi Dumas trasforma il dolore in letteratura, scrive La signora delle camelie, Marie diventa Marguerite. E Giuseppe Verdi dà voce a Violetta per cantare la storia di Marie al mondo: nasce La traviata.

Il mito però paga il suo prezzo al perbenismo ottocentesco, e la converte in una peccatrice pentita. Mentre la realtà continua a raccontare la storia di una ragazza che nei suoi pochi anni combatte per una libertà feroce. E non chiede mai scusa per averla conquistata.

sabato 31 gennaio 2026

852 - LA SOLITUDINE DEL GENIO


  

A 18 mesi è in grado di leggere il Boston Globe, a 8 anni parla diverse lingue, dal latino al greco, dal francese, al russo, dal tedesco all'armeno, a 11 anni entra ad Harvard.

I numeri leggendari sul suo QI non sono verificabili, ma di certo se esistesse una classifica delle capacità intellettive il nome di William James Sidis starebbe in cima.

Nato a Boston nel 1898, figlio di Boris Sidis, un noto psichiatra e di Sarah Mandelbaum un medico. Il metodo educativo del bambino prodigio (spinta forte verso il successo, pressione per i risultati, esposizione mediatica) non sembra dei migliori.

Comunque è grazie a quello (o nonostante quello) che le cronache raccontano un’infanzia vertiginosa: lingue antiche e moderne assimilate con naturalezza, una lingua inventata (il Vendergood), manoscritti e libri scritti mentre i coetanei imparano a fare le aste. A 11 anni varca i cancelli di Harvard; a 16 si laurea “cum laude”,

Nel mezzo, una scena da romanzo: una lezione sulla quarta dimensione tenuta davanti ai più illustri professori e accademici, con la calma e la sicurezza di chi ha imparato da sempre a non avere rivali.

A 17 anni inizia a insegnare matematica alla Rice University.Ma non è sereno (non lo sarà mai), sente che quella non è la sua strada, che le sue idee non sono allineate. E nel 1919 Sidis è uno dei protagonisti del Primo Maggio di Boston: cortei, scontri, repressione. Viene arrestato non per violenza, ma proprio per le sue idee considerate sovversive.

Condannato, evita il carcere grazie all’intervento del padre, ma il prezzo è alto: tra il 1919 e il 1921 trascorre due anni di isolamento sotto controllo in un sanatorio. È la frattura. Sidis decide di uscire dal fascio dei riflettori, sceglie l’invisibilità.

Continua a scrivere un libro dopo l'altro, ma pubblica sotto pseudonimo, insegna e studia ai margini, esplora territori eccentrici: dalla cosmologia ai sistemi di trasporto urbano. In “The Animate and the Inanimate” immagina universi che vanno contro la freccia del tempo. Si trova anche costretto a difendere la propria privacy in tribunale, quando un settimanale lo deride: una battaglia silenziosa per il diritto all’oblio.

William James Sidis muore il 17 luglio 1944, a 46 anni, per emorragia cerebrale. Resta il rimpianto di aver perduto così giovane una mente eccezionale. E una domanda che punge: cosa avrebbe potuto creare “il ragazzo più intelligente della Terra”, come lo chiamavano i giornali, se la società, invece di esibirlo e poi isolarlo, lo avesse sostenuto davvero?


851 - LA BEFFA DI MENELIK


  

Il giorno in cui l’Italia credette di aver messo le mani sull’Etiopia, Menelik II stava costruendo intorno a una beffa l'indipendenza del suo impero.

Nel 1889, mentre l’Europa si spartisce l’Africa con arroganza e presunzione, Menelik – da poco asceso al trono imperiale – firma con il Regno d’Italia il Trattato di Uccialli.

Due versioni, due lingue, due mondi. In italiano, l’articolo 17 sembra chiaro: l’Etiopia si impegna a servirsi dell’Italia per la propria politica estera. In amarico, invece, quella stessa frase diventa una semplice facoltà. Può farlo, se vuole. O anche no. Roma legge “protettorato”. Addis Abeba legge “opzione”. La beffa è tutta lì, sottile ma decisiva.

Ma c'è di più: Menelik non protesta subito. Attende. E nel frattempo firma un protocollo economico aggiuntivo: l’Italia concede all’Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, ufficialmente per sostenere il nuovo impero. Denaro che sarà utilizzato per comprare armi da altre nazioni. Armi che pochi anni dopo utilizzerà proprio contro gli italiani.

Quando nel 1890 l’Italia notifica alle potenze europee la nascita di un protettorato etiope, e Menelik reagisce. Prima respinge l’interpretazione. Poi, nel 1893, denuncia formalmente il trattato. E' la fine della diplomazia, si va verso la guerra. Che per l'Italia sarà una disfatta.

Ma chi è Menelik, l'uomo che ha ingannato un governo e umiliato una nascente potenza coloniale? Il Leone di Giuda è un sovrano moderno, che fin da ragazzo ha modo di studiare i suoi nemici.

Prigioniero alla corte dell’imperatore Tewodros II, osserva e studia come funziona il potere imperiale, impara a conoscere armi europee, diplomazia e meccanismi di alleanza.

Una volta salito al trono, si fa notare per le sue passioni “moderrniste”: è uno dei primi sovrani africani a introdurre telefono, telegrafo ed elettricità. E si divertie a telefonare a funzionari vicini solo per il piacere di sentire la voce “viaggiare nel filo”. Si fa anche tradurre quotidianamente giornali francesi e italiani per capire come l’Europa parla di lui.

Menelik ama poi gli orologi meccanici europei, soprattutto quelli complicati. Ne riceve molti in dono e li fa smontare e rimontare dai suoi artigiani. E' lui a fondare Addis Abeba, e il motivo è curioso: sua moglie, l’imperatrice Taytu Betul, si innamora delle acque termali di Filwoha, ed è li che convince il marito, inizialmente molto contrario all'idea, a creare la capitale.

Menelik si procura molte armi, ma non si affida mai a un solo Paese: le compra da Italia, Francia, Russia, Belgio, facendo giocare gli uni contro gli altri. Una scelta che si rivelerà decisiva a Adua, dove l’esercito etiope ha armi di diversa, provenienza, ma in quantità enorme, cosa rarissima e inattesa per un Paese africano dell’epoca.

E a Adua l'imperatore si rivela un fine stratega: rimanda più volte lo scontro con gli italiani perché vuol essere sicuro che le sue truppe siano nutrite, rifornite e riposate, dicendo ai suoi generali impazienti La guerra non si vince con il coraggio di un giorno.”

Dopo Adua, Menelik proibisce rappresaglie sui prigionieri italiani. Li fa curare, rifocillare e poi restituire. Un'altra mossa astuta, che colpirà profondamente l’opinione pubblica europea, rovesciando lo stereotipo coloniale del sovrano barbaro.

In Italia, intanto, la ferita diventa ironia. Nasce la “lingua di Menelicche”, il giocattolo carnevalesco che si srotola facendo rumore: uno sberleffo, una presa in giro, un'allusione amara a quella traduzione sbagliata. O troppo furba per i funzionari di Crispi.

giovedì 29 gennaio 2026

850 - LE DONNE DI FUORA


  

C’erano mattine, in Sicilia, in cui un bambino si svegliava con i capelli annodati come se qualcuno ci avesse giocato tutta la notte. Erano i trizzi. E quando comparivano, nei paesi dell’interno, la gente rabbrividiva.

Le chiamavano “donne di fuora”, perché non stavano mai davvero “dentro” questo mondo. Il termine donas de fuera compare negli atti inquisitoriali spagnoli riferito specificamente a donne accusate di stregoneria (brujas).

Figure ambigue, sospese: streghe per gli inquisitori, fate capricciose ma benevole, presenze notturne più curiose che malvagie per la gente del popolo. Lo studioso Giuseppe Pitrè le descriveva così: temute, sì, ma anche rispettate. Perché le “donne di fuora” potevano fare male, ma sapevano anche proteggere.

Alcuni studiosi (come Henningsen nella ricerca sulle relazioni inquisitoriali) suggeriscono che i raduni di “donne di fuora” fossero descritti in maniera molto più festosa nei racconti dei testimoni — con banchetti e danze — rispetto alla visione diabolica imposta dagli inquisitori.

I trizzi ‘nni capiddi erano il loro segno più riconoscibile. Nodi ostinati, difficili da sciogliere, che secondo la credenza non andavano forzati: solo chi li aveva fatti avrebbe potuto scioglierli davvero.

Per alcuni erano una carezza magica, un sortilegio benigno lasciato ai neonati. Per altri, soprattutto quando un bambino si ammalava o moriva, diventavano una colpa, un’accusa, una spiegazione facile per l’inesplicabile.

Dal sedicesimo secolo in poi la tolleranza finì. Le donne che conoscevano le erbe, preparavano unguenti, parlavano con la natura, vennero guardate con sospetto. In tutta la Sicilia ci furono processi per stregoneria, in cui alcune donne furono arrestate, torturate e condannate per pratiche magiche e sortilegi, spesso mescolando credenze popolari e interpretazioni ecclesiastiche diaboliche.

Tuttavia, la maggior parte delle condanne non prevedeva la morte sul rogo: la pena capitale era rara in Sicilia rispetto ad altre aree d’Europa, e molte imputate furono condannate all’esilio, alla prigionia o a pene corporali.

La figura delle “donne di fuora” in tempi moderni è stata studiata dagli antropologi. Secondo alcuni avrebbe origini antiche, legate al paganesimo, al culto di Diana o a tradizioni occulte orientali o greche: un’ipotesi comparativa suggerita dagli studiosi per analogie con figure simili in altre tradizioni europee (le Dames Blanches francesi o le Benshees scozzesi, che condividono tratti ambivalenti tra bene e male nei racconti popolari) e nel mito dei dominæ nocturnæ.

E ancora oggi, in certe zone rurali della Sicilia per qualcuno le donne di fuora sono ancora lì. Di certo non se ne sono mai andate del tutto: sopravvivono nei racconti sussurrati la sera, nelle raccomandazioni dette a mezza voce, nelle frasi ammonitrici delle mamme per far star buoni i bambini.

849 - I FIGLI DEL REICH


  

Non era un lager e non era un ospedale. Era qualcosa di più subdolo: un luogo dove la vita veniva accolta solo dopo essere stata misurata, giudicata, selezionata.

Progetto Lebensborn, “sorgente della vita”, e dietro quel nome che profuma di acqua e rinascita si nasconde uno dei piani più inquietanti del nazismo. A idearlo nel 1935 è Heinrich Himmler, che considera la natalità un dovere verso il popolo ed esorta gli uomini delle SS a procreare anche fuori dal matrimonio se la donna è “razzialmente adatta”.

Il regime incoraggia da tempo (ideologicamente e socialmente) le relazioni tra uomini tedeschi (soprattutto militari e SS) e donne ritenute “razzialmente idonee”, in particolare nel Nord Europa. E il progetto Lebensborn serve a selezionare la razza.

In origine le SS lo concepiscono come una rete di case maternità riservate a donne considerate razzialmente idonee, spesso non sposate, alle quali viene garantito anonimato, assistenza medica e protezione sociale. Il bambino non appartiene alla madre, ma al Reich. E se per qualche motivo non può restare con lei, viene adottato da famiglie “affidabili”, sempre secondo criteri ideologici.

Con la guerra, il progetto cambia volto. Al fronte gli uomini muoiono a migliaia, le nascite “spontanee” diventano insufficienti, e l’ideologia razziale smette di aspettare e comincia a prendere.

In Norvegia, occupata dal 1940, si registrano decine di migliaia di relazioni tra soldati tedeschi e donne norvegesi. I nazisti considerano le norvegesi “altamente ariane”. E da queste relazioni nascono molti figli. Non tutti sono frutto del Lebensborn. Che non crea le relazioni ma accoglie una parte delle madri, gestìsce le nascite e le adozioni;

Ma il peggio accade in altri territori occupati, soprattutto in Europa orientale: nei villaggi della Polonia, della Cecoslovacchia, della Slovenia, gli uomini delle SS cominciano a guardare ai bambini come si guarda a un bottino: capelli chiari, occhi chiari, se il sangue è buono, non importa dove sono nati. Così migliaia di bambini vengono sottratti alle famiglie, letteralmente rapiti.

Il Lebensborn diventa uno snodo burocratico: registra, classifica, ricolloca vite. Prima la selezione: medici e funzionari SS esaminano i bambini con misurazioni, osservazioni, test fisici e comportamentali. Poi la classificazione: bambini “idonei” da germanizzare, bambini “non idonei” lasciati, deportati o persino eliminati. Quindi la separazione: il bambino viene sottratto alla famiglia, spesso con la forza; ai genitori si dice che sarà educato, curato, protetto. Infine la cancellazione; nuovo nome, nuova lingua, nuovi documenti, divieto di parlare del passato, germanizzazione.

Si stima che almeno ottomila bambini siano nati direttamente nelle strutture Lebensborn, ma il numero dei minori coinvolti nelle politiche di germanizzazione resta incerto, perché molte tracce sono state distrutte.

Dopo il 1945, su quei figli calerà un secondo silenzio: in Norvegia e altrove saranno chiamati “war children”, additati, esclusi, colpevoli di una nascita sbagliata. Molti di questi bambini non ricordano più la famiglia d’origine, non sanno di essere stati rapiti, vengono restituiti a un mondo che non riconoscono. Altri non saranno mai ritrovati.

Il Lebensborn non è stata una fabbrica di mostri da romanzo, ma qualcosa di peggio: un ufficio della perfezione, dove la biologia diventava destino. Non c'erano solo le camere a gas a cancellare chi non era ritenuto degno, c'erano anche luoghi dove bastava decidere chi meritava di nascere.

848 - TOPI, RANE E IDROMELE: PRIMA DELLE DUE LINEETTE


  

Per millenni, prima che due lineette decidessero il destino di una donna, il test di gravidanza è stata una faccenda da indovini, officianti e… giardinieri.

Oggi basta un minuto in bagno. Ieri, invece, servivano grano, rane, topi e una discreta dose di fede. La storia del test di gravidanza comincia nell’antico Egitto, quando la medicina non ha paura di sporcarsi le mani.

Nei papiri ginecologici di Kahun, attorno al 1800 a.C., si legge di un metodo tanto semplice quanto sorprendente: l’urina della donna viene versata su semi di cereali. Se germogliano, la gravidanza è probabile. Se non cresce nulla, si riprova.

Il sesso del nascituro? Questione più simbolica che scientifica: orzo per il maschio, grano per la femmina. Funziona davvero? In parte sì: oggi sappiamo che l’urina delle donne incinte contiene sostanze che possono favorire la germinazione. Non male, per un test ante litteram.

I greci non sono da meno. Ippocrate suggerisce bevute strategiche di idromele: se arrivano coliche notturne, il concepimento è avvenuto. Nel Corpus Hippocraticum si parla persino di fumigazioni sotto le vesti per stabilire la fertilità: se l’odore arriva alla bocca, il corpo è “aperto”. Un’idea bizzarra, ma coerente con la visione del corpo come sistema di canali comunicanti.

Nel mondo romano, il confine tra medicina e divinazione si fa ancora più sottile. Svetonio racconta che Livia, futura madre dell’imperatore Tiberio, covò un uovo nel seno per predire il sesso del bambino. Nacque un gallo. E nacque Tiberio.

Poi arriva il Medioevo e l’urina diventa un oracolo. Colori, vapori, “nebbie” e sedimenti vengono scrutati come fondi di caffè. Finché nel Cinquecento un medico, Scipione Mercurio, ha il coraggio di dirlo chiaramente: leggere la gravidanza nell’urina è roba da ciarlatani, non da medici. Non sa quanto ha torto.

La vera svolta arriva infatti nel Novecento, e non è indolore. Nel 1928 i medici Aschheim e Zondek scoprono che proprio l’urina delle donne incinte contiene un ormone capace di far maturare le ovaie di animali da laboratorio. Nasce così il primo test “scientifico”: topine, conigli, rane. Molti animali non sopravvivono alla diagnosi.

Le rane Xenopus, però, hanno un talento speciale: se l’urina è positiva, deponevano uova in poche ore. Test rapido, animale salvo. Non tutto, però, va per il meglio: il commercio globale di anfibi contribuisce alla diffusione di un fungo letale che ancora oggi minaccia molte specie.

Negli anni Sessanta l’immunologia prende il posto degli animali. Gli anticorpi imparano a riconoscere l’ormone della gravidanza, la famosa hCG. Negli anni Settanta i test entrano in farmacia. Negli Ottanta diventano “one-step”. Negli anni Novanta arrivano gli enzimi e i display digitali.

Oggi basta attendere pochi minuti. Ma dietro quelle due lineette c’è una lunga storia di cereali annaffiati, uova covate, rane importate, ciarlatani e medici scettici. E' la magia che, passo dopo passo, è diventata scienza.


mercoledì 28 gennaio 2026

847 - L'UOMO PIU' BUGIARDO DEL MONDO


  

Oggi vi presento Louis de Rougemont, l'esploratore che sconfisse i terribili uomini rettile e fece volare i koala, lottò con piovre giganti e scimmie a sei braccia, fu adorato come un dio dagli aborigeni e duellò con un pesce sega a colpi d'ombrello.

Non ci credete? Fate bene. Sono tutte frottole. Eppure alla fine dell'ottocento le mirabolanti gesta di De Rougemont (uno pseudonimo: in realtà era uno svizzero di nome Henri Louis Grin) affascinarono un esercito di lettori.

Anno 1898, il Wide World Magazine, mensile britannico specializzato in “storie vere”, inizia a pubblicare le sue memorie. Più fantastiche dei Viaggi straordinari di Giulio Verne, più folli delle Avventure del barone di Munchausen. Ma il pubblico abbocca. I tempi sono quelli giusti, l’Europa vittoriana ha fame di avventure e scarsa voglia di verifiche.

Così l'avventuriero svizzero incanta lettori e ascoltatori col racconto di 30 anni trascorsi tra l’Australia e l’Oceania, fra esplorazioni scientifiche, popolazioni sconosciute e scoperte sensazionali. Millanta viaggi in isole abitate da ripugnanti uomini-rettile, e incontri con tribù di cannibali, con scimmie a sei braccia, cpn piovre colossali e mostri marini baffuti, e con marsupiali volanti che solcano i cieli dell’outback.

Sostiene di aver scoperto giacimenti di perle e d’oro custoditi da animali mai visti, di aver cavalcato tartarughe giganti per puro divertimento, di aver combattuto a colpi d’ombrello un pesce sega. Diventa perfino re di tribù aborigene che lo considerano un dio, grazie a fuochi d’artificio spacciati per prodigi soprannaturali.

Tutto falso. Tutto raccontato con tale sicurezza da mettere in difficltà studiosi, geografi, lettori colti. Le sue storie, è ampiamente documentato, fanno sensazione e dividono l’opinione pubblica, si accendono discussioni e confutazioni anche sulla stampa.

Esaminato e sottoposto a un fiume di domande dagli eminenti studiosi della Royal Geographical Society e di altre associazioni scientifiche, in un primo tempo riesce a convincerli, tanto che viene invitato a tener lezioni pubbliche. In breve si arricchisce grazie ad “articoli scientifici” pagatissimi e al business che avvia fornendo informazioni sui giacimenti che dice di aver scoperto.

Il gioco va avanti per qualche anno, finché qualcuno più scettico inizia a fare domande stringenti e dettagliate: nomi, distanze, mappe. E l’esploratore messo alle strette si perde. Non sa collocare bene i luoghi sulle mappe, e a nulla valgono le scuse del tipo “non posso dire niente perché ho stretto accordi di riservatezza”.

Smascherato, de Rougemont che fa? Neanche prova a difendersi: semplicemente cambia mestiere. Si reinventa uomo-spettacolo, parte per il Sudafrica e poi per l’Australia, presentandosi senza più pudore come “l’uomo più bugiardo del mondo”. Sul palco dimostra persino di saper cavalcare una tartaruga: l’unica cosa vera fra le mille raccontate. Scrive di lui il *Wide World Magazine*: «La verità è più strana della finzione, ma De Rougemont è più strano di entrambe».

Dietro al successo dell'uomo più bugiardo del mondo c'è una grande intuizione: se una storia è raccontata bene, il pubblico preferisce crederle piuttosto che fare la fatica di verificarla. Un'idea destinata a fare proseliti in molti campi, in primis nella politica: le chiamano fake news, e continuano a funzionare perché, oggi come un secolo fa, per usare una frase alla Barnum, “There’s a sucker born every minute”, ogni minuto nasce un fesso.

lunedì 26 gennaio 2026

846 - LA PICCOLA GRANDE DONNA


  

Sembra un personaggio uscito da un film stile Nikita o da una serie come Killing Eve. Forse meno letale, ma altrettanto efficace.

Pippa Latour ha gli occhi scuri e vivaci di chi, da bambina, ha visto fin troppo. Orfana a tre anni, cresciuta tra Sudafrica, Francia e Inghilterra, non ha ancora vent’anni quando decide che la guerra non la guarderà da lontano.

Si arruola come meccanica nell’Aeronautica ausiliaria femminile britannica. Ma un giorno, nel 1943, le dicono: “Abbiamo un altro incarico per te. Ti diamo tre giorni per pensarci.” “Non mi servono,” risponde. “Lo faccio.”

Così diventa Geneviève. Un nome in codice, una maschera di seta in un teatro di ombre. Si lancia col paracadute di notte nella Normandia occupata. E' il primo maggio del ’44, un mese esatto prima dello sbarco alleato.

Alta poco più di un metro e mezzo, con l’aspetto di una ragazzina di provincia, pedala tra i villaggi vendendo sapone e chiacchierando con i tedeschi. Sorride. E Intanto ascolta, osserva, memorizza.

La sua copertura: studentessa di pittura. I suoi veri strumenti: una radio nascosta in una stalla e una striscia di seta con i codici cifrati arrotolata tra i capelli. Sotto il grembiule, nessuna pistola. Solo coraggio.

Quando i nazisti scoprono il paracadute che l’ha portata lì, è costretta a fuggire. Cambia rifugio, si sposta da sola in bicicletta, e continua a trasmettere informazioni vitali su basi, convogli, postazioni di artiglieria. Ogni invio di messaggi le espone alla cattura. Ogni errore può costarle la vita.

Una volta la morte le passa davvero vicino: la catturano, la interrogano. E' sospetta, sì, ma sembra così giovane e innocente. E nessuno pensa di scioglierle il nastro di seta nei capelli. La rilasciano.

Finita la guerra, Pippa non cerca mai i riflettori. Si sposa con Patrick Doyle, ingegnere australiano. Vive in Kenya, alle Fiji, in Australia. Infine in Nuova Zelanda. E' madre di quattro figli. Nel tempo, arrivano i riconoscimenti. La *Croix de Guerre*, la Legion d’Onore, la medaglia dell’Impero Britannico.

Ma lei non parla volentieri del passato, a chi le chiede qualcosa, racconta poco. “Facevo solo quel che andava fatto,” dice. Muore a 102 anni nell’ottobre del 2023. Se ne va in silenzio, com’è vissuta.



845 - IL VERME IPNOTIZZATORE


  

Un ipnotizzatore invisibile lungo pochi millimetri che ti convince a fare quello che serve a lui, fino a portarti al suicidio.

Un'inquietante magia che avviene nel mondo degli insetti. Protagonista, un verme, lo “Spinochordodes tellinii” che, quando decide che è arrivato il momento di venire alla luce, prende il controllo della mente del suo ospite: un grillo o una cavalletta.

Il grillo cammina, salta, frinisce come sempre. Poi qualcosa cambia. Inizia a cercare l’acqua, e quando una pozza, un canale, una piscina gli capita vicino, l’istinto di conservazione svanisce.

L’insetto si getta nell’acqua, gesto contro natura per chi è nato per evitarla. E il verme ipnotizzatore si libera, si srotola, nuota. L’acqua è il suo vero mondo: lì si accoppia, depone le uova, ricomincia il ciclo.

Le larve del verme prima di finire dentro il grillo passano da altri ospiti acquatici (larve di insetti, piccoli crostacei). Quando il grillo o la cavalletta mangia questi organismi, ingerisce anche il futuro “verme ipnotizzatore”. Che una volta ingerito, per mesi cresce nell’ombra fino a diventare un filo vivente tre o quattro volte più lungo del corpo che lo ospita.

Il grillo spesso muore annegato, ma non sempre. Se sopravvive, può tornare a vivere, come un testimone scampato a una manipolazione mentale. Gli scienziati parlano di alterazioni dell’orientamento, di risposte alla luce, di sottili interferenze biochimiche con il sistema nervoso.

Nessuna bacchetta magica, nessun comando a distanza. Solo un piccolo verme che, al momento giusto, riscrive il comportamento dell’ospite, e come un grande ipnotizzatore riesce a condizionare totalmente le scelte della sua vittima, tanto da portarla fino alla decisione finale, assurda e fatale.


domenica 25 gennaio 2026

844 - LA CITTA' DELLE DONNE

 


 

Esiste un luogo dove l’amore non porta al matrimonio, il sesso non crea scandalo e la famiglia non nasce da un uomo e una donna. Non è un’utopia né una provocazione: è il mondo dei Mosuo.

Oggi vi porto nel sud-ovest della Cina, sulle rive del lago Lugu, tra Yunnan e Sichuan. Qui il tempo ha seguito una strada laterale. I Mosuo sono una società matrilineare e matrilocale. In parole povere, il nome, i beni, la casa e i figli passano attraverso la linea femminile.

Le donne amministrano la famiglia, organizzano il lavoro, custodiscono la memoria. Gli uomini non sono marginali, come spesso si racconta: in realtà allevano, pescano, macellano, partecipano alle decisioni del villaggio. Ma non diventano mariti nel senso in cui lo intendiamo noi.

Il loro legame amoroso si chiama “tisese”, si può tradurre con “matrimonio camminante”. Nessuna convivenza, nessun contratto. L’uomo arriva di notte e se ne va all’alba, tornando alla casa materna. Le relazioni possono durare una notte o una vita intera. Molte sono stabili, alcune esclusive. Altre no. E nessuna viene giudicata.

I figli restano con la madre. Il padre biologico può esserci, essere conosciuto, presente, ma non è l’asse portante dell’educazione. Quel ruolo spetta agli zii materni, sorelle e fratelli delle donne, in una rete familiare che rende il divorzio inutile perché la famiglia, semplicemente, non si rompe mai.

Non è un matriarcato da cartolina né un’utopia erotica. È un sistema antico, pragmatico, che ha funzionato per secoli. Oggi è sotto pressione: il turismo, lo Stato, il matrimonio “moderno” avanzano.

Ma sulle acque calme del lago Lugu resiste ancora un’idea non convenzionale di convivenza per noi aliena e spiazzante. Dove l'amore e il possesso sono cose assai diverse, dove si praticano modi alternativi di stare insieme.

E dove le donne reggono l’ordine delle cose senza dominare gli uomini: amministrano la casa, decidono il lavoro, custodiscono i legami e garantiscono continuità. Non comandano: governano. E forse è proprio questo il dettaglio che più ci colpisce e ci disorienta.


sabato 24 gennaio 2026

843 - LE DOTTORESSE

 


 

Guardate bene questa foto, scattata il 10 ottobre del 1885. Tre giovani donne in abiti tradizionali di diversi Paesi, sedute negli austeri corridoi del WMCP (Women’s Medical College of Pennsylvania).

Non sorridono, ma quello che la macchina coglie è il loro sguardo fermo, deciso, determinato. E di determinazione ne serve tanta in quegli anni per una donna che vuole affermarsi, esprimere la propria personalità, rincorrere i propri sogni in un mondo che discute se il cervello femminile sia adatto allo studio e se una donna possa reggere il peso della conoscenza senza mettere a rischio la maternità.

Eppure queste tre donne, arrivate negli Stati Uniti da mondi diversi e lontanissimi, stanno per laurearsi in medicina: una donna medico, quasi un ossimoro, di più, una bestemmia per l'epoca.

Oggi vi racconto la loro storia, ma prima vale la pena di conoscere quella del WMCP. Lo fondano nel 1850 i quaccheri di Germantown. Già, i quaccheri (la Religious Society of Friends), che incredibilmente sono stati tra i primissimi movimenti religiosi occidentali a credere davvero, nei fatti, nei diritti delle donne.

Non per slogan moderni, ma per una convinzione teologica radicale. Alla base del quaccherismo c’è l’idea della “luce interiore”: ogni essere umano, uomo o donna, possiede una scintilla divina. Se Dio parla a tutti allo stesso modo, non esistono gerarchie spirituali fondate sul genere.

Da qui derivano scelte che, tra Seicento e Ottocento, sono scandalose: le donne possono predicare nelle assemblee quacchere; partecipano alle decisioni comunitarie; gestiscono scuole, opere sociali, ospedali; vengono istruite, perché l’ignoranza è vista come un male morale.

Così non stupisce che il WMCP sia il primo college di medicina femminile al mondo. Una vera anomalia in un’epoca che esclude le donne dalle università, dagli ospedali, dal voto e spesso dal diritto di scegliere il proprio destino.

Proprio per questo, lì cominciano ad arrivare studentesse da tutto il mondo: dall’India, dal Giappone, dal Medio Oriente ottomano. Non per moda, ma per necessità. Nei loro Paesi, studiare medicina è proibito. Ed ecco la storia delle tre ragazze della foto.

Anandibai Gopal Joshi nasce nel 1865. Poco più che ventenne, attraversa gli oceani dall’India coloniale per laurearsi in medicina occidentale. Si iscrive alla WMCP si laurea in medicina prima di compiere 21 anni con una tesi su “Obstetricia tra gli Hindù ariani”. Gli archivi conservano lettere che raccontano la sua determinazione nel contrastare la forte opposizione della sua famiglia. Torna a casa come simbolo vivente di una possibilità nuova, ma la tubercolosi la uccide nel 1887, prima che possa esercitare davvero.

Kei Okami nasce nel 1859 in Giappone. Non è la prima donna medico in assoluto del suo Paese, ma è la prima a ottenere una laurea occidentale. Subito dopo la laurea torna in Giappone e, per quanto ostacolata dal clero e dalle istituzioni conservatrici, lavora come ginecologa, apre una clinica privata. insegna e contribuisce alla formazione infermieristica e alla promozione dell’educazione sanitaria femminile. Muore nel 1941.

Sabat Islambouli, di origine ebraica-curda, nasce nel 1867 in una regione che oggi chiamiamo Siria ma che allora era Impero Ottomano. Dopo la laurea le notizie sulla sua vita sono scarse: risiede a Damasco e poi al Cairo, ma non si sa con precisione dove e come eserciti la professione. Muore anche lei nel 1941.

In quegli stessi anni in cui si laureano le tre ragazze, tra quelle stesse mura il WMCP forma anche la prima dottoressa nativa americana, Susan La Flesche, e accoglie ex schiave afroamericane. Ai primi del novecento le laureate sono centinaia, provenienti da tutti i continenti. E' un vero laboratorio di futuro in un secolo che ha paura del futuro.

La fotografia di Anandibai, Kei e Sabat racconta il momento in cui la medicina smette di essere un privilegio maschile. E lo fa senza proclami, con tre sguardi che sembrano dire: “siamo qui, e ormai è troppo tardi per fermarci”.

venerdì 23 gennaio 2026

842 - PSICANALISI E DISCHI VOLANTI


  

Il 14 dicembre del 1954, nel deserto dell’Arizona, Wilhelm Reich, celebre psicoanalista, allievo di Freud, punta uno strano marchingegno artigianale verso il cielo: obiettivo, combattere gli Ufo.

La bizzarra macchina, fatta di tubi metallici collegati all’acqua di un fiume, serve nelle sue intenzioni a manipolare l’energia invisibile che governa la vita, il clima e persino l’universo. Quella sera lo scienziato scrive per la prima volta di aver combattuto una battaglia interplanetaria contro un oggetto volante non identificato.

Reich non è un visionario qualunque. Medico, psicoanalista, allievo della Vienna freudiana, negli anni Trenta individua e dà un nome all’energia invisibile che, secondo lui, permea la vita e il cosmo: l'orgone.

Azzurra, pulsante, vitale. E' l'energia sessuale repressa che ognuno dovrebbe liberare per risolvere le tensioni psicofisiche: troppa, e stai bene. Bloccata, e ti ammali. Per trattenerla costruisce gli accumulatori di orgone: scatole di legno e metallo in cui sedersi come in una cabina dell’anima.

Nel 1941 coinvolge perfino Albert Einstein: il fisico misura, osserva e conclude che non c’è nessuna nuova energia, solo normali fenomeni termici. Lui non accetta il verdetto. E' l’inizio di una frattura col mondo.

Reich, sempre più isolato, sposta lo sguardo verso il cielo, e individua il Dor (Deadly Orgone), una forma letale di orgone, associata a siccità, desertificazione, depressione vitale.

Sono gli anni Cinquanta, e le segnalazioni di Ufo si moltiplicano. Lo scienziato fa due più due: i veicoli extraterrestri esistono, e funzionano con l’orgone, ma per produrlo emettono Dor, avvelenando l’ambiente terrestre. Sono gli alieni con questa energia letale a causare la desertificazione della Terra.

Così inizia la sua guerra personale agli Ufo combattuta a colpi di cloudbuster, il macchinario di sua invenzione che ripulisce il cielo dal Dor, e ne racconta le vicende in “Contact with Space”.

Le sue attività fanno discutere, e finiscono per richiamare l'attenzione delle autorità americane che gli vietano di vendere i suoi accumulatori e altro materiale terapeutico. Reich rifiuta di piegarsi.

Lo processano e lo assolvono dalle accuse, ma lo condannano per oltraggio alla corte: due anni senza condizionale. I suoi libri vengono distrutti, gli apparecchi smantellati: una scena da America maccartista, con il fuoco al posto del dialogo.

Nel marzo del 1957 Reich entra nei penitenziario federale di Lewisburg, in Pennsylvania. Chiede una sola cosa: di poter continuare a scrivere e lavorare in carcere. Glielo negano.

Morirà in cella pochi mesi dopo, il 3 novembre 1957, ufficialmente per insufficienza cardiaca, a 60 anni, pochi giorni prima dell’udienza che doveva riaprire il suo caso.


domenica 5 ottobre 2025

841 - IL NONNO DEI BEATLES


 

Ha visto nascere il treno a vapore e il telegrafo, ha vissuto sotto la regina Vittoria ed è corso nei rifugi per evitare le bombe tedesche su Londra. Eppure, a 100 e più anni, John Mosley Turner ascoltava i Beatles alla radio e si emozionava cantando Yesterday e Eleanor Rigby.

Turner nasce nel 1856, in piena epoca vittoriana, e lavora come tagliatore di tessuti di seta, uno di quei mestieri d’officina che odorano di fatica e sacrificio. Vive a Tottenham, assistito da una figlia, e a 73 anni perde la vista e trova nella musica la sua finestra sul mondo.

Non ha mai bevuto un bicchiere di birra né fumato un sigaro, e forse anche per questo arriverà a spegnere 111 candeline: il primo britannico documentato a superare quel traguardo, e per due anni l’uomo più vecchio della Terra.

Arrivano gli anni della “swinging London”, e lui, che ascolta ogni giorno la radio, scopre quel gruppo di ragazzi di Liverpool, e diventa il più vecchio dei loro fan. La stampa inglese, nel giugno del 1964, lo racconta con titoli pieni di tenerezza: “Swinging at 108”, scrive il Daily Herald; “The Beatle fan is 108”, gli fa eco il Daily Mirror. Lui, che fin da bambino ha lavorato 12 ore al giorno, dichiara: “I giovani d’oggi sono fortunati: possono ballare e divertirsi. Noi no, noi potevamo solo lavorare”.

E così, cieco ma sorridente, passa i pomeriggi accanto alla radio, battendo il ritmo con la mano nodosa. Forse non capisce tutte le parole, ma ne percepisce la gioia, la libertà, quella spinta nuova che scuote l’Inghilterra come un vento che soffia su un mare in bonaccia.

Quando la televisione comincia a trasmettere i volti dei Fab four, chiede che gli raccontino come sono fatti: “Sono giovani, eleganti, pieni di vita”, rispondono. E lui si mette a ridere: “Be’, è giusto così”.

Muore nel marzo del 1968, nei giorni in cui esce “Hey Jude”. Ha attraversato due secoli, due guerre mondiali, i fasti di un Impero e le miserie delle periferie dickensiane, e se ne va a 111 anni canticchiando “She Loves You”.


840 - NAPOLI SUL MAR NERO


 

Dalle pendici del Vesuvio alle sponde del mar Nero. La città di Odessa nacque dal sogno di un napoletano al servizio della zarina.

E' il 1794 quando José de Ribas — Giuseppe per i suoi amici d’infanzia ai Quartieri Spagnoli — sbarca su quel tratto di costa battuto dal vento del Mar Nero. Quello che trova lì è una vecchia fortezza ottomana e un pugno di capanne tatare. Ma Josè porta con se la luce del Golfo di Napoli, e i suoi occhi vedono un porto dove gli altri non vedevano che sabbia e steppa.

In quell'anno Caterina la Grande ha deciso di spingere l’impero russo verso il sud, di conquistare mari e rotte. De Ribas, ufficiale di collegamento con il principe Potëmkin, ha l’incarico di dare vita a una città.

E la inventa, letteralmente. Traccia strade, banchine, magazzini, e per darle un’anima sceglie un nome mitologico, “Odessos”, poi trasformato in “Odessa” per volere della zarina — “più femminile”, disse, “più degno di una perla sul mare”.

In pochi anni, la città nuova diventa un crocevia di lingue e commerci, un laboratorio di modernità. Arrivano greci, armeni, francesi, e soprattutto gente del regno delle due Sicilie: mercanti, musicisti, cuochi, artigiani.

Francesco Frapolli, architetto e ingegnere, napoletano anche lui, disegna porti e arsenali, palazzi e teatri. Le vie risuonano di accenti mediterranei, e lungo l’attuale “Italian Boulevard” non si può non notare la parlata partenopea, il gesto largo dei napoletani, il profumo di caffè e di mare.

A metà Ottocento gli italiani sono ormai migliaia, una piccola colonia nel cuore dell’impero russo. Poi, con i decenni, il loro numero si assottiglia, generazione dopo generazione il sangue si mescola con quello del melting pot della “città aperta” sul mar Nero. Ma di certo a Odessa per molti anni si è respirata l'aria di Napoli.

Tanto che, secondo molte fonti, nel 1898, in una stanza affacciata sul porto, Eduardo di Capua, in tournée col padre violinista, guardando l’alba sul mare avrebbe composto le prime note di “O Sole Mio”.

sabato 4 ottobre 2025

839 - CADUTA LIBERA


 

Lo so, questa storia è ai confini della realtà. Ai confini, e non oltre, perché è accaduta davvero. Un aereo in volo, un’esplosione, 27 morti. E una hostess che sopravvive alla caduta libera più alta mai registrata senza paracadute: 10.160 metri.

Vesna Vulović nasce a Belgrado nel 1950, sogna Londra, i Beatles e i viaggi. Decide così di diventare assistente di volo per poter vedere il mondo. Inizia con entusiasmo la sua esperienza sui voli di linea, fino a quel 26 gennaio 1972.

Cominciamo a dire che lei non ci sarebbe neanche dovuta essere sul volo JAT 367: è lì per un errore di nome, (un'altra assistente di volo che si chiama anch'essa Vesna), una confusione di turni. Il destino l’ha scelta. All'inizio è un po' contrariata, ma poi vede che l'aereo fa scalo a Copenaghen, e lei in Danimarca non c'è mai stata. Così non dice niente, e sale sulla scaletta.

Nel vano bagagli, in una valigetta, è nascosta una bomba, che esplode a 10.000 metri di altezza. L'aereo in fiamme precipita, tanti passeggeri vengono sbalzati fuori, ma non la hostess, che resta intrappolata dentro un pezzo della fusoliera, con la schiena bloccata da un carrello portavivande.

L’impatto con il suolo è ammortizzato dalla neve e dagli alberi, ma quello che salva Vesna è proprio il carrello, che le si incastra contro la colonna vertebrale, e la tiene aderente alla struttura dell’aereo creando una sorta di gabbia protettiva.

L'aereo cade vicino a Srbská Kamenice, in Cecoslovacchi. I primi soccorritori la trovano in mezzo a tanti corpi senza vita, straziati e dilaniati; il rosso del sangue ricopre la sua divisa turchese. Un contadino che era stato medico durante la guerra si accorge incredulo che respira. E la tiene in vita fino all'arrivo dei soccorsi, mentre i presenti sussurrano attoniti una sola parola: miracolo.

Vesna si risveglia all'ospedale di Praga dopo giorni di coma, con gambe, bacino, vertebre e cranio fratturati. E' paralizzata dalla vita in giù. Ma piano piano, dopo mesi di interventi e grazie a quella testarda volontà che lei chiama “la mia cocciutaggine serba”, le gambe ricominciano a muoversi. Unica conseguenza fisica, camminerà per tutta la vita zoppicando.

Non le resta invece alcun ricordo dell'incidente. E non ha paura di tornare a volare. Vorrebbe riprendere il suo lavoro, ma la Jat Airways le assegna un incarico d'ufficio. Intanto in Jugoslavia è quasi un'eroina: viene ricevuta da Tito e la sua storia è immortalata in una canzone popolare. Il Guinness dei Primati ratifica il suo record: nessuno era mai sopravvissuto a una caduta simile.

Negli anni novanta si oppone a Milošević, perde il lavoro e diventa bersaglio di campagne diffamatorie. Non finisce in carcere solo perché il governo vuole evitare la pubblicità negativa che il suo arresto porterebbe. Continua a manifestare, fino alla Rivoluzione dei bulldozer del 2000, quando vede cadere il dittatore. In seguito entra nel Partito Democratico e sostiene l'ingresso della Serbia nell'Unione Europea.

Gli ultimi anni li passa sola, in un appartamento di Belgrado, con una pensione misera e il peso di un destino che ha risparmiato solo lei: "Ogni volta che penso all'incidente, provo un forte senso di colpa per essermi salvata, piango, e penso che forse non sarei dovuta sopravvivere”.

Vesna Vulović muore a 66 anni, pochi giorni prima del Natale 2016. Negli ultimi tempi aveva trovato conforto nella fede, che, come ha raccontato ai giornali, le ha fatto rileggere la sua terribile esperienza e l'ha trasformata in una persona ottimista, perché “se riesci a scamparla a ciò che è capitato a me, puoi sopravvivere a qualsiasi cosa".

giovedì 2 ottobre 2025

838 - IL TESORO DI SADDLE RIDGE


 

Non è proprio la pentola piena d'oro delle fiabe, quella che si trova in fondo all'arcobaleno, ma qualcosa che gli assomiglia parecchio.

Otto barattoli arrugginiti nascosti appena sotto il terreno di una collina. Dentro, un tesoro da far girare la testa: 1.427 monete d’oro, lucenti, intatte, come se il tempo non fosse mai passato.

È il 2013 quando una coppia californiana (nota solo come “John e Mary”), passeggiando col cane tra i sentieri della loro proprietà a Trinity County, nota una lattina spuntare dalla terra smossa. Il cane tira, loro scavano: il metallo fragile si sbriciola e lascia cadere un fiume dorato. Non uno, ma otto recipienti colmi.

Il ritrovamento, battezzato “Saddle Ridge Hoard” (il tesoro nascosto di Saddle Ridge, toponimo volutamente generico e non identificabile) viene stimato dieci milioni di dollari, un valore che non sta soltanto nel metallo, ma nell’assurdità del mistero: monete emesse tra il 1847 e il 1894, molte mai circolate, custodite come in una cassaforte invisibile.

Chi le ha sepolte? E perché? Le ipotesi si sprecano: rapinatori leggendari come Jesse James, furti alla Zecca di San Francisco, complotti di società segrete. Ma nulla regge: le date non coincidono, i registri non parlano.

La spiegazione più sobria è che qualcuno, temendo crisi e banche, abbia preferito affidare il proprio oro alla terra, e poi non sia mai tornato a riprenderlo. Chissà che storia si nasconde dietro quei barattoli pieni di monete luccicanti. Di certo lo sconosciuto proprietario non immaginava che un giorno un cane avrebbe scavato in quel punto e avrebbe riportato alla luce il più grande tesoro sepolto d’America.

Oggi le monete, catalogate una per una, portano tutte l’impronta ufficiale “Saddle Ridge Hoard”. La coppia rimane anonima, comunica solo attraverso l’intermediario Kagin’s (la società numismatica che gestsceì la vendita di lotti delle monete), e ha spiegato questa scelta con motivi di sicurezza personale e di privacy fiscale e legale.

Allo stesso modo non ha mai rivelato l’esatta posizione del ritrovamento, per timore di orde di cacciatori nella loro proprieta. Per questo non è stato possibile condurre sul terreno ricerche più approfondite. E il mistero rimane.

837 - UNA LAMPADA, DUE GENI E UN AUTORE DIMENTICATO


Oggi vi racconto la fiaba di Aladino. Quella vera però, dove non c'è un solo genio, ma due; quella che non si svolge in Arabia ma in Cina, e soprattutto quella che non fa parte delle *Mille e una notte*, ma è nata molti secoli dopo dal racconto di un viaggiatore siriano.

Il mondo conosce Aladino soprattutto nella versione Disney del 1992: lampada d’oro scintillante, genio blu e principessa Jasmine. Ma la fiaba vera, quella che arrivò in Europa nel 1709, è ben diversa.

Per cominciare, la storia nelle Mille e una notte non c'era prioprio. La aggiunge il francese Antoine Galland, che aveva tradotto i 12 volumi di racconti da un manoscritto arabo del nono secolo conservato a Parigi, e li aveva iniziati a publicare nel 1704.

E Galland dove ha trovato la fiaba di Aladino? A lui l'ha raccontata, insieme a quella di Alì Babà e ad altre storie, un viaggiatore maronita di Aleppo, Hanna Diyab, nel 1709. Gailland non farà altro che appropriarsi dei racconti e aggiungerli alla sua raccolta.

Ma vediamo il testo della favola. “C’era una volta in Cina”, dice l’incipit originale, anche se in quell’antico racconto la Cina non era la Cina reale, ma una terra lontana, esotica, un oriente favoloso. Segue il ritratto del protagonista, un ragazzo scapestrato che passa le giornate a bighellonare. Si chiama ʿAlāʾ al-Dīn, che in arabo significa “Gloria della fede”, ed è cresciuto senza il padre e con una madre che fatica da mattina a sera per garantirgli un piatto caldo.

A questo punto compare il primo di tre avversari: un mago africano, che lo inganna convincendolo a scendere in una caverna per recuperare una vecchia lampada annerita. Aladino, invece, si tiene la lampada e anche un anello, scoprendo che ciascuno contiene un servitore mostruoso e potentissimo.

Due geni, non uno quindi: il primo nero come il catrame, con occhi rossi fiammeggianti, il secondo così spaventoso che la madre, al vederlo, cade svenuta. I geni possono esaudire desideri. Quanti? Non c'è un numero preciso. Anche il limite dei tre desideri è un'aggiunta moderna, nata nelle versioni cinematografiche.

Nell'originale non esiste, basta che i desideri siano compatibili con i poteri delle entità. Così al genio dell’anello Aladino chiede solo di poter uscire dalla grotta in cui è rinchiuso, mentre il genio della lampada soddisferà desideri vari (cibo, ricchezza, palazzi, spostamenti, protezioni, vendette).

Con i loro aiuti, Aladino riesce a sposare la figlia del sultano, la principessa Badroulbadour (“Luna delle lune”, e non Jasmine) e a sconfiggere un secondo rivale, il figlio del gran visir. Ma non è finita: il mago torna per riprendersi la lampada, e dopo di lui giunge il fratello, assetato di vendetta, travestito da guaritrice. Uno dopo l’altro cadranno, vinti dall’astuzia del ragazzo e dalla forza dei suoi spiriti. Così Aladino diventa sovrano e governa con giustizia, accanto alla sua principessa.

Una favola meravigliosa, come anche quella di Alì Babà. Eppure il vero autore, Hanna Diyab, non ha mai ricevuto compensi né un riconoscimento ufficiale, ed è morto ad Aleppo come un uomo qualunque. Ma se si scava sotto la patina dei cartoni e dei remake, resta l’eco di quella voce siriana che tre secoli fa, consegnò all’Europa un racconto che profumava di spezie, d’incanto e di mistero.



mercoledì 1 ottobre 2025

836 - L'INCREDIBILE VIAGGIO DELLA SIGNORA BENZ


 

Un mattino d’agosto del 1888 una donna salì sulla strana carrozza a tre ruote costruita dal marito, caricò i due figli e senza chiedere il permesso a nessuno partì, destinazione futuro.

Bertha Benz ha 39 anni quando decide che è tempo di smettere con i tentennamenti e di far parlare i fatti: quell’aggeggio rumoroso non è un capriccio, ma una rivoluzione, e lo vuol dimostrare al mondo .

Senza dir nulla al marito Carl, alle prime luci dell'alba va in officina e sale sulla nuova carrozza a motore che lui ha costruito due anni prima, vi carica i figli Eugen e Richard e parte da Mannheim, in Germania, in direzione di Pforzheim, dove vive sua madre.

Sono quasi cento chilometri di strade sterrata, senza mappe, senza segnali, accompagnata dagli sguardi diffidenti dei passanti in un mondo che non sa ancora cos'è un’automobile.

Carl aveva brevettato il suo “Patent-Motorwagen” due anni prima, ma esitava a metterlo alla prova in pubblico, per prudenza e per paura del ridicolo. Bertha, con l’intuito delle donne che vedono più lontano, capisce che quella macchina deve dimostrare la sua utilità non davanti a ingegneri e investitori, ma lungo la strada, in mezzo alla gente.

Così inizia l'avventura; orientarsi non è facile, non c'è certo il navigatore satellitare, così segue quando possibile i binari ferroviari e il corso del Reno; il suo veicolo ha ruote di legno e un motore monocilindrico da 2,5 cavalli di potenza. Ogni buca un rischio, ogni salita un’impresa.

E le difficoltà non si fanno attendere. A Wiesloch scarseggia la ligroina (il solvente utilizzato come carburante) e lei si ferma in una farmacia e “fa il pieno”, creando così la prima stazione di servizio della storia. Sulle salite più ripide chiede aiuto ai contadini del posto che spingono la vettura insieme ai figli, e prende nota della necessità di rapporti di cambio adeguati.

Quando il carburatore si intasa, lo pulisce liberando il condotto con lo spillone del suo cappello; poco dopo un filo elettrico si scopre e rischia di mandare in corto circuito l’accensione, e lei ferma l'auto e, senza alcun attrezzo, improvvisa: prende una delle sue giarrettiere di tessuto elastico, la avvolge intorno al filo danneggiato e isolandolo con una sorta di guaina protettiva.

Più avanti a Bauschlott si accorge che l'uso dei freni in discesa li consuma rapidamente, allora si ferma da un calzolaio e fa rivestire il pattino di legno con strisce di cuoio, dando vita di fatto al prototipo delle moderne pastiglie.

Quando i tre arrivano esausti a Pforzheim, sono passate 12 ore; quello che hanno compiuto è il primo viaggio extraurbano della storia in automobile: 104 chilometri su stradette polverose.

E il marito? La attende a casa preoccupato; ma ha anche capito che senza quella prova di coraggio la sua invenzione sarebbe rimasta un capriccio da officina. Il colpo di teatro di Bertha l’ha trasformata in un mezzo per vivere e viaggiare.

Tutti i giornali ne parlano, e l’impresa convince investitori e clienti della solidità del progetto Benz. In seguito Carl dichiarerà: “senza quel viaggio la mia invenzione non avrebbe mai avuto successo”.

Oggi gli automobilisti del terzo millennio percorrono la Bertha Benz Memorial Route, un itinerario turistico di circa 194 km che segue il tragitto andata e ritorno da Mannheim a Pforzheim, creato per ricordare una donna intraprendente che con un pizzico di audacia, una giarrettiera e uno spillone mise in moto il futuro.


856 - UNA GABBIA PER OTA BENGA

   Nel 1906, a New York, un uomo africano viene chiuso in gabbia con le scimmie allo zoo del Bronx ed esposto al pubblico come anel...