Alla notizia che le milizie armate della jihad stavano entrando a Timbuctù, una rete di bibliotecari, coadiuvati da alcune famiglie e numerosi barcaioli, organizzò un traffico clandestino. Nei bauli non c’erano armi, oro o droga. C’erano manoscritti: secoli di memoria africana da portare in salvo.
Anno 2012, la città del Mali custodisce biblioteche tramandate nelle famiglie per generazioni. Quelle pagine raccontano una lunga tradizione di studio: diritto, medicina, letteratura, religione. Sono la testimonianza scritta di un’Africa che discute, insegna e produce sapere da secoli.
Ai gruppi jihadisti la cosa non piace, e quel patrimonio diventa vulnerabile. Abdel Kader Haidara, custode di una delle grandi raccolte private e responsabile dell’organizzazione Savama-Dci, coordina il salvataggio. I manoscritti vengonono imballati e chiusi in bauli, nascosti e trasferiti verso Bamako, la capitale.
L’operazione ha qualcosa di assurdo: far attraversare territori controllati da uomini armati a casse piene di carta antica. I corrieri viaggiano su veicoli; quando le strade diventano troppo rischiose, entrano in gioco le imbarcazioni sul Niger. I barcaioli trasportano un carico che considerano parte della propria eredità.
Non tutto si salverà. Migliaia di manoscritti dell’Istituto Ahmed Baba saranno bruciati o sottratti. Ma la catastrofe totale temuta all’inizio non avviene: secondo l’Unesco, la popolazione locale è riuscita a salvare circa il novanta per cento degli antichi manoscritti della città.
A Bamako comincierà poi un’altra battaglia: proteggere le pagine dal deteriormento e fotografarle, perché possano sopravvivere anche in forma digitale. Per mesi quei bauli avevano attraversato il Paese come merce clandestina. E i bibliotecari si erano trasformati in contrabbandieri.
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