Nel 1906, a New York, un uomo africano viene chiuso in gabbia con le scimmie allo zoo del Bronx ed esposto al pubblico come anello mancante dell’evoluzione umana.
Accade nel cuore degli Stati Uniti, un Paese che agli inizi del ventesimo secolo ha già intrapreso la strada dell'industrializzazione e si definisce civile, moderno, scientifico.
La storia di Ota Benga, questo il nome dell'uomo chiuso in gabbia, è tormentata dal razzismo fin da quando era poco più che un ragazzo in una tribù Mbuti del Congo, una di quelle popolazioni che al tempo gli occidentali chiamavano pigmei identificandole per la bassa statura.
Benga nasce nel 1883, si sposa giovane e ha due figli. Moglie e figli vengono uccisi durante un raid di truppe coloniali belghe nel suo villaggio. Lui viene catturato e venduto. Nel 1904 viene acquistato dall’americano Samuel Phillips Verner
Verner, ex missionario e sedicente esploratore, si muove dentro le teorie razziste del tempo: uomini convinti che alcuni esseri umani siano più vicini agli animali e che mostrarli al pubblico sia non solo lecito, ma istruttivo. Per questo lo porta negli Stati Uniti per esibirlo alla grande Esposizione Universale di St. Louis.
Alla fiera di St. Louis i “pigmei” sono attrazioni esotiche come le macchine a vapore. Finita l’esposizione, invece di essere rimandato a casa, Ota Benga diventa un problema da sistemare.
La soluzione è semplice e brutale: lo zoo. Al Bronx Zoo viene rinchiuso nella Monkey House, il recinto delle scimmie. Un cartello spiega ai visitatori cosa stanno guardando: un esempio vivente di primitività, un gradino più in basso nella scala dell’evoluzione.
Non è ignoranza popolare: è razzismo istituzionale, avallato da dirigenti, scienziati, giornali. Migliaia di persone fanno la fila per osservare quell’uomo come un animale esotico.
Le proteste arrivano solo dalla comunità afroamericana, in particolare dai pastori battisti neri, che denunciano l’oltraggio. Dopo alcune settimane, nel settembre del 1906, la mostra viene chiusa.
Benga viene affidato all’Howard Colored Orphan Asylum di Brooklyn, poi nel 1907 lo trasferiscono a Lynchburg, in Virginia. Qui gli affibbiano il nomignolo di Otto Bingo, e lui prova a integrarsi: lavora saltuariamente in una fabbrica di tabacco, studia un po’ d'inglese, si fa coprire i denti che gli erano stati limati per sembrare più selvaggio. Soprattutto, racconta chi lo ha conosciuto, sogna di tornare in Africa, ma non ha denaro né appoggi.
In Africa non tornerà mai. Ota Benga si spara al petto e muore il 20 marzo del 1916. E' l’ultimo atto di una tragica storia che racconta quanto possa essere feroce una civiltà quando si crede superiore. E quanto sia facile, anche oggi, costruire gabbie confondendo con le parole l'umanità con la crudeltà.




















