sabato 30 marzo 2024

760 - DIETRO IL PADRINO

 


 

Un'offerta che non si può rifiutare. A trovarsela davanti è stato Francis Ford Coppola al momento di iniziare a girare Il padrino. Le cose sono andate così.

 L'anno è il 1972, e il regista sta per dare il primo ciak a quello che diventerà il più celebrato fra i film sulla mafia. Joseph Colombo, boss di una delle “Cinque famiglie di New York” chiede di parlare con Coppola e col produttore Al Ruddy. Paura!

Colombo dirige la Lega italo-americana per i diritti civili, che ha fondato due anni prima, e forte di questa carica presenta tre richieste: niente rappresentazioni culturali che risultino negative per gli italiani, niente rimandi offensivi agli stereotipi dello “spaghetti” violento e ignorante, e soprattutto mai usare la parola "mafia".

Regista e produttore prendono tempo, ci pensano su, valutano pro e contro, e alla fine accettano. Il risultato è che la lavorazione del film fila liscia come l'olio. Anche perché Colombo, soddisfatto dall'esito della trattativa, provvede a parlare con i vari sindacati coinvolti nella produzione, e le maestranze lavorano senza creare problemi né ritardi.

Colombo si appassiona al progetto, e va spesso sul set per seguire le riprese. Ad accompagnarlo c'è un omone corpulento, Lenny “bull” Montana (vero nome, Leonardo Passafaro). Ex wrestler di un certo successo a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta, dopo essersi fatto qualche anno di carcere a Rikers Island per le sue attività non proprio cristalline per la famiglia Colombo, viene premiato dal boss che lo promuove a sua guardia del corpo per la fedeltà dimostrata.

Montana segue il suo capo come un'ombra, e una volta sul set gli rivela il suo grande sogno: fin da bambino ha sempre desiderato recitare. Il caso (almeno così ci auguriamo) vuole che l'attore che interpreta uno dei killer più importanti della famiglia Corleone muoia all'improvviso, e indovinate chi viene chiamato a sostituirlo?

Così Montana fa la sua apparizione sul set al fianco di Marlon Brando. Chi lo vede prima del ciak racconta di un'anima in pena: nervosissimo, legge e rilegge il copione, prova freneticamente le battute, le ripete all'infinito con la paura di sbagliare. Una di queste prove parossistiche, ripresa dalla troupe, sarà utilizzata per la scena in cui, agitatissimo, deve incontrare il padrino.

Alla fine il risultato è accettabile, il personaggio risulta credibile, e per Montana si apre una carriera da attore caratterista che lo vedrà recitare in una dozzina di film, oltre che in un paio di puntate di Magnum P.I.

Se questa storia vi ricorda un'altra storia, date un'occhiata a “Pallottole su Broadway” che Woody Allen dirigerà più di 20 anni dopo. Lì il mafioso che finisce per caso sul set, coinvolto nelle riprese si rivelerà un formidabile sceneggiatore. Chissà che nel famoso cassetto dei possibili soggetti che il regista newyorchese raccoglie e conserva nel suo appartamento non ci sia stata per una ventina d'anni una scheda alla voce Lenny Montana?


martedì 17 gennaio 2023

759 - AMORE FINO ALL'ULTIMO RESPIRO

 

La vera storia dei due anziani che il regista Cameron in “Titanic” ci mostra abbracciati nel letto mentre la nave affonda. Isidor Straus nasce nel 1845 a Otterberg in Germania. A 9 anni emigra con la famiglia negli Stati Uniti, e si stabilisce a Talbotton, in Georgia. Qui Rowland Hussey Macy (vi dice niente questo nome?) permette agli Straus di aprire un reparto di stoviglie nello scantinato del suo negozio. Nel 1871 Straus conosce Rosalie Ida Blun, di 4 anni più giovane di lui, e la sposa. La coppia avrà sette figli.

Nel 1895 Isidor insieme al fratello Nathan rileva l'azienda di Macy. Che negli anni diventerà una delle più importanti catene della grande distribuzione statunitense. Si, avete capito bene, proprio Macy's, il grande magazzino newyorchese che compare in cento film e che ogni anno per il Giorno del Ringraziamento, organizza la megaparata per le vie di Manhattan con carri allegorici ed enormi palloni aerostatici. Straus, oltre agli affari si dedica alla politica, e nel 1894 viene eletto alla Camera per il Partito Democratico.

Facciamo un salto in avanti fino alla primavera del 1912. Isidor e Ida ormai anziani fanno un viaggio in Europa con la nipote Beatrice; all'andata passano l'Atlantico a bordo del piroscafo Amerika, per il viaggio di ritorno decidono di imbarcarsi sulla prestigiosa nave della White Star Line di cui tutto il mondo parla; così il 10 aprile 1912 salgono (solo loro, la nipote Beatrice decide di prolungare la permanenza in Europa) sulla passerella del Titanic, al viaggio inaugurale. Con loro la cameriera Ellen Bird, appena assunta, e il domestico John Farthing.

Quello che accadrà lo sappiamo: la notte del 14 aprile la nave va a sbattere contro un iceberg, la collisione crea una una grande falla sullo scafo e in poche ore il Titanic cola a picco. Il comandante Smith ordina di imbarcare sulle poche lance a disposizione prima le donne e i bambini. I superstiti, e in particolare il colonnello Archibald Gracie che coordina le operazioni di salvataggio, ci raccontano quello che accade ai coniugi Straus.

Donne e bambini si accalcano all'ingresso della scialuppa, ma quando arriva il turno di Ida, lei rifiuta di salire senza il marito. Il colonnello Gracie decide di far salire anche Isidor, ma lui dice no, non vuol togliere posto a donne e bambini, dice che non lascerà la nave prima degli altri uomini. E la moglie resta accanto a lui. Secondo tutte le testimonianze dice "Non voglio separarmi da mio marito. Come abbiamo vissuto insieme, così moriremo, insieme", poi si toglie la pelliccia e la dà alla cameriera Ellen che sta salendo sulla lancia.

I coniugi Straus vengono visti per l'ultima volta abbracciati sul ponte della nave. Entrambi muoiono nel naufragio alle 2:20 del 15 aprile, con loro il domestico Farthing, mentre la cameriera Ellen Bird riuscirà a salvarsi. Solo il corpo di Isidor verrà ritrovato e sepolto nel Woodlawn Cemetery del Bronx.

Nel colossal Titanic del 1997 Cameron rende omaggio ai coniugi Straus, interpretati da Lew Palter e Elsa Raven, nella scena in cui due anziani passeggeri si tengono abbracciati sul letto mentre la cabina si riempie d'acqua. 

 



giovedì 12 gennaio 2023

758 - PSYCHO IN LOVE

 


La storia (ringrazio Giovanni Pelosini per la segnalazione) inizia quando Berry Berenson, fotografa, giornalista e modella di famiglia nobile, sorella della più famosa Marisa, conosce di persona l'uomo di cui è innamorata fin da ragazzina: Anthony Perkins, attore di successo protagonista dell'hitchcockiano Psycho, bello e dannato dello starsystem di Hollywood soprattutto per la sua nota omosessualità.

L'incontro avviene alla festa per la fine delle riprese di “Play It As It Plays”, di cui Perkins è protagonista. Lui ha accettato controvoglia di partecipare, non vede l'ora di scappare. Poi vede lei e cambia idea. Perché? Qualche giorno prima la dottoressa Newman, che lo ha in cura per guarirlo dalla depressione e dall'omosessualità (!) durante una seduta gli ha chiesto quale tipo di donna avesse un minimo di attrattiva su di lui. L'attore aveva indicato una foto sulla rivista Vogue che stava sfogliando poco prima. Sì, era proprio lei: Berry.

Ora alla festa la vede, la riconosce e le chiede di ballare. Lei non crede ai suoi occhi, è un sogno che si avvera. Ballando ballando, trova il coraggio di chiedergli un'intervista. Lui accetta. Pochi giorni dopo, fra una domanda e l'altra, gli confessa di essere innamorata di lui da quando aveva 14 anni. Anthony sorride, “una delle tante adolescenti con la cotta per il divo”, pensa. Non è così, Berry lo cerca ancora, quando esce l'intervista teme di non vederlo più, scoppia a piangere. Con la sua dolcezza lo conquista, e i due finiscono a letto.

Pochi mesi dopo si sposano, per la gioia della Hollywood gossippara e pettegola. La cerimonia è minimale: nel giardino di casa Perkins lui le mette al dito un anello d’argento con una pietra turchese. Per tutti è un matrimonio di copertura destinato a durare lo spazio di un mattino. Non è così: Anthony e Berry si amano davvero, e trovano un equilibrio sicuramente non convenzionale, ma concreto: lei sa che Anthony fa sesso con altri uomini ma non le importa, lui le vuole bene e lo dimostra in altri mille modi. Nascono anche Oz ed Elvis, i due figli. Una vita serena.

Ma il gioco del destino ha in serbo carte terribili per la coppia. Anthony fa delle analisi, e il tecnico di laboratorio di sua iniziativa gli fa anche il test Hiv: positivo. E il peggio è che non dice niente e si vende la notizia alla stampa. Perkins viene a sapere di avere contratto l'Aids sfogliando i giornali. L'attore ricade in depressione, all'inizio è anche tormentato dal senso di colpa verso la moglie ed i figli, che per fortuna risultano tutti negativi. Seguono mesi difficili, nel corso dei quali Berry trascorre ogni singolo istante vicino al marito che vive un lento calvario.

Anthony Perkins muore il 12 settembre 1992, con la moglie ed i figli a fianco. Sull’invito alla commemorazione, per un errore, viene però scritto “11 settembre”. E nove anni dopo, l’11 settembre 2001, Berry si imbarca da Boston per Los Angeles per celebrare il giorno seguente, l’anniversario della morte. Non ci arriverà mai: l'aereo su cui è salita è l'American Airlines 11, dirottato dai terroristi si schianterà contro la Torre Nord del World Trade Center. La sorella Marisa in una foto pubblicata sui giornali riconoscerà l’anello col turchese che Anthony aveva regalato a Berry.


 



domenica 7 agosto 2022

757 - LA RAGAZZA CHE CORREVA

 


La maratona era vietata alle donne, ma lei, travestita da uomo, ha superato divieti e pregiudizi ed è arrivata al traguardo entrando nella storia. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione, e vi porto alla maratona di Boston del 1966, per fare la conoscenza con Roberta Louise “Bobbi” Gibb.

Bobbi nasce a Cambridge nel Massachusetts nel 1942 e cresce nei sobborghi di Boston, studia al Boston Museum of Fine Arts e alla Tufts University dove suo padre insegna chimica. Fin da ragazzina ha una grande passione per l'atletica, corre ogni giorno per 8 miglia per andare e tornare da scuola. Nel 1962 William, anche lui appassionato di mezzofondo, la vede mentre fa l'autostop, la carica in macchina e... quattro anni dopo i due si sposano e vanno a vivere in California (lui è un ufficiale di Marina).

Lei intanto continua ad allenarsi: corre con scarpe da infermiera della Croce Rossa in pelle bianca, perché all'epoca non esistono scarpe da corsa per le donne. E coltiva un sogno impossibile: partecipare alla famosa maratona di Boston, vietata alle donne. La corsa più lunga autorizzata dall'Amateur Athletic Union per le atlete è infatti di un miglio e mezzo: “le donne – spiega il regolamento - non sono qualificate per correre nelle gare della divisione maschile”.

Gibb si allena per due anni percorrendo fino a 40 miglia al giorno. Poi nel febbraio del 1966 presenta la domanda di iscrizione, anche se immagina già la risposta. Che non tarda ad arrivare: “Le donne – si legge nella lettera del direttore di gara Will Cloney - non sono fisiologicamente in grado di correre una maratona, mi dispiace ma non possiamo prenderci la responsabilità di ammetterla”. Lei ci pensa su, poi parte in autobus da san Diego dove abita e dopo tre notti e quattro giorni di viaggio arriva il giorno prima della gara a casa dei suoi genitori a Winchester. La mattina del 19 aprile sua madre la accompagna alla partenza a Hopkinton.

Abbigliamento della Gibb” come avrebbe scritto Paolo Villaggio: bermuda del fratello, felpa blu con cappuccio, costume da bagno nero a canottiera, scarpe da ginnastica da uomo. Così bardata Bobbi si nasconde tra i cespugli vicino al recinto di partenza. Dopo il via, aspetta che metà del gruppo sia partita, poi si tuffa nel mucchio. Dopo poco ha un gran caldo, ma non si può togliere la felpa per non essere smascherata: “Se mi avessero vista – dirà – pensavo che avrebbero cercato di fermarmi, e anche che mi avrebbero potuto arrestare”.

Ma nonostante il tentativo di mimetizzarsi, Bobbi è una ragazza, e pure bella, coi lunghi capelli biondi che escono dal cappuccio, e i compagni di corsa non tardano ad accorgersene. Ma invece di avvisare i commissari di gara, iniziano a incoraggiarla, a sostenerla. Sollevata, lei si toglie la felpa e corre ancora più forte, fra due ali di spettatori stupiti che la applaudono. La notizia che in corsa c'è una donna si diffonde, la folla attende il suo passaggio ed esulta, davanti al Wellesley College decine di studentesse saltano e fanno il tifo, ci sono ragazze che urlano e piangono. Ma ad attenderla all'arrivo ci sono gli organizzatori. Non l'hanno presa bene, la circondano minacciosi. Ma devono lasciare spazio a John Volpe, il governatore del Massachusetts, che raggiunge Bobbi e le stringe la mano: è la prima donna ad aver mai corso la maratona.

Bobbi Gibb termina la gara in 3 ore, 21 minuti e 40 secondi, davanti a 290 dei 415 partenti. Il mattino seguente la sua impresa è in prima pagina: “Le donne possono correre la maratona" titolano i giornali. La federazione però non ci sta, il direttore di gara mette in dubbio l'autenticità della partecipazione della ragazza alla gara: "La signora Gibb non ha corso nella maratona di ieri. Non esiste una maratona per una donna. Può aver corso una gara su strada, ma non una maratona. Non si trovava in nessuno dei nostri punti di controllo e nessuno dei nostri controllori l'ha vista. Per quel che ne so può esser partita a metà percorso”. Bobbi replica tranquilla: "Se non mi credete, chiedete ai corridori che mi hanno visto. O agli spettatori che mi incitavano. Non voglio polemizzare con il signor Cloney. Se non mi crede, sono affari suoi".

Nel 1967 e nel 1968 Gibb corre di nuovo, e con lei ci sono altre ragazze. Arriva prima fra le donne, con un'ora di distacco dalle seconde. Nel 1972 si corre la prima gara ufficiale di divisione femminile. Nel 1996, in occasione della centesima edizione della celebre maratona, la Boston Athletic Association riconosce ufficialmente le sue tre vittorie nel 1966, 1967 e 1968 e le assegna una medaglia, e il suo nome viene scolpito nel memorial dei vincitori. Nel 2021 a Boston viene inaugurata una statua di Bobbi Gibb chiamata "The Girl Who Ran" (La ragazza che correva).

 


 




giovedì 21 luglio 2022

756 - A COSA SERVONO I SOLDI

 

Sembra impossibile ma...

La storia che vi racconto parla di un Capo di stato che ha fatto scelte molto fuori dagli schemi. C’è qualcosa di profondamente doloroso in un’occasione perduta, qualcosa che ha a che fare col tempo che passa e con il non aver saputo riconoscere una possibile strada verso la felicità. Il tempo è il bene più prezioso, Joseph Roth (e poi al cinema Ermanno Olmi) raccontano mirabilmente il tormento di chi lo getta via sprecando un’occasione dopo l’altra nel libro “La leggenda del santo bevitore”. Pepe Mujica ce lo racconta con la sua vita. Quando ho avuto la fortuna di incontrarlo, qualche anno fa, mi è bastato uno sguardo per capire che I veri Maestri esistono ancora.

Nato a Montevideo 86 anni fa, un passato da guerrigliero ai tempi della dittatura, eletto senatore nel 2005, quattro anni dopo vince le elezioni presidenziali e diventa Presidente della Repubblica dell’Uruguay fino al 2015. Un Capo dello Stato fuori dagli schemi, che presto si fa conoscere in tutto il mondo: per guidare il suo Paese percepisce 260.259 pesos (circa 8.300 euro) al mese. E ne dona il 90% a organizzazioni di solidarietà o direttamente a persone bisognose. Al palazzo presidenziale preferisce la sua piccola fattoria in periferia, dove continua a vivere, e alle auto blu il suo Maggiolino del 1987.

Sobrietà? Sì, ma quello che colpisce è il motivo di questa scelta: Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per sé stessi io lo chiamo libertà”.

755 - IL TESORO DI PAUL NEWMAN

 

Sembra imposssibile ma...

Fascino, talento e occhi blu sono le caratteristiche che hanno reso celebre Paul Newman, ma la vera eredità lasciata dall'attore è un'altra. La nostra storia inizia nel 1925, anno in cui nasce Paul Newman, uno che la vita ha saputo assaporarla come pochi , fino all’ultimo giorno, nel settembre del 2008.

Se fate un salto a Limestre, in una bella valle in mezzo all’Appennino pistoiese, potrete toccare con mano uno dei sogni più belli realizzati dall’attore. Si chiama Dynamo Camp, ed è una grande struttura ricreativa senza fine di lucro. Il camp di terapia ricreativa è il primo in Italia, e ospita gratuitamente in una verdissima oasi naturalistica affiliata WWF, bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni (e le loro famiglie) con patologie gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione. Il centro offre

periodi di vacanza e svago, con passeggiate a cavallo, tiro con l’arco, arrampicate, attività ricreative in acqua, pet therapy, teatro, circo e tante altre attività ludico sportive adattate per essere accessibili a tutti i partecipanti. La struttura italiana è una delle tante nate dall'associazione "Hole in the wall camps", ideata e realizzata da Newman in Connecticut nel 1988, per poi espandersi negli altri continenti.

Un altro paio di flash sui sogni concretizzati dal protagonista di “La stangata”: nel 1982 ha fondato la Newman’s Own, azienda alimentare pioniera del biologico. Pagato chi ci lavora, i ricavi vengono devoluti per scopi umanitari ed educativi. La stessa azienda per anni ha finanziato un premio per il cittadino americano che più di ogni altro ha saputo difendere la libertà di espressione, di culto e di stampa.

Ah, dimenticavo, sognando sognando Paul Newman ha vinto tre premi Oscar, sei Golden Globe, un Emmy Awards, e ha “acceso” una stella fra le più nitide sulla Walk of fame di Hollywood. Insomma, ha scritto mezzo secolo di storia del cinema. Senza contare l’impegno nel politico e nel sociale, o la passione per l’automobilismo che l’ha visto pilota di successo. Insomma, una vita fatta di sogni, difficili da realizzare ma non impossibili, che a loro volta hanno dato vita ad altri sogni, messaggi in bottiglia lanciati nel futuro da un grande uomo che, incidentalmente, è stato anche un grande attore.

"Mi piacerebbe che la gente pensasse che in Newman c'è uno spirito che compie azioni, un cuore e un talento che non arriva dai miei occhi blu" disse una volta. Missione compiuta, Paul.

 


domenica 19 giugno 2022

754 - LA COMBINE

 

Sembra impossibile ma...

Questa storia inizia quando alla porta delllo spogliatoio del Mariano Comense, in provincia di Como, bussa un mediatore. Dentro due quindicenni, babycalciatori di spicco della squadra del 2007, che si preparano per l'ultima partita di campionato. “Ragazzi, ho una proposta da farvi – dice sottovoce l'uomo – ma che resti tra noi: per voi ci sono mille euro e un bel po' di regali se durante la partita vi fate espellere. Chi mi manda ha interesse che il Mariano questa partita la perda...”. I ragazzi si guardano, ci pensano appena un attimo, poi scuotono la testa.

L'intermediario sorride, li fissa negli occhi, e alza l'offerta: oltre ai mille euro uno smartphone ultimo modello, poi un abito di marca, una microcar con tanto di patentino, e alla fine i mille euro diventano duemila. La risposta non cambia: “No, non se ne fa di niente”; uno dei ragazzi sussurra nell'orecchio all'altro: “Ma io questo lo denuncio”. I due escono, ma il mediatore non molla: ci riprova con altri due compagni. Stesse offerte, stessa risposta. Alla fine va dritto da Edoardo, il capitano. Che ci pensa un attimo, poi non solo non rifiuta la proposta, ma rilancia, chiede più soldi, e conclude “Sì, si può fare”.

I quattro compagni di squadra, rimasti nelle vicinanze, osservano, si rendono conto di quello che sta succedendo, e si sentono traditi: come, proprio lui, il nostro capitano? La rabbia è tanta. Ma dura pochi istanti; poi dai loro nascondigli escono i cameraman, il regista, risuona la frase sentita tante vole in televisione: “Siete su candid camera”. E ovviamente lui, Edoardo, il capitano, era d'accordo con la produzione per fingere di accettare le proposte del corruttore. I quindicenni capiscono, ridono, e tutto diventa una bella storia da postare sui social. Ma per l'allenatore Alessandro Colciago, nascosto anche lui dietro le quinte, è la vittoria più bella.

Le cose sono andate così: la società nei giorni precedenti era stata contattata dai responsabili della trasmissione televisiva di Rai Due, «Italiani fantastici e dove trovarli»; il piano, con il consenso dei genitori e del mister, era di condurre una specie di esperimento sociale per verificare le reazioni dei ragazzi di fronte a un tentativo di corruzione. Mister Colciago ha dato il suo ok anche perché era sicuro dei propri ragazzi: “Io - dice - insegno certi valori: educazione e comportamento corretto. E volevo mostrare che non è vero che un ragazzino oggi è pronto a vendersi per un Iphone o altre offerte allettanti. L’ultima partita di campionato non era decisiva per la classifica, ma avevo spronato i ragazzi e li avevo motivati sottolineando come ogni partita sia importante. E sì, sono molto orgoglioso del loro comportamento e della scelta di mettere al primo posto i valori dell'onestà e del rispetto reciproco”.




lunedì 6 giugno 2022

753 - OLTRE IL BUIO

 


Sembra impossibile ma...

Grazie alla segnalazione di Gianfranco Di Mare vi porto a New York, intorno al 1960. Arthur, un ragazzo cresciuto nei Queens, si iscrive alla Columbia University; il compagno di stanza è uno studente di Buffalo di nome Sandy Greenberg. I due hanno in comune la passione per la musica e quella per la letteratura, così nasce una bella amicizia. In breve diventano inseparabili, quelli che oggi si chiamano “maps”, migliori amici per sempre, e si promettono di essere presenti l'uno per l'altro, qualunque cosa accada.

La promessa viene subito messa alla prova: pochi mesi dopo Sandy si accorge che la sua vista si va rapidamente offuscando. Va da uno specialista, e la diagnosi è terribile: è affetto da un grave glaucoma, presto diventerà completamente cieco. Il giovane è distrutto, cade in depressione, decide di smettere di studiare e di tornare a Buffalo; Arthur cerca inutilmente di dissuaderlo, e quando lo vede partire spera che il tempo lo aiuti ad accettare la sua condizione e di restare in contatto per aiutarlo. Ma Sandy taglia i ponti con tutti gli amici, non risponde a lettere e telefonate, non c'è modo di parlargli. E allora Arthur compra un biglietto di aereo con i pochi dollari che ha, vola a Buffalo e si presenta alla porta di casa senza preavviso. Promette a Sandy che resterà sempre al suo fianco, che vedrà tutto ciò che lui non può più vedere, che sarà i suoi occhi. E lo convince a tentare di nuovo la strada dell'università.

Negli anni successivi nel campus della Columbia University chi vede l'uno vede anche l'altro. Arthur per dimostrare empatia con l'amico si fa chiamare “Darkness”, buio, oscurità. Gli studenti sono abituati a sentirli dialogare, "Sediamoci qui, Darkness ti legge un libro", “Ora basta Darkness, andiamo a mangiare un hamburger”. La vita di Sandy è regolata completamente su quella di Arthur. Anche troppo.

Un giorno i due amici sono in giro per Manhattan, nel bel mezzo dell'affollatissima Grand Central Station, devono prendere il treno per tornare all'università. Arthur dice “Scusa, torno subito”, e lascia Sandy solo in mezzo alla gente. Passano i minuti, e Arthur non torna; Sandy disperato, cerca di muoversi fra la folla, urta le persone, inciampa e cade anche, si fa un taglio alla caviglia. Solo dopo due ore tremende riesce a prendere il treno per il campus. All'uscita della stazione della 114ma strada sente una voce: è Arthur. Si scusa, e gli spiega i motivi della sua “assenza”. In realtà è sempre stato lì, a due metri da lui. Lo ha seguito per tutta la strada di casa, assicurandosi che fosse al sicuro. Ha resistito a fatica a intervenire quando lo ha visto cadere e poi rialzarsi. Ma ora sono lì, e Sandy ce l'ha fatta, da solo.

Sì, quello è il suo regalo più bello: l'indipendenza. Sandy dirà poi: "Quel momento è stato la scintilla che mi ha permesso di vivere una vita completamente diversa, senza paura, senza dubbi. Per questo sono enormemente grato al mio amico". Sandy si è laureato alla Columbia, si è poi specializzato ad Harvard e a Oxford. Ha sposato la sua fidanzata del liceo ed è diventato un imprenditore di grande successo.

Qualche anno dopo Sandy è a Oxford, e riceve una telefonata da Arthur. Questa volta è lui ad avere bisogno di aiuto. Ha formato un duo folk-rock con un suo vecchio compagno di liceo, Paul, e i due hanno un disperato bisogno di soldi: 400 dollari per registrare il loro primo album. Sandy e sua moglie Sue non hanno molti soldi; per l'esattezza sul loro conto in banca hanno solo 404 dollari, e insieme decidono di darli ad Arthur.

Così esce il primo album di Arthur e Paul. Una delle canzoni in breve diventa una hit. E' proprio quella che Arthur ha scritto per Sandy. Racconta la loro storia. Comincia così: “Hello darkness my old friend”, “Ciao Darkness, mio vecchio amico”, il modo in cui Sandy aveva sempre salutato Arthur. Il titolo è The Sound of Silence, una delle canzoni più belle di tutti i tempi, il più grande successo di Simon & Garfunkel, ovvero Paul Simon e Arthur Ira “Art” Garfunkel. Oggi, tanti anni dopo, Arthur e Sandy sono ancora amici. Anzi, “migliori amici per sempre”. 

 


 https://it.wikipedia.org/wiki/Simon_%26_Garfunkel

https://www.amazon.it/Hello-Darkness-Old-Friend-Extraordinary/dp/1642934976 

 

venerdì 13 maggio 2022

752 - MIND THE GAP

 

 

Sembra impossibile ma...

 Ogni giorno in una stazione della metropolitana di Londra una donna siede a lungo su una panchina e ascolta in silenzio un unico annuncio dell'altoparlante: “Mind the gap”. La voce è quella del marito defunto.

Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione della bellissima storia, e vi porto a conoscere Margaret McCollum, professione medico di base che oggi vive nella periferia nord di Londra. Anno 1992, Margaret va in vacanza in Marocco. La guida turistica che conduce il gruppo in giro per le kasbah e gli ksar si chiama Oswald Lawrence, non vi so dire se sia più o meno attraente, ma di certo ha una voce bellissima. E' proprio quella che colpisce Margaret, e, galeotte le calde notti marocchine, il seguito lo potete immaginare. La love story inizia lì e procede dritta fino all'altare.

Parliamo ora un po' di Oswald. Quando conosce Margaret fa la guida turistica, ma è anche un buon attore di teatro conosciuto per la sua splendida voce. Ha girato anche film e serie Tv, e un giorno nel 1969 ha ricevuto un insolito incarico dalla Transport for London: registrare l'annuncio destinato ad invitare gli utenti della rete della metropolitana londinese a prestare attenzione allo spazio tra il treno e la banchina; si, proprio quello che chiunque di noi è entrato in una stazione del “tube” ha ascoltato cento volte, “Mind the gap”.

Torniamo alla vita privata della coppia: la scelta di sposarsi si rivelerà felice per tutti e due, e il matrimonio va avanti fino al 2007, anno in cui si conclude il percorso terreno di Oswald. Ma non la storia d'amore, che Margaret continua a tenere ben viva nel suo cuore colmo di dolore. Così ogni mattina l'ormai anziana signora esce di casa, va in una stazione del metrò, si siede su una panchina e ascolta la voce del suo Oswald. Un rituale che si ripete invariabile fino al novembre del 2012. Quando invece del suono tanto amato dall'altoparlante esce una voce fredda e impersonale: è successo che dopo tanti anni l'azienda ha deciso di mandare in pensione l'annuncio di Oswald, e l'ha sostituito con uno digitale ricreato al computer.


Per la donna è un colpo tremendo, sa che non ci può fare niente. Il giorno dopo alla direzione della Transport of London arriva, in una lettera scritta a mano, un'insolita richiesta: una copia del nastro registrato da Oswald Lawrence tanti anni prima. Margaret racconta la sua storia, e spiega che intende riascoltarlo fra le pareti della sua casa. Il direttore legge dapprima incuriosito, poi sempre più colpito, e alla fine deve fare uno sforzo per non mettersi a piangere. Il giorno dopo fa recapitare una copia della registrazione alla donna. E poi fa di più: ripristina l’annuncio originale di Oswald, ma solo in una stazione, quella di Embankement, la più vicina alla casa di Margaret.


Così ancora oggi alla stazione di Embankment, oltre ai normali passeggeri, scendono tante altre persone; arrivano da mezzo mondo e si fermano lì per vedere la figura minuta di quella donna seduta sulla panchina, e per ascoltare la voce di Oswald che continua a ripetere il suo “Mind the gap”.

Per approfondire la storia ecco il link ai video di YouTube.

https://www.youtube.com/results?search_query=Margaret+McCollum 

martedì 9 novembre 2021

751 - LA NASCITA DI SANTA CLAUS


 

 Sembra impossibile ma...

Poco più di due secoli fa San Nicola è diventato Babbo Natale. E' noto che la storia di San Nicola di Bari, vescovo greco di Myra vissuto nel quarto secolo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane ha dato origine alla tradizione di Babbo Natale, grazie alla sua immensa generosità e all’assistenza concreta data ai poveri.  

Ma è solo grazie a una trovata letteraria che nel 1809 dalla storia di San Nicola è nata la leggenda di Santa Claus. E' stato lo scrittore Washington Irving, autore fra l'altro del romanzo “La leggenda di Sleepy Hollow”, a “inventare” Babbo Natale. E' il 1809 quando Irving pubblica il libro intitolato “History of New York”, e nella finzione racconta di aver ritrovato il manoscritto di un fantomatico storico olandese. Nel libro, lo scrittore ironizza sul santo protettore di New Amsterdam (l'antico nome di New York), San Nicola appunto, che gli olandesi chiamavano Sinterklaas e festeggiavano il 6 dicembre. Irving racconta di un certo Oloffe, che una notte sogna il santo, “venuto a cavalcare sulle cime degli alberi, su quel carro nel quale porta i regali annuali ai bambini”, e li mette nelle calze che i piccoli hanno appeso al camino.

Santa Claus avrà immediato successo, e sarà festeggiato il 6 dicembre finché, nel 1823, non sarà pubblicata la poesia (poi trasformata in canzone) sul giornale “New Yorker”, intitolata “Una visita da San Nicola”, che recita: “Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio, nulla si muoveva, neppure un topino. Le calze, appese in bell’ordine al camino, aspettavano che Babbo Natale arrivasse”. Et voilà, il gioco è fatto: il santo venerato dagli olandesi viene associato alla festa del Natale, e per la prima volta compaiono le renne.

Santa Claus, o Babbo Natale, non ha però ancora un aspetto definito. Irving lo descrive come uno spilungone magrissimo vestito di verde che fuma la pipa. Ci penserà qualche anno dopo un disegnatore di origini tedesche, Thomas Nast, nel 1863 a dargli l’aspetto con il quale ancora oggi lo raffiguriamo. Nast si rifà alla tradizione tedesca, e chiude il cerchio ispirandosi alla figura di San Nicola, il vescovo che donò tutti i suoi averi ai poveri. Lo disegna come un grande elfo magico, un vecchio con lunga barba e baffi, dal pancione prominente e dallo sguardo amorevole, con un vestito rosso a calzamaglia e un cappello, con gli orli della casacca in pelliccia. La prima illustrazione del Babbo Natale moderno, pubblicata su Harper’s Weekly, risale al 1863.





750 - L' ALBERO RICICLATO


 

Sembra impossibile ma...

Un insolito albero di Natale ha reso un piccolo borgo australiano famoso in tutto il mondo. Come sarà quest'anno il grande albero di Natale al centro della piazza di Lismore, nel Nuovo Galles del sud? Se lo domanda tutta l'Australia, e le televisioni nazionali sono all'opera per cercare di rubare qualche dettaglio che anticipi la rivelazione del giorno di Natale. Ma fino ad oggi l'albero riciclato del 2021 è top secret.

Tutto è cominciato nel 2015, ma sono bastati pochi anni per avviare una tradizione che ha messo il borgo di Lismore al centro dell'attenzione e della curiosità in tutta l'Australia e non solo. Le cose sono andate così: nel 2014 come ogni anno la cittadina festeggiava erigendo in piazza un grande pino di Cook, usato tradizionalmente come albero di Natale. L'albero ha però un difetto: si inclina verso l’equatore, e il risultato è un po' triste: “non riesce nemmeno a stare dritto”, ironizzava la gente, un po' come accaduto a Roma col famigerato “spelacchio”. Le foto dell'albero "pendente" erano diventate virali, con didascalie del tipo “L'albero di Natale più patetico del mondo?

Poi, a Natale 2015, l'idea: serve nuovo albero che racconti la grande vocazione ecologista della gente di Lismore, paese che è un modello di sostenibilità. Così è nato l'albero di Natale riciclato. In gran segreto gli operai del Comune hanno allestito l'installazione, e al mattino la gente è rimasta a bocca aperta: al centro della piazza, un enorme cumulo di biciclette bianche con le ruote colorate, disposte in modo tale da formare un cono. Da quel momento, ogni anno, all’angolo tra Keen e Magellan road, l’abete di Natale è divenuto una installazione di oggetti riciclati.

Il 2016 è stata la volta di vecchi pneumatici e coprimozzo dipinti dal personale del Comune e dalle loro famiglie. Una struttura alta oltre 5 metri fatta con 150 pneumatici d'auto, 100 coprimozzi, 80 litri di vernice dorata e quasi mezza tonnellata di acciaio. Nel 2017 l'”albero” era alto 7,3 metri, fatto con più di 200 vecchi cartelli stradali e adornato con più di 140 metri di luci e 100 decorazioni fatte dipinte dal personale e dalle loro famiglie. L'anno seguente è stata la volta di una struttura realizzata con centinaia di ombrelli colorati raccolti durante tutto l'anno, illuminati da migliaia di luci. Nel 2019 è sorto una specie di bosco berticale formato da piante in vaso illuminate grazie all’energia solare. Nel 2020 infine l'albero è stato un realizzato come tributo alla comunità rurale: oltre 7 metri di fusti riciclati serviti a immagazzinare i prodotti chimici usati nelle fattorie, con decorazioni srealizzate con sacchetti non più utilizzabili di mangime per animali, a cui sono stati aggiunti tubi e pezzi di metallo di scarto. Cosa porterà il Natale 2021?

 


 


 


749 - LA BAMBINA DELLA CAPPELLIERA


 

Sembra impossibile ma... 

Questa è una storia vera. Vigilia di Natale del 1931. Sono le otto di sera quando la macchina di Ed e Julia Stewart si guasta all'improvviso in mezzo al nulla, sette miglia a ovest di Superior, Arizona. Mentre Ed cerca di capire quale sia il problema, Julia passeggia nervosa nel deserto. E a un centinaio di metri dalla strada si imbatte in una cappelliera abbandonata. Attratta da un rumore, la donna si avvicina; pensa che all'interno ci possa essere un gattino o un cucciolo abbandonato, ma certo non si aspetta di trovare, avvolta in una coperta blu, una bambina dai capelli rossi; abbandonata nel nulla, piangiucchia per il freddo e la fame ma è apparentemente in buona salute. Julia lancia un grido. Accorre il marito, i due si guardano intorno: a perdita d'occhio non c'è nessuno. La coppia raccoglie la piccola, e dopo una veloce riparazione dell'auto, la portano nella città più vicina e la consegnano alle autorità. I medici che la prendono in cura stabiliscono che la piccola non ha più di una settimana.

Tutti i media raccontano l'incredibile storia di Natale, e la "bambina della cappelliera" diventa una celebrità nazionale. Il 16 febbraio 1932 si tiene un'udienza presso il tribunale della contea di Pinal a Florence, Arizona. Diciassette coppie avevano richiesto di adottare la bambina. La scelta cade sulla famiglia Morrow. La madre adottiva Faith la chiama Sharon, la bimba cresce e vive una vita felice, e sana, senza mai sapere di essere stata adottata, né tantomeno di essere la “bambina della cappelliera”.

Solo 54 anni dopo, nel 1986, apprende la verità: i suoi sono genitori adottivi, e lei è la "Hatbox Baby". Sharon inizia a cercare i suoi genitori naturali, appoggiandosi all'associazione "Orphan Voyage". Si apre quello che gli americani chiamano un “cold case”: leggendo gli atti, glim investigatori diventano scettici sulla storia raccontata dagli Stewart. Credono che in realtà siano stati loro a raccogliere la piccola la mattina del 24 dicembre 1931 durante una sosta nella cittadina di Roosevelt. I detective rintracciano gli Stewart e i loro figli: tutti loro ricordavano molto bene l'incidente, ma negano decisamente ogni coinvolgimento. Ed morirà nel 1992, Julia nel 2002. Alla fine gli investigatori si convincono che quella degli Stewart è una falsa pista. Ne seguiranno altre.

La verità viene fuori solo nel 2017: attraverso il test del Dna e ricerche su siti web di genealogia gli investigatori identificano finalmente i veri genitori di Sharon. Sua madre biologica, Freda Strackbein Roth, è morta nel 1991, suo padre,Walter Roth nel 2005, suo fratello James nel 2017. Sharon riesce a mettersi in contatto solo con sua nipote. Si scoprirà che Freda e Walter si erano sposati pochi mesi prima della nascita di Sharon, ma hanno abbandonato la bambina perché era stata concepita prima del matrimonio.

Rimane il mistero sulle modalità dell'abbandono nel deserto. Emerge invece un'incredibile verità: Faith, la madre adottiva di Sharon, sapeva tutto e aveva dei legami con la famiglia Roth. E' stata lei ad aiutarli ad organizzare l'abbandono, attivandosi in seguito con successo per riuscire ad avere la bambina in adozione. Il 1° dicembre 2018 Sharon è morta; aveva 86 anni.

 


 

748 - LA TREGUA

  


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Natale 1914, uno dei più duri e tristi che la storia dell'uomo ricordi; il primo Natale della Grande guerra. Fronte occidentale, le truppe tedesche e britanniche sono schierate nelle rispettive trincee, gli scontri sono incessanti, ogni giorno le vittime si contano a centinaia.

Poi, nella settimana precedente il Natale, un piccolo grande miracolo. I soldati iniziano a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, alcuni di loro attraversano addirittura le linee per portare doni ai nemici schierati dall'altro lato; la vigilia e il giorno di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche, britanniche e francesi lasciano le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno, fraternizzano, scambiano cibo e souvenir, celebrano insieme cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti. Intrattengono rapporti amichevoli al punto di organizzare improvvisate partite di calcio.

Non è un evento organizzato, ma spontaneo; in diverse zone del fronte i combattimenti proseguono per tutto il giorno di Natale, in altre i due schieramenti negoziano solo tregue momentanee per seppellire i caduti. Gli episodi di fraternizzazione con il nemico saranno giudicati negativamente dagli alti comandi e severamente proibiti per il futuro. L'anno successivo alcune unità organizzarono cessate il fuoco per il giorno di Natale, ma furono episodi assai più sporadici di quelli del 1914; e per il Natale del 1916, dopo le migliaia di morti delle battaglie di Verdun e delle Somme e la diffusione dell'impiego di armi chimiche, nessuna tregua sarà organizzata.

Si calcola che nel corso del Natale 1914, benché nessun accordo ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, circa 100.000 soldati britannici e tedeschi furono coinvolti in tregue spontanee. I primi episodi ebbero luogo durante la notte della vigilia, quando nella zona di Ypres i soldati tedeschi presero a mettere candele sul bordo delle loro trincee e sugli alberi, iniziando poi a cantare alcune tipiche canzoni natalizie; dall'altro lato del fronte, i britannici risposero iniziando anche loro a cantare, e dopo poco tempo soldati dell'uno e dell'altro schieramento presero ad attraversare la terra di nessuno per scambiare con la controparte piccoli doni, come cibo, tabacco, alcolici e souvenir.

Gli episodi di fraternizzazione proseguirono anche la mattina di Natale: diversi gruppi di soldati dei due schieramenti si incontrarono nella terra di nessuno per scambiarsi doni e scattare foto ricordo; vennero anche organizzate improvvisate partite di calcio tra i militari tedeschi e quelli britannici. Durante questa fase, furono organizzate anche funzioni religiose comuni per tutti i caduti. In alcuni settori la tregua si prolungò fino alla notte di Capodanno.

 





747 - LA RAGAZZA IN BLU

 


Sembra impossibile ma...

Anno 1933, siamo a Willoughby nell'Ohio, a 20 miglia da Cleveland. Il 23 dicembre di prima mattina una ragazza scende da un autobus della Greyhound. Passa la notte in una pensioncina, poi la vigilia di Natale paga il soggiorno, fa gli auguri alla padrona, e va in giro per il paese. Nei due giorni di permanenza la giovane, viene notata da molti abitanti, anche perché vestita interamente di blu: maglione, gonna, sciarpa, cappotto e borsetta.

Graziosa e gentile, sorride a tutti e augura "Buon Natale!", Arrivata ad un passaggio a livello la giovane sconosciuta si lancia all'improvviso sotto il treno in arrivo. Morirà sul colpo. La polizia recupera il corpo e avvia le indagini per stabilire l'identità della ragazza. Nella borsetta c'è solo un biglietto ferroviario per la Pennsylvania e 90 centesimi. Alla ragazza verrà data degna sepoltura nel cimitero della cittadina, a ricordarla una lapide con una scritta: "In memoria della ragazza in blu uccisa da un treno il 24 dicembre 1933. Sconosciuta ma non dimenticata" Al funerale partecipano più di 3000 abitanti. Nei giorni successivi la città e l'intera regione si mobilità per dare un'identità alla giovane: indagini, volantini, articoli sui giornali. Niente. Per 60 lunghi anni la ragazza in blu resta un mistero.

Anno 1993, il News Herald commemora l'anniversario della morte della ragazza con un articolo. Lo legge un agente immobiliare di Corry, Pennsylvania, che ha per le mani le vecchie carte della vendita di una fattoria; e lì trova il collegamento che gli permette di dare un nome alla ragazza in blu: si chiamava Josephine Klimczak ed era la figlia di Jacob e Catherine Klimczak, immigrati polacchi che arrivarono in Pennsylvania nel 1901. Restano ignote le cause del suicidio.

Nel cimitero di Willoughby alla tomba della ragazza in blu viene aggiunta una targa con il suo nome. Nel tempo l'affetto della cittadina per la giovane non si è spento, anzi: centinaia di persone visitano e curano la tomba, adornata con fiori sempre freschi. Il piccolo cimitero è meta di visitatori che arrivano da tutti gli States per rendere omaggio alla dolcezza e al sorriso della ragazza in blu.

 


venerdì 11 giugno 2021

746 - IL DISTRUTTORE DI PIRAMIDI


 

Sembra impossibile ma...

Un avventuriero italiano in cerca di tesori distrusse in poco più di un mese oltre 40 piramidi millenarie. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione e vi presento il “dottor” Giuseppe Ferlini da Bologna.

Nato nel 1797, a 18 anni scappa da casa; nel 1817 raggiunge l'Albania dove entra come ufficiale medico nell'esercito di Ali pascià in guerra contro i turchi: sostiene di essersi laureato a Bologna, ma è molto più probabile che abbia appreso nozioni di medicina come infermiere in ospedale. Il seguito è un curriculum da manuale dell'avventuriero ottocentesco, fra battaglie contro gli ottomani e movimentare relazioni con compagne che lo seguono nella sua vita spericolata dalla Grecia a Smirne fino alla corte di Muhammad Ali in Egitto. Nel 1829, dopo un anno di lavoro in ospedale a Thura, vicino al Cairo, Ferlini si annoia e si fa trasferire in Sudan con la compagna del momento, una donna islamica, prima a Sennar (con un terribile viaggio durato 159 giorni), poi a Kordofan quindi, in una sorta di discesa verso il “cuore di tenebra” dell'Africa, a Khartum.

Qui cura e guarisce il figlio del governatore del Sudan, l'inglese Richard Guyon (diventato Curschid pascià) e ne conquista la stima e la simpatia. Tanto che a lui affida una spedizione alla ricerca di giacimenti auriferi. Solo che di oro sotto terra non ce n'è, e allora al bolognese spunta un'insolita idea: in Sudan ha visto un gran numero di piramidi e templi che risalgono alla civiltà egizia, e che potrebbero celare favolosi tesori. Perché non andare a prenderli? Così, colpito da improvvisa passione per l'archeologia, ottiene (non senza fatica) il consenso di Curschid pascià, si associa ad Antonio Stefàni, mercante albanese pratico dei luoghi, ingaggia 30 giovani indigeni e, acquistati cammelli, attrezzi e provviste nell'agosto del 1834 si dirige verso le rovine di Meroë l'antica capitale.

Qualche anno prima, nel 1821, il naturalista francese Frédéric Cailliaud esplorando l'area aveva descritto un'ottantina di piramidi, costruite durante il Regno di Kush, fra il 1550 e il 1070 a.C. “tutte in ottime condizioni”. E così le trova Ferlini al suo arrivo. 35 giorni dopo la metà non esistono più, di oltre 40 piramidi restano solo cumuli di rovine. In breve infatti, arruolati 550 operai del posto, fa demolire gli edifici più piccoli, trovando poco o niente. Dopo 20 giorni il clima e i disagi si fanno sentire (lui stesso soffre di febbri malariche) gli uomini e i cammelli cominciano a morire. Decide di fare un ultimo tentativo con la piramide più grande, la tomba della regina Amanishakheto alta 28 metri, intatta. Comincia dalla cima demolendo via via i 64 gradoni, e finalmente trova una cella rettangolare con un ricco sarcofago. Il drappo bianco che lo ricopre si dissolve al contatto con l'aria, e appare il tesoro: il corredo funebre della regina, intatto. Consigliato dall'albanese che teme la collera e l'avidità della gente del posto, nasconde tutto in sacchetti di pelle che poi nel cuore della notte porta nella sua tenda. Stefàni vuole fuggire subito, ma Ferlini, preso dalla cupidigia, va avanti per altri 15 giorni nella sua opera di demolizione, e altre grandi piramidi vanno giù. Finché un servitore fedele avverte i due che la notizia del ritrovamento si è sparsa, e oltre mille indigeni hanno preparato per il giorno dopo un assalto per liberarsi di loro. In piena notte i due europei con le loro donne e tre servitori caricano tutto sui cammelli e si danno alla fuga; inseguiti, si salvano raggiungendo per miracolo il Nilo e imbarcandosi fino al Cairo; da qui Ferlini lascia l'Egitto in nave fino a Trieste, da dove rientra a Bologna.

Tornato in patria, racconta (ammantandole di nobili scopi scientifici) le sue imprese, che finiscono su tutte le gazzette dell'epoca. In mezza Europa si discute del tesoro; gli esperti si dividono, c'è chi lo giudica un falso, e chi lo stima autentico. Seguono trattative per la vendita a Parigi con il principe Demidov, a Roma con la Santa Sede e il Granducato di Toscana e in Baviera con Luigi I. Che ne acquista una parte: oggi si trova al Residenzmuseum di Monaco. Ciò che resta Ferlini lo porta a Londra e lo affida a un insolito agente di vendita, “un certo” Giuseppe Mazzini, in esilio in riva al Tamigi. Il British Museum ritiene che il tesoro sia falso e rifiuta l'acquisto, allora Mazzini lo mostra all'egittologo tedesco K. R. Lepsius, che lo fa acquistare dal Neues Museum di Berlino. Gran parte dei reperti finiti nei musei di Monaco e di Berlino spariranno poi alla fine della seconda guerra mondiale, e oggi del tesoro restano solo una cinquantina di monili. In Italia invece, il Museo egizio di Torino ne conserva i facsimili donati a Vittorio Emanuele II nel 1860 dallo stesso Ferlini. Che negli ultimi anni della sua vita diventa a Bologna una sorta di personaggio tipico, sempre in giro per la città in costume turchesco con turbante, spada e una sfilza di medaglie, intento a raccontare la storia del suo tesoro.








mercoledì 9 giugno 2021

745 - FOTO CON VISTA SUL FUTURO

 



Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Luglio 2000. Siamo in Cina, nella città costiera di Qingdao, apprezzata stazione balneare frequentatissima nella stagione estiva.

Capitolo primo: Xue è una ragazza che arriva da Chengdu, la capitale della provincia del Sichuan; ha fatto in pullman le 1200 miglia che separano le due città per accompagnare sua madre che si sta riprendendo da un intervento chirurgico e si è concessa una vacanza per tirarsi un po' su il morale. Nella grande piazza centrale la madre decide di fare una foto alla figlia di fronte al monumento rosso che commemora il Movimento del 4 maggio. Clic!

Capitolo secondo: Ye è un giovane di Chengdu che si trova per caso a visitare Qingdao: fa parte di un gruppo di turisti, il pacchetto di viaggio era stato prenotato dalla madre che poi all'ultimo minuto è stata costretta a rinunciare a causa di un attacco di appendicite. Il figlio ha preso il suo posto. Quando il gruppo di Ye arriva nella grande piazza centrale il ragazzo si decide a farsi una foto di fronte al grande monumento rosso, si mette in posa e qualcuno scatta: Clic!

Capitolo terzo: anche se Xue e Ye arrivano dalla stessa città, i due non si sono mai visti né conosciuti. Finita la vacanza Xue torna a casa con la madre, e Ye fa lo stesso con il suo gruppo. I due riprendono la loro vita, e gli 11 anni successivi trascorrono senza contatti fra di loro, uno ignaro dell'esistenza dell'altra. Poi nel 2011 finalmente si conoscono. E si innamorano. Segue il matrimonio e la nascita di due gemelle. E siamo al giorno dell'incredibile scoperta: un pomeriggio Ye dopo pranzo si riposa a casa della suocera guardando un album di vecchie foto. Quando vede l'immagine di fronte al monumento di Qingdao pensa “me la sono fatta anch'io una foto lì davanti”, poi osserva meglio, e sullo sfondo a destra nota un uomo con una maglietta blu e un sacchetto di plastica in mano: “Cavolo! (o quello che dicono i cinesi in questi casi), ma quello sono io”. Già, 11 anni prima di incontrare sua moglie Ye era entrato per caso nel campo della foto scattata dalla futura suocera: nello stesso esatto momento i due sconosciuti hanno posato di fronte allo stesso monumento in una città lontana 1200 miglia da quella dove abitavano e dove vivono oggi. E la foto li ritrae con i rispettivi sguardi puntati sulle due fotocamere che li riprendevano. "Quando ho visto quell'immagine – racconta Ye – mi è venuta la pelle d'oca su tutto il corpo".

Capitolo finale: l'uomo ha poi condiviso la foto sul social network cinese Weibo, l'immagine è diventata virale ed è stata ripresa dai notiziari di mezzo mondo: per i più romantici è la prova incontrovertibile che i due erano destinati a stare insieme. "Sembra che Qingdao sia una città davvero speciale - dicono Ye e Xue - quando le bambine saranno più grandi ci torneremo e le fotograferemo in quella piazza: hai visto mai...”.

 

 




lunedì 7 giugno 2021

744 - IL DESTINO DI ELON


 

Sembra impossibile ma...

Nel 1948 lo scienziato Wehrner Von Braun scrisse un romanzo di fantascienza in cui immaginava la colonizzazione di Marte; nel libro il governo marziano era in mano a un leader di nome Elon. Oltre 70 anni dopo il miliardario Elon Musk si avvia a realizzare il suo progetto per colonizzare il pianeta rosso. Ringrazio l'amico Vito Gattullo per la segnalazione e, per chi non li conoscesse, vi presento i due protagonisti di questa storia.

Il barone tedesco Wernher von Braun prima e durante la seconda guerra mondiale è un maggiore delle SS fedelissimo di Hitler, figura fondamentale nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista; è lui che realizza una serie di armi micidiali, fra le quali i razzi V2 che colpiscono duramente l'Inghilterra. Dopo la guerra si consegna agli americani che decidono di non rinunciare al suo genio e di utilizzarlo in progetti di grande rilievo, prima con l'esercito (pare che a lui si sia ispirato Kubrick per il suo Dottor Stranamore) poi con la Nasa. Dove diventa il capostipite del programma spaziale e con il suo Saturn V porta le missioni Apollo sulla Luna. Von Braun muore nel 1977.

Elon Musk nasce in Sudafrica nel 1971; imprenditore naturalizzato americano (con un patrimonio stimato oggi in oltre 150 miliardi di dollari) realizza negli anni una serie di avveniristici progetti, da Tesla a Neuralink fino a SpaceX, destinati a “cambiare il mondo e l'umanità”. SpaceX è la prima e unica azienda privata a produrre razzi riutilizzabili per la Nasa, che li usa per i collegamenti con la stazione spaziale orbitante. Ma il sogno di Musk è portare l’uomo su Marte (e non solo) e colonizzare il pianeta. Quando? Questione di pochi anni. Il razzo Starship è in fase di sviluppo in una base del Texas, e sarà utilizzato per “fare dell'umanità una specie multiplanetaria”; Musk conta di inviare un milione di persone su Marte durante la sua vita utilizzando una flotta di 1.000 Starship. Nel giro di 5 anni sono previsti prima una missione cargo, poi un volo con equipaggio verso il pianeta rosso.

Ma torniamo al 1948; Von Braun lavora nella base di Fort Bliss, in New Mexico, e per rilassarsi scrive romanzi, ovviamente di fantascienza. In quell'anno nasce “The Mars Project”, libro per certi versi profetico (anche se molte “previsioni” si riveleranno errate). Certo l'autore sa di cosa parla, tanto che al romanzo è allegata un’appendice tecnico-scientifica che illustra con tanto di precisi calcoli il progetto. Lo scienziato immagina un governo marziano guidato da 10 uomini. E come si chiama il capo dell'esecutivo, eletto a suffragio universale? Elon, appunto. Curioso fra l'altro che l’ex nazista abbia scelto un nome di origine ebraica (“quercia” o “albero di Dio”).

Settant'anni dopo Elon Musk diventa Elon Musk, e la previsione dimenticata riemerge e vola sui social. L'imprenditore apprende della strana coincidenza su Twitter da un amico ingegnere aerospaziale; prima ritwitta sorpreso “Siamo sicuri che sia vero?”, poi prende atto e cavalca la tigre: “Destiny, destiny... No escaping that for me”, ovvero “E' il destino, è il destino... non c'è scampo per me”. Già, proprio come Frankenstein Junior.

 


 

 





giovedì 3 giugno 2021

743 - IL SAMURAI NERO


 

 Sembra impossibile ma...

Più di 400 anni fa in Giappone un colosso africano di nome Yasuke divenne un vero samurai al servizio di un potente feudatario. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione.

Vale la pena di raccontare l'incontro fra i due: corre l'anno 1579 quando il nobile Oda Nobunaga per le strade di Kyoto assiste a una rissa e rimane impressionato dalla figura possente e dalla forza di colui che ne esce vincitore. Lo convoca a corte, e siccome non ha mai visto prima un uomo di colore, chiede che Yasuke venga ben ripulito, pensando che la sua pelle sia coperta di sporcizia. Quando gli dicono che non è possibile, e che il suo aspetto non cambia, gli chiede: "Perché hai tinto la tua pelle con l'inchiostro nero?”. "Sono nato con la pelle nera" risponde lui. Questi eventi sono registrati in una lettera del 1581 del gesuita Luís Fróis e nel Rapporto annuale del 1582 della Missione dei Gesuiti in Giappone. Già, perché Yasuke, probabilmente originario del Mozambico, è arrivato in Giappone qualche tempo prima al seguito del sacerdote italiano Alessandro Valignano, ispettore delle missioni dei gesuiti nelle Indie, come guardia del corpo. Il religioso è a Kyoto per incontrare proprio il feudatario e chiedere il permesso di lasciare il Giappone.

Nobunaga rimane assai colpito da Yasuke, descritto come "alto 6 shaku e 2 sun (circa un metro e 90, un vero gigante rispetto agli standard giapponesi dell'epoca), con la pelle nera come carbone e la forza di 10 uomini". E organizza una festa per accoglierlo, dopo aver convinto Valignano, non si sa con quali mezzi, a farlo passare al suo servizio. E' la prima volta che uno straniero entra nella corte del signore feudale. Con ogni probabilità l'ospite parla già il giapponese, visto che a Nobunaga (che non parla altre lingue) “piace discutere e intrattenersi a lungo con lui”. Di lì a poco Yasuke diventa il primo straniero a ricevere lo status di samurai, concetto al tempo ancora molto fluido: in pratica chiunque prende le armi per conto di un signore può essere chiamato samurai.

Tre anni dopo, nel 1582, Nobunaga, poco prima di una battaglia viene tradito dal suo generale Akechi Mitsuhide, che anziché lanciarsi sul nemico, si volta e attacca il suo signore. Nobunaga con soli 30 uomini, fra i quali Yasuke, si rifugia in un tempio. Akechi che ne ha 13.000 lo circonda. Il feudatario sceglie la via dell'onore: il seppuku, suicidio rituale che prevede il taglio dell'addome. Il samurai nero è con lui al momento della morte. La tradizione vuole che prenda poi la sua testa e fugga sottraendola al nemico che l'avrebbe usata come simbolo di legittimità. Yasuke si unisce al figlio di Nobunaga, che è nelle vicinanze. E si getta nel giro di poche ore in una seconda battaglia. Ma anche qui, sono poche centinaia di guerrieri contro 13.000, e il finale è scontato; al tramonto anche il suo nuovo comandante esegue il seppuku. L'ultimo resoconto che parla di Yasuke lo vede ferito sul campo di battaglia. Secondo la tradizione Akechi, il traditore, stabilisce che non si tratta di un uomo ma di un animale, e ordina di riportarlo alla missione dei gesuiti di Kyoto da cui pensa sia fuggito. Del samurai nero non si saprà più niente.

Negli ultimi 20 anni sulla figura storica di Yasuke sono stati scritti numerosi romanzi e "drammi d'epoca", oltre a svariati manga, serie televisive e videogiochi. Sono in produzione due film, uno della Picturestart e uno della MGM, e il samurai nero è il protagonista della serie anime Netflix 2021 “Yasuke”.






760 - DIETRO IL PADRINO

    Un'offerta che non si può rifiutare. A trovarsela davanti è stato Francis Ford Coppola al momento di iniziare a girare I...