Il
giorno in cui l’Italia credette di aver messo le mani sull’Etiopia,
Menelik II stava costruendo intorno a una beffa l'indipendenza del
suo impero.
Nel
1889, mentre l’Europa si spartisce l’Africa con arroganza e
presunzione, Menelik – da poco asceso al trono imperiale – firma
con il Regno d’Italia il Trattato di Uccialli.
Due
versioni, due lingue, due mondi. In italiano, l’articolo 17 sembra
chiaro: l’Etiopia si impegna a servirsi dell’Italia per la
propria politica estera. In amarico, invece, quella stessa frase
diventa una semplice facoltà. Può farlo, se vuole. O anche no. Roma
legge “protettorato”. Addis Abeba legge “opzione”. La beffa è
tutta lì, sottile ma decisiva.
Ma
c'è di più: Menelik non protesta subito. Attende. E nel frattempo
firma un protocollo economico aggiuntivo: l’Italia concede
all’Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, ufficialmente per
sostenere il nuovo impero. Denaro che sarà utilizzato per comprare
armi da altre nazioni. Armi che pochi anni dopo utilizzerà proprio
contro gli italiani.
Quando
nel 1890 l’Italia notifica alle potenze europee la nascita di un
protettorato etiope, e Menelik reagisce. Prima respinge
l’interpretazione. Poi, nel 1893, denuncia formalmente il trattato.
E' la fine della diplomazia, si va verso la guerra. Che per l'Italia
sarà una disfatta.
Ma
chi è Menelik, l'uomo che ha ingannato un governo e umiliato una
nascente potenza coloniale? Il Leone di Giuda è un sovrano moderno,
che fin da ragazzo ha modo di studiare i suoi nemici.
Prigioniero
alla corte dell’imperatore Tewodros II, osserva e studia come
funziona il potere imperiale, impara a conoscere armi europee,
diplomazia e meccanismi di alleanza.
Una
volta salito al trono, si fa notare per le sue passioni
“moderrniste”: è uno dei primi sovrani africani a introdurre
telefono, telegrafo ed elettricità. E si divertie a telefonare a
funzionari vicini solo per il piacere di sentire la voce “viaggiare
nel filo”. Si fa anche tradurre quotidianamente giornali francesi e
italiani per capire come l’Europa parla di lui.
Menelik
ama poi gli orologi meccanici europei, soprattutto quelli complicati.
Ne riceve molti in dono e li fa smontare e rimontare dai suoi
artigiani. E' lui a fondare Addis Abeba, e il motivo è curioso: sua
moglie, l’imperatrice Taytu Betul, si innamora delle acque termali
di Filwoha, ed è li che convince il marito, inizialmente molto
contrario all'idea, a creare la capitale.
Menelik
si procura molte armi, ma non si affida mai a un solo Paese: le
compra da Italia, Francia, Russia, Belgio, facendo giocare gli uni
contro gli altri. Una scelta che si rivelerà decisiva a Adua, dove
l’esercito etiope ha armi di diversa, provenienza, ma in quantità
enorme, cosa rarissima e inattesa per un Paese africano dell’epoca.
E
a Adua l'imperatore si rivela un fine stratega: rimanda più volte lo
scontro con gli italiani perché vuol essere sicuro che le sue truppe
siano nutrite, rifornite e riposate, dicendo ai suoi generali
impazienti “La
guerra non si vince con il coraggio di un giorno.”
Dopo
Adua, Menelik proibisce rappresaglie sui prigionieri italiani. Li fa
curare, rifocillare e poi restituire. Un'altra mossa astuta, che
colpirà profondamente l’opinione pubblica europea, rovesciando lo
stereotipo coloniale del sovrano barbaro.
In
Italia, intanto, la ferita diventa ironia. Nasce la “lingua di
Menelicche”, il giocattolo carnevalesco che si srotola facendo
rumore: uno sberleffo, una presa in giro, un'allusione amara a quella
traduzione sbagliata. O troppo furba per i funzionari di Crispi.