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mercoledì 10 settembre 2025

821 - IL GUERRIERO CHE RUBO' I CAVALLI AI NAZISTI


 

Quattro gesti, antichi come le pianure: toccare un nemico senza ucciderlo, strappargli l’arma di mano, guidare i compagni alla vittoria e rubare i cavalli al nemico. Joe Medicine Crow li fece tutti. E non li fece contro Custer, ma contro i nazisti.

Con una piuma gialla sotto l’elmetto e un canto Crow sulle labbra Joe portò sui campi di battaglia della seconda guerra mondiale le tradizioni che consentivano a un guerriero delle Grandi pianure di diventare capo di guerra.

Joe Medicine Crow nasce nel 1913 nella riserva Crow del Montana, con un nome che nella sua lingua significa “Uccello Alto”. Cresce ascoltando dalla voce del nonno adottivo, White Man Runs Him, testimone di Little Bighorn, il racconto vivo di quella battaglia.

Le memorie orali dei nativi convivono in lui con l’istruzione occidentale, che lo conduce fino a un master in antropologia alla University of Southern California, primo Crow a raggiungere quel traguardo.

Poi arriva la Seconda guerra mondiale. Arruolato come scout nella 103ª Divisione di fanteria, Joe non dimentica le usanze dei suoi avi: sotto l’uniforme dipinge due strisce rosse sulle braccia, e sotto l’elmetto nasconde una piuma d’aquila colorata di giallo, dono di uno sciamano.

E in Europa, compie i suoi quattro gesti rituali: tocca un nemico senza ucciderlo, lo disarma, guida con successo il suo gruppo e ruba non uno ma 50 cavalli a un reparto delle SS, allontanandosi al galoppo mentre intona un canto d’onore Crow.

Finita la guerra, torna alla sua gente come storico tribale, custode delle memorie e delle immagini, conservate in casa e in garage, relatore instancabile, autore di libri amati dagli studiosi e dai ragazzi.

Collabora con musei e college, scrive la sceneggiatura per la rievocazione di Little Bighorn a Hardin e parla persino alle Nazioni Unite. Nel 2009 Barack Obama gli mette al collo la Medaglia Presidenziale della Libertà, chiamandolo *bacheitche*, “uomo buono”.

Il 3 aprile del 2016 è una domenica, e a Billings, in Montana, l'ultimo war chief della sua gente, a 102 anni compiuti, decide che “è un buon giorno per morire”.



giovedì 4 settembre 2025

818 - QUARANT'ANNI DI SOLITUDINE


 

Quella di Juan Martín Colomer e Sinforosa tutto sommato è una bella storia: un uomo e una donna che hanno scelto di passare la loro vita insieme in un paese abbandonato.

Sono rimasti lì per più di quarant'anni, tra le pietre cadenti e le strade deserte di La Estrella, in Aragona. Hanno trascorso le loro giornate in solitudine, senza elettricità, senza televisione, senza telefono. Solo loro due, un orto, gli animali e il silenzio.

Un tempo senza tempo, scandito dall'alternarsi del giorno e della notte, e dal lento incedere delle stagioni. Proviamo a vestire i panni di Juan Martin e Sinforosa e attraversiamola, una di queste giornate.

I due si alzano all’alba vanno alla fonte per riempire le taniche, poi l’orto, le galline, i cani, i gatti, le api. In paese non c’è più nessuno: le case sventrate, la scuola chiusa, la taverna ridotta a un rudere. Eppure loro, camminando fianco a fianco, riescono a sentire ancora il battito di una comunità scomparsa. 

Di tanto in tanto accendono la vecchia radio, unico contatto col mondo. Per il resto, il mondo è quello che hanno davanti agli occhi: ortiche, pietre, colline, silenzi. Un paio di volte l'anno, con un'auto scassata, scendono fino a Villafranca del Cid, dove vive il figlio: una spesa, una visita medica, un abbraccio e via.

Ma perché sono rimasti lì da soli? La Estrella un tempo brulicava di gente, con scuola, taverne e caffè. Poi un’alluvione di fine Ottocento spazzò via case e vite, e il paese iniziò a svuotarsi. Isolamento e povertà fecero il resto: quando Sinforosa incontrò Juan Martín, dopo la guerra, erano rimasti appena in 150.

Il destino poi non è stato tenero con loro. Una figlia morta a dodici anni per un’embolia li ha legati ancora di più a quel luogo, come se lasciare La Estrella fosse un tradimento alla sua memoria.

Juan Martin racconta che a un certo punto avrebbe voluto trasferirsi anche lui come tutti i suoi amici, ma Sinforosa è stata irremovibile. Così hanno scelto di restare. “Qui stiamo bene – dice lei – ci prendiamo cura l’uno dell’altra e accudiamo gli animali, non abbiamo mai preso farmaci e mangiamo quello che vogliamo.”

Per anni i giornalisti li hanno chiamati “gli ultimi di La Estrella”, e un documentario, The Last Two, ha raccontato la loro quotidianità. La storia è andata avanti fino al 2023, poi il tempo che passa anche per loro, più lento ma passa, ha chiesto il conto: 88 anni lui, 89 lei, gli acciacchi, le preoccupazioni del figlio, la resa. E, inevitabile, il trasferimento in città.

Oggi, dopo secoli, La Estrella è un borgo fantasma, ma se ti capita di aggirarti fra i suoi vicoli deserti, puoi sentire il vento che sussurra la storia di Juan Martin e Sinforosa. E ti ricorda che un paese non muore finché qualcuno lo abita, lo coltiva, lo ama, lo chiama casa.



venerdì 4 luglio 2025

778 - LO SCIOPERO DEGLI STRILLONI

 


New York, estate 1899. L’odore di piombo tipografico si mescola a quello della polvere e del sudore, mentre i passi rapidi di centinaia di ragazzini attraversano i marciapiedi della città che non dorme.

Hanno otto, dieci, dodici anni, i vestiti strappati, la voce spezzata e le mani che sanno già di fatica. Li chiamano newsboys, strilloni. Col berretto a coppola calato e la lingua tagliente, li vedi spesso a piedi scalzi, quasi sempre affamati.

Sono loro che urlano i titoli a pieni polmoni, che fermano i passanti, rincorrono gli uomini in giacca, cravatta e cappello alla lobbia per vendere una copia del World o del Journal.

E in quel luglio torrido sono loro a bloccare l’ingranaggio, a fermare la stampa. A piegare due colossi, Joseph Pulitzer e William Randolph Hearst, i magnati dei giornali più potenti d’America.

I newsboys lavorano duro e non hanno alcuna tutela. Comprano un mazzo di cento copie a 60 centesimi – prezzo maggiorato dai tempi della guerra ispano-americana – e devono rivenderle a un cent ciascuna, sotto il sole e fino a notte fonda. Se restano copie invendute, sono perdite. E nessuno ti rimborsa, neanche se hai otto anni e una gamba sola.

Da tempo chiedono una riduzione di 10 centesimi al costo del pacco di giornali. Nessuno li ascolta, nessuno li protegge. E quel 18 luglio i ragazzini decidono di agire. La scintilla scocca a Long Island, quando un fattorino del Journal dopo una lite si rifiuta di consegnare il pacco. I newsboys lo affrontano, rovesciano il carro, si prendono i giornali.

Il giorno dopo, Manhattan si sveglia con un sindacato di bambini. Migliaia. Cinquemila in tutto. Riuniti a Irving Hall, gremito fino all’ultimo scalino. Parlano, discutono, si danno un’organizzazione.

Non è uno sciopero qualsiasi, è una marcia silenziosa e scatenata guidata da scugnizzi con nomi da romanzo: Kid Blink, Racetrack Higgins, Crutchie Morris, Young Mush.

Kid Blink, occhi storti e voce da predicatore, arringa la folla urlando con tutta la voce che ha: “Quei dieci centesimi valgono più per loro che per noi? Se non li possono perdere loro, come possiamo noi?”.

I newsboys si muovono in branco, attaccano i vagoni pieni di copie, lanciano frutta marcia ai crumiri, svuotano secchi d’acqua sui venditori che non aderiscono allo sciopero. Ma con un codice d’onore: “Nessuno bagni una donna”, ordina Kid Blink. E nessuno lo farà.

All'inizio la stampa parla di una buffonata. Poi qualche giornale – il Telegram, l’Evening Sun – inizia a simpatizzare con gli scioperanti, pubblicano editoriali in loro favore. I ragazzi fanno un gesto che li rende leggenda: distribuiscono volantini con su scritto: “Boicottate il World e il Journal. Se siete con noi, non comprateli, non leggeteli. Senza di noi, i milionari non guadagnano un cent”.

E la città si schiera. Hearst e Pulitzer – che si erano arricchiti a suon di titoli scandalistici e fake news ante litteram – vedono il disastro. Le vendite calano. Il World passa da 360.000 a 125.000 copie in pochi giorni. Gli inserzionisti si ritirano. La gente smette di leggere i due giornali incriminati. Le rotative girano inutilmente.

Lo sciopero dura due settimane. Alla fine, Pulitzer e Hearst accettano di negoziare. Il prezzo resta a 60 centesimi, ma con una novità rivoluzionaria: i giornali invenduti potranno essere restituiti. Niente più notti a urlare “Extra! Extra!* per non perdere tutto. I newsboys hanno vinto.

E non solo la loro battaglia: Lewis Hine, fotografo del National Child Labor Committee, immortalerà i loro visi stanchi e fieri. Quelle foto fanno il giro del Paese, e accendono i riflettori sulle condizioni dei bambini lavoratori.

Kid Blink – al secolo Louis Ballatt – sparisce nell’anonimato, probabilmente muore giovane. Ma l'eco del suo grido di protesta, più potente di un titolo a nove colonne, lo senti ancora oggi, se ascolti bene, mentre sfogli le pagine di un giornale.

martedì 17 giugno 2025

771 - IL RAGAZZO CHE CORRESSE EINSTEIN

 


 

Un silenzio interrotto, una frase che spazza via la sacralità dell’oratore, un giovane sconosciuto che vince con il dubbio: la fantastica storia di Lev Davidovich Landau comincia così.

Comincia con un aneddoto che contiene due messaggi importanti: la grandezza inizia dove l’umiltà sa riconoscere un errore. E il sapere avanza solo quando si osa dubitare.

Estate 1930, nel caldo torrido dellla sala della Società Fisica Tedesca a Lipsia Albert Einstein, icona mondiale, avanza tra lavagne e equazioni con la grazia di un giocoliere del pensiero. Il pubblico, rapito, applaude in un silenzio sacro. Nessuno osa interromperlo.

Da un angolo buio giunge una voce giovane, timida ma ferma. Il volto è scavato, i capelli scarruffati, l’accento tedesco un po’ inciampato. Il ragazzo – appena 22 anni – contesta la derivazione dell’ultima equazione: “Servono ulteriori assunti e manca invariance…”. Un colpo nel tranquillo mare delle certezze.

Uno shock che gela la sala. Einstein, ancora con il gesso in mano, si volta, osserva la lavagna. Silenzio. Poi, lentamente, rilegge le formule. Fa una pausa lunga, gravata dall’attenzione di tutti. Infine, con gentilezza: “Lei ha perfettamente ragione. Dimentichiamo quanto detto finora”. Il genio universale si inchina all'intuizione dello sconosciuto studentello, consapevole che la scienza vive di dubbi almeno quanto di certezze.

L'intervento per Landau è il primo passo verso la leggenda. Cresciuto a Baku, studente prodigio, da Leningrado nel 1929 approda a Göttingen, Lipsia, Zurigo e Copenaghen, dove incontra Bohr, Heisenberg, Dirac. Le sue capacità intellettive non passano inosservate, così come la sua personalità affilata.

Ma è quel giorno a Lipsia che la sua giovinezza e intelligenza riescono a cogliere l’attenzione di Einstein, sancire l’impulso della curiosità e inaugurare una carriera luminosa. Landau diventa uno dei padri della fisica teorica per i suoi studi su teorica quantistica, fisica dello stato solido, neutron stars e struttura dei corpi compatti. E nel 1962 arriva il Premio Nobel per la Fisica “Per le sue teorie pionieristiche sulla materia condensata, in particolare l'elio liquido”.

Ma Landau fa parlare di se anche per il suo umorismo acuto e per il carattere anticonformista: detesta i vanitosi e i superficiali, ama il sarcasmo tagliente e non le manda a dire a nessuno, neanche ai potenti. Quando un burocrate sovietico cerca di imporgli una posizione più “utile allo Stato”, Landau taglia corto: “La fisica non si scrive su commissione. Neppure Stalin può cambiare le leggi della natura”.

Il 7 gennaio 1962, pochi mesi prima della cerimonia di consegna del Nobel, viene investito da un camion nei pressi di Mosca. Rimane due mesi in coma, con gravi danni neurologici. Non si riprenderà mai del tutto, non riuscìrà più a lavorare con la lucidità di prima e non parteciperà più attivamente alla ricerca. L'incidente fra l'altro non gli consentirà di ritirare il Nobel di persona.

Resta memorabile l'aneddoto raccontato dallo psicologo Alexander Luria durante la convalescenza di Landau: Luria gli chiede di disegnare un cerchio: lui traccia una croce. Quando gli chiede di fare una croce, lui disegna un cerchio. Di fronte allo sguardo perplesso dello psicologo che gli chiede spiegazioni, Landau risponde mostrando di non aver perso la sua consueta ironia “Se facessi quello che mi chiede, lei potrebbe pensare che sono diventato mentalmente ritardato”.

Landau muore a Mosca il primo aprile 1968, all'età di 60 anni, per complicazioni derivanti dalle conseguenze dell'incidente. Fino alla fine è assistito da colleghi e amici, ma la sua straordinaria mente si era in buona parte spenta quel giorno d’inverno del 1962.

domenica 19 giugno 2022

754 - LA COMBINE

 

Sembra impossibile ma...

Questa storia inizia quando alla porta delllo spogliatoio del Mariano Comense, in provincia di Como, bussa un mediatore. Dentro due quindicenni, babycalciatori di spicco della squadra del 2007, che si preparano per l'ultima partita di campionato. “Ragazzi, ho una proposta da farvi – dice sottovoce l'uomo – ma che resti tra noi: per voi ci sono mille euro e un bel po' di regali se durante la partita vi fate espellere. Chi mi manda ha interesse che il Mariano questa partita la perda...”. I ragazzi si guardano, ci pensano appena un attimo, poi scuotono la testa.

L'intermediario sorride, li fissa negli occhi, e alza l'offerta: oltre ai mille euro uno smartphone ultimo modello, poi un abito di marca, una microcar con tanto di patentino, e alla fine i mille euro diventano duemila. La risposta non cambia: “No, non se ne fa di niente”; uno dei ragazzi sussurra nell'orecchio all'altro: “Ma io questo lo denuncio”. I due escono, ma il mediatore non molla: ci riprova con altri due compagni. Stesse offerte, stessa risposta. Alla fine va dritto da Edoardo, il capitano. Che ci pensa un attimo, poi non solo non rifiuta la proposta, ma rilancia, chiede più soldi, e conclude “Sì, si può fare”.

I quattro compagni di squadra, rimasti nelle vicinanze, osservano, si rendono conto di quello che sta succedendo, e si sentono traditi: come, proprio lui, il nostro capitano? La rabbia è tanta. Ma dura pochi istanti; poi dai loro nascondigli escono i cameraman, il regista, risuona la frase sentita tante vole in televisione: “Siete su candid camera”. E ovviamente lui, Edoardo, il capitano, era d'accordo con la produzione per fingere di accettare le proposte del corruttore. I quindicenni capiscono, ridono, e tutto diventa una bella storia da postare sui social. Ma per l'allenatore Alessandro Colciago, nascosto anche lui dietro le quinte, è la vittoria più bella.

Le cose sono andate così: la società nei giorni precedenti era stata contattata dai responsabili della trasmissione televisiva di Rai Due, «Italiani fantastici e dove trovarli»; il piano, con il consenso dei genitori e del mister, era di condurre una specie di esperimento sociale per verificare le reazioni dei ragazzi di fronte a un tentativo di corruzione. Mister Colciago ha dato il suo ok anche perché era sicuro dei propri ragazzi: “Io - dice - insegno certi valori: educazione e comportamento corretto. E volevo mostrare che non è vero che un ragazzino oggi è pronto a vendersi per un Iphone o altre offerte allettanti. L’ultima partita di campionato non era decisiva per la classifica, ma avevo spronato i ragazzi e li avevo motivati sottolineando come ogni partita sia importante. E sì, sono molto orgoglioso del loro comportamento e della scelta di mettere al primo posto i valori dell'onestà e del rispetto reciproco”.




martedì 7 luglio 2020

710 - LO SPADONE DI GRUTTE PIER




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio l'amico Gei Gi per la segnalazione. Pier Gerlofs Donia nasce nel 1480 a Kimswerd in Frisia. Discendente di un antico capo frisone, all'inizio è un uomo tranquillo che coltiva la terra nella sua fattoria, ma i compaesani lo conoscono già come Grutte Pier, il grande Pier, per la sua corporatura: le cronache parlano di un gigante alto 7 piedi (2,13 metri) con una forza fisica eccezionale. Si sposa giovanissimo e ha due figli, e nel caos di guerre e guerricciole che si susseguono nella regione, riesce ad evitare di servire militarmente una delle fazioni in lotta.

Finché nel 1515 il suo villaggio viene saccheggiato da una banda di mercenari Schieringers, partigiani del dominio asburgico sui Paesi Bassi. La sua fattoria viene bruciata, sua moglie violentata e uccisa. A lui non resta che la vendetta: così si allea col duca di Gheldria, principale oppositore di Filippo il Bello e di suo figlio Carlo V d'Asburgo e costituisce una banda armata, gli "Arumer Zwarte Hoop" (la Banda nera di Arum). E siccome il suo esercito non può competere col nemico a terra, sceglie di diventare un pirata. Il suo regno è lo Zuiderzee, il grande golfo (oggi chiuso da una diga) a nordest di Amsterdam. Qui costruisce la sua leggenda.

In breve il gigate diventa un simbolo della guerriglia frisone: quando i nemici lo vedono lanciarsi all'attacco armato del suo Biedenhänder (un enorme spadone a due mani) fuggono terrorizzati. In pochi mesi Pier affonda 132 navi nemiche, 28 delle quali nello stesso giorno, in una sola battaglia, e si guadagna il soprannome di "Croce degli Olandesi". Nel 1517 si impadronisce della città di Medemblik, la rade al suolo e massacra gli abitanti, colpevoli di aver collaborato con le armate olandesi. Lo stesso farà con i castelli di Nieuwburg e di Middelbourg e con la città di Asperen.

Gli olandesi reagiscono affidando una flotta nuova di zecca ad Anthonius van den Houte, nominato "ammiraglio del Zuiderzee", che all'inizio ottiene qualche successo, ma nel 1518 Grutte Pier lo sconfigge ripetutamente a Hoorn e a Hindeloopen catturando 11 navi. Più volte ferito in battaglia, nel 1519 lascia la guerra e si ritira nella sua casa nella città di Sneek. Muore nel suo letto l'anno successivo, a 40 anni, e viene sepolto nella chiesa di Martinikerk. Il suo luogotenente Wijerd porta avanti la lotta, ma sul ponte della nave non c'è più il gigante, e lui dopo diverse sconfitte viene catturato e decapitato nel 1523.

Nel 1791 a Leeuwarden vengono ritrovati sopra un portico due spadoni; il più grande secondo gli storici è il Biedenhänder di Grutte Pier. Misura 2,15 metri di altezza e pesa 6,6 chili. Oggi è esposto nel Museo della Frisia di Leeuwarden, mentre un enorme elmo è conservato nel municipio di Sneek. Fra storia e leggenda, di Grutte Pier si racconta che era così forte da piegare una moneta con il pollice e l'indice, che avrebbe ucciso con un solo colpo di spadone 5 sicari che cercavano di assassinarlo, che tirava lui stesso l'aratro per coltivare le sue terre, e che più volte i suoi armati lo abbiano visto sollevare un cavallo al di sopra della sua testa.
Guarda il video con la storia di Grutte Pier e il museo con la sua spada e il monumento a lui dedicato.






lunedì 15 giugno 2020

623 - IL RE DELLE CARTE




Sembra impossibile ma…
Ancora una volta torno da un viaggio con una straordinaria storia da raccontare, e l’emozione di aver stretto la mano e visto in azione un personaggio come Richard Turner.

Nato a San Diego nel 1954, Turner oggi è considerato uno dei più grandi manipolatori di carte. Il mitico Dai Vernon, che i prestigiatori chiamavano “The professor”, dopo averlo visto al tavolo verde disse di lui: “In 80 anni ho seguito le esibizioni di innumerevoli esperti di carte; tecnicamente considero Richard di gran lunga il più abile al mondo”. Appassionato di giochi di prestigio fin da bambino, negli anni si è esibito con migliaia di repliche del suo “one man show” nei più importanti locali americani, vincendo i premi più prestigiosi. Il Magic Castle di Hollywood lo ha nominato “mago dell’anno” nel 2015, e lo ha inserito nella hall of fame. Nel film di Terrence Malick “The tree of life” ha recitato la parte di un baro che imbroglia Brad Pitt. Tutto questo solo con le carte. Poi Turner pratica karate dal 1971 ed è Maestro cintura nera sesto dan, ha studiato con un famoso stunt man che gli ha insegnato a cadere, a dondolarsi sul trapezio, e a camminare su una corda tesa. Richard è sposato e ha un figlio, e negli ultimi anni è apparso nelle televisioni di mezzo mondo, e ha tenuto conferenze motivazionali per aziende internazionali e agenzie governative.

Un curriculum straordinario. Ma non “impossibile”, se non avessi omesso un dettaglio. Lo dico senza perifrasi: Richard Turner è cieco. A 9 anni la scarlattina gli distrugge la macula, parte centrale della retina, a 13 anni vede poco più che ombre ed è dichiarato legalmente cieco, poi gradualmente perde anche gli ultimi residui di vista. Così frequenta una scuola speciale per ipovedenti, ma si rifiuta imparare il braille (cosa che non farà mai). Lo sostiene la passione per la magia, quel mazzo di carte che non abbandona mai. Per 10 anni si allena 10 ore al giorno, studia e sviluppa tecniche avanzate di cartomagia per le quali la vista non è indispensabile. Poi un attore gli insegna come muoversi e osservare le persone in modo che non si rendano conto della sua cecità. Negli anni farà una serie di audizioni, e sarà sempre assunto dai datori di lavoro senza rivelare il suo handicap. E allo stesso modo non ne informa mai il suo pubblico. Per vederlo all’opera seguite il link.

 

622 - IL VIAGGIO DI HUBERT




Sembra impossibile ma…
All’età di 60 anni Hubert Kriegel ha invertito la rotta di una vita che gli aveva dato molto, ma non ciò che lui cercava. Ha mollato tutto ed è partito in sella ad un sidecar, la sua grande passione, ha girato il mondo ininterrottamente per 13 anni, ed è diventato un mito fra gli appassionati delle tre ruote.

Kriegel nasce a Parigi, e nella capitale francese vive fino a 37 anni. Nel 1983 la prima virata, il timone della sua vita lo porta prima a Los Angeles e 5 anni dopo a New York. Dieci anni come agente immobiliare, 7 alla guida di un night club, 12 in un’azienda di grafica, tre mogli, tre figlie e le ferie tutte dedicate al sidecar. Nel novembre del 2005 è a pranzo con un amico, che si felicita con lui: l’ultima delle sue figlie si è appena diplomata, finalmente sono tutte e tre sistemate. “E ora? Che farai?” gli domanda l’amico. “Già, che farò?”. Pensa. Il tempo di finire un couscous, ed ecco la risposta: “Vendo tutto e salgo sul mio sidecar: i soldi mi basteranno per almeno 10 anni”. Tre mesi dopo, il 16 febbraio 2005 alle 6:04, Hubert si lascia lo skyline di Manhattan alle spalle, destinazione Circolo Polare Artico. Seguiranno 13 anni di viaggi e avventure ininterrotte in 55 Paesi. Di lui parlano gli appassionati del mezzo a tre ruote di tutto il mondo: col suo sidecar bianco e gli occhiali rossi diventa una leggenda. Lo fermerà solo un malore fatale: il 24 gennaio 2018 il suo cuore cede, inizia il suo viaggio più lungo.

L’amico Enzo Scavo, che ringrazio per avermi segnalato la storia, lo ha incontrato. E lo ricorda così: “Mi aspettavo un aitante gigante, mi trovai invece davanti un uomo di corporatura esile e dai modi miti e gentili. Passai molto tempo a studiare la sua bianca Ural per cercare di capire quali geniali modifiche avesse fatto al mezzo per affrontare le asperità e le dure prove in giro per il mondo, ma rimasi deluso: niente batterie supplementari, cruscotti avanzati, elaborazioni al motore. Il giorno seguente lo vidi guidare e capii che il segreto era lui: il suo sidecar volava sullo sterrato, sembrava una farfalla che col battito delle ali potesse far a meno del motore”. 

 

621 - EDITH E LA CASETTA DI UP




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Vi ricordate Up, uno dei film di animazione più belli degli ultimi anni? Bene, la casetta di Up, quella che vola via con i palloncini, esiste davvero, è a Seattle, ed è lì da più di cento anni, che per gli Stati Uniti è come dire dal tempo dei Sumeri.

Spostiamoci nel 2006. La casa appartiene a Edith Masefield, 85 anni. Nata nell’Oregon, dopo alcuni anni vissuti in Inghilterra nel 1952 si trasferisce a Seattle dove lavora in una clinica dentistica e vive nella casetta della madre, che erediterà alla sua morte. Ed eccoci all’evento che trasforma i suoi ultimi anni in una favola, di quelle che abbiamo visto cento volte nei film americani. Un magnate delle costruzioni acquista tutta l’area per realizzare un grande centro commerciale. Tutta meno la casa di Edith, che non vende. “Ho vissuto qui e voglio morire qui, sul divano di casa mia dove è morta mia madre”. Ultima offerta: un milione di dollari. Niente. Il processo che segue coinvolge l’intera città: lei diventa un’eroina popolare. Alla fine (ma non è ancora finita) i 5 piani del centro commerciale saranno costruiti intorno alla casa. Che resta lì.

Guardatela bene. Somiglia davvero tanto a quella di Up. E anche la storia è assai simile, se sostituite Edith con l’anziano vedovo che non vuol vendere casa. Eppure alla Pixar sottolineano che sceneggiatura e produzione di Up sono iniziate nel 2004, due anni prima del rifiuto da un milione di dollari. Edith muore nel 2008, lascia la casa all’amico che l’aveva aiutata nella sua battaglia. Lui nel 2009 la vende per 300.000 dollari a un uomo d’affari che promette di conservarla intatta. Nel 2015 però il nuovo proprietario fallisce e la casetta va all’asta. Chi l’acquista? La holding del magnate nemico di Edith. Che dopo aver tolto e vietato ogni indicazione che ricordi la storia della casa, la lascia marcire. Presto dovrà essere demolita: mica tutte le favole finiscono bene. Per ora, se volete vederla, è sempre in piedi, al 1438 NW della 46th Strada. Se invece volete rivedere il trailer di Up, seguite il link.


620 - IL PUZZLE DA UN MILIONE DI DOLLARI




Sembra impossibile ma…
Se risolvi un problema di scacchi creato più di 150 anni fa ti porti a casa un milione di dollari. E’ il premio messo in palio dall’università scozzese di St Andrews per chi troverà la soluzione in chiave informatica del “Puzzle della regina”. La notizia della sfida è stata data dal Journal of Artificial Intelligence Research.

Il puzzle, ideato nel 1848 da Max Bezzel, nella sua versione base richiede di sistemare sulla scacchiera otto regine, una in ogni riga, in modo che non ci siano due regine nella stessa colonna, né nella stessa diagonale, quindi che nessuna regina sia in grado di attaccare l’altra. In questi termini, fu risolto già nel 1850 da Franz Nauck, e negli anni sono state trovate ben 92 soluzioni (72 delle quali dal famoso matematico Carl Friedrich Gauss).

Le cose si complicano quando si estende il problema a scacchiere con un maggior numero di caselle, e con analogo numero di regine. E non solo per il cervello umano. I più avanzati programmi informatici infatti non vanno oltre le scacchiere da mille caselle con mille regine. Oltre, non c’è computer in grado di gestire l’enorme numero di opzioni. O meglio, ai più complessi servirebbero migliaia di anni per elaborare i dati.

Un programma che risolvesse velocemente questo puzzle – dice Ian Gent, professore informatico a St Andrews – sarebbe la soluzione per molti problemi del quotidiano, dai più banali come l’elaborazione del più grande gruppo di amici Facebook che non si conoscono tra loro, ai più importanti come la cifratura dei codici per mantenere al sicuro le nostre transazioni online».

Il puzzle delle regine è uno dei sette Millennium Prize Problem, i problemi più difficili che la matematica non ha ancora risolto. Che ora sono 6, perché di uno è già stata trovata la soluzione. Difficile ma non impossibile dunque. Se vi viene qualche idea telefonate al professor Gent. Lui ha già pronto l’assegno.

domenica 14 giugno 2020

610 - IL SINDACO CHE SPOSTA LE MONTAGNE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. “Se avrete fede pari a un granellino di senape, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile”. Huang Dafa vive nella provincia cinese di Guizhou, e probabilmente il vangelo non l’ha mai letto. Però la sua montagna l’ha spostata davvero, con determinazione e amore, che pure quello, si sa, smuove le montagne.

Oggi Huang ha passato gli ottanta, e ha sotto gli occhi ogni giorno il risultato del lavoro di una vita. Anzi, controlla che tutto vada bene e cura la manutenzione della sua opera. Che è un canale lungo in tutto quasi 10 chilometri, scavato con le sue mani nella roccia. Anno 1959, Huang vive da sempre a Caowangba, ha 23 anni ed è il capovillaggio, una sorta di sindaco del piccolo borgo isolato dove nei periodi più caldi si soffre la sete perché con i torrenti in secca non arriva l’acqua. La stagione quell’anno è particolarmente arida e la siccità minaccia la risaia e rischia di rovinare il raccolto: inutile aspettarsi aiuti dal governo centrale, bisogna fare qualcosa o per la gente del paese saranno tempi durissimi.

Così Huang si rimbocca le maniche, e avvia un progetto che si concluderà dopo 36 anni: inizia a scavare la roccia viva per aprire nella parete della montagna un condotto che porti l'acqua da una località vicina. All’inizio la gente del paese scuote la testa, non crede che l’opera sia realizzabile, non con quei mezzi e senza aiuti esterni. Ma lui va avanti, e per dimostrare che fa sul serio, dopo essersi ben legato con una corda ad un albero attraversa un burrone, sospeso in aria a 300 metri di altezza. "Se non lo avessi fatto – dice oggi - nessuno avrebbe trovato il coraggio di seguirmi". Invece un primo gruppo di ragazzi inizia a lavorare con lui. Con attrezzi rudimentali scavano la roccia, ma dopo 10 anni non hanno fatto che un centinaio di metri. Così Huang ferma i lavori e va nella città più vicina, a Fengxiangzhen, per studiare le tecniche di scavo e di irrigazione. Tornato al villaggio, mette insieme una squadra di operai e li addestra. I lavori ripartono assai più rapidi. E nel 1995 il sogno diventa realtà, l’opera è completata.

Il “canale Dafa” oggi compare anche sulle carte geografiche, è lungo 7.200 metri nel tratto principale, più una diramazione di 2.200 metri, e il villaggio di Caowangba, con altri tre villaggi vicini, ha acqua a volontà in tutte le stagioni, tanto che la produzione di riso è passata da 25mila a 400mila chili l’anno. E lui? Ormai capovillaggio a vita, prima di andare in pensione fa in tempo a coordinare i lavori che portano a Caowangba l’elettricità e realizzano la nuova strada che collega il paese coi centri vicini. Non sarebbe male se ogni tanto anche i sindaci delle nostre città si rileggessero la storia di Huang Dafa. O, in alternativa, le parole del vangelo.
 
 

 

 

609 - CAPPUCCETTO ROSSO IN SIBERIA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Una storia impossibile come e più di una favola, che assomiglia a Cappuccetto Rosso. Anche se il lieto fine c’è solo a metà. Sembra una bufala, invece è tutto verificato e confermato dalle autorità di Tuva, nella Siberia meridionale. Dove nei mesi invernali fa freddino, tipo 40 sotto zero. Saglana, 4 anni, è la protagonista.

Febbraio 2017. La bambina si sveglia nella tarda mattinata, il termometro segna "solo" 34 gradi sotto zero. Saglana ha dormito dalla nonna in un piccolo villaggio in mezzo alla foresta (la madre risiede in un paesino vicino); scende dal letto e chiama la nonna senza ottenere risposta. L’anziana donna, colta da un malore, ha perso i sensi. Camminare per otto chilometri nella foresta ghiacciata con temperature intorno ai meno 34 gradi è una impresa incredibile, ma lo è ancora di più se a compierla è una bambina di soli 4 anni per tentare di salvare sua nonna.

Saglana decide di raggiungere il medico: lei si ricorda di quando è andata dal dottore, si ricorda dove vive. Lontano lontano, oltre il bosco. Precisamente a otto chilometri di distanza. Anche se lei non lo sa quanto è lungo un chilometro, specie sotto la neve. Così si copre un po’ ed esce di casa nonostante il freddo gelido. E la paura di incontrare i lupi (e gli orsi), che da quelle parti ci sono davvero. La bambina cammina, cammina, e un passo dopo l’altro percorre gli 8 chilometri nella taiga siberiana. Il medico quando la vede non crede ai suoi occhi. La cura subito per un principio di ipotermia, poi corre dalla nonna. Ma arriva troppo tardi. L’anziana donna, colta da un infarto, è già morta. Saglana invece si riprende subito, e poche ore dopo può riabbracciare la mamma. Ce l’ha fatta da sola, il lupo cattivo si è mangiato la nonna e non c’è il cacciatore a farla rivivere, ma lei la sua favola l’ha scritta.
 
 

 

608 - IN VIAGGIO CON NONNA LENA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Qualcuno di voi ricorda nonna Abelarda? Era la protagonista di un vecchio fumetto, una supernonna incubo di malviventi e criminali dotata di poteri come neanche Batman e l’Uomo Ragno messi insieme. Mi è tornata in mente quando ho letto delle impossibili (e splendide) performance di Lena Erkhova, una nonna Abelarda russa che dopo una vita passata a coltivare e vendere fiori ha deciso di spendere i soldi messi da parte girando il mondo.

Pensionati che scelgono di viaggiare ce ne sono tanti, ma la notizia è che Lena da 83 a 90 anni alla scoperta di Paesi lontani ci è andata da sola. Qualche viaggio l’aveva già fatto prima della caduta del muro, in Cecoslovacchia, Polonia e Germania Est, ma i soldi erano pochi e i Paesi visitabili limitati. Nel 2011 poi le è riesplosa la vecchia passione, e ha deciso di realizzare il suo sogno, anche se il mondo intero le diceva che “ormai” era impossibile. Così Lena a 83 anni è tornata ontheroad e ha visitato Paesi lontani e luoghi esotici, dalla Thailandia alla Turchia, dalla Germania a Israele fino al Vietnam.

«Viaggiare – raccontò in un’intervista all’Independent - significa vivere una nuova vita, nuove persone e nuovi incontri. La cosa più importante che ho imparato è che nel mondo ci sono persone fantastiche, in tutti i Paesi. E poi non c’è nulla di cui aver paura, perché si muore una volta sola e, alla fine dei conti, un giorno moriremo comunque».

La supernonna ha pubblicato per qualche tempo le sue avventure su Instagram o su Facebook. L'ultimo viaggio l'ha fatto a 90 anni nella Repubblica Dominicana, poi se ne è andata nel letto di casa sua agli inizi del 2019, a 91 anni. I migliori sono stati gli ultimi 8, da quando ha deciso di essere felice.
 

 

 


607 - IL PRESIDENTE DELL'ISOLA DELLE ROSE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Cominciamo dalla fine. L'ingegner Giorgio Rosa se ne è andato nel 2017 alla bella età di 92 anni dell’ingegner Giorgio Rosa. Se ci fosse un patrono di tutti quelli che danno vita a sogni impossibili, dovrebbe avere il suo nome.

Il suo sogno si chiamava Insulo de la Rozoj, quattrocento metri quadrati di legno, cemento e acciaio saldamente piantati in mezzo al mare Adriatico, poco più di 11 chilometri al largo di Rimini. Chi ci approda parla esperanto, come moneta usa i Mill ed entra nella Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose. Il primo maggio del 1968 Giorgio Rosa la proclama stato indipendente. Nove mesi dopo due tonnellate di esplosivo la fanno saltare in aria.

Facciamo un passo indietro. Siamo nei primi anni sessanta a Bologna. L’ingegner Rosa si scontra con un mostro chiamato burocrazia. Ancora oggi, mezzo secolo dopo, per gli imprenditori è uno degli ostacoli più duri da affrontare, sabbie mobili che frenano lo sviluppo del Bel Paese. L’ingegnere bolognese decide di aggirarle e costruisce un’isola artificiale 500 metri oltre il confine delle acque territoriali italiane. Dopo 4 anni di lavori l’isola è pronta. Rosa rende pubblica la sua idea con una conferenza stampa il 24 giugno del 1968. Nell’anno delle proteste di studenti e lavoratori di tutta Europa contro il sistema l’”isola della libertà” dove si parla un linguaggio comune nel segno della giustizia e dell’uguaglianza conquista il cuore di migliaia di persone. In poche settimane il tratto di mare fra la costa italiana e l'Isola delle Rose diventa trafficato come il centro di Roma nell’ora di punta.

I giornali scrivono di tutto, l’isola viene raccontata via via come un night tempio del peccato, un casinò, il covo di una banda di contrabbandieri, una base di appoggio per i sommergibili dell’Unione Sovietica. Non c’è niente di vero, ovviamente. Ma allo Stato italiano basta assai meno: l’isola – si dice a Roma – serve a raccogliere proventi turistici senza pagare le tasse. "Mi ritrovai decine di pilotine di capitaneria e carabinieri attorno alla piattaforma – raccontava Rosa –. Una situazione surreale dettata evidentemente dalla paura della libertà che avevo conquistato".

Così 55 giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza, l’Italia attua il blocco navale e occupa militarmente l’Insulo de la Rozoj. Il “Governo della Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose" invia un telegramma al Presidente della Repubblica Saragat per lamentare «la violazione della sovranità e la ferita inflitta al turismo locale dall'occupazione militare» senza avere risposta. Saranno gli artificeri della Marina a cancellare la piattaforma dalle mappe nel febbraio del 1969. Per distruggere l’isola dell’ingegnere bolognese servono due tonnellate di esplosivo.

Che però serve a poco contro i sogni e le idee. Anno 2011, conferenza stampa di Peter Thiel, ideatore e cofondatore di PayPal. «Si potrebbero costruire nei mari di mezzo mondo – dice l’imprenditore americano - isole artificiali in acque internazionali. Essendo fuori dalla giurisdizione dei singoli Stati, potrebbero costituirsi come stato sovrano. In tutto dieci milioni di residenti divisi per un massimo di 270 abitanti per isola». Cosa avrà pensato l’ingegner Rosa?”

606 - LA FAVOLA DEL PAESE CHE NON SI E' MAI ARRESO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Quelli che hanno la forza di non arrendersi. Quelli che quando le cose girano al peggio si rimboccano le maniche. Quelli che trovano la forza di risalire un attimo prima di toccare il fondo. Quelli come gli abitanti di Succiso, un piccolo borgo dell’Appennino tosco-emiliano che appena 25 anni fa sembrava destinato a sparire dalle carte geografiche, e oggi è il primo paese cooperativa in Italia, studiato da ricercatori di mezzo mondo che vogliono capire i motivi di un’irresistibile ascesa e replicare il modello inventato e realizzato dai 65 abitanti di questa sorta di kibbutz di montagna.

La storia comincia nel 1990, quando per mancanza di clienti chiusero contemporaneamente il bar e il negozio di alimentari, lo “spaccio” del paese: i giovani se ne erano andati, e quando nel fine settimana tornavano su, a mille metri di quota a respirare aria buona, si portavano dietro le provviste comprate in città. Il borgo ormai spopolato stava per tirare giù la saracinesca, come gli ultimi due locali pubblici.

All’epoca Dario Torri, attuale presidente della Cooperativa Valle dei Cavalieri, aveva 27 anni. Insieme a nove amici si guardò intorno. E disse no. Anche se sembrava impossibile in quel momento far risorgere un paese fantasma, bisognava almeno tentare di salvare quel mondo dove erano nati e cresciuti, che stava per scomparire. E’ nata così la prima cooperativa di comunità. «E’ vero – dice Torri _ in qualche modo somiglia a un kibbutz, anche qui l’associazione è volontaria e la proprietà è comune». Grazie a un primo investimento dei soci, seguito nel tempo da contributi provinciali, regionali ed europei, la macchina si è rimessa in moto: riaperti il bar e la rivendita di alimentari, la cooperativa ha avviato un’azienda agricola acquistando 240 pecore che vivono libere nei 22 ettari di verde destinati a pascolo intorno al paese.. L’azienda produce pecorino e ricotta.

Col tempo la cooperativa ha aperto un ristorante e un agriturismo che oggi accoglie 14mila ospiti l’anno. Grazie a queste ed altre attività (ad esempio la collaborazione col Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano per organizzare passeggiate per i turisti, o l’organizzazione di escursioni e laboratori naturalistici per studenti) i Cavalieri fatturano circa 700 mila euro l’anno “Lo abbiamo fatto perché amiamo la nostra terra – conclude Torri - non volevamo vederla abbandonata. Ora d’estate arriviamo ad avere anche 600 abitanti. Sì, anche se all’inizio ci prendevano per matti, il paese è tornato a vivere”.

giovedì 16 aprile 2020

437 - LA "DUE CAVALLI" CHE DIVENTO' UNA MOTO




Sembra impossibile ma…
Un viaggiatore che attraversava il deserto del Sahara su una Citroen 2CV dopo un incidente è riuscito a salvarsi da morte certa trasformando i resti della sua auto in una motocicletta. Ringrazio Simonluca Cavallini per la segnalazione della storia.

Anno 1993, Emile Leray, elettricista francese di 44 anni esperto viaggiatore con una passione per l’Africa, che ha attraversato diverse volte, è a Tan-Tan, cittadina affacciata sul deserto del Sahara come le città costiere lo sono sul mare: qui si arriva superando chilometri di piste polverose, ma oltre, a sud e a est, c’è solo l’infinita distesa del Grande Erg. Emile è alla guida della sua inseparabile Citroën 2CV, un’auto leggendaria che per la sua resistenza è diventata sinonimo di avventura. E’ pronto ormai alla partenza quando le guardie gli dicono che le piste sono chiuse: c’è tensione con il vicino Sahara Occidentale, e lui non può lasciare la città. L’elettricista annuisce, saluta, imbocca una stradina laterale e si lancia verso il deserto in direzione sud. Con se ha acqua, provviste e viveri per 10 giorni. Dopo una giornata di guida nell’immensa solitudine, ormai lontanissimo da qualsiasi centro abitato, l’auto sbatte con violenza su una roccia e si ferma.

Emile scende e si mette le mani nei capelli: il semiasse è spezzato, una ruota rotta, la corsa della 2CV finisce lì. A piedi non si va da nessuna parte, sarebbe morte certa: serve un mezzo di trasporto. Restano 10 giorni per trovare una via d’uscita. L’elettricista ha qualche nozione di meccanica, e pochissimi attrezzi. Decide di utilizzare le parti sane della Citroen per costruire una moto. La carrozzeria diventa la sua tenda nel deserto. Lo sarà per i giorni successivi, nei quali Emile lavora senza sosta sotto il sole africano, in mutande per il calore terribile, ma cercando di non bruciarsi. Le provviste sono razionate al massimo. Quando il mezzo a due ruote è pronto, sono passati 12 giorni.

Il telaio portante è ritagliato da quello della 2CV, la ruota anteriore sterza con un rudimentale sistema; motore, batteria e cambio sono sotto il sellino costruito con un paraurti, e la ruota posteriore struscia su un tamburo e gira solo per attrito. La moto si muove ingranando la retromarcia. Non è una Harley Davidson, ma è l’unica speranza; quando si mette in moto verso ovest i viveri sono finiti, e rimane solo mezzo litro d’acqua. La marcia, senza sospensioni, è lenta e accidentata, Emile nelle 24 ore successive cade più volte e si rimette in sella. Poi incontra una pattuglia di polizia marocchina; i gendarmi non credono ai loro occhi, lui è salvo. Lo portano nella città più vicina, e lo multano per guida di veicolo difforme da quanto riportato sull’assicurazione. Lui paga felice, e torna in Francia. Oggi ha quasi 70 anni, e mostra orgoglioso ai curiosi che lo vanno a trovare quello che chiama affettuosamente "mon chameau du désert". 
 
 

 




venerdì 27 marzo 2020

425 - GRIOT




Sembra impossibile ma…
A Touba, in Senegal un sogno è diventato realtà: un moderno ospedale realizzato grazie ai soldi che gli “italiani” – come lì chiamano i ragazzi senegalesi emigrati in Italia – ritagliano dai loro magri guadagni. Un viaggio nel Paese dei baobab di qualche anno fa è l’occasione per raccontarlo. E per scoprire i segreti dei griot, le tradizioni della città santa e tante piccole sfide quotidiane

Un pezzo di Toscana nell’Africa nera. A Kebemer, nel cuore del Senegal, 150 chilometri a nord di Dakar, si parla più l’italiano che il francese. «Porca miseria», «maremma cane»: neri come il carbone, pura razza Wolof, ma le esclamazioni sono quelle della lingua di Dante, con tanto di «c» che scivola via. I leoni del Senegal hanno appena perso ai rigori un’importante partita, e la delusione di fronte alla tv si scioglie in bicchierini di un the forte come un liquore.

Il sole tramonta in mezzo ai baobab che spezzano la linea piatta della savana, e una piccola folla di parenti e amici saluta e ringrazia chi li ha ospitati per l’evento sportivo. Lui, il padrone di casa, è Ablaie, 22 anni per quasi due metri di altezza e un fisico da atleta su una faccia da bambino. E’ sua la bella casa in muratura con una grande terrazza per le ore più fresche, e sua la televisione, una delle poche del paese, e i mobili all’europea di una sala vasta e un po’ kitsch, con lo stereo e le grandi foto dei marabout islamici, mentre fuori è parcheggiata una vecchia Mercedes comprata usata ma tirata a lucido.

Ablaie lavora in Italia, dopo due anni a Pisa è arrivato a Pescara, uno dei mille e mille venditori che misurano a piedi le strade e le spiagge delle località turistiche. Da alcuni giorni sono ospite a casa sua. Mi ha messo in contatto con lui Mass, capo della comunità senegalese di Pisa e cugino di Ablaie. Mass più di 20 anni prima era stato uno dei primi a pronunciare la parola «vuccumprà», poi è diventato sindacalista. E’ in gamba: negli anni successivi sarà richiamato in patria dal suo governo, che gli affiderà un ministero.

A Kebemer ho perso il conto dei fratelli e delle sorelle, dei cugini e dei parenti vari di Mass: per le strade ti fermano tutti e ti chiedono in italiano notizie dell’amico lontano. Il fatto è che centinaia di abitanti di questa cittadina sono sbarcati in Italia grazie al suo esempio e anche al suo appoggio concreto. Da queste parti Mass è un vero personaggio, il punto di contatto fra il Senegal e quella lontana terra fredda e piovosa dove per tutti c’è un’occasione, fra la dura realtà africana e il sogno italiano.

Ablaie ha tre fratelli, due più grandi lavorano con lui a Pescara, uno di 20 anni sogna l’Italia e mette i soldi da parte: servono almeno diecimila euro. «Sono tanti? Forse — ammette — ma sono l’unica possibilità. Qui lavoro non ce n’è. Con questi soldi ci procurano i permessi e ci inseriscono nel giro del lavoro. Poi si tratta solo di resistere, e lavorare duro. Qualcuno non ce la fa, e torna a casa. I più restano in Italia anni. Tutti sognano di tornare. E c’è anche chi fa fortuna»

A San Louis ad esempio, al confine con la Mauritania, un cinquantenne che da 30 anni lavora a Genova sta costruendo un albergo di lusso. Mi mostra il cantiere con orgoglio, si profonde in ringraziamenti per l’Italia «che ci ha accolti, ospitati, ci ha dato una possibilità». Aprire un albergo, o un ristorante a Kebemer è anche il sogno di Ablaie, che in Italia ci viene sei mesi l’anno, ma vorrebbe costruire il suo futuro qui, vicino alla moglie e alle due figlie e a tutti gli altri parenti, la madre, una zia, due cugine. Tutti legati a un solo stipendio, il suo. Ablaie in Italia guadagna poco meno di mille euro. Cinque-seicento li manda a casa, più o meno il triplo di uno stipendio medio. Col resto si mantiene a Pescara.

A Kebemer la sua oggi è una famiglia ricca. Casa, auto, tv sono i segni di uno status sociale elevato. Alla periferia della cittadina in molti vivono ancora nelle capanne di paglia. E le case in muro sono spesso poco più che baracche. Da mangiare c’è per tutti, un po’ ovunque. Il problema è che si sta sviluppando un doppio mercato: cibo, alloggi, generi di prima necessità costano pochissimo. Ma chi guadagna di più, come gli emigranti, entra automaticamente nel labirinto del consumismo. Una bella casa, l’auto, la tv, lo stereo costano quanto da noi, forse di più. Cinquecento euro sono anche troppi per sopravvivere, ma terribilmente pochi per vivere all’europea. Così i soldi non bastano mai. E per molti il sogno di tornare rimane tale.

Per il resto la vita si svolge secondo ritmi antichi: il mercato, la moschea, le festività religiose (in questi giorni la più importante, il Tabaski, dove ogni famiglia “sacrifica” e porta in tavola una pecora). E la sera tutti insieme a mangiare nell’atrio della grande casa in muro. La mia cena è stata preparata nel salone, la tavola è apparecchiata solo per me. Un trattamento di riguardo per l’ospite. Chiedo di mangiare con tutti gli altri, se non è un problema. Non lo è. Si mangia nell’ingresso, seduti a terra in cerchio intorno ad una grande conca di riso e pesce, ci si serve con le mani. La porta è aperta, vanno e vengono di continuo parenti, amici, i “talibé”, piccoli sciuscià che chiedono e ricevono la carità di un piatto caldo. Si sta bene qui. Tutti parlano, qualcuno canta, Ablaie gioca con i bambini. L’Italia è fredda e lontana, e la notte africana è così dolce

«A Kebemer ce l’avete un griot?». Ablaie ci pensa un attimo, poi annuisce: «C’è una griot molto vecchia, e anche suo figlio e suo nipote sono griot. Incontrarla? Non sarà facile. I griot non amano le interviste». Ci provo con un trucchetto dialettico: «Ma non è compito del griot dare informazioni? E io quelle chiedo…». Lo stratagemma funziona: l’appuntamento a casa dei griot è fissato per le 22.

Cos’è un griot, figura di grande rilievo nel sistema sociale senegalese, sarà l’oggetto di oltre un’ora di intervista. Ma occorrono molte parole, tante quanti sono i suoi ruoli, per spiegarlo. Prima definizione, la più poetica: griot è chi prende le cose brutte e riesce a farle diventare belle. Griot è un cantastorie, uno che racconta, dà notizie, informazioni, ma anche un sapiente, con in mano le chiavi della tradizione orale in un mondo che non ha tradizione scritta; quindi è la storia, sa tutto del villaggio e delle sue famiglie, una sorta di stato civile vivente capace di risalire indietro nel tempo di generazioni. E ancora è un ottimizzatore, uno che trova le soluzioni più giuste, e un mediatore, che presenta sempre i lati migliori delle cose. E’ lui ad esempio che «illustra» le doti e garantisce sulle rispettive famiglie prima di un matrimonio, cantandone le gesta, la bellezza, la salute. Ed è lui il riferimento morale dell’intera società Wolof, la principale etnia del Senegal. Il più famoso di tutti i griot ha un nome conosciuto nel mondo: Youssou N’Dour, popstar internazionale amatissimo in tutto il Paese. L’ho incrociato una settimana prima nella babele della pista da ballo della sua discoteca techno, alla periferia di Dakar. Ci ho scambiato due parole, ma ancora non sapevo che era un griot. Speravo in un’intervista. Lo riconobbi, in piedi al lato opposto della grande pista metallica, sotto una grande finestra da dove l’allora moglie Mami infiammava centinaia di ragazzi. La traversata, sballottato da un mare di corpi scatenati, fu un’odissea. Una stretta di mano nel frastuono, un sorriso, poi lo persi in un inferno di luci e di suoni.

Kebemer è un altro mondo. Il silenzio della notte è rotto solo dall’abbaiare di qualche cane. In un cortile poco illuminato la donna corpulenta, dallo sguardo severo, di età molto avanzata ma indefinibile è seduta su un’ampia poltrona. E’ lei la griot. Mi riceve insieme a figli e nipoti. Uno di questi, sui trent’anni, lavora a Ferrara e parla un italiano corretto, quasi colto. Lui farà da interprete. La donna parla lentamente, scandisce le parole come chi sa affascinare con le sue storie. Racconta gesta epiche avvenute all’alba dei tempi, la storia del primo griot. Parabole ed aneddoti che dipingono la figura del griot, da sempre con l’onere di essere il più intelligente, il più preparato, il più giusto. In battaglia è quello che porta le insegne del villaggio, se muore lui la battaglia è persa.

E il rapporto con le migliaia di giovani che vanno a lavorare all’estero? «Sono il nostro tesoro più grande — risponde lenta — e prima che partano li incontriamo sempre, insieme alle famiglie. A queste ultime chiediamo di stare loro vicino, di essere presenti, di telefonare spesso e non farli sentire soli. A chi parte raccomandiamo la solidarietà, e l’onestà». «Tu vai in un Paese lontano — diciamo loro — con abitudini e tradizioni diverse. Rispettale e non fare niente di cui ti vergogneresti. Tu sei l’ambasciatore della cultura Wolof all’estero, comportati come tale, noi ti seguiremo e ti saremo vicini, fa’ che possiamo essere orgogliosi di te…». In Italia il numero dei senegalesi che vanno contro la legge è più basso rispetto ad altre etnie, lo dicono le cifre. Che dietro il luogo comune del «bravo senegalese» ci sia il lavoro antico del griot?

Touba è la città sacra di gran parte dell’Islam senegalese. Qui, 250 chilometri a nordest della capitale, è vissuto all’inizio del Novecento Amadou Bamba, grande Marabout, una sorta di Padre Pio locale che fra opere di bene e miracoli oggi è ricordato e venerato come un santo. E qui nel 1963 è stata completata una splendida, grandiosa moschea a lui dedicata: tonnellate di candido marmo di Carrara e altri pregiatissimi marmi colorati provenienti da tutto il mondo per un’opera colossale, un’immensa cattedrale nella savana il cui minareto alto 98 metri è visibile da chilometri di distanza.

Il venerdì e la domenica la città è invasa dai pellegrini: vestiti i bianchi abiti della festa intere famiglie fanno decine, a volte centinaia di chilometri nella maggior parte dei casi su un carretto tirato da un asinello per venire a pregare vicino alla tomba di Amadou Bamba. E nel giorno che ricorda il ritorno dall’esilio del loro marabout, sono più di mezzo milione i visitatori che si riversano nelle strade di Touba. Ma la confraternita che si è raccolta intorno a questo marabout, oggi la più forte e la più numerosa del Senegal, ha un altro motivo per andare fiera di Touba.

Anche Ablaie e Mass ne fanno parte, e Ablaie mi porta con orgoglio alla periferia della città. Qui mi mostra un edificio nuovissimo, con alcune ali ancora in costruzione. «E’ un ospedale — spiega — lo stiamo costruendo noi. Alcuni reparti sono già in funzione». Soldi italiani, perché da tempo ogni immigrato in Italia che appartiene alla confraternita di Bamba si tassa di 300 euro l’anno. Mass, tanto per cambiare, è uno dei principali artefici dell’iniziativa, e lui riscuote le donazioni annuali da tutta Italia e le gira al cantiere dell’opera, che cresce di anno in anno. Sono stati investiti molti soldi. E l’«ospedale degli italiani» è lì, davanti ai miei occhi. Un sogno che è diventato realtà.

giovedì 12 marzo 2020

390 - JULIA SALE SULL'ALBERO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Julia Butterfly Hill nasce a Mount Vernon in Missouri nel 1974. Figlia di un predicatore religioso, cresce su un camper seguendo l'attività itinerante dei genitori in tutta l'America. Nel 1996 sfiora la morte in un grave incidente d'auto: un guidatore ubriaco la sperona e il volante le sfonda il cranio. Dopo un anno di terapia intensiva riprende a parlare e a camminare. Uscita dall'ospedale, si mette in viaggio sulla west coast californiana con un gruppo di amici. Nei boschi di Humboldt County scopre le gigantesche sequoie, alberi millenari dalla maestosa bellezza. E scopre anche che la Pacific Lumber Company le sta abbattendo; un gruppo di ambientalisti manifesta contro il disboscamento in atto, e gli organizzatori stanno cercando qualcuno disposto a salire su una sequoia per protesta e a restarci una settimana. Julia, che non è affiliata a organizzazioni ambientaliste, è l'unica a offrirsi volontaria.

Così il 10 dicembre 1997 a mezzanotte si arrampica sul tronco di “Luna”, una sequoia di 1500 anni, e sale fino a 55 metri. Rimarrà lì per più di 2 anni, fino al 18 dicembre del 1999. Con il supporto di uno staff di 8 aiutanti da terra si costruisce una piattaforma (1,8 per 1,8 metri) e lì passa le giornate. Ogni tanto si sposta in verticale lungo l'altissimo tronco per fare un po’ di esercizio. Studia e impara sulla sua pelle le tecniche di sopravvivenza (anche curiose, come non lavarsi le piante dei piedi per aderire meglio ai rami), usa telefoni cellulari a energia solare per le interviste radiofoniche e diventa la corrispondente "dalla cima dell'albero" per una tv via cavo. Cibo e rifornimenti li tira su con le corde, dorme e si ripara dal freddo in un sacco a pelo “a mummia”. Nei lunghi mesi di permanenza resiste a piogge gelide e venti fortissimi, e anche aun assedio di 10 giorni da parte delle guardie della compagnia, a ripetute molestie in elicottero, alle intimidazioni dei taglialegna arrabbiati. Alla fine la Pacific Lumber Company si arrende, accetta di preservare Luna e gli alberi che rientrano in una zona cuscinetto. Il 18 dicembre 1999, dopo 738 giorni, Julia scende dall'albero.

Ma non si ferma: segue il suo motto “you make the difference” (tu fai la differenza), partecipa a diverse azioni di disobbedienza civile: nel 2002 in Ecuador finisce anche in carcere per aver protestato contro il taglio di una foresta andina per far posto a un oleodotto. Espulsa, torna in patria dove è in prima linea in campagne come il no alla guerra in Iraq e la war-tax resistance. Racconta la sua permanenza sull'albero nel libro “The legacy of Luna” (in italiano “La ragazza sull'albero”) e riceve un dottorato ad honorem dal California New College. Citata in hit musicali (“Can’t Stop” dei Red Hot Chili Peppers), libri e serie tv (a lei è ispirato l'episodio dei Simpson “Lisa l’ambientalista”). Se volete andare a trovarla, ecco il suo sito.


871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...