Visualizzazione post con etichetta Scherzi del destino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scherzi del destino. Mostra tutti i post

sabato 30 agosto 2025

814 - LA ROTTA DEL DESTINO

 

Questa non è una leggenda marinaresca, ma un fatto vero: due naufraghi dopo 33 giorni in mare sono approdati su un'isola distante 560 chilometri dal luogo di partenza e lì hanno trovato... un cugino, figlio di uno zio naufragato sulla stessa costa mezzo secolo prima.

Anno 2011, due pescatori di Tarawa Sud (nelle isole Kiribati in Oceania) partono per un viaggio di poche ore, e si ritrovano, dopo 33 giorni alla deriva, su un atollo sconosciuto. E lì scoprono che un loro parente, dato per disperso mezzo secolo prima, aveva vissuto la stessa drammatica avventura, poi in quell'atollo remoto aveva deciso di mettere radici.

Le cose sono andate così: il 22 ottobre Uein Buranibwe di 53 anni, e il nipote Temaei Tontaake di 26, salpano con un piccolo barchino, con l'intenzione di rientrare la sera stessa. Ma il destino ha deciso diversamente: il GPS si scarica, e il mare gira a burrasca e li trascina lontano.

Per settimane i due sopravvivono mangiando tonno crudo stracciato e sminuzzato con le mani e bevendo qualche goccia di pioggia raccolta al volo. Quando il cielo si ostina a restare limpido, sono costretti a bere acqua salata, tra nausea e vertigini. La Guardia costiera li cerca invano: dopo dieci giorni sospende le ricerche, convinta che siano morti.

E invece il 24 novembre una barca da pesca delle Isole Marshall li avvista vicino all'atollo di Namdrik. Scheletrici, barbuti, gli occhi segnati dalla fame. I pochi abitanti dell’atollo, incuriositi, li accolgono e li portano dall’unica persona che sembra comprendere la loro lingua.

Ed è lì che arriva la sorpresa: il “traduttore” si rivela essere il figlio di un certo Bairo, zio di Temaei, che negli anni Cinquanta era sparito in mare e che tutti a Kiribati avevano dato per disperso e poi pianto come morto. Bairo invece era sopravvissuto: aveva affrontato la sua odissea seguendo la stessa corrente, fino a sbarcare proprio a Namdrik. Qui evidentemente si era trovato bene, si era sposato e aveva avuto dei figli.

Anche Uein e Temaei, festeggiati da tutta l'isola, si fermano per un mese. Ma non per loro scelta: l’unico aereo è a terra per manutenzione. Ma in fondo, racconteranno, nessuno dei due ha fretta di tornare a casa. Dopo aver visto la morte in faccia nei lunghi giorni in mare, e le sorprese che gli ha riservato il destino una volta approdati, il tempo per loro ha preso tutto un altro ritmo.

venerdì 13 giugno 2025

769 - IL SEGRETO DI RICHARD "TWO GUN"

 


 

Richard James “Two-Gun” Hart aveva due Colt e un cappello Stetson sempre in testa. Un pistolero del vecchio west, di quelli che stanno dalla parte dei buoni. La prima sorpresa è che era nato in Italia. Ma vi premetto che non sarà l'unica.

Richard nasce ad Angri in provincia di Salerno nel 1892, primo di 9 figli. Cresce a Brooklyn tra gli odori del salone di barbiere del padre, ma a 16 anni lascia la metropoli per le vaste praterie del Midwest . Qui il giovane scopre il circo, lavora come facchino e domatore di cavalli e si appassiona alla mitologia western.

Ammiratore di William S. Hart, stella del cinema muto, adotta il suo cognome, si spoglia dell’accento italiano e si rifugia nel mito: stivali col tacco, speroni, due Colt con impugnature d’avorio e sguardo da sceriffo. E impara a sparare con entrambe le mani. Da qui il soprannome “Two Gun” Hart.

Dopo il primo conflitto mondiale si insedia a Homer, Nebraska, sposa Kathleen Winch nel 1919 e nel 1920 avvia la sua carriera come agente federale del proibizionismo. Qui mette a frutto la sua perizia da tiratore: le cronache dell’epoca parlano di incursioni notturne, sequestri di alambicchi e bottiglie, decine di arresti (fra i quali almeno 20 ricercati per omicidio), tanto da essere definito “un loose cannon”, una scheggia impazzita .

Nel 1926 viene nominato agente speciale del Bureau of Indian Affairs, e opera nelle riserve indiane combattendo il contrabbando tra i nativi. In occasione di una visita del presidente Coolidge alle Black Hills del 1927, gli viene affidato il servizio d’onore con protezione presidenziale. Insomma, è un personaggio, quando entra nel saloon, la gente si sposta di lato: un uomo tutto d’un pezzo, dalla morale incisa nella roccia.

Ma un giorno, durante un inseguimento, un uomo rimase ucciso. Lo processano per omicidio colposo. Viene assolto, ma perde il posto al Bureau, e in seguito anche il lavoro da marshal per aver rubato dei viveri da una drogheria. Era la Depressione. Era l’America degli uomini che cadono senza rumore.

Negli anni Trenta entra in contatto con due dei fratelli che non vedeva da decenni. Ma della famiglia non parla mai volentieri. Si è costruito un’identità tutta sua, ed è deciso a portarla fino alla tomba. Ma nel 1951 ci si mette di mezzo il destino: lo chiamano a testimoniare al processo per evasione fiscale di Ralph, uno dei suoi fratelli.

Richard si presenta in tribunale a Chicago. L’aula è piena. L’aria sa di sudore, carta bollata e sigarette. Le porte si aprono e la gente stupita vede entrare “un uomo alto, dritto come un pioppo secco, col cappello Stetson calcato sulla fronte e gli stivali che risuonano sul parquet come tamburi in marcia”.

Il giudice lo squadra dall’alto in basso: “Nome?” “Richard James Hart”. “Professione?”. “Ex agente federale. Proibizionismo, Bureau of Indian Affairs, forze di polizia tribali. In pensione”. Poi risponde secco a un paio di domande del pubblico ministero. Che a un certo punto con un mezzo sorriso lo guarda fisso negli occhi e chiede: “Signor Hart... è vero che il suo nome di nascita non è quello che ha appena dichiarato?”.

Una pausa. Silenzio. Il giudice alza un sopracciglio. Richard si toglie il cappello. E risponde a testa bassa: “Mi chiamo James Vincenzo Capone. Sono il fratello maggiore di Ralph, l'imputato. E anche di Alfonso, più noto come Al Capone.

L'aula esplode, i giornalisti scattano in piedi, il giudice batte il martello tre volte: uno dei più noti agenti del west, flagello di contrabbandieri e assassini a cavallo è un Capone! Suo fratello è Scarface, il terrore di Chicago!

In quegli anni il ricordo di Al Capone è ancora vivissimo. Il boss dell'impero criminale che negli anni Venti ha messo a ferro e fuoco Chicago, incastrato nel 1931 solo grazie all'accusa di evasione fiscale, si è fatto 11 anni di carcere, poi si è ritirato nella sua villa in Florida dove è morto per un ictus nel 1947.

Richard, che non ha più rivisto il fratellino più piccolo lasciato a Brooklyn e ha appreso dai giornali della sua carriera criminale, conclude la sua testimonianza, si rimette il cappello in testa, esce senza dire una parola con lo sguardo dritto come la canna della sua Colt.

Non gli è bastato fuggire da New York lontano da ogni ombra mafiosa, in cerca di un destino diverso da quello che aspettava i suoi fratelli. Non gli è bastato cancellare il suo nome e fabbricarsi una vita da eroe del west. Il passato lo ha ritrovato.

Il giorno dopo la sua storia è su tutti i giornali. Il pistolero ammirato dalla brava gente del west, il famoso “Two-gun Hart” è il fratello di Scarface. Neanche un anno dopo morirà d'infarto a Homer, Nebraska, la città dove aveva scelto di vivere. Riposa nel cimitero locale. Il nome sulla lapide è Richard J. Hart.





lunedì 28 aprile 2025

764 - LA ISLA BLANCA


 

 Questa e' la storia di una barca bianca che arrivo' su un'isola dove non sarebbe mai dovuta arrivare con un carico di ricchezza e di morte che cambio' per sempre la vita di tutti gli abitanti.

Il 6 giugno 2001, il villaggio di Pilar da Bretanha, nel nord-ovest dell’isola di São Miguel, nelle Azzorre, si sveglia con un’aria diversa. Non è un giorno speciale, ma di lì a poco lo diventerà. Di primo mattino una barca bianca appare all'orizzonte, spinta dal vento e dalle correnti.

E' un catamarano in avaria, salpato dal Sudamerica e diretto in Spagna. A bordo, centinaia di chili di cocaina non tagliata racchiusa in contenitori di plastica grandi come mattoni. Nei giorni successivi al naufragio, i pescatori di Pilar da Bretanha trovano i primi pacchetti di quella sostanza che sembra farina nascosti tra le rocce e le reti. Poi il mare restituisce altri carichi. Qualcuno chiama la polizia che ne conta 270 per un peso di 290 chili. Nei giorni successivi altri 500 chili. Ma ce ne sono molti, molti altri, si pensa fra i 500 e i 3000 chili.

Ma non tutti denunciano la scoperta. Per molti la polvere bianca è una fortuna insperata, una sorta di tesoro, un miracolo. Non sanno che è un miracolo che costa caro. E in breve le strade di Pilar si riempiono di voci e di sussurri, di nuovi commerci, di nuove opportunità che sembrano arrivare dal nulla.

Fra i primi a trovarla due pescatori che ne recuperano tanta, tantissima, e la vendono a prezzi irrisori rispetto al mercato. La voce si sparge più veloce del vento: "C'è polvere buona laggiù, e tanta da riempirci l’isola”. Inizia la corsa. Uomini, donne, ragazzini: a rovistare tra le scogliere, a strappare al mare pacchetti gonfi di sogni.

La cocaina invade il paese, si infila nelle case, si mescola all’odore di pesce e di terra umida. C’è chi racconta di averne consumata un chilo in un mese, ci sono casalinghe che, ignare, la usano come farina per il pane o come zucchero per il caffè.

Andre Costa, un impresario e musicista che suona alle feste di paese, racconta: “Vendevano bicchieri pieni di polvere bianca nei bar. Bicchieri! A pochi spiccioli. Come vendere birra al porto”.La cocaina, prima quasi sconosciuta in un’isola così lontana da tutto, diventa la protagonista indiscussa delle vite dei suoi abitanti.

E inesorabilmente in breve arrivano le prime morti per overdose. Sono soprattutto giovani: iniziano per gioco, per sfida, e finiscono in ospedale, in coma. Il dottor Mariano Pacheco all’ospedale di Ponta Delgada ricorda bene gli occhi vuoti che arrivavano su barelle sporche di sabbia. “Ne salvammo alcuni, Ma altri non ce l’hanno fatta. È stato devastante, non eravamo preparati a una cosa del genere”.

Intanto la polizia locale indaga per scoprire l’origine del carico di coca. Il timoniere del catamarano, Antonino Quinci, ha due identità e due passaporti. E' lui l'uomo incaricato di portare il carico a destinazione. Più difficile arrivare all'organizzazione che gestisce il traffico. Le manette scattano solo per Quinci. L’uomo che ha portato la polvere del paradiso e il fango dell'inferno sull'isola cambiandola perc sempre rimarrà in carcere per 10 anni.

Oggi a São Miguel la storia della barca bianca è ancora un fantasma che si muove tra i campi e le taverne. Qualcuno con il denaro sporco ha fatto fortuna, ha aperto negozi e ristoranti ancora in piena attività. Altri invece non sono mai usciti dal buco nero che la polvere ha scavato nelle loro anime.

E le Azzorre, un tempo tranquille, sono diventate un punto di passaggio strategico nel traffico internazionale di droga. La vicenda ha ispirato il romanzo di Niccolò Agliardi “Ti devo un ritorno”, pubblicato nel 2017, e “La isla blanca” sta per diventare una serie Tv in 8 puntate.

mercoledì 9 giugno 2021

745 - FOTO CON VISTA SUL FUTURO

 



Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Luglio 2000. Siamo in Cina, nella città costiera di Qingdao, apprezzata stazione balneare frequentatissima nella stagione estiva.

Capitolo primo: Xue è una ragazza che arriva da Chengdu, la capitale della provincia del Sichuan; ha fatto in pullman le 1200 miglia che separano le due città per accompagnare sua madre che si sta riprendendo da un intervento chirurgico e si è concessa una vacanza per tirarsi un po' su il morale. Nella grande piazza centrale la madre decide di fare una foto alla figlia di fronte al monumento rosso che commemora il Movimento del 4 maggio. Clic!

Capitolo secondo: Ye è un giovane di Chengdu che si trova per caso a visitare Qingdao: fa parte di un gruppo di turisti, il pacchetto di viaggio era stato prenotato dalla madre che poi all'ultimo minuto è stata costretta a rinunciare a causa di un attacco di appendicite. Il figlio ha preso il suo posto. Quando il gruppo di Ye arriva nella grande piazza centrale il ragazzo si decide a farsi una foto di fronte al grande monumento rosso, si mette in posa e qualcuno scatta: Clic!

Capitolo terzo: anche se Xue e Ye arrivano dalla stessa città, i due non si sono mai visti né conosciuti. Finita la vacanza Xue torna a casa con la madre, e Ye fa lo stesso con il suo gruppo. I due riprendono la loro vita, e gli 11 anni successivi trascorrono senza contatti fra di loro, uno ignaro dell'esistenza dell'altra. Poi nel 2011 finalmente si conoscono. E si innamorano. Segue il matrimonio e la nascita di due gemelle. E siamo al giorno dell'incredibile scoperta: un pomeriggio Ye dopo pranzo si riposa a casa della suocera guardando un album di vecchie foto. Quando vede l'immagine di fronte al monumento di Qingdao pensa “me la sono fatta anch'io una foto lì davanti”, poi osserva meglio, e sullo sfondo a destra nota un uomo con una maglietta blu e un sacchetto di plastica in mano: “Cavolo! (o quello che dicono i cinesi in questi casi), ma quello sono io”. Già, 11 anni prima di incontrare sua moglie Ye era entrato per caso nel campo della foto scattata dalla futura suocera: nello stesso esatto momento i due sconosciuti hanno posato di fronte allo stesso monumento in una città lontana 1200 miglia da quella dove abitavano e dove vivono oggi. E la foto li ritrae con i rispettivi sguardi puntati sulle due fotocamere che li riprendevano. "Quando ho visto quell'immagine – racconta Ye – mi è venuta la pelle d'oca su tutto il corpo".

Capitolo finale: l'uomo ha poi condiviso la foto sul social network cinese Weibo, l'immagine è diventata virale ed è stata ripresa dai notiziari di mezzo mondo: per i più romantici è la prova incontrovertibile che i due erano destinati a stare insieme. "Sembra che Qingdao sia una città davvero speciale - dicono Ye e Xue - quando le bambine saranno più grandi ci torneremo e le fotograferemo in quella piazza: hai visto mai...”.

 

 




lunedì 7 giugno 2021

744 - IL DESTINO DI ELON


 

Sembra impossibile ma...

Nel 1948 lo scienziato Wehrner Von Braun scrisse un romanzo di fantascienza in cui immaginava la colonizzazione di Marte; nel libro il governo marziano era in mano a un leader di nome Elon. Oltre 70 anni dopo il miliardario Elon Musk si avvia a realizzare il suo progetto per colonizzare il pianeta rosso. Ringrazio l'amico Vito Gattullo per la segnalazione e, per chi non li conoscesse, vi presento i due protagonisti di questa storia.

Il barone tedesco Wernher von Braun prima e durante la seconda guerra mondiale è un maggiore delle SS fedelissimo di Hitler, figura fondamentale nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista; è lui che realizza una serie di armi micidiali, fra le quali i razzi V2 che colpiscono duramente l'Inghilterra. Dopo la guerra si consegna agli americani che decidono di non rinunciare al suo genio e di utilizzarlo in progetti di grande rilievo, prima con l'esercito (pare che a lui si sia ispirato Kubrick per il suo Dottor Stranamore) poi con la Nasa. Dove diventa il capostipite del programma spaziale e con il suo Saturn V porta le missioni Apollo sulla Luna. Von Braun muore nel 1977.

Elon Musk nasce in Sudafrica nel 1971; imprenditore naturalizzato americano (con un patrimonio stimato oggi in oltre 150 miliardi di dollari) realizza negli anni una serie di avveniristici progetti, da Tesla a Neuralink fino a SpaceX, destinati a “cambiare il mondo e l'umanità”. SpaceX è la prima e unica azienda privata a produrre razzi riutilizzabili per la Nasa, che li usa per i collegamenti con la stazione spaziale orbitante. Ma il sogno di Musk è portare l’uomo su Marte (e non solo) e colonizzare il pianeta. Quando? Questione di pochi anni. Il razzo Starship è in fase di sviluppo in una base del Texas, e sarà utilizzato per “fare dell'umanità una specie multiplanetaria”; Musk conta di inviare un milione di persone su Marte durante la sua vita utilizzando una flotta di 1.000 Starship. Nel giro di 5 anni sono previsti prima una missione cargo, poi un volo con equipaggio verso il pianeta rosso.

Ma torniamo al 1948; Von Braun lavora nella base di Fort Bliss, in New Mexico, e per rilassarsi scrive romanzi, ovviamente di fantascienza. In quell'anno nasce “The Mars Project”, libro per certi versi profetico (anche se molte “previsioni” si riveleranno errate). Certo l'autore sa di cosa parla, tanto che al romanzo è allegata un’appendice tecnico-scientifica che illustra con tanto di precisi calcoli il progetto. Lo scienziato immagina un governo marziano guidato da 10 uomini. E come si chiama il capo dell'esecutivo, eletto a suffragio universale? Elon, appunto. Curioso fra l'altro che l’ex nazista abbia scelto un nome di origine ebraica (“quercia” o “albero di Dio”).

Settant'anni dopo Elon Musk diventa Elon Musk, e la previsione dimenticata riemerge e vola sui social. L'imprenditore apprende della strana coincidenza su Twitter da un amico ingegnere aerospaziale; prima ritwitta sorpreso “Siamo sicuri che sia vero?”, poi prende atto e cavalca la tigre: “Destiny, destiny... No escaping that for me”, ovvero “E' il destino, è il destino... non c'è scampo per me”. Già, proprio come Frankenstein Junior.

 


 

 





martedì 9 giugno 2020

565 - L'IMPLACABILE POLICEMAN




Sembra impossibile ma…
Un automobilista in Inghilterra è stato multato da un agente della stradale per eccesso di velocità. Due anni dopo è stato ancora multato per eccesso di velocità, e ha riconosciuto lo stesso agente. Che c’è di strano? La seconda volta era in Nuova Zelanda.

Il primo incontro è avvenuto in Gran Bretagna sul cavalcavia della A5 all’uscita per Edgware. L’agente Andy Flitton ha usato la pistola laser per controllare la velocità di un’auto, e rilevato l’eccesso ha fermato l’automobilista e gli ha fatto un verbale da 60 sterline. Poche settimane dopo l’agente, dopo 26 anni di servizio nella polizia metropolitana inglese, ha dato le dimissioni ed è emigrato nell'isola meridionale della Nuova Zelanda. Qui ha ripreso a fare lo stesso lavoro per la polizia stradale di Cristchurch, e qualche mese dopo, sempre con la pistola laser, ha individuato un trasgressore sull’autostrada vicino alla città e lo ha fatto accostare.

Mentre stava scrivendo la multa all’interno della sua auto, ha visto l'autista avvicinarsi a lui con un sorriso. "Mi ha bussato al vetro e mi ha chiesto se avessi mai lavorato in Inghilterra. Quando ho annuito, mi ha chiesto se avessi mai operato con la pistola laser sull'A5 a nord di Londra. Ho confermato”. A quel punto l’automobilista è scoppiato a ridere e ha detto: "Ancora lei? Mi ha multato per eccesso di velocità due anni fa a sulla A5", poi, dopo aver mostrato la patente inglese e quella neozelandese, ha spiegato all'agente di essere emigrato dall’Inghilterra alla Nuova Zelanda da pochi giorni.

"All'inizio - dice Flitton - non l'avevo certo riconosciuto, ma appena ha accennato all'episodio mi è tornato tutto in mente e anch’io sono scoppiato a ridere". Poliziotto e automobilista hanno discusso poi sulle probabilità di incontrarsi allo stesso modo in qualche remota parte del mondo. "Chissà – dice l’agente - magari abbiamo una sorta di connessione. Anche perché lui mi ha giurato di avere infranto la legge due sole volte, in luoghi distanti 19.000 chilometri l’uno dall’altro, e in tutte e due le occasioni a fargli la multa c’ero io”. Poi i due si sono salutati col sorriso sulla bocca. E con una multa dell’equivalente di 58 sterline nelle tasche dell’automobilista. 
 

564 - IL BANDITO CHE VISSE DUE VOLTE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Elmer McCurdy nasce a Washington nel Maine nel 1880. Carattere ribelle, inizia a bere già da adolescente; lavora come idraulico fino al 1898, poi con la crisi perde il lavoro; nel 1907 firma per l'esercito dove diventa esperto nell’uso della nitroglicerina. Congedato con onore nel 1910, con un ex commilitone si unisce a una banda di disperati e mette a disposizione le sue competenze nell’uso di esplosivi per rapinare banche e treni. Non saranno esattamente colpi fortunati, anche perché Elmer esagera con la nitroglicerina. In Oklahoma la cassaforte del treno rapinato viene distrutta dall’esplosione, i banditi raccolgono solo 450 dollari d’argento semifusi nel metallo. Nel Kansas l’esplosione fa saltare in aria l’edificio della banca, ma la cassaforte resta intatta. L’ultima rapina il 4 ottobre 1911 in Oklahoma, a un treno che trasporta 400.000 dollari. La banda sbaglia treno: bottino 46 dollari dai passeggeri e due damigiane di whisky. Inseguito dagli sceriffi, con una taglia sulla testa, Elmer si rifugia in un ranch, e si consola bevendo. Lo uccidono all’alba, completamente ubriaco.

Il corpo di McCurdy, imbalsamato dall’impresario delle pompe funebri, viene esposto a pagamento col suo fucile in mano, come “l’irriducibile bandito”. E qui comincia la sua seconda vita. All’epoca andavano di moda i “sideshow”, piccoli musei itineranti con i luna park. contenenti presunte meraviglie e fenomeni da baraccone. Nel 1916 due uomini che si dicono fratelli di Elmer reclamano e ottengono il corpo. In realtà si tratta dei fratelli Patterson, proprietari del Great Carnival Show. Così la salma entra nello showbusiness: nel 1922 viene venduta al Museum of crime, nel 1928 va in tournée col Trans American Footrace, nel 1933 è protagonista di “Narcotic”, un film sui danni della droga, nel 1964 passa al cinema col film “She freak”, nel 1968 viene venduta per 10.000 dollari al Museo delle cere di Hollywood, quindi passa al luna park The Pike di Long Beach, nella Casa dei fantasmi. E qui viene riscoperta per caso nel 1976: la troupe dello show tv “Six million dollar man” sta girando al The Pike quando un addetto sposta quello che crede un manichino di cera appeso alla forca. Il braccio si spezza, e ne esce un osso umano. Sotto lo strato di cera, c’è un cadavere mummificato. Parte un’inchiesta, che ricostruisce a ritroso la “carriera” di McCurdy. Il 22 aprile del 1977 un corteo funebre con 300 persone accompagna la salma al cimitero di Guthrie in Oklahoma. Per impedire che qualcuno lucrasse ancora sui suoi resti, sulla bara viene versata una colata di cemento alta due metri.
 
 

 



563 - IL DESTINO DI RICHARD PARKER




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Maggio 1974, Nigel Parker, un ragazzino di 12 anni, vince il concorso del Sunday Times di Londra per la coincidenza più straordinaria raccontando la storia di ciò che avvenne al cugino del suo bisnonno 90 anni prima. Eccola.

Maggio 1884, il piccolo yacht Mignonette salpa da Southampton diretto a Sydney. A bordo il capitano Tom Dudley, due marinai e il mozzo diciassettenne Richard Parker. Il 5 luglio lo yacht fa naufragio e l’equipaggio si salva su una scialuppa: a bordo niente da mangiare, né attrezzi per pescare. I 4 catturano una tartaruga e sopravvivono qualche giorno, poi è la fame più nera. Finché decidono di uccidere uno di loro per cibarsene. Chi? Il giovane Parker, malato e debole per il lungo digiuno, e l’unico a non avere una famiglia. Ciò che accade dopo è un sanguinaccio horror. Il 27 luglio un mercantile tedesco raccoglie i tre naufraghi sopravvissuti. Il 12 dicembre il tribunale di Londra li condanna alla pena di morte per omicidio, ma l’opinione pubblica si schiera con i naufraghi. E la pena viene commutata in 6 mesi di carcere.

Vi ho risparmiato i particolari più splatter: cercateli sul web, se vi piacciono i racconti dell’orrore. Oppure rileggetevi Edgar Allan Poe. Che nel 1838, 46 anni prima del naufragio del Mignonette, pubblicava il romanzo “La storia di Arthur Gordon Pym”. La trama? Un viaggio in nave verso l’Antartide. L’imbarcazione fa naufragio, e 4 naufraghi si salvano a bordo di una zattera. Stremati dalla fame, decidono di estrarre a sorte chi si dovrà sacrificare. Ad estrarre la pagliuzza più corta è il più giovane dei 4, un mozzo. Gli altri 3 lo uccidono e se lo mangiano, così riescono a sopravvivere e si salvano. Il nome dello sfortunato mozzo? Richard Parker.

Chissà, magari i naufraghi del Mignonette avevano letto Poe. Come Yann Martel, l’autore di “Vita di Pi”, bestseller del 2001 (e poi film da Oscar). Che lascia il suo giovane indiano Pi su una barca in compagnia di una tigre feroce e affamata; a Martel l’humour nero non manca: ricordate il nome della tigre? Già, Richard Parker…
Guarda i video con la storia di Richard Parker e il trailer di "Storia di Pi".
 


 

562 - METEORITI




Sembra impossibile ma…
Le possibilità di essere colpiti da un meteorite e sopravvivere sono una su un milione e seicentomila. E’ la sera del 30 novembre 1954, Ann Hodges, 34 anni, sonnecchia sul divano di casa a Sylacauga in Alabama. Un lampo, un’esplosione, qualcosa la colpisce con violenza a un fianco, un dolore tremendo. Che cavolo è successo?

Un meteorite di 4 chili ha sfondato il tetto, ha centrato la grossa radio sul tavolo e l’ha frantumata, è rimbalzato e l’ha colpita. Risultato, un enorme ematoma curato all’ospedale, una grossa pietra venuta dallo spazio nel salotto di casa (oggi è conservata all’Alabama Museum of Natural History), e l’assedio dei giornalisti arrivati da ogni parte degli States. Perché Ann Hodges è l’unico caso documentato nella storia di una persona sopravvissuta dopo esser stata stata centrata (o quasi) da un meteorite. Insomma, è lei quell’uno su un milione e seicentomila.

Del resto il teorema di Borel, detto anche “della scimmia instancabile”, parla chiaro: metti una scimmia a battere a caso sui tasti di una macchina da scrivere, dalle un tempo infinito e prima o poi scriverà la divina commedia. Basta aspettare, di pietre dal cielo ne cadono parecchie.

In India nel 1825, un uomo sarebbe stato ucciso e una donna ferita, ma non ci sono certezze. Più di recente meteoriti hanno centrato un’auto parcheggiata (1992 nello stato di New York), una casa in quel momento vuota (New Orleans 2003), un orto, con sei persone intossicate dai fumi di arsenico prodotti dall’impatto (in Perù nel 2007). Infine il 15 febbraio del 2013 a Chelyabinsk in Russia l’onda d’urto causata dall’esplosione a bassa quota di un meteorite ha ferito molte persone e causato enormi danni. Una piccola apocalisse: ma il video è più eloquente delle parole. 

 

domenica 19 aprile 2020

457 - IL SALVATAGGIO PERFETTO


 
Hai presente quando ti va un boccone di traverso e stai per soffocare, ma per soffocare davvero, “cavolo! Non respiro più”...

Poi arriva uno che ti abbraccia da dietro, ti dà un colpo sul diaframma, e tu sputi il pezzo di carne o quello che è, e graziaddio respiri di nuovo? Si, è la manovra salvavita di Heimlich, che di vite negli ultimi 50 anni ne ha salvate tante.

Una di queste è quella di Patty Ris, 86 anni al momento dei fatti, che grazie alla manovra ha avuto modo di prolungare il suo soggiorno su questa Terra. E allora? Perché ti racconto questa storia?

Aspetta, forse è meglio che ti dica il nome del suo salvatore: Heimlich, Henry Heimlich. Si, proprio lui; non importa aprire wikipedia, te lo dico io chi è: il dottor Henry Heimlich è il chirurgo che nel 1974 ideò e descrisse la manovra anti soffocamento.

Neanche il dottor Heimlich al tempo in cui salva miss Ris è un giovanottino: ha 96 anni e vive in una casa di riposo a Cincinnati. Lei è lì in visita ad un'amica; stanno pranzando a due tavoli vicini, quando lei inizia ad annaspare col boccone di traverso. Serve un dottore. Chi meglio di lui?

E vai, abbraccio da dietro, pressione sotto il diaframma, un pezzo di carne salta fuori dalla sua bocca e lei riprende a respirare: “Piacere signora, sono il professor Heimlich”. Un po’ come trovarsi a fare due chiacchiere sulla relatività con Einstein.

Ho detto “Chi meglio di lui”, ma a ben vedere neanche poi tanto. Già, perché il dottor Heimlich, che la manovra l'aveva mostrata e insegnata per decenni a migliaia di studenti, mica l'aveva mai messa in pratica in situazioni d’emergenza. “È stato molto gratificante – dirà dopo il salvataggio –, so che negli anni la mia manovra ha salvato molte vite, ma io non l'avevo mai praticata: per me è stata la prima volta”.

Il giorno dopo Heimlich e la signora Ris, che si è ben ripresa, hanno pranzato insieme. Cosa si sono detti? “Sarei sicuramente morta se lei non fosse intervenuto. E' stato Dio a farmi sedere vicino a lei”. E lui: “Per me è stato un momento memorabile: ho avuto la conferma che qualcosa di buono nella mia vita l’ho fatto”.

giovedì 16 aprile 2020

436 - COLPI DI SFORTUNA




Sembra impossibile ma…
Nel giro di pochi mesi un camionista australiano ha vissuto nel bene e nel male una serie di eventi decisamente straordinari. E fortuna e sfortuna hanno giocato un’incredibile partita con la sua vita.

Melbourne anno 1999. Bill Morgan ha 37 anni e da sempre si guadagna da vivere trasportando merci sul suo tir lungo le interminabili freeway australiane. Un brutto giorno finisce fuori strada e sfonda il parabrezza. All’ospedale le sue condizioni sono serie, ma non è in pericolo di vita. Lo operano ma appena somministrata l’anestesia i medici si rendono conto che è allergico al farmaco. La reazione è violenta, il suo cuore si ferma. Per 14 minuti Bill è clinicamente morto. Poi il massaggio cardiaco fa un primo miracolo, e lui riprende a respirare. 14 minuti però sono un’eternità, la possibilità che abbia subìto danni permanenti al cervello è quasi una certezza. Il camionista rimane in coma, e dopo qualche giorno i medici sono certi che non si riprenderà più. Per due volte consigliano ai familiari di firmare per staccare le macchine che lo tengono in vita. Per fortuna non lo fanno, e Bill si risveglia. Non solo, per completare il secondo miracolo, non accusa alcun problema psicofisico, è un po’ intontito ma sta bene.

L’autista in breve torna a casa, ma come spesso accade in questi casi decide di cambiare vita. Si licenzia dal lavoro, prende un anno sabbatico per capire cosa vuol fare, e chiede a Lisa Wells, sua fidanzata da un’eternità, di sposarlo. Qualche giorno dopo per la prima volta nella vita compra un gratta e vinci. E si porta a casa un’automobile da 20.000 euro. La tv di Melbourne decide di fare un servizio per il notiziario sul pingpong fra Bill e madama fortuna. Il regista gli chiede di acquistare un gratta e vinci da grattare durante l’intervista per meglio rievocare la sua emozione al momento della vincita. Così davanti alle telecamere l’ex camionista inizia a grattare, pronto a replicare l’esultanza. Ma invece di dire come previsto “Ho vinto un’auto”, con un’espressione incredula esclama "Ho vinto 250.000 dollari. Davvero! Non sto scherzando”. E’ vero. Il jackpot di quasi 300.000 euro gli piove addosso in diretta, come potete vedere nel video che segue. Coi soldi poi Bill compra la casa in cui vivrà con Lisa. Che è felice sì, ma anche un po’ preoccupata. "Spero tanto – dice - che non abbia usato tutta la sua fortuna". 

 


mercoledì 25 marzo 2020

416 - QUATTRO (E PIU') FUNERALI E UN MATRIMONIO




Sembra impossibile ma…
Questo è il racconto incredibile ma vero e ampiamente documentato del matrimonio più tragico della storia. Giovedì 30 maggio 1867 tutta Torino è in festa per le nozze fra Amedeo di Savoia, figlio cadetto del re Vittorio Emanuele II, e Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna. Lui festeggia anche il ventiduesimo compleanno, lei di anni ne ha 21: una cerimonia da favola per uno dei pochi matrimoni d’amore fra i tanti di interesse celebrati nelle corti europee.

Di prima mattina a palazzo Pozzo della Cisterna la sposa aspetta che la dama di corte incaricata le porti il velo nuziale. La ragazza non arriva. La trovano in una sala vicina appesa a un lampadario. Si è passata una corda attorno al collo e si è impiccata. E una.

Si discute sul da farsi: niente rinvii, si va avanti. Lo sposo e il re che attendono a Palazzo reale (le nozze si celebrano con rito civile: Pio IX aveva scomunicato i Savoia) vengono avvisati dell’inevitabile ritardo. Un reparto di cavalleria in alta uniforme attende da ore sotto il sole per scortare la carrozza della sposa. Il comandante, un anziano colonnello, la vede arrivare, sguaina la spada e cade giù da cavallo: morto sul colpo per una sincope. E due.

Il maggiordomo dei Pozzo della Cisterna, responsabile del buon andamento della cerimonia, non regge alla tensione e pensa bene di spararsi (secondo altri fa harakiri con lo spadino di gala). E tre.

Finalmente i due giovani dicono il fatidico “sì”. E’ tardissimo, il pranzo di nozze a Stupinigi diventa una cena. Il corteo di carrozze parte in tutta fretta da palazzo reale. Per coordinarlo si offre il conte Francesco Verasis di Castiglione (marito separato della celebre contessa). Sale a cavallo e nella concitazione viene disarcionato. Finisce sotto le ruote della carrozza reale e muore. E quattro.

I documenti dell’epoca sono ampiamente censurati, ma memorie e biografie concordano: queste 4 morti sono accertate. Poi si parla di uno dei testimoni colpito da infarto e di un capostazione investito dal treno in partenza per la luna di miele. Ma su questi non vi posso dare certezze. 
 

 




415 - COLPI DI FULMINE




Sembra impossibile ma…
La storia che vi racconto (ringrazio Cettina Negretti che me l’ha segnalata) è vera. Febbraio 1918, Ardenne, Walter Summerford (nella foto), ufficiale inglese di cavalleria, colpito da un fulmine e disarcionato, rimane temporaneamente paralizzato. Trasferitosi in Canada, a Vancouver, sei anni dopo mentre sta pescando un fulmine colpisce l’albero sotto cui è seduto e gli paralizza il lato destro del corpo. Ci vogliono anni per riprendersi, ma nel 1930 mentre passeggia in un parco l’ex ufficiale viene centrato ancora e rimane completamente paralizzato. Nel 1931 muore nel suo letto per cause naturali. Ma 4 anni dopo un fulmine cade nel cimitero dove è sepolto e distrugge una sola tomba: la sua.

Un record? No, c’è chi ha fatto di meglio. Roy Sullivan è un ranger dello Shenandoah National Park in Virginia. Nel 1942 un temporale lo sorprende sulla torre di vedetta sul parco e un fulmine lo colpisce: e uno. Ci rimette l’unghia dell’alluce. Nel luglio 1969 è alla guida di un furgone, la folgore deviata da un albero entra dal finestrino aperto e gli brucia le sopracciglia: e due. L’anno dopo è in giardino, altro flash e spalla ustionata: e tre. Aprile 1972, il fulmine lo raggiunge fin dentro la stazione dei ranger e gli brucia i capelli: e quattro. Agosto 1973, arriva la tempesta e lui fugge col furgone. Quando pensa di essere al sicuro esce dal veicolo e zac, gambe ustionate e capelli (ricresciuti) in fiamme: e cinque. Giugno 1976, nuovo tentativo di fuga dalla tempesta, tutto inutile, la scarica elettrica lo raggiunge alla caviglia: e sei. Giugno 1977, Sullivan, forse rassegnato, non fugge più. Inizia a piovere e lui resta tranquillo a pescare. La folgore lo centra con precisione chirurgica: serie ustioni allo stomaco e al torace. E sono sette. Il tutto certificato dai medici e confermato dai responsabili del parco.

Mi viene in mente l’episodio narrato da Woody Allen in Radio Days: Kirby Kile, giocatore di baseball, anno dopo anno perde una gamba, un braccio, la vista e, infine, muore, ma non smette di giocare a baseball. Solo che quella era una fantasiosa iperbole, queste sono storie realmente accadute.
Guarda nei video due spettacolari compilation di fulmini caduti molto vicino alle persone.
 

 


414 - IL SOPRAVVISSUTO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Per alcuni è la storia dell’uomo più sfortunato del mondo, per altri del più fortunato. Tsutomu Yamaguchi, ingegnere giapponese, è l’unica persona su questo pianeta ad essere sopravvissuto a due bombe atomiche.

6 agosto 1945, Yamaguchi, trentenne progettista di petroliere dei cantieri navali Mitsubishi di Nagasaki, è in trasferta da qualche giorno ai cantieri navali di Hiroshima, ma sta per tornare a casa. Alle 8,15 del mattino scende dal tram di fronte alla stazione dei treni. All’improvviso una luce accecante, ed è la fine del mondo. A meno di tre chilometri di distanza, sul centro della città, è esplosa la prima bomba atomica della storia dell’umanità.

L’esplosione scaglia a terra Yamaguchi. All’inizio è cieco poi piano piano ricomincia a vedere. E quello che vede è l’inferno, ottantamila persone carbonizzate, il 90% degli edifici rasi al suolo. Lui sente un gran dolore, ha gravi ustioni sulla metà superiore sinistra del corpo, non ha più i capelli, e non sente niente: i timpani sono distrutti. Trova dei bendaggi, in qualche modo si fascia le ferite, poi va a nascondersi in un rifugio antiaereo. La mattina dopo riprende la via di casa. Nagasaki è a 420 chilometri. Tenta di raggiungerla con mezzi di fortuna, con la forza della disperazione.

9 agosto 1945. Yamaguchi ce l’ha fatta. E’ negli uffici del cantiere, racconta ai colleghi increduli ciò che gli è capitato. Sono le 11,02 del mattino. All’improvviso una luce accecante, ed è la fine del mondo. A meno di tre chilometri di distanza, sul centro di Nagasaki, è esplosa la seconda bomba atomica della storia dell’umanità.

L’ingegner Yamaguchi sopravvive anche a questa. Negli anni successivi decine di migliaia di sopravvissuti muoiono di cancro per le radiazioni. Lui è in buona salute, a parte la sordità. A 80 anni scriverà un’autobiografia. Morirà nel 2010, alla bella età di 94 anni.


martedì 3 marzo 2020

363 - L'INAFFONDABILE INFERMIERA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Una storia dove fortuna e sfortuna giocano a scacchi, e alla fine, a pensarci bene, non si sa chi vince. Violet Jessop nasce a Bahia Blanca in Argentina nel 1887. Da bambina si ammala di tubercolosi, i medici la danno per morta ma contro ogni previsione si salva. Muore invece il padre, e leicon la madre e 5 fratelli più piccoli è costretta a tornare in Inghilterra. Nel 1908, trova lavoro come cameriera sulle navi della White Star Line. Fino a qui una storia-feullieton come tante altre a cavallo dei due secoli. Ma il destino sta per calare un tris.

1911, Violet è cameriera a bordo dell’Olympic, transatlantico inglese fiore all’occhiello della White Star Line insieme alle due gemelle, il Titanic e il Britannic. Il 20 settembre 1911, partita dopo un pesante ritardo, la Olympic viene speronata a dritta dal vecchio incrociatore Hawke della Royal Navy. Nella poppa si apre un ampio squarcio. Per fortuna l’incidente avviene nello stretto del Solent, i passeggeri e l’equipaggio vengono tutti salvati.

1912, la cameriera viene assegnata al Titanic. Lei non gradisce la destinazione, le rotte nel nord Atlantico tempestoso la preoccupano, e poi è ancora spaventata dall’incidente sull’Olympic. Teme però il licenziamento, e amici e familiari la consigliano e la tranquillizzano. Così alle 6 del mattino del 10 aprile scende da una carrozza sul molo di Southampton e si imbarca sul Titanic. Che 5 giorni dopo si schianta su un iceberg e fa naufragio. Muoiono 1518 fra passeggeri e personale di bordo, si salvano in 705. Violet è fra questi.

1916, la ragazza, sconvolta si è rifatta una vita. Ha un nuovo lavoro: infermiera. Nel 1914 è scoppiata la grande guerra. Il Britannic, l’altro gemello del Titanic, è stato riconvertito in nave-ospedale. E indovinate dove viene destinata Violet Jessop? C’è la guerra, non si può stare a discutere. Così il 21 novembre lei è a bordo quando alle 8,16 la nave urta una mina navale tedesca nel mar Egeo, e affonda in 55 minuti. I morti qui sono 30, Violet è fra i superstiti. Morirà a Great Ashfield, ben lontano dal mare, nel 1971.

giovedì 27 febbraio 2020

348 - L'INTOCCABILE




Sembra impossibile ma...
La morte della regina consorte del Siam Sunanda Kumariratana, scomparsa nel 1880 con la figlia di 2 anni e il figlio che portava in grembo, e una delle più incredibili e assurde che la storia ricordi.

Sunanda, figlia del re Mongkut, nasce nel 1860 a Bangkok, capitale dell'attuale Thailandia. A 15 anni, come è tradizione, sposa il fratellastro Chulalongkorn, che nel frattempo è salito al trono; del resto il re ha già 4 mogli, tutte sue sorellastre. Ma quella con Sunanda sembra sia una vera storia d'amore, tanto che in breve diventa la sua preferita e consorte ufficiale, e quando nasce una figlia, la principessa Kannabhorn Bejaratana, viene proclamata una settimana di festeggiamenti, cosa assai inconsueta all'epoca per la nascita di una femmina di stirpe reale. Chulalongkorn, sulle orme del padre, è un sovrano illuminato che porta avanti l’opera di modernizzazione del Paese. Le sue riforme non comprendono però l'abolizione di un'antica legge, che sarà fatale all'amata moglie.

Il 31 maggio 1880 la regina, che non ha ancora 20 anni, si trasferisce al Bang Pa-In Royal Palace, il Palazzo d'Estate, con la figlioletta di 2 anni. A scortarle c'è un nutrito gruppo di guardie e domestici, mentre la gente del popolo si inchina davanti al passaggio del corteo reale. Per raggiungere il palazzo, bisogna attraversare il fiume Chao Phraya; l’etichetta di corte prevede che nessuno possa stare sulla barca insieme alla regina, e madre e figlia salgono quindi da sole su una piccola imbarcazione trainata da una più grande. A metà del guado la barca reale finisce in una corrente che la fa capovolgere. Sunanda, che come detto è incinta, non sa nuotare, cerca di afferrare la bambina, le due lanciano disperate grida d'aiuto e passano parecchi secondi prima che i presenti, decine di persone sulla barca grande e sulle rive del fiume, le vedano sparire sott'acqua. Ma nessuno muove un dito.

La tragedia si compie sotto gli occhi di una folla di testimoni immobili e silenziosi. Il capo delle guardie osserva muto la scena, pare anche che fermi chi accenna a prendere iniziative. Il fatto è che la legge prevede la pena di morte per chiunque tocchi un membro della famiglia reale. Senza eccezioni. Il re, distrutto dalla notizia, punisce (non si sa se con la pena di morte) il capo della scorta, che si è attenuto con troppo zelo alle sue leggi, e ordina i funerali più elaborati e costosi mai vista in Siam. I corpi delle vittime, imbalsamati e posti su troni d’oro, vengono bruciati quasi un anno più tardi, le cerimonie funebri durano 12 giorni. Il monumento eretto per commemorare la regina potete vederlo ancora oggi in quel Bang Pa-In Palace dove Sunanda non è mai arrivata.

mercoledì 19 febbraio 2020

331 - GEMELLI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. E’ molto nota, ma vale la pena di raccontarla, perché sul versante coincidenze incredibili non ha rivali. I protagonisti sono stati oggetto di studio da parte di varie università americane, e ogni singolo dato è verificato e confermato.

Lima, Ohio, 1979. James Springer, 39 anni, riceve una telefonata da James Lewis, 39 anni. “Sono tuo fratello gemello. Siamo stati separati alla nascita. Finalmente sono riuscito a rintracciarti”. Lewis vive a Piqua, un’oretta di auto lungo la Interstate 75. I due si incontrano, classica carrambata, poi il racconto degli anni trascorsi da quando la madre quindicenne li abbandonò in ospedale e i signori Springer e Lewis, che non si conoscevano fra loro, li adottarono. E decisero di chiamarli entrambe James, abbreviati poi in Jim. Prima coincidenza di una serie infinita. Eccole.

I due Jim hanno entrambi un fratello adottivo di nome Larry; da bambini avevano un cane e lo avevano chiamato Toy; a scuola avevano pagelle identiche. Poi i due si erano sposati, separati e risposati. Le prime mogli si chiamavano Linda, le seconde Betty; e al primo figlio avevano dato lo stesso (doppio) nome: James Allen. Stesso modello di auto, una Chevrolet, e in garage una piccola officina e una falegnameria per l’hobby del bricolage. Come lavoro, erano stati vice-sceriffi in contee differenti, e prima in un McDonald's e in una stazione di rifornimento. Amanti del mare, in vacanza andavano a St. Petersburg, in Florida, a 1600 chilometri di distanza, in spiagge distanti tre isolati l'una dall'altra. Sul versante salute, cartelle cliniche identiche: emicrania, insonnia, emorroidi e piccoli disturbi cardiaci. I vizi? Accaniti fumatori, stessa marca di sigarette, stessa marca di birra e stesso vizio di rosicchiarsi le unghie. Oggi i due fratelli hanno 80 anni e vivono ancora in Ohio.
 
Nel link che segue, per i più razionali, un’analisi della vicenda fatta dal Cicap (Comitato di controllo delle affermazioni sul paranormale). 

mercoledì 5 febbraio 2020

299 - L'UOMO CHE GIOCA A SCACCHI CON LA MORTE




Sembra impossibile ma...
Il croato Frane Selak è l'uomo più fortunato del mondo. Anzi, no, è il più sfortunato. Facciamo così, vi racconto la sua storia (ringrazio Serena Collaveri per la segnalazione) e decidete voi. Tutti i fatti, per quanto incredibili, sono realmente avvenuti e documentati.

Selak, insegnante di musica oggi in pensione nasce nel 1929. Nel gennaio del 1962 è in viaggio in treno da Sarajevo a Dubrovnik, la giornata è freddissima, piove a dirotto; nel bel mezzo di un canyon il convoglio deraglia, i vagoni finiscono in un lago ghiacciato. Una tragedia che fa 17 vittime; lui finisce nell'acqua gelida, nuota per un po' poi sviene, qualcuno lo porta in salvo. Se la cava con un braccio rotto e un principio di congelamento. Basta treno, meglio l'aereo: nel 1963 vi sale per la prima e l'ultima volta. Il volo da Zagabria a Fiume precipita, le vittime stavolta sono 19. Frane viene catapultato fuori da un portello malfunzionante durante la caduta, finisce su un pagliaio privo di conoscenza; si sveglia in ospedale praticamente illeso. Anno 1966, ancora in viaggio, stavolta a bordo di un bus. Che esce di strada e precipita in un fiume. Muoiono 4 passeggeri, Selak raggiunge la riva coperto di tagli e contusioni ma senza gravi danni. Nel 1970 prova con l'auto, ma non gli va meglio: la vettura prende fuoco mentre lui sta guidando in autostrada, lui si ferma, esce di corsa giusto in tempo prima che il serbatoio esploda. Nel 1973 è su un'altra auto che prende fuoco: stavolta è ferma a un distributore di benzina, il carburante finisce per sbaglio sul motore caldo e il fuoco attraverso le prese d'aria invade l'abitacolo. Le fiamme gli bruciano capelli e barba, poi vengono spente. 18 anni dopo, quando pensa che il peggio sia passato, un autobus cittadino lo investe in pieno centro a Zagabria e lo manda all'ospedale: robetta, per lui. Ma il top è nel 1996: un camion delle Nazioni Unite invade la sua corsia su una strada di montagna e la sua Skoda vola giù per 90 metri in un burrone ed esplode; l'uomo, che non ha la cintura di sicurezza (che se ne fa?), viene espulso fuori dall'auto e resta miracolosamente aggrappato ad un albero, e viene salvato.

Infine, il risarcimento: nel 2003 dopo tante disgrazie Frane Selak è il fortunato vincitore della lotteria croata: porta a casa 800.000 euro, si risposa (per la quinta volta), compra due barche e una casa di lusso. Poi nel 2010 cambia vita, rivende tutto e dona i soldi agli amici (“Quelli che mi sono rimasti – spiega – i più hanno smesso di vedermi dicendo che ho un cattivo karma"). Da allora conduce una vita umile: “Tutto ciò di cui ho bisogno - spiega - è la mia Katarina. Il denaro non cambia niente nella vita, e io ho capito che la mia, così com'è, è incantata e benedetta". 
 
 

 
 

 

domenica 19 gennaio 2020

274 - VEDI OMAR QUANTO E' BELLO




Sembra impossibile ma...
In Arabia Saudita tre uomini sono stati espulsi dal Paese perchè “troppo belli” e pericolosi per le donne che “potrebbero non riuscire a controllarsi”. Soltanto di uno di loro si è saputo il nome: Omar Borkan Al Gala. E per lui è stato come vincere la lotteria.

Omar (“Vedi Omàr quant'è bello... direbbe Totò”) nasce a Baghdad nel 1989. Cresce però a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove studia all'Istituto Internazionale di Gestione Alberghiera; nel frattempo avvia una carriera prima come modello, poi come attore, e diventa anche un buon fotografo. Nel 2013 insieme ad altri due modelli partecipa al Jandriyah Cultural Festival di Riyadh lavorando per uno stand di promozione. Un gruppo di ragazze lo riconoscono come il protagonista di una campagna pubblicitaria, si avvicinano e chiedono autografi a lui e agli altri due modelli; la folla intorno al trio cresce, “ci sono delle star del cinema”, e le ragazze si improvvisano groupies, acclamandoli a gran voce. Per pochi minuti però, perché subito interviene la polizia religiosa. “Ci hanno chiesto chi eravamo, ci hanno detto che quanto accaduto non gli era piaciuto, e ci hanno chiesto educatamente di lasciare il festival” racconta Omar. Subito dopo scatta la loro espulsione e il loro rientro forzato a Dubai. La notizia viene pubblicata in prima pagina dal quotidiano arabo Elaph, e un ufficiale di polizia spiega: “Erano troppo belli, e i membri della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione dei vizi temevano che le donne si innamorassero di loro".

Più tardi, su richiesta Saudita una delegazione degli Emirati Arabi Uniti dichiarerà che ai tre modelli non è mai stato chiesto di lasciare il Paese ma solo il festival, e che la misura non aveva nulla a che fare con l'essere "troppo belli" ma contestava più genericamente la presenza femminile nel loro stand, visto che non è usanza del Paese che le donne interagiscano con uomini che non facciano parte della loro famiglia. In più Omar avrebbe eseguito danze "indecenti" durante l'evento. Una citazione speciale che gli è valsa immediata fama internazionale, foto virali sui social, interviste tv, copertine di riviste per "l'arabo più bello del mondo" e oltre un milione di follower su Facebook. Ne è seguito un tour in Messico e in America Latina, prima del ritorno in Dubai. Poi il matrimonio nel 2015 con Yasmin Oweidah, bella figlia di un miliardario, dalla quale ha avuto un figlio, e il trasferimento a Vancouver dove oggi vive e lavora. Omar Al Gala ringrazia di cuore le autorità Saudite.
Guarda i video con un'intervista a Omar in Messico e un recente servizio sul suo lussuoso stile di vita.





giovedì 16 gennaio 2020

265 - IL LIBRO DI ANTHONY




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. E anche quella che segue. Solo che sono basate su coincidenze così strane da sfiorare l’incredibile. Tutte e due poi sono accadute a personaggi famosi, e hanno come protagonista un libro.

La prima storia. 1972. Anthony Hopkins, grande attore britannico (sì, proprio lui, Hannibal Lecter) si prepara a girare il film “The girl from Petrovka” tratto da un romanzo di George Feifer. Dopo aver cercato inutilmente una copia del libro nelle fornitissime librerie di Charing Cross Road, l’attore, scoraggiato, sta per prendere il treno nell’omonima stazione, quando vede su una panchina un libro abbandonato. Sim-Sala-Bim, è proprio “The girl from Petrovka”, una copia un po’ sgualcita e piena di annotazioni a penna.

E non finisce qui. Vienna. Un anno dopo. Hopkins sta girando “The girl from Petrovka”. Sul set arriva anche l’autore del libro. I due fanno conoscenza, l’attore dice che in Inghilterra il libro è quasi introvabile, lo scrittore conferma: “Pensi che io non ne ho neanche una copia. L’ultima, con le mie annotazioni, la prestai ad un amico, che la perse in giro per Londra”. Hopkins sente un brivido lungo la schiena. Prende la sua copia e la mostra a Feifer: è lo stesso libro.

La seconda storia. Siamo a Parigi nel 1920. La scrittrice americana Anne Parish è in vacanza col marito. I due passeggiano fra le baracchine stracolme di vecchi libri sui quay del lungoSenna. La scrittrice indica un volume per bambini “Jack Frost e altre storie”. “Quello era il mio libro preferito, da bambina l’ho letto e riletto”. Il marito sorride, prende il libro, lo sfoglia. Avete già capito come va a finire. Sul risvolto della copertina c’è una scritta a penna “Anne Parish, 209 N. Weber Street, Colorado Springs”. Quel libro ci aveva messo 25 anni e ottomila chilometri per arrivare lì.
 
 

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...