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giovedì 7 agosto 2025

801 - LA FAVOLA DEL VECCHIO SUL RISCIO'


 

C’era una volta un vecchio tiratore di risciò. Che ne dite, può essere un buon inizio per una favola fuori dal tempo?

Diciamo che il vecchio si chiama Bai Fangli, vive in Cina, ed è arrivato a 74 anni lottando contro la miseria in sella al suo risciò, una pedalata dopo l'altra. Sono tanti 60 anni e più a tirare il carrozzino faticando come un mulo, e lui decide di ritirarsi.

Il suo sogno è tornare al villaggio di origine. E riposarsi. Cercherà di campare alla meno peggio con la piccolissima somma, 5000 yuan, meno di mille euro, che si è messo da parte. Così sale sul suo risciò e pedala verso casa, nella provincia dell’Hebei.

Lungo la strada però vede tanti bambini lavorare nei campi sotto il sole, bambini che invece di sfogliare libri e matite impugnano zappe. E lì Bai capisce che il riposo può aspettare. Così torna a Tianjin, la città dove ha sempre tirato il suo pedicab, e si rimette a pedalare.

La schiena è curva ma la volontà è dritta. Vive in una baracca accanto alla ferrovia, dorme poche ore, si nutre di riso e verdure, indossa abiti smessi. Ma ogni yuan guadagnato lo mette da parte.

Per 18 lunghi anni che l'età rende ancora più lunghi non smette mai. Nemmeno quando le gambe tremano. Nemmeno quando il fiato si spezza. Smette solo quando le gambe non lo portano più. Ha quasi novant’anni ed è piegato dalla fatica e dalla vecchiaia. Allora scende dal risciò, consegna l’ultima donazione alla scuola Yaohua e dice agli studenti: “Non posso più lavorare. Mi dispiace.”

Già, perché i soldi che ha guadagnato Bai li ha portati tutti lì. Prima i 5000 yuan della sua “pensione”, poi tutto ciò che ha guadagnato in quei 18 anni, fino all'ultimo centesimo. In tutto 350.000 yuan, più di 50.000 euro, che hanno permesso di studiare a più di 300 studenti poveri.

Ora ve lo posso dire: questa non è una favola. E' una storia vera, straordinaria ma vera. Nel 2005 Bai muore in un ospedale di Tianjin. Lo porta via un cancro ai polmoni. Ha 92 anni e neanche un centesimo.

Lo chiameranno “il nonno dei sogni”. Ma i sogni svaniscono. Quello che resta è la realtà di un uomo che pur non avendo niente, è riuscito comunque a dare tanto. Una pedalata dopo l'altra.



lunedì 16 giugno 2025

770 - IL BAMBINO POCO INTELLIGENTE

 


Chi è quel bambino così sporco?”. “E' un immigrato, è arrivato da poco, sembra anche più sporco perché è scuro di pelle. Comunque non capisce niente, è poco intelligente”.

Boston, anno 1895 Lo dicono tutti, a scuola. Lo dice la maestra, con quel suo sorriso compassato che nasconde fastidio. Lo dicono i compagni, ogni volta che lo vedono arrivare con i pantaloni rattoppati e la camicia troppo grande.

Lui ha 12 anni e ha appena attraversato un oceano. Arriva da un villaggio di montagna, in Libano, dove la neve cade fitta d’inverno e l’estate odora di resina. Suo padre è finito in prigione per debiti, e sua madre ha venduto tutto per comprare cinque biglietti di terza classe per l’America, per lei e per i suoi quattro figli. Sognava la “terra delle opportunità”. Invece ha trovato muffa, sudore, freddo. E quella lingua: un vetro opaco fra loro e il mondo.

Lo hanno messo in una classe speciale per “immigrati”, un modo come un altro per dire: lasciamoli da parte. E lui si rinchiude in se stesso, Disegna. Appena può, prende una matita e traccia occhi, volti, ali. Cerca i colori anche in mezzo alla polvere.

A 15 anni torna in Libano, studia al Collège de la Sagesse a Beirut, dove affina il suo arabo, impara il francese, fonda una rivista studentesca e viene eletto “poeta del collegio”. Ma il destino due anni dopo lo riporta in America.

Nel 1902 è di nuovo a Boston. Nel giro di pochi mesi muoiono la sorella Sultana, il fratellastro Boutros, poi sua madre, tutti colpiti da tubercolosi. Solo sua sorella Marianna resta accanto a lui, e lo mantiene con il proprio lavoro. Ma la fiammella della speranza non si spegne. "Il dolore è il solco che scava l’anima per far posto alla gioia” scriverà.

E finalmente arrivano anche i giorni belli, e gli incontri giusti: un’insegnante che vede nei suoi schizzi qualcosa di sacro e in lui “un principino mediorientale, un’anima nobile intrappolata in uno stato d’indigenza”; un editore che nota le sue parole. Una donna che ama la sua anima prima della sua grammatica.

E la sua voce si fa chiara, potente eppure dolce come un sussurro. Scrive in arabo, poi in inglese. Scrive di libertà, d’amore, di solitudine, di figli che non sono nostri ma “figli e figlie della sete della vita”. Le sue parole attraversano secoli, guerre, matrimoni, funerali.

E nel 1923 pubblica Il Profeta, destinato a diventare un vangelo laico, letto e recitato da generazioni. Sarà tradotto in più di cento lingue, venderà più di 100 milioni di copie, oggi nelle classifiche del New Yorker è la terza opera poetica più letta della storia, dopo Shakespeare e Lao Tzu.

Già, il ragazzino sporco, quello con la pelle troppo scura per l’America bianca, anglosassone e protestante, quello con la lingua troppo arida per la scuola, quello poco intelligente, si chiama Kahlil Gibran.

Poi la vita fa il suo corso, fama e benessere non riescono a vincere la partita contro la tubercolosi e lo spettro dell'alcolismo. Gibran muore a New York a 48 anni nel 1931. La salma verrà riportata nella sua Bsharri, che non ha mai smesso di amare, e tumulata nel monastero di Mar Sarkis. Sul sepolcro si legge “Io sono vivo come voi, e sto qui accanto a voi. Chiudete gli occhi e guardatevi intorno: mi vedrete davanti a voi.”


giovedì 21 luglio 2022

756 - A COSA SERVONO I SOLDI

 

Sembra impossibile ma...

La storia che vi racconto parla di un Capo di stato che ha fatto scelte molto fuori dagli schemi. C’è qualcosa di profondamente doloroso in un’occasione perduta, qualcosa che ha a che fare col tempo che passa e con il non aver saputo riconoscere una possibile strada verso la felicità. Il tempo è il bene più prezioso, Joseph Roth (e poi al cinema Ermanno Olmi) raccontano mirabilmente il tormento di chi lo getta via sprecando un’occasione dopo l’altra nel libro “La leggenda del santo bevitore”. Pepe Mujica ce lo racconta con la sua vita. Quando ho avuto la fortuna di incontrarlo, qualche anno fa, mi è bastato uno sguardo per capire che I veri Maestri esistono ancora.

Nato a Montevideo 86 anni fa, un passato da guerrigliero ai tempi della dittatura, eletto senatore nel 2005, quattro anni dopo vince le elezioni presidenziali e diventa Presidente della Repubblica dell’Uruguay fino al 2015. Un Capo dello Stato fuori dagli schemi, che presto si fa conoscere in tutto il mondo: per guidare il suo Paese percepisce 260.259 pesos (circa 8.300 euro) al mese. E ne dona il 90% a organizzazioni di solidarietà o direttamente a persone bisognose. Al palazzo presidenziale preferisce la sua piccola fattoria in periferia, dove continua a vivere, e alle auto blu il suo Maggiolino del 1987.

Sobrietà? Sì, ma quello che colpisce è il motivo di questa scelta: Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per sé stessi io lo chiamo libertà”.

lunedì 6 giugno 2022

753 - OLTRE IL BUIO

 


Sembra impossibile ma...

Grazie alla segnalazione di Gianfranco Di Mare vi porto a New York, intorno al 1960. Arthur, un ragazzo cresciuto nei Queens, si iscrive alla Columbia University; il compagno di stanza è uno studente di Buffalo di nome Sandy Greenberg. I due hanno in comune la passione per la musica e quella per la letteratura, così nasce una bella amicizia. In breve diventano inseparabili, quelli che oggi si chiamano “maps”, migliori amici per sempre, e si promettono di essere presenti l'uno per l'altro, qualunque cosa accada.

La promessa viene subito messa alla prova: pochi mesi dopo Sandy si accorge che la sua vista si va rapidamente offuscando. Va da uno specialista, e la diagnosi è terribile: è affetto da un grave glaucoma, presto diventerà completamente cieco. Il giovane è distrutto, cade in depressione, decide di smettere di studiare e di tornare a Buffalo; Arthur cerca inutilmente di dissuaderlo, e quando lo vede partire spera che il tempo lo aiuti ad accettare la sua condizione e di restare in contatto per aiutarlo. Ma Sandy taglia i ponti con tutti gli amici, non risponde a lettere e telefonate, non c'è modo di parlargli. E allora Arthur compra un biglietto di aereo con i pochi dollari che ha, vola a Buffalo e si presenta alla porta di casa senza preavviso. Promette a Sandy che resterà sempre al suo fianco, che vedrà tutto ciò che lui non può più vedere, che sarà i suoi occhi. E lo convince a tentare di nuovo la strada dell'università.

Negli anni successivi nel campus della Columbia University chi vede l'uno vede anche l'altro. Arthur per dimostrare empatia con l'amico si fa chiamare “Darkness”, buio, oscurità. Gli studenti sono abituati a sentirli dialogare, "Sediamoci qui, Darkness ti legge un libro", “Ora basta Darkness, andiamo a mangiare un hamburger”. La vita di Sandy è regolata completamente su quella di Arthur. Anche troppo.

Un giorno i due amici sono in giro per Manhattan, nel bel mezzo dell'affollatissima Grand Central Station, devono prendere il treno per tornare all'università. Arthur dice “Scusa, torno subito”, e lascia Sandy solo in mezzo alla gente. Passano i minuti, e Arthur non torna; Sandy disperato, cerca di muoversi fra la folla, urta le persone, inciampa e cade anche, si fa un taglio alla caviglia. Solo dopo due ore tremende riesce a prendere il treno per il campus. All'uscita della stazione della 114ma strada sente una voce: è Arthur. Si scusa, e gli spiega i motivi della sua “assenza”. In realtà è sempre stato lì, a due metri da lui. Lo ha seguito per tutta la strada di casa, assicurandosi che fosse al sicuro. Ha resistito a fatica a intervenire quando lo ha visto cadere e poi rialzarsi. Ma ora sono lì, e Sandy ce l'ha fatta, da solo.

Sì, quello è il suo regalo più bello: l'indipendenza. Sandy dirà poi: "Quel momento è stato la scintilla che mi ha permesso di vivere una vita completamente diversa, senza paura, senza dubbi. Per questo sono enormemente grato al mio amico". Sandy si è laureato alla Columbia, si è poi specializzato ad Harvard e a Oxford. Ha sposato la sua fidanzata del liceo ed è diventato un imprenditore di grande successo.

Qualche anno dopo Sandy è a Oxford, e riceve una telefonata da Arthur. Questa volta è lui ad avere bisogno di aiuto. Ha formato un duo folk-rock con un suo vecchio compagno di liceo, Paul, e i due hanno un disperato bisogno di soldi: 400 dollari per registrare il loro primo album. Sandy e sua moglie Sue non hanno molti soldi; per l'esattezza sul loro conto in banca hanno solo 404 dollari, e insieme decidono di darli ad Arthur.

Così esce il primo album di Arthur e Paul. Una delle canzoni in breve diventa una hit. E' proprio quella che Arthur ha scritto per Sandy. Racconta la loro storia. Comincia così: “Hello darkness my old friend”, “Ciao Darkness, mio vecchio amico”, il modo in cui Sandy aveva sempre salutato Arthur. Il titolo è The Sound of Silence, una delle canzoni più belle di tutti i tempi, il più grande successo di Simon & Garfunkel, ovvero Paul Simon e Arthur Ira “Art” Garfunkel. Oggi, tanti anni dopo, Arthur e Sandy sono ancora amici. Anzi, “migliori amici per sempre”. 

 


 https://it.wikipedia.org/wiki/Simon_%26_Garfunkel

https://www.amazon.it/Hello-Darkness-Old-Friend-Extraordinary/dp/1642934976 

 

sabato 7 novembre 2020

739 - PROFESSIONE EROE

 


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Me la segnala l'amico Gei Gi, che ringrazio. Il protagonista è un atleta fenomenale, 17 volte campione del mondo di nuoto. La sua vittoria più bella non è però un'impresa sportiva, ma un'incredibile gara contro il tempo nella quale ha letteralmente strappato 20 persone dalle gelide braccia della morte.

Shavarsh Karapetyan nasce nel 1953 a Vanadzor, in Armenia. A 17 anni è una promessa del nuoto, entra nella squadra nazionale ma dopo pochi mesi viene scartato. Per lui è un duro colpo, ma non si arrende: punta sul nuoto pinnato e inizia subito a frantumare record. Nel giro di 4 anni vince 13 titoli europei, 17 mondiali e stabilisce 11 primati mondiali. Il 16 settembre del 1976 si sta allenando sul lungolago di Yerevan; sta per completare i 20 chilometri quotidiani di jogging quando accade l'incidente: un autobus esce di strada e precipita nel lago dal muro di una diga. E' lo stesso Shavarsh a raccontare ciò che accade dopo.

Eravamo a 25 metri di distanza, polvere e nebbia oscuravano l'aria. Con mio fratello Kamo ci siamo precipitati in acqua, in poche bracciate ho raggiunto il punto in cui avevo visto affondare il pullman. Era a una profondità di 10 metri, ma la visibilità era pressoché nulla a causa del fango che saliva dal fondo. Ho detto a Kamo di restare in superficie, mi sono immerso, ho rotto il finestrino posteriore con le gambe. Conoscevo i miei limiti, quanto potevo trattenere il respiro, e sapevo quanto tempo sopravvivono le persone prima di annegare. Sapevo anche di non poter aiutare tutti, e che ogni istante poteva significare una vita”.

Così il nuotatore inizia un drammatico viavai: scende a 10 metri, tira fuori un passeggero, risale, lo affida al fratello, prende fiato e torna giù. I membri di una squadra di canottaggio portano le persone salvate a riva. “Nel pullman non vedevo niente: il momento peggiore è stato quando sono riemerso e invece di un uomo mi sono trovato fra le braccia un sedile dell'autobus in pelle: un errore che costava una vita, e un incubo che mi avrebbe tormentato negli anni successivi. Sono andato avanti finché mi sono reso conto che non aveva più senso: tutti i passeggeri rimasti a bordo erano morti. Ero esausto, non ce la facevo a raggiungere la riva, mi ha aiutato mio fratello”. Dei 92 passeggeri sul pullman 46 sono morti e 46 si sono salvati. Di questi, 20 li ha tirati fuori, uno per uno, Shavarsh.

Che viene portato in ospedale. Ci resterà 45 giorni: i più di 20 minuti passati nell'acqua gelida gli causano una polmonite bilaterale, ci sono poi le numerose ferite per i frammenti di vetro, e una grave infezione del sangue provocata dalle acque inquinate. Quando esce, torna ad allenarsi, ma il suo fisico non è più lo stesso. Prima di ritirarsi però vuole un'ultima vittoria. Seguono mesi durissimi, in cui non fa che nuotare; e nel 1978 vince dopo un'incredibile rimonta la Coppa dell'URSS. “Ce l'avevo fatta, ma era giunto il momento per me di lasciare lo sport, il mio corpo non ne poteva più".

Così si trova un lavoro in una fabbrica. Fra l'altro nessuno sa niente del suo atto eroico: le autorità sovietiche hanno fatto cadere il silenzio sulla tragedia, solo i parenti delle vittime e i testimoni oculari sanno che è avvenuta, e tutte le foto, secretate, sono conservate dal procuratore distrettuale. Saranno pubblicate solo nel 1982, quando finalmente un articolo racconterà l'impresa. Nei mesi successivi l'eroe riceverà 70.000 lettere, e una dopo l'altra le persone salvate busseranno alla sua porta per ringraziarlo. In seguito riceverà la Medaglia al Coraggio, il Distintivo d'Onore e il premio "Fair Play" dell'Unesco. Shavarsh oggi ha 67 anni, vive a Mosca dove ha fondato un'azienda di scarpe (la "Second Breath"), è sposato con Nelly Sahakyan, un'economista, e i due hanno tre figli: Lusine, Zaruhi e Tigran, che è una promessa del nuoto.

Ah dimenticavo: torniamo al 1985, a Yerevan. Il 19 febbraio la Soviet Armenian Sports Hall prende fuoco. Indovinate chi passa da quelle parti? Shavarsh, che, afferrata una manichetta antincendio, si getta fra le fiamme e inizia a tirar fuori persone una dopo l'altra finché, soffocato dal fumo, sviene. Lo soccorrono i vigili del fuoco, semiasfissiato e con gravi ustioni. Seguono diversi mesi di ospedale. “Lo so, ho corso un grosso rischio, ma non potevo stare a guardare. Senza amore per gli altri, la vita non ha senso”.

 


 


 


 

giovedì 14 maggio 2020

502 - PALAM, L'ULTIMO SAN FRANCESCO




Sembra impossibile ma…
Un bibliotecario indiano per tutta la vita ha donato l’intero stipendio agli orfanotrofi, e anche oggi che è in pensione gira direttamente ai poveri tutti i soldi che percepisce.

Palam Kalyanasundaram è un anziano signore che vive da solo in una piccolissima casa di Saidapet, vicino a Chennai nel sud dell’India. Esile, in apparenza fragile, accoglie chi lo va a trovare con un sorriso; la natura gli ha dato una voce acutissima, un falsetto che al primo impatto suona anche ridicolo. Da ragazzo lo deridevano in tanti, ma lui ha messo in pratica ciò che gli è stato insegnato quando era ancora un bambino: “Fa in modo che la gente ascolti ciò che dici, non la tua voce”.

Palam nasce in un paesino del Tamil Nadu, perde il padre quando è ancora un bambino e cresce con la madre, che gli insegna la gioia profonda che può dare il servire i poveri. Con un master in letteratura e storia diventa bibliotecario al Kumarkurupara Arts, ma ogni giorno che passa scopre che la sua vera vocazione è dedicare la vita ai bisognosi. Dopo aver donato tutto ciò che gli appartiene (casa, mobili, abiti, gioielli), dorme in strada e nelle stazioni ferroviarie per sperimentare cosa significa non avere niente. Il che non lo distoglie dal proseguire, e bene, il suo lavoro di bibliotecario (tanto da essere proclamato per un anno il migliore di tutta l’India).

Per non distogliersi dai suoi ideali non si sposa. Dopo 35 anni va in pensione: in tutto questo tempo ha lavorato sodo per guadagnare più soldi da donare ai bambini e ai bisognosi. Già, perché mese dopo mese Palam non ha tenuto per se una singola rupia del suo stipendio; una vita semplice, senza concedersi niente, con i due pasti al giorno ottenuti lavorando anche come cameriere in un hotel.

Poi la sua storia finisce sui giornali e fa il giro del pianeta. Riceve premi prestigiosi, l’Onu lo cita fra i personaggi straordinari del XX secolo, Cambridge lo onora come “Uomo fra i più nobili al mondo”, viene nominato “Man of the millennium”; lui continua la solita vita, devolve tutti i premi in denaro agli orfani, insieme a tutta la sua pensione mensile. E la gente non ride più per la sua voce, ascolta le sue parole semplici e gentili ma convinte: “Sono assolutamente certo che se anche una sola persona farà la sua parte per il bene sociale, il mondo non potrà che essere migliore”.
 
 

 




501 - IL MULINO DELLE MERAVIGLIE



Sembra impossibile ma…
Alle porte di Parigi c’è un luogo magico che sembra uscito dalla fantasia di un Lewis Carroll. Se davvero cercate il paese delle meraviglie, dimenticate Disneyland, e regalatevi un’esperienza onirica e intrisa di poesia al Moulin Jaune di Crécy-la-Chapelle.

E’ in questo paese a 47 chilometri dalla capitale francese che nel 2001 è arrivato Slava Polunin, uno dei più grandi clown e mimi del mondo. Nato nell’attuale San Pietroburgo nel 1950, Slava, grande ammiratore di Charlie Chaplin, dopo aver studiato all'Istituto di Cultura Sovietica ha iniziato nel 1968 un’intensa attività teatrale. I suoi spettacoli “Slava's Snowshow” e “Diabolo” hanno ottenuto successo internazionale e sono considerati capolavori del genere. Dopo aver girato il mondo col suo Teatro Nomade, ha investito tutti i suoi guadagni per acquistare un vecchio mulino del 1802 abbandonato da 20 anni e l’area verde che lo circonda. Qui ha messo radici con la sua compagnia. E qui ha dato vita all’Accademia dei folli. Obiettivo, creare un luogo dove ospitare artisti, artigiani, collaboratori, fare spettacoli, atelier, eventi artistici, accogliere visitatori: non un parco giochi, ma un luogo dove celebrare la fantasia, le cose semplici della vita, la creatività.

Il mulino giallo è il cuore di un universo in continuo divenire, dove strani personaggi si muovono nei vari giardini, ognuno dominato da un colore. Scene che evocano sogni e ricordi d’infanzia, immagini surreali: l’albero dei libri e la foresta delle sedie, il teschio gigante con le ruote e il pianoforte alato, il tempio buddhista e la roulotte della zingara, la barca a mezzaluna e i giganti del bosco, l’uovo abitato da galline, il fiume che scorre al contrario, e altre 100 visioni. Il mulino è aperto alle visite guidate (spesso dallo stesso Slava) solo pochi giorni l’anno, con biglietti economici ma limitati. E’ possibile però partecipare a diversi eventi e iniziative stagionali.

"Perché il Moulin Jaune? – dice Slava _ Amo la vita, amo le persone, specie quelle creative. Sono innamorato della creatività: non importa se sei un calzolaio, un cuoco, una sarta o un clown, per me, il semplice atto di creare qualcosa che prima non esisteva nel mondo, ti permette di realizzare il tuo destino”. Se volete saperne di più, seguite il link per il sito, e per un assaggio della magia del Moulin Jaune, guardate la breve clip. 


 

domenica 19 aprile 2020

456 - TUTTI I FIGLI DI MARION




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Marion van Binsbergen nasce nel 1920 ad Amsterdam, il padre Jacob è un giudice liberale che la educa alla tolleranza e all’antirazzismo negli anni in cui l’ombra del nazismo si allunga sull’Europa. Nel maggio 1940 i tedeschi occupano i Paesi Bassi; pochi mesi dopo la ragazza viene arrestata per aver violato il coprifuoco con degli amici. Alcuni di questi a sua insaputa avevano trascritto messaggi della BBC. Torturata a lungo, Marion resta in carcere per 7 mesi. Nella primavera del 1942 la donna è testimone di una violenta retata di bambini ebrei. “Rimasi scioccata e in lacrime - scriverà - e capii che il mio impegno per salvarli era più importante di qualsiasi altra cosa potessi fare”.

Così inizia a collaborare con la Resistenza olandese. Porta cibo e vestiti a chi si nasconde dai nazisti, falsifica documenti e tessere per le razioni e li fornisce ai fuggitivi insieme a beni di prima necessità. Ma la sua specialità è quella che in gergo chiamano la "missione della disgrazia": si ​​dichiara falsamente madre non sposata di un bambino per nasconderne l'identità ebraica, e lo registra come figlio proprio, nascondendolo poi in case di non ebrei. Un trucco che ripeterà decine di volte. Alla fine saranno più di 150 gli ebrei salvati direttamente da Marion, la maggior parte bambini.

Per tre anni poi nasconde la famiglia di Fred Polak, famoso filosofo di religione ebraica, negli alloggi del personale della villa di un amico a Huizen. I Polak nel tempo si erano allenati a scivolare sotto le assi del pavimento in 17 secondi, e per impedire al bambino di piangere gli davano dei sonniferi. Nel 1944 l’ennesima ispezione dei nazisti guidati da un olandese non dà risultati; quest’ultimo però è solito tornare mezz’ora dopo nei luoghi visitati. Anche quella volta, come spesso accadeva, i rifugiati sono usciti dai nascondigli. A Marion non rimane che sparare al collaborazionista. Il suo cadavere, nascosto in una bara che conteneva già un’altra salma, non sarà mai scoperto, e l’intera famiglia Polak si salverà.

Finita la guerra, Marion lavora nei campi per sfollati dell’Onu, poi si sposa con l’americano Tony Pritchard e si trasferìsce nello stato di New York, dove si laurea ed esercita la professione di psicoanalista e assistente sociale per bambini. Nel 1981 riceve l’onorificenza di “Giusto tra le nazioni”. Muore l’11 dicembre 2016 a 96 anni.
Guarda i video con la storia di Marion e la sua testimonianza integrale per l'Archivio della Shoah.




giovedì 19 marzo 2020

396 - UN SOGNO AFRICANO




Sembra impossibile ma...
Nel cuore dell’africa c’è un piccolo mondo che sembra uscito dalla fantasia di un John Lennon. “Imagine there's no countries - it isn't hard to do - nothing to kill or die for - and no religion, too...”. Si chiama Awra Amba, ci vivono 514 persone. E' piccolo. Ma c'è.

L'ha inventato Zumra Nuru. A sentire lui, la sua “Imagine” ha cominciato a costruirla quando non aveva neanche 4 anni. Gli altri bimbi giocavano fra le pozzanghere davanti casa, e lui parlava di pace e di fratellanza, coi familiari che alzavano sconsolati gli occhi al cielo, “questo è scemo”. Almeno, così la racconta lui.

Non so se è tutto vero, se Zumra Nuru a 4 anni aveva già iniziato a sognare e a farsi dire “questo è scemo”. Quello che è certo è che lui poi il suo sogno l’ha realizzato, lo puoi vedere coi tuoi occhi imboccando la statale B22 verso il lago Tana, nel nord dell'Etiopia, e deviando a sinistra quando sei a una settantina di chilometri da Bahar Dar.

Appena imbocchi lo sterrato vedi che qualcosa nel paesaggio cambia: è tutto un po' più ordinato, un po' più pulito. Ed ecco Awra Amba, case povere ma dignitose, strade non asfaltate ma niente fango, niente sporcizia.

Zumra Nuru lo trovi che ti aspetta nella piazzetta del villaggio, seduto sotto gli alberi. Ti accoglie a braccia aperte, ti chiama fratello. La prima cosa che ti colpisce è quel buffo copricapo verde pisello. Anzi no, è la seconda: la prima è lo sguardo buono e profondo con cui cerca i tuoi occhi. E quel carisma tranquillo che neanche il buffo copricapo verde riesce a scalfire.

Poi, con un suo collaboratore, ti porta a visitare il villaggio, ogni angolo del villaggio. Non servono molte parole: abitazioni semplici ma ordinate e linde, donne che lavorano ai telai in un capannone luminoso, uomini che seminano i campi, mucche al pascolo, e poi le cucine comuni, un piccolissimo ospedale, la casa degli anziani, la scuola con i bambini. Istruzione, salute, terza età: servizi ai confini della realtà e oltre per gli standard africani. Tutto pulito, tutto ordinato, tutto luminoso.

E' come avere una visione, una Shangri-La che ti appare in un fascio di luce. Perché a pochi, pochissimi chilometri hai appena lasciato l’Africa povera e dannata, brutta sporca e maledetta da Dio, con le sue capanne di legno, di fango e di lamiera arrugginita, con gli sguardi rassegnati di gente di ogni età che passa giornate una uguale all'altra fatte di fame, di miseria, di malattie. Awra Amba è una bolla di sapone nell’acqua sporca.

Una bolla dove vivono 514 persone. I 514 discepoli di Zumra Nuru, quelli che in questi anni hanno deciso di sognare con lui. Che di anni ne aveva 13 quando nel 1960, decise di lasciare la regione dell’Amhara, dove era nato e cresciuto, e dove la gente guardava, quel bimbo così strano e così diverso dagli altri, e scuoteva la testa.

Zumra Nuru cerca gente come lui, gente che condivida le sue idee. Come quella strana idea che da queste parti e da molte parti nel mondo suona come una bestemmia: vivere in pace tutti insieme, cristiani e musulmani, e gente di ogni razza e di ogni religione.

Cinque anni sulle strade polverose dell’Etiopia e nessun risultato, poi il ritorno a casa. Non lo accolgono bene, la gente lo evita, i familiari ormai sono sicuri: è matto. Lui allora riparte, non molla. Finché alla fine, chissà come, un pugno di disperati disposto a seguirlo lo trova. Sognare tutti insieme è più facile: si-può-fare! Zumra Nuru e i suoi discepoli si rimboccano le maniche, e nel 1972 nasce Awra Amba.

La voce si sparge, la gente comincia ad arrivare, uomini, donne, le prime famiglie. Ma quali sono le regole da seguire per vivere ad Awra Amba? Si contano sulle dita di una mano. Eccole:

1 - Tutti gli individui sono fratelli aldilà di qualunque differenza sociale o religiosa

2 - Eguaglianza fra uomo e donna

3 - Rispetto dei diritti dei bambini

4 - Sostegno agli anziani e ai più deboli

5 - Lavoro per tutti e cooperazione nel segno della pace e dell’amore.

Detto così sembra facile.

Non lo è per niente. Awra Amba negli anni successivi vivrà momenti difficili, rischierà di essere cancellata. Ti risparmio gli ostacoli, le trappole, le sfide superate per sopravvivere. Che sono tante. Quelle se vuoi te le racconta la gente di Awra Amba se li vai a trovare, ma non ti aspettare rabbia o rancori, te le racconta con calma, con lo sguardo tranquillo di chi ha passato il temporale e ora ha trovato il sereno.

Zumra Nuru mi guarda negli occhi mentre risalgo sul fuoristrada, “ciao fratello”. Lo vedo rimpicciolire nello specchietto retrovisore col suo buffo turbante verde, col suo sguardo buono e profondo, con un sorriso che non è un sorriso, mentre in testa John Lennon mi suona il suo mantra, “You may say i'm a dreamer...”. Già. Tu puoi dire che sono un sognatore. Il mondo può dire che sono solo un sognatore. Ma intanto Awra Amba c’è.


 
 

 




martedì 10 marzo 2020

387 - L'ANGELO DEL SILENZIO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Marcel Mangel nasce nel 1923 a Strasburgo da una famiglia ebrea. L’occupazione nazista lo costringe a rifugiarsi a Limoges quando ha poco più di 16 anni. Il padre, catturato, finirà i suoi giorni a Auschwitz. Lui riesce a fuggire grazie a documenti falsi. Si unisce alla Resistenza con l’FTP (Francs tireurs et partisans). La conoscenza di inglese e tedesco lo rende adatto a missioni importanti, come tenere i collegamenti col generale americano Patton. Ma a salvargli più volte la vita sono le sue capacità istrioniche. Come quando si imbatte in 30 soldati tedeschi e riesce a metterli in fuga usando la mimica per fingere di essere l’avanguardia di truppe francesi; o quando ricercato a Parigi, viene fermato dalla Gestapo nella metropolitana: lui non mostra paura, interpreta il ruolo di un innocente operaio, e viene rilasciato.

Ma il suo capolavoro lo mette in scena nel 1944. In un orfanotrofio alle porte di Parigi centinaia di orfani ebrei stanno per essere avviati ai campi di sterminio. Marcel impersona un capo boy-scout e finge di accompagnare un gruppo numeroso di bambini a una gita in montagna. Affascinato da Charlot e dal cinema muto, inventa una pantomima per tener tranquilli i bambini, e finge che sia tutto un gioco. Non vi ricorda niente? Chissà se il Benigni di “La Vita è bella” conosceva la storia di Mangel. Con questo stratagemma li porta tutti in salvo in Svizzera. Un’impresa che ripeterà ben tre volte.

Finisce la guerra, e Marcel si scopre artista. La sua prima esibizione è nel 1944 davanti a 3000 soldati americani. Poi studia mimo, e nel 1947 nasce Bip, il suo personaggio più noto. In pochi anni diventerà celebre in tutto il mondo, si esibirà nei più importanti teatri, inventerà uno stile inconfondibile di mimo e passi mitici come il “moonwalk”. Il tutto col nome d’arte di Marcel Marceau. Che fino al 2001, quando riceverà la medaglia Raoul Wallenberg, non parlerà dei suo passato eroico. "Chi è tornato dai Campi di sterminio – dirà - non riusciva a parlarne. Mi chiamo Mangel. Sono ebreo. Forse da questo nasce la mia scelta del silenzio”.



386 - QUANDO IL VIRUS TI SALVA LA VITA




Sembra impossibile ma...
Il genio di due uomini ha dato vita a un morbo che ha salvato decine di vite umane; una storia che vale la pena di raccontare in giorni nei quali la parola virus è tornata a essere sinonimo di paura.

Adriano Ossicini nasce a Roma nel 1920; a 17 anni entra come volontario al Fatebenefratelli, l'antico ospedale romano sull'isola Tiberina. Nel 1938 è schedato come sospetto sovversivo; nei mesi successivi svolge attività antifasciste, e nel febbraio 1943 viene arrestato e finisce in carcere dove resta fino a maggio. In attesa di essere spedito al confino, torna all'attività ospedaliera e partecipa in segreto ad azioni partigiane. E' al Fatebenefratelli che conosce Giovanni Borromeo, chirurgo di fama e primario della struttura. Romano del 1898, laureato a 22 anni con 110 e lode e vincitore del concorso da primario a soli 31 anni, Borromeo è un luminare, ma la sua carriera è penalizzata dal rifiuto di prendere la tessera del Partito Fascista. Il primario e il giovane medico lavorano in stretta collaborazione, e il 16 ottobre 1943 realizzano il loro capolavoro.

E' un sabato, e tra le 5.30 e le 14 la Gestapo entra nel ghetto per un rastrellamento che coinvolge 1259 persone: per 1023 di queste c'è l'immediata deportazione ad Auschwitz. Alcuni però, oltre un centinaio, riescono a fuggire e chiedono aiuto al Fatebenefratelli. Borromeo li “ricovera” per direttissima, e con Ossicini e altri medici e frati della struttura studia un piano. Per fortuna i nazisti ritardano e solo a sera arrivano con due camion e circondano l'ospedale. Un alto ufficiale e un medico della Wehrmacht chiedono di controllare tutti i malati. Borromeo li accoglie con un sorriso, parla bene il tedesco e si mette a loro completa disposizione; comincia un’accurata ispezione. Che si ferma di fronte a una camerata chiusa; da dentro si sentono lamenti e colpi di tosse. I medici spiegano che sono i malati del Morbo di K e descrivono nel dettaglio i sintomi della sindrome: effetti devastanti, esito quasi sempre letale e soprattutto contagiosissima. Mostrano le cartelle cliniche (ancora fresche di inchiostro) e invitano l’ufficiale medico e chiunque lo voglia ad entrare. “Nein, danke” è la risposta, va bene così. I tedeschi impressionati se ne vanno. La Sindrome K (il nome lo ha inventato Ossicini, dedicato ai capi nazisti Kesserling e Kappler) ha salvato oltre 100 “malati”: uno dopo l'altro fuggiranno dall'ospedale con falsi documenti procurati dai partigiani.

Ossicini in seguito partecipa attivamente alla lotta partigiana, dopo la Liberazione diventa psichiatra e docente universitario, poi torna alla politica, viene eletto senatore ed è nominato Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale nel governo Dini; muore il 15 febbraio 2019 al Fatebenefratelli. Borromeo all'ospedale sull'isola Tiberina crea una radio clandestina in contatto coi partigiani, e con un gruppo di medici fidati cura in segreto quelli feriti, fino alla Liberazione. Muore il 24 agosto 1961 nel “suo” ospedale dove ha continuato a lavorare; nel 2004 l'Ente israeliano per la Memoria della Shoah lo riconosce “Giusto fra le Nazioni”. L’ospedale Fatebenefratelli riceve invece il titolo di “Casa di Vita”.

giovedì 13 febbraio 2020

322 - L'ANGELO CUSTODE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Siamo a Detroit nel Michigan, è l’autunno del 1937. Joseph Figlock, spazzino comunale (al tempo non esistevano ancora gli operatori ecologici) sta ripulendo come ogni giorno le strade del quartiere che gli è assegnato, quando accade un fatto straordinario. Qualcosa cade dall’alto, lui forse si rende conto di ciò che sta per schiantarsi sul marciapiede e cerca di afferrarlo, oppure viene semplicemente centrato. Le cronache non ci raccontano la dinamica esatta. Fatto sta che i passanti che accorrono subito dopo trovano l’uomo tramortito e, fra le sue braccia, un bambino.

Il piccolo è volato giù da una finestra del quarto piano. Ha qualche escoriazione, ma niente di serio. A Figlock è andata un po’ peggio: ha ferite alla testa e alle spalle, ma anche lui se la caverà con qualche giorno di ospedale.

Autunno 1938. E’ passato un anno, stessa strada del quartiere di Detroit, stesso protagonista, Joseph Figlock, che ha ripreso il suo lavoro. Questa volta le cronache sono più dettagliate: la scena si ripete, lo spazzino si rende conto di ciò che sta per accadere. E’ ancora un bambino quello che sta precipitando giù, si chiama David Thomas e ha due anni, ancora una volta è caduto da una finestra del quarto piano. Lo spazzino si lancia e riesce ad afferrarlo prima che tocchi terra. Il piccolo è illeso, Joseph si farà ancora qualche giorno di ospedale, stavolta per curarsi una caviglia.

La vicenda è raccontata, fra l’altro, su Time Magazine del 17 ottobre 1938. Non date retta a ciò che troverete sul web: il bambino non era lo stesso, e non era caduto dalla stessa finestra. Quella è una leggenda metropolitana costruita dopo, una bufala. Il resto è tutto vero. E non è poco.

venerdì 29 novembre 2019

188 - NOE' CON LA GIACCA DI SUGHERO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di Henry Freeman, e della sua giacca fatta di sughero che ha salvato la sua vita, e indirettamente quella di oltre 300 uomini.

Freeman nasce a Bridlington nello Yorkshire nel 1835. Muratore e fabbricante di mattoni come il padre, con la crisi del commercio si sposta a Whitby, sul mare, e diventa pescatore. Fa amicizia con un gruppo di marinai guardacoste e gli propone la sua collaborazione. E l’adozione di una bizzarra giacca fatta di sughero, di sua ideazione, che dovrebbe salvarli in caso di naufragio. Ma i marinai non ne vogliono sapere, e l’intero paese lo canzona quando lo vede indossare lo strano indumento ogni volta che sale in barca.

La gente ride meno quando il 9 febbraio del 1861 una catastrofica tempesta flagella il litorale di Whitby. Al termine si conteranno i relitti di oltre 200 navi lungo la costa orientale inglese. Alle 8,30 del mattino i lifeboatmen di Whitby sono già in acqua per soccorrere gli equipaggi delle navi in difficoltà, Henry Freeman è con loro. Per ben cinque volte durante la giornata la lancia con 13 uomini a bordo sfida le onde enormi per soccorrere altrettante navi. Il sesto lancio è fatale: la scialuppa si capovolge, 12 marinai muoiono, Freeman sopravvive. Grazie alla sua giubba di salvataggio in sughero. E’ l’unico ad indossarla, tutti gli altri l’hanno rifiutata.

Il suo coraggio e la sua saggezza vengono premiati con una medaglia e con l’ingresso in pianta stabile nei guardacoste. Ci resterà 40 anni salvando oltre 300 vite. Il suo intervento più famoso è quello del gennaio 1881: Il Brig Visitor sta affondando nel mare in tempesta di fronte agli sguardi impotenti della gente di Robin Hood’s Bay, a 6 miglia da Whitby. Parte un SOS disperato ma la scialuppa non può lasciare il porto per il maltempo. Freeman non ci pensa due volte, fa caricare la lancia su un carro trainato da cavalli. Poi l’intero paese spala la neve per liberare la strada e tre ore dopo a Robin Hood’s Bay, arrivano i nostri. Freeman e compagni, tutti bardati con le giubbe di sughero, salvano l’intero equipaggio.

mercoledì 20 novembre 2019

174 - IL MEDICO DEI MIRACOLI




Sembra impossibile ma...
La storia del dottor Jacob Bolotin è una delle più incredibili fra quelle raccontate negli annali della medicina. E soprattutto è una vicenda umana che ha del miracoloso. Credetemi, vale la pena di leggerla fino in fondo.

Bolotin nasce nel 1888 a Chicago, è l'ultimo di 7 fratelli di una famiglia molto povera di immigrati ebrei polacchi. Fin dall’adolescenza il suo sogno è laurearsi in medicina, ma la strada per lui è tutta in salita. Lo aiutano però un'intelligenza finissima e un carattere irriducibile. A 14 anni si diploma, poi fa il venditore porta a porta di pennelli e di macchine da scrivere e con i soldi guadagnati paga le rette all’università. Dove entrare è stato assai difficile. Ma nel corso di studi è fra i migliori, e a 24 anni si laurea con lode. Ora però serve la licenza per esercitare la professione, e per lui è un'altra battaglia durissima. Per mesi lavora come volontario in un centro contro la tubercolosi, ma alla fine non solo non lo assumono, ma neanche lo pagano. Si fa notare durante il praticantato al Frances Willard Hospital: i pazienti lo amano e gli altri medici lo stimano e gli chiedono spesso pareri. Come quando salva una ragazza, già visitata da altri a più riprese: per i colleghi i disturbi che accusa sono di natura psicologica. Lui appoggia l’orecchio al petto della paziente e sente un rumore tipico: è una stenosi mitralica. Uno dei tanti episodi che lo mettono in luce. E alla fine gli valgono la licenza tanto sognata. Jacob apre il suo studio medico: per mesi nessun paziente, ma lui non si scoraggia. Poi un giorno bussa un giornalista del Chicago Tribune: vuole intervistare il “povero cieco” a cui qualcuno ha deciso di affidare la vita dei pazienti.

Sì, avete capito bene, il dottor Jacob Bolotin è cieco dalla nascita, il primo medico al mondo totalmente privo della vista in un'epoca in cui il non vedente è solo un povero invalido, senza alcuno dei sostegni tecnologici e sociali che arriveranno un secolo dopo. Ma Jacob ha tre cose: una famiglia forte e amorevole, un intelletto superbo, una perseveranza rara. Fin da ragazzino è uno studente eccellente, con sensibilità straordinariamente accentuate: legge il neonato Braille attraverso tre fazzoletti e riconosce chiunque dall'odore. Per poter lavorare si inventa tecniche per muoversi nel traffico di Chicago, ed è il migliore fra i venditori di macchine da scrivere: è il migliore anche all'università, dove per studiare concepisce e realizza modelli tridimensionali degli organi. E non si arrende mai, non c'è ostacolo che freni la sua corsa.

Alla fine grazie anche alla pubblicità che gli porta l'intervista (e a ciò che nell'intervista racconta) diventa un medico di enorme successo, specialista di fama mondiale per cuore e polmoni; grande oratore, alla professione affianca le battaglie a favore dei non vedenti e della loro integrazione nella società. Ma il fisico non regge all'eccesso di impegni pubblici e professionali: muore nel 1924, a 36 anni, dopo aver visitato pazienti fino agli ultimi minuti di vita. A seguire il funerale del medico cieco ci sono più di 5000 persone.

martedì 19 novembre 2019

168 - RICOMINCIO DA MARWEN




Sembra impossibile ma...
Vedi il film 'Benvenuti a Marwen' convinto che sia una storia di fantasia, e alla fine scopri che è tutto vero” mi scrive Laura Belforte. La ringrazio per la segnalazione, e vado a “spoilerarvi”, come si dice (purtroppo) oggi, l'incredibile vicenda raccontata da Zemeckis.

Mark Hogancamp nasce e cresce a Kingston, 150 chilometri da New York; dopo una carriera scolastica mediocre passa 5 anni nella Marina militare, poi si sposa, lavora come carpentiere e ha l'hobby del modellismo. Una storia come tante, rovinata dall'alcol che lo porta al divorzio e a perdere il lavoro. L'8 aprile del 2000 è in un bar; beve molto, e confessa una sua debolezza: quando è solo, ama mettersi scarpe da donna. Tanto basta perché 5 uomini lo aggrediscano selvaggiamente. Si sveglia in ospedale dopo 9 giorni di coma; il medico gli chiede “In che anno siamo?”. “Il 1984 risponde lui”. “No, è il 2000. Ti hanno picchiato in 5, hai rischiato di morire. Ora sei fuori pericolo”. “Li perdono” dice lui, parlando a fatica. Le botte gli hanno fracassato tutto, non cammina; e i calci in testa gli hanno rubato la memoria. Non ha i soldi per l’assicurazione medica, per la riabilitazione deve arrangiarsi. Impara a fatica di nuovo ogni cosa: camminare, parlare. Il periodo che ricorda meglio è quello trascorso nell’esercito. Ma gli ultimi 15 anni non esistono.

E allora si rifugia a Marwencol (dall'unione del suo nome con Wendy e Colleen, due donne di cui sarebbe stato innamorato), una cittadina belga in miniatura con tanto di abitanti in scala. La costruisce giorno dopo giorno nel giardino della sua casa-roulotte: una specie di set dove negli anni ambienta le storie che inventa, e le fotografa con una vecchia Pentax. L'epoca è la seconda guerra mondiale, il protagonista è Captain Hogie, il suo alter ego che combatte i nazisti aiutato dalle donne della città. Storie di violenza e di paura: in alcune 5 SS massacrano di botte Captain Hogie, che poi però si vendica. Il suo universo parallelo cresce ogni giorno: per i concittadini, che lo vedono in giro col modellino di una vecchia jeep e i personaggi dei suoi set, è “quello strano”; il fotografo David Naugle vede i suoi scatti e gli organizza una mostra. Di lui parlano giornali e tv, e “quello strano” diventa un artista affermato. Strana è la vita, “Una lunga sceneggiatura della quale siamo i protagonisti” dice Mark con un sorriso che non sai se è suo o di Captain Hogie. Nel 2018 Robert Zemeckis racconta tutto in Benvenuti a Marwen. Il film, dicono i critici, non è bellissimo. La storia di Mark sì.

venerdì 15 novembre 2019

155 - DOCTOR INCUBATOR




Sembra impossibile ma...
Molti bambini devono la vita alla caparbietà di un medico che per dimostrare l'efficacia di una scoperta straordinaria bocciata dalla scienza ufficiale l'ha trasformata in un'attrazione da Luna Park.

Fine ottocento. La mortalità infantile è molto alta, e per i bambini nati prematuri non c'è alcuna possibilità di sopravvivenza. Nel 1878 a Parigi il dottor Tarnier e il suo assistente Budin prendono spunto da un innovativo metodo di allevamento del pollame in box riscaldati e inventano l'incubatore. Il congegno non piace alla comunità medica, neanche dopo che negli anni successivi, dopo vari perfezionamenti, ne è stata mostrata in pubblico l'efficacia nelle più importanti Esposizioni mondiali. A Berlino, Londra e Parigi come negli Stati Uniti la gente fa la fila per vedere i bambini prematuri piccoli, gracili, nei loro incubatori. Sono i neonati degli Ospedali di carità, comunque destinati a morte certa. Invece sopravvivono tutti. Ma neanche questo convince la comunità scientifica.

Martin Couney è un medico, forse dello staff di Budin. E' lui a portare l'incubatore nelle esposizioni statunitensi; è sicuro della bontà dell'invenzione, e il suo sogno è vederla in funzione negli ospedali, ma trova un'opposizione anche più forte che in Europa. Couney, immigrato ebreo-tedesco sulla trentina, oltre che medico è anche un imbonitore, un istrione simpatico e carismatico. E ha una grande idea: mostriamo a tutti che i bambini grazie agli incubatori sfuggono a una morte sicura. Così nel 1903 a Coney Island, il Luna Park di New York, inaugura una nuova attrazione, un “side show”: “Venghino signore e signori...”, e un fiume di gente paga un quarto di dollaro per vedere i bimbi prematuri nelle loro scatole di vetro.

Doctor Incubator” affiancato da uno staff di infermieri professionali, promette alle famiglie di bambini senza speranza, rifiutati dagli ospedali, di curarli gratuitamente in un ambiente sano e pulitissimo. I 25 centesimi che il pubblico paga, a Coney Island o nei tour in mezza America, coprono interamente le spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, nonché quelle del personale sanitario. Il “side show” chiude nel 1943; pochi giorni prima è stato inaugurato il primo reparto per bambini prematuri al Cornell’s New York Hospital, e Couney ha confidato a suo nipote: “La mia opera è conclusa“. In 40 anni ha ospitato circa 8000 bambini e ha salvato fra le 6500 e le 7000 vite. Morirà 7 anni dopo, senza un soldo e dimenticato da tutti.

mercoledì 6 novembre 2019

127 - UN FUTURO PER LA PICCOLA REEM




Sembra impossibile ma...
Qualche volta l’impossibile diventa realtà, e dalla rete arriva l’ancora di salvezza che ti permette di ricominciare a vivere in maniera dignitosa. Come è accaduto ad Abdul e a sua figlia Ree, che online hanno incontrato il loro angelo.

Le cose sono andate così. Gissur Simonarson è il nome dell’angelo che viene dal freddo. E’ islandese ma vive in Norvegia. Sulla rete ha incrociato una foto che lo ha colpito come un pugno allo stomaco. Ritraeva Abdul Halim al-Attar, rifugiato siriano di 33 anni, impegnato a vendere penne per le strade di Beirut. Lo sguardo disperato, fra le sue braccia la piccola Reem addormentata.

Il giovane scandinavo non riusciva a togliersi dagli occhi quell’immagine, anche perché dopo averla condivisa, aveva ricevuto centinaia di messaggi di persone che si dichiaravano disposte a dare aiuto. Ma come intervenire? L’obiettivo sembrava impossibile. Poi il senso di impotenza ha lasciato posto alla voglia di agire. Perché non provarci? Il primo passo è stato risalire all’identità dell’uomo. Le strade del web sono infinite, e Gissur è riuscito a dare un nome ai due protagonisti della foto.

L’arma vincente poi è stata una delle buone idee nate online: il crowdfunding. Gissur ha lanciato una campagna per raccogliere fondi ed aiutare Abdul e Reem. La risposta è andata oltre ogni attesa, e la raccolta è arrivata a toccare la bella cifra di 170.000 euro. Soldi che sono stati girati subito a uno stupitissimo Abdul, che dopo la sorpresa iniziale li ha investiti in tre attività: ha aperto un panificio, un negozio di kebab e un ristorante, e ha dato lavoro ad altri 16 rifugiati siriani.

Oggi Abdul e la piccola Reem non vivono più in strada. “Grazie a tutti quelli che ci hanno supportato – scrive sui social l'angelo Gissur – E' bello vedere gente che unendosi riesce a fare la differenza nella vita di un'altra persona”. Una piccola grande storia. Pare uscita da un film di Frank Capra. Ci piace sia nata sul web.




lunedì 4 novembre 2019

115 - LA PARATA PIU' BELLA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. A metà anni ottanta oltre al Malgioglio cantautore destinato a diventare opinionista di successo, ce n'era un altro, conosciuto da tutti noi collezionisti degli album Panini soprattutto per quel nome strano: Astutillo. Non era Zoff e nemmeno Bordon, ma un buon portiere di serie A.

Nel 1980 Malgioglio apre a Piacenza una palestra per la rieducazione motoria dei bambini cerebrolesi dove, con la moglie, impegna tutto il suo tempo libero. Lo fa quasi in segreto perché il mondo del calcio non ama che un professionista si distragga con altre attività. Con qualche bella eccezione: come Liedholm e Eriksson, due allenatori che dall’83 all’85 alla Roma convincono il presidente Viola a mettere a disposizione delle attività di Malgioglio la palestra di Trigoria. O come più tardi all'Inter Jurgen Klinsmann che a fine allenamento gli chiede dove va sempre di fretta, scopre il suo impegno sociale, va a Piacenza a vedere con i suoi occhi quello che fa e dopo un pomeriggio coi bambini cerebrolesi commosso, senza dire una parola stacca un assegno da 70 milioni.

Ma il regalo più bello glielo fa Trapattoni. Lasciamo raccontare a Malgioglio: "Nell'86 passai alla Lazio, in serie B. Fu una stagione tormentata in cui vissi l'episodio più triste della mia carriera. La squadra stentava, i tifosi mi criticavano per il mio impegno fuori dal campo, insultavano la mia famiglia. In casa col Vicenza perdemmo 4 a 3 e il pubblico si scatenò. Fischi a ogni mio intervento, fino a quando comparve uno striscione in curva: 'Tornatene dai tuoi mostri'. Mi sfilai la maglia, la calpestai, ci sputai sopra e la tirai ai tifosi. Sono un uomo anch'io. La società chiese la mia radiazione. Dello striscione invece non parlò nessuno. Avevo deciso di smettere quando arrivò la telefonata di Trapattoni: 'Non è giusto che uno come te lasci il calcio' mi disse. Firmai in bianco e restai all'Inter 5 anni, vincendo lo scudetto in nerazzurro, quello dei record. E con gli ingaggi rinnovai la palestra con attrezzature all'avanguardia”.

sabato 2 novembre 2019

104 - LE MASCHERE DELLA SPERANZA




Sembra impossibile ma...
Una scultrice americana sacrificò il successo artistico per mettere il suo talento al servizio di persone che soffrivano, e realizzò sui volti deturpati dei soldati le sue opere più belle. Ringrazio l'amico Fabio Bellini per la segnalazione, e vi racconto la storia di Anna Coleman.

Anna nasce a Filadelfia nel 1878, innamorata dell'Europa studia arte a Parigi e a Roma; nel 1905 si sposa col medico Maunard Ladd e rientra a Boston dove prosegue gi studi e si segnala fra le protagoniste dell'ambiente artistico americano; il suo nome compare fra i fondatori nel 1914 di The Guild of Boston Artists e nei cartelloni delle più importanti esposizioni in tutti gli States. Le sue opere sono contese da committenti privati e pubblici (i suoi Triton Babies sono ancora sulla fontana del più importante parco di Boston), scrive anche due romanzi di successo e due opere teatrali. Si specializza in ritratti: Bette Davis ed Eleonora Duse se ne fanno fare uno (fra gli unici tre mai accettati dall'attrice). Scoppia la guerra e a fine 1917 segue il marito medico della Croce Rossa a Toul, in Francia. Qui scopre su una rivista il lavoro di Francis Derwent Wood, che al London General Hospital ha aperto il Dipartimento maschere per visi sfigurati. E la sua vita cambia per sempre.

La guerra di trincea rimanda a casa ragazzi devastati dalle bombe e dai gas, spesso con il volto orribilmente deturpato; la chirurgia plastica non esiste, e i reduci appaiono come veri mostri, oggetto nella migliore delle ipotesi di commiserazione. Così la Coleman si inventa le maschere-ritratto, e apre il suo studio con 4 assistenti a Parigi, nel Quartiere latino. Lo realizza luminoso e accogliente, pieno di fiori e sculture, un’oasi di tranquillità per i soldati, accolti e seguiti con amore, delicatezza e allegria. Anna studia il volto sfigurato, lo confronta con fotografie di prima della guerra: l'obiettivo è ricreare una fisionomia più possibile simile a come era in precedenza; così fa un calco di plastilina e da questo ricava una maschera in rame zincato, sottilissima ma resistente. Poi la colora con la tonalità che più si avvicina alla pelle del paziente, aggiunge dettagli come baffi e sopracciglia e i sottilissimi lacci per tenerla su; ogni pezzo richiede un mese di lavorazione. Alla fine i soldati si guardano allo specchio, e piangono: ora possono tornare a vivere. Nel 1936 la Coleman torna a Boston col marito, la sua missione è compiuta. Riceverà la Legion d'Onore dallo Stato francese prima di morire nel 1939. In tutto ha realizzato 185 protesi. Nessuna ci è pervenuta: tutti i suoi assistiti si sono fatti seppellire con la maschera.

giovedì 24 ottobre 2019

75 - LA FATA CHE GUIDA IL TAXI



Sembra impossibile ma… 
Questa è una storia vera. Estate 2001, Caterina Bellandi lavora in una grande azienda di Prato, un’impiegata come tante con una vita normale, come tante. Non sa che il destino le sta per portare via Stefano, l’uomo della sua vita. Stefano è un taxista, e la sua lotta contro il tumore che lo devasta si chiude con una richiesta che è anche un dono: «Da domani sarai tu — le dice — Milano 25, il mio taxi». Domani arriva subito, e fa rima con dolore. Ma anche con la voglia di non arrendersi, di ripartire da quel gesto d’amore trovato a due passi dalla morte.

Caterina diventa tassista e per diversi mesi taglia Firenze in lungo e in largo. Serviranno ancora gli occhi di una bambina salita sul suo taxi, triste per aver perso il fratellino, a trasformarla in una fata, in un personaggio di fantasia. Per qualcuno in una santa. Milano 25 diventa un cartone animato, fra colori, pupazzi, fiori e giocattoli, e lei è Zia Caterina, col suo grande cappello fiorito, le vesti variopinte, ninnoli e bracciali che pendono dappertutto: la sorridente amica di tutti i bambini.

Soprattutto di quelli malati, quelli che devono andare a curarsi in ospedale, al Meyer. Per loro e per i loro genitori le corse sono gratuite, sempre. E la cosa non finisce lì: Zia Caterina resta accanto a loro, li va a trovare, allieta i suoi piccoli amici, ne condivide i momenti brutti. E a volte, purtroppo, gli ultimi. Con loro vive fantastiche avventure. Già, perché a Zia Caterina i bimbi raccontano i loro sogni, e lei fa di tutto per renderli reali. Così col suo taxi tocca Eurodisney, o Londra, o l’Albania, o la Sicilia per riportare a casa un bambino o soddisfare il desiderio di un altro. Un giorno poi viaggia fino a Mosca, seimila chilometri per incontrare Patch Adams, sì, quello del film, che l’ha voluta con lui.

La leggenda della fata che realizza i desideri cresce, fra voli in mongolfiera e traversate in nave. E a Firenze il suo taxi diventa un’istituzione. Dopo quasi 20 anni di servizio la conoscono un po' tutti, anche perché spesso lei resta in contatto con i suoi clienti o con i loro familiari. "Tutte le famiglie che perdono un figlio restano nel mio cuore - dice - continuiamo a frequentarci, a sentirci. E non tutte le storie finiscono male. Ci sono tanti ragazzi che grazie al cielo si curano, guariscono. Ogni tre mesi vengono a Firenze per i controlli. Sono i miei figli sparsi per il mondo. Tanta gente che la conosce, dice che lei li ha spiazzati con l'amore. "E' la verità che spiazza: tutti parlano della crisi, dei soldi che non hanno, ma perché non parlano dell’amore che non hanno? Nel dolore scopri che l’amore, la vita sono l’unica risposta".


871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...