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venerdì 19 settembre 2025

827 - LA GRANDE MURAGLIA GIAPPONESE


 

Non tutte le muraglie nascono per dividere. Quella costruita in Giappone, lunga quasi 400 chilometri, serve a combattere la furia del mare.

E' l’11 marzo 2011 quando l’onda nera dello tsunami travolge la costa del Tōhoku e trascina via quasi ventimila vite. Un dramma di inaudita violenza che lascia un segno profondo nel Paese. E convince il governo giapponese a inseguire un sogno: il mare non deve mai più poter colpire con la stessa furia.

Nasce così un’opera senza precedenti: una catena di barriere alte in media 12,5 metri con punte di 14,5, distesa per 395 chilometri lungo le regioni più esposte. Una “Grande Muraglia contro lo tsunami”, costruita con fondazioni profonde, blocchi di cemento ciclopici e un costo immenso: oltre mille miliardi di yen, più o meno 12 miliardi di euro per una delle più grandi opere di difesa civile del pianeta.

Il progetto non si ferma al cemento. Laddove possibile, lungo i litorali, sono stati piantati milioni di alberi, un secondo scudo vivo e silenzioso, perché le foreste costiere rallentano la forza delle onde e restituiscono un legame con la natura che il muro, da solo, cancella.

Del resto la devastazione è stata totale: a Rikuzentakata, ad esempio, di quella che era una grande pineta è rimasto un simbolo struggente: l'unico pino sopravvissuto allo tsunami, lasciato in piedi a ricordare una foresta intera.

Ma non tutti applaudono questa muraglia bianca e grigia. Ci sono pescatori che non vedono più il mare, comunità che si sentono rinchiuse dietro pareti di cemento, turisti che parlano di coste sfigurate. Qualcuno non crede neanche all'efficacia dell'opera, teme anzi che rischi di creare l’illusione di una sicurezza assoluta, e che nessun muro potrà mai fermare del tutto la potenza dell’oceano.

Quello che è certo, per chi si trova davanti a questo altissimo muro, è che non è solo una difesa, ma una cicatrice. E come ogni cicatrice, non cancella la ferita: la ricorda, e obbliga a non dimenticare quanto fragile sia l'uomo davanti alla potenza della natura


mercoledì 7 ottobre 2020

738 - GLI ALBERI DEL SECONDO PIANO

 


Sembra impossibile ma...

Un'antica tecnica di arboricoltura giapponese consente la raccolta di legname senza abbattere gli alberi. E fa crescere spettacolari boschi “a due piani”. Luca Ramacciotti, che ringrazio, mi segnala la pratica del daisugi, letteralmente "cedro da tavola", perché gli alberi crescono sui rami di una grande pianta madre come fossero poggiati su una tavola.

Il daisugi nasce nel XIV secolo nella regione di Kitayama, sulle colline che circondano Kyoto. Nell'antica capitale trionfa il Sukiya-zukuri, stile architettonico basato sull'uso di materiali naturali, in particolare legno pregiato. I tronchi dei cedri che crescono nelle foreste di Kitayama vengono utilizzati come pilastri per le case, ma non c'è abbastanza terra per far crescere gli alberi necessari a soddisfare la domanda. Così viene elaborata una complessa tecnica di potatura, una sorta di bonsai ma in scala naturale.

Funziona così: una pianta, detta “albero madre”, viene potata in modo che restino solo i germogli più dritti, coltivati in modo che crescano alti in verticale, ma restino sottili. Ogni due anni viene eseguita un'attenta potatura manuale, lasciando solo i rami superiori e assicurando che i germogli rimangano senza nodi. Dopo circa 20 anni, diventati ormai veri e propri alberelli, possono essere raccolti e utilizzati come legname di grande qualità. O ripiantati per ripopolare le foreste. Il risultato sono tronchi dritti e privi di nodi, e anche se 20 anni possono sembrare lunghi in realtà sono meno del tempo che serve per un cedro tradizionale.

Con questa tecnica un albero madre può produrre legname per 200 - 300 anni, e ogni pianta può supportare dozzine di germogli, per cui nel suo arco vitale un solo cedro dà vita a più di cento alberelli. La qualità del legno poi è eccezionale, più flessibile (il 140%) e più forte (il 200%) di un cedro normale. Il legno del daisugi era ed è usato per le alcove Tokonoma, piccoli spazi nelle case tradizionali giapponesi utilizzati per mettere in mostra pezzi rari da esporre: pergamene, composizioni floreali ikebana e qualsiasi oggetto di pregio artistico. Nel XVI secolo il maestro del tè Sen-no-rikyu ne prescrisse l'uso per le cerimonie nelle case da tè di Kyoto, dove serviva un legno assolutamente perfetto. Alla fine del XVI secolo però la domanda per il cedro di Kitayama calò rapidamente, e il daisugi finì nel dimenticatoio. Ma la tecnica, diventata una pratica di nicchia, è andata avanti fino ai nostri giorni, e oggi si trovano ancora nei dintorni di Kyoto (specie nei giardini ornamentali) grandi alberi madre dai quali viene raccolto legname utilizzato per manufatti di raffinata eleganza e per le alcove Tokonoma.

Oggi, in tempi di sviluppo sostenibile, il daisugi potrebbe tornare di moda. Perché è possibile ottenere legname senza abbattere gli alberi, e perché proprio per come è strutturato, i silvicoltori hanno modo di organizzare la raccolta e preparare i sostituti per gli alberi da tagliare senza mai disboscare intere aree. Finora la tecnica è stata utilizzata solo col cedro di Kitayama, perché dritto e privo di nodi, ma gli esperti sono al lavoro per verificare la possibilità di applicarla ad altre piante. Sarebbe una piccola rivoluzione.

 







sabato 20 giugno 2020

667 - LA FATTORIA GALLEGGIANTE




Sembra impossibile ma…
A Rotterdam è stata varata la prima fattoria galleggiante al mondo. A bordo ospiterà un allevamento hi-tech con 40 mucche. Il progetto è stato realizzato dalla società immobiliare Beladon. Nei mesi scorsi una gigantesca piattaforma di cemento di 900 tonnellate è stata trascinata da una chiatta a Merwehaven, nel porto della città olandese. L’impianto comprende una “casa” multi-livello per 40 bovini della pregiata razza Meuse Rhine Issel. L’ambiente della fattoria offshore è stato studiato per garantire i più alti standard di benessere delle mucche che saranno munte automaticamente da robot e produrranno 800 litri di latte al giorno. Vediamo cosa prevede il progetto.

Gli animali passano gran parte del loro tempo nel giardino al più alto dei tre piani della struttura, dove alberi, cespugli ed edera riproducono l’ambiente naturale e offrono ombra, mentre il pavimento erboso permette alle deiezioni di penetrare mitigando fra l’altro le emissioni di ammoniaca. Oltre che della mungitura, una squadra di robot si occupa dei prodotti caseari, raccogliendo il latte che viene quindi lavorato al piano inferiore e venduto localmente. Le mucche per pascolare sulla piattaforma hanno a disposizione un’area di 120 metriquadrati; quando si stancano di guardare le onde poi possono scendere una rampa e accedere a un pascolo coperto più piccolo e con terreno solido.

il vero obiettivo di questo progetto è la sostenibilità alimentare. In un mondo con popolazione e urbanizzazione in rapida crescita sono sempre più rari e preziosi spazio, cibo fresco e spazio per coltivare il cibo fresco. Nei centri urbani questo spazio non c’è, va inventato. Logico che i primi a guardare verso il mare siano stati gli olandesi, che al mare da sempre contendono spazio vitale. La fattoria (ma si possono ipotizzare strutture di ogni tipo) galleggiante è una soluzione che fra l’altro, dicono gli ideatori, può essere interessante anche in aree sensibili a uragani e alluvioni: un po’ di mal di mare, poi mucche, robot ed umani possono tornare al loro trantran quotidiano come se niente fosse successo.
Guarda il video e visita la fattoria galleggiante di Rotterdam. 


666 - VIA COL VENTO




Sembra impossibile ma…
C’è un Paese dove tutti i treni viaggiano spinti dal vento. Indovinate un po’? Esatto: l’Olanda. La solita Olanda di cui abbiamo parlato più volte, sempre per scelte invidiabili sul piano della civiltà e della qualità della vita (lo so, non è tutto oro, anche loro hanno problemi e scheletri dentro e fuori l’armadio etc. etc. ma intanto…).

Esperti da sempre di mulini a vento (e non quelli di Don Chisciotte) gli olandesi già da un anno, e con un anno di anticipo rispetto al piano di sostenibilità programmato, viaggiano su treni spinti dall’energia eolica. Tutti i treni: il 100% dei locomotori della rete ferroviaria NS (Nederlandse Spoorwegen) trasporta ogni giorno oltre 600.000 passeggeri utilizzando esclusivamente l'elettricità prodotta dal vento: 1,2 miliardi di kWh l'anno. E l’azienda si propone di ridurre l’energia verde necessaria di un 35% entro il 2020. Un risultato ottenuto con l’aumento delle centrali e la creazione di nuovi parchi eolici sul territorio: una singola pala eolica infatti produce l’energia necessaria ad alimentare un treno per 200 chilometri.

In tutto il mondo sono tante le reti ferroviarie che puntano sulle fonti rinnovabili. L’India ad esempio ha avviato un progetto per installare impianti per produrre 1.000 MW di energia solare entro il 2020, e la sperimentazione sul fotovoltaico è già in corso sui treni di una città da quasi un milione di abitanti come Jodhpur. In Germania già da un anno è in funzione la prima locomotiva ad idrogeno della Alstom, mentre in Inghilterra l’Imperial College di Londra sta testando un sistema che collega direttamente moduli di fotovoltaico alle linee elettriche che alimentano le ferrovie.

Tornando al vento, oggi nel mondo è la terza fonte di energia elettrica dopo il carbone e l’idroelettrica; in Europa i maggiori produttori sono nell’ordine Danimarca (che installò le prime pale già 40 anni fa) Portogallo, Spagna e Irlanda. E in Scozia il 97% dell’energia elettrica delle case è alimentata dall’eolico. Risultati concreti, e non discorsi. Che quelli, si sa, li porta via il vento.






665 - L'EDEN IN CORNOVAGLIA




Sembra impossibile ma...
In una valle fra St Blazey e St Austell, dove la Cornovaglia stretta fra le fredda acque dell’Atlantico e della Manica si fa più sottile e rocciosa, l’ultima cosa che ti aspetti di trovare è un giardino delle meraviglie con 135.000 piante di 4.500 specie diverse provenienti da tutto il mondo. Benvenuti all’Eden Project.

Il colossale complesso di serre a semisfera è stato realizzato su una cava dismessa profonda 60 metri e grande come 35 campi da calcio. Il progetto ideato dall'imprenditore Tim Smit e firmato dell'architetto Nicholas Grimshaw è stato inaugurato nel 2001 dopo 6 anni di lavori e 270 milioni di euro di spesa, ed è tuttora un work in progress. Le due biosfere più grandi riproducono una l’ambiente tropicale, l’altra quello mediterraneo. La prima si estende per 1,56 ettari, è larga 110 metri, lunga 240 e alta 50. Qui vivono 1.129 tipi di piante provenienti dai luoghi tropicali di tutto il pianeta. La seconda raggiunge i 30 metri d'altezza, si estende per quasi un ettaro e ospita 1.015 specie di piante provenienti non solo dal Mediterraneo ma dai climi temperati di tutto il mondo. Un complesso sistema di controllo termico mantiene la temperatura tropicale tra i 18 e i 35 °C a seconda della zona, con un’umidità superiore al 90%, e quella mediterranea fra i 9 °C e i 25 °C. L’intero Eden Project utilizza tecnologie ad alto grado di ecosostenibilità e con energie pulite.

Completano il complesso un immenso giardino (13 ettari) che ospita 1.890 tipi di piante: sia questo che le biosfere si visitano percorrendo tortuosi sentieri e percorsi a tema, in mezzo a una serie di installazioni artistiche permanenti di grande fascino. Al centro c’è poi The Core, centro educativo con una serie di spazi didattici ed espositivi per l'educazione ambientale, mentre The Theatre ospita concerti (dove si sono esibite le più grandi popstar), e in inverno si trasforma in una megapista di ghiaccio. Gran parte del complesso si può visitare anche con Google Street View. Il biglietto d'ingresso all’Eden Project costa circa 30 euro. 

 

664 - LA TIMIDEZZA DEGLI ALBERI




Sembra impossibile ma…
Ci sono alberi che danno spettacolo. Ma solo se non hai fretta, se hai voglia di fermarti e guardare verso l’alto. Vedrai il cielo che diventa una ragnatela azzurra, come un merletto che si dipana nel verde delle chiome. E il perché questo accade, è un mistero.

E’ il fenomeno naturale chiamato Crown shyness (timidezza della corona) che si verifica nelle foreste di eucalipti, di larici giapponesi, di pecci di Sitka e altri alberi dal fusto molto alto. I disegni nascono da un “comportamento” assai insolito di queste piante: i loro rami più alti si avvicinano fra loro, ma non si toccano mai. La “timidezza della corona” si manifesta sempre uguale in diverse parti del mondo, disegnando solchi regolari che sembrano un reticolo di fiumi. I botanici la studiano già dal 1920, ma ad oggi non hanno risposte certe sul perché si formano queste fessure.

Tre le ipotesi più plausibili. La prima: un certo grado di sensibilità alla luce consentirebbe al fogliame di interrompere la crescita quando si avvicina a una pianta vicina, forse per garantire l'accesso della luce verso il basso; la seconda: una forma di difesa per evitare la diffusione di larve di insetti dannosi che così non potrebbero passare da una pianta all’altra; la terza: la causa sarebbe lo sfregamento e la rottura dei rami provocato da forti venti. Di certo c’è solo che il fenomeno non si verifica con gli alberi bassi, e in quelli alti si sviluppa sono una volta raggiunta una certa altezza.

Ci piace immaginare una quarta soluzione: una sorta di prossemica fra piante che, per timidezza o per rispetto, non invadono gli spazi altrui e ci regalano, come Barbalbero con gli hobbit, qualche frammento di bellezza da portare a casa. Come le immagini nel video che segue.  




venerdì 19 giugno 2020

653 - LA COLONNA CHE RESPIRA




Sembra impossibile ma…
Gli alberi del futuro somiglieranno a edicole liberty, emetteranno una luce fluorescente verde e invece di far sbocciare le foglie faranno crescere alghe. Almeno a Parigi. Dove il futuro è già arrivato.

Il nuovo dispositivo ecologico realizzato dalla Fermentalg di Libourne consente l’illuminazione di spazi pubblici, produce ossigeno e assorbe anidride carbonica con un processo analogo alla fotosintesi, grazie alle microalghe che ospita al suo interno. A Parigi il design scelto riproduce quello delle colonne Morris, le celebri edicolette degli spettacoli in stile art nouveau diventate una delle icone della ville lumière.

Le lampade cilindriche producono elettricità senza l'uso di elettricità, e sono in grado di assorbire una tonnellata di CO2 l'anno, l’equivalente di150 alberi. Sono le microalghe sospese nella colonna a raccogliere l’anidride carbonica presente nell’aria e trasformarla in ossigeno producendo un bagliore smeraldo durante il loro processo di fotosintesi. Un lavoro che questi microrganismi unicellulari, finora utilizzati solo come biocarburanti, svolgono silenziosamente da 4 miliardi di anni sul pianeta.

Il sistema è praticamente autosufficiente, dal momento che tutto ciò che serve è luce del sole, anidride carbonica, acqua e alcuni nutrienti che favoriscono la crescita delle microalghe sospese in questa specie di acquario. Quando diventano troppo numerose, vengono rimosse e depositate in una stazione di trattamento. Dove vengono convertite in biometano, utilizzato per riscaldare la città. Le prime colonne Morris “alle alghe” sono già state installate, le potete veder “verdeggiare” nella zona di Place d’Alesia.



652 - LA CAPITALE CAR FREE




Sembra impossibile ma…
C’è una capitale europea, una metropoli, che ha deciso di chiudere il centro storico a qualsiasi tipo di automobile. Chi ha qualche annetto sulle spalle ricorda i tempi dell’austerity. In sostanza causa crisi petrolifera fra il dicembre 1973 e l’aprile 1974 la domenica in tutta Italia (come in Europa) venne vietata completamente la circolazione delle auto. E molti di noi di quelle “strane” domeniche di quiete e aria pulita hanno un bellissimo ricordo.

Forse fra questi ci sono gli amministratori di Oslo, che si sono detti: “Perché non bandire le auto dal centro storico?”. Quando? Entro la fine del 2019. Quali? Tutte, non solo quelle a benzina ma anche quelle ibride ed elettriche.

Primo passo, a inizio primavera del 2018, l’eliminazione di tutti i parcheggi. Tenendo però ben presenti le esigenze di residenti e pendolari, che sono quasi centomila. Questo il piano: primo, via i parcheggi. Secondo, puntare sulle bici elettriche (o meglio su quella splendida evoluzione che è la bicicletta a pedalata assistita) con forti incentivi economici per l’acquisto. E sviluppo della già ampia rete di piste ciclabili, con 60 chilometri di nuovi tracciati. Terzo: potenziare in maniera massiccia la già ottima rete pubblica di autobus e tram. Infine utilizzare gli ampi spazi ricavati dai parcheggi per creare nuovi luoghi di aggregazione e spazi pubblici come parchi gioco e teatri di strada, con bar e ristoranti. Obiettivo dichiarato, ridurre del 50% le emissioni di CO2, in un Paese come la Norvegia certo non fra i più inquinati, e che ha deciso da tempo di vietare entro il 2025 la vendita di automobili a gasolio e benzina.

Intanto la vicina Finlandia ha fatto scelte analoghe, e senza imporre divieti: gli amministratori di Helsinki infatti sono certi di riuscire a creare le condizioni perché entro il 2025 il ricorso alle auto private diventi tanto sconveniente da essere superfluo.



651 - 275 ALBERI IN UNA PANCHINA



Sembra impossibile ma…
E' arrivata la panchina che elimina lo smog e assorbe le sostanze inquinanti. Dove? A Modena, prima città italiana ad avviare la sperimentazione del City Tree, già installato con successo nelle metropoli di mezzo mondo, da Parigi a Hong Kong.

Il City Tree è una vera panchina, appoggiata a una struttura verticale sulla quale è montato un pannello di 4 metri per 3. Sembra un prato verticale, perché è coperto dalle foglie, grandi e verdissime, di una particolare qualità di muschio. La struttura è realizzata dalla start-up tedesca “Green City Solution”, e promette di essere una mano santa contro l’inquinamento dei centri urbani.

Il City Tree assorbe le sostanze inquinanti e rende più respirabile l’aria. Come qualunque pianta, è efficace contro CO2, ossido di azoto e polveri sottili: il suo pannello verde purifica l’aria come 275 alberi, utilizzando il 99% di superficie in meno. Il City Tree è autonomo: ha un serbatoio che raccoglie l’acqua piovana e la riutilizza per “autoannaffiarsi”, ed è dotato di pannelli solari che gli danno l’energia elettrica necessaria per altre funzioni, come il display con cui fornisce informazioni sulla qualità dell’aria in tempo reale.

Un singolo City Tree assorbe 250 grammi di polveri sottili al giorno, rimuove 240 tonnellate di anidride carbonica l’anno, e costa circa 22.000 euro. Detto così, suona bene: magari chi amministra le città più inquinate, invece di studiare complicati calendari per la circolazione di auto a giorni alterni, potrebbe farci un pensierino. La sperimentazione modenese è in corso, dopo un anno dall'installazione del primo City tree i cittadini si sono detti soddisfatti, ma hanno sottolineato che per vedere effettivi risultati ne servirebbero molti di più; il progetto va avanti con l'installazione di altre 5 strutture. In attesa di vedere come procede, seguite il link per dare un’occhiata al ciy tree.



venerdì 17 aprile 2020

445 - LE PIETRE DELLA FAME




Sembra impossibile ma…
La siccità causata dall’eccezionale ondata di calore delle ultime estati ha riportato alla luce un gran numero di pietre della fame, singolari avvertimenti incisi nei secoli scorsi sugli scogli dei fiumi dell’Europa centrale, che riaffiorano solo quando il livello dell’acqua si riduce ai minimi termini.

Le “hungerstein” sono una sorta di pietre miliari che segnalano gli anni peggiori, quelli delle carestie; oltre a documentare i bassi livelli raggiunti dall’acqua in determinati periodi, spiegano alle generazioni future gli effetti drammatici della siccità. Incise in Germania e negli insediamenti tedeschi del centro Europa tra il XV e il XIX secolo, contrassegnano il livello raggiunto dal fiume in secca e mettono in guardia dai disagi in arrivo quando l'acqua si abbasserà di nuovo a quel livello. Normalmente dunque le pietre della fame sono sommerse nei fiumi, e solo in rare occasioni riemergono.

Ed è quanto è successo nelle ultime estati. Ad esempio vicino a Decin, nella Repubblica Ceca, su un’ampia ansa del fiume Elba sono riapparse più di una dozzina di pietre. Così i passanti hanno potuto rileggere una delle incisioni più famose: "Wenn du mich siehst, dann weine" ("Quando mi vedi, piangi"). La pietra della fame più antica tra quelle ritornate alla luce qui risale al 1616. La più conosciuta invece racconta le conseguenze del caldo eccessivo: cattivo raccolto, penuria di cibo, prezzi alle stelle, povertà e fame. Altre pietre “augurali” hanno inciso frasi come: "Abbiamo pianto, piangiamo, piangerete", oppure a scelta "Chi mi ha visto una volta ha pianto, chi mi vede adesso piangerà", “Abbiamo pianto, stiamo piangendo, piangerai anche tu”, fino al meno cupo “Non piangere ragazza se il tuo campo è secco, riempi d’acqua il tuo annaffiatoio e inizia subito a bagnarlo”. In varie località sono riemerse pietre datate 1417, 1473, 1616, 1707, 1842.

Gli anni più neri segnalati dal gran numero di incisioni riaffiorate sono il 1816-1817 con la siccità causata dalle eruzioni del vulcano Tambora, e il 1918 con le carestie causate dalla guerra. Il fatto che gli ultimi anni siano fra i più ricchi di hungerstein non è un bel segnale. Un po’ per scaramanzia, un po’ per i risultati dei più recenti studi sugli effetti del riscaldamento globale. 
Guarda nei video gli ultimi ritrovamenti di pietre della fame.
 

 




mercoledì 1 aprile 2020

431 - PENSIERI NEL VERDE




Sembra impossibile ma…
Per concentrarti meglio e più a lungo quando studi o lavori circondati di piante. Non è la pagina di un fantasy, e neanche l’ultima tendenza new-age. E’ il risultato di uno studio guidato da Rachel e Stephen Kaplan all’Università di Cambridge e pubblicato sul Journal of Environmental Psychology.

In sintesi, per chi lavora di fronte a uno schermo, la capacità di mantenere l’attenzione diretta non è infinita. Il cervello dopo un limitato periodo di tempo, si affatica. Bisogna staccare, fare altre cose. La “Attention Restoration Theory” elaborata dai Kaplan spiega che per ricaricarsi bisogna fare cose che utilizzano parti diverse del cervello. L’interazione con la natura, che richiede un’attenzione indiretta, non focalizzata, attiva quelle parti, cambia modalità e spezza il filo dell’attenzione diretta. Non a caso una passeggiata nel parco è considerata da sempre un’attività fra le più rilassanti, e la si associa a sensazioni di serenità e tranquillità.

Non sempre però uscire di casa è possibile (specie di questi tempi), e inoltre è controproducente perché gli stimoli esterni ci distraggono fino a impedirci di tornare al lavoro. I ricercatori hanno però verificato che uno spazio verde nella stanza o in ufficio può ben sostituire la passeggiata nel parco.

Le conclusioni della ricerca parlano chiaro: chi ha fatto il test in una stanza con le piante ha elevato le sue prestazioni e ha realizzato performance assai migliori di quelle degli altri.


giovedì 26 marzo 2020

421 - L'ALBERO DELLE MERAVIGLIE




L’ALBERO DELLE MERAVIGLIE

Sembra impossibile ma…
C’è un albero che a prima vista sembra una pianta come tante, ma quando arriva la primavera i rami si caricano di fiori bianchi, rosa, rossi, viola: un caleidoscopio di colori. A fine estate poi i fiori si trasformano in frutti: prugne, pesche, albicocche, nettarine, ciliegie, mandorle. E’ il “Tree of 40 fruit”, l'unico albero al mondo capace di produrre 40 diverse varietà di frutti.

Il creatore (meriterebbe quasi la C maiuscola) di questa meraviglia è un artista col pollice verde: Sam Van Aken, professore associato di Scultura all'Università di Syracuse ed esperto di botanica. La sua famiglia, di origine olandese, vive in una fattoria della Pennsylvania, dove lui è cresciuto. Facciamo un salto indietro nel tempo. Nel 2008 Van Aken, che sta lavorando a un progetto artistico basato su un albero che produce fiori multicolori, viene a sapere che la vecchia stazione per esperimenti agricoli dello Stato di New York sta per chiudere a causa di tagli ai finanziamenti. Qui sono conservate 250 varietà native di frutti con nocciolo, un patrimonio che rischia di andare perduto. Così decide di acquistare il frutteto della stazione, grande poco più di un ettaro. Esperto di innesti, inizia a lavorare con le 250 varietà di gemme a disposizione, ne seleziona qualche decina, e realizza una catena di innesti su un singolo albero da frutto, utilizzando tecniche complesse dove niente è lasciato al caso, con una timeline precisa dei tempi di fioritura e maturazione di ciascun tipo di frutto. Nel corso di cinque anni l'albero accumula rami da 40 diversi alberi "donatori", ciascuno con un frutto diverso.

Dopo vari tentativi falliti, alla fine Van Aken vede fiorire il suo primo “Tree of 40 fruit”, un albero che produce 40 varietà di frutta a nocciolo, del genere Prunus, che negli Stati Uniti maturano in sequenza tra luglio e ottobre. Un risultato ottenuto senza interventi genetici ma esclusivamente tramite una lunga serie di innesti. Un’opera d’arte che è sia un museo vivente che un prodigio della botanica. Dal 2014 ne ha prodotti 16, installati poi in luoghi pubblici e privati, giardini comunitari, musei e collezioni private. Ed è al lavoro per realizzare coi suoi alberi magici un primo grande frutteto.


lunedì 23 marzo 2020

413 - IL FIORE CADAVERE




Sembra impossibile ma...
L'aro titano è un fiore a dir poco insolito: raggiunge i 3 metri di altezza, pesa una settantina di chili e per vederlo sbocciare si devono attendere anche 20 o più anni; la crescita poi è rapidissima, e la fioritura non dura più di 4 giorni. Ah sì, dimenticavo: emana una puzza tanto insopportabile che lo chiamano il fiore cadavere. Questa storia arriva dal Gruppo fb di Sembra impossibile, segnalata da Ektor Brahman, collaboratore di talento, che ringrazio.

Il nome scientifico della pianta è Amorphophallus titanum, come dire, in greco antico, “fallo gigante deforme”, appartiene alla famiglia delle Araceae (come le comuni calle) e in natura cresce solo nelle foreste tropicali dell'isola di Sumatra in Indonesia; in coltivazione si trova in numerosi orti botanici nel mondo (in Italia al Giardino dei semplici di Firenze). A scoprirlo e descriverlo per la prima volta è stato nel 1878 l’esploratore, zoologo e botanico fiorentino Odoardo Beccari, che portò i tuberi ed i semi a Firenze; i tuberi morirono, ma i semi, germogliati, vennero distribuiti in diversi giardini botanici del mondo. La prima fioritura avvenne nei Kew Gardens di Londra nel 1889. Da allora quella pianta è fiorita solo 5 volte, l'ultima nel 2002, quando il gigantesco fiore è stato ammirato da 50 mila visitatori in una sola settimana. In tutto il mondo ci sono non più di 4 o 5 eventi di fioritura in un anno; a Firenze l'ultimo è stato nel 2007.

Quando l'aro titano fiorisce emana un odore simile a quello di una carcassa in decomposizione, tanto che i giardinieri lo curano protetti da maschere antigas. La disgustosa puzza di materia organica in putrefazione attira i coleotteri che mangiano carogne e le mosche della carne che la impollinano; il colore rosso dell'interno, la consistenza dell'inflorescenza, e il fatto che la punta assume nei giorni di fioritura la temperatura del corpo umano, contribuiscono ad attirare gli insetti. Dopo la scomparsa del fiore la pianta produce una sola foglia che cresce su un gambo verde; la struttura in questa fase può raggiungere i 6 metri di altezza e 5 di larghezza. Al Royal Botanic Garden di Edimburgo una pianta delle dimensioni iniziali di un'arancia dopo 7 anni ha raggiunto il peso record di 153,9 chili.

venerdì 6 marzo 2020

375 - IL PAESE SENZA STRADE




Sembra impossibile ma...
C'è un paese in Olanda dove residenti e visitatori hanno solo tre possibilità per spostarsi: a piedi lungo stretti sentieri immersi nel verde, in barca percorrendo una fitta rete di canali, o in bicicletta sull'unica pista ciclabile esistente. Qui non circolano auto, moto o veicoli a motore. Perché non è mai stata costruita una strada.

Siamo a Giethoorn, 2600 abitanti nella provincia dell'Overijssel, 120 chilometri a est di Amsterdam. Il paese è un piccolo paradiso verde incastonato fra le torbiere acquitrinose del parco naturale De Wieden. L'auto si lascia, insieme a frenesia e rumori, alla periferia del villaggio, poi l'alternativa è salire su una delle tipiche imbarcazioni col fondo piatto, spinte come gondole da una lunga pertica, o saltare in sella a una bici ed imboccare l'unica pista ciclabile disponibile. Le case coi tetti ricoperti di paglia costeggiano le rive dei canali, alberi e fiori si specchiano nell'acqua. Per passare da una sponda all'altra si utilizzano 176 ponti in legno.

Giethoorn non è costruita così per caso: a fondarla nel 1230 fu un gruppo di religiosi cattolici della setta dei Flagellanti; per sfuggire alle persecuzioni, si inoltrarono negli acquitrini e costruirono un paese senza strade, cancellando ogni via di accesso. Lo chiamarono Giethoorn, letteralmente “Corna di capra” perché qui ne trovarono un gran numero, con i resti degli animali morti in seguito a una delle tante alluvioni. La rete di canali poi è stata scavata anno dopo anno per estrarre la torba da usare come combustibile.

Nel 1958 il regista Bert Haanstra girò qui il film Fanfare, e lo sconosciuto villaggio divenne una meta turistica. Oggi si può affittare una casa per le vacanze o noleggiare la tipica imbarcazione per un tour dei canali, e in centro sono aperti diversi musei: uno di minerali e cristalli, uno di conchiglie, una fattoria dell'ottocento restaurata e un impensabile museo dell'automobile. Ogni anno poi i “gondolieri” locali decorano le imbarcazioni con pennacchi e lanterne e si sfidano nel Gondelvaart Festival.
 
 

 






sabato 22 febbraio 2020

341 - IL KILLER DELLA PLASTICA




Sembra impossibile ma…
A risolvere il problema dell’inquinamento da plastica sarà un bruco. Il polietilene, con cui ogni anno fabbrichiamo mille miliardi delle classiche buste della spesa, fino a ieri era considerato praticamente indistruttibile. Per smaltirlo in natura servono quattro secoli, e anni di ricerche hanno avuto la stessa conclusione: non è biodegradabile. Poi come spesso accade, la scoperta, dovuta al caso. E a una buona dose di intuito.

Federica Bertocchini, ricercatrice italiana dell'Istituto di biomedicina di Santander, ha l’hobby dell’apicoltura. Nel pulire gli alveari vuoti si accorge che sono invasi dai bachi, che raccoglie in una busta di plastica. Poche ore dopo la busta è piena di buchi, e al posto dei bruchi ci sono le larve. Che fine ha fatto la plastica scomparsa? Nessun animale riesce a mangiarla. Questi bachi, a quanto pare, sì. Così l’istituto spagnolo inizia la ricerca, in collaborazione con l’Università di Cambridge. I risultati sono incredibili. Il bruco è in realtà la comune camola del miele, usata dai pescatori come esca. La camola, detta anche tarma della cera, depone normalmente le uova negli alveari, e le larve si nutrono di cera d’api. O in mancanza di meglio, questa è la scoperta, di polietilene. L’azione biodegradante, e questa è un’altra sorpresa, non è frutto della masticazione: il polietilene infatti viene trasformato grazie a un processo chimico. Trasformato in cosa? In glicole etilenico, scoprono gli scienziati, un composto utilizzato negli anticongelanti.

Applicazioni concrete della scoperta: il polietilene potrà essere biodegradato in discariche ecosostenibili, e non dandolo in pasto a milioni di larve, ma “innaffiandolo” con l’agente che degrada la plastica estratto dalle stesse. Con tanti saluti alle discariche oggi intasate e alle isole di rifiuti in plastica nate negli ultimi anni in mezzo agli oceani.

venerdì 7 febbraio 2020

313 - IL VILLAGGIO DI PLASTICA




Sembra impossibile ma...
A Panama sta sorgendo un villaggio interamente realizzato utilizzando bottiglie di plastica usate. E per quanto strano possa sembrare, l'obiettivo principale è la salvaguardia dell'ambiente.

Siamo sull'isola di Colon nell'arcipelago di Bocas del Toro, Mar dei Caraibi. Qui qualche anno fa viene a vivere Robert Bezeau, imprenditore canadese col pallino dell'ecologia; quando si rende conto che sull'isola l'inquinamento da plastica uccide un gran numero di tartarughe, pesci e uccelli decide di ripulire le spiagge e, con l'aiuto di un gruppo di volontari, in un anno recupera oltre un milione di bottiglie. Da lì si accende la scintilla, e nel 2015 nasce un progetto edilizio innovativo. L'idea è semplice: utilizzare le bottiglie di plastica come materiale isolante per costruire i muri delle case.

Le bottiglie pressate vengono inserite in gabbie di acciaio con le quali, come coi mattoncini del Lego, si costruisce la casa; le pareti poi saranno rivestite da una sottile copertura di calcestruzzo. Si realizza così uno strato isolante che mantiene la temperatura interna fino a 17° più bassa di quella esterna e isola dal caldo e dall'umidità; questo consente di fare a meno di impianti di aria condizionata, con un bel risparmio energetico. Le gabbie poi sono incapsulate in modo da impedire il passaggio di eventuali sostanze nocive per gli abitanti. Per il resto le case non hanno niente da invidiare a quelle tradizionali. Anzi, consentono di ridurre i tempi di costruzione, sono molto economiche e sono anche antisismiche.

Il progetto, che si sta realizzando su 33 ettari di terreno nella selva tropicale a ridosso del mare, si svolge in tre fasi: la prima si è conclusa nel 2016 con la costruzione di un primo edificio sperimentale, che ha richiesto 20.000 bottiglie; la seconda, iniziata nel 2017, l'edificazione delle altre 120 abitazioni del Plastic Bottle Village; la terza la realizzazione di ambienti naturali, zone verdi, aree attrezzate, negozi e spazi per la vita comunitaria. A cose fatte le bottiglie eliminate saranno oltre un milione. Si stima che il consumo medio nel mondo sia di 15 o più bevande in bottiglie di plastica al mese: che in 80 anni di vita fanno 14.400 bottiglie, tutti rifiuti altamente inquinanti e non biodegradabili. Per costruire una casa a due piani di 100 metri quadrati come quelle di Colon servono 14.000 bottiglie: quanto basta per pareggiare i conti.

giovedì 6 febbraio 2020

310 - UN MONDO A PARTE




Sembra impossibile ma...
C'è un'isola che sembra uscita da un vecchio telefilm di Star Trek: sì, quei paesaggi alieni fatti con scenografie dai colori pastellati dove il comandante Kirk e il dottor Spock vengono depositati dal raggio del teletrasporto. Ecco, Socotra è un po' così.

La più grande delle 4 isole dell'arcipelago omonimo è un altopiano roccioso al largo del Corno d’Africa, nell'oceano Indiano; siamo 300 km a est della costa somala e 350 a sud della Repubblica dello Yemen, cui appartiene dal 1990. Il precoce distacco dell’isola dalla terraferma nel terziario ha permesso a specie animali e vegetali di sviluppare una straordinaria biodiversità, un ecosistema unico ed eccezionale con flora e fauna dalle sembianze inconsuete. Tanto che nel 2008 Socotra è stata dichiarata Patrimonio dell'Unesco. Qui e solo qui crescono alcune delle piante più strane del pianeta, come l'albero cetriolo, l’albero bottiglia, diverse piante di aloe utilizzate a scopo medicinale, la Punica protopunica, antenato del melograno coi frutti dal sapore rivoltante, l’albero dell’incenso che trasuda resina commestibile (una sorta di chewing-gum naturale) e l’albero del sangue di drago (Dracaenia cinnabari) della famiglia delle agavi col tronco dritto, la chioma a ombrello rovesciato e i rami corti e carnosi. Incidendo la corteccia si ricava una resina rossastra, il sangue di drago appunto, usato come medicamento per dissenteria e ustioni e come pigmento per colorare. In tutto 825 specie rare di piante il 37% delle quali esclusive del luogo, così come il 90% dei rettili, il 95% dei serpenti e gran parte delle 192 specie aviarie uniche al mondo; l’ambiente marino non è da meno con 235 specie di coralli, 730 di pesci e 300 tra granchi, gamberi e aragoste.

In passato le leggende dei marinai parlavano di stregoni capaci di rendere l'isola invisibile. In effetti per sei mesi l'anno le tempeste monsoniche “cancellano” l'arcipelago, e anche negli altri mesi gli scarsi approdi lo rendono difficilmente raggiungibile. Sull'isola oggi vivono più di 50.000 persone, la prima e unica strada asfaltata è stata costruita nel 2008, i servizi sono spartani (hotel e ristoranti si contano sulle dita di una mano) e i pochi viaggiatori che arrivavano fino a qualche tempo fa preferivano piantare la tenda sulla spiaggia. Grazie a tutto questo, la natura qui è davvero incontaminata.

Ah, dimenticavo. Non durerà. Socotra sta già cambiando: in Yemen c'è la guerra e le conseguenze si fanno sentire. Se pensate di visitarla di questi tempi, scordatevelo. Gli Emirati Arabi hanno sostanzialmente occupato l'arcipelago costruendo caserme e organizzando un sistema di milizie e di sicurezza. E precludendo di fatto l'accesso ai turisti: pare abbiano in cantiere resort di lusso e parchi di divertimento per ospitarli degnamente a guerra finita.
 
 

 

 

 

giovedì 23 gennaio 2020

283 - L'ALBERO DEL TENERE'




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera, anche se pare una barzelletta. L'Albero del Ténéré è un’acacia tortilis sopravvissuta per molti decenni (forse oltre 300 anni), nel bel mezzo del deserto del Ténéré, nel Niger nordoccidentale. Unico albero in un raggio di 400 chilometri, considerato a lungo il più isolato al mondo, punto di riferimento per le carovane di cammelli che attraversavano il deserto, visibile da grandi distanze anche se alto poco più di tre metri. Un faro vivente, un albero tanto essenziale per orientarsi da apparire sulle mappe.

Quest'area non è sempre stata desertica: numerosi graffiti rupestri ritrovati testimoniano che sia nel paleolitico che nel neolitico, quindi fino a 10.000 anni fa, gli antichi abitanti cacciavano animali in mezzo a una vegetazione rigogliosa. L'avanzata del deserto e la riduzione delle falde acquifere sotterranee hanno cancellato poi gran parte della vita vegetale. Alla fine dell'ottocento sopravviveva solo un gruppetto di acacie rinsecchite; anche queste morirono. Tutte meno una, l'Albero del Ténéré. Il mistero della miracolosa sopravvivenza fu risolto nel 1938 quando fu scavato un pozzo lì vicino e si scoprì che le radici dell’acacia arrivavano a 35 metri di profondità, dove c’è una sorgente. Nel 1939 Michel Lesourd del Service central des affaires Sahariennes scriveva: “Bisogna vedere l’albero per convincersi della sua esistenza. Qual è il suo segreto? Come può essere ancora vivo nonostante le moltitudini di cammelli che scalpitano intorno ad esso? Com’è che nel corso dell’azalai (riunione delle carovane di dromedari che due volte l’anno attraversano il deserto per trasportare il sale) non capita mai che un cammello ne mangi le foglie? Perché i Tuareg non tagliano i suoi rami per farne fuochi? La sola risposta possibile è che l’albero sia tabù e come tale venga considerato dai carovanieri”.

Novembre 1973, il silenzio dell'infinita distesa desertica è rotto dal rumore di un motore che avanza. Uno schianto improvviso, poi di nuovo il silenzio. Un camion di passaggio, guidato da un autista libico ubriaco ha centrato in pieno l'albero secolare; il tronco sradicato giace a terra. Sarà recuperato e portato a Niamey, nel Museo Nazionale del Niger, dove è visibile ancora oggi. Un nuovo punto di riferimento ha sostituito l'ultima acacia del Ténéré: una (brutta) installazione in ferro realizzata da un anonimo artista.
 

 

 

mercoledì 22 gennaio 2020

279 - IL MIRACOLO DEL GIARDINO IN BOTTIGLIA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Una storia, quella di David Latimer ottantenne inglese di Cranleigh nel Surrey, facile facile da raccontare, ma non per questo meno bella. Il suo piccolo miracolo, un intero giardino cresciuto dentro una bottiglia sigillata, conferma che le cose complicate a volte possono essere semplici, quando si lascia che la natura faccia il suo corso.
Correva l’anno 1960 quando un giovane David mise del terriccio dentro una bottiglia, piantò qualche seme di tradescantia (una pianta sempreverde originaria del centramerica, detta anche erba miseria), bagnò con un bicchiere d’acqua e sigillò l’apertura. La bottiglia, in realtà una sorta di damigiana, 45 litri di capienza, mantenuta in un angolo soleggiato, si è poi rivelata un perfetto ecosistema chiuso. Un microcosmo dove la pianta ha avuto modo di svilupparsi e crescere senza bisogno di nient’altro che la fotosintesi clorofilliana, ovvero della luce.
Infatti dopo aver dimenticato la bottiglia per anni, David la riaprì solo nel 1972 e in quell’occasione la trovò in perfetta salute e la annaffiò. Dopodiché non l’ha più toccata fino a qualche settimana fa. Quando è tornato ad aprirla 44 anni dopo l’ultima volta. Ha tolto il tappo e si è trovato davanti a una tradescantia verdissima, rigogliosa e fiorita, in piena salute.
Insomma, sembrava Audrey II, la pianta carnivora della Piccola bottega degli orrori, ma per fortuna con abitudini alimentari assai diverse. Già, perché l’erba miseria di David per tener fede al suo nome era riuscita a vivere tutti quegli anni senza niente, neanche acqua e aria fresca. O meglio, l’acqua sufficiente era arrivata alla pianta grazie alla condensazione dell’umidità sulle pareti di vetro, e tanto è bastato insieme alla luce solare per innescare la fotosintesi.
Il giardino impossibile di David ha sollevato l’attenzione degli studiosi: non a caso i semplici ma raffinati processi che consentono alle piante di sopravvivere e autosostenersi in condizioni difficili, ma anche di ripulire l’ambiente dalle sostanze inquinanti, sono da tempo oggetto di attenzione da parte della Nasa, che intende ricreare nello spazio le condizioni di sopravvivenza delle piante e studiarne il comportamento.

venerdì 27 dicembre 2019

246 - L'ENERGIA PULITA DEL PANDA




Sembra impossibile ma...
Da qualche mese un panda gigantesco ha lanciato la sua sfida all'inquinamento: produrrà energia elettrica pulita in quantità tale da sostituire quella generata da un miliardo di tonnellate di carbone.

Parte da Datong, nel nordest della Cina, un progetto che potrebbe cambiare volto alle centrali elettriche su tutto il pianeta. E renderlo anche più simpatico. Panda Green Energy Group, una delle più grandi aziende cinesi del settore energia pulita, ha aperto un'enorme centrale solare con una capacità totale installata di 50 megawatt; l'impianto fotovoltaico si estende su di un'area di un chilometro quadrato, e la cosa curiosa è che ha la forma di un panda, animale particolarmente caro ai cinesi nonché simbolo mondiale della protezione dell'ambiente. Le parti scure del Panda power plant, come orecchie e braccia, sono composte da celle solari di silicio monocristallino realizzate dalla Xi’an Longi Silicon Materials Corp, mentre la parti chiare, la pancia e la faccia, sono un'insieme di celle solari a film sottile prodotte dall'americana First Solar. Il che significa che l'impianto integra le due diverse tecnologie solari più avanzate del mondo.

La Cina è oggi il più grande produttore di energia solare del pianeta, e il Panda power plant è l'apripista di un programma che mira a diffondere le energie rinnovabili e a promuovere la crescita di una coscienza pubblica sull'importanza di uno sviluppo sostenibile. Oltre a fornire energia elettrica pulita, la centrale ospita un centro di formazione per bambini e studenti per educarli ai vantaggi dell’energia solare. Questa è solo la prima fase del progetto, che prevede una capacità complessiva finale di 100 megawatt, distribuiti su un’area di 100 ettari; una volta completato, l’impianto di Datong produrrà nei prossimi 25 anni 3,2 miliardi di chilowattora di energia pulita risparmiando 1056 milioni di tonnellate di carbone e riducendo le emissioni di 2,74 milioni di tonnellate, pari a quelle prodotte da 73.000 auto per 25 anni. Nei prossimi 5 anni saranno aperte in Cina altre centrali a forma di panda, e progetti analoghi sono previsti in altri Paesi, dove potrebbero essere koala, elefanti e rinoceronti, gli animali simbolo locali, a produrre energia pulita.

872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...