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mercoledì 1 aprile 2026

868 - GHALI, SFERA E LA NUOVA MINIERA D'ORO

  

Per diventare ricchissimi e famosi, una volta servivano Sanremo, la tv e le grandi case discografiche. Oggi può bastare una canzone caricata in rete da una cameretta di periferia.

È il sogno metropolitano dei tanti ragazzi che animano la trap italiana. Un sogno che per qualcuno è diventato realtà.

Uno dei primi a far saltare il banco è stato Ghali. Figlio di immigrati tunisini, cresciuto a Baggio, periferia milanese, nel 2016 pubblica “Ninna Nanna”: un brano che non segue le vecchie strade del successo, ma corre in rete, conquista Spotify, entra nelle case, nei telefoni, nelle cuffie di milioni di ragazzi e cambia il paesaggio musicale italiano. Per molti, è il segnale che qualcosa si è rotto: non servono più i passaggi obbligati di una volta. La periferia può entrare direttamente nel mercato e prendersi il centro della scena.

Da lì in poi la trap non è più soltanto musica. Diventa linguaggio, estetica, rivalsa sociale, racconto di quartieri difficili, soldi esibiti, successo improvviso. E soprattutto diventa industria. Lo streaming cambia tutto: milioni di ascolti, playlist, video, tour, featuring, diritti, brand, merchandising. Ogni singolo ascolto vale pochissimo, ma quando gli ascolti si contano a centinaia di milioni, o addirittura a miliardi, il denaro comincia a piovere.

E al vertice di questa parabola c’è Sfera Ebbasta, il volto più famoso, più potente e probabilmente più ricco della trap italiana. Fare cifre esatte è impossibile, ma una stima prudente porta a pensare che in pochissimi anni possa aver guadagnato fra i 15 e i 25 milioni di euro. Una fetta enorme arriva dallo streaming: fra brani suoi e featuring, le sue canzoni hanno generato numeri da capogiro, capaci di tradursi in molti milioni di euro, anche se gli incassi reali vengono poi divisi tra artista, etichette, produttori e diritti vari. E poi ci sono i concerti, altra miniera d’oro: per una singola data live, un nome come il suo può valere fra gli 80 e i 150mila euro.

Ma la medaglia luccicante ha anche il suo rovescio oscuro: per qualcuno le storie di strada, violenza e criminalità non restano nelle canzoni. Negli ultimi anni alcuni protagonisti della trap hanno avuto seri guai giudiziari: Shiva è stato condannato in appello a 4 anni e 7 mesi per una sparatoria del 2023; Baby Gang ha avuto una condanna definitiva a 2 anni e 9 mesi e un’ulteriore condanna nel 2026. La cronaca nera, in certi casi, finisce per camminare al fianco della musica.

È il prezzo da pagare per un genere nato ai margini, nei quartieri difficili, per diventare una delle industrie più redditizie dello spettacolo italiano.

Una macchina per soldi partita simbolicamente con un ragazzo di Baggio e una “Ninna Nanna” caricata in rete.


domenica 28 settembre 2025

833 - LA BELLEZZA DI TADZIO


 

Al Festival del cinema di Cannes non lo conosceva nessuno, Luchino Visconti lo presentò come “il più bel ragazzo del mondo”. Bastò un'occhiata per capire che aveva ragione.

L'anno è il 1970, lui si chiama Björn Andrésen e non è un attore consumato, né una star costruita a tavolino, ma solo un adolescente svedese di appena 16 anni che il grande regista del Gattopardo e di Rocco e i suoi fratelli ha scelto per incarnare l’angelo biondo di “Morte a Venezia”.

Da allora il suo destino si intreccerà indissolubilmente con l’immagine di Tadzio, simbolo di purezza e di desiderio, proiettato sullo schermo in tutto il mondo. Un'interpretazione eterea, quasi onirica che entra nella memoria collettiva e lo imprigiona in un ruolo non facile da sostenere.

Durante le riprese gli proibiscono di nuotare, di correre, perfino di prendere il sole: tutto deve restare intatto, immacolato. Il rapporto con il regista oscilla tra gratitudine e disagio. Gratitudine per l’occasione, disagio per un controllo che spesso lo riduce a opera d'arte da contemplare. E poi il ricordo dell’imbarazzo al provino, quando Visconti gli chiese di spogliarsi fino agli slip, e il trauma di essere trascinato in locali notturni, a 15 anni, senza capire davvero cosa stesse succedendo.

A Cannes, durante la presentazione, Visconti arriva a dire che Björn è “già troppo vecchio”: lui, timido e fragile, non capisce una parola di francese, e sorride ignaro della sottile ironia del regista che lo racconta come un magnifico toy boy.

Per quanto giovanissimo, Björn ha alle spalle un'adolescenza già segnata da ombre nerissime. Non ha mai conosciuto il padre e la madre si è tolta la vita quando lui aveva dieci anni. Cresce con i nonni, ed è la nonna a spingerlo verso il cinema, desiderosa di un nipote famoso. Ma nulla lo ha preparato al vortice che lo travolgerà dopo “Morte a Venezia”.

La vera esplosione arriva in Giappone. Lì il suo volto etereo genera un’isteria collettiva trasformandolo, di fatto, in uno dei primi teen-idol occidentali del Sol Levante: folle di ragazzine urlanti, dischi pop incisi in fretta e furia, copertine di riviste, apparizioni televisive una dopo l'altra. Racconterà in seguito che per fargli sopportare la fatica delle tournée lo riempivano di “pillole rosse”.

In quel periodo il suo volto diventa l’archetipo del *bishōnen*, il “bel ragazzo” androgino che segna un’intera stagione di manga e anime. Riyoko Ikeda, creatrice de “La Rosa di Versailles”, confermerà anni dopo che sì, Lady Oscar nacque proprio guardando Björn, fu lui a ispirarla: la bellezza maschile e femminile fuse in un solo volto, la tristezza come cifra segreta del fascino. Senza Andrésen, Lady Oscar non sarebbe esistita.

Quando poi torna a Parigi, per mesi è il beniamino dei salotti mondani, e vive in appartamenti offerti da ricchi ammiratori: poco più di un bell'oggetto da mostrare agli amici. Poi la vita va avanti, cura qualche ferita e ne apre altre più profonde. Anni dopo dovrà sopportare un altro dolore fra i più terribili, la perdita del figlio Elvin, morto a nove mesi.

Oggi, a 70 anni, Björn vive a Stoccolma, e dopo un lungo periodo di depressione e di silenzio, sembra essersi finalmente liberato di quella gabbia che lo showbusiness gli aveva costruito intorno tanti anni fa. Ha ripreso a fare musica e a recitare, si è riaffacciato al cinema con un piccolo ruloo nel film “Midsommar” di Ari Aster, e nel 2021 ha raccontato se stesso senza inibizioni nel documentario “The Most Beautiful Boy in the World”. Non per alimentare la leggenda, ma per liberarsene: un modo per esorcizzare la maledizione della “grande bellezza”.



lunedì 11 agosto 2025

807 - PER AMORE DI TOTO'


 

C’è una tomba nella cappella De Curtis, al Cimitero del Pianto di Napoli che non appartiene a un familiare. È quello di Liliana Castagnola, la donna che Totò amò, perse e non dimenticò mai.

Eugenia Castagnola (questo il vero nome, Liliana è un nome d'arte) nasce a Genova l’11 marzo 1895. La madre è una libraia, ma lei sogna fin da piccola il palcoscenico. Dopo un matrimonio precoce e una maternità, lascia tutto per inseguire le luci del café-chantant.

E arriva il successo: in pochi anni percorre l’Italia e l’Europa, acclamata nei teatri più prestigiosi. Bellissima, indipendente, irresistibile: il suo fascino alimenta articoli e pettegolezzi.

Nel 1920, a Milano, l’amante Alberto Sala, pazzo di gelosia, le spara alla fronte, poi si uccide. Liliana sopravvive, ma porterà per sempre in testa il proiettile e nel cuore la cicatrice di un’ossessione che l'ha quasi uccisa.

A ricordargliela ogni giorno, le cefalee lancinanti di cui da allora soffre. I sonniferi, che porta sempre con se, diventano i compagni silenziosi della sua vita. Riprende però a cantare, e alla fine del 1929 la scritturano al Teatro Santa Lucia di Napoli.

Una sera in platea c’è un giovane comico che sta faticosamente costruendo la propria carriera: Antonio De Curtis. Lui le manda in camerino un mazzo di rose con un biglietto romantico. Lei risponde affettuosamente, e da quel momento i due iniziano a frequentarsi, si scambiano lettere e fotografie autografate (in una di queste Liliana gli scrive “Un tuo bacio è tutto”).

E' un amore breve e intenso. Lei, fragile e appassionata, inizia a immaginare un futuro insieme; lui, diviso tra i sentimenti e la carriera artistica, fra Antonio De Curtis e Totò. Ma la voglia di affermarsi come attore è troppa, così finìsce per allontanarsi. Quando accetta una lunga tournée, Liliana vede crollare ogni speranza.

La notte tra il 2 e il 3 marzo 1930, nella sua stanza della Pensione degli Artisti “Ida Rosa”, Liliana si trucca, si stende sul letto e ingerisce un tubetto intero di Veronal. Sul comodino lascia una lettera per lui: «Mi hai fatto felice o infelice? Non so… Ah, se mi fossi vicino! Mi salveresti, è vero?».

Totò arriva troppo tardi. La farà seppellire nella tomba di famiglia e, tre anni dopo, darà il suo nome alla figlia. Per tutta la vita custodìrà il fazzoletto trovato nella stanza della cantante, intriso di lacrime e rimmel. Quando morirà, nel 1967, quel fazzoletto sarà nella bara con lui.

Fra le poesie di Totò c'è questa quartina che, secondo molte fonti, sarebbe dedicata a lei:

È morta, s’è n'è gghiuta ‘n Paraviso!

Pecché nun porto ‘o lutto? Nun è cosa!

Rispóngo a’ gente e faccio ‘o pizzo ‘a risa,

ma dint’ ‘o core è tutta n’ata cosa”.


mercoledì 9 luglio 2025

785 - I GIGANTI DELLE ALPI

 


La fotografia in bianco e nero ti lascia a bocca aperta per qualche istante, poi pensi “ok, è un fake”. Macché, i due uomini altissimi ed elegantissimi sono i fratelli Ugo (è il cognome), Battista e Paolo. La gente li conosceva con un soprannome che sa di leggenda: i giganti delle Alpi.

Piemontesi di Vinadio, nati a cavallo fra Otto e Novecento in una valle che ha il respiro della solitudine e il silenzio della neve, hanno affrontato insieme un destino straordinario e struggente, fatto di fatica, stupore e nostalgia.

Battista, il maggiore, ha spalle robuste che sembrano scolpite da Michelangelo ed è alto due metri e sessantacinque, stando alle cronache dell'epoca. Probabilmente un bel po' meno: non esistono documenti ufficiali medici o anagrafici che diano una misura precisa, che comunque dovrebbe superare i due metri e venti. L’unico oggetto conservato — uno stivale esposto oggi in vetrina da un calzolaio di Cuneo — ha una suola di 42×17 cm, che però non è sufficiente a determinare con certezza l’altezza.

Paolo è alto pochi centimetri di meno, e ha la sua stessa solida dignità, quella che i due manterranno quando il mondo li guarderà con occhi spalancati e dita puntate. Non sono mostri, e nemmeno prodigi. Sono ragazzi che si spaccano la schiena nei campi, tagliano legna nei boschi della Valle Stura e si adattano a una vita dura come la roccia.

Finché un giorno un impresario francese conosce Battista e vede in lui molto più che un boscaiolo: vede il biglietto per riempire i tendoni e le sue tasche. Così ingaggia i due fratelli e comincia il viaggio. Prima la Francia, poi l’Europa, infine l’America dove li scrittura nientemeno che Barnum & Bailey.

I due fratelli, ribattezzati Baptiste e Paul Hugo, che suona più esotico, diventano attrazioni internazionali da side show. Li si può vedere in varie immagini, in smoking accanto a gente di tutte le età che li guarda dal basso in alto, o vestiti da soldati napoleonici a fiere ed esposizioni.

Ma c’è un prezzo da pagare, e non solo in franchi. I due fratelli camminano tra gli sguardi curiosi come dentro una vetrina. E se da un lato possono inviare soldi a casa, dall’altro la loro vita si va consumando in una dolce prigione fatta di lustrini e solitudine.

Con i soldi guadagnati comprano una casa a Maisons-Alfort, alle porte di Parigi, che sembra fatta apposta per due Gulliver; lo fanno per lasciar fuori dalla porta dubbi e tristezze, ma la nostalgia delle montagne, quella non ci riescono a tenerla fuori.

Nel 1914 Paolo muore di polmonite fulminante. Ha appena 26 anni. Battista lo seguirà due anni dopo, solo e stanco, in un ospedale di Manhattan. La diagnosi è difterite, ma il New York Times scrive che è morto di nostalgia per l’Italia. E forse non è retorica.

Oggi due statue coloratissime li ricordano a Vinadio, una rosa shocking, l’altra verde mela. Sembrano giocattoli giganti. Le ha realizzate nel 2012 l'artista scozzese David Mach, di forma tubolare spiraliforme; bizzarre e visivamente impattanti, sembrano una versione extra slim dell'omino Michelin. La gente si ferma a guardarle a bocca aperta. Non credo gli sarebbero piaciute.


martedì 24 giugno 2025

773 - LA VITA STELLARE DEL TENENTE SCOTTY

 


Se lo ricordano tutti come Scotty, l’ingegnere col berretto rosso e l’accento scozzese che “spreme al massimo i motori” mentre l’Enterprise sfugge all’ennesimo cataclisma galattico. Ma James Doohan è stato molto di più.

Dietro il suo sorriso scanzonato e l’aria da eterno complice delle imprese di Kirk e Spock, il tenente comandante Montgomery “Scotty” Scott, ingegnere capo della USS Enterprise NCC-1701, nascondeva un passato avventuroso.

Nato a Vancouver nel 1920, James cresce tra le ombre dell’alcolismo paterno e il desiderio di riscatto. Sogna la scienza e la tecnica, e già al liceo brilla in matematica, un anticipo del futuro ingegnere spaziale. Ma la vita ha in serbo per lui un banco di prova tremendo: la guerra, con il suo giorno più lungo, il D-Day, lo sbarco in Normandia.

6 giugno 1944, Juno Beach. Doolan sbarca tra fuoco e acciaio, guida i suoi uomini attraverso un campo minato, mette a tacere due cecchini, ma quando cala la notte, viene centrato da fuoco amico: sei proiettili. Quattro lo straziano alla gamba, uno gli fa saltare il dito medio della mano destra, un altro si ferma su un portasigarette d’argento: “Un regalo di mio fratello, mi ha salvato il cuore”, racconterà anni dopo, alzando le sopracciglia come a dire “la vita a volte è un lancio di dadi”.

Dopo un periodo di convalescenza, rientra in servizio come pilota d’osservazione per la Royal Canadian Artillery. Ma se ve lo immaginate pacioso e tranquillo “alla Scotty”, siete in errore: Doohan in Inghilterra, sul suo Auster Mk IV, si diverte a fare lo slalom tra i pali del telegrafo, meritandosi il titolo di “pilota più pazzo della Canadian Air Force” e un severo richiamo da parte dei superiori. A chi gli domanda perché l'ha fatto, risponde: “Per dimostrare che si può fare”.

Poi, la svolta. Un giorno, ascolta un radiodramma e dice: “Posso fare meglio.” Ci riesce, eccome. Dalla radio alla tv, fino a Star Trek: nasce Scotty, che fra serie tv e film manterrà il suo posto sulla plancia dell'Enterprise per 28 anni, dal 1966 al 1994. E non solo: Doohan sarà anche la voce di mille personaggi, l’inventore dei primi dialoghi klingon e vulcaniani, il simbolo per generazioni di giovani ingegneri. Neil Armstrong, mica uno qualunque, gli stringe la mano e gli dice: “Da un ingegnere a un altro, grazie.”

Eppure, l’episodio che più gli riempie l’anima non avviene sul set, ma quando riceve una lettera da una fan disperata, pronta al suicidio. James non esita: la chiama, la invita a una convention di Star Trek tutto spesato, e poi a un’altra e a un’altra ancora. Anni dopo riceverà una lettera: “Grazie, mi sono laureata in ingegneria elettronica.” L'ingegnere dell'Enterprise ha riparato un cuore spezzato. Nessun motore a curvatura, stavolta, solo umanità.

James muore nel 2005, e la finzione diventa realtà. Ma anche questa è un'avventura: per esaudire il suo desiderio che le sue ceneri siano lanciate nello spazio un razzo suborbitale ne porta 7 grammi in volo, ma poi rientra sulla Terra con un paracadute, come previsto. Le ceneri vengono recuperate. Nel 2008 un’altra porzione delle sue ceneri decolla su un razzo SpaceX Falcon 1, ma la missione fallisce e il razzo si perde 2 minuti dopo il lancio.

Sempre nel 2008 Richard Garriott nasconde le ceneri di Doohan sotto il pavimento del modulo Columbus e le porta di nascosto a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) durante la sua missione. L’impresa rimane segreta per anni, fino a essere rivelata da Garriott nel 2020. Infine, il 22 maggio 2012, un’urna con ciò che resta delle sue ceneri vola nello spazio a bordo di un razzo Falcon 9: missione compiuta.



mercoledì 11 giugno 2025

768 - IL TRIANGOLO


 
 

Questa è la storia di tre vite intrecciate dalla musica. Dentro c’è tutto: amore, soldi, desiderio, amicizia, successo, cocaina, tradimenti e la fortuna di vivere insieme un’epoca irripetibile.

Nel 1964, George Harrison è uno dei Beatles, e ho detto tutto. Pattie Boyd, invece, una delle tante giovani modelle inglesi con la frangetta alla Jean Shrimpton e il fascino fresco di Carnaby Street. Si incontrano sul set di *A Hard Day’s Night*. Lui le chiede di uscire quel pomeriggio stesso. Lei rifiuta: “Ho un fidanzato.” Risposta che farà solo accelerare le cose. Due anni dopo, sono marito e moglie.

 Il matrimonio inizia sotto i riflettori, ma scivola presto dietro le ombre lunghe del successo. George è già... tutto: chitarrista amato, mistico curioso, beatle silenzioso. Ma anche fragile, introverso, sfuggente. Quando nel 1968 si innamora del sitar e dell'arte di Ravi Shankar, si porta a casa anche il bisogno di silenzio, digiuni e meditazione. Pattie, invece, si ritrova spesso sola. “George era lunatico. Un giorno parlava di Krishna, il giorno dopo si faceva di cocaina,” scriverà nella sua autobiografia.

Ma al tempo stesso George nel 1969 scrive “Something”, una delle sue canzoni più celebri e amate, proprio per Pattie. La canzone è un inno all’amore, dolce e sincero, ed è una vera dichiarazione in musica.

Intanto, nel cerchio delle amicizie, compare Eric Clapton. All’inizio è solo un altro genio della chitarra. Poi diventa il migliore amico di George. Le cene a Friar Park, la villa immensa e misteriosa acquistata da Harrison, si fanno più frequenti. Clapton suona in salotto, Pattie ascolta. Clapton si innamora in silenzio. E nel 1970 le scrive una lettera firmata soltanto con una "E".

Pattie racconterà di aver pensato si trattasse di un fan ossessivo. La lettera - venduta all'asta nel 2024 da Christie’s per 107.000 sterilne - dice: “Vorrei chiederti se ami ancora tuo marito o se hai un altro amante. Tutte queste domande sono molto impertinenti, lo so, ma se nel tuo cuore c'è ancora un sentimento per me... devi farmelo sapere!”. 

Quello stesso anno, Clapton pubblica “Layla and Other Assorted Love Songs” con i Derek and the Dominos. Layla – lo dirà lui stesso in più interviste – era per Pattie. E' una dichiarazione, una supplica, un urlo struggente di desiderio e sofferenza, ispirato a un’antica storia d’amore raccontata nel poema persiano “Layla e Majnun”. Clapton ci mette dentro quel senso di lotta interiore tra l’amicizia e l’amore impossibile, la speranza e la disperazione.

Il triangolo è ormai palese. Quando Clapton gli confessa di amare sua moglie, George gli risponde imperturbabile: “Allora prenditela. Io l’avevo solo presa in prestito”. Aneddoto vero? Difficile dirlo. Philip Norman, nella sua biografia *George Harrison: The Reluctant Beatle*, la riporta con la giusta dose di ironia e ambiguità. “Con quei tre, non sai mai dove finisce la verità e dove comincia la leggenda,” dice a Rolling Stone. 

Pattie non nasconde i sentimenti che Clapton le suscita, ma resta con George anche dopo che lui ha saputo della relazione, e il matrimonio continua per un bel po’. E' un triangolo delicato. Clapton e Harrison continuano a essere amici, anche se con una lunga serie di “non detto” che pesano sul loro rapporto.

Il matrimonio va avanti fino al 1974, ma i due non sono più una coppia, e anche George si dà da fare: “Un giorno lo sorpresi a letto con Maureen Starkey” racconterà Pattie a The Guardian. Maureen è la moglie di Ringo. E Harrison non si scompone, le sorride e dice: “Non significa niente”. 

Nel 1977, dopo tre anni di separazione, Pattie divorzia da George e sposa Eric. “Ero in cerca di amore. Ma mi bastò poco per accorgermi che anche Eric aveva bisogno di aiuto,” scriverà lei. Alcol, gelosia, dipendenze, e poi il tradimento: il secondo matrimonio è anche più difficile del primo. Nel 1989, il secondo divorzio.

Oggi Pattie vive serena con il marito Rod Weston. Ha messo all’asta lettere, foto e memorie, di George e di Eric. Non per rancore, ma – come ha detto in un'intervista – “Perché sono oggetti che hanno fatto il loro tempo. Ora che altri se ne prendano cura.” 

Ma se I suoi ricordi li ha venduti (a caro prezzo), a noi ha lasciato il regalo più bello: “Something” e “Layla”, due storie d'amore create solo per lei.




sabato 30 marzo 2024

760 - DIETRO IL PADRINO

 


 

Un'offerta che non si può rifiutare. A trovarsela davanti è stato Francis Ford Coppola al momento di iniziare a girare Il padrino. Le cose sono andate così.

 L'anno è il 1972, e il regista sta per dare il primo ciak a quello che diventerà il più celebrato fra i film sulla mafia. Joseph Colombo, boss di una delle “Cinque famiglie di New York” chiede di parlare con Coppola e col produttore Al Ruddy. Paura!

Colombo dirige la Lega italo-americana per i diritti civili, che ha fondato due anni prima, e forte di questa carica presenta tre richieste: niente rappresentazioni culturali che risultino negative per gli italiani, niente rimandi offensivi agli stereotipi dello “spaghetti” violento e ignorante, e soprattutto mai usare la parola "mafia".

Regista e produttore prendono tempo, ci pensano su, valutano pro e contro, e alla fine accettano. Il risultato è che la lavorazione del film fila liscia come l'olio. Anche perché Colombo, soddisfatto dall'esito della trattativa, provvede a parlare con i vari sindacati coinvolti nella produzione, e le maestranze lavorano senza creare problemi né ritardi.

Colombo si appassiona al progetto, e va spesso sul set per seguire le riprese. Ad accompagnarlo c'è un omone corpulento, Lenny “bull” Montana (vero nome, Leonardo Passafaro). Ex wrestler di un certo successo a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta, dopo essersi fatto qualche anno di carcere a Rikers Island per le sue attività non proprio cristalline per la famiglia Colombo, viene premiato dal boss che lo promuove a sua guardia del corpo per la fedeltà dimostrata.

Montana segue il suo capo come un'ombra, e una volta sul set gli rivela il suo grande sogno: fin da bambino ha sempre desiderato recitare. Il caso (almeno così ci auguriamo) vuole che l'attore che interpreta uno dei killer più importanti della famiglia Corleone muoia all'improvviso, e indovinate chi viene chiamato a sostituirlo?

Così Montana fa la sua apparizione sul set al fianco di Marlon Brando. Chi lo vede prima del ciak racconta di un'anima in pena: nervosissimo, legge e rilegge il copione, prova freneticamente le battute, le ripete all'infinito con la paura di sbagliare. Una di queste prove parossistiche, ripresa dalla troupe, sarà utilizzata per la scena in cui, agitatissimo, deve incontrare il padrino.

Alla fine il risultato è accettabile, il personaggio risulta credibile, e per Montana si apre una carriera da attore caratterista che lo vedrà recitare in una dozzina di film, oltre che in un paio di puntate di Magnum P.I.

Se questa storia vi ricorda un'altra storia, date un'occhiata a “Pallottole su Broadway” che Woody Allen dirigerà più di 20 anni dopo. Lì il mafioso che finisce per caso sul set, coinvolto nelle riprese si rivelerà un formidabile sceneggiatore. Chissà che nel famoso cassetto dei possibili soggetti che il regista newyorchese raccoglie e conserva nel suo appartamento non ci sia stata per una ventina d'anni una scheda alla voce Lenny Montana?


giovedì 21 luglio 2022

755 - IL TESORO DI PAUL NEWMAN

 

Sembra imposssibile ma...

Fascino, talento e occhi blu sono le caratteristiche che hanno reso celebre Paul Newman, ma la vera eredità lasciata dall'attore è un'altra. La nostra storia inizia nel 1925, anno in cui nasce Paul Newman, uno che la vita ha saputo assaporarla come pochi , fino all’ultimo giorno, nel settembre del 2008.

Se fate un salto a Limestre, in una bella valle in mezzo all’Appennino pistoiese, potrete toccare con mano uno dei sogni più belli realizzati dall’attore. Si chiama Dynamo Camp, ed è una grande struttura ricreativa senza fine di lucro. Il camp di terapia ricreativa è il primo in Italia, e ospita gratuitamente in una verdissima oasi naturalistica affiliata WWF, bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni (e le loro famiglie) con patologie gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione. Il centro offre

periodi di vacanza e svago, con passeggiate a cavallo, tiro con l’arco, arrampicate, attività ricreative in acqua, pet therapy, teatro, circo e tante altre attività ludico sportive adattate per essere accessibili a tutti i partecipanti. La struttura italiana è una delle tante nate dall'associazione "Hole in the wall camps", ideata e realizzata da Newman in Connecticut nel 1988, per poi espandersi negli altri continenti.

Un altro paio di flash sui sogni concretizzati dal protagonista di “La stangata”: nel 1982 ha fondato la Newman’s Own, azienda alimentare pioniera del biologico. Pagato chi ci lavora, i ricavi vengono devoluti per scopi umanitari ed educativi. La stessa azienda per anni ha finanziato un premio per il cittadino americano che più di ogni altro ha saputo difendere la libertà di espressione, di culto e di stampa.

Ah, dimenticavo, sognando sognando Paul Newman ha vinto tre premi Oscar, sei Golden Globe, un Emmy Awards, e ha “acceso” una stella fra le più nitide sulla Walk of fame di Hollywood. Insomma, ha scritto mezzo secolo di storia del cinema. Senza contare l’impegno nel politico e nel sociale, o la passione per l’automobilismo che l’ha visto pilota di successo. Insomma, una vita fatta di sogni, difficili da realizzare ma non impossibili, che a loro volta hanno dato vita ad altri sogni, messaggi in bottiglia lanciati nel futuro da un grande uomo che, incidentalmente, è stato anche un grande attore.

"Mi piacerebbe che la gente pensasse che in Newman c'è uno spirito che compie azioni, un cuore e un talento che non arriva dai miei occhi blu" disse una volta. Missione compiuta, Paul.

 


mercoledì 10 giugno 2020

570 - LA FICTION MALEDETTA




Sembra impossibile ma…
C’è una miniserie televisiva, andata in onda più di 20 anni fa, che ha avuto una vita tormentata, strana e per certi versi misteriosa. La fiction, o come si diceva all’epoca lo sceneggiato, si chiama “Voci notturne”, un thriller esoterico ambientato in una Roma inquietante e ambigua fra sette segrete, enigmatici personaggi e rituali arcani. L’anno è il 1995, il regista di gran nome: Pupi Avati. Che, prima stranezza, non la cita mai fra le sue opere.

La serie va in onda su RaiUno in prima serata, e già questo è sorprendente. Non sono più i tempi del Segno del comando o di Ritratto di donna velata, capofila del genere, e mammaRai preferisce puntare su prodotti più tranquilli e rassicuranti. “Voci notturne” è un’eccezione, un’ anomalia. Una frase di senso oscuro come incipit, musiche d’atmosfera e un cadavere ritrovato nel Tevere. Da qui si dipana una trama avvincente che ruota attorno a una sorta di immortale principe di Saint Germain. Tre puntate filano via con discreti ascolti. Le ultime due vengono accorpate e mandate in onda insieme, come per chiudere la questione prima possibile. Dopo il “the end” lo sceneggiato scompare dai palinsesti, nessuna replica sulle varie spin-off Rai. Nasce la leggenda della fiction maledetta. Mentre un plotone di fans si scambia logori Vhs, circola la voce che i master originali siano scomparsi dagli archivi Rai.

Ma a fine 2009 la serie torna in Tv: alle due e mezza di notte. Nel 2013 poi la replica su Rai Premium. Ma gli appassionati si accorgono subito che le puntate sono abbondantemente tagliate. La Rai spiega il motivo dei tagli: nella serie compare una “Società Teosofica per il Ritorno dello Spirito Originario”. La Società Teosofica Italiana non apprezza e chiede e ottiene il taglio di ogni riferimento. Nel 2015 Gian Lorenzo Franzi scrive anche un libro sulla vicenda. A oggi non esistono dvd o cofanetti, You Tube è l’unico modo per vedere (malino) “Voci notturne”. Che non ha perso niente del suo fascino, “fa paura”, coinvolge e inquieta come e più dei vari True detective o Twin peaks. Guardare per credere.


569 - LO SCHIAVO CHE SUONAVA COME UN ANGELO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di Blind Tom: cieco dalla nascita, schiavo in Georgia, autistico ma dotato di una memoria incredibile, capace di imitare qualunque suono. E soprattutto pianista prodigio fin da bambino e straordinario musicista, uno dei più applauditi e osannati del diciannovesimo secolo.

Thomas "Blind Tom" Wiggins nasce il 25 maggio 1849 in una piantagione della Contea di Harris da genitori schiavi. I suoi padroni, resisi conto che è cieco decidono di ucciderlo. Poi lo vendono con tutta la famiglia a un avvocato di Columbus, il generale James Neil Bethune. E qui cominciano le sorprese. Il bambino "non ha il controllo della propria mente": è autistico, anche se la definizione verrà coniata solo un secolo dopo. Ma non è questo che stupisce. Il piccolo Tom si interessa solo ai suoni, e riesce ad imitarli con incredibile precisione: ripete conversazioni di 10 minuti senza sbagliare una parola, anche se non capisce ciò che sta dicendo. Le sorelle Bethune, figlie del padrone, suonano il pianoforte. Lui si siede allo strumento e ripete i brani ascoltati, nota dopo nota. Ha 4 anni. Il generale capisce di essere di fronte a un musicista prodigio, e gli permette di suonare quanto vuole.

Tom passa al piano anche 12 ore al giorno. A 5 anni dopo un acquazzone su un tetto in lamiera esegue “Rain storm” la sua prima composizione. A 6 anni si esibisce già in tutta la Georgia. Bethune assume musicisti e li fa suonare per Tom, che riproduce i brani dopo un singolo ascolto. Alla fine ne avrà imparati 7000. A 8 anni entra nella scuderia del manager Perry Oliver e diventa Blind Tom. Con lui gira il mondo, diventa famoso, si esibisce anche alla Casa Bianca e guadagna un milione e mezzo di dollari l’anno. Che anche se lo schiavismo è abolito vanno ai suoi “padroni”. E’ amatissimo da Steinbeck e Twain, che di lui scrive “E’ un angelo”. Ritiratosi dalle scene, Blind Tom morirà a 58 anni. Non esistono sue registrazioni. Le sue composizioni sono eseguite raramente. Eccone alcune.




568 - LA REGINA DEL FUOCO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Racconta di una donna che appare dal nulla, conquista l’Inghilterra con le sue incredibili performance, e sparisce nel nulla. L’origine delle sue straordinarie capacità è misteriosa, e la sua intera vita è un mistero nel mistero.

Agli inizi dell’ottocento Jo Girardelli “la donna incombustibile” è una vera celebrità in tutto il Regno Unito. Non uno dei tanti fenomeni da baraccone dell’epoca, ma un’artista completa che conquista le platee più esigenti e non si sottrae a verifiche e controlli da parte di studiosi e scienziati. Che non si spiegano i suoi straordinari poteri.

Questa la scaletta del suo spettacolo. Apre con l’acido nitrico: lo mette in bocca, poi lo sputa su barre di ferro che al contatto fumano. Poi passa all’olio bollente: lo ingurgita da un pentolino dove ha appena fritto un uovo. Quindi passa alla cera fusa: la tiene sulla lingua dove si imprime le iniziali con un sigillo. Subito dopo passa alcune candele accese su braccia e gambe e sulle dita delle mani e dei piedi.

Lo show prosegue col piombo fuso: prima ci immerge le dita, poi lo mette in bocca, lo mastica un po’ e lo sputa in piccoli pezzi rotondi come monete, quindi versa altro metallo fuso in un bacile e ci immerge i piedi nudi. Dal piombo al ferro: riscalda una sbarra fino a farla diventare rovente e ci incendia dei pezzi di legno prima di passarla su braccia, piedi e capelli. Sulla sua pelle nessun segno di ustione. Alla fine passa la sbarra sulla lingua che fuma e sfrigola, prima di piegarla ancora rovente con la forza delle braccia.

Per il resto, di Jo Girardelli si sa pochissimo: nata in Italia nel 1780, fa le prime apparizioni in Inghilterra nel 1810. Si esibisce per platee di ogni tipo, dalle più popolari alle più elitarie. Diventa un mito vivente. Accetta di farsi esaminare dagli studiosi ma sostiene di non avere poteri e di usare una mistura segreta. Nel 1818, al massimo della fama, sparisce misteriosamente così come era comparsa. Nessuno ne sentirà più parlare.
 
 

 
 

 

567 - IL MAGO TAGLIATO A META'




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. A raccontarmela è stato Pier Giorgio Varola, uno fra i più importanti e preparati studiosi di storia dell’arte magica al mondo. Portland, febbraio 1937. Debutta sul palcoscenico l’illusione più impossibile di tutte le epoche. Sarà replicata fino alla fine del 1939. Il prestigiatore si chiama Rajah Raboid, lo spettacolo Mysteries. Il mago chiama uno spettatore, lo ipnotizza, lo fa stendere su un tavolo. E subito lo sega in due con una sega da boscaiolo, senza nessuna copertura.

Un attimo dopo le gambe iniziano a correre da sole. Il busto salta giù dal tavolo e camminando sulle mani le insegue in sala. “Ridatemi le mie gambe” urla terrorizzato fra gli spettatori, terrorizzati anche loro. Più di uno sviene. Alla fine gli inservienti afferrano le gambe e il torso e li rimettono insieme. Rajah Raboid fa un gesto: “E’ tutto a posto, perché urli?”. L’uomo si tocca incredulo. Poi torna in platea, dove la gente lo può esaminare. Fine.

Spiegazione del trucco, 80 anni dopo. Lo spettatore è un compare. Anzi, due. Johnny e Robert Eckhardt, gemelli nati nel 1910 a Baltimora. Robert è normale, Johnny è privo degli arti inferiori: una malformazione congenita lo ha privato dalla nascita della parte inferiore del corpo. Per realizzare l’illusione serve poi un nano (con un disco di legno in testa) nascosto dentro un paio di pantaloni, e uno scambio fra i due gemelli, a fine numero, di nascosto.

Ma attenti, il bello viene ora. Rajah Raboid non è un mago. E’ un attore scritturato. Il prestigiatore e geniale ideatore dell’effetto è lui, Johnny Eckhardt, in arte Johnny Eck. Il “mezzo uomo” infatti è regista, attore (protagonista nel 1932 del film Freaks di Tod Browning), musicista, fantasista. E soprattutto illusionista. Ma sa che il suo numero più bello non lo potrà eseguire lui. Così, riposto l’ego nelle scarpe, lascia il ruolo principale a un altro. Grande!Johnny Eck morirà, dopo una vita da artista, nel 1991 a Baltimora, dove è sepolto insieme al gemello al Green Mount Cemetery. Se volete vederlo in azione, ecco un paio di filmati.





566 - CANTIAMO SUL MONDO




Sembra impossibile ma...
Un passaparola planetario da brividi nato da un’idea meravigliosa e impossibile ha dato vita a splendida realtà nel segno della musica e della solidarietà: gli interpreti sono i migliori musicisti di strada del mondo, ognuno canta un pezzetto di canzone un po’ in stile “We are the world”. Ognuno qui però porta la sua musica, i suoi strumenti, il suo stile. Si chiama Playing for Change ed è diverse cose.

Prima di tutto è un megaprogetto multimediale ideato e realizzato dal produttore discografico statunitense Mark Johnson del Timeless Media Group. Poi è un supergruppo musicale formato da artisti di strada di varie etnie, selezionati fra le decine che partecipano al progetto, che oltre a incidere i collage musicali di brani celebri, si esibisce dal vivo in affollatissimi concerti in tutto il mondo. Terzo, è una fondazione che provvede a investire il ricavato dal progetto per la costruzione di scuole di musica per l'infanzia nei Paesi più poveri del terzo mondo.

Il progetto Playing for Change nasce nel 2004 quando l’ideatore Mark Johnson si trasforma da ingegnere del suono in talent scout per musicisti di strada e parte per un giro del mondo. Obiettivo, creare una rete di artisti per portare un messaggio di pace planetario attraverso la loro musica. Johnson individua i musicisti e registra il loro sound. Servendosi di un'apparecchiatura mobile che funziona da studio di registrazione, registra sul posto le performance di artisti che eseguono una medesima canzone, interpretata nel proprio personale stile. Oggi il repertorio del gruppo è vasto, dal blues, al soul, al pop, al rock and roll, con brani di autori affermati come Bob Dylan, Bob Marley, Ben E. King, Tracy Chapman, ma il loro successo maggiore resta la straordinaria Stand by Me, primo singolo del gruppo.

Il videoclip ha un successo internazionale su Internet e su YouTube, dove registra oltre cinquanta milioni di contatti. Da qui nasce l’attività discografica con compilation su cd e dvd (Playing For Change: Songs around the world 1 e 2, l'album Playing for Change Live…). Col ricavato dalle vendite sono già state realizzate numerose scuole musicali in Sudafrica, Ghana, Mali, Rwanda e in Nepal.

Date un’occhiata ai vari video su You Tube, da Guantanamera a Redemption song, da What a wonderful world a Imagine: confesso che la maggior parte finisco di guardarli con l’occhio lucido… “You may say I'm a dreamer - But I'm not the only one - I hope someday you'll join us - And the world will be as one”.




venerdì 6 marzo 2020

381 - LA DONNA FUNIVIA




Sembra impossibile ma…
Maria Spelterini, acrobata di origine livornese, è stata la prima donna ad attraversare le cascate del Niagara sospesa su una corda, e siccome dopo il buon esito del primo tentativo rischiava di annoiarsi, ha replicato con i piedi dentro due cestini di frutta, a occhi bendati e con i polsi e le caviglie ammanettate.

Maria nasce in una famiglia circense originaria di Livorno, durante una sosta a Berlino il 7 luglio del 1853. Con la troupe del padre gira l’Europa e si confronta con diverse discipline, finché non trova la sua strada, sottile come un filo: l’equilibrismo. Come funambola si esibisce nel 1872 a Mosca dove attraversa la Moscova e a San Pietroburgo dove passa da una sponda all’altra della Neva. La prima performance che finisce su tutti i giornali è dell’agosto 1872, quando l’immagine pubblicata sull'Univers Illustré la mostra mentre attraversa il porto si Saint Aubin sull’isola di Jersey. Il giornale la presenta come la “Donna funivia”, una bella ragazza formosa del peso di 70 chili che si fa notare anche per i costumi “outrageous” che indossa. Lo spettacolo sull’isola ha finalità benefiche: raccogliere fondi per aiutare il piccolo porto sostenendo il collegamento ferroviario con St Helier. L’ultima esibizione europea, in Catalogna, è dell’agosto 1873. Conquistato il vecchio continente, Maria, che ormai è la star che tutti vogliono applaudire, parte all’attacco dell’America.

Così l'8 luglio del 1876 in occasione delle celebrazioni del Centenario degli Stati Uniti, la troviamo a Niagara Falls. Ci sono migliaia di persone sulle due sponde delle cascate e sul ponte che le collega ad ammirare la Donna funivia. Lei indossa un costume ridotto (per l’epoca) e variopinto, e la gente la segue con trepidazione mentre sale sulla corda di 57 millimetri che collega le due sponde. Sarà un trionfo, seguito a distanza di pochi giorni da una serie di bis sempre più complicati. Nell’ultimo addirittura fa il percorso camminando all’indietro. Tutta l’America ne parla. Lei si esibisce ancora a Filadelfia, poi a Rosario in Argentina. Qui tenta una traversata in sella a un velocipede. Che però si rompe. Lei cade e si ferisce, ma non gravemente. Di lì a poco salirà ancora sulla corda, con successo, a Buenos Aires. Siamo nel maggio del 1877. E’ la sua ultima esibizione. Conquistato il mondo, si ritira a vita privata. Di lei non si saprà più niente fino alla sua morte, il 19 ottobre del 1912.
 
 

 
 

 

sabato 29 febbraio 2020

354 - L'INARRESTABILE VOLO DI GUY LALIBERTE?




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Il protagonista è Guy Laliberté. Che da mangiafuoco e suonatore ambulante di fisarmonica è diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta. Ma questo è solo un dettaglio in una vita nel segno delle sfide impossibili.

Da quando, quattordicenne, se ne va di casa, lassù nel Quebec, per inseguire i suoi sogni. Passa l’oceano, arriva a Parigi e si inventa artista di strada. E in mezzo alla folla comincia a collezionare i sogni della gente, a cercare negli occhi di chi l’applaude lungo i boulevard i desideri più nascosti da realizzare. Poi torna in Canada, l’anno è il 1984, e fonda il Cirque du Soleil, l’astronave con cui affronterà l’universo dell’impossibile per realizzare i sogni che ha collezionato in strada. Il Cirque du Soleil è una vera rivoluzione, cambia il volto degli spettacoli circensi. L’idea, come sempre, è semplice, di quelle che poi uno dice “Perché non è venuta in mente a me?”: numeri di circo con una regia teatrale e musica dal vivo.

Integrando circo, teatro, danza, effetti speciali, musica e colori il “Cirque” conquista Las Vegas e diventa una holding dello spettacolo. Oggi l'azienda è la più importante del mondo nel settore dell'intrattenimento con oltre 4000 dipendenti (fra cui 1300 artisti) che allestiscono 8 spettacoli itineranti in tutto il mondo e spettacoli stabili a Las Vegas, Macao, Montreal, New York, Orlando, Dubai e Singapore. In oltre 30 anni di storia gli spettacoli i suoi show sono stati seguiti da 160 milioni di persone in 330 città di 48 diversi Paesi. Nel 2014 Lalibertè vende il Cirque du Soleil per un miliardo e mezzo di dollari mantenendo però una piccola quota con l’obiettivo di continuare a fornire gli “input strategici e creativi”.

Ma Guy Lalibertè non è solo questo. Difficile raccontare in poche righe anche solo gli highlights di una vita come la sua. Ecco giusto qualche flash, in ordine sparso, per rendere l’idea. Secondo Forbes il suo patrimonio si può stimare intorno ai 2.5 miliardi di dollari. Per il suo cinquantesimo compleanno si regala un viaggio di 39 giorni nello spazio su una navicella Sojuz TMA-1. La fa arredare dalla catena Hilton. Un “viaggio-vacanza” che lui definisce "missione poetica nello spazio". È sua abitudine farsi fotografare con il naso da clown, in quanto nonostante sia tra gli uomini più ricchi del mondo, si definisce ancora un pagliaccio. Possiede 4 Ferrari e due aerei privati ed è uno dei 6 uomini al mondo a possedere una barca a vela Zodiac con postazione di atterraggio per elicotteri. A bordo della sua barca subisce un assalto da una banda di pirati che depredano l’imbarcazione e gli rubano “spiccioli” per 300 000 dollari. E’ un giocatore professionista di poker e assiduo frequentatore del Casino de Montreal. Al tavolo verde è considerato uno dei giocatori più perdenti degli ultimi dieci anni: solamente online ha perso più di 15 milioni di dollari, ma ci tiene a far sapere che sono molti di più i soldi persi giocando dal vivo.

E’ anche un grande filantropo e investe moltissimi soldi in opere di bene e per la tutela dell’ambiente. I suoi megaparty fanno notizia, nel bene e nel male. Sono frequentati da leader politici, manager, star di Hollywood, celebrità come Robert De Niro e Paul McCartney, intrattenuti dagli artisti del Cirque du Soleil. E non solo. «Qualsiasi cosa vuoi, è a tua disposizione nelle feste di Guy. Droga, la musica migliore dei Dj più quotati di Europa e America e il sesso più selvaggio che si possa immaginare» racconta una fotomodella che vi ha partecipato. Dopo aver visto un video di un avvistamento UFO ad Ibiza, costruisce una pista d'atterraggio di 20 metri per velivoli extraterrestri nel giardino di casa sua. Nel 2006 viene designato da Ernst & Young Imprenditore dell'Anno. Per i suoi meriti filantropici ed ecologisti è nominato Cavaliere del Quebec, Grande figlio di Montreal, Ufficiale dell’ordine del Canada. Una vita che è tutta una serie di sfide contro l’impossibile. Tutte vinte? Forse no, ma di certo alla fine Guy Lalibertè potrà dire come Pablo Neruda “Confesso che ho vissuto”.


venerdì 7 febbraio 2020

319 - IL FASCINO ESOTICO DI KORLA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Stati Uniti, anno 1948. L’America appena uscita dalla guerra scopre il fascino della neonata televisione. La prima vera star è uno straordinario musicista indiano. Si chiama Korla Pandit, e col suo spettacolo “Adventures in music” affascina i telespettatori. Come? Lo show è basato sulle sue esibizioni musicali: propone melodie esotiche con arrangiamenti moderni, suonando un organo Hammond e un piano a coda Steinway. A volte suona i due strumenti (ed altri ancora) insieme, una sorta di one man band. Ma il segreto del suo successo sta nelle atmosfere che riesce ad evocare, e nella sua personalità.

Di lui si sa poco: pare sia nato a Nuova Delhi, figlio di un brahmino e di una cantante lirica francese, e che abbia poi studiato musica in Inghilterra. Le sue melodie romantiche e suadenti evocano Paesi lontani e misteriosi, le scenografie televisive, le luci, i costumi fanno sognare magiche notti arabe e suggestivi paesaggi indiani. Ma soprattutto è lui, Korla Pandit, a prendersi la scena: abbigliato come un maharajah con turbante e pietre preziose, personalità magnetica, movimenti armoniosi, sorriso enigmatico: durante le sue performance non pronuncia una parola. Una voce narrante avvisa che il Maestro comunica solo con “il linguaggio universale della musica”. Il suo sguardo sereno, sapiente e al tempo stesso seducente “passa” la telecamera ed entra nei salotti della piccola borghesia a stelle e strisce, e nel cuore di fanciulle di ogni età.

Il successo è enorme, per 5 anni Korla è una superstar, le donne impazziscono per lui, lo coprono di regali e di soldi. Poi, come in una versione maschile di “Bocca di rosa”, mariti e padri infuriati si rivolgono in massa all’”ordine costituito” e nel 1953 l’emittente KTLA è costretta a cancellare il programma e cacciare Korla. Che si ritira a vita privata, suona in piccoli club e dà lezioni di musica. Di lui si ricorda solo Tim Burton che nel suo Ed Wood gli affida un cameo nella parte di sé stesso. Morirà per infarto a Petaluna nel 1998.

Solo dopo la morte la moglie rivelerà l’incredibile segreto che aveva taciuto anche i suoi figli. Korla Pandit non era indiano. Era nato a St Louis nel Missouri, ed era afroamericano. Il suo vero nome era John Roland Redd. Aveva iniziato a farsi passare prima per ispanico col nome di Juan Rolando, poi per indiano negli anni 40, per poter lavorare aggirando il divieto del sindacato dei musicisti per gli afroamericani. E alla sua morte aveva 77 anni, non 2000 come si sussurrava da sempre di Korla Pandit.



giovedì 30 gennaio 2020

294 - L'ADAGIO DEI MISTERI

 

Sembra impossibile ma...

L'Adagio in sol minore di Tomaso Albinoni, una delle composizioni classiche più famose del diciottesimo secolo, non è stato composto nel 1708 dal celebre musicista veneziano, ma nel 1958 dal musicologo Remo Giazotto.

L'ultima parola sulla vicenda, per molti versi misteriosa, non è stata ancora detta, ma la critica è ormai concorde sul fatto che l'Adagio sia in larghissima parte se non del tutto una creazione di Giazotto, che invece aveva fatto credere di averlo ricostruito in base ad alcuni frammenti di Albinoni da lui ritrovati. Le cose sono andate così.

Albinoni, nato a Venezia nel 1671, è una figura atipica fra i musicisti della sua epoca e non solo: ricco di famiglia, suona per passione e divertimento, e non essendo iscritto alla Corporazione dei Musicisti non può tenere esibizioni pubbliche. Compositore molto apprezzato anche all'estero, ama riamato la città di Dresda: lascerà in eredità agli archivi della Biblioteca Nazionale Sassone della città tedesca le partiture di diverse opere inedite. Facciamo un salto di quasi tre secoli: anno 1945, gli anglo-americani bombardano a tappeto Dresda. In tre giorni muoiono decine di migliaia di persone e della città non rimane pietra su pietra. La biblioteca è rasa al suolo, e le partiture delle opere di Albinoni finiscono in cenere come 200.000 altri capolavori del passato. 

A fine 1945 arriva a Dresda Remo Giazotto. Nato a Roma nel 1910, è fra i maggiori esperti di Albinoni, e sta cercando di ricostruire il catalogo delle sue opere. Ha rintracciato da poco le partiture della biblioteca tedesca, ma arriva in ritardo di pochi mesi. Al ritorno in Italia, sostiene di aver però ritrovato e copiato 6 frammenti di melodia di Albinoni accompagnati da un “basso numerato” nella tonalità di Sol minore. Dopo anni di lavoro, conclude che fossero parte dell' Opera 4 del Maestro veneziano, e nel 1958 pubblica per la Ricordi il frutto della sua minuziosa ricostruzione: l’Adagio in Sol minore per archi e organo. Che ha un successo universale.

Giazotto muore nel 1998, e lo stesso anno un gruppo di ricercatori va a Dresda in cerca dei frammenti originali della melodia. Ma non trova niente: semplicemente non esistono, c'è solo la partitura del basso di accompagnamento. Si inizia ad indagare e si accerta che al tempo di Albinoni nessuno conosceva l'Adagio, e anche in seguito non ne esiste alcuna citazione, né sembra sia stato mai eseguito. Insomma, l'Adagio di Albinoni l'ha scritto Giazotto. 

Perché? Le opinioni si dividono: secondo alcuni lo studioso avrebbe "completato" la partitura del musicista settecentesco, prassi tutt'altro che insolita in caso di ritrovamento di testi incompleti; per altri avrebbe scritto ex novo l'intera partitura partendo (forse) da un frammento di poche note (le quattro battute di basso discendente che aprono il pezzo) peraltro assai comuni nella musica barocca, realizzando "una bella composizione in stile tardoromantico-novecentesco, molto morriconiana e in stile da colonna sonora di film, che nulla ha a vedere col povero Albinoni" (F.M. Sardelli). Ma qual era lo scopo finale di questa complessa operazione, peraltro perfettamente riuscita? Più che per denaro o per fama la maggioranza degli addetti ai lavori pensa a una magnifica beffa al mondo accademico.




lunedì 27 gennaio 2020

289 - LA STOCCATA DI ROSTAND




Sembra impossibile ma...
Alla vigilia della prima del “Cyrano De Bergerac” l'autore Edmond Rostand era certo che sarebbe stato un fiasco, tanto da pensare di annullare la rappresentazione. Ma il marsigliere Rostand, che all'epoca aveva 29 anni, sapeva che “È di notte che è bello credere nella luce.” E sapeva che i suoi scritti potevano accenderla. Anche se, come tutte le persone che uniscono intelligenza e sensibilità, aveva grandi paure. “Io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore” è una delle sue frasi più famose fra quelle passate alla storia.

Nel 1897 Rostand è già un drammaturgo di successo, una delle sue piéces è stata portata in scena dalla grande Sarah Bernhardt, una specie di sigillo di garanzia per i lavori teatrali dell’epoca. Ma con il Cyrano de Bergèrac sa di giocarsi molto del suo futuro. Era stato un altro grande attore, Coquelin Aîné, a chiedergli un testo adatto alle sue corde.

La sera della prima, il 28 dicembre al Théâtre de la Porte Saint Martin, Rostand è terrorizzato dalla paura di un fiasco. Qualche minuto prima dell’inizio convoca l’intera compagnia. Si scusa per averla trascinata in "questa avventura spaventosa". Poi come in un sogno sente solo il sipario che si apre, il brusio del pubblico, la scena che si illumina. Lo spettacolo inizia. “E giunto al fin della licenza, io tocco”.

La stoccata va a segno. Quello che accadde dopo, è storia del teatro. Già all'intervallo, il pubblico è tutto in piedi ad applaudire. Al termine gli applausi vanno avanti per 20 minuti. Nei camerini lo va a trovare un ministro, si stacca dal petto la medaglia della Legion d'Onore e gliela appunta dicendo “Permettetemi di anticipare un po’ i tempi”. E’ nato il Cyrano, un monumento del teatro mondiale.

sabato 14 dicembre 2019

239 - L’UOMO GUFO




Sembra impossibile ma…

Fra le attrazioni dei side-show, gli spettacoli itineranti che proponevano freaks e fenomeni da baraccone al seguito di circhi e luna park a fine ottocento e nella prima metà del novecento, ebbe grande successo “The human owl, the boy with the revolving head”.

Martin Joe Laurello, nome d’arte di Martin Emmerling, nasce a Norimberga in Germania nel 1885. Soffre fin dalla nascita di una patologia rarissima: la sua colonna vertebrale è contorta e ha una conformazione ed una elasticità tali da permettergli di girare la testa di 180° fino ad arrivare a camminare in avanti guardando dietro. Nel momento della massima torsione la spina dorsale assume la forma di un punto interrogativo. Nel 1921 Martin arriva negli Stati Uniti insieme ad altre persone con rarità biologiche, e qui trova lavoro nel mondo dello spettacolo e rimane per tutta la vita. La sua carriera lo vede protagonista di tutti i più importanti side show dell’epoca; dopo l’esordio al Bailey come "Bobby il bambino con la testa girevole" lavora in inverno al New York City based museo di Hubert e in estate al Coney Island Sideshow Dreamland Circo.

Sposato con Amelia, viene arrestato a Baltimora nel 1931 per aver abbandonato la moglie e passa qualche mese in carcere. Nel 1930 firma un contratto per il “Ripley Believe It or Not Odditoriums” dove attira folle enormi che lo applaudono anche alla Fiera mondiale di Chicago del 1933-34. In seguito viene scritturato nel Barnum & Bailey Circus con un numero dove addestra anche cani e gatti a fare acrobazie e si esibisce come ventriloquo. In questo periodo arriva a guadagnare oltre 50 dollari la settimana. La sua ultima apparizione è nello show tv “You Asked For It” del 24 marzo 1952.

Ripley lo pubblicizza come l'unico al mondo che può camminare dritto e guardare dritto dietro: “Quest’uomo può voltarvi le spalle e ancora guardarvi negli occhi”. I colleghi di lavoro (alcuni dei quali lo accuseranno di simpatie naziste) raccontano che si allena ogni giorno per effettuare la torsione, e lui stesso conferma che “una tale impresa richiede un sacco di pratica: ho trascorso tre anni a far girare lentamente sempre di più la mia testa”. Durante le sue esibizioni, nelle quali indossa sempre una camicia bianca, nel momento della massima torsione Martin non riesce a respirare ma è comunque in grado di bere. Martin Joe Laurello muore di infarto nel 1955, a 70 anni. Ecco un breve filmato di una sua esibizione.


871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...