Per diventare ricchissimi e famosi, una volta servivano Sanremo, la tv e le grandi case discografiche. Oggi può bastare una canzone caricata in rete da una cameretta di periferia.
È il sogno metropolitano dei tanti ragazzi che animano la trap italiana. Un sogno che per qualcuno è diventato realtà.
Uno dei primi a far saltare il banco è stato Ghali. Figlio di immigrati tunisini, cresciuto a Baggio, periferia milanese, nel 2016 pubblica “Ninna Nanna”: un brano che non segue le vecchie strade del successo, ma corre in rete, conquista Spotify, entra nelle case, nei telefoni, nelle cuffie di milioni di ragazzi e cambia il paesaggio musicale italiano. Per molti, è il segnale che qualcosa si è rotto: non servono più i passaggi obbligati di una volta. La periferia può entrare direttamente nel mercato e prendersi il centro della scena.
Da lì in poi la trap non è più soltanto musica. Diventa linguaggio, estetica, rivalsa sociale, racconto di quartieri difficili, soldi esibiti, successo improvviso. E soprattutto diventa industria. Lo streaming cambia tutto: milioni di ascolti, playlist, video, tour, featuring, diritti, brand, merchandising. Ogni singolo ascolto vale pochissimo, ma quando gli ascolti si contano a centinaia di milioni, o addirittura a miliardi, il denaro comincia a piovere.
E al vertice di questa parabola c’è Sfera Ebbasta, il volto più famoso, più potente e probabilmente più ricco della trap italiana. Fare cifre esatte è impossibile, ma una stima prudente porta a pensare che in pochissimi anni possa aver guadagnato fra i 15 e i 25 milioni di euro. Una fetta enorme arriva dallo streaming: fra brani suoi e featuring, le sue canzoni hanno generato numeri da capogiro, capaci di tradursi in molti milioni di euro, anche se gli incassi reali vengono poi divisi tra artista, etichette, produttori e diritti vari. E poi ci sono i concerti, altra miniera d’oro: per una singola data live, un nome come il suo può valere fra gli 80 e i 150mila euro.
Ma la medaglia luccicante ha anche il suo rovescio oscuro: per qualcuno le storie di strada, violenza e criminalità non restano nelle canzoni. Negli ultimi anni alcuni protagonisti della trap hanno avuto seri guai giudiziari: Shiva è stato condannato in appello a 4 anni e 7 mesi per una sparatoria del 2023; Baby Gang ha avuto una condanna definitiva a 2 anni e 9 mesi e un’ulteriore condanna nel 2026. La cronaca nera, in certi casi, finisce per camminare al fianco della musica.
È il prezzo da pagare per un genere nato ai margini, nei quartieri difficili, per diventare una delle industrie più redditizie dello spettacolo italiano.
Una macchina per soldi partita simbolicamente con un ragazzo di Baggio e una “Ninna Nanna” caricata in rete.

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