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lunedì 26 gennaio 2026

845 - IL VERME IPNOTIZZATORE


  

Un ipnotizzatore invisibile lungo pochi millimetri che ti convince a fare quello che serve a lui, fino a portarti al suicidio.

Un'inquietante magia che avviene nel mondo degli insetti. Protagonista, un verme, lo “Spinochordodes tellinii” che, quando decide che è arrivato il momento di venire alla luce, prende il controllo della mente del suo ospite: un grillo o una cavalletta.

Il grillo cammina, salta, frinisce come sempre. Poi qualcosa cambia. Inizia a cercare l’acqua, e quando una pozza, un canale, una piscina gli capita vicino, l’istinto di conservazione svanisce.

L’insetto si getta nell’acqua, gesto contro natura per chi è nato per evitarla. E il verme ipnotizzatore si libera, si srotola, nuota. L’acqua è il suo vero mondo: lì si accoppia, depone le uova, ricomincia il ciclo.

Le larve del verme prima di finire dentro il grillo passano da altri ospiti acquatici (larve di insetti, piccoli crostacei). Quando il grillo o la cavalletta mangia questi organismi, ingerisce anche il futuro “verme ipnotizzatore”. Che una volta ingerito, per mesi cresce nell’ombra fino a diventare un filo vivente tre o quattro volte più lungo del corpo che lo ospita.

Il grillo spesso muore annegato, ma non sempre. Se sopravvive, può tornare a vivere, come un testimone scampato a una manipolazione mentale. Gli scienziati parlano di alterazioni dell’orientamento, di risposte alla luce, di sottili interferenze biochimiche con il sistema nervoso.

Nessuna bacchetta magica, nessun comando a distanza. Solo un piccolo verme che, al momento giusto, riscrive il comportamento dell’ospite, e come un grande ipnotizzatore riesce a condizionare totalmente le scelte della sua vittima, tanto da portarla fino alla decisione finale, assurda e fatale.


giovedì 25 settembre 2025

830 - L'UOMO CHE ASCOLTAVA GLI ELEFANTI


 

Quel giorno sulla savana regnava un silenzio strano, insolito. La gente della riserva li sentì arrivare da lontano, col loro passo pesante e solenne. Ventuno elefanti si fermarono davanti alla casa di Lawrence Anthony.

Lui non era un uomo qualunque. Ambientalista, scrittore, visionario, aveva accolto nella sua riserva di Thula Thula nello Zululand, in Sudafrica, un branco di pachidermi destinato all’abbattimento salvandogli la vita.

Elefanti considerati “troppo difficili”, che solo la sua pazienza e il suo coraggio avevano trasformato in una comunità stabile. A loro aveva dato rifugio, imparando a leggere i loro silenzi, i fremiti impercettibili, le vibrazioni udibili solo con il cuore. Lo chiamavano “L'uomo che sussurra agli elefanti”, parafrasando un celebre film, ma lui preferiva “l'uomo che ascolta gli elefanti”.

Quel 4 marzo 2012 la moglie di Anthony, Françoise Malby, e tutti gli abitanti della riserva, non credevano ai loro occhi all'arrivo del branco guidato da Nana e Frankie, le matriarche storiche.

Lawrence era morto per un infarto due giorni prima, e i 21 elefanti avevano fatto ore di marcia per essere lì. Nessuno li aveva chiamati. Nessuno li aveva guidati. Eppure erano lì, come spinti da un richiamo invisibile.

Gli animali si disposero compatti davanti alla recinzione. Rimasero oltre un’ora, quasi immobili, come a vegliare un’assenza. Poi si voltarono e tornarono nel bush.

Negli anni successivi sarebbero tornati ancora, puntuali, in quegli stessi giorni. Una processione silenziosa che non si spiega con la scienza, ma che racconta una storia di memoria e di riconoscenza.

Stati mentali umani che per gli studiosi non è corretto attribuire agli animali, anche se la letteratura etologica documenta comportamenti compatibili col cordoglio: gli elefanti vegliano i loro morti, toccano le ossa, restano accanto ai corpi, tornano a visitarli.

Ma qui non c’era un cadavere, solo una casa vuota. E quel passo lento, quel pellegrinaggio inspiegabile, non possono che far pensare a un ricordo, a un addio, al vuoto lasciato dal loro “ascoltatore”.


lunedì 15 settembre 2025

826 - SQUALI NEL VULCANO


 

Se fosse un trailer hollywoodiano, sorridereste pensando all’ennesima trovata pulp. E invece no, non è l'ultimo “Sharknado”: gli squali che nuotano dentro un vulcano esistono davvero.

Se pensate che sia una bufala, non posso darvi torto: è quello che ho pensato anch'io quando ho visto sul web immagini da film (quelle si tarocche) di squali che nuotano nella lava. Ho verificato per scrupolo, e ho trovato coordinate geografiche, strumenti di ricerca, immagini satellitari e telecamere che non lasciano spazio alla fantasia.

Nel cuore del Pacifico, nelle Isole Salomone, c’è un vulcano sottomarino che si chiama Kavachi. Un mostro geologico instabile, capace di eruttare con violenza, ribollire di gas tossici, tingere il mare di marrone e zolfo.

Un posto inospitale, dove si penserebbe che nessuna creatura possa sopravvivere. Eppure, lì dentro, i ricercatori hanno visto nuotare squali martello e squali seta. Veri, vivi, in carne e cartilagine.

Anno 2015, la spedizione che arriva a Kavachi non è in cerca di leggende, ma di dati. Quando il vulcano si placa per un breve intervallo, i ricercatori riescono a calare videocamere nel cratere. Quando scorrono le prime immagini, rimangono a bocca aperta: ombre sinuose e inquietanti scivolano nelle acque lattiginose.

Non c'è dubbio, sono grandi predatori marini che nuotano apparentemente indisturbati in un ambiente che per loro dovrebbe essere letale. Intorno, colonie di microbi adattati a condizioni estreme che si nutrono di zolfo e calore. La scienza, di colpo, sembra scontrarsi con una realtà che di scientifico sembra non avere niente.

Ma attenzione. Non tutto è come nei titoli roboanti che girano sulla rete. Non è provato che questi squali “vivano” costantemente dentro un lago di acido ribollente. Più probabilmente, entrano ed escono dal cratere nei momenti di quiete, sfruttando zone dove le condizioni sono meno proibitive.

L’acqua non è sempre bollente, né uniformemente letale: varia con i moti del vulcano, con i flussi di gas e con la profondità. E soprattutto, al momento nessuno ha dimostrato che gli squali abbiano sviluppato adattamenti a un ambiente proibitivo. L’ipotesi è affascinante, ma ad oggi resta un mistero aperto.

Quello che è certo è che la natura non finisce di stupirci. E che la realtà, spesso, è più incredibile della finzione.


sabato 9 agosto 2025

804 - L'ULTIMA TIGRE DELLA TASMANIA


 

L’ultima tigre della Tasmania non morì libera nei boschi né fu uccisa da un colpo di fucile. Morì nella notte gelida del 7 settembre 1936 chiusa fuori dalla sua gabbia per la distrazione di un guardiano.

Era una femmina, ma per decenni chissà perché l'hanno chiamata “Benjamin”. Viveva nello zoo di Beaumaris, a Hobart, sulle colline ventose del Queen’s Domains in Tasmania.

Una gabbia senza riparo adeguato, un custode che si dimentica di farla rientrare al coperto, la temperatura che scende sotto zero. Al mattino è troppo tardi: il corpo è rigido, la tilacina, questo il suo vero nome, non esiste più. Si è estinta.

Quella creatura dalle strisce sul dorso non era né una tigre né un lupo, ma un marsupiale predatore, unico nel suo genere. La chiamavano “tigre della Tasmania” anche se non aveva mai aggredito un essere umano. Aveva abitato il continente australiano per millenni prima che l'arrivo del dingo la cancellasse. In Tasmania era sopravvissuta più a lungo.

E in Tasmania non fu il dingo a causarne la scomparsa ma un altro predatore: l'uomo. In pochi anni ne uccisero a centinaia, con premi statali per ogni carcassa. Le davano la colpa di greggi sbranati, come se fosse un lupo mannaro dei tropici. In realtà era timida, silenziosa, evitava l’uomo.

Ma l’uomo non le restituì il favore. Fra trappole e agguati a colpi di fucile tra 1888 e 1909 furono pagati oltre 2.184 premi. In natura, l’ultimo individuo fu abbattuto nel 1930, ucciso da Wilf Batty nel nord-ovest della Tasmania. Ne rimasero pochi esemplari in cattività. C’è un vecchio video sgranato del 1933 in cui si vede l'ultimo esemplare camminare avanti e indietro nella gabbia dello zoo di Hobart.

Il 10 luglio 1936, due mesi prima della sua morte, la specie era stata dichiarata protetta. Troppo tardi. Dopo mezzo secolo senza avvistamenti, nel 1986, è stata dichiarata ufficialmente estinta. Da allora ogni 7 settembre in Australia si celebra la Giornata delle specie minacciate.







domenica 3 agosto 2025

794 - PRONTO! SALVATE IL MIO PADRONE

 


Questa è una storia vera. Anche se a raccontarvela sono io, Buddy, un pastore tedesco di 18 mesi. Il mio padrone si chiama Joe; mi ha adottato quando avevo 8 settimane e da allora è il mio migliore amico. Viviamo insieme a Scottsdale, in Arizona.

Io e Joe ci facciamo compagnia, siamo inseparabili. Lui mi ha insegnato praticamente tutto quello che so. Che poi non è tanto: so che sono un cane da assistenza, e che il mio lavoro consiste nel controllare che Joe stia bene.

Perché lui una decina di anni fa, quando era militare, ha picchiato forte la testa in una brutta caduta, e ha iniziato ad avere attacchi con convulsioni fortissime; ogni tanto gli capita ancora, e se nessuno lo aiuta rischia di morire. Ora, non che io possa fare più di tanto. Però ho imparato un trucchetto e, che ci crediate o no, funziona alla grande.

Si gioca così: quando Joe inizia a urlare e cade a terra, io salto sul suo telefono e, con i denti, premo certi pulsanti che ho imparato a riconoscere. L’ultima volta mi ha risposto una voce. “Pronto, qui è il 911, chi parla?”. Io ho iniziato ad abbaiare più forte che potevo.

"Ciao – fa quello - Puoi sentirmi? C'è qualcuno a cui puoi dare il telefono?" e io giù ad abbaiare fortissimo. Non ho più smesso, anzi, quando poco dopo ho sentito gente dietro la porta, ho alzato il volume. Poi la porta è venuta giù, loro sono entrati e hanno portato via Joe. L’ho rivisto due giorni dopo, e stava bene. Mi ha riempito di baci e di carezze. Mi sa che il gioco mi è venuto benino…”.

Questa la storia. Se non credete alle “parole” di un cane, potete ricercare la notizia battuta qualche anno fa dalle più importanti agenzie del mondo. Questo l'articolo uscito il giorno dopo i fatti sullo Scottsdale Independent: “Pastore tedesco salva la vita al suo padrone. Buddy, questo il nome del cane, ha contattato il 911 grazie ai tasti programmati sul telefono del suo padrone, Joe Stalnaker, in preda ad una grave crisi convulsiva. Nella registrazione della chiamata si sentono gemiti e il forte abbaiare del cane, che non smette fino all’arrivo dei soccorsi. L’uomo, ricoverato, ora sta bene. Questa è la terza volta in pochi mesi che Buddy gli salva la vita chiamando i servizi di emergenza”.





793 - LA SUPER DIGA DEI CASTORI

 


In un parco nazionale del Canada, l'Alberta Wood Buffalo, nel bel mezzo della foresta, in un territorio tanto selvaggio da renderne l’accesso estremamente difficile, è stata scoperta una delle più imponenti opere ingegneristiche del pianeta, una struttura lunga 850 metri.

L'ecologista canadese, Jean Thie l'ha individuata nel 2007 grazie a rilevazioni satellitari. Si è chiesto di cosa si trattasse e si è dato una risposta. Ma non ci credeva neanche lui. Così di recente l’area dove sorge l’impressionante struttura è stata osservata da vicino.

La diga si trova in una zona remota del Parco di Wood Buffalo, grande quanto la Svizzera e in gran parte selvaggio. Le prime testimonianze sono arrivate solo con sorvoli aerei e immagini ad alta risoluzione, prima che spedizioni sul campo e biologi riuscissero a studiarla anche in loco (dopo lunghe traversate via elicottero o in barca).

Ed è arrivata la conferma: si tratta di un’enorme diga, 4 volte più lunga ad esempio della maestosa Hoover Dam, vicino a Las Vegas. E l’hanno costruita i castori.

L’incredibile muraglia è fatta con migliaia di rocce e tronchi d’albero, di arbusti e di fango, e sono serviti dai 20 ai 40 anni per realizzarla; il che significa che ci hanno lavorato diverse generazioni di questi animaletti, lunghi 75 centimetri e pesanti meno di 20 chili. La diga ha diverse funzioni per la comunità dei roditori, che in questo caso deve essere assai vasta.

Prima di tutto è il nucleo di un sistema difensivo, che permette di ampliare lo spazio coperto d'acqua attorno alle tane per tenere lontani i predatori e difendersi meglio, visto che il castoro è molto più agile in acqua che sulla terraferma. Il bacino artificiale creato poi diventa una sorta di stagno privato. Insomma, gli “ingegneri dai lunghi denti” si costruiscono l’habitat ideale.

Poi passano le giornate a riparare la diga. E ad ampliarla. Perché non è mica finita qui, l’Alberta Wood Buffalo Dam. I castori, beati loro, quando si tratta di opere pubbliche tengono sempre esposto il cartello “Lavori in corso”e continuano a mantenerla e ampliarla. Di recente la diga è stata inclusa nel Guinness dei Primati come la più lunga diga di castori sul pianeta.

Se volete dare un'occhiata alla diga, cliccate il link:

https://www.youtube.com/watch?v=VluX_hbM09Y



venerdì 11 luglio 2025

789 - LA CHIOCCIOLA GIGANTE


 

C’è chi giura che è un fake, chi l’ha vista fotografata accanto a una bambina e ha gridato alla mutazione genetica, chi ha sentito dire che può uccidere un uomo col solo contatto.

Tutte maldicenze: la povera chiocciola gigante africana, per quanto imponente e straordinaria, è vittima di una mitologia digitale che ingigantisce — è proprio il caso di dirlo — ogni sua caratteristica.

In realtà si chiama *Lissachatina fulica*, proviene dall’Africa orientale e il suo guscio raramente supera i 20 centimetri. Ma bastano una mano piccola, un’inquadratura ravvicinata e un po’ di voglia di sensazionalismo per trasformarla in una leggenda social. Niente di tutto questo è reale. Sì, può impressionare, ma è pur sempre una lumaca.

Ermafrodita e insaziabile, depone centinaia di uova e si adatta facilmente a ogni ambiente. Proprio per questo è considerata una delle specie invasive più pericolose al mondo: devasta orti, mangia carta, intacca muri alla ricerca di calcio.

È anche un potenziale vettore del *parassita della meningite eosinofila*, ma solo se ingerita cruda o manipolata senza igiene. Di letale, insomma, ha solo l’indifferenza umana che l’ha portata fuori dal suo habitat.

Non è un animale domestico, anche se qualcuno l’ha trasformata in pet esotico. Non è radioattiva, né gigante oltre ogni logica. È solo una sopravvissuta. Una viaggiatrice senza passaporto, trasportata per errore — o per ignoranza — da un continente all’altro. Ma lei non se ne cura: cammina lenta ma inarrestabile, lasciando dietro di sé una scia di equivoci e verità da ristabilire.

martedì 30 giugno 2020

702 - PIOVONO PESCI




Sembra impossibile ma…
Ogni tanto da qualche parte del mondo piovono pesci, molluschi e altri animali marini e qualche volta con la grandine vengono giù anche rane, merli e piccioni. Eventi che si registrano sempre più spesso, secondo molti studiosi a causa dei cambiamenti climatici.

L’ultima volta è capitato di recente nella città costiera di Qingdao, in Cina (ringrazio l’amico Enrico Spagnoli per la segnalazione). L'amministrazione locale ha confermato l’evento e ha pubblicato le immagini dell’incredibile pioggia. Qui sono stati polpi e molluschi a cadere dal cielo in gran quantità dopo esser stati risucchiati dall'oceano da una tromba marina. Il violentissimo tornado, col vento che ha raggiunto velocità da record, ha aspirato dal mare l’acqua con tutti gli animali e li ha trasportati per miglia prima di rilasciarli sulle strade della città, dove la gente stupita si è trovata a ripararsi dalla caduta di polpi, crostacei e stelle marine. Gran parte delle immagini pubblicate sul web però sono fake, a partire dalle più famose, con una strada letteralmente coperta di grossi pesci: in realtà si trattava di un tir carico di pesce che si era rovesciato.

Il fenomeno però è reale, è segnalato fin dall'antichità, e ha coinvolto diversi animali. Già nel primo secolo Plinio il Vecchio scrive di tempeste di rane e pesci. Nel 1794 i soldati francesi di stanza a Lalain, vicino a Lille, riferiscono di rospi che cadono dal cielo durante la pioggia battente. Nel 1876 nel Kentucky cadono dal cielo brandelli di carne. Le analisi accertano che si tratta di carne di cervo. Nel 1915, una gigantesca nube riversa rane su Gibilterra. Nel 1976 a San Luis Opisbo in California, merli e piccioni piovono dal cielo per due giorni. Ancora pioggia di rane nel 1981 a Nauplia in Grecia, e poi nel 2005 in Serbia. Nel 2008 grossi pesci cadono su un villaggio del Kerala, in India. Nel 2010 centinaia di esemplari di pesce persico bombardano i 650 abitanti di Lajamanu in Australia. Nel 2014 in Sri Lanka, gli abitanti di un villaggio hanno banchettato con 50 chili di pesce caduto dal cielo. Nel 2017 a Tampico in Messico una delle piogge più abbondanti, e a maggio 2018 Oroville in California ha sperimentato la pioggia di centinaia di carpe.


A Yoro, in Honduras, la pioggia di sardine è addirittura una tradizione: ogni anno tra maggio e luglio si aspetta il "raccolto" del cielo. La gente celebra la Sagra del pesce piovuto, che prevede il rituale della grande nube scura, fulmini e tuoni ricreati, e infine, la tempesta che porta la pioggia miracolosa di sardine, raccolte, cucinate e mangiate. Il filmato non è bellissimo, ma le immagini sono quelle vere di Qingdao.



701 - IL MOSTRO DEL TORRENTE




Sembra impossibile ma…
Se fate il bagno in un torrente di montagna del Giappone vi può capitare di andare a sbattere su un animale lungo un metro e mezzo e grosso come un cinghiale. Vi diranno che è un Ōsanshōuo, ma non vi preoccupate, è solo una salamandra.

Quella giapponese è, con la cugina cinese, la più grande del mondo della sua specie. L’Andrias japonicus, questo il nome scientifico, è protagonista di storie e leggende medievali; in base ad una di queste, è chiamata “la creatura delle due metà” (hanzaki). Ma più comunemente è nota come “il pesce gigante del pepe” (ōsanshōuo appunto), perché se minacciata, secerne ed emette una sostanza dall'aspetto lattiginoso con un forte odore di zenzero. Le più grandi arrivano a un metro e mezzo di lunghezza, ma le antiche storie trasformano il placido anfibio in un pericoloso mostro grosso come un autobus. Il suo aspetto alieno ne fa, nel racconto di chi la incontra, uno “Yōkai”, una creatura “dell’altra parte” giunta nel mondo degli umani con intenzioni, il più delle volte, cattive.

In realtà la salamandra giapponese è un animale acquatico e notturno, assai timido e schivo, tra i pochi rappresentanti rimasti della famiglia preistorica dei Cryptobranchidae, gli anfibi più imponenti apparsi sul pianeta. La prima volta è stata studiata nel 1820 dal medico olandese Philipp Franz von Siebold, che ne catturò un esemplare nei pressi di Nagasaki e lo spedì a Leida.

Oggi sappiamo che vive solo in torrenti con acque limpide e fredde, ha una vista molto scarsa e si affida ai noduli sensitivi che ha sulla fronte per individuare i movimenti nell'acqua. Si nutre di insetti, rane e pesci, ed essendo priva di competitori naturali, è una specie longeva: un esemplare vissuto al Natura Artis Magistra, nei Paesi Bassi, raggiunse i 52 anni. Per accoppiarsi e deporre le uova (le più grandi tra quelle degli anfibi) risale i corsi d'acqua sino alle montagne. In passato era oggetto di pesca e ricercata come cibo; oggi la sua pesca è vietata, e l’inquinamento delle acque e la costruzione delle dighe ne minaccia la sopravvivenza.



lunedì 29 giugno 2020

700 - IL BOSCO DELLE GALLINE




Sembra impossibile ma...
C'è un bosco alle porte della Valtellina dove le galline vivono libere fra gli alberi e producono uova così buone da essere l'oggetto del desiderio di tanti chef stellati. Ma (per loro) averle non è facile.

Giugno 2013, a Morbegno in provincia di Sondrio Massimo Rapella e la moglie Elisabetta, educatori professionali intorno ai quaranta, decidono di chiudere la casa famiglia per minori che gestiscono da tempo, e di combattere la crisi realizzando il loro sogno: l'Uovo di selva. I due vivono con i tre figli Maria, Stefano e Davide nella valle del Bitto di Albaredo dove, a 600 metri di altitudine, hanno una casa di campagna e due ettari di bosco di castagni. Da sempre c'è anche un piccolo pollaio, e Massimo nota che le 4 galline di famiglia
preferiscono razzolare nel bosco invece che sul prato. Così nasce l'idea: i Rapella decidono di lanciarsi nell'allevamento di galline, con i loro risparmi ne comprano 500 e le lasciano libere di muoversi tra gli alberi e le piante del sottobosco. Nasce l'azienda agricola “La Gramola”, e il suo apprezzatissimo prodotto: l'Uovo di selva.

In meno di 6 anni nel bosco la popolazione avicola passa da 4 a oltre 2000 galline, che ogni giorno, sole pioggia o neve, razzolano schiamazzando fra gli alberi. Nel sottobosco si nutrono di insetti, radici, erba e scelgono dove deporre le uova, a terra o sugli alberi, spesso nelle ceppaie. Quando trovano un buon posto, ci tornano. Poi la sera vengono ricondotte al pollaio, al sicuro dai predatori: tassi, volpi e poiane. Oggi le galline della Gramola depongono 1.300 uova al giorno. Chi le assaggia ne rimane conquistato: non sono mai uguali l’una all’altra, cambiano con il sottobosco dove sono deposte e con il clima. Sono leggere e digeribili, il tuorlo è tanto consistente da poter essere impanato e fritto senza romperlo, l'albume può esser montato a 3 volte il volume di un uovo normale.

Una volta raccolte, vengono consegnate entro 24 ore agli acquirenti, senza intermediari: niente negozi, solo privati e gruppi d'acquisto solidale. E ristoranti, una trentina, da grandi chef a modeste trattorie. “Usano le mie uova in modo diverso – dice Massimo – e poi l’uovo è democratico, non d’élite. Me le richiedono da mezza Europa, compresi diversi 3 stelle Michelin, ma mica gliele spedisco, non avrebbe senso: se le vogliono vengono a prenderle qui”. Il prezzo? 70 centesimi l'una, per lo chef stellato come per la casalinga.



693 - L'ORSO WOJTEK VA ALLA GUERRA




Sembra impossibile ma…
Fra le truppe polacche impegnate a combattere i nazisti c’era anche un orso. Come il babbuino Jackie, caporale dell’esercito sudafricano nella prima guerra mondiale (che i lettori più affezionati ricorderanno protagonista di una storia impossibile di parecchio tempo fa) l’orso Wojtek è stato a tutti gli effetti un soldato regolarmente arruolato nell’esercito prima polacco, poi britannico.

Wojtek nasce nel 1942 vicino a Hamadan in Persia. E’ un orso bruno che da adulto toccherà i due metri per 250 chili di peso. Come nelle favole i cacciatori gli uccidono la madre quando è cucciolo, e una ragazza del villaggio lo adotta e lo nutre. Presto il cucciolo diventa troppo grande, e la giovane chiede aiuto al generale Spiechowitz, che accoglie Wojtek nella 22ª Compagnia di artiglieria del II Corpo d'armata polacco, di stanza da quelle parti. Il graduato pensa che possa migliorare il morale dei propri uomini, e lo affida a un caporale. In breve l’animale diventa il beniamino di tutti i soldati, che gli danno il nome Wojtek, diminutivo di Wojciech, che significa "guerriero sorridente", e lo addestrano a restituire il saluto e a spostare oggetti pesanti; lo nutrono con frutti, marmellata miele e sciroppo e lo ricompensano quando fa lavori di fatica con bottiglie di birra, che dopo il succo di lampone, di cui ingurgita quantità industriali, diventa la sua bevanda preferita, tanto che impara a prendere la bottiglia tra le zampe e scolarne il contenuto. Gli piace anche masticare le sigarette e fare il bagno sguazzando nell’acqua coi soldati, e con loro ama giocare alla lotta corpo a corpo: sembra divertirsi a fingere assalti per poi lasciar vincere l’avversario e farlo salire in groppa in segno di sottomissione. Non ha paura di niente, meno due cose: le scimmie e il raglio degli asini.

Wojtek segue la compagnia in Siria ed Egitto. E lì, per poterlo imbarcare su un trasporto con l'Ottava armata britannica diretta in Italia, viene arruolato ufficialmente; come soldato, vive con gli altri soldati nelle tende in una cesta di legno, trasportata su camion. Durante la battaglia di Monte Cassino, l’orso si distingue trasportando quintali di casse di munizioni, senza lasciarne cadere una. Da allora l’emblema ufficiale della sua compagnia è un orso che trasporta un proiettile, e lui viene ufficialmente impiegato dall’esercito e regolarmente retribuito da Sua Maestà: ha il suo denaro, le sue sigarette e le sue razioni di cibo. Al termine della guerra nel 1945 Wojtek finisce in Scozia, e nel 1947 viene congedato: lo aspetta una grande gabbia dello zoo di Edimburgo, dove per anni gli amici polacchi lo vanno a trovare con le famiglie. Wojtek muore a 22 anni nel 1963. Su di lui vengono girati film e scritti libri, e Londra, Cracovia, Edimburgo e Imola (liberata dai polacchi) per ricordarlo gli dedicano un monumento.





692 - UN MONDO DI PARASSITI




392 – UN MONDO DI PARASSITI

Sembra impossibile ma…
C’è un luogo dove si può passeggiare indenni in mezzo a migliaia di animali letali per l’uomo. Se avete in programma un viaggio a Tokyo, e volete uscire dai classici itinerari turistici, fate un salto nel quartiere residenziale di Meguro. Vi troverete di colpo in un pianeta alieno, popolato da strani esseri di tutte le dimensioni, simili a insetti, a vermi o a crostacei: è il Meguro Parasitological Museum.

Un viaggio allucinante nel mondo dei parassiti, in una struttura unica al mondo finanziata e realizzata nel 1953 del medico Satoru Kamegai. Il museo è dedicato a tutti quegli animali che vivono e si nutrono a spese e spesso all’interno di altri esseri viventi. Nelle sue sale sono esposti conservati in formalina oltre 300 diversi tipi di parassiti, selezionati in una collezione di oltre 60.000 esemplari. L’attrazione più gettonata è il verme solitario più lungo del mondo: raggiunge la lunghezza di 8,8 metri. E il pensiero vola solidale al poveraccio che l’ha ospitato nel suo intestino.

Oltre ai 60.000 esemplari custoditi, il museo mette a disposizione dei visitatori 6.000 volumi, circa 50.000 documenti sui parassiti e sulle malattie legate ad essi, e la collezione di ceroplastiche di Jinkichi Numata. La sala “Diversity of Parasites” mostra le varie specie presenti in Giappone, la “Human and Zoonotic Parasites” illustra le varie forme di infezioni che questi esseri causano nell’uomo e negli animali, i sintomi che si avvertono durante l’infezione e gli effetti sul corpo umano. Nella struttura si svolgono anche attività di ricerca e di istruzione, mentre nello shop sono in vendita gadget insoliti e quasi sempre ributtanti.

Al museo si imparano un sacco di cose. Ad esempio che mangiando trote crude si può ingerire un verme solitario che produce nel nostro intestino un milione di uova al giorno, che il 90% dei parassiti anche molto dannosi sarebbero destinati ad altri ospiti ma finiscono nel corpo umano per errore, che quasi tutti i parassiti non arrecano danni letali all’ospite, perché è loro interesse non ucciderlo, che non si sa quante specie ne esistano in natura. E che ogni essere vivente, nessuno escluso, ha al suo interno una vasta popolazione di inquilini che campano a spese sue.





domenica 21 giugno 2020

676 - LE MILLE VOCI DELL'UCCELLO LIRA




Sembra impossibile ma…
L’uccello lira è un fantastico imitatore: non solo riproduce alla perfezione i versi delle altre specie di volatili, ma è anche una sorta di juke box vivente di rumori prodotti dall’uomo e dai suoi utensili e macchinari. Ma la cosa più incredibile è una capacità scoperta di recente, che lo rende una vera macchina del tempo sonora.

Gli ornitologi che studiano l’uccello australiano, detto anche menura, sanno che il maschio per attrarre la femmina ha sviluppato un’arte straordinaria: grazie ad un organo canoro (la siringe) estremamente flessibile, riesce ad imitare il verso di decine di specie di uccelli, in modo così fedele da ingannare anche loro. Quella che lascia a bocca aperta però è la capacità di riprodurre ogni suono sentito nella foresta: voci umane, rumore di motoseghe, motori di auto e clacson, sirene d’allarme, trasmissioni radio, spari ed esplosioni.
Straordinario no? Ma il bello deve ancora venire. Siamo a Dorrigo, nel New England National Park, l’anno è il1969. Il ranger Neville Fenton registra un menura che riproduce una melodia suonata da un flauto, e porta il nastro a un ornitologo e a un musicologo. Il primo filtra e depura la traccia sonora, il secondo scopre che si tratta di due vecchissime canzoni: “The keel row” e “Mosquito’s dance”. Ma chi è che le suonava col flauto? Si scoprirà che un menura domestico era vissuto in una fattoria ai confini del parco e che il proprietario suonava abitualmente il flauto. L’incredibile è che tutto questo era avvenuto negli anni Trenta, quando erano in voga i motivi in questione. Una volta liberato, l’uccello aveva conservato la memoria dei brani musicali, e nei 30 anni successivi le melodie erano state tramandate di generazione in generazione, entrando nel “repertorio” dei menura della zona. In seguito si scopriranno uccelli lira che replicano rumori ormai scomparsi da tempo, dai click di vecchie macchine fotografiche agli alberi abbattuti con l’ascia: frammenti sonori dal passato.

Per farvi un’idea delle capacità dell'uccello lira, prendetevi due minuti e date un’occhiata al video: ne vale la pena.



675 - IN BOCCA ALL'IPPOPOTAMO




Sembra impossibile ma...
L’animale più feroce e temuto non è il leone e neanche il coccodrillo o uno dei tanti serpenti velenosi. Il più letale, chiedete a chiunque in Africa, è l'ippopotamo. Non ha rivali né predatori, è territoriale e molto aggressivo, ha una forza tremenda ma può essere molto agile, e sulla terra raggiunge i 50 km/h. Ok, è erbivoro, ma attacca furiosamente tutto ciò che si frappone fra lui e l'acqua. E uccide così più di 500 persone l'anno. Pochissimi sopravvivono al suo attacco e possono raccontarlo. Fra questi Paul Templer. Gli lascio la parola. Se volete sapere cosa si prova ad essere ingoiati da un ippopotamo, continuate a leggere. Altrimenti, ci vediamo domani.

Nel 1996 avevo 27 anni e organizzavo escursioni sul fiume Zambesi, in Zimbabwe. Di ritorno da una gita la nostra canoa fu sbalzata in aria da un grosso ippopotamo. Una delle guide, finì in acqua. Mi avvicinai e tentai di afferrarlo per un braccio, ma mentre stavo per toccare le sue dita fui circondato dall'oscurità. Nessuna sensazione di pericolo, nessun preavviso: era come se all'improvviso fossi diventato sordo e cieco. Sentivo le mie gambe nell’acqua, ma dalla vita in su mi sentivo quasi asciutto, intrappolato in qualcosa di viscido. C’era un odore terribile, sulfureo, come di uova marce. Avvertivo una forte pressione sul petto e le mie braccia erano bloccate; riuscii a liberare una mano e a tastare, toccai le setole ispide del muso dell'ippopotamo. Solo allora capii che ero sott'acqua, ingoiato fino alla vita nella sua bocca spalancata”.

Mi divincolai più forte che potevo: aprì le fauci per un attimo, e riuscii a liberarmi, a fuggire nuotando. Ma lui mi raggiunse, mi gettò in aria e mi riprese, scuotendomi come un cane con una bambola. Sentii il mio corpo che veniva maciullato dai lunghi denti. Poi mi trascinò di nuovo sul fondale, e tutto si fermò. Ricordo di aver intravisto attraverso 4 metri d'acqua e le nuvole del mio sangue che salivano il chiarore della superficie; non ho idea di quanto siamo rimasti sotto - il tempo passa molto lentamente quando sei in bocca a un ippopotamo – poi con un sobbalzo iniziò a risalire, sputandomi mentre tornava su. Una guida riuscì ad afferrarmi, mi riportò a riva”.

Templer aveva ferite profonde ovunque, 40 causate da morsi, un braccio a pezzi, un buco nella schiena. Lo salvarono per miracolo, perse solo il braccio sinistro. Oggi ha 49 anni e continua a guidare escursioni sul fiume. L’ippopotamo che lo assalì doveva essere abbattuto, ma non è stato mai ritrovato. 





 

674 - PIOGGIA DI RAGNI




Sembra impossibile ma…
Diverse specie di ragni sono capaci di spostarsi nell’aria appesi a una sorta di paracadute che loro stessi hanno costruito. Si chiama ballooning, ed è un fenomeno ben noto agli entomologi. In sostanza gli aracnidi secernono la loro ragnatela e vi si appendono, quindi si lasciano trasportare dal vento anche per lunghi tragitti. Secondo uno studio del Journal of Arachnology, i ragni collegano dozzine di filamenti e creano una sorta di paracadute dalla forma triangolare che gli permette di usare il vento per spostarsi in nuove zone.

Il fenomeno, già segnalato da Charles Darwin nel suo “The voyage of the beagle”, è comune a varie specie di ragni e di acari e avviene normalmente senza che ce ne rendiamo conto. Il più delle volte infatti il volo non viene neanche notato. Ma in particolari situazioni è capitato di assistere a una vera e propria invasione dal cielo, una sorta di incredibile nevicata che copre silenziosamente il paesaggio e fa pensare a un’invasione extraterrestre. Non a caso il fenomeno della bambagia silicea (o "capelli d'angelo") è citato in diversi testi di ufologia come fatto misterioso collegato a presenze aliene.

Di pochi mesi fa l’ultima “invasione” di proporzioni bibliche: gli abitanti di Goulburn, in Australia, al risveglio hanno trovato case, strade e campagne coperte da una fitta coltre di ragnatele, mentre il terreno brulicava di migliaia di piccoli ragni, che continuavano a cadere dal cielo. Lanciato l’allarme anche via internet, sono stati rassicurati dagli studiosi subito intervenuti: si tratta di un fenomeno naturale, hanno detto, raro solo per le dimensioni. Particolari condizioni meteorologiche e correnti ventose hanno radunato nella stessa area un gran numero di ragni. Che peraltro sono ancora troppo giovani per essere in qualche modo pericolosi. Eventi simili sono stati documentati negli ultimi anni anche in Texas, in Brasile e ancora in Australia, vicino alla cittadina di Wagga Wagga. E in Italia nel corso di una memorabile partita di calcio. Ma questa è un’altra storia, e ve la racconterò un’altra volta.



673 - GLI HAMBURGER DEL LAGO VITTORIA




Sembra impossibile ma…
Ogni anno all’inizio della stagione delle piogge le sponde del lago Vittoria fra Uganda, Kenya e Tanzania si trasformano in un gigantesco McDonalds. Con hamburger molto, molto particolari.

Gli abitanti li vedono arrivare di primo mattino. Da lontano sembrano vortici di sabbia nera, poi è come se una fitta nebbia avvolgesse ogni cosa. Miliardi e miliardi di moscerini oscurano il cielo, ricoprono le case, le strade, si posano sulla pelle, sui capelli, entrano in bocca e nel naso: in passato c’è chi è morto soffocato. Arrivano dalle acque del grande lago, sono mosche effimere, si muovono in sciami fittissimi per limitare i danni in una fase in cui sono assai vulnerabili, appena uscite dalle larve e in attesa di accoppiarsi prima di morire.

Chi abita sul lago aspetta l’invasione con timore e cautela; ma prendendo spunto dagli animali predatori della zona, che la vedono come una manna dal cielo, ha fatto di necessità virtù. Così i bambini si divertono da matti a catturare i moscerini: è facile, basta inumidire una pentola o una padella e rotearla in aria per vedere strati di insetti restare appiccicati. Gli adulti poi li raschiano via, li compattano nella forma tipica degli hamburger e li cucinano sul barbecue. Ogni polpetta contiene 500.000 moscerini, e fornisce un apporto di proteine 7 volte maggiore di un normale Big Mac. Il gusto? Pare non sia male, solo un tantino più insipido della Chianina.

Di progetti per bonificare e disinfestare l’area non se ne parla. Al contrario, le invasioni di moscerini negli ultimi anni si vanno facendo sempre più frequenti. L’inquinamento portato dall’uomo bianco ha infatti cancellato alcune specie che mangiavano le larve nelle acque del lago. Cosa che ha attirato anche un’altra specie di mosca: prima infatti qui si riproducevano solo dei Chironomidi, di recente le acque sono state invase dalle larve dei Caoboridi, dette “mosche fantasma” per la trasparenza. Come dire, hamburger di Chianina e di Angus. Buona notizia finale per chi vuol guardare il bicchiere mezzo pieno: nessuna delle due mosche è in grado di pungere.



672 - LA BALENA POLIGLOTTA




Sembra impossibile ma…
Le balene beluga continuano a sorprendere gli studiosi per la loro capacità di imparare e riprodurre linguaggi di specie diverse, dai delfini… all’uomo. L’ultimo studio è recentissimo, lo pubblica la rivista scientifica Animal Cognition. Una balena di 4 anni introdotta nel delfinario di Koktebel in Crimea, ha acquisito alcuni suoni della "lingua" dei delfini e riesce a comunicare con loro. "Due mesi dopo il suo arrivo – spiega la ricercatrice Elena Panaova, dell'Accademia delle scienze di Mosca – il Beluga imitava i fischi dei delfini". I ricercatori hanno registrato più di 90 ore di audio delle comunicazioni fra balena e delfini, e hanno avuto la conferma che ogni giorno il cetaceo apprende ed utilizza nuovi suoni”.

Se questo è l’ultimo caso, il più eclatante è sicuramente quello di Noc, un Beluga studiato per anni dai ricercatori del Marine Mammal Navy di San Diego. Il cetaceo era in grado di emettere suoni simili a quelli del linguaggio umano, appresi spontaneamente. Il professor Sam Ridgway, autore dello studio sottolinea che “I rumori registrati sono molto difficili da produrre per un beluga. Noc ha dovuto modificare i propri meccanismi vocali per riuscire a farlo. Di certo quei suoni sono un esempio di apprendimento vocale”.

Ma come ha fatto la balena a sviluppare la sua capacità, e come è stata scoperta? Per 7 anni ha avuto modo di ascoltare i discorsi degli umani in superficie, ed è stata presente quando i subacquei utilizzavano apparecchiature per comunicare. Finché un giorno un subacqueo emerge dalla vasca chiedendo “Chi è che mi ha detto di uscire dall’acqua?”. Stupore, nessuno aveva parlato. I sospetti cadono su Noc, che da quel giorno è monitorata e registrata dai ricercatori. Che fanno una scoperta: per “parlare” la balena ha dovuto cambiare profondamente il modo di emettere suoni, modificando il tratto nasale in modo innaturale per imitare il lavoro delle corde vocali. Il che lascia ipotizzare una sua precisa volontà di comunicare. Non ci resta che ascoltarla.



martedì 21 aprile 2020

470 - LA MEDUSA HIGHLANDER




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Estate 1988, Rapallo. Christian Sommer, ventenne studente tedesco di biologia marina, non è arrivato sulla riviera ligure per farsi una vacanza, ma per studiare nel loro habitat naturale gli idrozoi, minuscoli organismi con caratteristiche affini alle meduse. Un'immersione dopo l'altra, raccoglie un certo numero di Turritopsis dohrnii, piccole meduse del diametro di pochi millimetri, e le porta nell'acquario dove si appoggia per i suoi studi, con l'intenzione di osservarne il ciclo vitale. Insieme al biologo genovese Giorgio Bavestrello, lascia le meduse in recipienti adeguati e va a riposarsi. La mattina dopo i due tornano in laboratorio. E hanno una grossa sorpresa: al posto delle meduse ci sono dei polipi. Come dire che le Turritopsis erano regredite ad uno stadio precedente del proprio sviluppo, o se preferite erano ringiovanite. Un po' come se dopo aver lasciato un pollo, avessero trovato un uovo. Sulla singolare scoperta inizia a lavorare un team di scienziati guidati da Ferdinando Boero, professore dell'Università del Salento, che nel 1996 pubblica uno studio intitolato “Invertendo il ciclo della vita” nel quale spiega come i Turritopsis riescano a “ritornare” polipi, e come avendo la possibilità di replicare la trasformazione possano scampare alla morte e acquisire così una sorta di immortalità.

Gli esperimenti hanno mostrato che la “medusa immortale” è l'unico essere vivente ad avere la capacità di invertire il processo di invecchiamento; in ogni stadio della sua vita può ritrasformarsi in polipo, ma solo in presenza di determinate condizioni: quando è sottoposta a stress ambientale, o in caso di in pericolo, di sbalzi improvvisi di temperatura, di riduzione di salinità o di danni subiti alla “campana”. In questi casi si attiva un processo di sviluppo cellulare chiamato transdifferenziazione, che in poche ore la fa ringiovanire. Teoricamente, questo processo può continuare all'infinito rendendo la medusa immortale

Nella pratica però in natura le Turritopsis muoiono a causa dei predatori e di malattie e altre cause che non innescano il ringiovanimento. In realtà però non si sa cosa le accade veramente perché è praticamente impossibile studiarla nel suo ambiente naturale, e in cattività non sopravvive facilmente. Al momento il professor Shin Kubota della Kyoto University, è riuscito a mantenerne una viva per oltre 20 anni. La potenziale immortalità biologica della Turritopsis dohrnii ha sollevato grande interesse nel campo della farmaceutica e della ricerca sull'invecchiamento; l'obiettivo è quello di scoprire metodi per rinnovare i tessuti danneggiati o morti negli esseri umani.


domenica 19 aprile 2020

462 - COL PESCE PALLA IL DELFINO SBALLA




Sembra impossibile ma…
Ai delfini non piace solo giocare, saltare sulle onde, esibirsi in acrobatiche evoluzioni: all’occorrenza sembra che se la godano un sacco a sniffarsi un pesce palla. Perché? Così, per tirarsi un po’ su.

Ebbene sì, fra le tante virtù “umane” che ci rendono simpatico il mammifero marino e che hanno fatto nascere storie e leggende sulla sua intelligenza, c’è anche un vizio: i delfini si drogano. La scoperta (segnalatami da Valentina Donzella che ringrazio) è di un gruppo di ricercatori inglesi. Durante la lavorazione di un documentario della Bbc, “Dolphins: Spy in the Pod” hanno filmato i delfini che si passano delicatamente un pesce palla come fosse uno spinello, aspirano l’aria che contiene e sembrano godersela un mondo.

Il pesce palla è notoriamente velenoso, produce una potente neurotossina che usa per difendersi dai predatori dopo essersi gonfiato d’aria. In piccole quantità (verrebbe da dire modiche) il veleno non è letale, ma diventa un potente narcotico, presente nell’aria contenuta nel pesce. E’ questa che, una volta inalata sembra dare ai delfini una sensazione di benessere, visto che anziché mangiarsi la preda, come farebbero con qualunque altro pesce, continuano a passarsela l'un l'altro pressandola col muso in modo da farle rilasciare il gas narcotico nell’acqua. Il gioco prosegue anche per una mezz’ora, poi i partecipanti lasciano libero il pesce palla e si abbandonano “stonati” a galleggiare senza controllo sotto il pelo dell’acqua in una sorta di trance psichedelica.

Impossibile che gli animali si droghino? Certo. A parte le capre che raschiano dalle rocce licheni psicoattivi, i gatti che non resistono al richiamo afrodisiaco dell’erba gatta e si eccitano con la valeriana, il pettirosso che va in overdose di bacche di agrifoglio e si schianta a terra, i babbuini che mangiano bacche rosse euforizzanti, scimmie, passeri e pipistrelli che si ubriacano intenzionalmente con la frutta fermentata, i lemuri che addentano e si strofinano addosso millepiedi tossici, gli orsi ghiotti di funghi allucinogeni come l’amanita muscaria, gli elefanti e le alci che vanno pazzi per le sostanze alcoliche, i cani australiani che finiscono dal veterinario leccando i rospi delle canne che secernono bufotossina…


venerdì 17 aprile 2020

446 - IL CAMMELLO CON GLI STIVALI




Sembra impossibile ma...
Un cammello si aggira per l'Europa... e percorre chilometro dopo chilometro caracollando su stivali ortopedici costruiti appositamente per lui, per consentirgli di continuare a camminare.

Bonndorf è la tipica cittadina dello Schwarzwald. E' qui che troviamo il protagonista della nostra storia, il cammello Golia. Il borgo della Foresta Nera è una delle tappe del tour che Golia sta compiendo col suo padrone, Joerg Schmid, per finanziare attività benefiche a favore dell'infanzia. I due sono partiti qualche tempo prima dalla Svizzera, e hanno percorso centinaia di chilometri su strade che ricordano assai poco le lontane distese desertiche, ma accolti sempre con grande affetto dalla popolazione dei paesi visitati, specie dai bambini. Ora però è nato un grosso problema: Golia, che già aveva dato segni di sofferenza per un difetto genetico agli zoccoli comune a molti cammelli, si è bruciato le estremità attraversando il terreno reso rovente da un incendio di sterpaglie, e proprio non ce la fa più a camminare.

La gente di Bonndorf che lo vede entrare in paese arrancando si sente stringere il cuore. Un'assemblea è convocata d'urgenza e qualcuno ha un'idea: bisogna realizzare qualche tipo di protezione e di supporto per gli zoccoli. Per fortuna in paese opera Wessel, calzolaio che produce calzature ortopediche e scarpe per le persone più alte del mondo. E affronta ogni giorno problemi diversi, perché ogni piede è diverso dall'altro. Questa volta però si tratta di zoccoli. Ma lui non si spaventa, prende le misure e chiede l'aiuto, e il sostegno economico, di Nora, azienda specializzata in componenti in gomma e materiali speciali per calzature, con cui lavora da sempre. In pochi giorni il calzolaio realizza così un set di stivali personalizzati con suola ortopedica.

Per calzarli non ci sono stati problemi racconta Joerg Schmid – sembrava che Goliath avesse capito che lo facevamo per il suo bene. E il momento che ha avuto gli stivali agli zoccoli è stato fantastico: ha iniziato a trotterellare senza mostrare alcun segno di dolore”. Il giorno dopo a salutare Joerg e Golia c'era tutto il paese; ringraziata la gente di Bonndorf, sono ripartiti verso la Romania, tappa successiva del viaggio.

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...