Visualizzazione post con etichetta L'altra metà del cielo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta L'altra metà del cielo. Mostra tutti i post

martedì 10 febbraio 2026

861 - LA POSTINA COL FUCILE

 


 

Non c’era vento né pioggia né tormenta di neve che potesse fermare Mary Fields, né banditi o animali selvaggi che le facessero paura.

Alta, massiccia, vestita a modo suo, con la pistola sotto il grembiule e il sigaro fra i denti, attraversava le strade innevate del Montana con lo stesso passo con cui da bambina aveva portato ceste di cotone nei campi dei padroni in Tennessee: deciso, indomito, irriducibile.

Mary nasce schiava nei primi anni Trenta dell’Ottocento, in Tennessee. Di quegli anni parla poco. Dopo l’abolizione, seguE il destino di molti: un lavoro come domestica, poi spostamenti da uno Stato all’altro, fino all’Ohio, dove conosce le suore di Toledo e si affeziona a una di loro, madre Amadeus Dunne. Quando la religiosa si ammala in Montana, Mary molla tutto per restarle accanto. Non tornerà più indietro.

E' lì, a Cascade, che in un primo momento tenta la ristorazione, ma è un disastro. Troppo generosa, dice la gente. Troppo diretta, troppo sé stessa. Ma è anche lì che, a oltre sessant’anni, vince la gara per il posto da postina.

Devi attaccare sei cavalli al carro più veloce degli altri? Lei lo fa. Devi portare la posta attraverso bufere e sentieri infestati da lupi? Mary non manca un giorno. Le danno il soprannome di “Stagecoach Mary”, la diligenza vivente. L’unica donna autorizzata a entrare nei saloon di Cascade, per decreto speciale del sindaco.

C’è chi racconta che una volta abbia steso un collega con un solo pugno per una questione d’onore. Nessuno smentirà mai. D’altronde, come potevi smentire Mary? Dopo la pensione, lava panni per vivere, ma continua a portare regali ai bambini, a sedersi tra le prime file alle partite di baseball, ad avere l’ultima parola nei bar.

A Cascade, dove tutti sanno il giorno del suo compleanno e lo festeggiano chiudendo le scuole, Mary è una leggenda vivente, una presenza che si può vedere avanzare tra le betulle col sacco della posta in spalla e un fucile Winchester in mano. Perché Mary con le lettere consegna un messaggio di forza e resistenza, in un Paese che ancora fatica a immaginare una donna nera libera, figuriamoci armata e rispettata.

Stagecoach Mary” muore nel 1914. Il giornale locale le dedica un necrologio affettuoso: “Se ne è andata una figura familiare, conosciuta da tutti e ammirata da molti”. Sicuramente dalla gente di Cascade che ha conosciuto una donna nata schiava capace di conquistare il rispetto di tutti e difendere la sua libertà. Anche nel Montana di fine ottocento. Armata, con un sigaro in bocca e la neve fino alle ginocchia.

venerdì 6 febbraio 2026

857 - CAMILLE CLAUDEL, L'ARTISTA CANCELLATA


  

Nel 1913, a Parigi, una donna di 48 anni viene accompagnata con la forza in un manicomio. Non urla, non delira, non minaccia nessuno. Si chiama Camille Claudel ed è una delle scultrici più dotate della sua generazione.

Camille nasce nel 1864 a Fère-en-Tardenois, vicino a Reims; il padre Louis Prosper è un funzionario delle imposte, la madre Louise è una donna borghese dedita alla gestione della casa e all'educazione dei figli, proveniente da una famiglia cattolica, conservatrice e rigorosa.

Camille mostra sin da bambina un animo artistico e una vocazione per la scultura che la madre non accetta, considerandola sconveniente per una donna. La rottura con la figlia, che non ha un carattere facile, è inevitabile e irreparabile. Non ancora ventenne, la giovane va via di casa. Parigi è il posto giusto dove rincorrere il suo sogno; appena arrivata si presenta all’École des Beaux-Arts, che però in quegli anni è ancora interdetta alle donne.

Ma lei non si arrende, rimane nella ville lumière e studia dove può: all’Académie Colarossi e in altri atelier privati che accettano donne. Qui incontra altre scultrici, fra cui l’inglese Jessie Lipscomb. Anni dopo sarà una delle pochissime persone ad andarla a trovare in manicomio, da dove uscirà con una certezza: “La donna che ho incontrato non è assolutamente pazza come vogliono far credere”.

Nel 1884 Camille entra nell’atelier di Auguste Rodin, già celebre. Lavora con lui, scolpisce con lui che le affida le parti più difficili (mani e piedi) dei grandi gruppi. E fra i due nasce l'amore. Per anni è collaboratrice, musa, amante.

Una relazione travolgente, che anche lo scultore vive intensamente, tanto da arrivare a firmare una sorta di contratto nel quale promette fedeltà e centralità artistica a Claudel. Poi le cose, come spesso accade, vanno diversamente, perché in realtà Rodin non ha mai rotto davvero con la compagna storica, Rose Beuret.

Camille pretende un riconoscimento artistico e umano che non arriverà. La relazione diventa burrascosa, poi finisce. E lei tenta una strada autonoma: opere potenti, costose da realizzare, difficili da vendere. Vive sola, diffida di tutti, sviluppa un’ossessione persecutoria contro una presunta “banda di Rodin” che vorrebbe danneggiarla. Distrugge parte delle proprie sculture.

Nel 1913 la famiglia decide l’internamento. Il fratello, il poeta e diplomatico Paul Claudel, autorizza il ricovero e non si opporrà mai seriamente alla sua permanenza. La madre, che non le ha mai perdonato le sue scelte, non andrà mai a trovarla, nemmeno una volta, e sarà la principale oppositrice a qualsiasi ipotesi di dimissione. Camille viene trasferita a Montdevergues, vicino Avignone. Resterà lì trent’anni.

Dalla stanza in cui è reclusa scrive lettere lucidissime, chiede di uscire, protesta contro l’ingiustizia. Nessuno l’ascolta. Arriva la guerra, e durante l’occupazione tedesca gli ospedali psichiatrici francesi conoscono fame e abbandono. Camille muore il 19 ottobre 1943, debilitata dalla malnutrizione. Nessun familiare partecipa al funerale.

Oggi, a Nogent-sur-Seine, esiste il Musée Camille Claudel. Le sue sculture sono tornate a parlare. Ci sono voluti decenni perché qualcuno riconoscesse che quella donna “difficile” non era folle: era una grande artista, troppo libera per il suo tempo.

martedì 3 febbraio 2026

855 - IL VIAGGIO DI MESANNIE


  

Nel novembre del 1954, mentre l’America correva verso il futuro su quattro ruote, una donna di 63 anni partì dal Maine a cavallo. Non per sport, non per folclore, ma perché stava morendo e voleva vedere l’oceano prima che fosse troppo tardi.

Oggi vi presento Annie Wilkins, detta Mesannie, vedova due volte, contadina povera, senza figli né parenti, con la fattoria pignorata per tasse arretrate e una diagnosi impietosa: due anni di vita.

Il medico le consiglia un ricovero in un ospizio di beneficenza. Lei sceglie la strada. Si finanzia vendendo conserve fatte in casa, ipoteca ciò che resta, compra un vecchio cavallo una volta da corsa, Tarzan, e parte.

Con lei il cane Depeche Toi – “sbrigati”, in francese – e un secondo cavallo da soma, Rex. Nessuna mappa, nessun itinerario. Solo una fede ostinata nella gentilezza degli sconosciuti.

Da Minot al Pacifico sono quasi 5000 miglia, percorse tra il 1954 e il 1956 su strade rotte, bufere di neve, fiumi gonfi e passi di montagna. Annie dorme dove capita: stalle, fienili, ranch, perfino un carcere di contea, quando un poliziotto la fa sistemare in cella per proteggerla dal freddo.

Lungo la strada vende cartoline autografate per tirare avanti. E la sua storia corre veloce. I giornali locali e l’Associated Press iniziano a seguirla, la radio e la televisione la trasformano in un simbolo. In Pennsylvania la ritrae Andrew Wyeth; nel 1956 Art Linkletter la invita in TV; fa perfino una fugace apparizione accanto a Groucho Marx. Le offrono lavori, ospitalità, persino matrimoni. Annie ringrazia e riparte.

Arriva a Redding, in California, nella primavera del 1956. Bagna i piedi nel Pacifico, dice una preghiera e piange. Rex era morto poco prima per un infezione da tetano; Tarzan è ancora con lei.

Annie torna poi nel Maine e vive fino a 88 anni, smentendo la medicina e il destino. Nel 1967 pubblica i suoi diari in Last of the Saddle Tramps. La sua cavalcata è l’ultima di un’America lenta, fiduciosa e solidale, dove una donna che non ha più nulla si mette in viaggio e trova lungo la strada un Paese intero disposto ad accompagnarla.

lunedì 2 febbraio 2026

853 - LA SIGNORA DELLE CAMELIE


  

Questa è la storia di Alphonsine Plessis, venduta a 12 anni, morta a 23. Quando diventa Marie Duplessis trasforma la propria sopravvivenza in un’arte. E quando la fanno diventare prima Marguerite Gautier, poi Violetta Valery, entra nel mito.

Alphonsine Plessis nasce nel 1824 in Normandia. Il padre, alcolizzato e violento, la tratta come una merce: dopo la morte della madre, la vende a un uomo molto anziano. Non è un dettaglio morboso: è l’origine di tutto. Da lì in poi, Alphonsine impara che il mondo non concede sconti a chi nasce senza difese.

A 15 anni fugge a Parigi. Lavori umili, stanze fredde, giornate che consumano le mani e l’anima. Ma osserva. Capisce che in quella città la bellezza può diventare moneta, e l'astuzia uno scudo. Si reinventa. Sceglie un altro nome, un altro destino: nasce Marie Duplessis.

Marie è intelligente, in breve Impara a muoversi nei salotti, a parlare senza tradire le origini, a leggere il mondo prima ancora dei libri. A 20 anni è già una presenza centrale della Parigi elegante. Vive al Boulevard de la Madeleine, circondata da lusso, libri, camelie: la sua passione.

Gli uomini più celebri le ruotano intorno: artisti sulla cresta dell'onda, come Franz Liszt, scrittori come Alexandre Dumas figlio, che perde la testa per lei, e ne esce ferito. Nel 1846 sposa un conte a Londra, forse per mettere al sicuro il nome, forse per sfidare le regole. Marie non cerca redenzioni romantiche. Cerca autonomia.

Anche quando si ammala di tubercolosi – la tosse, il sangue, il corpo che si assottiglia – continua a vivere alle proprie condizioni. Muore il 3 febbraio 1847. Poche settimane dopo, l’asta dei suoi beni attira una folla enorme: Parigi che curiosa fruga nei resti di ciò che aveva adorato.

Poi Dumas trasforma il dolore in letteratura, scrive La signora delle camelie, Marie diventa Marguerite. E Giuseppe Verdi dà voce a Violetta per cantare la storia di Marie al mondo: nasce La traviata.

Il mito però paga il suo prezzo al perbenismo ottocentesco, e la converte in una peccatrice pentita. Mentre la realtà continua a raccontare la storia di una ragazza che nei suoi pochi anni combatte per una libertà feroce. E non chiede mai scusa per averla conquistata.

lunedì 26 gennaio 2026

846 - LA PICCOLA GRANDE DONNA


  

Sembra un personaggio uscito da un film stile Nikita o da una serie come Killing Eve. Forse meno letale, ma altrettanto efficace.

Pippa Latour ha gli occhi scuri e vivaci di chi, da bambina, ha visto fin troppo. Orfana a tre anni, cresciuta tra Sudafrica, Francia e Inghilterra, non ha ancora vent’anni quando decide che la guerra non la guarderà da lontano.

Si arruola come meccanica nell’Aeronautica ausiliaria femminile britannica. Ma un giorno, nel 1943, le dicono: “Abbiamo un altro incarico per te. Ti diamo tre giorni per pensarci.” “Non mi servono,” risponde. “Lo faccio.”

Così diventa Geneviève. Un nome in codice, una maschera di seta in un teatro di ombre. Si lancia col paracadute di notte nella Normandia occupata. E' il primo maggio del ’44, un mese esatto prima dello sbarco alleato.

Alta poco più di un metro e mezzo, con l’aspetto di una ragazzina di provincia, pedala tra i villaggi vendendo sapone e chiacchierando con i tedeschi. Sorride. E Intanto ascolta, osserva, memorizza.

La sua copertura: studentessa di pittura. I suoi veri strumenti: una radio nascosta in una stalla e una striscia di seta con i codici cifrati arrotolata tra i capelli. Sotto il grembiule, nessuna pistola. Solo coraggio.

Quando i nazisti scoprono il paracadute che l’ha portata lì, è costretta a fuggire. Cambia rifugio, si sposta da sola in bicicletta, e continua a trasmettere informazioni vitali su basi, convogli, postazioni di artiglieria. Ogni invio di messaggi le espone alla cattura. Ogni errore può costarle la vita.

Una volta la morte le passa davvero vicino: la catturano, la interrogano. E' sospetta, sì, ma sembra così giovane e innocente. E nessuno pensa di scioglierle il nastro di seta nei capelli. La rilasciano.

Finita la guerra, Pippa non cerca mai i riflettori. Si sposa con Patrick Doyle, ingegnere australiano. Vive in Kenya, alle Fiji, in Australia. Infine in Nuova Zelanda. E' madre di quattro figli. Nel tempo, arrivano i riconoscimenti. La *Croix de Guerre*, la Legion d’Onore, la medaglia dell’Impero Britannico.

Ma lei non parla volentieri del passato, a chi le chiede qualcosa, racconta poco. “Facevo solo quel che andava fatto,” dice. Muore a 102 anni nell’ottobre del 2023. Se ne va in silenzio, com’è vissuta.



domenica 25 gennaio 2026

844 - LA CITTA' DELLE DONNE

 


 

Esiste un luogo dove l’amore non porta al matrimonio, il sesso non crea scandalo e la famiglia non nasce da un uomo e una donna. Non è un’utopia né una provocazione: è il mondo dei Mosuo.

Oggi vi porto nel sud-ovest della Cina, sulle rive del lago Lugu, tra Yunnan e Sichuan. Qui il tempo ha seguito una strada laterale. I Mosuo sono una società matrilineare e matrilocale. In parole povere, il nome, i beni, la casa e i figli passano attraverso la linea femminile.

Le donne amministrano la famiglia, organizzano il lavoro, custodiscono la memoria. Gli uomini non sono marginali, come spesso si racconta: in realtà allevano, pescano, macellano, partecipano alle decisioni del villaggio. Ma non diventano mariti nel senso in cui lo intendiamo noi.

Il loro legame amoroso si chiama “tisese”, si può tradurre con “matrimonio camminante”. Nessuna convivenza, nessun contratto. L’uomo arriva di notte e se ne va all’alba, tornando alla casa materna. Le relazioni possono durare una notte o una vita intera. Molte sono stabili, alcune esclusive. Altre no. E nessuna viene giudicata.

I figli restano con la madre. Il padre biologico può esserci, essere conosciuto, presente, ma non è l’asse portante dell’educazione. Quel ruolo spetta agli zii materni, sorelle e fratelli delle donne, in una rete familiare che rende il divorzio inutile perché la famiglia, semplicemente, non si rompe mai.

Non è un matriarcato da cartolina né un’utopia erotica. È un sistema antico, pragmatico, che ha funzionato per secoli. Oggi è sotto pressione: il turismo, lo Stato, il matrimonio “moderno” avanzano.

Ma sulle acque calme del lago Lugu resiste ancora un’idea non convenzionale di convivenza per noi aliena e spiazzante. Dove l'amore e il possesso sono cose assai diverse, dove si praticano modi alternativi di stare insieme.

E dove le donne reggono l’ordine delle cose senza dominare gli uomini: amministrano la casa, decidono il lavoro, custodiscono i legami e garantiscono continuità. Non comandano: governano. E forse è proprio questo il dettaglio che più ci colpisce e ci disorienta.


sabato 24 gennaio 2026

843 - LE DOTTORESSE

 


 

Guardate bene questa foto, scattata il 10 ottobre del 1885. Tre giovani donne in abiti tradizionali di diversi Paesi, sedute negli austeri corridoi del WMCP (Women’s Medical College of Pennsylvania).

Non sorridono, ma quello che la macchina coglie è il loro sguardo fermo, deciso, determinato. E di determinazione ne serve tanta in quegli anni per una donna che vuole affermarsi, esprimere la propria personalità, rincorrere i propri sogni in un mondo che discute se il cervello femminile sia adatto allo studio e se una donna possa reggere il peso della conoscenza senza mettere a rischio la maternità.

Eppure queste tre donne, arrivate negli Stati Uniti da mondi diversi e lontanissimi, stanno per laurearsi in medicina: una donna medico, quasi un ossimoro, di più, una bestemmia per l'epoca.

Oggi vi racconto la loro storia, ma prima vale la pena di conoscere quella del WMCP. Lo fondano nel 1850 i quaccheri di Germantown. Già, i quaccheri (la Religious Society of Friends), che incredibilmente sono stati tra i primissimi movimenti religiosi occidentali a credere davvero, nei fatti, nei diritti delle donne.

Non per slogan moderni, ma per una convinzione teologica radicale. Alla base del quaccherismo c’è l’idea della “luce interiore”: ogni essere umano, uomo o donna, possiede una scintilla divina. Se Dio parla a tutti allo stesso modo, non esistono gerarchie spirituali fondate sul genere.

Da qui derivano scelte che, tra Seicento e Ottocento, sono scandalose: le donne possono predicare nelle assemblee quacchere; partecipano alle decisioni comunitarie; gestiscono scuole, opere sociali, ospedali; vengono istruite, perché l’ignoranza è vista come un male morale.

Così non stupisce che il WMCP sia il primo college di medicina femminile al mondo. Una vera anomalia in un’epoca che esclude le donne dalle università, dagli ospedali, dal voto e spesso dal diritto di scegliere il proprio destino.

Proprio per questo, lì cominciano ad arrivare studentesse da tutto il mondo: dall’India, dal Giappone, dal Medio Oriente ottomano. Non per moda, ma per necessità. Nei loro Paesi, studiare medicina è proibito. Ed ecco la storia delle tre ragazze della foto.

Anandibai Gopal Joshi nasce nel 1865. Poco più che ventenne, attraversa gli oceani dall’India coloniale per laurearsi in medicina occidentale. Si iscrive alla WMCP si laurea in medicina prima di compiere 21 anni con una tesi su “Obstetricia tra gli Hindù ariani”. Gli archivi conservano lettere che raccontano la sua determinazione nel contrastare la forte opposizione della sua famiglia. Torna a casa come simbolo vivente di una possibilità nuova, ma la tubercolosi la uccide nel 1887, prima che possa esercitare davvero.

Kei Okami nasce nel 1859 in Giappone. Non è la prima donna medico in assoluto del suo Paese, ma è la prima a ottenere una laurea occidentale. Subito dopo la laurea torna in Giappone e, per quanto ostacolata dal clero e dalle istituzioni conservatrici, lavora come ginecologa, apre una clinica privata. insegna e contribuisce alla formazione infermieristica e alla promozione dell’educazione sanitaria femminile. Muore nel 1941.

Sabat Islambouli, di origine ebraica-curda, nasce nel 1867 in una regione che oggi chiamiamo Siria ma che allora era Impero Ottomano. Dopo la laurea le notizie sulla sua vita sono scarse: risiede a Damasco e poi al Cairo, ma non si sa con precisione dove e come eserciti la professione. Muore anche lei nel 1941.

In quegli stessi anni in cui si laureano le tre ragazze, tra quelle stesse mura il WMCP forma anche la prima dottoressa nativa americana, Susan La Flesche, e accoglie ex schiave afroamericane. Ai primi del novecento le laureate sono centinaia, provenienti da tutti i continenti. E' un vero laboratorio di futuro in un secolo che ha paura del futuro.

La fotografia di Anandibai, Kei e Sabat racconta il momento in cui la medicina smette di essere un privilegio maschile. E lo fa senza proclami, con tre sguardi che sembrano dire: “siamo qui, e ormai è troppo tardi per fermarci”.

mercoledì 1 ottobre 2025

836 - L'INCREDIBILE VIAGGIO DELLA SIGNORA BENZ


 

Un mattino d’agosto del 1888 una donna salì sulla strana carrozza a tre ruote costruita dal marito, caricò i due figli e senza chiedere il permesso a nessuno partì, destinazione futuro.

Bertha Benz ha 39 anni quando decide che è tempo di smettere con i tentennamenti e di far parlare i fatti: quell’aggeggio rumoroso non è un capriccio, ma una rivoluzione, e lo vuol dimostrare al mondo .

Senza dir nulla al marito Carl, alle prime luci dell'alba va in officina e sale sulla nuova carrozza a motore che lui ha costruito due anni prima, vi carica i figli Eugen e Richard e parte da Mannheim, in Germania, in direzione di Pforzheim, dove vive sua madre.

Sono quasi cento chilometri di strade sterrata, senza mappe, senza segnali, accompagnata dagli sguardi diffidenti dei passanti in un mondo che non sa ancora cos'è un’automobile.

Carl aveva brevettato il suo “Patent-Motorwagen” due anni prima, ma esitava a metterlo alla prova in pubblico, per prudenza e per paura del ridicolo. Bertha, con l’intuito delle donne che vedono più lontano, capisce che quella macchina deve dimostrare la sua utilità non davanti a ingegneri e investitori, ma lungo la strada, in mezzo alla gente.

Così inizia l'avventura; orientarsi non è facile, non c'è certo il navigatore satellitare, così segue quando possibile i binari ferroviari e il corso del Reno; il suo veicolo ha ruote di legno e un motore monocilindrico da 2,5 cavalli di potenza. Ogni buca un rischio, ogni salita un’impresa.

E le difficoltà non si fanno attendere. A Wiesloch scarseggia la ligroina (il solvente utilizzato come carburante) e lei si ferma in una farmacia e “fa il pieno”, creando così la prima stazione di servizio della storia. Sulle salite più ripide chiede aiuto ai contadini del posto che spingono la vettura insieme ai figli, e prende nota della necessità di rapporti di cambio adeguati.

Quando il carburatore si intasa, lo pulisce liberando il condotto con lo spillone del suo cappello; poco dopo un filo elettrico si scopre e rischia di mandare in corto circuito l’accensione, e lei ferma l'auto e, senza alcun attrezzo, improvvisa: prende una delle sue giarrettiere di tessuto elastico, la avvolge intorno al filo danneggiato e isolandolo con una sorta di guaina protettiva.

Più avanti a Bauschlott si accorge che l'uso dei freni in discesa li consuma rapidamente, allora si ferma da un calzolaio e fa rivestire il pattino di legno con strisce di cuoio, dando vita di fatto al prototipo delle moderne pastiglie.

Quando i tre arrivano esausti a Pforzheim, sono passate 12 ore; quello che hanno compiuto è il primo viaggio extraurbano della storia in automobile: 104 chilometri su stradette polverose.

E il marito? La attende a casa preoccupato; ma ha anche capito che senza quella prova di coraggio la sua invenzione sarebbe rimasta un capriccio da officina. Il colpo di teatro di Bertha l’ha trasformata in un mezzo per vivere e viaggiare.

Tutti i giornali ne parlano, e l’impresa convince investitori e clienti della solidità del progetto Benz. In seguito Carl dichiarerà: “senza quel viaggio la mia invenzione non avrebbe mai avuto successo”.

Oggi gli automobilisti del terzo millennio percorrono la Bertha Benz Memorial Route, un itinerario turistico di circa 194 km che segue il tragitto andata e ritorno da Mannheim a Pforzheim, creato per ricordare una donna intraprendente che con un pizzico di audacia, una giarrettiera e uno spillone mise in moto il futuro.


martedì 30 settembre 2025

835 - LA DONNA DEL BOSCO


C'era un volta una ragazza che dormiva con una lince nel letto, passava le giornate con un corvo ladro e considerava una scrofa di nome Żabka la sua migliore amica. Sembra l'inizio di una fiaba, invece è tutto vero.

Simona Kossak ha vissuto per trent'anni nella foresta, ne ha fatto il proprio tetto e il proprio specchio. Non era una bizzarra eremita né una turista in cerca di avventure esotiche, ma una scienziata che ha scelto di passare la vita in una casa senza luce né acqua corrente, nascosta tra i faggi e le querce millenarie di Białowieża, in Polonia.

Simona nasce nel 1943 in una Cracovia occupata dai nazisti. Il suo è un cognome importante, racconta di una stirpe di pittori, poeti e scrittori. Lei, invece, preferisce fin da bambina tele di muschio e pennellate di vento.

Dopo aver terminato un brillante corso di studi di biologia all’Università Jagellonica e aver iniziato a lavorare presso l’Istituto di Ricerca sui Mammiferi, nei primi anni settanta, quando non ha ancora compiuto 30 anni, fa la scelta che cambierà la sua vita. Si trasferisce nella casa forestale di Dziedzinka, in mezzo alla foresta primordiale di Białowieża (oggi patrimonio dell'Unesco), al confine tra Polonia e Bielorussia.

Da sola? All'inizio sì, ma negli anni successivi Lech Wilczek deciderà di condividere la sua scelta e di essere suo compagno di vita nel bosco. E poi, attorno a lei, come una moderna Biancaneve, si raduna una piccola corte di zampe, piume e zanne.

La scrofa Żabka, raccolta cucciola, vivrà al suo fianco per 17 anni, fedele come un cane e orgogliosa di rubarle il posto sulla sedia. La lince Agatka, cresciuta a Dziedzinka, divide con lei persino il letto. E Korasek, il corvo cleptomane che sottrae cucchiai e monili a chissà chi e li porta in dono alla padrona, trasformando la capanna in un bazar di oggetti smarriti. Accanto a loro passano cervi e volpi, tassi e civette: la porta non è mai chiusa, il confine fra casa e foresta non esiste.

Il paese vicino la chiama “la strega del bosco”: non perché lanci incantesimi e sortilegi, ma perché per la gente è davvero capace di conversare con gli animali. La verità è più semplice e più rivoluzionaria: Simona ascolta. Guarda. Rispetta. Non studia la natura da una scrivania, la abita. Lavora all’Istituto di Ricerca sui Mammiferi e poi all’Istituto Forestale, ma il suo laboratorio è il sottobosco, la sua biblioteca il fruscio delle foglie.

Nonostante i riconoscimenti ufficiali — un dottorato, l’abilitazione accademica, persino la Croce d’Oro al Merito — Simona è un personaggio scomodo. Denuncia le trappole crudeli usate per catturare gli animali, si oppone ai tagli indiscriminati di alberi, non arretra davanti alle autorità forestali. Per questo è amata e temuta: una voce che non chiede permessi.

Eppure, nella rudezza di quella vita senza comfort moderni, riesce a custodire delicatezza: racconta storie alla radio, sorride ai turisti smarriti. Vive con intensità, senza maschere, fino al 2007, quando la donna del bosco se ne va e diventa leggenda. Libri, film e documentari raccontano la sua vita diversa. E lei continua a vivere nel volo improvviso di un corvo, nel passo silenzioso di un capriolo, nella luce che filtra tra gli alberi di Białowieża.



mercoledì 27 agosto 2025

813 - L'ULTIMA STREGA


 

Nel cuore della Londra del 1944, mentre il mondo tratteneva il fiato per l'imminente sbarco in Normandia, in un’aula di tribunale veniva processata una strega.

Helen Duncan nasce a Callander in Scozia nel 1897. Fin da piccola ha comportamenti strani, dice di “sentire” quando le persone sono in pericolo e di prevedere eventi futuri.

Lasciata la scuola lavora in un ospedale, e nel 1916 si sposa con Henry Duncan, un ebanista, che è anche uno spiritista e crede nei poteri medianici della moglie. Con lui farà 12 figli, di cui solo 6 sopravviveranno all'infanzia.

Nel 1926 Helen comincia a fare regolarmente sedute spiritiche a pagamento. Negli anni Trenta raggiunge una certa fama e attira l'attenzione dei ricercatori della London Spiritualist Alliance, che la controllano. E la smascherano più volte.

Il clou della sua esibizione è la produzione dalla bocca di una massa biancastra e gelatinosa che si agita nell’aria come se fosse viva: ectoplasma, dice lei. I ricercatori dimostrano che non è altro che un misto di garza, carta igienica e albume rigurgitato. In un’occasione poi un assistente afferra lo “spirito” di una bambina scoprendo che si tratta di una sottoveste bianca.

Multata e ridicolizzata, va avanti per la sua strada, seguitissima: le sue sedute sono spettacoli, fra consolazione e intrattenimento. E quando nel 1939 scoppia la guerra per lei è una manna dal cielo, con centinaia di persone disperate disposte a sborsare i 12 scellini e 6 pence richiesti (circa 40 euro odierni) per parlare con i propri morti o per sapere quando e dove sarà il prossimo bombardamento.

L'evento che cambia tutto avviene a Portsmouth nel novembre del 1941. E' sera e in una stanza sopra una farmacia, chiamata con enfasi “Master Temple”, pochi spettatori paganti, illuminati solo da una lampadina velata di rosso, seguono con grande attenzione la Duncan seduta accanto a una tenda nera.

Preghiere, un canto sommesso, e poi il momento clou: la produzione dell'ectoplasma. E attraverso quella sostanza, prende voce lo spirito di un marinaio: annuncia che la corazzata HMS Barham è stata affondata.

La notizia è vera, ma è stata tenuta segreta: qualche giorno prima un sommergibile tedesco ha affondato la nave e gli 862 uomini a bordo sono morti. L'Ammiragliato ha avvisato i familiari, ma ha imposto il silenzio assoluto per non minare il morale della popolazione.

Qualcuno dei presenti informa i vertici della Marina, che iniziano a sospettare che Helen sia una spia. Così la mettono sotto osservazione senza intervenire. Nei successivi tre anni la lasciano proseguire nel suo lucroso commercio, ma con l’avvicinarsi dello sbarco in Normandia la sua attività viene considerata un rischio: così, nel gennaio del 1944, le autorità militari decidono di agire. Che sia medium, truffatrice o spia poco importa: in una fase decisiva della guerra una donna che rivela informazioni riservate è una minaccia.

Il 14 gennaio 1944 due ufficiali della Marina si presentano a una sua seduta e la smascherano di nuovo. Pochi giorni dopo la polizia la arresta. I giudici potrebbero condannarla per frode o vagabondaggio, ma decidono di tirar fuori il vecchio Witchcraft Act del 1735, utilizzato per secoli per le accuse di stregoneria. Dopo otto giorni di processo Helen Duncan viene dichiarata colpevole e rinchiusa in prigione. Ci resterà nove mesi.

Rilasciata a fine settembre del 1944, riprende come se niente fosse le sue sedute. Nel 1951 il Parlamento abroga il Witchcraft act e lo sostituisce con il “Fraudulent Mediums Act”. Helen Duncan è l'ultima donna condannata per stregoneria. Nel 1956 la arrestano ancora: l'accusa stavolta è frode. Pochi mesi dopo l'ultima strega muore, non sul rogo ma nel suo letto a Edimburgo.


sabato 16 agosto 2025

811 - LA DONNA CHE SALVO' L'APOLLO 13


 

Nella storia della scienza ci sono nomi che rimangono nascosti, e spesso sono nomi di donne. Eppure senza di loro certe imprese non sarebbero mai state compiute.

Judith Love Cohen appartiene a questa schiera di eroi silenziosi: donna, ingegnera, capace di ritagliarsi uno spazio in un mondo che a metà del Novecento era una roccaforte maschile.

Judith nasce a Brooklyn nel 1933. Figlia di immigrati ebrei, da bambina viene pagata dai compagni per risolvere i compiti di matematica. Da adolescente danza al Metropolitan Opera Ballet, ma i numeri rimangono la sua vera vocazione.

Si laurea in ingegneria elettrica alla University of Southern California, in un’aula in cui è spesso l’unica donna. Seguono una seconda laurea all'Ucla e un master, tutto prima dei 29 anni. La sua carriera prende presto il volo: dalla North American Aviation alla TRW, ha un ruolo fondamentale in progetti chiave, prima per la guerra fredda, poi per la corsa allo spazio, come il missile Minuteman e i programmi Apollo e Hubble.

Il suo nome è legato soprattutto a un sistema dal nome enigmatico: l’Abort Guidance System (AGS). Un apparato pensato come backup nel caso in cui il sistema principale del modulo lunare si fosse guastato, che diventerà vitale per la Nasa nel 1970, quando la missione Apollo 13 rischia di trasformarsi in una tragedia.

Il 13 aprile l'equipaggio dell'Apollo in volo verso la luna lancia un SOS diventato storico: “Houston, abbiamo un problema”. A bordo è esploso un serbatoio. Energia e ossigeno scarseggiano, ed è proprio l'AGS della Cohen a permettere di correggere la traiettoria ed eseguire le manovre per un rientro sulla Terra che altrimenti non sarebbe mai avvenuto. Gli astronauti dell'Apollo 13 al ritorno dallo spazio andranno a ringraziarla personalmente nel suo laboratorio di Redondo Beach.

Negli anni Ottanta Judith Love Cohen, concluso il programma Apollo, ha un ruolo fondamentale in un altro progetto storico. E' la coordinatrice del sistema ingegneristico della struttura scientifica di terra del telescopio spaziale Hubble, un passo avanti determinante nell'esplorazione dello spazio profondo. E' l'ultimo grande contributo alla ricerca spaziale prima della pensione.

Ma non è finita qui: negli anni seguenti il tempo libero lo utilizza per creare con il marito la casa editrice Cascade Pass e pubblicare la collana “You can be a woman”, pensata per incoraggiare bambine e ragazze a intraprendere la via delle scienze. Risultato, più di centomila copie vendute, premi e riconoscimenti per aver saputo trasformare la sua esperienza in un modello da seguire.

Judith se ne va dopo una breve malattia il 25 luglio 2016 a 82 anni. Al momento della sua scomparsa è sposata da 35 anni con il terzo marito, David A. Katz, e ha trovato il tempo di crescere 4 figli. Ma a ricordarla non ci saranno solo loro: il suo nome vive nei manuali di ingegneria, nei ricordi delle missioni Apollo, nelle scoperte di Hubble, nei libri che hanno ispirato generazioni di ragazze a scegliere la scienza. E anche negli occhi e nella voce dell'ultimo dei suoi figli, quello nato il 28 agosto del 1969.

Già, perché ho lasciato per ultimo il suo aneddoto più celebre: è il 28 agosto del 1969, è passato poco più di un mese dal rientro a terra dell'Apollo 11 dalla luna, e Judith sta per partorire. E' già in travaglio quando la chiamano dalla Nasa. C'è un problema che può risolvere solo lei. Allora porta con sé all'ospedale gli schemi del progetto, trova la soluzione, telefona al capo per comunicare che è tutto ok, e finalmente entra in sala parto.

Poche ore dopo nasce il suo quarto figlio. Nessuno può immaginare che diventerà un attore di fama mondiale, capace di far ridere e cantare milioni di persone. Si, perché fra le altre cose Judith Love Cohen è anche la mamma di Jack Black.



mercoledì 30 luglio 2025

791 - LA DONNA CHE TORNO' DALLA MORTE


 

Nel 1724, Maggie Dickson fu impiccata nella pubblica piazza e data per morta. Ma poco dopo, il coperchio della bara cominciò a muoversi... Questa non è una leggenda: è la vera storia della donna che vinse la morte e costrinse la giustizia a fermarsi.

Margaret “Maggie” Dickson nasce intorno al 1702 a Musselburgh, cittadina di pesca vicino a Edimburgo. Giovanissima sposa un pescatore, ma ben presto lui scompare — probabilmente arruolato forzatamente nella Royal Navy — lasciandola sola e con due bambini da mantenere.

Nel 1723 trova lavoro come domestica in una locanda a Kelso, dove avvia una relazione col figlio del padrone e, pochi mesi dopo, rimane incinta. Lei tiene segreta la gravidanza e partorisce prematuramente. Il bambino nasce morto, o forse muore poco dopo, e Maggie abbandona il corpicino sulla sponda del fiume Tweed.

Qualcuno la vede e la denuncia. L'arrestano con l' accusa di aver causato la morte del figlio o quantomeno di aver tentato di occultarne il cadavere. La perizia porta alla condanna a morte per infanticidio pubblico.

Il 2 settembre 1724 Maggie viene impiccata nella Grassmarket di Edimburgo, alla presenza, com'è d'uso, di migliaia di spettatori.

Narra la leggenda che i parenti di Maggie sotto il patibolo litighino con gli studenti di medicina che reclamano il suo giovane corpo dopo la morte per fare i loro esperimenti (la facoltà di Medicina a Edimburgo sarà istituita solo due anni dopo, ma il mercato dei cadaveri era una realtà consolidata).

Fatto sta che, se lite c'è stata, devono averla avuta vinta i parenti, perché Maggie, staccata dal capestro dopo aver penzolato a lungo, viene dichiarata morta da un medico, e il suo corpo viene messo in una bara di legno per esser riportato a Musselburgh per la sepoltura.

A metà del tragitto, presso Duddingston, i necrofori decidono di fare una sosta per bere una birra alla Sheep Heid Inn, ma quando scendono dal carro sentono dei rumori uscire dalla bara. Il coperchio comincia a muoversi e loro, spaventati, lo scostano con cautela.

E scoprono che Maggie è viva: muove le mani, respira, e dopo un’ora esce dalla bara. Di fronte a un nutrito gruppo di astanti che la seguono a bocca aperta si rimette lentamente in piedi, prova a camminare e dopo qualche passo saluta e si avvia per tornare a casa.

Già, perché secondo la legge scozzese dell’epoca, avendo già “scontato” la condanna con l’impiccagione, questa non può essere nuovamente eseguita: il reato cessa con l’applicazione della pena. Solo in seguito si stabilirà di aggiungere alle sentenze la formula “until dead”, fino a che morte non sopraggiunga, per evitare futuri casi simili.

Il giorno dopo, della resurrezione della Dickson parla tutta la Scozia, e lei diventa “Half Hangit Maggie”. Vivrà serenamente altri circa 40 anni, si sposerà di nuovo e avrà numerosi figli.

Oggi, nella Grassmarket di Edimburgo, si può bere una birra al “Maggie Dickson’s Pub”, col luogo esatto dove avvenne l’esecuzione segnalato da una targa e dall’ombra del patibolo disegnata sul pavimento.


martedì 8 luglio 2025

784 - LA PENNA E LA SPADA

 


Il sonno della ragione genera mostri. Lo sapeva bene Erika Mann, la donna che ebbe il coraggio di schierarsi contro quei mostri per tenere acceso il lume della ragione quando il mondo sembrava averlo smarrito.

Erika nasce nel 1905 a Monaco di Baviera, in una famiglia dove l’intelligenza è pane quotidiano e la cultura una seconda lingua. Condivide col fratello Klaus un’irrequietezza fatta di teatro, viaggi e provocazioni. Insieme fondano una compagnia sperimentale, recitano testi audaci, sfidano le convenzioni con ironia e libertà. Berlino è la sua scuola, Max Reinhardt il suo maestro, il palcoscenico la sua prima arena.

Nel 1926 sposa l’attore Gustaf Gründgens, destinato a brillare nei teatri del terzo Reich, ma il matrimonio durerà poco. Il tempo di fare un giro del mondo con Klaus, e al ritorno divorzia. Intanto si è innamorata di Pamela Wedekind, già promessa del fratello, e quella strana geometria affettiva fra i tre – Erika, Klaus, Pamela – diventa una commedia esistenziale in un’epoca sempre più tragica. Ma la recita più pericolosa deve ancora cominciare.

Nel gennaio del ’32, durante una lettura pacifista, le SA fanno irruzione tra il pubblico. Fischi, insulti, oggetti lanciati. Erika non si piega. Ha già iniziato a scrivere articoli infuocati contro l’ascesa del nazismo, dal suo studio situato accanto alla sede del partiito nazionalsocialista di Monaco, un paradosso che dice molto sul suo coraggio.

Quando Hitler sale al potere, lei è tra le prime scrittrici inserite nella lista degli "autori degenerati". Il suo bersaglio più diretto? Bernhard Rust, ministro dell’Istruzione del Reich, teorico di un’educazione al servizio del fanatismo. Rust vuol trasformare la scuola tedesca in una fabbrica di nazionalisti, inventa persino una settimana scolastica di otto giorni – sei di studio, uno di lavoro fisico, uno di riposo – un’idea tanto ridicola quanto fallimentare. Epura libri, vieta autori non tedeschi, predica una purezza culturale tanto delirante da risultare indigesta perfino a Goebbels.

Erika lo attacca frontalmente nel suo libro *Scuola per Barbari*, pubblicato nel 1938. Denuncia la colpa della Repubblica di Weimar, che aveva lasciato le menti dei giovani in balia della propaganda, senza prepararli alla difesa della democrazia. Scrive: “Non abituato all’autogoverno, il popolo tedesco si sottomise a uno Stato che si fece padrone e costrinse il popolo a esserne servitore”.

Rust fa tradurre ogni suo articolo. Erika lo sa e rilancia: “Di questo infimo ometto, nella cultura non resterà nulla se non cavilli”. Una profezia destinata ad avverarsi. Dopo la fine del Reich Rust si toglie la vita. L’unica sua traccia sopravvissuta sarà riforma ortografica, proposta nel 1944 e ripresa nel 1996 – un’impronta minuscola, dimenticabile.

Erika, invece, continuerà a scrivere, a viaggiare, a parlare in pubblico, a battersi per la libertà. Nel 1935, quando restare in Germania significa rischiare la vita, si trasferisce a Londra, dove sposa per avere la cittadinanza il poeta W\.H. Auden, omosessuale anche lui, che le offre aiuto e protezione. Trascorre gli anni successivi tra l’Europa e gli Stati Uniti, accanto al fratello Klaus fino alla sua tragica morte, sempre in prima linea contro ogni intolleranza.

Muore nel 1969. Solo allora molti comprenderanno davvero chi fosse: non solo la figlia di Thomas Mann, uno dei più grandi scrittori del novecento. Non bastava quel nome a definirla. Perché se Rust ha lasciato dietro di sé il nulla, Erika – come suo padre – ha lasciato in eredità all’umanità una voce limpida, una lezione di coraggio, e una fede incrollabile nella dignità della cultura.


giovedì 3 luglio 2025

777 - LA MUSA INQUIETANTE

 


A Città del Messico, quando il sole cade a picco su Avenida Insurgentes e i passi della gente fanno eco tra le ombre lunghe del pomeriggio, qualcuno ancora ricorda quel nome come un sussurro ribelle: Nahui Olin. Ma pochi sanno che dietro quel nome, che in lingua nahuatl significa “movimento perpetuo”, “forza cosmica” c’era una donna in carne e sogni: Carmen Mondragón.

Nata nel 1893 in una famiglia di élite – figlia del generale Mondragón, l’uomo che brevettò l’omonimo fucile automatico – Carmen cresce tra Parigi e Città del Messico. Parla cinque lingue, suona il piano, studia arte. Ma soprattutto, rifiuta ogni forma di gabbia.

Bella di una bellezza luminosa, due occhi verdi in un volto che lo vedi una volta e non lo dimentichi più, la sua sola presenza basta a mettere in subbuglio i caffè letterari della capitale.

Tornata in Messico all’inizio degli anni Venti, lascia il marito, un pittore basco tradizionalista, dopo aver scoperto che la tradisce. E' allora che Carmen muore, e nasce Nahui Olin. Una donna nuova, tutta da inventare, con un'unica certezza: non vuol più chiedere permesso a nessuno.

Diventa musa e amante del pittore Dr. Atl (Gerardo Murillo), uno dei padri del muralismo messicano. Le sue forme entrano nei quadri come colpi di pennello violenti, carnali. Ma Nahui non è solo un corpo da idolatrare: scrive poesie impudenti, dipinge donne nude senza vergogna né veli, filosofa sulla libertà femminile quando il termine "femminismo" ancora non ha alcun senso nei salotti borghesi.

Sarà compagna di ribellione di Modotti, di Siqueiros, di Diego Rivera. E sarò lei – non Frida – la prima a spezzare il binomio “o musa o artista”. Sarà entrambe. Fino all’eccesso.

Amerà molto, e molto sarà amata. Ma sempre a modo suo. Scriverà: “L’amore che ho vissuto non me lo può togliere nessuno, neppure tu”. Neppure la morte. Neppure la follia.

Quando il dottor Atl la lascia, qualcosa in lei si incrina. Continua a dipingere, a scrivere, ma le sue opere vengono ignorate. Muoiono uno a uno i suoi amori, i suoi compagni di rivoluzione, i suoi ideali.

Negli anni '50 si aggira come un fantasma nei giardini di Chapultepec, parlando da sola tra le aiuole, vestita ancora coi fiori nei capelli. Nel 1961 il poeta Homero Aridjis si ferma per strada davanti a una stracciona che vende per pochi centavos vecchie cartoline: due occhi verdi in un volto che lo vedi una volta e non lo dimentichi più. Sulle cartoline una ragazza giovane, bellissima e nuda. Nessuno la riconosce. Nessuno, tranne lui.

Carmen Mondragón muore nel 1978, sola e dimenticata. Nahui Olin, la forza cosmica, il movimento perpetuo, donna libera, artista irregolare, fiamma pura e travolgente, continua a vivere.

martedì 11 agosto 2020

718 - LA SEQUESTRATA DI POITIERS

 

Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Infinitamente triste ma vera. Ringrazio Gei Gi per la segnalazione, e vi porto in Francia, nella Poitiers del 1901. Al commissariato di polizia arriva un messaggio anonimo: “Ci terrei ad informarvi – vi si legge - di un fatto davvero grave. Sto parlando di una donna rinchiusa nell’appartamento di Madame Monnier, denutrita e costretta a vivere da 25 anni in una putrida latrina”. I Monnier sono gente perbene, una famiglia dell'alta borghesia: Marcel, già sottoprefetto di Puget-Théniers, vive con la moglie e i figli, e con la madre, vedova dello stimatissimo rettore dell'Università. Così la polizia è assai scettica sulla genuinità della denuncia. Finché qualcuno si ricorda che proprio 25 anni prima Blanche, la figlia maggiore dei Monnier, era scomparsa, e di lei non si era più saputo niente. Così, quasi per scrupolo, gli agenti bussano al numero 21 di rue de la Visitation (oggi rue Arthur Ranc), perquisiscono la casa, e quando aprono la posta sprangata di un vano seminascosto nel piano interrato, scoprono l'orrore. 

Nella stanza c'è un odore nauseabondo, immondizia dappertutto; legata con le catene al letto, in mezzo a escrementi, residui di cibo e scarafaggi, c'è una donna nuda in condizioni pietose. Scheletrica (meno di 25 chili di peso, si scoprirà), col corpo piagato e pieno di escoriazioni, confusa e impaurita alla vista dei poliziotti; le finestre sono coperte da pesanti teli, non filtra un raggio di sole.

Blanche Monnier era nata nel 1849, i vicini ricordano una bimba nervosa, poi un'adolescente bellissima ma inquieta. Il rapporto con la madre era molto conflittuale. Crescendo, era diventata una giovane donna piena di fascino, e i pretendenti non le mancavano. Dopo averne rispediti molti al mittente, nel 1876 si innamorò di un avvocato assai più maturo, e piuttosto squattrinato; la loro storia era molto chiacchierata, e la famiglia si oppose al matrimonio. La madre cacciò l'avvocato e proibì a Blanche di rivederlo, ma lei era caparbia e ben decisa a coronare il suo sogno d'amore. I Monnier avevano un'unica preoccupazione: evitare lo scandalo. Così decisero di rinchiudere la ragazza in una stanza nel piano interrato finché non si fosse arresa. Cosa che lei non fece mai. Per coprire la sua sparizione, dissero prima che era in viaggio, poi che era scomparsa senza lasciare traccia. In seguito la piansero come morta. In quella prigione Blanche è entrata a 27 anni. Quando esce ne ha 52.

Torniamo al 1901. Ai poliziotti che chiedono spiegazioni la madre non dice una parola, li fissa immobile senza mostrare emozioni. Arrestata, verrà liberata di lì a poco per problemi al cuore; morirà due settimane dopo. Il fratello se la cava con una condanna a 15 mesi di carcere: per la Corte d'appello di Poitiers è solo “persona informata dei fatti”. Blanche viene curata all’ospedale Hotel-Dieu di Parigi; i medici dicono che “provò un immenso piacere nel poter stare alla luce del sole, nell’essere lavata e nel respirare finalmente aria pulita”. In seguito riacquisterà peso e solo in parte la salute fisica, ma non si riprenderà mai dallo stato di confusione mentale. Ricoverata in un ospedale psichiatrico, morirà nel 1913, a 64 anni, 25 dei quali trascorsi in una stanza buia. Nel 1930 André Gide trasforma la vicenda in un romanzo, “La sequestrata di Poitiers”; nel 1960 è lo scrittore statunitense Henry Farrell ad ispirarvisi per il thriller “Che fine ha fatto Baby Jane?” da cui due anni dopo viene tratto il film omonimo di Robert Aldrich.

Ho scelto una foto che mostra la luminosa bellezza di Blanche. Per vedere come era diventata dopo la prigionia (e molte altre foto dei protagonisti della storia) guardate i video linkati. 

 



giovedì 9 luglio 2020

711 - LA DOTTORESSA TROTULA




Sembra impossibile ma...
La prima donna medico di una certa fama fu la salernitana Trotula de Ruggiero. Cancellata per secoli dalla storia e relegata nella leggenda, troverà il suo posto nei libri di storia della medicina solo negli ultimi decenni, e non senza voci discordi. Ringrazio Giusi Voza per la segnalazione, e vi porto nella Salerno dell'XI secolo.

Dove intorno al 1050 opera la giovane Trotula, della nobile famiglia normanna De Ruggiero, famosa per aver donato a Roberto il Guiscardo i fondi per costruire il Duomo. Cosa che, oltre al far parte della nobiltà cittadina, le spiana la strada per intraprendere studi superiori di medicina. Non si tratta però di un caso unico, perché il signore della città è l'ultimo principe longobardo Gisulfo II, e la prestigiosa Scuola Medica di Salerno, centro di cultura non controllato dalla Chiesa, è espressione delle tradizioni longobarde che vedono la donna condividere con l'uomo responsabilità politiche, religiose e militari. La Scuola medica dunque non preclude alle donne né l'accesso né la possibilità di divenire Magistra. Così Trotula è la più nota tra le mulieres Salernitanae, la cerchia di studiose che esercita la pratica medica, insegna e produce libri: di molti ci è pervenuto solo il nome, di alcuni anche il testo. Tra le “dottoresse” di cui ci è giunta notizia Sichelgaita (seconda moglie di Roberto il Guiscardo), Rebecca Guarna, Costanza Calenda, Mercuriade, Abella Salernitana.

Tornando a Trotula, la medicina è un vizio di famiglia: medico è il marito Giovanni Plateario, così come i due figli, Giovanni il giovane e Matteo, ricordati tutti come i Magistri Platearii. La donna, ritenuta un luminare in ginecologia ed ostetricia, studia metodi per rendere il parto meno doloroso e per il controllo delle nascite, e rimedi per l'infertilità (la prima a ricercarne le cause anche negli uomini, il che per l'epoca è un'eresia). A lei sono attribuiti il trattato “De passionibus mulierum ante in et post partum”, oltre 60 capitoli con consigli per tutte le età delle donne, e il “De Ornatu Mulierum”, che rivela i segreti di pozioni e decotti per la bellezza e l'igiene femminile, con l’analisi e il trattamento di 96 piante per ottenere 63 ricette per rimedi cosmetici e medicinali. Fra questi, l'antenato del detergente intimo antibatterico con petali di rosa e lavande con bicarbonato. I suoi obiettivi dichiarati sono migliorare gli standard di vita femminili e promuovere la cura dell’igiene. I suoi insegnamenti nella Scuola Medica infine sono inclusi nel “De agritudinum curatione” che raccoglie le lezioni dei 7 Maestri più illustri.

Dopo la sua morte le cose cambiano, l'affermarsi di una visione più maschilista anche in culture di tradizione aperta porta a rileggere il ruolo della donna. Dalla storia della medicina scompare o viene relegata a ruoli marginali, la figura di Trotula sfuma lentamente nella leggenda; e gli studiosi ne mettono in dubbio la storicità, fino a negare la paternità dei suoi libri, e ad attribuirli ad altri autori.

Solo a fine Ottocento la sua esistenza viene di nuovo riconosciuta; del resto i riferimenti storici e le citazioni di Trotula sono numerosi, dal “Dit de l'Herberie” del poeta satirico Rutebeuf ai "Racconti di Canterbury" di Chaucer, fino alla Historia Ecclesiastica di Orderico Vitale che accenna alla “coltissima matrona” che nel 1059 a Salerno dialogò col più famoso medico normanno dell'epoca, Rodolfo Malacorona, unica studiosa a possedere una cultura tale da poter discutere di medicina da pari a pari con lui.
Guarda nei video la storia di Trotula raccontata dall'autrice di uno dei libri scritti su di lei, e una lezione sulla dottoressa salernitana tenuta al festival del Medioevo.





martedì 9 giugno 2020

561 - LA PICCOLA BOTTEGA DEGLI ORRORI DI REGINE




Sembra impossibile ma…
Regine Gries, biologa canadese della Simon Fraser University, da oltre 5 anni ogni sabato mattina si rimbocca le maniche, si toglie l'orologio e lascia che migliaia di cimici affamate si nutrano a sue spese, succhiando il sangue dalle sue braccia.

Con il marito Gerhard, famoso a livello internazionale per le sue ricerche nella comunicazione chimica tra insetti, da anni sta cercando di individuare i feromoni in grado di attirare e intrappolare la cimice, insetto ritenuto sradicato nei Paesi industrializzati, che negli ultimi due decenni è invece riapparso come una piaga globale capace di infestare hotel, appartamenti e luoghi pubblici, a prescindere dalla pulizia e dalle condizioni degli ambienti. Per portare avanti le loro ricerche, la coppia di biologi ha allestito un laboratorio con una colonia di cimici; attualmente sono circa 5.000 e vivono in 200 barattoli di vetro. Gli insetti però si devono nutrire, e dopo tentativi andati a vuoto con polli e porcellini d’India gli studiosi si sono dovuti arrendere al fatto che l’unico nutrimento possibile è il sangue umano fresco.

Così, come nel film “La piccola bottega degli orrori”, qualcuno si è dovuto sacrificare. E visto che Gehrard al primo tentativo, urlando dal dolore, ha visto il suo braccio gonfiarsi fino a diventare più del doppio delle dimensioni normali per una reazione allergica, è toccato a Regine provare. Risultato, un leggero gonfiore e un certo prurito: è lei l’ospite ideale. Ed eccola novella madame Curie con le cimici al posto dei raggi X, che ogni sabato nutre i piccoli mostri tenendo 5 vasetti alla volta con l’imboccatura in giù contro la pelle dell’avambraccio e lasciando che gli insetti, affamati per il lungo digiuno, la mordano e succhino il sangue. Ci vogliono 10 minuti per riempirli tutti: 8 turni per 40 vasetti e mille cimici. Da quando la ricerca è iniziata, Regine Gries è stata morsa circa 200.000 volte.

Alla fine però sono arrivati i risultati, e l’esca chimica che attira le cimici dei nostri materassi in trappole è oggi una realtà, presentata sulle riviste scientifiche, pluripremiata, brevettata e a breve commercializzata. La sperimentazione però non si ferma, e per ottimizzare i risultati Regine ogni sabato continua a nutrire le sue cimici. "Non ne sono entusiasta – dice - ma ne vale la pena: dal buon esito della ricerca dipende il benessere di milioni di persone”.
 
 

 
 

 

560 - L'INDOMABILE ZIA NANCY




Sembra impossibile ma…
Gli americani hanno vinto la loro guerra d'indipendenza grazie ai vari Washington, Franklin e a tanti altri politici e uomini di pensiero. Poi quando c’era da menare le mani, arrivava zia Nancy.

Nancy Morgan Hart nasce nel 1735 nella valle del fiume Yadkin, nel North Carolina. E’ una vera donna di frontiera, dura e piena di risorse: analfabeta ma esperta erborista e abile cacciatrice, ha tutte le conoscenze necessarie per sopravvivere in territori ostili. Capelli rossi, alta più di un metro e ottanta, rozza e nervosa, sembra tagliata con l’accetta. La faccia sfregiata dal vaiolo e il forte strabismo non ne fanno certo una bellezza, ma quello per cui si fa conoscere è il temperamento: non ha paura di niente, è una testa calda che ama menare le mani ed è terribilmente vendicativa. Quando si sposa con Benjamin Hart, nessuno ha dubbi su chi è il capofamiglia. Nel 1770 è lei a decidere di emigrare in Georgia seguita dal marito e dagli otto figli, sei maschi e due femmine.

Scoppia la guerra d’indipendenza, e per lei che gli inglesi li ha sempre odiati è un invito a cena. E proprio durante una cena zia Nancy, come tutti la chiamano, è protagonista del primo aneddoto storicamente accertato fra i tanti che si racconteranno su di lei: un gruppo di sei soldati inglesi entra in casa e pretende che la Hart uccida e cucini uno dei suoi tacchini per loro. Lei si finge remissiva, ma mentre mangiano (e bevono) sposta le loro armi fuori dalla stanza, afferra una pistola e ordina a tutti di stare fermi. Uno ignora la minaccia, lei spara e lo uccide. Un secondo tenta di prendere le armi. Uccide anche lui. Il marito vuole che spari a tutti. Lei scuote la testa: “Impicchiamoli”. Detto fatto.

Da lì inizia la sua carriera di guerrigliera: cecchino infallibile da un nascondiglio lungo il Broad River per i Tories che tentano di attraversarlo, spia vestita da uomo negli accampamenti inglesi dove origlia non vista e riporta importanti informazioni, pronta a gettare un mestolo di sapone bollente negli occhi a una spia inglese da lei scoperta prima di malmenarlo, legarlo e consegnarlo ai ribelli. Si fa conoscere anche dai nativi americani, che la chiamano "Wahatche", "Guerriera”.

Quando la guerra finisce, Nancy si rifugia nella religione: "Entrò nella chiesa Metodista in cerca di sollievo – si legge - e divenne una cristiana urlante, pronta a combattere il diavolo con la stessa violenza con cui aveva fronteggiato gli inglesi”. Nancy Hart muore a 95 anni nel 1830. Da lei prende il nome la contea di Hart, a un centinaio di miglia da Atlanta.
 
 

 
 

 

559 - IL PONTE DELLE SIGNORE




Sembra impossibile ma…
Il Waterloo Bridge, imponente struttura che attraversa il Tamigi nel centro di Londra, è stato ricostruito durante la seconda guerra mondiale da un esercito di donne. Ma l’incredibile è che per mezzo secolo si è pensato questa fosse solo una voce: nel 2015 sono state ritrovate le foto che confermano i racconti di chi ci ha lavorato.

I piloti del battello fluviale che percorre il Tamigi chiamano familiarmente il Waterloo Bridge "ponte delle signore", ma ignorano come nasce questo nome. E l'idea che il ponte sia stato ricostruito da mano d’opera femminile non figura in nessun documento né storia ufficiale, solo nei ricordi di alcune vecchie operaie. Il ponte di Waterloo fu inaugurato nel 1817; nel 1923 il London County Council realizzò che aveva problemi strutturali, e decise che era meglio demolirlo e ricostruirlo, un processo che ebbe inizio nel 1934. Quando nel 1939 scoppiò la guerra circa 500 uomini stavano lavorando nel cantiere del ponte. Nel 1941 il numero era sceso a 50. Così la Peter Lind & Company, ditta che stava realizzando l’opera, decise di assumere delle donne. Con la guerra, il lavoro femminile era diventato cosa ordinaria nelle fabbriche, specie di armamenti, e nelle ferrovie, ma ancora non lo era nell’edilizia. Già nel 1944 però si calcola che le donne impiegate nel settore delle costruzioni fossero almeno 25.000 (fra l’altro pagate molto meno dei loro colleghi maschi).

Nel 2007 la storica Christine Wall collaborando a un documentario sul lavoro femminile in tempo di guerra raccolse testimonianze di lavoratrici del ponte. E tutte coincidevano sul fatto che il cantiere in quegli anni fosse composto solo da donne: più di 350. Mancava però una prova inconfutabile, anche perché la Peter Lind & Company era stata liquidata negli anni '80 e i dati relativi all'impiego non esistevano più. Nel 2015 finalmente la Wall ha trovato ciò che cercava: negli archivi del Bradford Museum of Film una serie di foto scattate nel 1944 mostrava le squadre di saldatori al lavoro sul ponte: tutte donne. A proposito, il ponte venne inaugurato il 10 dicembre 1945, e il primo ministro Herbert Morrison lasciò alla storia una dichiarazione: "Gli uomini che hanno costruito il Waterloo Bridge sono uomini fortunati".




871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...