Nel 1913, a Parigi, una donna di 48 anni viene accompagnata con la forza in un manicomio. Non urla, non delira, non minaccia nessuno. Si chiama Camille Claudel ed è una delle scultrici più dotate della sua generazione.
Camille nasce nel 1864 a Fère-en-Tardenois, vicino a Reims; il padre Louis Prosper è un funzionario delle imposte, la madre Louise è una donna borghese dedita alla gestione della casa e all'educazione dei figli, proveniente da una famiglia cattolica, conservatrice e rigorosa.
Camille mostra sin da bambina un animo artistico e una vocazione per la scultura che la madre non accetta, considerandola sconveniente per una donna. La rottura con la figlia, che non ha un carattere facile, è inevitabile e irreparabile. Non ancora ventenne, la giovane va via di casa. Parigi è il posto giusto dove rincorrere il suo sogno; appena arrivata si presenta all’École des Beaux-Arts, che però in quegli anni è ancora interdetta alle donne.
Ma lei non si arrende, rimane nella ville lumière e studia dove può: all’Académie Colarossi e in altri atelier privati che accettano donne. Qui incontra altre scultrici, fra cui l’inglese Jessie Lipscomb. Anni dopo sarà una delle pochissime persone ad andarla a trovare in manicomio, da dove uscirà con una certezza: “La donna che ho incontrato non è assolutamente pazza come vogliono far credere”.
Nel 1884 Camille entra nell’atelier di Auguste Rodin, già celebre. Lavora con lui, scolpisce con lui che le affida le parti più difficili (mani e piedi) dei grandi gruppi. E fra i due nasce l'amore. Per anni è collaboratrice, musa, amante.
Una relazione travolgente, che anche lo scultore vive intensamente, tanto da arrivare a firmare una sorta di contratto nel quale promette fedeltà e centralità artistica a Claudel. Poi le cose, come spesso accade, vanno diversamente, perché in realtà Rodin non ha mai rotto davvero con la compagna storica, Rose Beuret.
Camille pretende un riconoscimento artistico e umano che non arriverà. La relazione diventa burrascosa, poi finisce. E lei tenta una strada autonoma: opere potenti, costose da realizzare, difficili da vendere. Vive sola, diffida di tutti, sviluppa un’ossessione persecutoria contro una presunta “banda di Rodin” che vorrebbe danneggiarla. Distrugge parte delle proprie sculture.
Nel 1913 la famiglia decide l’internamento. Il fratello, il poeta e diplomatico Paul Claudel, autorizza il ricovero e non si opporrà mai seriamente alla sua permanenza. La madre, che non le ha mai perdonato le sue scelte, non andrà mai a trovarla, nemmeno una volta, e sarà la principale oppositrice a qualsiasi ipotesi di dimissione. Camille viene trasferita a Montdevergues, vicino Avignone. Resterà lì trent’anni.
Dalla stanza in cui è reclusa scrive lettere lucidissime, chiede di uscire, protesta contro l’ingiustizia. Nessuno l’ascolta. Arriva la guerra, e durante l’occupazione tedesca gli ospedali psichiatrici francesi conoscono fame e abbandono. Camille muore il 19 ottobre 1943, debilitata dalla malnutrizione. Nessun familiare partecipa al funerale.
Oggi, a Nogent-sur-Seine, esiste il Musée Camille Claudel. Le sue sculture sono tornate a parlare. Ci sono voluti decenni perché qualcuno riconoscesse che quella donna “difficile” non era folle: era una grande artista, troppo libera per il suo tempo.

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