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lunedì 1 settembre 2025

815 - LADY DAY, LA DONNA CHE SFIDA IL TEMPO


 

Duemila anni di buio non sono bastati a cancellarle il volto, la pelle, persino lo sguardo. Con Lady Dai la morte non sembra aver portato a termine il suo lavoro.

La storia che vi racconto è per molti versi ancora inspiegabile. Comincia nel 1971 in Cina. Un gruppo di operai della milizia esegue scavi per costruire rifugi antiaerei nei pressi dell’aeroporto di Changsha, provincia di Hunan. A 20 metri di profondità, gli operai trovano un tumulo e fermano i lavori.

Arrivano gli archeologi, e in breve scoprono che si tratta di una collina funeraria, un complesso di tombe nobiliari della dinastia Han occidentale. Abbattuta una parete, la scena che si presenta ai loro occhi ha dell’incredibile. Dentro quattro bare laccate, sigillate come matrioske, avvolto da venti strati di seta e immerso in un liquido trasparente e acido, c'è il corpo di una donna vissuta fra il 217 e il 169 a.C. praticamente intatto.

Si tratta di Xin Zhui, moglie del marchese di Dai. Oggi la conosciamo con un soprannome che sembra uscito da un romanzo gotico: Lady Dai. Ma la sua non è leggenda: quello ritrovato si rivelerà essere il corpo meglio conservato dell’antichità.

Non una mummia rinsecchita come quelle egizie, ma un corpo flessibile, con pelle umida e morbida, capelli ancora neri, ciglia, unghie, persino le impronte digitali. Gli scienziati restano senza parole: tutti gli organi interni sono al loro posto, e nei vasi sanguigni si rintraccia sangue di tipo A. Un’anomalia che ancora oggi sfida la medicina ufficiale.

L’autopsia rivela una vita agiata ma tutt’altro che sana: arteriosclerosi, diabete, ipertensione, calcoli biliari. Il cuore non ha retto a un infarto, stroncandola all’età di circa 50 anni.

Nel suo stomaco restano intatti più di 130 semi di melone: il suo ultimo pasto, consumato poche ore prima della morte. Dettagli minimi, eppure capaci di avvicinarci con una precisione commovente a quell'ultima cena in una sera d’estate di duemila anni fa.

A rendere il miracolo possibile è stata la perfezione architettonica della tomba: venti metri sottoterra, pareti rivestite di carbone e argilla, un ambiente sigillato che ha bloccato ossigeno e batteri.

Ma resta il mistero di quel liquido leggermente acido, ricco di sali e magnesio, che nessuno fino ad oggi è riuscito a riprodurre. È la chiave di quella conservazione straordinaria? O un dono del caso, un’imprevedibile alchimia fra materia organica e minerali del sottosuolo?

Gli scienziati negli anni successivi hanno sezionato, analizzato, ipotizzato formule e ricette. Ma nessuno ha saputo ricostruire davvero quel miracolo di conservazione. Lady Dai resta sospesa tra scienza e leggenda, e tiene stretto il segreto che le è stato affidato più di due millenni fa.


sabato 16 agosto 2025

812 - L'AQUILA E IL LEONE


 

Fatti non foste a viver come bruti”: Dante spinge Ulisse oltre le Colonne d'Ercole, ed è subito mistero, ignoto, poesia. Gli antichi romani le hanno varcate, per terra e per mare, duemila anni fa. E non è leggenda, è storia.

Tutto cominciò non “per seguir virtute e conoscenza” ma per una spedizione punitiva contro i Garamanti, nomadi del Fezzan che tassavano le merci dirette al Mediterraneo. Erodoto li descrive come abili nell'uso delle quadrighe, con le quali combattevano ed inseguivano i “trogloditi Etiopi”. Per i romani è un salto nel vuoto, alla scoperta del mondo oltre le dune, quello che sulle mappe medievali sarebbe stato segnato con “Hic sunt leones”.

Lucio Cornelio Balbo, uomo di frontiera e politico astuto, partì da Sabratha nel 20 a.C. con la Legio III Augusta e una colonna di ausiliari. Attraversò oasi come Cydamus e Tabidium, prese Garama e poi spinse lo sguardo verso sud, dove il deserto si fa pietra e silenzio. Al ritorno a Roma gli fu decretato un trionfo, cosa rara oer un provinciale. Le fonti tacciono su quanto si sia spinto oltre, e ci lasciano senza certezze.

Parlano chiaro invece le pagine di Tolomeo che in quelle stesse aree raccontano del viaggio di Settimio Flacco e Giulio Materno fra l'80 e il 90 d.C.: tre o quattro mesi di marcia in direzione sud, attraverso montagne e hammada, fino a un “lago degli ippopotami” e a una terra, Agisymba, popolata di rinoceronti ed elefanti. Forse il lago Ciad, forse un miraggio geografico, ma abbastanza reale da restare nella memoria del geografo.

In un'altra direzione, per via di mare, le navi romane arrivarono sulla costa atlantica del Marocco a Sala Colonia (vicino a Rabat) e a Mogador/Essaouira dove fondarono colonie, mentre sulla piccola isola di Lobos nelle Canarie sono stati trovati resti romani del primo secolo a.C. prova di presenze commerciali episodiche, se non di colonie.

Nell'entroterra maghrebino invece Plinio il vecchio colloca Gaio Svetonio Paolino che attraversò l’Atlante innevato, primo romano a farlo, superando un fiume (il Sous?) e guardando dall’alto la distesa del territorio dei Mauritani che porta all’oceano. Oltre restano le ipotesi: piste carovaniere tracciate secoli prima, commerci di avorio e oro, mercanti che raccontano di terre lontanissime, monete romane trovate ben oltre il Sahara.

Niente prove sicure di legioni al Niger o in Senegal, (come ipotizzato da alcuni studiosi) ma di certo in un tempo lontano l'ombra dell'aquila romana si è allungata oltre le sabbie del Sahara fino a sfiorare l’Africa nera, sulle terre dove vive il leone.



giovedì 7 agosto 2025

802 - AGLIO, MIELE E COCCODRILLO. LE RICETTE DELL'ANTICO EGITTO

 


Lo hanno trovato tra le gambe di una mummia sepolta nella necropoli di Tebe come se anche nell’aldilà il defunto avesse voluto portarsi dietro una farmacia da campo.

E' un rotolo lungo venti metri scritto in ieratico, il corsivo sacro degli scribi, intorno al 1547 avanti Cristo, nel nono anno di regno di Amenhotep I. E' il papiro Ebers, dal nome dello scrittore ed egittologo tedesco che lo acquistò a Luxor nel 1873 da Edwin Smith, un americano trapiantato in Egitto, appassionato di medicina e misteri. Smith a sua volta l'aveva acquisito dopo che per anni era passato per le mani di mercanti e collezionisti

Una rarità, una vera meraviglia. Ma il vero tesoro è dentro, e se ne accorsero già dopo poche righe i traduttori. Oltre 700 formule: rimedi, pozioni, preghiere, diagnosi e superstizioni. Raccontano di come gli egizi affrontavano 3500 anni fa le malattie e il dolore. Vediamone insieme qualcuna.

Il papiro raccomanda l'uso di grasso di gatto per tenere lontani i topi e di cipolla e schiuma di birra come “delizioso rimedio contro la morte”. Il test di gravidanza si fa con orzo e datteri immersi nell’urina: se germinano, la donna è incinta. E il bello è che sottoposto a verifica pare che il test abbia davvero una certa efficacia, almeno nel 70% dei casi.

Contro l'asma si prescrivono inalazioni di fumi di incenso, mirra ed erbe essiccate macinate e bruciate su carboni. Per il mal di stomaco miele, latte e coriandolo. Contro il mal di denti fichi, incenso e pasta di cipolla da applicare sulle gengive. Per la calvizie un unguento di grasso di leone, ippopotamo, coccodrillo, gatto e serpente. Contro la congiuntivite una crema di latte, miele e polvere di lapislazzuli da applicare direttamente sui bulbi oculari.

Per quanto strane ci possano apparire, a queste prescrizioni, gli egizi ci credevano. E qualche intuizione “scientifica” scorrendo il papiro si trova anche. Si scopre ad esempio che avevano capito che il cuore è il centro del sistema circolatorio. Certo, ignoravano le funzioni dei reni, e mille altre cose, ma sapevano che dai vasi partivano sudore, urina, sperma e sangue. E c’è anche la prima descrizione conosciuta del diabete, chiamato “malattia della minzione eccessiva”.

E avevano intuito un'altra cosa sorprendente: che qualcosa, dentro, si può rompere anche nella mente. Nel papiro ci sono accenni sorprendenti alla depressione, alla demenza senile, a dolori dell’anima che non venivano scissi da quelli del corpo.

Il tutto ovviamente intriso di incanto, superstizione e magia, come se la malattia fosse un demone che si insinua nei fluidi vitali, che loro chiamano wekhedu (un concetto che somiglia tanto al Qi cinese), che scorrono invisibili nei canali del corpo. Una visione primitiva ma anche per certi versi poetica, e sicuramente molto umana. Un tentativo di dare ordine al caos del dolore.

Oggi quel papiro dorme tra gli scaffali della biblioteca universitaria di Lipsia. Nessuno più lo legge per curarsi, ma chi lo sfoglia sente ancora l'eco lontano di un'umanità che aveva ancora tutto da scoprire e cercava in modo ingenuo e coraggioso risposte che dessero un senso al tutto. Le soluzioni proposte magari oggi ci fanno sorridere, ma noi dopo 3500 anni quelle risposte mica le abbiamo trovate.


martedì 5 agosto 2025

798 - IL VOLTO INCISO NEL TEMPO


 

Un'immagine scolpita duemila anni fa, così perfetta da sembrare un ologramma. Non è solo un anello. È il ricordo di un figlio inciso nella pietra, un gesto silenzioso che ha attraversato il tempo per arrivare fino a noi.

Sotto una collina ai margini di Grottaferrata, la terra ha restituito nel 2000 un segreto antico. L’Ipogeo delle Ghirlande, una tomba intatta con dentro due sarcofagi di marmo, scolpiti con ghirlande di fiori, rivelano i nomi di una madre e di un figlio: Aebutia Quarta e Tito Carvilio Gemello. Lei, una nobildonna; lui, appena un ragazzo.

Sul sarcofago del giovane è incisa la frase “vixit annis XVIII, mensibus III”, visse diciott’anni e tre mesi. Il suo nome completo — Tito Carvilio Gemello — rispetta l’uso romano di affiancare al prenome il nome del padre. La sua morte, come la sua breve vita, restano un enigma.

Sul corpo di Aebutia sono ancora intatte una parrucca di capelli rossi, sottili reticelle d’oro, fragili tracce di latte di capra usate come unguento. Intorno, corone di rose, viole e gigli ostinate a resistere al tempo.

E poi l'anello: un capolavoro. Oro e cristallo di rocca, un minuscolo prodigio di arte romana. Guardandolo di lato, la luce rivela il volto di Carvilio, inciso con tale maestria da sembrare vivo: un “ologramma” antico, un riflesso di dolore e memoria.

L’effetto è stato analizzato anche gemmologicamente: il cristallo è scolpito in modo lenticolare, e la miniatura — scolpita a bulino — rifrange la luce dando al ritratto una profondità sorprendente. Non si conoscono altri esempi simili. È un pezzo unico, irripetibile.

Tra i due sarcofagi, i resti cremati di un terzo corpo, probabilmente un bambino, aggiungono un ulteriore velo di mistero. Gli studi archeometrici delle ceneri umane rivelano temperature tra i 700 e i 900 gradi e l’uso di contenitori organici, scomparsi col tempo.

La presenza di pratiche “non comuni” (imbalsamazione, ghirlande, unguenti), e l’assenza della tradizionale moneta in bocca per Carontea hanno fatto ipotizzare l’influenza di culti orientali o misterici, come quello di Iside.

Se vuoi vedere l'anello di Carvilio, lo trovi esposto al Museo Archeologico di Palestrina. Clicca sul link per visitare il sito del museo con tutte le informazioni:

https://gabiipraeneste.cultura.gov.it/

giovedì 3 luglio 2025

776 - IL FIUME SOTTO IL DESERTO

 


Nel cuore arido della Persia 2700 anni fa antichi ingegneri costruirono un capolavoro di ingegneria idraulica: un fiume sotterraneo lungo oltre 33 chilometri. E quel fiume scorre ancora oggi.

Si chiama Qanat di Gonabad il sistema sotterraneo che si allunga sotto il deserto per 33.113 metri, collegato alla superficie da 427 pozzi. Costruito fra il 700 e il 500 a.C, continua a fornire l'acqua a circa 40 000 persone anche ai giorni nostri.

Scavato con una pendenza dolce, il Qanat intercetta falde d’acqua montane e sfrutta la gravità per farla fluire senza l'ausilio di pompe. I pozzi verticali, distanziati ogni 20–30 metri, servono per evacuare materiale, ossigenare l’aria e permettere la manutenzione. Alcuni superano i 300 metri di profondità, con il pozzo principale che raggiunge circa 360 metri.

Ma la meraviglia non s’arresta qui. Già nel V secolo a.C. – e giù fino al 328 a.C. –, vengono infatti introdotti singolari strumenti di “giustizia idrica”: gli orologi ad acqua, detti fenjān. Un boccale con un minuscolo foro galleggia in una vasca; appena pieno, affonda: è il segnale temporale per misurare l’erogazione equa tra gli agricoltori . Da sempre la figura del mirʾāb, il custode del fenjān, è altamente rispettata: conta ogni immersione in un edificio predisposto.

Questo equilibrio tra scienza e diritto agrario avrà effetti straordinari: deserti spettrali si tramutati in campagne rigogliose e città come Yazd, Isfahan, Kashan, e soprattutto Gonabad, che per secoli hanno prosperato grazie a queste risorse. E fin dai tempi di Dario I chi costruiva o restaurava un qanat godeva di esenzioni fiscali per cinque generazioni.

Le strutture del Qanat di Gonabad sono talmente equilibrate da permettere, in certe stagioni, di sfruttare il flusso sotterraneo per raffreddare le abitazioni attraverso antichi sistemi di raffreddamento passivo . Alcune zone – come Turpan in Cina o le foggara nordafricane – hanno ripreso questa tecnologia, ma senza mai raggiungere l’estensione e la complessità persiana originaria.

Oggi, il sistema è riconosciuto patrimonio Unesco ed è oggetto di studio per chi cerca soluzioni sostenibili in ambienti estremi . Più che un reperto archeologico, è un corridoio di vita sotto il deserto, un esempio di sapienza antica che continua a operare, silenziosa e potente, in armonia con la natura.



lunedì 14 settembre 2020

734 - LA LEGIONE PERDUTA

 


Sembra impossibile ma...

C'è un villaggio cinese dove molti abitanti hanno tratti occidentali: potrebbero essere i discendenti della legione romana scomparsa misteriosamente nel 53 a.C. dopo la battaglia di Carre. Ringrazio Giorgio Brambilla per la segnalazione e vi porto a Zhelaizhai nel Gansu, l'antica città di Liqian, a 7.000 chilometri da Roma.

Zhelaizhai è un borgo isolato (la città più vicina è a più di 300 chilometri) ai confini del deserto di Gobi; da qui passava l'antica via della Seta. E' il 1955 quando Homer H. Dubs, professore di storia cinese dell'Università di Oxford, elabora una teoria che pubblicherà due anni dopo nel libro "Una città romana nell'antica Cina". Gli abitanti – sostiene – discendono dai 6.000 romani presi prigionieri dai Parti dopo la battaglia di Carre (Turchia orientale), nella quale le legioni di Marco Licinio Crasso furono distrutte. Plinio racconta che una di queste, guidata da Marco Crasso, primogenito del generale, finisce deportata nell'attuale Uzbekistan; ma quando 33 anni dopo Romani e Parti firmano la pace e si restituiscono i prigionieri, è svanita nel nulla. In Cina intanto le cronache dell'Impero Han riportano che quando nel 36 a.C. l'esercito Han distrugge quello del generale Jzh Jzh della dinastia Hun, prende prigionieri un consistente gruppo di “stranieri”. 150 di questi in battaglia avrebbero assunto un'insolita formazione “a scaglie di pesce”, che Dubs identifica con la testuggine romana. Questi militi, reclutati per difendere il Gansu, avrebbero poi fondato la città di Liqian.

L'ipotesi di Dubs fa discutere da subito e solleva molte critiche. La teoria non è confermata da fatti, sostengono i detrattori, e i tratti europei degli abitanti di Zhelaizhai non ne provano l'origine romana: la vicinanza della via della Seta infatti ha favorito i contatti con gente di diversa origine etnica, e lo stesso esercito romano da quel punto di vista era tutt'altro che omogeneo. Sulla formazione a testuggine poi, all'epoca in Asia venivano utilizzate in battaglia doppie palizzate in legno che potrebbero venir descritte come “a scaglie di pesce”. Nel frattempo però vanno avanti le ricerche: gli studiosi dell' università di Lanzhou sono i più convinti assertori dell'ipotesi che i romani fossero arrivati in Cina 13 secoli prima di Marco Polo, da quando una campagna di scavi ha riportato alla luce i resti di antiche fortificazioni la cui struttura ricorda l'assetto a cardo e decumano di quelle romane, così come il sistema di canalizzazione dell'acqua. Oggi collaborano con archeologi di casa nostra nel nuovo Centro di studi italiani dell'Università di Lanzhou. Infine una decina di anni fa un'equipe di genetisti venuti da Pechino ha esaminato il sangue di 2000 persone mai uscite dalla regione. Risultato, il 46% dei test ha rilevato legami genetici con gli europei.

E loro, gli abitanti, cosa ne pensano? Sono certi di discendere dagli antichi legionari. E mostrano con orgoglio i loro tratti caucasici: naso troppo grosso per essere cinese, a volte aquilino, occhi e capelli chiari (talvolta ricciuti), sopracciglia folte, statura alta. Cai Junnian, uno dei più europei (il 58% dei suoi geni sono occidentali) e Luo Ying che per tutti è “Luoma”, il romano, sono fra i più conosciuti, campano con le mance dei visitatori che si aggirano intorno a uno strano padiglione con colonne doriche costruito nel 1994, dove una targa ricorda che “Una legione romana ha fondato qui una città che si chiamava Liqian”. Già, da quando è finito sui giornali e in tv il villaggio è diventato famoso, e i turisti arrivano da tutto il Paese per vedere i cinesi con la faccia da romani.

Guarda i video e approfondisci la storia della legione perduta.

 


 


 


giovedì 13 agosto 2020

720 - LE UNDICIMILA VERGINI

 

Sembra impossibile ma...

La “Stanza d'oro” nella basilica di Sant'Orsola a Colonia conserva migliaia di ossa umane disposte in modo artistico ed ordinato. Secondo la leggenda sono i resti di 11.000 vergini seguaci della santa. Gli storici hanno appurato una diversa verità. Ringrazio Gei Gi per la segnalazione e vi racconto leggenda e storia.

Siamo nel quinto secolo e Orsola è la bellissima figlia del re di Bretagna Deonoto. Il principe pagano Eterio la chiede in sposa; il suo rifiuto avrebbe scatenato la guerra, così lei, ispirata in sogno da un angelo, accetta, ma detta le sue condizioni: il pretendente si deve convertire al cristianesimo e attendere 3 anni, poi lo sposerà, ma solo dopo un pellegrinaggio a Roma. Non solo: nel viaggio dovrà essere accompagnata da mille giovinette vergini, e da altre mille per ciascuna delle sue 10 ancelle. Totale 11.000 (e spiccioli). Passano 3 anni e Orsola, con la sua insolita armata, si imbarca su una flotta di 11 navi che, sospinta da una tempesta, trova rifugio nel Reno, lo risale, fa tappa a Colonia e arriva a Basilea; lì sbarcano e proseguono a piedi fino a Roma dove le accoglie il fantomatico Papa Ciriaco. Ottenuta la benedizione papale, il corteo prende la via del ritorno, ma a Colonia intanto è arrivata l'orda di Attila. I rudi barbari ringraziano i loro dei di tanta generosità, ma non hanno fatto i conti con Orsola, che esorta le ragazze alla castità. Così le 11.000 vergini restano tali, ma vengono trucidate tutte in un solo giorno. La scampa (ma per poco) solo la futura santa: il re degli Unni si innamora di lei. Rifiutato, la fa uccidere a colpi di freccia. Grazie al suo sacrificio e a quello delle fanciulle però i barbari lasciano la città. Colonia è salva, nasce il culto delle 11.000 vergini, e già nell'ottavo secolo Sant' Orsola è venerata in tutta Europa.

Ed ecco la ricostruzione storica. Dietro la leggenda c'è il ricordo di un mito pagano (la dea Freia che, col nome di Horsel od Ursel, piccolo orso, accoglie nell'aldilà le fanciulle defunte). Anno 1100. L'ager ursulanus, non lontano da Colonia, è un'antica necropoli romana con migliaia di tombe, chiamata così perché per la gente del posto ospiterebbe i resti delle 11.000 vergini. Le autorità ecclesiastiche portano queste ossa nella chiesa cittadina e costruiscono per ospitarle quella che diventerà la “Stanza d’oro”. Anno 1946, fra le macerie della guerra tornano alla luce sotto l’abside della basilica di S. Orsola a Colonia le fondamenta di una chiesa. Qui un'iscrizione del quinto secolo “firmata” Clematius afferma che l’edificio sacro fu da lui eretto sul luogo dove alcune vergini erano state uccise per la loro fede. Ci sono anche i nomi: Marta, Saula, Brittula, Gregoria, Martirio-Saturnina, Simbatia, Pinnosa, Sentia, Palladia, Saturia. E Orsola. Undici ragazze, uccise – si legge - sotto Diocleziano. Storie sovrapposte insomma, e traslate di 150 anni, da Diocleziano ad Attila. E il numero delle vergini? Un errore di trascrizione o di interpretazione dell’epigrafe “Ursula et XI M V”: “Ursula et undecim martires virginum” (o, per altri, undecim miliarium, a 11 miglia da Colonia) diventa “undecim millium virginum”: undicimila vergini.

Così oggi, dopo che la vicenda delle undicimila vergini ha ispirato capolavori d'arte (Hans Memling a Bruges, Vittore Carpaccio a Venezia...) e dal 1535 l'ordine delle Orsoline si dedica alla tutela e all'istruzione delle fanciulle, sant'Orsola è diventata la protettrice degli insegnanti e delle università, e nella basilica di Colonia a lei dedicata si visita la Goldene Kammer, con le pareti rivestite da 15.000 ossa disposte in forma di ornamenti geometrici e floreali, 300 busti reliquiari e una ricca collezione di teschi.

Guarda i video e per vedere le immagini della storia di sant'Orsola e visitare la Goldene Kammer di Colonia.

 



domenica 14 giugno 2020

614 - L'ATLANTIDE DEL MARE DEL NORD




Sembra impossibile ma…
Atlantide, il continente mitico descritto da Platone, potrebbe essere esistito davvero. Nel bel mezzo del Mare del Nord, fra Inghilterra, Germania e Danimarca. E’ quanto emerge dai risultati di ricerche archeologiche che vanno avanti da anni su una misteriosa terra scomparsa ribattezzata Doggerland.

Da decenni nelle reti a strascico dei pescatori del Mare del Nord restano impigliate ossa di mammut e di altri animali preistorici, e reperti più antichi delle più antiche civiltà comparse sulla Terra. Nel 1931 il peschereccio Colina recuperò a 40 km ad est di Norfolk un arpione d'osso lungo più di 20 centimetri, un’arma lavorata dall’uomo che l’analisi del carbonio 14 ha datato all’11740 a.C. Successive ricerche hanno portato alla mappatura di Doggerland, un’isola pianeggiante di 23000 chilometri quadrati, ricca di fiumi e laghi. Caratteristiche che ne facevano la zona europea più ricca di fauna e flora, habitat ideale per la caccia e la pesca, un territorio fertile dove nel Mesolitico sorsero numerosi insediamenti umani. Insomma, un vero paradiso dell’Età della pietra. Che all’improvviso 8000 anni fa fu inghiottito dal mare per effetto di uno tsunami.

A dire il vero erano già molti secoli che gli abitanti delle coste erano costretti ad arretrare verso l’interno: ai tempi dell’ultima glaciazione (12000 anni fa) il livello del mare era di 120 metri inferiore a quello che è oggi; lo scioglimento dei ghiacci poi ne alzò il livello al ritmo di due metri ogni secolo. Ma per la scomparsa di Doggerland bisogna aspettare il 6200 a.C. quando una formazione di roccia e ghiaccio grande quanto l’Islanda si staccò dalla costa della Norvegia e sprofondò in mare. Un cataclisma noto come Storegga Slide che causò un devastante tsunami: onde alte 20 metri sommersero le coste, sterminarono la popolazione e inghiottirono l’intera isola. La catastrofe avvenne in un'epoca che coincide con quella indicata da Platone nei suoi scritti su Atlantide. E il mito potrebbe coincidere con quello degli Iperborei, leggendario popolo che Erodoto e Plinio il Vecchio collocano all’estremo nord del mondo.


613 - LA PORTA DELL'INFERNO




Sembra impossibile ma…
Un’equipe di archeologi italiani ha scoperto le porte dell’inferno, l’antro di accesso al regno dei morti. E ha svelato un segreto gelosamente custodito per secoli, risolvendo un antico mistero.

Facciamo un salto indietro nel tempo di duemila anni. Siamo a Hierapolis, in Anatolia. Sta per sorgere il sole, e una fila di pellegrini risale il pendio fra le candide vasche calcaree dell’odierna Pamukkale, un paesaggio fantastico che sembra davvero l’anticamera dell’inferno. Il corteo si ferma all’ingresso dell’anfiteatro, la gente prende posto sulle gradinate intorno al santuario. A pochi metri, un antro oscuro e fumante. E’ il Ploutonion, dicono i sacerdoti eunuchi, la porta di accesso all’Ade.

Fra fumate sulfuree, fiammate improvvise e il ritmo di flauti e tamburi sempre più incessante inizia il rito. Preghiere, canti sacri, vaticini, offerte agli dei. Poi davanti all’altare dei sacrifici viene portato un gigantesco toro. Il sacerdote officiante fa un ampio gesto con le braccia, e il grosso animale stramazza a terra come folgorato: è morto. Stessa sorte per altri animali di diversa taglia, offerti agli dei dai partecipanti. Quando il sole inizia a salire, il patto con l’aldilà è rinnovato, i sacerdoti immobili come dei immortali in mezzo a nuvole di fumo osservano il corteo che ridiscende lento.

Torniamo al 2017, e alla scoperta del team di archeologi al lavoro da 7 anni a Pamukkale, in Turchia. La magia dei sacerdoti di Plutone e Kore era dovuta alla presenza di “Estremi livelli di anidride carbonica di origine vulcanica". Loro conoscevano esattamente i punti di maggior concentrazione davanti e dentro la “Porta degli inferi”. Emissioni più o meno letali a seconda dei momenti della giornata: maggiori di notte, minori di giorno, micidiali all’alba quando la concentrazione di anidride carbonica è pari al 35% del totale. Loro, i sacerdoti, celebravano da postazioni sicure. “L’antro è oscuro e non se ne vede la fine, ed è colmo di un denso vapore, chiunque vi entra muore all’istante. Solo i sacerdoti di Plutone sopravvivono” scriveva Strabone duemila e passa anni fa. 
Guarda i video con un tour fra le antiche architetture di Hierapolis e gli incredibili paesaggi di Pamukkale, e la presentazione della scoperta degli archeologi italiani.







 



612 - QUANDO IN CIELO APPARVE UN ALTRO SOLE




Sembra impossibile ma…
Una pittura rupestre scoperta in questi giorni in India illustra uno straordinario fenomeno astronomico avvenuto cinquemila anni fa: l’esplosione di una supernova. Quel mattino i nostri antenati videro levarsi un secondo sole. E decisero di raccontarcelo. Anzi, fecero di più: col disegno costruirono una straordinaria mappa stellare.

Lo afferma una ricerca realizzata dal team indiano del Tata Institute of Fundamental Research, guidato dall'astrofisico Mayank Vahia. Gli studiosi hanno analizzato un reperto ritrovato nella regione del Kashmir, che conserva una pittura rupestre in cui compaiono due soli che illuminano una scena con animali e uomini.

Secondo lo scienziato la roccia, che risale al 3600 avanti Cristo, non solo è la prima rappresentazione di una supernova, ma anche la mappa stellare più antica mai disegnata da un uomo. Solo uno dei due corpi luminosi può ovviamente essere il sole, e gli studi hanno escluso che l’astro raffigurato sia la luna. Fra le varie ipotesi si è affacciata così quella di una supernova, esplosa a distanza tale da essere visibile a occhio nudo. Una teoria confermata dagli astronomi, che hanno trovato le tracce della supernova: si tratta della HB9, una stella lontana 2600 anni luce ed esplosa intorno al 3600 avanti Cristo. La potenza dell’esplosione è stata sicuramente tale da accendere nel cielo in pieno giorno una sfera luminosa brillante quanto una luna piena.

Ma c’è di più: le figure animali di uomini e animali dipinte sulla roccia secondo gli studiosi indiani sarebbero una mappa stellare: sovrapponendo l’immagine a quella del cielo notturno come era 5000 anni fa, le linee coincidono quasi perfettamente con alcune costellazioni; l’arciere con Orione, l’uomo con la lancia con i Pesci, il cervo con la costellazione del Toro, il cane con Andromeda.








611 - L'ENIGMA DI MONTE SIERPE




Sembra impossibile ma…
Gli antichi abitanti del Perù continuano ad inviarci oscuri messaggi in bottiglia capaci di attraversare i secoli. Da Machu Picchu alle linee di Nazca, per citare i più famosi. Siti che evocano ipotesi di remoti contatti con gli extraterrestri, e impegnano gli archeologi in anni di ricerche per decifrarne il senso. L’ultimo mistero in ordine di tempo è quello dei Fori di Monte Sierpe.

Anno 2015, Charles Stanish, docente di cultura andina all’università della California, viene contattato per avere chiarimenti su un documentario tv che descrive un sito peruviano “opera di extraterrestri”. Lo studioso non ne ha mai sentito parlare, anche se ha condotto diverse campagne di scavi nel Paese andino, e certo non dà credito alle teorie aliene. Un’occhiata distratta a Google Earth però accende la sua curiosità di scienziato: "Non avevo mai visto niente di simile" dirà più tardi alla rivista Archaeology.

Così vola in Perù, a Monte Sierpe (un nome non casuale) nella Valle di Pisco, e trova una lunghissima striscia di fori che serpeggia per poco meno di due chilometri sulle colline rocciose. Con un drone raccoglie le immagini aeree e disegna una mappa dettagliata della”Band of holes”. Le cavità sono circa settemila, profonde fra 50 centimetri e un metro e mezzo. Chi le ha scavate? A Cosa servivano? Nei mesi successivi lo staff di Stanish cerca di dare una risposta a queste domande.

Della Striscia dei fori si inizia a parlare nel 1931 grazie alla prima foto aerea del luogo. Da terra non se ne percepiva lo sviluppo. Negli anni gli archeologi locali hanno condotto scavi: nessun manufatto, né ipotesi sulla civiltà che ha scavato i buchi. L’equipe di Stanish trova invece segni certi che permettono di datare il sito: a fare i buchi sono stati gli Incas nel XVsecolo. Perché? Secondo gli ultimi studi servivano a misurare per ogni singola famiglia la giusta quantità di prodotti da versare allo Stato come tributo. La cartella delle tasse, insomma, niente alieni. Mistero risolto? Forse per chi si affida a criteri strettamente scientifici. Per tutti gli altri è l'ennesimo complotto per oscurare verità nascoste. Niente di nuovo sotto il sole. 
  


venerdì 12 giugno 2020

590 - L'UNICO ANELLO



Sembra impossibile ma…
Quello che Tolkien chiama “Unico anello”, il magico oggetto al centro dei suoi capolavori Lo Hobbit e Il Signore degli anelli, esiste davvero. Per imboccare il ponte che collega il mondo della fantasia con la realtà, bisogna fare un salto indietro nel tempo di 1700 anni.

Quarto secolo dopo Cristo. Silvianus, cittadino romano residente nel sud della provincia di Britannia, utilizza come sigillo un grosso anello d’oro: pesa 12 grammi, e può essere indossato solo con un guanto, a meno che il padrone non abbia dita enormi. Un giorno l’anello sparisce, ma Silvianus sa chi l’ha rubato: un certo Senicianus. Contro di lui scaglia una maledizione, e la affida, con una pratica magica non rara al tempo, a una tavoletta in rame, dove incide su lamine di piombo la scritta “Per il dio Nodens. Silvianus ha perso un anello e ha donato metà del suo valore a Nodens. Non sia concessa la salute a tutti coloro che si chiamano Senicianus fino a che l’anello non sarà riportato al tempio di Nodens”.

Bisognerà aspettare 15 secoli perché un contadino ritrovi l’anello d’oro in un campo vicino a Silchester nell’Hampshire. L’anno è il 1785. Lo venderà alla famiglia Chute, proprietari terrieri nella vicina Vyne. Spostiamoci a Lydney, Glouchestershire, a 130 chilometri da Silchester; siamo nel 1929, e nel sito archeologico di Dwarf’s Hill (collina dei nani) l’archeologo sir Mortimer Wheeler durante gli scavi del tempio romano di Nodens scopre la tavoletta con cui Silvianus lanciò la maledizione contro il “portatore dell’anello”. Sul significato del testo Wheeler si consulta con un amico linguista docente all’università di Oxford: J.R.R. Tolkien. I due parlano a lungo e dettagliatamente dell’anello e del suo anatema, e lo scrittore, che per le sue storie si ispirerà spesso a fatti storici, è molto incuriosito.

L’anello di Silvianus oggi è proprietà del National Trust inglese, esposto nella “Ring room” di Vyne insieme a una prima edizione di “Lo Hobbit” e a una copia della maledizione. Con il placet della Tolkien Society, e la convinzione che quel cerchietto d’oro sia il seme da cui è germogliata la saga fantasy più famosa al mondo.
 
 
 

 
 
 
 

 




589 - GLI ANTENATI DI TOPOLINO




Sembra impossibile ma…
Il primo cartone animato fu “girato” 5.200 anni fa da un anonimo disegnatore dell’antica civiltà Jiroft, nel sud dell’attuale Iran. La scoperta, annunciata in questi giorni, nasce dalla collaborazione fra un team di archeologi italiani e uno iraniano. Al team italiano si deve la scoperta di una ciotola in terracotta che mostra 5 disegni di una capra selvatica. Sono stati gli iraniani invece ad accorgersi che mettendo in sequenza le cinque immagini si ottiene un’animazione, con la capra che salta per mangiare le foglie di un albero.

La ciotola è stata trovata nell’antica città di Burnt in una tomba risalente a 5.200 anni fa. Il sito archeologico di Shahr-e Sukhte, la "Città bruciata”, risale all'Età del Bronzo: una città attribuibile alla cultura Jiroft, sorta lungo il corso del fiume Helmand. Il calice ha un diametro di 8 cm e un'altezza di 10, una scoperta senza precedenti anche se esistono ceramiche che mostrano immagini ripetitive; nessuna di queste però riconduce a forme in movimento. Nella tomba dove è stato trovato il calice, c’era uno scheletro, probabilmente quello del creatore dello straordinario pezzo.

Dopo 8 stagioni di ricerca Burnt City, che contiene ancora molti segreti, ha portato a ritrovamenti di estremo interesse archeologico. Nel 2006 gli studiosi hanno riportato alla luce la più antica protesi oculare del mondo, un oggetto di forma emisferica di 2,9 cm di diametro e 1,5 cm di altezza, realizzato in bitume. La superficie dell'occhio artificiale, decorata con incisioni, è ricoperta da una sottile lamina d'oro, e ha due fori per la cordicella che fissava l'oggetto alla testa della proprietaria. Fra i reperti anche un esemplare in legno del gioco reale di Ur (una sorta di backgammon con plancia e pedine) e alcuni cranii con tracce di attività chirurgica. (Guarda il filmato realizzato dal ministero iraniano per vedere l’animazione).








588 - LA TOMBA DELLA STREGA


Sembra impossibile ma…
Due tombe misteriose, a pochi metri una dall’altra, raccontano frammenti di storie di due donne vissute sette secoli fa: secondo gli studiosi la prima era sicuramente una strega, la seconda probabilmente una prostituta. O almeno così le considerava chi le ha sepolte e – forse – uccise.

La Cappella di San Cerbone sorge sulla strada che dal Parco Archeologico di Baratti porta a Populonia alta, vicino a Piombino. Secondo le antiche cronache, qui sarebbe sepolto il santo, vissuto nel VI secolo. Qualche anno fa gli archeologi dell’Università dell’Aquila hanno avviato un cantiere alla ricerca della tomba del santo. Gli scavi hanno invece portato alla luce un vasto cimitero di epoca medievale. Fra le tombe, quella contrassegnata S64 ha lasciato tutti a bocca aperta. Conteneva i resti di una donna vissuta intorno al 1300. Il suo corpo, che in origine doveva essere avvolto in un sudario, non era stato messo in una cassa di legno come gli altri. Ma era stato saldamente inchiodato al terreno.

Approfonditi esami hanno confermato che si trattava dello scheletro di una donna tra i 45 e i 55 anni, alta circa 1,60, che non sembrava aver subito torture, e non era denutrita. Nel cavo orale aveva cinque chiodi, di questi, tre erano ricurvi, messi in bocca post-mortem e non inchiodati. Altri 13 chiodi invece le erano stati conficcati nelle carni in varie parti del corpo in modo da “ancorarlo” alla terra, poco prima o poco dopo il decesso: una pratica necrofobica per impedire alla morta di uscire dal sepolcro, che peraltro era piuttosto profondo e molto stretto. I cinque chiodi in bocca invece dovevano servire ad impedirle di pronunciare sortilegi. Insomma, tutto il rituale aveva lo scopo di impedire il ritorno della strega dal mondo dei morti. A pochi metri di distanza, l’altra tomba misteriosa: i resti di una donna sui 30 anni. Accanto a lei, un sacchetto di pelle con all’interno 17 dadi in osso, gioco proibitissimo alle donne nel Medioevo. Il significato è di condanna, un marchio di infamia da portare anche nell’aldilà. Secondo gli studiosi, si tratterebbe di una prostituta. Ma c’è un ultimo mistero: perché le due “grandi peccatrici” sono state sepolte in terra consacrata? Con ogni probabilità tutte e due le donne, la strega e la prostituta, non erano donne del popolo, ma provenivano da famiglie molto influenti. Non so cosa darei per conoscere la loro vera storia... 

Guarda il video e visita la necropoli di San Cerbone, e segui il link per un approfondimento sulla tomba della strega in "Archeologia medievale".

 
 

 


587 - OTTOBRE DI FUOCO A POMPEI




Sembra impossibile ma…
Una frase scherzosa scritta a carboncino duemila anni fa da un operaio su un muro della casa che stava ristrutturando con ogni probabilità riscriverà i libri di storia. La notizia è recente.

79 dopo Cristo, l’anno dell’eruzione del Vesuvio che distrugge ogni forma di vita a Pompei, Ercolano e dintorni. Le illustrazioni dei libri prima, i film e la tv dopo ci hanno abituati a scene apocalittiche, col cataclisma che sorprende migliaia di persone in una notte torrida di fine agosto. Bene, dimenticate le ultime due parole. Gli studi più recenti spostano di due mesi la data dell’eruzione: non era il 24 agosto, ma quasi sicuramente il 24 ottobre.

Pompei, anno 79: un operaio sta ristrutturando una villa. Diverse stanze sono già state completate, altre sono un cantiere aperto. Sul muro di una di queste nei momenti liberi si diverte a scrivere frasi e disegnini licenziosi. Una di queste riporta anche una data: l’equivalente del 17 ottobre. L’intera città secondo i nostri libri di storia avrebbe dovuto essere da 2 mesi sotto le ceneri del Vesuvio. Invece è ancora in piedi. Del resto già a fine ottocento alcuni rinvenimenti avevano lasciato perplessi sulla correttezza della datazione: il calco di un ramo con bacche che crescono in autunno, diversi bracieri, i melograni che maturano da fine settembre.

La scoperta è stata fatta durante gli scavi nell’area detta Regio V. La scritta è datata al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, che corrisponde appunto al 17 ottobre ed è stata rinvenuta in una dimora di pregio con preziose decorazioni da poco oggetto di studio. Appare in un ambiente della casa che era in corso di ristrutturazione, a differenza di altre stanze già rinnovate.
Le pareti dell'atrio e del corridoio di ingresso, che erano solo intonacate, hanno conservato una gran quantità di graffiti con frasi spesso di carattere osceno, che gli studiosi stanno analizzando, e disegni. L’iscrizione a carboncino era relativa ad uno di questi. E la data tradizionale, il 24 agosto? Gli studiosi ormai ipotizzano l’errore di un amanuense che avrebbe fatto una trascrizione non fedele. 





https://it.wikipedia.org/wiki/Data_dell%27eruzione_del_Vesuvio_del_79 


giovedì 16 aprile 2020

439 - LA CITTA' NASCOSTA




Sembra impossibile ma...
Nel 1963 in Turchia durante i lavori di ristrutturazione della casa il proprietario ha buttato giù un muro della cantina e ha scoperto un tunnel lavorato dalla mano dell'uomo. L'ha imboccato e si è trovato in un vero labirinto: ambienti scavati nella roccia e gallerie che si diramavano in tutte le direzioni, anche per più piani verso il basso. Così è tornata alla luce l'antica città sotterranea di Derinkuyu.

A costruire la città, di cui si era perso ogni traccia, furono i Frigi quasi tremila anni fa per offrire riparo alla popolazione durante le guerre. Nei secoli successivi sarà utilizzata per questo scopo a più riprese, sicuramente dai bizantini come protezione dagli arabi musulmani, poi durante le incursioni mongole di Timur; alcuni tunnel servirono da rifugio contro le persecuzioni ottomane, fino al 1923 quando gli abitanti cristiani furono espulsi dalla regione.

Derinkuyu è stata, progettata per ospitare almeno 20.000 persone e un numero di animali sufficienti a rendere la popolazione indipendente dalle forniture della superficie per oltre 3 mesi di tempo. E' dotata di prese d’aria e ha 5 entrate nascoste: il tunnel trovato dietro il muro è una di queste; ciascuno dei 5 ingressi può essere chiuso ermeticamente facendo rotolare enormi massi circolari in pietra. Il labirinto si snoda per chilometri attraverso 18 differenti livelli connessi con scale e passaggi e raggiunge 85 metri di profondità. Comprende abitazioni, una chiesa, locali per lo stoccaggio alimentare, cantine vinicole, una scuola, arsenali e passaggi di fuga nel caso in cui le cose avessero volto al peggio. La riserva d’acqua potabile è fornita da un fiume sotterraneo e da alcuni pozzi. L'aria arriva grazie a ingegnosi camini di ventilazione che la prendono dall'esterno e la convogliavano all'interno facendola circolare. I rifiuti venivano raccolti in appositi vasi e poi periodicamente trasportati all'esterno. Un tunnel lungo chilometri collegava infine Derinkuyu a Kaimakli, un'altra città sotterranea.

Dal 1969 i primi 4 livelli sono aperti alle visite guidate, ma molti piani non sono stati ancora scavati e la città sotterranea custodisce ancora tanti misteri. Il primo è come abbiano fatto popoli così antichi a scavare così a fondo e così precisamente la pietra, e a portare in superficie una massa enorme di detriti; e come sia stato possibile senza strumentazioni tecnologiche fare calcoli strutturali tanto perfetti da garantire per 3000 anni la totale assenza di crolli.
Guarda i video, scopri i segreti di Derinkuyu e visita la città sotterranea.  




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domenica 15 marzo 2020

392 - UNA VOCE DALL'OLTRETOMBA





Sembra impossibile ma...
Nesyamun, un sacerdote egizio vissuto tremila anni fa, è tornato a parlare: la sua mummia è stata utilizzata da un gruppo di studiosi per ricostruirne la gola e la laringe, e da queste il suono della sua voce.

I resti mummificati sono conservati da due secoli al Leeds City Museum; precedenti studi avevano accertato che Nesyamun era morto intorno ai 55 anni, aveva gengive malate e denti consumati, ma il corpo era in gran parte in ottimo stato di conservazione. E' proprio questo che ha portato il professor David Howard dell’Università di Londra a mettere insieme un team di ricercatori per verificare la possibilità di ricostruirne il tratto vocale. Lo studio, descritto su Scientific Reports, è iniziato con una tac della bocca e della gola, che ha mostrato i tessuti molli praticamente intatti grazie al processo di mummificazione. Il passo successivo è stato la realizzazione di una versione stampata in 3D con misure estremamente precise del tratto; il modello ottenuto è stato collegato con una laringe elettronica che ha permesso di sintetizzare e riprodurre un singolo suono di quella che era la voce di Nesyamun simile al suono vocalico di una “e” aperta. Qualcosa di simile fu fatto nel 2016 a Bolzano coi resti di Otzi l'uomo del Similaun; in quel caso però i ricercatori usarono la scansione TC del suo tratto vocale per ottenere una rappresentazione virtuale digitale di come avrebbe potuto essere. Ricerche di questo genere potrebbero gettare le basi per riascoltare voci di persone vissute nel passato.

Tornando a Nesyamun, il suo tratto vocale era in ottime condizioni ma privo dei muscoli linguali, fondamentali per il linguaggio. “Di certo non si può parlare al momento di far parlare la mummia - dice Howard - ma ritengo che sia assolutamente plausibile pensare di riuscire a produrre parole quanto più simili a come le avrebbe pronunciate”. Si tratta di stimare caratteristiche come le dimensioni e il movimento della lingua, o la posizione della mascella. L'obiettivo è far pronunciare davvero a Nesyamun le antiche parole scritte sul suo sarcofago: in vita il sacerdote cantava parole di culto nel tempio di Karnak a Tebe, e le iscrizioni riportano le sue preghiere a Nut, antica dea egizia del cielo, e il desiderio che la sua voce che innalzava lodi alla dea fosse ascoltata per sempre.
 
In un certo senso – ha detto Howard - siamo riusciti a realizzare quel desiderio”. E se in futuro Nesyamun ritroverà la parola, la sua mummia potrebbe recitare per i visitatori del museo preghiere dedicate a Nut. Intanto, per sentire il timbro di voce del sacerdote egizio, seguite il link.



mercoledì 11 marzo 2020

388 - UNA CHIESA POCO EXTRA E MOLTO TERRESTRE




Sembra impossibile ma...
Un gruppo di ricercatori russi ha risolto il mistero della vasta struttura artificiale sotterranea di Naryn-Kala: lo scopo e la forma finora erano sconosciuti, e secondo gli ufologi potevano ricollegarsi a un'antica fortezza extraterrestre o a un'astronave aliena sepolta.

La cittadella fortificata di Naryn-Kala si eleva sul panorama di Derbent, nella repubblica russa del Daghistan, sul mar Caspio. Una città da sempre strategicamente cruciale per le rotte commerciali fra l’Europa e il Medio Oriente. Costruita nel VI secolo, la cittadella con le sue mura di cinta spesse tre metri e alte 20 è sopravvissuta a guerre, assedi ed invasioni. Nel bel mezzo della rocca una cupola che emerge dal terreno segnala la presenza di un'antica struttura sepolta e inaccessibile. Gli archeologi pensavano a un grande serbatoio; la localizzazione rispetto al disegno architettonico però non convinceva. Più probabile l'ipotesi di un tempio del fuoco zoroastriano. Impossibile però dare una risposta certa, visto il divieto di effettuare scavi sotto la fortezza, che è Patrimonio dell’Umanità dell'Unesco. Hanno avuto terreno fertile così le teorie ufologiche, che hanno identificato nell'antro segreto i resti di civiltà perdute o le strutture lasciate da visitatori alieni.

Un team dell'Accademia delle Scienze russa guidato da Natalia Polukhina ha in gran parte svelato l'arcano. Per 4 mesi gli scienziati hanno fatto rilevazioni nell'area con la tecnica della radiografia muonica. In sintesi, i muoni sono particelle formate dall’interazione di radiazioni cosmiche con l’alta atmosfera, capaci di attraversare l’intero pianeta. Grazie a strumenti che ne rilevano la presenza, è possibile capire natura e forma dell'area attraversata. Insomma, una specie di radiografia. Che ha dato risultati molto dettagliati.

Si tratta di una basilica cristiana fra le più più antiche del mondo, costruita nel 300, una struttura a forma a croce orientata secondo i punti cardinali, alta 11 metri, lunga 15 da nord a sud e larga 13 da est a ovest, con una cupola al centro. Ma perché sotterranea? Con ogni probabilità in origine non lo era: fu sepolta nel 700 quando l'impero persiano dei Sasanidi fece sparire tutti i simboli cristiani. Rimane un enigma: nell’ala occidentale dell’edificio sono state rilevate alcune strutture architettoniche ben preservate. “Anche se abbiamo capito di cosa si tratta – si è limitata a dire Natalia Polukhina - al momento abbiamo più domande che risposte”. Ulteriori scansioni più dettagliate chiariranno anche questo.



giovedì 5 marzo 2020

371 - L'INVENTORE DELLA FANTASCIENZA




Sembra impossibile ma...
il primo scrittore di fantascienza, genere che normalmente siamo portati a ritenere non più antico di un paio di secoli, è stato Luciano di Samosata con “Una storia vera”, un bizzarro romanzo fantastico scritto al tempo in cui a Roma regnava Marco Aurelio.

Luciano nasce a Samsat nell'attuale Turchia nel 120 e, dopo vari viaggi e vicissitudini, si stabilisce ad Atene dove diventa famoso come scrittore e retore (morirà in Egitto nel 192). In “Una storia vera” narra un viaggio con lo stile di un resoconto di fatti realmente accaduti. Nel prologo però sottolinea che parlerà di “cose che non ho visto, né vissuto, né sentito raccontare da nessun altro; cose che non esistono e che non potrebbero mai esistere. Quindi i lettori non devono credere a una parola di quello che dico”. L'intento infatti è parodistico, una satira contro gli autori che narrano eventi altrettanto fantastici spacciandoli per reali: insomma, quelle che oggi chiamiamo fakenews. In particolare ce l'ha con Antonio Diogene e il suo romanzo “Le incredibili meraviglie al di là di Tule”, ma pare che di venditori di bufale ce ne fossero parecchi all'epoca (con Omero come capostipite, secondo varie fonti).

Il risultato però va ben oltre la parodia: “Una storia vera” è il primo esempio letterario (almeno fra quelli a noi pervenuti) di viaggio extraterrestre. Per la prima volta vengono descritti mondi diversi, incontri con alieni, guerre interplanetarie, creature prodotte dalla tecnologia umana. E per la prima volta l'uomo va sulla luna (considerata, e anche questa è una novità, come pianeta su cui sbarcare e non come entità astratta o divina). Il viaggio di Luciano con 50 compagni inizia superando le Colonne d'Ercole; seguono una tempesta lunga 80 giorni, un'isola fantastica, un tifone che solleva la nave in aria fino a 3000 stadi d'altezza (uno stadio attico equivale a circa 180 metri) e dopo 8 giorni la deposita sulla luna, l'incontro con i seleniti che cavalcano ippogrifi, la descrizione dettagliata delle abitudini degli abitanti del posto, la guerra del re della luna con quello del sole, il ritorno sulla Terra per finire in bocca a una balena lunga 1500 stadi, la fuga in un mare di latte, l'arrivo alle “Isole dei Beati” e un finale improvviso con la promessa (non mantenuta) di un futuro “Una storia vera 2”. Gli studiosi ritengono che il testo abbia influenzato la fantasia di autori come Ariosto, Swift, Verne e perfino Collodi. Se la cosa vi incuriosisce, seguite il link; troverete la versione integrale in italiano del libro “La storia vera”.

martedì 3 marzo 2020

366 - LA TAVOLETTA DI INDIANA JONES




Sembra impossibile ma…
Un’antica tavoletta pagata 10 dollari svela un mistero dell’antichità, riscrive una pagina sbagliata dei libri di storia e apre nuove possibilità per la ricerca matematica moderna.

Nei primi anni del novecento l’archeologo e antiquario americano Edgar Banks, l’uomo che ha ispirato il personaggio di Indiana Jones, durante una campagna di scavi in Iraq rinviene una tavoletta d’argilla che vende a George Plimpton per soli 10 dollari. Il reperto, donato poi alla Columbia University negli anni trenta, sarà conosciuto come Plimpton 322. Databile tra il 1822 e il 1762 a.c., è originario dell'antica città sumera di Larsa. Ma le iscrizioni che vi compaiono, 4 colonne e 15 righe in caratteri cuneiformi, restano un mistero per oltre un secolo, anche per i segni del tempo che in alcune parti hanno reso illeggibili i caratteri.

Alla fine, è storia recente, la soluzione arriva dai ricercatori australiani dell'Università del Nuovo Galles del Sud: si tratta di cifre, formule di base della trigonometria. Con ogni probabilità la tavoletta veniva utilizzata per calcolare come costruire palazzi, templi, piramidi, canali di irrigazione.

Finora l’invenzione della trigonometria veniva attribuita al greco Ipparco di Nicea, vissuto tra il 190 ed il 120 a.c. Ora sappiamo che ad inventarla non furono i greci ma i babilonesi, ben 1500 anni prima. Ma c’è di più. Lasciamo la parola agli autori della scoperta.

La tavoletta segue un sistema di numerazione sessagesimale, cioè in base 60, che consente molte più frazioni esatte rispetto alle nostre. E’ una trigonometria più semplice ed accurata della nostra. Una soluzione di grande genialità che apre nuove possibilità per la ricerca matematica moderna e per l'insegnamento. I vantaggi che ne derivano saranno utilizzabili in futuro, ad esempio nella grafica digitale”. Grazie a un “messaggio in bottiglia” di 3700 anni fa.
 
 

 
 
 

 




871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...