giovedì 9 luglio 2026

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO


 

Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia.

Non quello che si prese la gloria. Non quello che ricevette medaglie, onori e titoli. Ma l’uomo che camminava davanti, sul ghiaccio, mentre il Polo Nord era ancora una frontiera mitologica.

Si chiamava Matthew Henson, veniva dal Maryland, e per decenni il suo nome rimase ai margini della grande storia. Eppure, il 6 aprile 1909, quando Robert Edwin Peary annunciò di aver raggiunto il Polo Nord, accanto a lui — anzi, davanti a lui — c’era proprio Henson.

La frase che Henson disse a Peary (come riporta il National Geograhic), “I think I’m the first man to sit on top of the world” (“Penso di essere il primo uomo che si sia seduto in cima al mondo”) la dice lunga su chi davvero ha calpestato per primo i ghiacci del Polo Nord. Certo, Peary arrivò al campo finale, prese osservazioni e rivendicò la posizione. Ma Henson come sempre era davanti, e lo aveva preceduto di 45 minuti.

Ma chi era Matthew Henson? La sua vita già da sola è un libro di avventure. Orfano giovanissimo, a dodici anni si imbarca come mozzo sulla nave Katie Hines. Il capitano gli insegna a leggere, scrivere, orientarsi, navigare. Vede porti lontani, l’Africa, l’Asia, forse più mondo lui da ragazzo che molti esploratori da adulti.

Poi, nel 1887, il caso. Henson lavora in un negozio di abbigliamento a Washington. Entra Robert Peary, ufficiale della Marina, in partenza per il Nicaragua, dove si studia la possibilità di costruire un canale. Scopre che quel giovane commesso ha già esperienza di mare, viaggi e fatica. Lo assume.

All’inizio è un assistente personale. Ma tra i ghiacci dell’Artico diventa l’uomo indispensabile. Impara la lingua degli Inuit, costruisce igloo, guida le slitte, addestra i cani, tratta, caccia, ripara, sopravvive e aiuta gli altri a sopravvivere. Gli Inuit lo chiamano “Matthew the Kind One”, Matthew il gentile. Peary, che è tutto fuorché prodigo di elogi, scrive: “Henson deve arrivare fino in fondo. Senza di lui non ce la faccio”.

Nell’ultima marcia verso il Polo rimangono in sei: Peary, Henson e quattro compagni inuit, Ootah, Egingwah, Seegloo e Ooqueah. Henson cammina in testa. E' lui a lasciare le prime impronte nel punto che la spedizione crede essere il Polo Nord.

Crede, appunto. Perché ancora oggi resta il dubbio: Peary è arrivato davvero al Polo geografico? Le sue misurazioni sono contestate, Frederick Cook rivendicherà di esserci arrivato un anno prima, e la questione è destinata a non chiudersi mai del tutto.

La certezza, invece, è un’altra: senza Henson, quella spedizione non sarebbe entrata nella leggenda.

Al ritorno Peary riceve onori, medaglie, gloria. Henson torna nell’ombra, lavora per trent’anni alle Dogane, pubblica nel 1912 il suo libro “A Negro Explorer at the North Pole” e solo nel 1937 lo ammettono nell’Explorers Club.

Solo molto più tardi l’America si ricorderà di lui. Nel 1988 le sue spoglie vengono portate ad Arlington, vicino a quelle di Peary. Nel 2000 la National Geographic Society gli assegna, postuma, la sua massima onorificenza.

Meglio tardi che mai

Ma sul ghiaccio del Polo, dove non esistono monumenti e ogni impronta sparisce, la risposta alla domanda “chi arrivò davvero per primo in cima al mondo?” c'è. E vola nel vento.

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