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mercoledì 18 febbraio 2026

864 - NINO BIBBIA, SENZA FRENI FINO ALL'ORO


  

Nessuno se l’aspettava, e lui meno di tutti. Quando Nino Bibbia tagliò il traguardo sulla pista ghiacciata di St. Moritz, nel 1948, l’Italia vinse la prima medaglia d'oro ai Giochi olimpici invernali.

Uno sport sconosciuto ai più, lo skeleton. Si scende a testa in avanti, con il viso a pochi centimetri dal ghiaccio, affidando la vita a due lame d’acciaio e a una scelta irrevocabile: non frenare. Uno sport nato per gioco, per sfida, per incoscienza.

È l'inverno del 1884 quando, a St. Moritz, alcuni ufficiali britannici in vacanza inventano un modo nuovo di scendere dalle piste ghiacciate. Prendono una slitta, la rendono essenziale, scheletrica, si buttano giù pancia a terra, guidando con il corpo.

Niente sterzo, niente freni. Solo istinto. La Cresta Run, una pista naturale, diventa il loro laboratorio e il loro azzardo. Non è ancora uno sport: è una scommessa tra gentiluomini che vogliono dominare il ghiaccio guardandolo negli occhi.

Nel 1948, ai Giochi Olimpici Invernali di St. Moritz, lo skeleton torna in gara dopo vent’anni di silenzio. Favoriti: svizzeri e britannici, padroni di casa sulla leggendaria Cresta Run, diventata una pista vera. Gli italiani? Comparse.

Tra di loro c'è Nino Bibbia. Arriva da Bianzone, in Valtellina, montagna vera, neve vera. E' cresciuto su pendii dove l’equilibrio non è una virtù ma una necessità.

Durante la guerra è partigiano: non un comandante, ma uno di quelli che si muovono, attraversano, collegano. Lo skeleton non l’ha imparato nei club: lo ha imparato scappando.

Attorno a lui, col tempo, si è creato il mito: passaggi clandestini, notti senza luna, traffici sussurrati. È leggenda consapevole, più che verbale d’archivio, ma racconta le radici di una vittoria

Il giorno della gara il freddo è feroce. Bibbia si lancia a testa in avanti, non guida lo skeleton: lo asseconda. Non combatte la pista, la legge. Scende come si scende da una montagna quando indietro non puoi tornare. Il corpo basso, il viso vicino al ghiaccio, ogni curva sentita prima ancora che vista. Istinto puro, memoria muscolare, sopravvivenza.

Quando taglia il traguardo, il cronometro dice oro olimpico. Primo e unico titolo italiano nello skeleton. Mai più ripetuto. Sul podio, raccontano, Bibbia non esulta. Sembra quasi stupito. Come se quella corsa non fosse una gara, ma l’ultima discesa di una lunga fuga iniziata anni prima, tra i boschi, la neve e la paura vera.

Non è un vero atleta, non si è allenato per mesi. Ma certe discipline non si imparano: si riconoscono. E lo skeleton, in fondo, è questo: l’arte antica di continuare a scendere quando hai imparato che il coraggio significa incontrare la paura, caricarsela sulle spalle e vincerla.

venerdì 26 settembre 2025

832 - BRUTTO, SPORCO E CATTIVO


 

Tony Galento pareva disegnato con l'inchiostro nero di una striscia di Dick Tracy. Quando saliva sul ring, non era pugilato, era una rissa: altro che “noble art”, botte da orbi, testate e colpi proibiti.

Una vita turbolenta e senza regole, piena zeppa di episodi incredibili quella di Dominick Anthony Galento, che nasce a Orange (New Jersey) nel 1910. Cresce in strada, sempre pronto a gettarsi nella mischia senza pensare troppo alle conseguenze, e scopre presto di avere un sinistro devastante.

Di giorno fa il facchino e consegna ghiaccio e birra, di notte si presenta sul ring, spesso in ritardo e quasi sempre alticcio. La gente ride quando vede l’omone basso e tozzo, con la pancia da osteria e il fisico da scaricatore, poi smette di ridere quando mette al tappeto anche i giganti. Negli anni successivi combatte senza sosta: nel 1931 fa tre incontri in una notte.

Agli allenamenti preferisce le abbuffate, alla tecnica l'irruenza. Il suo stile sporco, grezzo e violento piace al pubblico. Il match del 1939 con Lou Nova (che rischierà di perdere un occhio) viene definito “una delle risse più vergognose” della storia.

Un ko dopo l'altro, scala le classifiche, e il 28 giugno 1939 sfida il campione del mondo Joe Louis: il pugile perfetto, l’eroe d’America. Lewis si arrabbia come mai prima nella vita per le offese continue di Galento prima e durante il match, probabilmente si scompone e al terzo round avviene l'incedibile: incassa un gancio sinistro terribile e finisce al tappeto.

Non era mai successo prima; certo, poi si rialza e vince al quarto round, ma quel ko resta nella storia della boxe, e Galento diventa famoso in tutti gli States, è “l’uomo che ha buttato giù il più grande”.

Da lì nasce la leggenda, gonfiata da giornali e bar di periferia. E lui la cavalca alla sua maniera: si allena combattendo con canguri ammaestrati, strangola Oscar, un enorme polpo nell'acquario di Seattle, si dà al cinema (interpreta fra l'altro Truck in Fronte del porto con Marlon Brando), a fine carriera passa al wrestling e combatte più volte con orsi (mettendo al tappeto “Terrible Ted”).

E poi la dieta a base di spaghetti e birra, le mangiate pantagrueliche (decine di polli, 52 hot dog) millantate prima di ogni incontro. E la storia della puzza, questa sicuramente vera: si presenta sporco apposta sul ring, per disgustare gli avversari. Max Baer dirà di lui “puzzava come un tonno marcio in una vasca di liquore”. Certo, tutti stunt pubblicitari a cavallo fra verità e leggenda. A margine però di una carriera da campione: chiuderà con 79 vittorie (57 per KO) su 112 incontri.

Tony Galento muore di infarto nel 1979, dopo anni di malattie e l'amputazione di tutte e due le gambe. Al suo funerale gli amici raccontano sottovoce il più celebre degli aneddoti su di lui, di quando qualcuno gli citò Shakespeare: “Shakespeare chi? Mai sentito. È un peso massimo straniero? Non c'è problema, lo picchio!”.

lunedì 11 agosto 2025

806 - LA TARTARUGA E LA LEPRE


 

Quando si presenta alla partenza dell’ultramaratona Melbourne-Sydney del 1983, Clifford Young sembra uscito da un’altra epoca.

Ha 61 anni, un paio di stivali da lavoro e un aspetto assai poco agonistico. Niente muscoli tirati, né scarpe tecniche, né una squadra che lo accompagna. I più pensano a uno scherzo. Alcuni si preoccupano sinceramente per lui. Altri ridono.

C'è una cosa che non sanno: nella sua fattoria di Beech Forest quando arriva una tempesta e il gregge si disperde Clifford da sempre esce a piedi e raduna 2.000 pecore su 2.000 acri di terreno, inseguendole anche per tre giorni consecutivi e dormendo quasi nulla. Una maratona personale che ha corso tante volte, non per vincere una coppa ma per sopravvivere

Ora, l’ultramaratona australiana non è roba da dilettanti, ti vuol vedere in faccia: 875 chilometri fra asfalto e sterrato. Gli atleti giovani e superallenati dormono sei ore ogni notte, dosano le forze, corrono seguiti da un team pronto ad assisterli.

Cliff no. Non sà neanche che si può dormire. Parte lento e continua a correre come Forrest Gump, con quel suo passo storto e cadenzato, trotterellando senza sollevare i piedi: negli anni successivi lo chiameranno "Young Shuffle", e diventerà una tecnica usata da molti professionisti.

Lui parte piano e mantiene sempre il suo passo, gli altri spariscono all'orizzonte. La prima notte raggiunge e supera i primi ritardatari. La seconda ne passa altri, tanti altri. Alla quarta notte è in testa. Alla quinta è una leggenda.

Taglia il traguardo dopo 5 giorni, 15 ore e 4 minuti. Dieci ore prima del secondo. Quando consegnano l’assegno da 10.000 dollari per il vincitore, dice che vuol dividerlo con tutti gli altri corridori: “Hanno faticato quanto me.”

E l’Australia si innamora di quell’uomo strano, vegetariano da 10 anni, senza dentiera, “mi ballano i denti quando corro” dice, e con un sogno più grande della vittoria: dimostrare che si può, anche quando tutti ti dicono il contrario.

Ormai è un personaggio, lo convincono a sposare una ragazza di 23 anni, Mary. Il matrimonio fa vendere parecchi giornali ma dura poco. Lui allora torna a correre, e a 75 anni prova un’impresa impossibile: 16mila chilometri intorno al continente per aiutare i bambini senzatetto. Stavolta non è solo: lo segue un coach su un veicolo di assistenza per cibo, logistica e sicurezza. Dopo “soli” 6.500 chilometri si ammala gravemente. Non Cliff, il coach. E lui è costretto a ritirarsi.

Muore nel 2003, a 81 anni, dopo una lunga malattia . Di lui restano due stivali di gomma incisi nella pietra in mezzo a un parco, il suo “young shuffle” ancora usato da tanti ultramaratoneti, e una lezione già narrata da Esopo 2500 anni fa: quando c'è la tenacia, non importa se sei lepre o se sei tartaruga.

domenica 7 agosto 2022

757 - LA RAGAZZA CHE CORREVA

 


La maratona era vietata alle donne, ma lei, travestita da uomo, ha superato divieti e pregiudizi ed è arrivata al traguardo entrando nella storia. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione, e vi porto alla maratona di Boston del 1966, per fare la conoscenza con Roberta Louise “Bobbi” Gibb.

Bobbi nasce a Cambridge nel Massachusetts nel 1942 e cresce nei sobborghi di Boston, studia al Boston Museum of Fine Arts e alla Tufts University dove suo padre insegna chimica. Fin da ragazzina ha una grande passione per l'atletica, corre ogni giorno per 8 miglia per andare e tornare da scuola. Nel 1962 William, anche lui appassionato di mezzofondo, la vede mentre fa l'autostop, la carica in macchina e... quattro anni dopo i due si sposano e vanno a vivere in California (lui è un ufficiale di Marina).

Lei intanto continua ad allenarsi: corre con scarpe da infermiera della Croce Rossa in pelle bianca, perché all'epoca non esistono scarpe da corsa per le donne. E coltiva un sogno impossibile: partecipare alla famosa maratona di Boston, vietata alle donne. La corsa più lunga autorizzata dall'Amateur Athletic Union per le atlete è infatti di un miglio e mezzo: “le donne – spiega il regolamento - non sono qualificate per correre nelle gare della divisione maschile”.

Gibb si allena per due anni percorrendo fino a 40 miglia al giorno. Poi nel febbraio del 1966 presenta la domanda di iscrizione, anche se immagina già la risposta. Che non tarda ad arrivare: “Le donne – si legge nella lettera del direttore di gara Will Cloney - non sono fisiologicamente in grado di correre una maratona, mi dispiace ma non possiamo prenderci la responsabilità di ammetterla”. Lei ci pensa su, poi parte in autobus da san Diego dove abita e dopo tre notti e quattro giorni di viaggio arriva il giorno prima della gara a casa dei suoi genitori a Winchester. La mattina del 19 aprile sua madre la accompagna alla partenza a Hopkinton.

Abbigliamento della Gibb” come avrebbe scritto Paolo Villaggio: bermuda del fratello, felpa blu con cappuccio, costume da bagno nero a canottiera, scarpe da ginnastica da uomo. Così bardata Bobbi si nasconde tra i cespugli vicino al recinto di partenza. Dopo il via, aspetta che metà del gruppo sia partita, poi si tuffa nel mucchio. Dopo poco ha un gran caldo, ma non si può togliere la felpa per non essere smascherata: “Se mi avessero vista – dirà – pensavo che avrebbero cercato di fermarmi, e anche che mi avrebbero potuto arrestare”.

Ma nonostante il tentativo di mimetizzarsi, Bobbi è una ragazza, e pure bella, coi lunghi capelli biondi che escono dal cappuccio, e i compagni di corsa non tardano ad accorgersene. Ma invece di avvisare i commissari di gara, iniziano a incoraggiarla, a sostenerla. Sollevata, lei si toglie la felpa e corre ancora più forte, fra due ali di spettatori stupiti che la applaudono. La notizia che in corsa c'è una donna si diffonde, la folla attende il suo passaggio ed esulta, davanti al Wellesley College decine di studentesse saltano e fanno il tifo, ci sono ragazze che urlano e piangono. Ma ad attenderla all'arrivo ci sono gli organizzatori. Non l'hanno presa bene, la circondano minacciosi. Ma devono lasciare spazio a John Volpe, il governatore del Massachusetts, che raggiunge Bobbi e le stringe la mano: è la prima donna ad aver mai corso la maratona.

Bobbi Gibb termina la gara in 3 ore, 21 minuti e 40 secondi, davanti a 290 dei 415 partenti. Il mattino seguente la sua impresa è in prima pagina: “Le donne possono correre la maratona" titolano i giornali. La federazione però non ci sta, il direttore di gara mette in dubbio l'autenticità della partecipazione della ragazza alla gara: "La signora Gibb non ha corso nella maratona di ieri. Non esiste una maratona per una donna. Può aver corso una gara su strada, ma non una maratona. Non si trovava in nessuno dei nostri punti di controllo e nessuno dei nostri controllori l'ha vista. Per quel che ne so può esser partita a metà percorso”. Bobbi replica tranquilla: "Se non mi credete, chiedete ai corridori che mi hanno visto. O agli spettatori che mi incitavano. Non voglio polemizzare con il signor Cloney. Se non mi crede, sono affari suoi".

Nel 1967 e nel 1968 Gibb corre di nuovo, e con lei ci sono altre ragazze. Arriva prima fra le donne, con un'ora di distacco dalle seconde. Nel 1972 si corre la prima gara ufficiale di divisione femminile. Nel 1996, in occasione della centesima edizione della celebre maratona, la Boston Athletic Association riconosce ufficialmente le sue tre vittorie nel 1966, 1967 e 1968 e le assegna una medaglia, e il suo nome viene scolpito nel memorial dei vincitori. Nel 2021 a Boston viene inaugurata una statua di Bobbi Gibb chiamata "The Girl Who Ran" (La ragazza che correva).

 


 




mercoledì 2 giugno 2021

742 - IL VOLO DI GOLIA


 

Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera, segnalata dall'amico Gei Gi, che ringrazio. Olimpiadi di Monaco, 1972. Quando Wilfried Dietrich sale sul tappeto per il suo primo incontro nella categoria oltre 100 chilogrammi, ha già un grande avvenire dietro le spalle. Ha 39 anni, è il lottatore tedesco più medagliato del suo sport con un oro, due argenti e due bronzi e questa è la sua quinta olimpiade (la prima era stata a Melbourne 16 anni prima). Fra lotta libera e lotta greco romana oltre agli allori olimpici il suo palmares vanta 1 titolo mondiale, uno europeo e 5 medaglie ai mondiali. Per 7 anni,fra il 1955 e il 1962 ha vinto tutti gli incontri a cui ha partecipato. Insomma, è già una leggenda dello sport, e ora che gioca in casa vuole chiudere la carriera a testa alta, ma a quasi 40 anni non è facile vedersela con dei colossi di 20.

Nella greco-romana conosce i suoi avversari e spera in un sorteggio favorevole; c'è un avversario che teme più di tutti, e vorrebbe evitare almeno ai primi turni per risparmiarsi una brutta figura: l'americano Chris Taylor, una montagna di 22 anni e 198 chili, 80 più di lui che ne pesa “solo” 118. E indovinate chi gli mette davanti al primo turno madama fortuna? Dietrich contro Taylor: quando si stringono la mano il tedesco in confronto all'avversario pare una bambolina. Inizia il match: per 4 lunghi minuti Davide regge a fatica, grazie alla sua esperienza, gli attacchi di Golia. Poi il fiato comincia a calare, ne ha per poco; davanti agli occhi gli passano come in un film i suoi 20 e più anni di luminosa carriera. Non può finire così, non di fronte al suo pubblico: ora o mai più. Dietrich concentra tutte le sue energie, allaccia l'avversario ed esplode la sua tecnica più efficace, quella proiezione con cui ha colto tante vittorie, ma praticamente impossibile da fare con un avversario così pesante. E invece l'americano vola via come un enorme burattino senza fili. Un fotografo svedese riesce a cogliere il momento magico: sarà la miglior foto delle olimpiadi, e quello di Dietrich il "Throw of the Century", la proiezione del secolo.

Wayne Boman, un lottatore della nazionale americana, racconterà in un libro di essere entrato dopo il match nello spogliatoio di Chris Taylor, e di averlo trovato solo, seduto su un tavolo, che dondolava le gambe come un bambino e scuotendo la testa ripeteva “Non è possibile, non credevo ci fosse una persona al mondo che potesse strapparmi fisicamente dal tappeto e gettarmi in aria, ma mi sbagliavo". Dietrich poi non salirà sul podio, perderà al terzo turno, ma che importa? La pagina più bella l'ha già scritta, il campione esce di scena con la vittoria più spettacolare della storia della lotta.

 


 

lunedì 31 agosto 2020

731 - GLI ULTIMI CENTO METRI

 


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia semplice, pulita, facile anche da scrivere, non richiede neanche un'introduzione. Una di quelle storie che in un mondo ideale non dovrebbero stare in “Sembra impossibile ma...”. Ringrazio Gei Gi per la segnalazione e ve la racconto.

Pamplona 2 dicembre 2012. Sono le 13 quando lo starter dà il via sotto una pioggerellina sottile al ventunesimo Burlada Cross Country Trofeo Regno di Navarra, importante gara podistica. Fra i favoriti c'è il ventiquattrenne basco Ivan Fernandez Anaya: ha vinto la gara l'anno precedente, il suo primo successo internazionale, ma quest'anno è assai più dura, ci sono diversi campioni e il più forte di tutti è il keniano Abel Mutai che pochi mesi prima ha vinto la medaglia di bronzo nei 3000 siepi alle Olimpiadi di Londra. Nei primi 6 chilometri Ivan e Abel corrono fianco a fianco in un gruppetto di 8 fuggitivi, poi il keniano cambia ritmo e va via; lo spagnolo non molla, lo insegue, lo raggiunge. E decide di provare il tutto per tutto: attacca a fondo, dà il massimo, ma Mutai non gli si scolla dai talloni. Vanno avanti così per 4 chilometri, poi a 250 metri dal traguardo Abel fa il forcing finale, ingrana un'altra marcia e lo lascia indietro a una distanza incolmabile. Cosa succede dopo lasciamolo raccontare direttamente a Ivan.

«Ho visto che lui a cento metri dal traguardo ha rallentato decisamente. Si era confuso con la segnaletica, pensava di essere già arrivato. Si è fermato, guardando gli spettatori che gli gridavano di andare avanti, che non era finita. Ma lui non sa lo spagnolo, non capiva. Quando l’ho raggiunto mi sono reso conto di quello che stava succedendo, allora gli ho messo una mano sulla schiena, gli ho detto che l'arrivo era più avanti, ma non capiva neanche me. Così l'ho spinto, l'ho accompagnato fino al traguardo”.

Già, Ivan non ci ha pensato neanche per un istante a superarlo e ad andare a vincere. I giornalisti l'hanno subito circondato: “Perché l'hai fatto?Perché l'hai lasciato vincere?". ′Non l'ho lasciato vincere: stava per vincere, si era guadagnato la corsa, la gara era sua. Non meritavo di vincere. Ho fatto quello che dovevo fare. Lui era il legittimo vincitore". Dopo la gara i due si sono detti poco, frenati dalla barriera linguistica: “Siamo stati insieme una mezz'ora, poi mi ha ringraziato, ci siamo abbracciati”. Meno contento l'allenatore di Ivan, la leggenda spagnola della maratona Santi Pérez. “Mi ha detto che quando si calzano le scarpette lo si fa per vincere. E ha aggiunto che lui avrebbe tirato dritto fino al traguardo. Lo capisco, e poi è stato onesto ad ammetterlo pubblicamente. Ma quale sarebbe stato il merito della mia vittoria? Quale l'onore in quella medaglia? Cosa ne avrebbe pensato mia madre? Queste sono le cose che mi hanno trasmesso i miei, e credo siano quelle da trasmettere ai nostri figli: il mio sogno è che un giorno sia possibile un mondo dove ci aiutiamo a vicenda a vincere”. Chapeau!

Guarda i video con l'arrivo della corsa e un'intervista a Ivan Fernandez Anaya. 

 






lunedì 15 giugno 2020

619 - LA MARATONA INFINITA




Sembra impossibile ma…
Un maratoneta fra i più forti al mondo, alle Olimpiadi, si è fermato stremato per riposarsi un attimo. E si è addormentato. Al risveglio la corsa era ormai finita, e lui per la vergogna è sparito letteralmente di circolazione. Nessuno ne ha più saputo niente finché…

Shizo Kanakuri nasce a Tamana in Giappone nel 1891. Studente alla Scuola Normale Superiore di Tokyo, è un ottimo podista: corre la maratona in 2 ore 32 minuti e 45 secondi, miglior prestazione mondiale dell'epoca. Nel 1912 Stoccolma ospita la quinta Olimpiade; in passato il Giappone non ha mai inviato atleti ai Giochi, ma ora in molti pensano che Shizo possa tornare con una medaglia d’oro. Il viaggio è lungo e costoso e i soldi sono pochi, ma grazie a una colletta organizzata dall’università in cui studia, e di cui è preside Jigorō Kanō (il fondatore del Jūdō) viene raccolta una cifra pari a 154 000 euro. Alla stazione c’è mezza Tokyo a salutare Kanakuri che parte per Stoccolma; ci arriverà dopo 18 giorni di viaggio. La maratona si corre il 14 luglio, il caldo è afoso (32º) e durante la corsa non ci sono punti di ristoro. Al traguardo arriveranno meno della metà dei concorrenti. il portoghese Francisco Lázaro perderà addirittura la vita, disidratato dopo essersi ricoperto il corpo di cera per non bruciarsi.

Shizo parte bene, è sempre fra i primi, ma il caldo si fa sentire. Al 30º chilometro uno spettatore gli offre da bere un succo di lampone. Lui accetta, e per bere entra in casa, al fresco, e si siede su una poltrona. Una scelta fatale: Kanakuri si addormenta di botto, lo spettatore decide di non disturbarlo, e lui si sveglia quando la gara è finita. Per la cronaca, il vincitore farà un tempo di 4 minuti superiore al record del giapponese. A sera al traguardo non lo vedono arrivare, scattano le ricerche, che proseguono nei giorni successivi, senza esito. Alla fine lo dichiarano disperso in gara.

Passano 50 anni. La sua performance in Svezia è rimasta proverbiale e la tv svedese invia un giornalista in Giappone a cercarlo. Lo trova nella città natale, insegnante di geografia. E si fa raccontare ll resto della storia: disperato per l’ingenuità commessa, Shizo sotto choc è fuggito; schiacciato dal peso della vergogna è tornato a casa in gran silenzio, con mezzi di fortuna. Cinque anni dopo nel 1967, viene invitato a Stoccolma. E decide di concludere la sua maratona. Dopo essersi fermato a salutare il figlio dell’uomo che l’aveva ospitato, Kanakuri a 76 anni riparte dalla villetta dove si era fermato tanto tempo prima, percorre gli ultimi 10 chilometri e sprinta prima di tagliare il traguardo con un tempo record di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.
 
 
 

 






618 - IL CATTIVO CAMPIONE



Sembra impossibile ma…
Tyrus Raymond Cobb, straordinario campione, terzo nella classifica dei migliori cento giocatori nella storia del baseball, fra i molti primati ne vanta uno assai spiacevole: è considerato lo sportivo più odiato di tutti i tempi, l'atleta più antipatico del mondo. Ecco perché.

Ty” Cobb nasce a Narrows in Georgia nel 1886. A 18 anni debutta nella Mayors League con i Detroit Tigers. I compagni di squadra lo detestano, non lo vogliono in squadra. "I continui episodi di nonnismo – dirà - mi trasformarono in un gatto ringhioso". Anche la morte del padre, un senatore, ucciso dalla madre con un colpo di pistola, peserà sulla sua formazione: la donna, processata, verrà poi assolta (con molti dubbi). Così, se l’atleta sarà un campione assoluto, l’uomo rabbioso, irascibile, permaloso, sarà odiato da tutti, anche dai compagni di squadra per “la sua disposizione al marcio".

Nel 1907 ad Augusta, un inserviente che Cobb conosce da anni gli dà un’amichevole pacca sulla spalla. L'eccessiva manifestazione di familiarità fa infuriare l’atleta che lo aggredisce e tenta di strozzare la moglie accorsa in sua difesa. Nel 1908 a Detroit prende a bastonate un operaio che vuole impedirgli di passare sull'asfalto fresco. Nel 1909 viene arrestato per percosse dopo una discussione con l'addetto all'ascensore e una guardia notturna intervenuta in sua difesa. Intanto in campo non si contano le scorrettezze, i comportamenti antisportivi, e le risse, che spesso si trascinano negli spogliatoi. Cobb è solito affilare i tacchetti delle scarpe prima delle partite per atterrare non sulle basi ma sulle gambe degli avversari: in una sola stagione ne manda 12 all'ospedale, di cui tre con lesioni gravi. Nel 1912 a New York dopo uno scambio di insulti con uno spettatore, Cobb scavalca le tribune e lo assale. Gli urlano che è un disabile, non ha le mani, e lui replica "Non mi interessa, nemmeno se non ha i piedi!” e continua a picchiare.

Queste sono solo poche perle di una lunga collana: il fatto che in molti casi le sue “vittime” siano afroamericani aggiunge una connotazione razzista che i tentativi di rivalutazione post mortem non hanno cancellato. Nel privato Cobb divorzia da tre mogli sempre per violenza domestica, e anche con i 5 figli ha un pessimo rapporto, che risolve spesso a frustate. Ty Cobb muore nel 1961, abbandonato da tutti seppure ricchissimo (grazie agli investimenti fortunati nell’allora sconosciuta Coca Cola). Al funerale di quello che è stato “il giocatore più sensazionale mai visto su un campo di baseball” si contano meno di 150 persone. Unici rappresentanti del mondo del baseball, tre vecchi giocatori.









617 - LA RIVOLTA DEGLI ULTRA'



Sembra impossibile ma…
Il fenomeno hooligans non è nato negli stadi calcistici del ventesimo secolo: da quando gli atleti si confrontano di fronte a un pubblico, gruppi di tifosi organizzati pronti a tutto per veder prevalere i propri colori si sfidano sulle gradinate. E a Costantinopoli 1500 anni fa gli scontri violenti fra ultrà si sono trasformati in una vera ecatombe.

Anno 532, Costantinopoli è la capitale dell’Impero Bizantino e Giustiniano è l’imperatore. La gente impazzisce per le corse dei carri all’ippodromo, quei sette giri di pista nei quali si sfidano i migliori cavalieri sono attesi con ansia dai tifosi delle quattro fazioni in cui è divisa la città. Il colore delle vesti e dei finimenti identifica le “squadre”: Verdi, Rossi, Azzurri e Bianchi. La rivalità più forte è quella fra i Verdi e gli Azzurri, che si dividono le vittorie e si scontrano anche fuori dall’ippodromo, divise dalla politica e dalla religione: i Verdi rappresentano il partito aristocratico (i "Contribuenti"), gli Azzurri il partito popolare (i "Miserabili"), che però sostengono l’imperatore e sono i prediletti della moglie Teodora. Le due fazioni, che si distinguono anche per il taglio dei capelli e la foggia degli abiti, vantano amicizie e protezioni, si dividono compensi e incarichi e godono da tempo di una quasi totale impunità. Alla vigilia della gara, prevista per l’11 gennaio, si accendono violenti scontri che causano diverse vittime.

L’imperatore stavolta sceglie la linea dura, fa arrestare i capi ultrà Verdi e Azzurri e ne condanna 7, colpevoli di omicidio, all’impiccagione. E’ il 10 gennaio. Due di loro, un Verde e un Azzurro, si salvano miracolosamente per la rottura del patibolo, fuggono e si rifugiano in un monastero, che viene circondato dai soldati. Le fazioni rivali chiedono insieme clemenza a Giustiniano, ma lui non sente ragioni, li fa stanare e impiccare. La mattina dopo all’ippodromo è il finimondo, Verdi e Azzurri coalizzati guidano la sommossa con fischi e slogan all’ingresso di Giustiniano e Teodora, che scappano e si barricano nel palazzo imperiale.

E’ l’inizio di una rivolta che andrà avanti per 6 giorni, fra scontri, barricate, incendi e saccheggi. Il generale Belisario fa sapere ai capi degli ultrà che in cambio della salvezza andrà all’ippodromo e distribuirà il tesoro imperiale ai rivoltosi. I quali ignorano che nel frattempo alle porte della città è arrivato il generale Narsete reduce dalla guerra persiana. In migliaia vanno all’ippodromo. Gli uomini di Narsete e Belisario li chiudono dentro e ne fanno strage.

Il 18 gennaio dopo 6 giorni di guerriglia urbana si conclude quella che i libri di storia ricorderanno come Rivolta di Nika, dal grido "Nikā, Nikā" ("Vinci! Vinci!") con cui i tifosi incitavano i loro campioni nelle corse di carri. Quando si riaprono le porte dell’ippodromo, il campo di gara è un lago di sangue, sulle gradinate ci sono i resti di 35.000 ultrà vestiti di verde e di azzurro.









616 - IRON MAN


 

 Sembra impossibile ma…

C’è un campione di ciclismo che ha collezionato un’incredibile serie di cadute e incidenti riportando decine di fratture, commozioni cerebrali e ferite, e un numero infinito di cicatrici e punti di sutura.

Reggie McNamara nasce a Grenfell in Australia nel 1887. Figlio di un allevatore di pecore cresce nella campagna australiana con 13 fra fratelli e sorelle. A 12 anni un serpente lo morde a un dito e lui se lo taglia via con un'ascia. Inizia a gareggiare a 14 anni nelle fiere di paese intorno a Sydney, per iscriversi alle gare caccia i canguri e vende le loro pelli, e per anni si mantiene con i premi in denaro delle competizioni.

Nel 1913 un impresario lo nota a una “sei giorni” (gara che diventerà la sua specialità) a Sydney, e lo porta negli Stati Uniti. Appena sbarcato, si rompe una gamba nel primo allenamento, poi sposa l’infermiera che lo ha curato e prende la cittadinanza americana. Diventerà un vero campione: nel suo palmares 5 record mondiali, molteplici successi nelle più importanti “sei giorni” in tutto il mondo (l’ultima a 45 anni), oltre 700 gare vinte su 3000 disputate e l’equivalente di due milioni di dollari guadagnati in una carriera memorabile. Ma le sue vittorie sono il frutto di un modo di correre folle e spericolato fino all’incoscienza: sulle ripide piste di legno non si contano gli incidenti spettacolari e gli infortuni, che gli valgono il soprannome di “Iron man”.

Quanche esempio? Al Madison Square Garden nel 1926 Mc Namara cade rovinosamente durante una volata ad alta velocità, sviene riprende i sensi e allontana il dottore; “Se le gambe sono a posto, vado”. Barcollando sale in sella e vince la gara. Scoprirà poi di avere 3 costole rotte. A Melbourne in una “sei giorni” cade e si procura un profondo taglio. Medicato, riprende a correre ma la ferita si gonfia. Convince il medico a operarlo lì. Gli viene rimosso un ascesso grosso come una palla da tennis, e il taglio richiede 12 punti di sutura. Il tutto senza anestetico. Poi riprende la corsa (siamo al quarto dei 6 giorni) e arriva secondo. In un’altra gara colleziona oltre 20 cadute.

Quando lascia le gare, nel 1936, “vanta” 17 fratture della clavicola, una del naso, una della gamba, una del cranio, 3 della mascella, 5 commozioni cerebrali, 500 punti chirurgici e 47 cicatrici. Morirà di infarto a Belleville a 83 anni.
 
 

 
 

 

venerdì 12 giugno 2020

594 - LA GUERRA DEL CALCIO




Sembra impossibile ma…
Una sfida calcistica è diventata una battaglia, e pretesto per un breve ma violento conflitto passato alla storia come “la guerra del calcio”. Nel 1969 si giocano le qualificazioni per i mondiali dell’anno successivo in Messico. Honduras ed El Salvador vincono i rispettivi gironi e si sfidano in semifinale. La rivalità è molto accesa; inoltre in quei mesi la tensione fra i due Paesi è alta per motivi politici.

L’andata. L'8 giugno a Tegucigalpa i tifosi locali accolgono male la nazionale avversaria. La notte prima della partita, centinaia di persone assediano l’hotel che ospita i calciatori e impediscono loro di dormire urlando e lanciando sassi. Il giorno dopo il pullman che li trasporta all’Estadio Nacional viene assalito e le gomme vengono tranciate. In un clima tesissimo e intimidatorio l’Honduras va a segno a un minuto dal termine: finisce 1-0. In Salvador una ragazza di 18 anni figlia di un generale vede la partita in tv e per la rabbia e la delusione si spara al cuore con una pistola. Di colpo diventa un’eroina e la folla che segue i funerali di Stato giura vendetta.

Il ritorno. Il 15 giugno a San Salvador la prevedibile notte in bianco per la nazionale honduregna si trasforma in un incubo. Le finestre dell’hotel vanno in frantumi per una fitta sassaiola, il lancio di uova marce, topi morti e anche bombe artigianali costringe la squadra a rifugiarsi sul tetto dell’albergo, un giovane accompagnatore viene lapidato. All’alba la polizia conduce i calciatori a gruppetti in luoghi più sicuri; nel pomeriggio poi saranno trasportati fino allo stadio all’interno di carri armati dell’esercito. Durante l’inno honduregno, in un frastuono infernale la bandiera viene bruciata e i pochi fans in trasferta aggrediti: due saranno uccisi, gli altri feriti. Finisce 3-0 per El Salvador, gli ospiti, terrorizzati, sono già contenti di aver salvato la pelle. Visto che la differenza reti non conta, si va allo spareggio.

La bella. Il 27 giugno lo stadio Azteca di Città del Messico è gremito da migliaia di tifosi dei due Paesi, sorvegliati da 5000 poliziotti. Le tifoserie si scontrano già dentro lo stadio, e l’arbitro riesce a fatica a governare il match: dopo 90 minuti di battaglia in campo e sugli spalti è ancora parità: 2-2. Si va ai supplementari. Altri 30 minuti di scontri, El Salvador trova un gol contestatissimo e vince: 3-2. Il quartiere intorno all’Azteca per alcune ore è un campo di battaglia, morti e feriti non si contano. La sera stessa il governo dell'Honduras rompe le relazioni diplomatiche con El Salvador. Nei giorni successivi espelle 300.000 immigrati salvadoregni. Il 14 luglio viene dichiarata la guerra. Durerà solo 100 ore, ma sarà uno dei conflitti più sanguinosi del dopoguerra: 6000 i morti, 15000 i feriti.
 

 
 

 
 

 
 
 

593 - IL PARADISO PUO' ATTENDERE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. 11 Agosto 1993, a Vichy in Francia è in corso un raduno a cui partecipano più di 700 esperti paracadutisti provenienti da tutta Europa. 120 di loro salgono su un Hercules per un lancio collettivo, divisi in formazioni di 30. Tutte le fasi di volo sono riprese da un cameraman professionista (alla fine non vi perdete il video linkato). Andy Peckett, 30 anni, inglese di Swindon, ex membro della squadra di caduta libera dei Royal Marines, è uno dei paracadutisti più esperti, ed è il capo della sua formazione. Il lancio in gruppo è pericoloso al momento dell’uscita dall’aereo: richiede tempismo e un buon lavoro di squadra. Maurizio Brambilla fa parte della formazione di Peckett ed è il primo a lanciarsi.

E’ un attimo: Brambilla batte violentemente la testa sul portellone dell’aereo e perde i sensi. Precipita nel vuoto in caduta libera a 300 chilometri l'ora. L’unico ad accorgersi di quanto sta accadendo è Peckett, che non ci pensa due volte: si lancia a testa in giù per superare la velocità del compagno svenuto, raggiungerlo e cercare di aprire il suo paracadute. Scende in picchiata per 3 chilometri. Lo raggiunge, ma il corpo di Brambilla ruota vorticosamente su se stesso, afferrarlo è impossibile. Il soccorritore si porta sotto, ma deve trovare una posizione che, una volta aperto, non faccia attorcigliare il paracadute: sarebbe la fine per tutti e due. Suona l’allarme dell’altimetro: i due sono sotto i mille metri, a 10 secondi dall’impatto col suolo. Peckett chiude gli occhi, afferra la maniglia e tira con forza: il paracadute di Brambilla si apre.

Subito dopo anche quello di Peckett che segue preoccupato le ultime fasi del volo. Il compagno è ancora privo di sensi, e l’atterraggio è molto pericoloso per un uomo incosciente, anche perché il vento lo porta vicino ai cavi dell’alta tensione. Ma per Brambilla non è un buon giorno per morire: atterra in una radura, ed è ancora svenuto quando il paracadutista che ha filmato tutto corre verso di lui: lo portano all’ospedale. Sta bene, gli daranno solo otto punti per la ferita sotto il mento. E appena esce può andare ad abbracciare il suo angelo salvatore.



592 - LA LEGGENDA DI SENTIERO LUCENTE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di Jim Thorpe, nativo americano conosciuto dalla sua gente come Sentiero Lucente. Che nel 1912 alle olimpiadi di Stoccolma poco prima di gareggiare nel pentathlon e nel decathlon si accorge che qualcuno gli ha rubato le scarpe chiodate. Impossibile procurarsene di nuove. Lui cerca ovunque, e alla fine trova nei bidoni della spazzatura due vecchie scarpe spaiate. Una gli va larga di almeno due numeri. Per compensare, indossa un paio di calzini in più. Risultato, due medaglie d’oro. Ma questo è solo uno degli aneddoti sulla sua vita. Che assomiglia tanto a una leggenda. Di quelle vere, non di quelle che ci propinano le varie “sfide” televisive che incensano i calciatori ricchi e viziati dei nostri giorni. Ringrazio Antonella Freschi per la segnalazione.

Thorpe nasce nel 1887 in una riserva indiana vicino a Bellemont in Oklahoma. I genitori sono di sangue misto: madri indiane e padri irlandese per lui e francese per lei. Jim è allevato come un nativo americano, e frequenta varie scuole indiane; da bambino perde la madre e il fratellino gemello; quando muore anche il padre ha 17 anni. Lavora in una fattoria, ma torna a scuola, dove scopre le sue eccezionali doti atletiche: in una sfida di salto in alto fra studenti, vestito con i calzoni normali, straccia tutti superando un metro e 85. Pratica qualunque sport, e si fa notare agli studenteschi nel football e nel baseball. L’atletica leggera è solo un divertimento, ma grazie alle sue doti fisiche viene scelto per le nuove discipline del pentathlon e del decathlon alle olimpiadi. Il risultato è trionfale, anche con le scarpe spaiate.

Lui è un ragazzo semplice, il successo lo stupisce. Non ha mai partecipato a una cerimonia, e al sovrano di Svezia che lo elogia premiandolo risponde con un “Grazie, Re!”; in patria lo festeggiano con una parata a Broadway, e lui: “Tutti a gridare il mio nome, non capisco come una persona possa avere così tanti amici”. La felicità è di breve durata: nel 1913 un giornale pubblica la notizia che Thorpe nel 1909 ha preso (pochi) soldi per giocare a baseball: è un professionista. Lui scrive al Comitato olimpico e si scusa: “Sono solo uno studente indiano, non sapevo tutte le regole; davvero, non sapevo che stavo facendo una cosa sbagliata”. Niente da fare. Deve restituire le medaglie, le sue performance vengono cancellate dagli annali. E allora, che professionismo sia: Thorpe diventa una stella dei NY Giants di baseball; ma anche dei Canton Bulldogs di football americano, e di una squadra di basket. E’ vincente in qualsiasi sport. Poi arrivano insieme, il declino fisico e la grande depressione, e lui si riduce in miseria, fa la comparsa nei western e il buttafuori, il marinaio e il muratore. Muore d’nfarto nel 1953, nella roulotte in cui viveva con la terza moglie. 30 anni dopo il Comitato Olimpico gli restituisce i suoi titoli e riconsegna ai figli le medaglie d’oro. O meglio, una copia, perché le sue sono state rubate.




591 - PERDENTI



Sembra impossibile ma…
Ci sono pugili che si guadagnano da vivere perdendo un incontro dopo l’altro, sempre, per tutta la carriera. Atleti mediocri ma indispensabili per allestire le riunioni, in gergo li chiamano journeymen, perché viaggiano di continuo per combattere ovunque e contro chiunque, con la certezza di prendere tanti cazzotti da avversari più forti e di incassare una borsa assai magra.

Peter Buckley, inglese di Birmingham, è detto The Professor perché negli anni è stato picchiato da 42 futuri campioni. Nel 2008, a 39 anni, si ritira al termine del suo trecentesimo match. Di questi, 256 li ha persi, quasi tutti per ko, 12 pareggiati, 32 vinti. E’ il re del journeymen, uno dei pochissimi ad entrare nella storia del pugilato. E’ l’emblema del perdente, ma su di lui si racconta che nonostante le mediocri qualità non abbia mai detto un no, sempre disponibile chiunque fosse l’avversario, Come quella volta che, convocato all’ultimo momento, salì sul ring dopo una sbronza memorabile.

Anche Brad Rone, americano di Cincinnati, non ha mai rifiutato un incontro. Neanche nel 2003, il giorno della morte di sua madre Thelma, colpita da infarto fulminante. Lui è un colosso nero di 120 chili, e gli ultimi 26 match li ha persi tutti per ko. Suona il telefono, lo vogliono il giorno dopo a Cedar City: 800 dollari, gli servono per il funerale. Lui saluta i parenti a Las Vegas e parte: dovrà vedersela con Billy Zumbrun, l’ha già incontrato più volte, ha sempre perso. Sono anche diventati amici. Sale sul ring, ma a Zumbrun non sembra neanche lo scarso pugile che conosce. Al primo duro colpo non si rialza, morirà nonostante i soccorsi. L’autopsia non rileva traumi. E’ morto per infarto, come la madre. Aveva 35 anni.

Ma il capostipite dei journeymen è Joe Grim, alias Saverio Giannone. Nasce ad Avellino nel 1881 e a 10 anni emigra a New York con la famiglia. Nella sua lunga carriera perde quasi tutti gli incontri, ma mai per ko. E’ un incassatore fenomenale, assorbe qualunque colpo, va a terra e si rialza. Sempre. Lo chiamano “The iron man” e tutti i big vogliono confrontarsi con lui. Lo massacrano, ma finisce sempre ai punti. Una volta col campione Fitzsimmons va al tappeto 20 volte, ma la campana finale lo trova in piedi: “Non è umano” commenta l’avversario. E lui dopo ogni match sale sulle corde e grida “Sono Joe Grim e non ho paura di nessuno”. Il ko arriva nel 1910 con Sam McVea. E Joe, deluso, dopo oltre 200 match quasi tutti persi, ma mai prima del limite, si ritira per sempre.

martedì 5 maggio 2020

479 - SAHARA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio il collaboratore del gruppo di “Sembra impossibile ma” Michele Cornacchia per la segnalazione.

Mauro Prosperi nasce a Roma nel 1955; ufficiale di polizia, nel 1984 vince la medaglia d'oro di Pentathlon alle Olimpiadi di Los Angeles. E' il 1994 quando prende parte alla Marathon des Sables, un'ultramaratona che si disputa in Marocco. Il 14 aprile, al quarto giorno di gara, una tempesta di sabbia gli fa perdere l'orientamento. Quando termina, dopo due ore, è solo nel deserto. Si mette in marcia, e dopo 24 ore trova rifugio in un piccolo santuario musulmano abbandonato. Qui passa la notte, e al mattino riprende il cammino nel deserto seguendo i suggerimenti di un Tuareg incontrato prima dell'inizio della gara: se ti perdi, dirigiti verso le prime nubi del mattino. La bussola? Non serve: non ci sono punti di riferimento. E i giorni iniziano a scorrere: caldo tremendo sotto il sole, freddo insopportabile la notte. Ma lasciamo raccontare a lui.

Per dieci giorni ho mangiato erba, cactus, serpenti e topi catturati. Avevo qualche tavoletta di Enervit, ma poche, non volevo andare sovrappeso: che ironia! Ho bruciato il sacco a pelo e lo zaino per scaldarmi di notte e per bollire l' urina. Già, ho bevuto quella, di acqua ne avevo poca in fondo a una borraccia, mi ci sono bagnato le labbra il primo giorno, poi è finita. Mi son detto ok, farà schifo, ma non ho scelta. I momenti terribili sono stati tanti: il 15 e il 16 sono passati due elicotteri e un aereo, ma non mi hanno visto anche se avevo sparato dei razzi. Lasciavo tracce, tutte quelle che potevo: pezzi di scarpe che avevo tagliuzzato, una ciotola, il dentifricio. Mi sono ritrovato anche di fronte alle mie orme, una volta. Avevo girato in tondo. E poi facevo come gli indiani: studiavo le impronte per capire se erano fresche, gli escrementi se erano caldi o freddi. Il 20 la paura è diventata terrore. Al risveglio, al mattino, avevo la gola e la lingua gonfie per via di un liquido che avevo spremuto da una pianta per dissetarmi. Ho guardato in su: c' era un avvoltoio che girava sopra di me, aspettava che morissi. Sono scappato”.

Poi, dopo 10 giorni di deserto, la salvezza ormai inattesa: “Ho visto da lontano degli animali che si muovevano. Non erano cammelli, troppo piccoli; erano pecore, un gregge... persone... vita. Sono crollato a terra di colpo; una vecchia nomade mi ha visto e mi ha porto una ciotola di latte, senza dire una parola. Una tenda, i figli, i nipoti: ero salvo. Mi hanno portato all'ospedale militare di Tindouf”.

Prosperi ha percorso 299 chilometri nella direzione sbagliata, ha perso 15 chili di peso. Ma è vivo. Dopo pochi giorni rientra in Italia. Racconterà la sua odissea nel libro "10 giorni oltre la vita", e in una serie di documentari per National Geographic, Discovery Channel e Netflix. E ripeterà la Marathon des Sables altre 7 volte.

giovedì 19 marzo 2020

402 - IL CAMPIONE CANCELLATO




Sembra impossibile ma…
Leone Jacovacci, straordinario boxeur, campione italiano ed europeo dei medi nel 1928, è stato cancellato dall’albo d’oro e dalla storia del pugilato. Motivo: la sua pelle nera.

Jacovacci nasce nel 1902 a Sanza Pombo, nell’attuale Angola. Il padre è un ingegnere romano, la madre di etnia Babuendi. A 3 anni si trasferisce nel viterbese dove viene cresciuto dai nonni. A 16 anni scappa a Taranto e si imbarca come mozzo su una nave inglese. A Londra esordisce nel pugilato con lo pseudonimo di John Walker, vince numerosi incontri e si trasferisce in Francia. Pugile di enorme potenza fisica, ma agile e dotato di un’ottima tecnica, infila una serie di 25 vittorie consecutive. Ma il suo sogno è tornare in Italia.
Lo fa nel 1922, quando affronta il campione italiano Bruno Frattini a Milano. Domina il match, ma per i giudici vince ai punti l’avversario.

Ripreso il suo vero nome, Jacovacci si trasferisce a Roma e avvia l’iter, che sarà lungo e tormentato, per farsi riconoscere la nazionalità. Nel frattempo passa di vittoria in vittoria, e “er nero de Roma” diventa un idolo per il popolo della capitale. Il 24 giugno 1928 il match che deciderà la sua vita: di fronte a quarantamila persone nello stadio Nazionale sfida Mario Bosisio, milanese, bianco, biondo, il “toro fascista”; in palio ci sono i titoli italiano ed europeo. Balbo, Bottai e D’Annunzio sono in prima fila. Jacovacci domina, la sua vittoria è nitida. La gente canta ''Non ti arrabbiare, caro Bosisio, se Jacovacci ti ha rotto il viso''. I giudici danno verdetto pari. Poi ci ripensano e gli assegnano a malincuore la vittoria. Chi se lo aspettava? Il “negro” di Roma che batte il bianco lumbard davanti alle massime autorità in camicia nera.

Non glielo perdoneranno. E’ l’inizio della fine. Non esiste una sola foto che testimonia il successo, e nei cinegiornali dell'epoca vengono eliminate le sequenze finali del match: quel che resta del filmato dell’Istituto Luce finisce di colpo, mancano gli ultimi minuti. Verrà trasmesso sì nei cinegiornali, ma col commento di Bosisio, lo sconfitto, che sostiene di essere lui il vero vincitore.
Jacovacci, ostracizzato dalla federazione del pugilato, non trova più un ring per combattere. Dopo qualche triste incontro di catch, si ritira e lavora fino agli ultimi giorni a Milano come portiere di un condominio. La sua storia sarà ricostruita da Mauro Valeri nel libro “Nero di Roma: storia di Leone Jacovacci: l'invincibile mulatto italico” e da Tony Saccucci nel docufilm “Il pugile del duce”. Leone Jacovacci muore nel 1983. Quattro anni dopo Sumbu Kalambay diventa campione del mondo. E’ il primo italiano con la pelle nera.

venerdì 6 marzo 2020

382 - LA MARATONETA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio per la segnalazione Simonluca Cavallini, uno dei miei “story-pusher” preferiti, e vi presento Maria Lorena Ramirez, 25 anni, messicana, protagonista di una favola.

Lorena fa parte dei Tarahumara, antica popolazione rurale di origine azteca che vive da sempre in capanne di legno e pietra o addirittura in ripari naturali come le grotte degli altopiani del Chihuaua. Nata in una famiglia di pastori e allevatori, nella vita di tutti i giorni bada al suo gregge di capre. Ma la sua grande passione è la corsa. Sogna di diventare una grande maratoneta, e il suo allenamento quotidiano consiste nel percorrere a piedi 15 chilometri al giorno per portare le capre al pascolo. In passato ha partecipato a qualche corsa nei dintorni, e nella sua comunità è considerata una delle più veloci e resistenti. Ma quando dice di voler partecipare a una gara internazionale, la Cerro Rojo Ultramarathon 2017 di Puebla, la gente sorride. Lei non ci bada, e si mette in cammino. Due giorni a piedi per arrivare a Tlatlauquetepec, poi incontra un corridore locale professionista che le dà un passaggio in auto. Altre 5 ore, ed eccola a Puebla, ai nastri di partenza.

Pronti, via. Cinquecento avversari provenienti da 12 Paesi, quasi tutti equipaggiati con scarpe da running professionali, tessuti in materiale tecnico, energy drink, barrette e supporti tecnologici. In mezzo spicca lei, Lorena, con i suoi abiti quotidiani, gonna lunga a fiori, sandali in gomma riciclata da copertoni usati. A sostenerla per 50 chilometri un fazzoletto, una bottiglietta d'acqua, due gambe e tanta forza di volontà. Un volo lungo 7 ore e 3 minuti, poi contro ogni pronostico taglia il traguardo per prima. Sul podio più alto sorride, mostra felice i 6000 pesos (circa 320 dollari) appena vinti.

Una vittoria scritta nel dna. Perché Lorena è una degli ultimi 50.000 Taramuhara, i leggendari corridori dotati di una resistenza fisica estrema celebrati nel libro “Born to Run” di Christopher Mc Dougall. Taramuhara è il nome spagnolo, nella loro lingua si chiamano Rarámuri, termine antichissimo che significa “abili nella corsa“. Segui il link per vedere Maria Lorena in azione.


sabato 29 febbraio 2020

355 - LA LEGGENDA CORRE SUL FIUME




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di Martin Strel che della sua vita ha fatto una sfida infinita, o se preferite una lunga storia d’amore, con i più grandi fiumi del mondo. E li ha domati tutti.

Martin nasce a Mokronog-Trebelno, un villaggio sloveno a una sessantina di chilometri da Lubiana, 67 anni fa. A 6 anni impara a nuotare nelle acque turbinose del ruscello che scorre sotto casa; all'università vince qualche gara in piscina, ma ha più successo come chitarrista. Il richiamo delle acque però si fa sentire, e nel 1992 firma la sua prima maratona percorrendo il fiume Krka (105 km) in 28 ore. Qualche esperienza in mare (nel 1994 da Lignano e Ravenna, 162,5 km di Adriatico in 55 ore, record mondiale di lunga distanza nel nuoto ininterrotto, nel 1997 dalla Tunisia all’Italia, 78 km in 29 ore, primo a fare la traversata Africa-Europa) poi l’amore per i fiumi riesplode forte. E arrivano le imprese da leggenda.

Nel 2000 il Danubio dalla sorgente all’estuario, record per la maggior distanza percorsa a nuoto (3004 km) in 58 giorni. Nel 2001 ancora Danubio, 504 km senza scalo in 84 ore, record di nuoto non-stop . Nel 2002 il Mississippi (3885 km) in 68 giorni. Nel 2003 il Paraná in Argentina (1930 km) in 24 giorni, dalle cascate di Iguazu a Buenos Aires nel Rio de la Plata a una media di 80 km al giorno. Nel 2004 lo Yangtze in Cina: raggiunge Shanghai dopo 51 giorni e 4003 km, un giorno prima di quanto pianificato. Infine il clou: nell'Aprile 2007 in 65 giorni percorre 5268 km del Rio delle Amazzoni, da Atalaya a Belem: un’odissea fra pericoli di ogni tipo nelle acque turbinose del fiume più grande e più infido del mondo.

Durante le nuotate Martin dorme 5 ore al giorno sulla barca appoggio, e ha un coltello legato alla gamba per eventuali attacchi di squali, serpenti o coccodrilli. “Ma con gli animali – dice – ho buoni rapporti”. Ambientalista convinto, da sempre si batte contro l’inquinamento delle acque. “Io nuoto per la pace, l'amicizia e l'acqua pulita” dice. Al suo palmares manca solo un fiume. “Il Nilo? - sorride – certo, è lunghissimo, ma insignificante. Vuoi mettere con l'impetuoso Rio delle Amazzoni?”. Come dire, roba da pensionati. Magari ora che ha passato i 60… Se volete fare una nuotata con lui, ecco il link per la Strel Swimming Adventures, la compagnia che ha fondato nel 2011 e che offre vacanze “a stile libero” in laghi e fiumi di mezzo mondo e nel Mediterraneo.

 
 

 
 

 

venerdì 7 febbraio 2020

320 - L'INFERNALE MARATONA




Sembra impossibile ma...
La Barkley Marathons è la corsa più massacrante del mondo: dal 1986 ad oggi, soltanto il 2% dei partecipanti è arrivato al traguardo.

E' l'amico Simonluca Cavallini, che ringrazio per la segnalazione, a portarci nel Frozen Head State Park di Wartburg nel Tennessee, dove ogni anno si disputa un’ultratrail così estrema da sembrare un episodio di Hunger Games. La corsa si svolge a fine marzo o a inizio aprile; in 32 edizioni su oltre 1.000 partenti hanno completato la gara solo 18 corridori. I partecipanti ammessi sono 40, e si sfidano su un percorso di 160 chilometri divisi in cinque giri da correre una volta in senso orario ed un’altra in senso antiorario. Il tracciato prevede il superamento di 18.000 metri di dislivello, di giorno e di notte, fra alberi, sterpaglie e rovi. Non si può utilizzare GPS, ma solo mappe cartacee, e i supporti organizzativi sono ridotti al minimo: niente check-point, niente ristori ad eccezione dell'acqua in due punti lungo il percorso, vietato ricevere assistenza se non da altri corridori, non ci sono stazioni né mezzi di soccorso. La gara va completata nel tempo massino di 60 ore; e quasi nessuno ce la fa.

L’inventore è Gary “Lazarus Lake” Cantrell; ad ispirargli l'idea è stato l'assassino di Martin Luther King, evaso dal vicino carcere di massima sicurezza e catturato dopo 55 ore di corsa nei boschi: aveva percorso 13 miglia. “Io in 55 ore ne avrei fatte almeno 100” disse Cantrell, e nacque la Barkley Marathons. Perché al plurale? Nessuno lo sa. Perché dedicata a tale Barkley, amico di Cantrell? Non lo sa neanche lo stesso Barkley. E nessuno sa perché l'iscrizione costa 1 dollaro e 60 centesimi. Requisiti e tempi per presentare la domanda di iscrizione sono segreti, si sa che i potenziali partecipanti devono completare un saggio su "Perché dovrei essere autorizzato a correre nella Barkley". Se accettato, il partecipante riceve una "lettera di condoglianze": “Siamo spiacenti di comunicarti che sei stato ammesso alla Barkley Marathons”. Il circuito inizia e finisce al cancelletto giallo del car park; Cantrell si accende una sigaretta per dare il via, il pettorale numero uno viene assegnato alla persona ritenuta più debole, detta "il sacrificio umano"; lungo il percorso, che cambia ogni anno, ci sono 9 libri da cui il concorrente deve strappare la pagina corrispondente al suo pettorale per dimostrare il passaggio, e quando un corridore si ritira, Cantrell lo segnala con tre squilli di tromba. Nel 2018 la tromba ha suonato 40 volte.
 

 
 

 



871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...