Visualizzazione post con etichetta Frontiere della scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Frontiere della scienza. Mostra tutti i post

domenica 11 ottobre 2026

888 - IL REATTORE NUCLEARE DI DUE MILIARDI DI ANNI FA

 


Nel 1972 alcuni scienziati scoprirono in Africa qualcosa di impossibile: i resti di un reattore nucleare vecchio di quasi due miliardi di anni.

Tutto comincia in Francia, durante un controllo sull’uranio estratto nella miniera di Oklo, in Gabon. Qualcosa non torna: nei campioni manca una piccola parte di uranio-235, l’isotopo che permette di alimentare una reazione nucleare a catena. Le analisi vengono ripetute. L’anomalia rimane.

Seguendo quella minuscola differenza, i ricercatori arrivano a una conclusione che a prima vista è ai confini della realtà: qualcuno ha già “bruciato” il combustibile. Le proporzioni degli elementi presenti nelle rocce conservano le tracce di antichissime reazioni di fissione.

Quasi due miliardi di anni prima, nel giacimento si erano concentrate quantità sufficienti di uranio. All’epoca la percentuale naturale di uranio-235 era più alta di oggi: il suo decadimento radioattivo non l’aveva ancora ridotta ai livelli attuali. Poi nelle rocce era penetrata l’acqua.

Una reazione nucleare trasforma il nucleo, il minuscolo centro di un atomo. Qui avviene la “fissione”: un nucleo di uranio si spezza, liberando energia sotto forma di calore e piccole particelle, i neutroni. Questi possono colpire e spezzare altri nuclei, che liberano altri neutroni: come una fila di domino, la reazione diventa una catena. L’acqua rallenta i neutroni liberati dalla fissione, permettendo loro di spezzare altri nuclei. Ogni nucleo spezzato libera energia e nuovi neutroni. La reazione si alimenta da sola.

Gli studi nella miniera hanno identificato diverse zone nelle quali il fenomeno si era ripetuto. Sotto quello che sarebbe diventato il Gabon, un deposito minerale si è trasformato in un reattore. Senza tecnici, senza cemento, senza una sala comandi: sono bastate rocce, uranio e acqua.

Quando nel dicembre 1942 Fermi accese il primo reattore costruito dall’uomo, quello creato dalla natura in una miniera africana era spento da quasi due miliardi di anni. Credevamo di inaugurare il futuro, avevamo solo ripercorso una traccia del passato.




📌 Ti piacciono le storie incredibili ma vere? Iscriviti gratuitamente alla newsletter LE MILLE E UNA STORIA.

📚 Vuoi leggerne altre 399? Scopri il mio libro STORIE STRAORDINARIE.

lunedì 5 ottobre 2026

883 - IL CELACANTO SUL TAXI


 

Per settanta milioni di anni la scienza lo aveva creduto estinto. Poi, una giovane naturalista lo trovò sotto un mucchio di pesci morti, lo caricò su un taxi e lo portò al museo.

East London, Sudafrica, 22 dicembre 1938. Marjorie Courtenay-Latimer dirige il piccolo museo di storia naturale. Quel giorno sale sul peschereccio Nerine per cercare qualche esemplare interessante.

Tra squali, slime e pesci di scarto vede spuntare una pinna azzurra. Fa spostare tutto e si trova davanti a una creatura lunga circa un metro e mezzo, coperta da grandi scaglie blu-grigie e con strane pinne carnose, simili a piccoli arti. Non ha mai visto niente del genere, non ha idea di che pesce sia, ma capsce che è qualcosa di speciale.

Lo porta via in un sacco, sale su un taxi con lo strano bagaglio, e va di corsa al museo. E qui cominciano i problemi. E' piena estate, il pesce inizia a deteriorarsi. Come conservarlo? Marjorie cerca inutilmente un deposito frigorifero, prova perfino all’obitorio cittadino: niente da fare. Lo porta da un tassidermista, avvolto in giornali impregnati di formalina.

Quando finalmente l’ittiologo J. L. B. Smith riceve il suo disegno, 11 giorni dopo, intuisce subito che cè qualcosa di enorme. Il 16 febbraio 1939 Smith arrivò a East London. Non ha dubbi: è un celacanto, appartenente a un gruppo conosciuto soltanto attraverso fossili e ritenuto scomparso dalla fine del Cretaceo. Il 18 marzo annuncia ufficialmente la scoperta su Nature.

Lo chiama Latimeria chalumnae: *Latimeria* in onore di Marjorie, chalumnae dal fiume Chalumna, il luogo della cattura. Un secondo esemplare sarà trovato soltanto nel 1952, alle Comore, dove i pescatori locali già conoscevano quel pesce con il nome di gombessa.

Marjorie non aveva riconosciuto il celacanto. Aveva però riconosciuto l’anomalia. Dove tutti vedevano un grosso pesce morto, lei ha visto qualcosa di strano e diverso, che doveva assolutamente essere salvato. Così un animale creduto scomparso da milioni di anni è tornato nella storia della scienza nel più strano dei modi: sul sedile di un taxi.



📌 Ti piacciono le storie incredibili ma vere? Iscriviti gratuitamente alla newsletter LE MILLE E UNA STORIA.

📚 Vuoi leggerne altre 399? Scopri il mio libro STORIE STRAORDINARIE.

domenica 4 ottobre 2026

882 - LA FISICA DI MPEMBA


 

Erasto Mpemba, studente tredicenne della Magamba Secondary School, in Tanzania, mise nel congelatore una miscela bollente. E si rese conto che incredibilmente, la sua miscela gelò prima di quelle che i compagni avevano messe nel congelatore già fredde.

Anno 1963, nella scuola secondaria è in corso... un esperimento di fisica? No, un’attività scolastica di cucina. Gli studenti hanno preparato una miscela per fare il gelato facendo bollire latte e zucchero. Devono aspettare che si raffreddi, ma lo spazio è poco ed Erasto teme che gli altri occupino tutti i ripiani. Così inserisce il recipiente ancora bollente. Quando torna, la sua miscela si è solidificata mentre quelle messe dentro già fredde dei compagni sono ancora molli.

Lo racconta al professore. Lui gli dice che non è possibile, sicuramente si è sbagliato. I compagni lo deridono. Nasce anche un modo di prenderlo in giro: quando qualcosa si comporta al contrario del previsto, la chiamano «fisica di Mpemba». Erasto però ha visto con i suoi occhi, e non si arrende. Inizia a fare prove.

Qualche tempo dopo Denis Osborne, docente di fisica all’University College di Dar es Salaam, visita la scuola. Davanti a tutti, il ragazzo gli pone la domanda assurda: perché, in certe condizioni, l’acqua calda congela prima di quella fredda? Tutti ridono. Osborne no. Tornato in laboratorio, ripete l’esperimento e vede che il ragazzo ha ragione. Nel 1969 i due firmano insieme un articolo scientifico intitolato semplicemente «Cool?».

Oggi il fenomeno è conosciuto come effetto Mpemba. Non accade sempre: dipende dai recipienti, dalle temperature, dall’evaporazione, dai movimenti dell’acqua e dal modo in cui nasce il ghiaccio. Sull'onda degli studi avviati sul fenomeno, i ricercatori scoprono anche che Aristotele aveva descritto un paradosso simile più di duemila anni prima nella sua Meteorologica.

E la spiegazione scientifica? Il congelamento è un fenomeno più complesso di quanto si pensi, e implica molti parametri. In questi anni sono state proposte molte teorie per questo comportamento controintuitivo, ma ad oggi non è ancora stata trovata una spiegazione soddisfacente.

Intanto quel termine che i ragazzi della scuola tanzaniana avevano coniato per deridere il loro compagno di classe, la «fisica di Mpemba», è entrato a pieno titolo nei libri di fisica di tutto il mondo, per indicare quel fenomeno che la scienza ufficiale negava, ma che un ragazzino di 13 anni ha dimostrato, credendo semplicemente a ciò che aveva osservato.




📌 Ti piacciono le storie incredibili ma vere? Iscriviti gratuitamente alla newsletter LE MILLE E UNA STORIA.

📚 Vuoi leggerne altre 399? Scopri il mio libro STORIE STRAORDINARIE.

mercoledì 30 settembre 2026

878 - I CAMPANELLI PERPETUI


 

A Oxford c'è una batteria che non è mai stata ricaricata né sostituita e continua a far suonare due campanelli da circa 186 anni. Nessuno osa aprirla, perché per scoprire il suo segreto bisognerebbe interrompere l’esperimento.

L’apparecchio si trova nel Clarendon Laboratory dell’Università di Oxford. Fu acquistato dal professore di fisica Robert Walker e porta ancora un’etichetta scritta di suo pugno: «Installato nel 1840». Potrebbe però essere stato costruito anche 15 anni prima.

È formato da due antiche pile voltaiche collegate a due campanelle di ottone. Nel mezzo è sospesa una sferetta metallica di appena quattro millimetri. Attratta prima da una campana e poi dall’altra, la pallina trasferisce una minuscola carica elettrica e continua a oscillare due volte al secondo. Un colpo a destra. Uno a sinistra.

Lo fa da quando la regina Vittoria era sul trono, Garibaldi non aveva ancora intrapreso la spedizione dei Mille e l’Italia non esisteva come Stato. La campanella ha prodotto almeno dieci miliardi di rintocchi. Che però non è facile sentire: la corrente è debolissima e l’apparecchio è chiuso dietro una doppia protezione di vetro. Lo si vede lavorare in silenzio.

Il principio generale è noto. Le pile forniscono circa duemila volt ma una corrente infinitesima, nell’ordine di un miliardesimo di ampere: abbastanza per spostare la piccola sfera consumando pochissima energia. La composizione interna, invece, resta incerta. Probabilmente contiene migliaia di sottili dischi metallici alternati a carta trattata, sigillati dallo zolfo per conservare la giusta umidità.

Non è un moto perpetuo. Un giorno la batteria si scaricherà oppure il battaglio si consumerà. Ma per sapere com’è fatta davvero occorrerebbe smontarla, distruggendola. Così gli scienziati aspettano. E la batteria continua a custodire il proprio segreto nel modo più semplice: ripetendolo due volte al secondo, da quasi due secoli.



📌 Ti piacciono le storie incredibili ma vere? Iscriviti gratuitamente alla newsletter LE MILLE E UNA STORIA.

📚 Vuoi leggerne altre 399? Scopri il mio libro STORIE STRAORDINARIE.

giovedì 24 settembre 2026

873 - L'INTERVENTO IMPOSSIBILE DI 2600 ANNI FA

 

La prima operazione di cataratta? 2600 anni fa. Senza anestesia, senza antibiotici, senza microscopio.

Un uomo teneva ferma la testa del paziente e un altro gli infilava un ago nell’occhio. La tradizione attribuisce una delle più antiche descrizioni dell’intervento al medico indiano Sushruta, vissuto intorno al 600 a.C. La prudenza però è obbligatoria: gli studiosi moderni discutono sia la data esatta sia la formazione del testo che porta il suo nome, la Sushruta Samhita, composto e rielaborato nel corso del tempo. Quello che è assolutamente certo è che sia nel mondo indiano che in quello greco-romano al tempo di Cristo si eseguivano già interventi di cataratta.

La tecnica era brutale e geniale insieme. Oggi la chiamiamo couching. Il chirurgo non eliminava il cristallino diventato opaco: introduceva lateralmente nell’occhio una sottile asta e lo spingeva verso il basso, fuori dall’asse della pupilla.

Il paziente rimaneva così senza cristallino e vedeva comunque molto male. Ma chi prima distingueva soltanto luce e ombre poteva tornare a riconoscere forme e persone. Per l’epoca era un miracolo.

Nel I secolo d.C. il romano Aulo Cornelio Celso descrisse l’operazione con impressionante precisione. Il paziente siede in un luogo ben illuminato, rivolto verso la fonte di luce (spesso la stessa luce solare), il chirurgo leggermente più in alto e un assistente gli tiene ferma la testa. L’ago viene introdotto nella parte bianca dell’occhio evitando i vasi sanguigni.

Gli antichi non conoscevano retina, pressione intraoculare e fisiologia della visione come noi. Eppure, attraverso esperienza e osservazione, avevano individuato perfino una zona relativamente favorevole per penetrare nell’occhio.

E l’anestesia? Non esisteva.Dolore, quindi, ma solo nel momento in cui l'ago penetrava, perché l'interno dell'occhio ha scarsa sensibilità al dolore. Per secoli la ricetta fu: restare immobili e respirare profondamente durante la manovra. Ma il vero rischio era un altro: infezioni, emorragie, infiammazioni e perdita definitiva della vista.

La rivoluzione arriva nel Settecento. Jacques Daviel comprende che invece di spostare il cristallino opaco si può estrarlo. Da lì il percorso accelera: antisepsi, anestesia, microscopio, incisioni sempre più piccole.

Nel 1949 Harold Ridley impianta nell’occhio una delle prime lenti artificiali moderne. Nel 1967 Charles Kelman introduce la facoemulsificazione con ultrasuoni, alla base della tecnica usata ai giorni nostri.

Oggi il paziente fissa una luce intensa, il chirurgo lavora al microscopio, il cristallino viene frammentato e aspirato attraverso un’incisione minuscola e al suo posto entra una lente artificiale calcolata su misura. Un'operazione indolore che si esegue in pochi minuti ambulatorialmente.

Dall'ago nell'occhio alla facoemulsificazione, mondi lontanissimi. Ma c'è un dettaglio affascinante che li lega: un principio ottico comune. Oggi come due millenni fa il paziente viene rivolto verso una potente fonte luminosa: un tempo “accecato” dal sole, oggi dal fascio luminoso abbacinante del microscopio, che cancella alla vista (per fortuna) anche tutte le manovre del chirurgo. Duemila anni di storia della medicina in un raggio di luce.

📌 **Se vuoi trovare altre storie vere, sorprendenti e poco conosciute, segui il link nel primo commento.**




venerdì 6 febbraio 2026

858 - UN PASSO OLTRE LA SOGLIA


  

Ricordate quel vecchio film degli anni novanta, “Flatliners” dove un gruppo di studenti di medicina conduce esperimenti clandestini per studiare cosa succede dopo la morte?

Al cinema l'esperimento finisce malissimo. Nella realtà le cose sono andate meglio. Già, perché a Londra, 13 volontari hanno fatto qualcosa di simile: non hanno fermato il cuore, ma hanno spento per pochi minuti le coordinate ordinarie della coscienza, per provare il brivido di chi ha sbirciato oltre il confine.

Sono “morti” per qualche istante. Non davvero, ma abbastanza da poter tornare indietro per raccontare immagini, sensazioni, visioni. E hanno scoperto che assomigliano in modo inquietante a quelle di chi dopo esser stato dichiarato clinicamente morto, è invece sopravvissuto.

Le cose sono andate così: laboratori dell’Imperial College London, l'esperimento (i cui risultati saranno pubblicati nel 2018 col titolo “DMT Models the Near-Death Experience”) è organizzato dal gruppo che studia gli effetti delle sostanze psichedeliche sulla mente.

Ai partecipanti viene somministrata per via endovenosa la DMT, dimetiltriptammina: una molecola potentissima, capace di scardinare in pochi minuti le coordinate ordinarie della coscienza. In un’altra sessione, indistinguibile per ritualità ma non per effetti, ricevono un placebo. Poi raccontano. E gli studiosi misurano.

Per capire quanto ciò che hanno vissuto somigli a un’esperienza di pre-morte – le celebri NDE, (Near Death Experiences) - i ricercatori usano una scala standardizzata, la Greyson Scale, un questionario che indaga sensazioni come il distacco dal corpo, la pace profonda, la percezione di entrare in un “altro luogo”.

Il risultato è sorprendente: tutti (e solo) i volontari sotto DMT superano la soglia che definisce un’esperienza “di tipo NDE”. Parlano di quiete assoluta, di un io che si sfila dal corpo come un abito lasciato sulla sedia, di un passaggio – spesso descritto come un tunnel – verso un reame in cui tempo e spazio non obbediscono più alle leggi comuni. Non è il paradiso delle religioni, ma in qualche modo gli assomiglia.

C’è però una differenza sottile, quasi filosofica. Chi ha davvero rischiato la morte racconta spesso di un “punto di non ritorno”. Chi assume DMT no: sa, in fondo, che tornerà indietro. È una morte senza addio. Comunque un indizio di “vita oltre la vita?”. Forse. O forse no. La risposta, se c'è, vola nel vento.

Perché c'è l'altra ’ipotesi, quella più inquietante, maneggiata con cautela dagli scienziati: la DMT è presente anche nel nostro organismo, in quantità minime. Che abbia un ruolo nei momenti estremi della vita è una possibilità, anche se non provata. Ma l’idea che il cervello, sull’orlo dell’abisso possa regalarsi un ultimo racconto per attutire lo shock è troppo potente per non farci tremare.

giovedì 29 gennaio 2026

848 - TOPI, RANE E IDROMELE: PRIMA DELLE DUE LINEETTE


  

Per millenni, prima che due lineette decidessero il destino di una donna, il test di gravidanza è stata una faccenda da indovini, officianti e… giardinieri.

Oggi basta un minuto in bagno. Ieri, invece, servivano grano, rane, topi e una discreta dose di fede. La storia del test di gravidanza comincia nell’antico Egitto, quando la medicina non ha paura di sporcarsi le mani.

Nei papiri ginecologici di Kahun, attorno al 1800 a.C., si legge di un metodo tanto semplice quanto sorprendente: l’urina della donna viene versata su semi di cereali. Se germogliano, la gravidanza è probabile. Se non cresce nulla, si riprova.

Il sesso del nascituro? Questione più simbolica che scientifica: orzo per il maschio, grano per la femmina. Funziona davvero? In parte sì: oggi sappiamo che l’urina delle donne incinte contiene sostanze che possono favorire la germinazione. Non male, per un test ante litteram.

I greci non sono da meno. Ippocrate suggerisce bevute strategiche di idromele: se arrivano coliche notturne, il concepimento è avvenuto. Nel Corpus Hippocraticum si parla persino di fumigazioni sotto le vesti per stabilire la fertilità: se l’odore arriva alla bocca, il corpo è “aperto”. Un’idea bizzarra, ma coerente con la visione del corpo come sistema di canali comunicanti.

Nel mondo romano, il confine tra medicina e divinazione si fa ancora più sottile. Svetonio racconta che Livia, futura madre dell’imperatore Tiberio, covò un uovo nel seno per predire il sesso del bambino. Nacque un gallo. E nacque Tiberio.

Poi arriva il Medioevo e l’urina diventa un oracolo. Colori, vapori, “nebbie” e sedimenti vengono scrutati come fondi di caffè. Finché nel Cinquecento un medico, Scipione Mercurio, ha il coraggio di dirlo chiaramente: leggere la gravidanza nell’urina è roba da ciarlatani, non da medici. Non sa quanto ha torto.

La vera svolta arriva infatti nel Novecento, e non è indolore. Nel 1928 i medici Aschheim e Zondek scoprono che proprio l’urina delle donne incinte contiene un ormone capace di far maturare le ovaie di animali da laboratorio. Nasce così il primo test “scientifico”: topine, conigli, rane. Molti animali non sopravvivono alla diagnosi.

Le rane Xenopus, però, hanno un talento speciale: se l’urina è positiva, deponevano uova in poche ore. Test rapido, animale salvo. Non tutto, però, va per il meglio: il commercio globale di anfibi contribuisce alla diffusione di un fungo letale che ancora oggi minaccia molte specie.

Negli anni Sessanta l’immunologia prende il posto degli animali. Gli anticorpi imparano a riconoscere l’ormone della gravidanza, la famosa hCG. Negli anni Settanta i test entrano in farmacia. Negli Ottanta diventano “one-step”. Negli anni Novanta arrivano gli enzimi e i display digitali.

Oggi basta attendere pochi minuti. Ma dietro quelle due lineette c’è una lunga storia di cereali annaffiati, uova covate, rane importate, ciarlatani e medici scettici. E' la magia che, passo dopo passo, è diventata scienza.


venerdì 23 gennaio 2026

842 - PSICANALISI E DISCHI VOLANTI


  

Il 14 dicembre del 1954, nel deserto dell’Arizona, Wilhelm Reich, celebre psicoanalista, allievo di Freud, punta uno strano marchingegno artigianale verso il cielo: obiettivo, combattere gli Ufo.

La bizzarra macchina, fatta di tubi metallici collegati all’acqua di un fiume, serve nelle sue intenzioni a manipolare l’energia invisibile che governa la vita, il clima e persino l’universo. Quella sera lo scienziato scrive per la prima volta di aver combattuto una battaglia interplanetaria contro un oggetto volante non identificato.

Reich non è un visionario qualunque. Medico, psicoanalista, allievo della Vienna freudiana, negli anni Trenta individua e dà un nome all’energia invisibile che, secondo lui, permea la vita e il cosmo: l'orgone.

Azzurra, pulsante, vitale. E' l'energia sessuale repressa che ognuno dovrebbe liberare per risolvere le tensioni psicofisiche: troppa, e stai bene. Bloccata, e ti ammali. Per trattenerla costruisce gli accumulatori di orgone: scatole di legno e metallo in cui sedersi come in una cabina dell’anima.

Nel 1941 coinvolge perfino Albert Einstein: il fisico misura, osserva e conclude che non c’è nessuna nuova energia, solo normali fenomeni termici. Lui non accetta il verdetto. E' l’inizio di una frattura col mondo.

Reich, sempre più isolato, sposta lo sguardo verso il cielo, e individua il Dor (Deadly Orgone), una forma letale di orgone, associata a siccità, desertificazione, depressione vitale.

Sono gli anni Cinquanta, e le segnalazioni di Ufo si moltiplicano. Lo scienziato fa due più due: i veicoli extraterrestri esistono, e funzionano con l’orgone, ma per produrlo emettono Dor, avvelenando l’ambiente terrestre. Sono gli alieni con questa energia letale a causare la desertificazione della Terra.

Così inizia la sua guerra personale agli Ufo combattuta a colpi di cloudbuster, il macchinario di sua invenzione che ripulisce il cielo dal Dor, e ne racconta le vicende in “Contact with Space”.

Le sue attività fanno discutere, e finiscono per richiamare l'attenzione delle autorità americane che gli vietano di vendere i suoi accumulatori e altro materiale terapeutico. Reich rifiuta di piegarsi.

Lo processano e lo assolvono dalle accuse, ma lo condannano per oltraggio alla corte: due anni senza condizionale. I suoi libri vengono distrutti, gli apparecchi smantellati: una scena da America maccartista, con il fuoco al posto del dialogo.

Nel marzo del 1957 Reich entra nei penitenziario federale di Lewisburg, in Pennsylvania. Chiede una sola cosa: di poter continuare a scrivere e lavorare in carcere. Glielo negano.

Morirà in cella pochi mesi dopo, il 3 novembre 1957, ufficialmente per insufficienza cardiaca, a 60 anni, pochi giorni prima dell’udienza che doveva riaprire il suo caso.


mercoledì 10 settembre 2025

820 - EFFETTO LUCIFERO


 

Era cominciato come un gioco: “Io faccio la guardia, tu il prigioniero, ci divertiamo due settimane e ci pagano pure”. Nel giro di 48 ore nessuno rideva più.

Basta una divisa, un numero cucito addosso e una porta che si chiude alle spalle.per trasformare il ragazzo della porta accanto in un demonio. A Stanford, in California, un seminterrato divenne una prigione, studenti di psicologia si vestirono da guardie e da detenuti, e in meno di due giorni il gioco diventò incubo.

Agosto 1971, nei sotterranei della Stanford University il giovane psicologo Philip Zimbardo decide di mettere alla prova il potere dei ruoli sociali. Così seleziona 24 studenti, tutti considerati equilibrati, per vivere due settimane in una prigione fittizia, e li divide in due gruppi: 12 guardie, 12 detenuti.

E' la vera polizia di Palo Alto che arresta i 12 “delinquenti”, li fotografa, li benda. Privati del nome e con un numero cucito sulla divisa, i ragazzi vengono rinchiusi in cella con una catena alla caviglia. E qui entrano in azione le 12 guardie, con occhiali a specchio e manganello. Hanno un’unica regola: non picchiare. Per il resto, libertà totale.

Dopo meno di due giorni è già rivolta: le uniformi strappate, i detenuti barricati in cella. Le guardie rispondono con estintori, isolamento, privazioni. L’accesso ai bagni diventa un privilegio, il cibo un’arma di ricatto.

Punizioni umilianti nascono spontanee: flessioni con un compagno in piedi sulla schiena, secchi sporchi lasciati in cella, sacchetti in testa. Uno a uno, i prigionieri cominciano a cedere: crisi emotive, pianti, rifiuto di mangiare. Persino Zimbardo e il suo staff finiscono per comportarsi più da direttori di carcere che da scienziati.

Il sesto giorno, durante una visita, la psicologa Christina Maslach guarda quei ragazzi: nudi, incatenati, la disperazione negli occhi. Incredula, dice a Zimbardo: “Ma ti rendi conto di quello che stai facendo?”. E' la frase che mette la parola fine alla simulazione prima che accada qualcosa di irreparabile.

L'esperimento è andato avanti per 6 giorni, invece dei 14 previsti. Ma sono bastati per mostrare che, in certe condizioni, il confine tra il bene e il male non è un muro: è una porta socchiusa. E' l'Effetto Lucifero, come lo chiamerà Zimbardo nel libro “The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil”, e come da allora sarà conosciuto nel mondo della psicologia.

venerdì 2 maggio 2025

765 - IL PARADISO DEI TOPI


  

Dio ha il camice bianco, e il paradiso e' un recinto quadrato con tutti i comfort, una sorta di Truman show per topi.

Si chiama Universe 25, il nome glielo ha dato John B. Calhoun, il demiurgo in camice bianco. Quattro pareti alte al centro di un laboratorio, mangiatoie sempre piene, acqua fresca a volontà, nidi in quantità. Nessun predatore. Nessuna malattia. Nessun bisogno insoddisfatto. Un mondo ideale. Un sogno di ordine e abbondanza. Dentro, una piccola colonia di topi, puliti, sani, selezionati.

Siamo al National Institute of Mental Health di Poolesville, nel Maryland, e Calhoun è un etologo e psicologo. Obiettivo dell'esperimento, condotto fra il 1968 e il 1972, studiare il comportamento sociale attraverso la simulazione di un'utopia. Come è andata? Vediamolo insieme step by step.

Fase 1 – Adattamento: tutto procede tranquillamente.C’è cibo, c’è spazio, tutto va nel verso giusto. E' il sogno americano in versione roditore. Ma come ogni utopia, anche questa ha un orlo scucito, un piccolo strappo da cui comincia a penetrare l’inquietudine.

Fase 2 – Esplosione demografica: i topi si riproducono senza freni, la popolazione raddoppia ogni 55 giorni. Il giorno 315 la colonia conta 600 roditori, i problemi iniziano con la lotta per il territorio

Fase 3 – Saturazione: i maschi dominanti diventano iper-aggressivi, gli altri fuggono, si isolano, diventano apatici. Anche le femmine diventano aggressive, perdono l'istinto della maternità, non curano più i cuccioli, li abbandonano, alcune li divorano. Un gruppo di topi sviluppa comportamenti ossessivi, come la toelettatura compulsiva. Poi nascono loro, i “Beautiful ones”. Bellissimi, lucidi, impeccabili. Non litigano, non si accoppiano, non si sporcano mai. Stanno ore a pulirsi il pelo, sono topi-narciso, creature splendide e inutili. Vivono solo per sé stessi, senza relazioni, non combattono, non si riproducono.

Fase 4 – Collasso: la popolazione smette di crescere e poi inizia a diminuire rapidamente, nessuno si accoppia più. E nessun componente della colonia sembra farci caso. Non c’è più desiderio, non c’è più eros, non c’è più voglia di svolgere qualunque attività. I topi, semplicemente, si dimenticano come si vive. E così, in un ambiente perfetto, uno dopo l'altro muoiono. Tutti.

Nel silenzio ovattato del laboratorio Calhoun osserva dall'alto, come un Dio lontano e imperturbabile, senza intervenire. Guarda il paradiso trasformarsi in inferno. Non per fame, non per guerra ma per vuoto. Fino all'ultimo topo. Il resto è silenzio.

Lo studio di Calhoun si conclude con una diagnosi spaventosa: “morte comportamentale”. Vinte le malattie, la fame, i pericoli e le paure la società collassa per sovrappopolazione, assenza di stimoli, perdita di ruoli. Una lezione amara, che sembra sussurrare all’orecchio di ogni civiltà troppo sicura di sé: non basta riempire i frigoriferi e cancellare i pericoli; se l'unico scopo è soddisfare ogni bisogno, se togli le relazioni, se togli il senso, togli anche l’anima.

Tranquilli comunque, dall'esperimento sono passati più di 50 anni, e oggi la maggior parte degli studiosi sottolinea che sarebbe un errore fare due più due e applicare agli esseri umani le conseguenze di un test condotto sui roditori. Insomma, siamo uomini, non topi. O no?



mercoledì 30 settembre 2020

736 - ONESIMUS


 

Sembra impossibile ma...

Forse definirlo “il padre dei vaccini” è eccessivo, ma certo il suo contributo per la scoperta è stato determinante. E' Elisabetta Ranghino, che ringrazio, a segnalarmi la storia di Onesimus, schiavo africano deportato in America ai primi del 700. Il nome di Onesimus compare per la prima volta nel 1706, nel documento con cui lo schiavo viene regalato ad un personaggio illustre, Cotton Mather, ministro puritano fra i più attivi in Massachussets nei processi alle streghe. Nei suoi scritti Mather dice che è di etnia "Guaramantee" (i Coromantee Akan del Ghana?), è “infido e svogliato”, e lo sorveglia perché teme che lo derubi. Siccome però ritiene suo compito convertire gli schiavi al cristianesimo e istruirli, e visto che è assai più brillante dei suoi coetanei, lo fa studiare e in seguito gli dà anche un salario.

Nel 1721 a Boston scoppia una terribile epidemia di vaiolo. Il 30% dei contagiati muore, gli altri restano deturpati da cicatrici causate dalle vaste eruzioni cutanee. Onesimus dice al suo padrone che lui non ha paura del vaiolo. Lo protegge un'antica pratica africana. Mather, incuriosito, ne parla con un suo amico, il dottor Boylston, poi scrive una lettera alla Royal Society of London: “Il mio negro Onesimus, un tipo intelligente – spiega - mi disse che aveva subito un'operazione che gli aveva dato qualcosa del vaiolo, e lo avrebbe preservato per sempre da esso; e chiunque avesse il coraggio di farla, sarebbe per sempre libero dalla paura del contagio. Mi ha descritto l'operazione e mi ha mostrato nel suo braccio la cicatrice”.

L'antica pratica consiste nello sfregare gocce di pus di una persona infetta in una piccola ferita praticata sul braccio di una sana. Non proprio una vaccinazione, ma quanto basta per attivare la risposta immunitaria del ricevente. Boylston, convinto delle potenzialità di quella che chiama “inoculazione” comincia a sperimentare. E lo fa col figlio di 6 anni e con 2 dei suoi schiavi. Quando i bostoniani (intanto la metà di loro ha contratto l'infezione) iniziano a rivolgersi a Mather e Boylston, esplode la polemica. I giornali li attaccano e li ridicolizzano, i medici sostengono che l'inoculazione diffonderà la malattia, i religiosi che è immorale interferire con la volontà della divina provvidenza. E in tanti pensano che sia uno stratagemma degli schiavi neri per avvelenare i padroni bianchi. Viene anche lanciato un ordigno esplosivo attraverso la finestra di casa Mather.

Di lì a poco, i denigratori si dovranno ricredere: delle 242 persone inoculate, solo 6 muoiono, una su 40; i decessi fra chi non ha subito la procedura sono invece quasi uno su 3. Solo nel 1796 la tecnica di inoculazione sarà sostituita da un vero vaccino, realizzato da Edward Jenner sviluppando principi analoghi ma utilizzando il vaiolo bovino per provocare l'immunità contro la malattia. Di Onesimus a quel punto si è perso il ricordo; gli scritti del suo padrone ci dicono che si è sposato, ha avuto due figli ma sono morti tutti e due ancora bambini. Mather a quel punto ha fatto di tutto per farlo convertire, ma inutilmente; deluso per l'inutilità dei suoi sforzi ha poi deciso di non tenerlo più in casa. Così l'ha liberato, ma in cambio ha preteso da lui i soldi per acquistare un altro schiavo, la restituzione di altre 5 sterline frutto di un presunto furto, e l'impegno di lavorare per lui qualora ne avesse bisogno.

Nel 2016 il Boston Magazine Survey ha inserito Onesimus fra i "Migliori bostoniani di tutti i tempi". Nel 1980 l'Oms ha sancito ufficialmente la scomparsa del vaiolo (unica malattia infettiva ad esser stata completamente eliminata) grazie alla diffusione in tutto il mondo delle pratiche di immunizzazione.

Guarda i video con la storia di Onesimus.






mercoledì 5 agosto 2020

712 - TUTTI I COLORI DEL MONDO


Sembra impossibile ma...

Certe sensazioni si possono solo immaginare: cosa prova una persona che ha sempre visto il mondo in bianco e nero quando scopre i colori? Per farcene un'idea seguiamo Jonathan Jones, un ragazzo di 12 anni di Cottonwood nel Minnesota. Ringrazio Norberto Colella per la segnalazione, e vi racconto la storia di Jonathan che, affetto da daltonismo, grazie a un paio di occhiali speciali ha visto i colori per la prima volta.

Entriamo nell'aula della Lakeview High School; è qui a fine 2019 che uno dei docenti, il professor Scott Hanson, scopre che il ragazzo è daltonico. Proprio come lui. L'insegnante però già da tempo conosce l'esistenza di speciali lenti che permettono (in alcuni casi, non in tutti, perché esistono vari tipi di daltonismo) di correggere il problema. Così Hanson organizza una lezione speciale: invita i familiari del ragazzo con in testa la madre Carole e realizza per i suoi allievi uno straordinario esperimento “dal vivo”.

Sotto lo sguardo attento dei compagni di classe Jonathan, un po' titubante, inforca gli occhiali speciali e... dopo qualche attimo di sorpresa comincia a piangere: quello che vede è troppo bello. Sì, per lui i filtri delle lenti funzionano alla perfezione. Non era scontato, perché esistono varie forme di discromatopsia, e solo alcune sono suscettibili di miglioramento. I vari strumenti disponibili, dalle app per smartphone realizzate di recente alle operazioni chirurgiche, a volte correggono in parte il difetto, raramente sono risolutive. Ma con quelle lenti Jonathan scopre l'arcobaleno.

Il professore, dopo avergli asciugato le lacrime, gli mostra la tavola periodica degli elementi chimici che, guarda un po', sono raggruppati per colore. Mamma Carole non sta nella pelle per la felicità, e dopo aver acquistato gli occhiali speciali - costo 350 dollari - avvia una raccolta fondi su GoFundMe per comprare occhiali per altri bambini daltonici, e in pochi giorni raggiunge 29.000 dollari. Anche perché il fratello di Jonathan che ha ripreso tutta la lezione, ha poi postato il video su Twitter, dove in breve è diventato virale. Un consiglio: prendetevi due minuti e guardatelo anche voi; il momento in cui Jonathan scopre i colori del mondo non si può raccontare a parole.





sabato 20 giugno 2020

671 - WASABI? CHIAMATE I POMPIERI!



Sembra impossibile ma…
In Giappone è stato realizzato un rilevatore predisposto per attivarsi in caso di fumo e di incendio che funziona a… wasabi.

La temibile pasta verde che abbiamo imparato a conoscere accompagnata a sushi e sashimi (e a temere da quando, aumentando un minimo la dose, ci siamo ritrovati con uno tsunami nelle cavità nasali) ha trovato un’applicazione utile. Il professor Makoto Imai dell’Università di Shiga, in collaborazione con la compagnia di profumi Seems ha realizzato un innovativo sistema di rilevazione di fumo ideato per i non udenti, che non possono essere allertati dai tradizionali impianti acustici. In sostanza l’apparato reagisce al fumo e al fuoco rilasciando una nuvola di wasabi nebulizzato il cui odore pungente garantisce un risveglio immediato. Può sembrare un’invenzione dal campo di azione limitato, ma in realtà i ricercatori hanno appurato che l’alta percentuale di anziani tra le vittime di incendi (circa il 50%) è dovuta in gran parte alla difficoltà nell’udire l’allarme, che ritarda la reazione e diminuisce le possibilità di fuga.

Così il rivelatore di fumo è stato testato su un gruppo di volontari, affetti da sordità e non, nella loro fase di sonno profondo. Nel giro di due minuti e mezzo si sono svegliati tutti a causa dell’odore estremamente penetrante del wasabi, dovuto all’isotiocianato di allile, sostanza presente in alcune piante con cui vengono prodotte salse come la senape e, appunto, il wasabi . I ricercatori hanno sperimentato diversi odori alternativi (uova marce, banana, latte di cocco, menta) ma tutti hanno dato risultati assai peggiori. Il dispositivo è già in commercio, ed è utilizzato in prevalenza da strutture sanitarie e case di riposo. Attualmente costa 560 dollari, ma li produttori stanno realizzando una nuova versione che sarà commercializzata a 225 dollari. 

https://web-japan.org/trends/11_sci-tech/sci120315.html 

https://www.theguardian.com/science/2011/sep/30/wasabi-fire-alarm-ig-nobel-prize 

670 - LA CANZONE SALVAVITA



Sembra impossibile ma…
Un brano portato al successo dai Bee Gees negli anni settanta, Staying Alive, è di grande aiuto per praticare la rianimazione cardiopolmonare, tecnica di primo soccorso utilizzata nei casi di arresto cardiaco. Del resto se lo traduci in italiano è “Restiamo vivi”.

Da uno studio condotto dall'Università dell'Illinois emerge che la hit del 1977 che accompagna le evoluzioni di John Travolta in “La febbre del sabato sera” favorisce la rianimazione perché è in forte sintonia col battito cardiaco. Il professor David Matlock del Dipartimento di medicina dell'Università di Peoria, ha fatto ascoltare vari brani a 15 medici mentre effettuavano su un manichino una manovra di rianimazione cardiopolmonare. La ricerca ha dimostrato che la canzone giusta può fornire un forte aiuto all'equilibrio dei battiti del cuore. Nella manovra salvavita infatti è necessario tenere un ritmo specifico, intorno alle cento compressioni al minuto. Utilizzando la giusta frequenza di pressioni sullo sterno si riesce a dare al massaggio la cadenza più corretta per intervenire con efficacia. E il ritmo migliore è risultato quello di “Staying alive”.

I medici che hanno imparato ad eseguire il massaggio a tempo di musica sono stati capaci non solo di farlo più efficacemente degli altri, ma di ricordare meglio la tecnica a 5 settimane di distanza, anche senza riascoltare il brano ma solo canticchiandolo: dopo 5 settimane il numero delle compressioni, senza la musica è stato di 109 al minuto; con le note di sottofondo 113, in perfetta armonia col ciclo di movimento e pausa del cuore. Il supporto musicale fra l’altro può essere prezioso per insegnare ad operatori e volontari di pronto soccorso come eseguire una rianimazione. Su queste basi al New York Presbyterian Hospital è già stata realizzata una playlist di 40 canzoni che comincia con “Staying Alive” e continua con classici del rock ("Sweet Home Alabama" dei Lynyrd Skynyrd, “MMMBop” degli Hanson, “Another One Bites the Dust” dei Queen..). Per i bambini poi, dove il massaggio deve essere più veloce perché il loro battito è più veloce, servono brani diversi. Ci penserà Cristina D’Avena?



669 - L'ALBA DEL PIANETA DELLE SCIMMIE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Ai confini della scienza, dell’etica, della realtà, ma vera. Il'ja Ivanov nasce nel 1870 a Kursk, nella Russia degli zar. Si laurea in biologia a Kharkov e nel 1907 diventa professore ordinario. Dopo la rivoluzione lavora come ricercatore per l'Istituto veterinario sperimentale di stato e per l'Istituto superiore di zootecnica di Mosca. Studia e perfeziona le tecniche di inseminazione artificiale per la riproduzione dei cavalli. Poi allarga il campo delle sue ricerche, e negli anni riesce ad ottenere diversi ibridi fra specie diverse. E’ il primo ad ottenere risultati tra il topo e il ratto, il topo e la cavia di Guinea, il coniglio e la lepre, la zebra e l'asino, la mucca e il bisonte, la mucca e l'antilope. Avete già capito dove porta questa strada: già nel 1910 a Graz Ivanov espone al Congresso mondiale degli zoologi le sue teorie sull’ibridazione fra l’uomo e la scimmia con tecniche di inseminazione artificiale.

In Unione Sovietica ha estimatori ma anche oppositori, così nel 1924 a Parigi ottiene il sostegno e il finanziamento dell'Istituto Pasteur con il permesso di compiere esperimenti a Kindia, nella Guinea Francese. L’anno dopo l’interesse suscitato in Francia convince anche l'Accademia delle Scienze Sovietica a finanziare gli studi di Ivanov, che nel 1926 sbarca a Kindia. Dove però non ci sono scimpanzé sessualmente maturi. Tornato in Francia, si accorda per proseguire la sperimentazione nell'orto botanico di Conakry. Qui Ivanov e suo figlio guidano la cattura di decine di scimmie. E nel febbraio del 1927 lo scienziato inietta sperma umano (non suo né del figlio) in tre femmine di scimpanzé. Seguono mesi in cui il primo uomo-scimmia sembra vicino ad essere una realtà, poi gli esami dicono che l’esperimento è fallito.
Le tre scimmie muoiono.

Gli Ivanov tornano in Francia con una decina di animali. I test proseguono nella stazione primatologica creata a Sukhumi in Georgia. E inizia una nuova fase: il tentativo di inseminare donne con sperma di scimmia. Estate 1929: lo scienziato cerca 5 volontarie. Se ne presenta una, ma arriva tardi: il giorno prima l’unico maschio di scimmia superstite, un orango, è morto. Non ne potranno arrivare altri prima dell’estate successiva. Ma nella primavera del 1930 gli oppositori di Ivanov hanno la meglio: lui perde il posto e in dicembre viene arrestato: “complice della borghesia capitalista e colpevole di attività antisovietiche” viene esiliato ad Alma Ata in Kazakistan. Dove muore per un colpo apoplettico nel 1932. Lo “scimpanzuomo” per ora non nascerà.

Una decina d’anni dopo il famigerato dottor Josef Mengele mostrerà alcune foto di scimpanzé molto simili a maschi umani, dicendo che erano frutto di esperimenti eugenetici fatti con lo sperma di internati nei campi di sterminio. Il sonno della ragione genera mostri (Goya).



668 - BLACK MIRROR




Sembra impossibile ma…
La fiction non riesce a stare al passo con la realtà. Conoscete Black mirror? E’ un’inquietante serie tv che disegna gli scenari di un futuro molto vicino nel quale nuove realistiche tecnologie destabilizzano la società e soprattutto i sentimenti umani. Questa è la fiction, estrema e angosciante. E ora vi racconto Field, la realtà.

Creata da un paio d'anni, Field ha sede a New York. Propone ai suoi clienti sessioni di neuro-miglioramento: full immersion di 7 giorni per ottenere i massimi livelli di benessere e migliorare ogni prestazione. Incrociando neurotecnologie all’avanguardia e tecniche di design comportamentale Field si propone di “coltivare menti d'élite". Una sorta di palestra per il cervello in grado – dicono – di ottimizzarne le prestazioni per mezzo della neuromodulazione. “E questo – dicono gli ideatori – è solo l’inizio: da qui in poi l’unico limite è il cielo. Si può intervenire per migliorare il QI o la creatività, la capacità di comunicare o di decidere, si può agevolare il relax, ridurre lo stress, accelerare l'apprendimento, accrescere velocità e chiarezza di pensiero, concentrazione, autostima e grinta, alzare la soglia del dolore e in sintesi rendere la vita facile e divertente”.

L’esperienza inizia con la raccolta di tutti i dati possibili sul cliente, sanitari e non solo. Segue una minuziosa raccolta di mappe cerebrali tramite elettroencefalogramma (EEG), in modo da individuare le aree dove intervenire. Quindi viene deciso il trattamento ideale per ottenere i risultati richiesti. Il cliente-paziente viene portato poi in una grande villa sul litorale della Costarica, isolata e lussuosa, dove lo attende un servizio a 5 stelle. E inizia il trattamento. Che alterna sessioni di yoga, massoterapia, discipline olistiche di altissimo livello e stage teorici, ai trattamenti di neuromodulazione. I principali sono la stimolazione magnetica transcranica, che utilizza campi magnetici per stimolare le cellule nervose nel cervello; il neurofeedback, che consente l’autocontrollo di alcune funzioni del sistema nervoso centrale: qui una serie di EEG “sorvegliati” dal computer induce il paziente a orientarsi verso i processi “buoni” tramite segnali (ad esempio un suono) che con l’esercizio creano reazioni automatiche; la stimolazione transcranica in corrente continua, che stimola parti specifiche del cervello con correnti elettriche dirette a bassa intensità; e altre pratiche seguite da esperti tramite la continua raccolta di mappe cerebrali. Quello che esce da Field, garantiscono i creatori, è un uomo capace di accedere a stati mentali e fisici fino ad oggi impensabili: l’uomo nuovo. Se vuoi essere fra questi, ecco il link.


venerdì 19 giugno 2020

646 - LA STRATEGIA DEL SONNO




Sembra impossibile ma…
Una tecnica militare per anni tenuta segreta permette di addormentarsi in due minuti in qualunque situazione. A studiarla sono stati gli psicologi dell'esercito per evitare che i soldati facciano errori a causa della stanchezza. Il trucco è utilizzato dall'esercito statunitense, e da anni aiuta i soldati scivolare nel sonno in situazioni difficili, come le ore che precedono una battaglia.

Il segreto è stato svelato dal libro "Relax and Win: Championship Performance", di Lloyd Bud Winter pubblicato nel 1981, e può essere prezioso per chi soffre di insonnia. Mentre alcune persone riescono ad addormentarsi non appena la loro testa tocca il cuscino, altre passano ore a girarsi e rigirarsi in cerca del sonno che non arriva, col cervello che ronza come un alveare e mille pensieri, quasi sempre i peggiori, che si inseguono nella mente. La tecnica sostanzialmente condensa in due minuti i principi utilizzati nel training autogeno. Eccola.

Mettiti nella posizione che trovi più comoda, se possibile sdraiato sulla schiena. Rilassa i muscoli del viso, inclusa la lingua, la mascella e quelli intorno agli occhi. Lascia cadere le spalle più giù che puoi, poi il braccio e l’avambraccio, un lato alla volta. Espira, rilassa il petto, poi gli addominali, le gambe dalle cosce verso il basso fino ai muscoli dei piedi. Appena terminato il rilassamento muscolare, per 10 secondi cerca di svuotare la mente da ogni pensiero. Quindi pensa a una delle tre seguenti immagini: sei sdraiato su una canoa in un lago calmo, con nient'altro che il cielo azzurro sopra di te. Oppure sei sdraiato su un'amaca di velluto nero in una stanza completamente buia. O ancora ripeti a te stesso: 'Non pensare, non pensare, non pensare', per almeno altri 10 secondi.

Tutto qui. La scoperta dell’acqua calda? Forse, ma la tecnica, sperimentata su un gruppo di volontari, dopo 6 settimane di pratica ha funzionato per il 96% dei partecipanti. Il restante 4% beh… trovatevi qualcosa di piacevole da fare durante la notte.
Guarda i video con la storia della strategia del sonno e il tutorial su come addormentarsi in due minuti.




645 - I MANGIATORI DI RICORDI




Sembra impossibile ma…
Gli Smartphone sono una minaccia per la nostra memoria: più foto e video facciamo per fissare i momenti che contano della nostra vita, peggio ce li ricorderemo. In estrema sintesi è questo il risultato di una ricerca effettuata alla Dartmouth University e pubblicata in questi giorni sul "Journal of Social Psychology": l'ansia di accumulare immagini e mostrarle su Fb, Twitter e Instagram, modifica la nostra capacità di fissare nella memoria le esperienze.

La psicologa Emma Templeton, ricercatrice alla Dartmouth, racconta come è stato effettuato lo studio, di cui è coautrice: “Abbiamo coinvolto diversi gruppi di volontari. Solo una parte poteva registrare e condividere le esperienze vissute. Poi sono stati fatti dei test di memoria. In tutto, sono stati condotti tre studi e da tutti e tre è risultato che coloro che non avevano utilizzato i media ricordavano l'esperienza vissuta molto più nitidamente rispetto a chi aveva avuto la possibilità, di fotografare, filmare e condividere.

In uno degli esperimenti, condotto nella Stanford Memorial Church, alcuni hanno partecipato a un tour guidato, altri si sono affidati a smartphone con fotocamera, e a loro è stato chiesto di scattare foto da postare su Fb. Altri ancora sono entrati nella chiesa senza alcun supporto tecnologico. Bene, il quiz a sorpresa effettuato sette giorni dopo, nel quale veniva chiesto ai volontari cosa ricordassero della chiesa, ha dato risultati inequivocabili: chi non aveva la fotocamera ha dato in media più di 7 risposte su 10 corrette. Chi aveva “socializzato” le immagini, meno di 6 risposte esatte su 10.

Ma perché avviene questo “furto di ricordi”? “Probabilmente – spiega la psicologa – perché abbiamo inserito nelle nostre vite dispositivi che, senza che ce ne rendiamo conto, sono una gigantesca fonte di distrazione. Quando li usiamo, ci distraiamo dall'esperienza che stiamo vivendo”. Il risultato è l’opposto di quello che ci eravamo prefisso. Le nuove tecnologie si sostituiscono alla nostra memoria, ci mangiano i ricordi. Un bel paradosso: filmiamo la vita invece di viverla, e non siamo più in grado di ricordare proprio quegli eventi che volevamo preservare.

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S002210311730505X 


https://books.google.it/books?id=8I6BDwAAQBAJ&pg=PT117&lpg=PT117&dq=emma+templeton+dartmouth+Journal+of+Social+Psychology&source=bl&ots=_CdnROt4A3&sig=ACfU3U1XSqVqQjLtvkFO2SFmyoK8hjV12Q&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwigzr_h567qAhUllIsKHRbdCYMQ6AEwBXoECAsQAQ#v=onepage&q=emma%20templeton%20dartmouth%20Journal%20of%20Social%20Psychology&f=false 


644 - RICOMINCIO DA CAPO




Sembra impossibile ma…
Oggi un giovane inglese di 33 anni ha trascorso l’intera giornata con la profonda sensazione di averla già vissuta, momento dopo momento. Lo stesso è accaduto ieri, e l’altroieri. E’ così da oltre 10 anni. Si chiama déjà-vu, un’impressione che abbiamo provato tutti, magari solo per qualche secondo. Il giovane, di cui non sappiamo il nome per motivi di privacy, è l’oggetto di uno studio pubblicato sul Journal of Medical Case Reports. Da 8 anni è intrappolato in un loop temporale, costretto a rivivere ogni istante delle sue giornate.

Già, proprio come state pensando: è la trama di “Ricomincio da capo” (“Groundhog day”) piccolo capolavoro di Harold Ramis magistralmente interpretato da Bill Murray. Ma questo non è un film, è la realtà, che come al solito va oltre ogni immaginazione.

Anno 2008, uno studente probabilmente di Sheffield inizia a comportarsi in modo strano. Si rinchiude per ore nel bagno del campus, si isola dagli amici, appare turbato, a tratti sconvolto. I medici parlano di stress, gli consigliano una vacanza all’estero. Lui parte, quando torna sta peggio di prima. Alla fine si decide a raccontare il suo problema: “Ogni cosa che faccio ho la precisa sensazione di averla già fatta. Ogni cosa che vedo l’ho già vista, ogni parola che sento l’ho già sentita, ogni istante l’ho già vissuto”.

Il ragazzo non ha più una vita sua, lascia l’università, rinuncia a guardare la televisione, a leggere un giornale, a fare un viaggio: è tutto già visto, o almeno quella è la sensazione, che a volte – dice – è “tanto intensa da essere spaventosa”. Il suo è il caso più strano di déjà-vu cronico registrato negli annali della medicina. Un fenomeno che ancora la scienza non ha completamente spiegato. Il caso viene seguito dai più importanti luminari, gli esami neurologici non evidenziano patologie, ogni terapia tentata è inutile. Il paziente – dicono - non è pazzo, non delira, è pienamente consapevole della falsa natura del suo déjà-vu. E’ solo imprigionato nella sua gabbia temporale. E finora nessuno ha trovato la chiave per farlo uscire.







643 - IL DIAVOLO DI FUOCO




Sembra impossibile ma…
Esistono fenomeni naturali che sembrano usciti pari pari da un film di fantascienza di serie C. Eventi spettacolari e rarissimi ma perfettamente spiegabili dal punto di vista scientifico. Come il Diavolo di fuoco, che gli americani lo chiamano “firenado”, tornado di fuoco.

La scorsa estate il Portogallo è stato letteralmente flagellato dagli incendi: più di un terzo della boscaglia bruciata nell’Unione Europea in tutto l’anno è andata a fuoco sul territorio portoghese. Nel mese di giugno nel più grande degli incendi hanno perso la vita 64 persone, quasi tutte mentre fuggivano dalle auto intrappolate tra le fiamme. In questa occasione la televisione portoghese TVI ha registrato un Diavolo di fuoco.

Il vortice si forma quando in particolarissime condizioni (temperatura dell'aria, correnti ascensionali calde che convergono col calore proveniente dall'incendio) le fiamme si mescolano con la polvere e il vento. Di solito vanno dai 10 ai 50 metri d'altezza, due o tre di larghezza, e durano pochi minuti, ma in passato sono stati segnalati Diavoli di fuoco alti più di un chilometro che sono andati avanti per 20 minuti sollevando venti che superavano i 160 chilometri orari.

Nel 1926 a San Luis Obispo in California un fulmine colpì un deposito di petrolio. L’incendio che ne scaturì andò avanti per 4 giorni, innescando migliaia di trombe d’aria e numerosi vortici di fuoco che uccisero due persone e causarono danni pesantissimi nell’intera regione. Ma il disastro più grande causato da un Diavolo di fuoco avvenne nel 1923. A Kanto, in Giappone, un grande terremoto innescò diversi incendi, che produssero un enorme vortice di fuoco. In un quarto d’ora 38.000 persone finirono carbonizzate. Seguite il link per il video registrato dalla tv portoghese.



896 - I TUBI EXTRATERRESTRI

  Ai margini del deserto del Qaidam in Cina sorge una montagna dove sono state trovate misteriose formazioni che sembrano tubi di fe...