Per millenni, prima che due lineette decidessero il destino di una donna, il test di gravidanza è stata una faccenda da indovini, officianti e… giardinieri.
Oggi basta un minuto in bagno. Ieri, invece, servivano grano, rane, topi e una discreta dose di fede. La storia del test di gravidanza comincia nell’antico Egitto, quando la medicina non ha paura di sporcarsi le mani.
Nei papiri ginecologici di Kahun, attorno al 1800 a.C., si legge di un metodo tanto semplice quanto sorprendente: l’urina della donna viene versata su semi di cereali. Se germogliano, la gravidanza è probabile. Se non cresce nulla, si riprova.
Il sesso del nascituro? Questione più simbolica che scientifica: orzo per il maschio, grano per la femmina. Funziona davvero? In parte sì: oggi sappiamo che l’urina delle donne incinte contiene sostanze che possono favorire la germinazione. Non male, per un test ante litteram.
I greci non sono da meno. Ippocrate suggerisce bevute strategiche di idromele: se arrivano coliche notturne, il concepimento è avvenuto. Nel Corpus Hippocraticum si parla persino di fumigazioni sotto le vesti per stabilire la fertilità: se l’odore arriva alla bocca, il corpo è “aperto”. Un’idea bizzarra, ma coerente con la visione del corpo come sistema di canali comunicanti.
Nel mondo romano, il confine tra medicina e divinazione si fa ancora più sottile. Svetonio racconta che Livia, futura madre dell’imperatore Tiberio, covò un uovo nel seno per predire il sesso del bambino. Nacque un gallo. E nacque Tiberio.
Poi arriva il Medioevo e l’urina diventa un oracolo. Colori, vapori, “nebbie” e sedimenti vengono scrutati come fondi di caffè. Finché nel Cinquecento un medico, Scipione Mercurio, ha il coraggio di dirlo chiaramente: leggere la gravidanza nell’urina è roba da ciarlatani, non da medici. Non sa quanto ha torto.
La vera svolta arriva infatti nel Novecento, e non è indolore. Nel 1928 i medici Aschheim e Zondek scoprono che proprio l’urina delle donne incinte contiene un ormone capace di far maturare le ovaie di animali da laboratorio. Nasce così il primo test “scientifico”: topine, conigli, rane. Molti animali non sopravvivono alla diagnosi.
Le rane Xenopus, però, hanno un talento speciale: se l’urina è positiva, deponevano uova in poche ore. Test rapido, animale salvo. Non tutto, però, va per il meglio: il commercio globale di anfibi contribuisce alla diffusione di un fungo letale che ancora oggi minaccia molte specie.
Negli anni Sessanta l’immunologia prende il posto degli animali. Gli anticorpi imparano a riconoscere l’ormone della gravidanza, la famosa hCG. Negli anni Settanta i test entrano in farmacia. Negli Ottanta diventano “one-step”. Negli anni Novanta arrivano gli enzimi e i display digitali.
Oggi basta attendere pochi minuti. Ma dietro quelle due lineette c’è una lunga storia di cereali annaffiati, uova covate, rane importate, ciarlatani e medici scettici. E' la magia che, passo dopo passo, è diventata scienza.

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