giovedì 29 gennaio 2026

849 - I FIGLI DEL REICH


  

Non era un lager e non era un ospedale. Era qualcosa di più subdolo: un luogo dove la vita veniva accolta solo dopo essere stata misurata, giudicata, selezionata.

Progetto Lebensborn, “sorgente della vita”, e dietro quel nome che profuma di acqua e rinascita si nasconde uno dei piani più inquietanti del nazismo. A idearlo nel 1935 è Heinrich Himmler, che considera la natalità un dovere verso il popolo ed esorta gli uomini delle SS a procreare anche fuori dal matrimonio se la donna è “razzialmente adatta”.

Il regime incoraggia da tempo (ideologicamente e socialmente) le relazioni tra uomini tedeschi (soprattutto militari e SS) e donne ritenute “razzialmente idonee”, in particolare nel Nord Europa. E il progetto Lebensborn serve a selezionare la razza.

In origine le SS lo concepiscono come una rete di case maternità riservate a donne considerate razzialmente idonee, spesso non sposate, alle quali viene garantito anonimato, assistenza medica e protezione sociale. Il bambino non appartiene alla madre, ma al Reich. E se per qualche motivo non può restare con lei, viene adottato da famiglie “affidabili”, sempre secondo criteri ideologici.

Con la guerra, il progetto cambia volto. Al fronte gli uomini muoiono a migliaia, le nascite “spontanee” diventano insufficienti, e l’ideologia razziale smette di aspettare e comincia a prendere.

In Norvegia, occupata dal 1940, si registrano decine di migliaia di relazioni tra soldati tedeschi e donne norvegesi. I nazisti considerano le norvegesi “altamente ariane”. E da queste relazioni nascono molti figli. Non tutti sono frutto del Lebensborn. Che non crea le relazioni ma accoglie una parte delle madri, gestìsce le nascite e le adozioni;

Ma il peggio accade in altri territori occupati, soprattutto in Europa orientale: nei villaggi della Polonia, della Cecoslovacchia, della Slovenia, gli uomini delle SS cominciano a guardare ai bambini come si guarda a un bottino: capelli chiari, occhi chiari, se il sangue è buono, non importa dove sono nati. Così migliaia di bambini vengono sottratti alle famiglie, letteralmente rapiti.

Il Lebensborn diventa uno snodo burocratico: registra, classifica, ricolloca vite. Prima la selezione: medici e funzionari SS esaminano i bambini con misurazioni, osservazioni, test fisici e comportamentali. Poi la classificazione: bambini “idonei” da germanizzare, bambini “non idonei” lasciati, deportati o persino eliminati. Quindi la separazione: il bambino viene sottratto alla famiglia, spesso con la forza; ai genitori si dice che sarà educato, curato, protetto. Infine la cancellazione; nuovo nome, nuova lingua, nuovi documenti, divieto di parlare del passato, germanizzazione.

Si stima che almeno ottomila bambini siano nati direttamente nelle strutture Lebensborn, ma il numero dei minori coinvolti nelle politiche di germanizzazione resta incerto, perché molte tracce sono state distrutte.

Dopo il 1945, su quei figli calerà un secondo silenzio: in Norvegia e altrove saranno chiamati “war children”, additati, esclusi, colpevoli di una nascita sbagliata. Molti di questi bambini non ricordano più la famiglia d’origine, non sanno di essere stati rapiti, vengono restituiti a un mondo che non riconoscono. Altri non saranno mai ritrovati.

Il Lebensborn non è stata una fabbrica di mostri da romanzo, ma qualcosa di peggio: un ufficio della perfezione, dove la biologia diventava destino. Non c'erano solo le camere a gas a cancellare chi non era ritenuto degno, c'erano anche luoghi dove bastava decidere chi meritava di nascere.

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