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giovedì 9 luglio 2026

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO


 

Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia.

Non quello che si prese la gloria. Non quello che ricevette medaglie, onori e titoli. Ma l’uomo che camminava davanti, sul ghiaccio, mentre il Polo Nord era ancora una frontiera mitologica.

Si chiamava Matthew Henson, veniva dal Maryland, e per decenni il suo nome rimase ai margini della grande storia. Eppure, il 6 aprile 1909, quando Robert Edwin Peary annunciò di aver raggiunto il Polo Nord, accanto a lui — anzi, davanti a lui — c’era proprio Henson.

La frase che Henson disse a Peary (come riporta il National Geograhic), “I think I’m the first man to sit on top of the world” (“Penso di essere il primo uomo che si sia seduto in cima al mondo”) la dice lunga su chi davvero ha calpestato per primo i ghiacci del Polo Nord. Certo, Peary arrivò al campo finale, prese osservazioni e rivendicò la posizione. Ma Henson come sempre era davanti, e lo aveva preceduto di 45 minuti.

Ma chi era Matthew Henson? La sua vita già da sola è un libro di avventure. Orfano giovanissimo, a dodici anni si imbarca come mozzo sulla nave Katie Hines. Il capitano gli insegna a leggere, scrivere, orientarsi, navigare. Vede porti lontani, l’Africa, l’Asia, forse più mondo lui da ragazzo che molti esploratori da adulti.

Poi, nel 1887, il caso. Henson lavora in un negozio di abbigliamento a Washington. Entra Robert Peary, ufficiale della Marina, in partenza per il Nicaragua, dove si studia la possibilità di costruire un canale. Scopre che quel giovane commesso ha già esperienza di mare, viaggi e fatica. Lo assume.

All’inizio è un assistente personale. Ma tra i ghiacci dell’Artico diventa l’uomo indispensabile. Impara la lingua degli Inuit, costruisce igloo, guida le slitte, addestra i cani, tratta, caccia, ripara, sopravvive e aiuta gli altri a sopravvivere. Gli Inuit lo chiamano “Matthew the Kind One”, Matthew il gentile. Peary, che è tutto fuorché prodigo di elogi, scrive: “Henson deve arrivare fino in fondo. Senza di lui non ce la faccio”.

Nell’ultima marcia verso il Polo rimangono in sei: Peary, Henson e quattro compagni inuit, Ootah, Egingwah, Seegloo e Ooqueah. Henson cammina in testa. E' lui a lasciare le prime impronte nel punto che la spedizione crede essere il Polo Nord.

Crede, appunto. Perché ancora oggi resta il dubbio: Peary è arrivato davvero al Polo geografico? Le sue misurazioni sono contestate, Frederick Cook rivendicherà di esserci arrivato un anno prima, e la questione è destinata a non chiudersi mai del tutto.

La certezza, invece, è un’altra: senza Henson, quella spedizione non sarebbe entrata nella leggenda.

Al ritorno Peary riceve onori, medaglie, gloria. Henson torna nell’ombra, lavora per trent’anni alle Dogane, pubblica nel 1912 il suo libro “A Negro Explorer at the North Pole” e solo nel 1937 lo ammettono nell’Explorers Club.

Solo molto più tardi l’America si ricorderà di lui. Nel 1988 le sue spoglie vengono portate ad Arlington, vicino a quelle di Peary. Nel 2000 la National Geographic Society gli assegna, postuma, la sua massima onorificenza.

Meglio tardi che mai

Ma sul ghiaccio del Polo, dove non esistono monumenti e ogni impronta sparisce, la risposta alla domanda “chi arrivò davvero per primo in cima al mondo?” c'è. E vola nel vento.

mercoledì 11 febbraio 2026

862 - LA FINE DEL MONDO PER COLPA DI UN ORSO


  

Conoscete la storia dell'orso che portò il mondo sull'orlo della guerra nucleare?

È il 25 ottobre 1962. La Crisi dei missili di Cuba è al suo apice, Kennedy e Chruščëv giocano a scacchi con l’apocalisse, e l’aria sopra l’America è carica di una paura silenziosa. A Duluth, Minnesota, una sentinella del centro di comando radar vede un’ombra scavalcare la recinzione. Non esita: spara alcuni colpi di fucile, ma l'intruso non si ferma. Allora preme il pulsante dell’allarme di sabotaggio.

La tecnologia non è quella di oggi, e per un errore di collegamento elettrico scatta il segnale sbagliato. L'allarme scatta a centinaia di chilometri di distanza in una base collegata, a Volk Field, Wisconsin. Ma non èquello per un’intrusione: si attiva direttamente la sirena che ordina il decollo immediato.

I piloti corrono verso i loro intercettori F-106, aerei attrezzati con armi nucleari tatticche. Nessuna esercitazione è prevista. Nessun margine di dubbio. Il mondo è sull’orlo della guerra atomica e nessuno vuole essere l’uomo che entra in gioco quando ormai è troppo tardi.

Pochi minuti dopo, a Duluth, la verità emerge con un sapore grottesco: l’intruso non è una spia sovietica, ma un orso nero che è entrato nella base in cerca di cibo. Parte una comunicazione frenetica. A Volk Field non c’è tempo per le procedure: un ufficiale chiede conferma a Duluth, comprende l'errore ma non riesce a comunicare con i piloti che stanno decollando. Allora sale in auto, entra fisicamente in pista mentre gli aerei stanno iniziando a muoversi, lampeggia con i fari, segnala ai jet di fermarsi. I motori vengono spenti.

Il mondo non lo saprà per anni. Nessun comunicato, nessuna medaglia. Solo una nota dal titolo “1962 bear Cuban” nei dossier della Guerra fredda. Ma quella notte l’umanità camminò davvero sull’orlo dell’abisso, per colpa di un errore di cablaggio nel sistema elettrico e di un orso affamato.

martedì 10 febbraio 2026

859 - LE CHIAVI DELL'APOCALISSE


  

Un maggiore dell’aeronautica americana cavalca l'atomica urlando e agitando il cappello da cowboy mentre la bomba precipita inesorabile verso il bersaglio.

Sì, è il finale del Dottor Stranamore, il film del 1964 dove Stanley Kubrick racconta l'inizio della fine: una farsa tragica con telefoni impazziti che squillano, generali paranoici, equivoci tragicamente paradossali. Sessant’anni dopo, la realtà è (forse) meno grottesca ma non meno inquietante.

Accanto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump oggi non c’è un bottone rosso da pigiare, bensì una borsa nera. Si chiama “nuclear football”, e rappresenta una verità essenziale e spaventosa: la “sole authority”, l’autorità esclusiva del presidente di ordinare l’uso delle armi nucleari.

Ufficialmente è la “presidential emergency satchel”, la “cartella d’emergenza del presidente”. La valigetta è portata da un ufficiale, il “presidential military aide”, che segue il presidente come un’ombra ed è inquadrato nel White house military office.

Ma cosa contiene la borsa? Dentro non ci sono chiavi né codici da digitare. È un kit di procedure e comunicazioni. Secondo la descrizione più citata, c’è un libro nero con opzioni di risposta a una crisi nucleare, scenari e conseguenze. Un secondo volume elenca i luoghi sicuri per il trasferimento del presidente. Ci sono poi un fascicolo di poche pagine che spiega come attivare il sistema nazionale di allerta, capace di interrompere radio e televisione, e un telefono satellitare o altro dispositivo per comunicazioni sicure. Niente di più.

E i segretissimi codici personali? Quelli non stanno nella borsa. Stanno addosso al presidente, su una schedina chiamata familiarmente “biscuit”. Servono a autenticarlo: a dimostrare che l’ordine viene davvero da lui (e si racconta che in passato più di un presidente – Carter, Reagan, Clinton – lo abbia perso). L’altra estremità della linea è il National Military Command Center, il centro che riceve l’ordine e lo traduce in procedure operative.

Ma il punto più agghiacciante è un altro. Un tempo si pensava che esistesse un co-firmatario obbligatorio che validava la decisione del presidente. Non è così: oggi si sa con certezza che il presidente può sì consultare generali e consiglieri, ma non deve chiedere il permesso a nessuno. È la “sole authority”. I controlli esistono dopo, nei passaggi tecnici di esecuzione; non prima, nella decisione politica.

Kubrick chiude il suo film con gelido sarcasmo: il mondo esplode accompagnato dalla dolce voce di Vera Lynn che canta “We’ll Meet Again”. La realtà non ha colonna sonora, né un filo di ironia: solo una borsa nera che affida ad un solo uomo, che oggi si chiama Donald Trump, le chiavi dell'apocalisse.


mercoledì 4 febbraio 2026

856 - UNA GABBIA PER OTA BENGA


  

Nel 1906, a New York, un uomo africano viene chiuso in gabbia con le scimmie allo zoo del Bronx ed esposto al pubblico come anello mancante dell’evoluzione umana.

Accade nel cuore degli Stati Uniti, un Paese che agli inizi del ventesimo secolo ha già intrapreso la strada dell'industrializzazione e si definisce civile, moderno, scientifico.

La storia di Ota Benga, questo il nome dell'uomo chiuso in gabbia, è tormentata dal razzismo fin da quando era poco più che un ragazzo in una tribù Mbuti del Congo, una di quelle popolazioni che al tempo gli occidentali chiamavano pigmei identificandole per la bassa statura.

Benga nasce nel 1883, si sposa giovane e ha due figli. Moglie e figli vengono uccisi durante un raid di truppe coloniali belghe nel suo villaggio. Lui viene catturato e venduto. Nel 1904 viene acquistato dall’americano Samuel Phillips Verner

Verner, ex missionario e sedicente esploratore, si muove dentro le teorie razziste del tempo: uomini convinti che alcuni esseri umani siano più vicini agli animali e che mostrarli al pubblico sia non solo lecito, ma istruttivo. Per questo lo porta negli Stati Uniti per esibirlo alla grande Esposizione Universale di St. Louis.

Alla fiera di St. Louis i “pigmei” sono attrazioni esotiche come le macchine a vapore. Finita l’esposizione, invece di essere rimandato a casa, Ota Benga diventa un problema da sistemare.

La soluzione è semplice e brutale: lo zoo. Al Bronx Zoo viene rinchiuso nella Monkey House, il recinto delle scimmie. Un cartello spiega ai visitatori cosa stanno guardando: un esempio vivente di primitività, un gradino più in basso nella scala dell’evoluzione.

Non è ignoranza popolare: è razzismo istituzionale, avallato da dirigenti, scienziati, giornali. Migliaia di persone fanno la fila per osservare quell’uomo come un animale esotico.

Le proteste arrivano solo dalla comunità afroamericana, in particolare dai pastori battisti neri, che denunciano l’oltraggio. Dopo alcune settimane, nel settembre del 1906, la mostra viene chiusa.

Benga viene affidato all’Howard Colored Orphan Asylum di Brooklyn, poi nel 1907 lo trasferiscono a Lynchburg, in Virginia. Qui gli affibbiano il nomignolo di Otto Bingo, e lui prova a integrarsi: lavora saltuariamente in una fabbrica di tabacco, studia un po’ d'inglese, si fa coprire i denti che gli erano stati limati per sembrare più selvaggio. Soprattutto, racconta chi lo ha conosciuto, sogna di tornare in Africa, ma non ha denaro né appoggi.

In Africa non tornerà mai. Ota Benga si spara al petto e muore il 20 marzo del 1916. E' l’ultimo atto di una tragica storia che racconta quanto possa essere feroce una civiltà quando si crede superiore. E quanto sia facile, anche oggi, costruire gabbie confondendo con le parole l'umanità con la crudeltà.

sabato 31 gennaio 2026

851 - LA BEFFA DI MENELIK


  

Il giorno in cui l’Italia credette di aver messo le mani sull’Etiopia, Menelik II stava costruendo intorno a una beffa l'indipendenza del suo impero.

Nel 1889, mentre l’Europa si spartisce l’Africa con arroganza e presunzione, Menelik – da poco asceso al trono imperiale – firma con il Regno d’Italia il Trattato di Uccialli.

Due versioni, due lingue, due mondi. In italiano, l’articolo 17 sembra chiaro: l’Etiopia si impegna a servirsi dell’Italia per la propria politica estera. In amarico, invece, quella stessa frase diventa una semplice facoltà. Può farlo, se vuole. O anche no. Roma legge “protettorato”. Addis Abeba legge “opzione”. La beffa è tutta lì, sottile ma decisiva.

Ma c'è di più: Menelik non protesta subito. Attende. E nel frattempo firma un protocollo economico aggiuntivo: l’Italia concede all’Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, ufficialmente per sostenere il nuovo impero. Denaro che sarà utilizzato per comprare armi da altre nazioni. Armi che pochi anni dopo utilizzerà proprio contro gli italiani.

Quando nel 1890 l’Italia notifica alle potenze europee la nascita di un protettorato etiope, e Menelik reagisce. Prima respinge l’interpretazione. Poi, nel 1893, denuncia formalmente il trattato. E' la fine della diplomazia, si va verso la guerra. Che per l'Italia sarà una disfatta.

Ma chi è Menelik, l'uomo che ha ingannato un governo e umiliato una nascente potenza coloniale? Il Leone di Giuda è un sovrano moderno, che fin da ragazzo ha modo di studiare i suoi nemici.

Prigioniero alla corte dell’imperatore Tewodros II, osserva e studia come funziona il potere imperiale, impara a conoscere armi europee, diplomazia e meccanismi di alleanza.

Una volta salito al trono, si fa notare per le sue passioni “moderrniste”: è uno dei primi sovrani africani a introdurre telefono, telegrafo ed elettricità. E si divertie a telefonare a funzionari vicini solo per il piacere di sentire la voce “viaggiare nel filo”. Si fa anche tradurre quotidianamente giornali francesi e italiani per capire come l’Europa parla di lui.

Menelik ama poi gli orologi meccanici europei, soprattutto quelli complicati. Ne riceve molti in dono e li fa smontare e rimontare dai suoi artigiani. E' lui a fondare Addis Abeba, e il motivo è curioso: sua moglie, l’imperatrice Taytu Betul, si innamora delle acque termali di Filwoha, ed è li che convince il marito, inizialmente molto contrario all'idea, a creare la capitale.

Menelik si procura molte armi, ma non si affida mai a un solo Paese: le compra da Italia, Francia, Russia, Belgio, facendo giocare gli uni contro gli altri. Una scelta che si rivelerà decisiva a Adua, dove l’esercito etiope ha armi di diversa, provenienza, ma in quantità enorme, cosa rarissima e inattesa per un Paese africano dell’epoca.

E a Adua l'imperatore si rivela un fine stratega: rimanda più volte lo scontro con gli italiani perché vuol essere sicuro che le sue truppe siano nutrite, rifornite e riposate, dicendo ai suoi generali impazienti La guerra non si vince con il coraggio di un giorno.”

Dopo Adua, Menelik proibisce rappresaglie sui prigionieri italiani. Li fa curare, rifocillare e poi restituire. Un'altra mossa astuta, che colpirà profondamente l’opinione pubblica europea, rovesciando lo stereotipo coloniale del sovrano barbaro.

In Italia, intanto, la ferita diventa ironia. Nasce la “lingua di Menelicche”, il giocattolo carnevalesco che si srotola facendo rumore: uno sberleffo, una presa in giro, un'allusione amara a quella traduzione sbagliata. O troppo furba per i funzionari di Crispi.

giovedì 29 gennaio 2026

849 - I FIGLI DEL REICH


  

Non era un lager e non era un ospedale. Era qualcosa di più subdolo: un luogo dove la vita veniva accolta solo dopo essere stata misurata, giudicata, selezionata.

Progetto Lebensborn, “sorgente della vita”, e dietro quel nome che profuma di acqua e rinascita si nasconde uno dei piani più inquietanti del nazismo. A idearlo nel 1935 è Heinrich Himmler, che considera la natalità un dovere verso il popolo ed esorta gli uomini delle SS a procreare anche fuori dal matrimonio se la donna è “razzialmente adatta”.

Il regime incoraggia da tempo (ideologicamente e socialmente) le relazioni tra uomini tedeschi (soprattutto militari e SS) e donne ritenute “razzialmente idonee”, in particolare nel Nord Europa. E il progetto Lebensborn serve a selezionare la razza.

In origine le SS lo concepiscono come una rete di case maternità riservate a donne considerate razzialmente idonee, spesso non sposate, alle quali viene garantito anonimato, assistenza medica e protezione sociale. Il bambino non appartiene alla madre, ma al Reich. E se per qualche motivo non può restare con lei, viene adottato da famiglie “affidabili”, sempre secondo criteri ideologici.

Con la guerra, il progetto cambia volto. Al fronte gli uomini muoiono a migliaia, le nascite “spontanee” diventano insufficienti, e l’ideologia razziale smette di aspettare e comincia a prendere.

In Norvegia, occupata dal 1940, si registrano decine di migliaia di relazioni tra soldati tedeschi e donne norvegesi. I nazisti considerano le norvegesi “altamente ariane”. E da queste relazioni nascono molti figli. Non tutti sono frutto del Lebensborn. Che non crea le relazioni ma accoglie una parte delle madri, gestìsce le nascite e le adozioni;

Ma il peggio accade in altri territori occupati, soprattutto in Europa orientale: nei villaggi della Polonia, della Cecoslovacchia, della Slovenia, gli uomini delle SS cominciano a guardare ai bambini come si guarda a un bottino: capelli chiari, occhi chiari, se il sangue è buono, non importa dove sono nati. Così migliaia di bambini vengono sottratti alle famiglie, letteralmente rapiti.

Il Lebensborn diventa uno snodo burocratico: registra, classifica, ricolloca vite. Prima la selezione: medici e funzionari SS esaminano i bambini con misurazioni, osservazioni, test fisici e comportamentali. Poi la classificazione: bambini “idonei” da germanizzare, bambini “non idonei” lasciati, deportati o persino eliminati. Quindi la separazione: il bambino viene sottratto alla famiglia, spesso con la forza; ai genitori si dice che sarà educato, curato, protetto. Infine la cancellazione; nuovo nome, nuova lingua, nuovi documenti, divieto di parlare del passato, germanizzazione.

Si stima che almeno ottomila bambini siano nati direttamente nelle strutture Lebensborn, ma il numero dei minori coinvolti nelle politiche di germanizzazione resta incerto, perché molte tracce sono state distrutte.

Dopo il 1945, su quei figli calerà un secondo silenzio: in Norvegia e altrove saranno chiamati “war children”, additati, esclusi, colpevoli di una nascita sbagliata. Molti di questi bambini non ricordano più la famiglia d’origine, non sanno di essere stati rapiti, vengono restituiti a un mondo che non riconoscono. Altri non saranno mai ritrovati.

Il Lebensborn non è stata una fabbrica di mostri da romanzo, ma qualcosa di peggio: un ufficio della perfezione, dove la biologia diventava destino. Non c'erano solo le camere a gas a cancellare chi non era ritenuto degno, c'erano anche luoghi dove bastava decidere chi meritava di nascere.

domenica 5 ottobre 2025

840 - NAPOLI SUL MAR NERO


 

Dalle pendici del Vesuvio alle sponde del mar Nero. La città di Odessa nacque dal sogno di un napoletano al servizio della zarina.

E' il 1794 quando José de Ribas — Giuseppe per i suoi amici d’infanzia ai Quartieri Spagnoli — sbarca su quel tratto di costa battuto dal vento del Mar Nero. Quello che trova lì è una vecchia fortezza ottomana e un pugno di capanne tatare. Ma Josè porta con se la luce del Golfo di Napoli, e i suoi occhi vedono un porto dove gli altri non vedevano che sabbia e steppa.

In quell'anno Caterina la Grande ha deciso di spingere l’impero russo verso il sud, di conquistare mari e rotte. De Ribas, ufficiale di collegamento con il principe Potëmkin, ha l’incarico di dare vita a una città.

E la inventa, letteralmente. Traccia strade, banchine, magazzini, e per darle un’anima sceglie un nome mitologico, “Odessos”, poi trasformato in “Odessa” per volere della zarina — “più femminile”, disse, “più degno di una perla sul mare”.

In pochi anni, la città nuova diventa un crocevia di lingue e commerci, un laboratorio di modernità. Arrivano greci, armeni, francesi, e soprattutto gente del regno delle due Sicilie: mercanti, musicisti, cuochi, artigiani.

Francesco Frapolli, architetto e ingegnere, napoletano anche lui, disegna porti e arsenali, palazzi e teatri. Le vie risuonano di accenti mediterranei, e lungo l’attuale “Italian Boulevard” non si può non notare la parlata partenopea, il gesto largo dei napoletani, il profumo di caffè e di mare.

A metà Ottocento gli italiani sono ormai migliaia, una piccola colonia nel cuore dell’impero russo. Poi, con i decenni, il loro numero si assottiglia, generazione dopo generazione il sangue si mescola con quello del melting pot della “città aperta” sul mar Nero. Ma di certo a Odessa per molti anni si è respirata l'aria di Napoli.

Tanto che, secondo molte fonti, nel 1898, in una stanza affacciata sul porto, Eduardo di Capua, in tournée col padre violinista, guardando l’alba sul mare avrebbe composto le prime note di “O Sole Mio”.

giovedì 2 ottobre 2025

837 - UNA LAMPADA, DUE GENI E UN AUTORE DIMENTICATO


Oggi vi racconto la fiaba di Aladino. Quella vera però, dove non c'è un solo genio, ma due; quella che non si svolge in Arabia ma in Cina, e soprattutto quella che non fa parte delle *Mille e una notte*, ma è nata molti secoli dopo dal racconto di un viaggiatore siriano.

Il mondo conosce Aladino soprattutto nella versione Disney del 1992: lampada d’oro scintillante, genio blu e principessa Jasmine. Ma la fiaba vera, quella che arrivò in Europa nel 1709, è ben diversa.

Per cominciare, la storia nelle Mille e una notte non c'era prioprio. La aggiunge il francese Antoine Galland, che aveva tradotto i 12 volumi di racconti da un manoscritto arabo del nono secolo conservato a Parigi, e li aveva iniziati a publicare nel 1704.

E Galland dove ha trovato la fiaba di Aladino? A lui l'ha raccontata, insieme a quella di Alì Babà e ad altre storie, un viaggiatore maronita di Aleppo, Hanna Diyab, nel 1709. Gailland non farà altro che appropriarsi dei racconti e aggiungerli alla sua raccolta.

Ma vediamo il testo della favola. “C’era una volta in Cina”, dice l’incipit originale, anche se in quell’antico racconto la Cina non era la Cina reale, ma una terra lontana, esotica, un oriente favoloso. Segue il ritratto del protagonista, un ragazzo scapestrato che passa le giornate a bighellonare. Si chiama ʿAlāʾ al-Dīn, che in arabo significa “Gloria della fede”, ed è cresciuto senza il padre e con una madre che fatica da mattina a sera per garantirgli un piatto caldo.

A questo punto compare il primo di tre avversari: un mago africano, che lo inganna convincendolo a scendere in una caverna per recuperare una vecchia lampada annerita. Aladino, invece, si tiene la lampada e anche un anello, scoprendo che ciascuno contiene un servitore mostruoso e potentissimo.

Due geni, non uno quindi: il primo nero come il catrame, con occhi rossi fiammeggianti, il secondo così spaventoso che la madre, al vederlo, cade svenuta. I geni possono esaudire desideri. Quanti? Non c'è un numero preciso. Anche il limite dei tre desideri è un'aggiunta moderna, nata nelle versioni cinematografiche.

Nell'originale non esiste, basta che i desideri siano compatibili con i poteri delle entità. Così al genio dell’anello Aladino chiede solo di poter uscire dalla grotta in cui è rinchiuso, mentre il genio della lampada soddisferà desideri vari (cibo, ricchezza, palazzi, spostamenti, protezioni, vendette).

Con i loro aiuti, Aladino riesce a sposare la figlia del sultano, la principessa Badroulbadour (“Luna delle lune”, e non Jasmine) e a sconfiggere un secondo rivale, il figlio del gran visir. Ma non è finita: il mago torna per riprendersi la lampada, e dopo di lui giunge il fratello, assetato di vendetta, travestito da guaritrice. Uno dopo l’altro cadranno, vinti dall’astuzia del ragazzo e dalla forza dei suoi spiriti. Così Aladino diventa sovrano e governa con giustizia, accanto alla sua principessa.

Una favola meravigliosa, come anche quella di Alì Babà. Eppure il vero autore, Hanna Diyab, non ha mai ricevuto compensi né un riconoscimento ufficiale, ed è morto ad Aleppo come un uomo qualunque. Ma se si scava sotto la patina dei cartoni e dei remake, resta l’eco di quella voce siriana che tre secoli fa, consegnò all’Europa un racconto che profumava di spezie, d’incanto e di mistero.



mercoledì 24 settembre 2025

829 - IL SOLE SPLENDE SU GANDER


 

All’improvviso il cielo si fece ostile. L’11 settembre 2001, mentre l’America veniva ferita dagli attentati, un piccolo punto sulla mappa, quasi dimenticato, si trasformò in un rifugio accogliente per gente proveniente da ogni parte del mondo.

Torniamo al giorno che ha cambiato la storia, quello dell'attentato alle Torri gemelle. L'America è sotto shock e lo spazio aereo viene chiuso d’urgenza: nessun velivolo può più entrare o sorvolare gli Stati Uniti, per il timore di nuovi dirottamenti.

Per centinaia di aerei internazionali già in volo è necessario trovare atterraggi alternativi. Nasce così l’Operazione Yellow Ribbon, la più vasta riprogrammazione del traffico aereo della storia: tra i 225 e i 250 aerei sono dirottati e fatti atterrare in 17 aeroporti canadesi.

Gander, sull'isola di Terranova, è una cittadina di appena diecimila abitanti. Qui atterrano 38 aeromobili con circa 6.600 passeggeri e membri d’equipaggio. Una marea di gente proveniente da tutto il mondo bussa improvvisamente alle porte di casa degli attoniti abitanti del paese.

E i cittadini aprono le porte senza esitare. Le scuole diventano dormitori, le palestre mense improvvisate, le chiese rifugi per chi non sa se i propri cari sono ancora vivi. Non ci sono protocolli, né ordini dall’alto: solo gesti concreti. Coperte, telefoni, cucine casalinghe spalancate, passaggi in auto per raggiungere i rifugi.

Nessuno pensa ai disagi causati dagli “stranieri”, ma a uomini e donne in difficoltà. Nelle ore più buie, in un luogo lontano dal clamore, la gente di Gander mostra al mondo che la paura può generare solidarietà invece che sospetto.

Quei giorni sono rimasti scolpiti nella memoria collettiva. Un libro li racconta, e molti ex-viaggiatori tornano a Gander ogni 11 settembre per incontrare i “locals” che li avevano accolti.

Nel decimo anniversario (2011) si è tenuta una grande reunion, a cui ha partecipato anche un gruppo di autori teatrali che ha raccolto testimonianze e storie. Da quell'incontro è nato un musical di successo — Come From Away — applaudito nei più importanti teatri del mondo, da Broadway al West end londinese.



venerdì 12 settembre 2025

825 - L'AUTORE DI GIULIETTA E ROMEO


 

No, non l’ha inventata Shakespeare la storia di Romeo e Giulietta. Quella che diventerà una tragedia immortale nasce a Vicenza, dalla penna di un giovane nobile malinconico e paralizzato, Luigi da Porto.

E' lui che nel 1524, ben settant’anni prima del Bardo, mette su carta la vicenda dei due amanti infelici. E allora conosciamolo più da vicino il vero autore dell'intreccio d'amore più famoso di tutti i tempi.

Luigi da Porto nasce a Vicenza nel 1485. Rampollo aristocratico, orfano precoce, educato tra umanisti e letterati, amico di Pietro Bembo, mostra fin da giovane la stoffa dell’uomo d’armi: nel 1511 guida cinquanta cavalleggeri veneziani nella guerra della Lega di Cambrai.

Ma sul Natisone, durante una scaramuccia con i soldati imperiali, una stoccata al collo lo lascia paralizzato a vita. Fine della carriera militare, inizio della parabola letteraria. Ritirato nella villa di famiglia a Montorso Vicentino, tra le colline, scrive le sue rime e soprattutto l’*Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti*.

È lui a dare il nome di Romeo Montecchi e Giulietta Cappelletti ai protagonisti. I cognomi non sono scelti a caso: li prende in prestito da Dante (Purgatorio, VI, 106), dove Montecchi e Cappelletti compaiono come famiglie in lotta.

Da Porto ambienta la vicenda ai tempi di Bartolomeo della Scala, tra il 1301 e il 1304. E non basta: nella cornice, racconta di aver udito la storia in Friuli, durante una cavalcata tra Gradisca e Udine, da un arciere che voleva distrarlo dalle pene d’amore. Un vezzo letterario, certo, ma che regala alla novella un’aria di confessione personale.

E infatti c’è chi sostiene che dietro Giulietta si nasconda una cugina vera, Lucina Savorgnan, e che Romeo non sia altri che lo stesso Luigi, innamorato impossibile in mezzo alle faide friulane tra Strumieri e Zamberlani. Forse è leggenda, ma è affascinante pensare che la tragedia nasca da una vicenda autobiografica, segreta e censurata dai parenti.

Dalla finestra della villa di Montorso, Luigi vede le due rocche scaligere di Montecchio Maggiore, contrapposte sul crinale. Oggi tutti le chiamano “i castelli di Romeo e Giulietta”: allora erano fortezze, ma l’immagine deve aver nutrito la sua fantasia.

La novella circola manoscritta, poi viene stampata anonima a Venezia nel 1530. Matteo Bandello la rielabora, Pierre Boaistuau la traduce, Arthur Brooke la porta in Inghilterra. A metà del Cinquecento il seme è piantato. Shakespeare lo raccoglie e nel 1595 lo trasforma in poesia immortale.

Ma il primo balcone, il primo bacio, il primo veleno sono nati tra le colline venete, nelle stanze di una villa nobiliare, dalla mente di un uomo provato dalla vita che combatteva la tristezza con una penna in mano e una storia meravigliosa da raccontare.

 

giovedì 11 settembre 2025

824 - IL PRIMO PECCATORE D'AMERICA


 

Quella che vi racconto è la storia grottesca e crudele del primo minorenne giustiziato in America. Premessa: se ti consideri un puritano, non la leggere.

E proprio della più famosa fra le comunità di puritani si parla. Quella dei Pilgrim fathers che attraversarono l'Atlantico e approdarono sulle coste nordamericane. Se capitate dalle parti di Boston vale la pena di fare un salto a Plymouth, a meno di un'ora di strada. E' qui che sbarcarono i Padri pellegrini, e fondarono la loro “città del cielo”.

E qui c'è un luogo dove la storia torna a vivere: il villaggio ricostruito a somiglianza di quello di 4 secoli fa, dove buona parte dei cittadini accolgono i turisti vivendo per 8 ore al giorno come i loro progenitori, e raccontando le storie di quel tempo. C'è una storia però che non raccontano. Quella di Thomas Granger, giustiziato a soli 16 anni. 

L'anno è il 1642, e Granger non è un ribelle né un ladro, e neanche un assassino. E allora, cosa ha fatto di così grave? Diciamo che il reato di cui si è macchiato non è esattamente quello da commettere in una colonia di puritani.

Ad incastrare il giovane, che svolge le sue mansioni di servo in una delle fattorie appena edificate, sono i vicini di casa che iniziano a bisbigliare. Quando le voci diventano un coro, arrivano le guardie e lo arrestano. L'accusa è la più infamante: bestialità.

Davanti al governatore William Bradford, il giovane non cerca neanche di negare, scoppia a piangere ed ammette tutte le sue colpe. Il verbale del processo è spietatamente dettagliato: Granger confessa di aver avuto rapporti con una cavalla, una mucca, due capre, cinque pecore, due vitelli e persino un tacchino. Si, avete letto bene.

Gli animali vengono mostrati in tribunale, come prove viventi del peccato, prima di essere messi a morte: per i coloni sono stati contaminati dal contatto, e non possono più rimanere al mondo.

Nella comunità puritana la legge è scritta sulle pagine della Bibbia. E il Levitico non lascia alternative. Per chi ha avuto rapporti con animali la pena è una sola: la morte. Bradford firma la condanna e annota la vicenda con dolore, quasi a giustificare l’ineluttabilità del gesto: “Il ragazzo è molto giovane, ma Dio non può essere offeso senza che ne derivino conseguenze”. All'alba del giorno dopo Thomas Granger viene impiccato davanti all'intera comunità raccolta in preghiera.


mercoledì 10 settembre 2025

822 - LA NEBBIA ASSASSINA

 


Sembra un racconto distopico partorito dalla mente di uno Stephen King, invece è accaduto davvero, è storia, anche se raramente si legge sui libri.

Avete mai sentito parlare del “Great Smog”? Le sue vittime sono state almeno dodicimila. Sembra incredibile ma e strappare la vita a tante persone fino a quel momento sane e tranquille non fu un’epidemia, non una guerra, ma una cappa lattiginosa che in pochi giorni avvolse Londra.

Dicembre 1952, l’aria della capitale britannica, già carica di fumo di carbone, diventa un assassino invisibile. Basta uscire dal portone per sentirsi soffocare, e sono tanti quelli che a casa non torneranno più.

La visibilità è ridotta a pochi centimetri, gli autobus si fermano, le auto vengono abbandonate e c'è chi approfitta del caos anche per saccheggi; gli ospedali si riempiono e sono così pervasi dallo smog che non si riesce a vedere da un lato all’altro del reparto, il fumo entra persino nei teatri, dove gli spettacoli vengono interrotti perché nessuno riesce a vedere il palcoscenico.

All’inizio si pensa alla “solita nebbia londinese”, un capriccio del clima. In realtà, si tratta di un mostro nuovo, figlio dell'immediato dopoguerra. Soldi ne circolano pochi, e per riscaldarsi, milioni di famiglie bruciano carbone di bassissima qualità, il cosiddetto nutty slack, carico di zolfo. Le fabbriche aggiungono altro fumo, e le condizioni meteorologiche — un’alta pressione e l’inversione termica — bloccano tutto questo veleno sopra la città.

L’aria contiene ogni giorno fino a mille tonnellate di particolato, centinaia di tonnellate di acido cloridrico e anidride solforosa, trasformate in quasi ottocento tonnellate di acido solforico: una camera a gas a cielo aperto. Si contano quattromila morti subito, ma gli studi successivi parleranno di dodicimila vittime, senza contare le centinaia di migliaia di malati.

Ma cosa rende quella nebbia così letale? Per decenni la scienza non saprà rispondere. Poi, più di sessant’anni dopo, la risposta arriverà da lontano: dalla Cina del XXI secolo, con le sue metropoli soffocate dallo smog.

Un team guidato dal chimico Renyi Zhang, alla Texas A&M University, osserva i processi in corso a Pechino e Xi’an e scopre l’elemento mancante: il diossido di azoto, prodotto dalla combustione del carbone, che in ambiente umido trasforma l’anidride solforosa in acido solforico con una rapidità spaventosa.

La differenza fra la Cina odierna e la Londra del 1952 sta in un dettaglio: l’ammoniaca dei fertilizzanti neutralizza oggi almeno in parte l’acidità, rendendo la nebbia meno mortale. A Londra, invece, quella miscela era pura, corrosiva, inesorabile. Il risultato è stato la più grande catastrofe ambientale della storia europea contemporanea.

Il Grande Smog, oggi lo sappiamo con certezza, non è stato un incidente della natura, ma il prezzo pagato a un progresso cieco. Una trappola mortale che però ha prodotto al tempo anche un effetto positivo: dal disastro nacquero le prime leggi sull’aria, il Clean Air Act del 1956. Sono passati 70 anni e per Londra la situazione è migliorata. Per il pianeta un po' meno.

giovedì 4 settembre 2025

817 - KISKA, ATTACCO ALL'ISOLA DEI FANTASMI


 

Ferragosto 1943, all'alba sull'isola di Kiska sbarcano in trentacinquemila. Trentasei ore dopo più di duecento sono morti, oltre trecento feriti, un cacciatorpediniere è affondato, un sommergibile disperso. Ma l'incredibile è che sull’isola non c’era nessuno.

Mai come quel giorno la guerra ha mostrato il suo volto più grottesco: un esercito che combatte con furia contro ombre, mine, rocce e compagni d’armi scambiati per nemici. Perché i giapponesi se n’erano andati da due settimane, evacuati nella notte e nella nebbia senza che gli americani se ne accorgessero.

Tutto comincia nel 1942, quando i soldati dell'impero nipponico occupano Attu e Kiska, due isolette sperdute nelle Aleutine. A Kiska c’è una piccola stazione meteo americana: uccidono due uomini, ne catturano dieci.

Per un anno i giapponesi resistono ai bombardamenti americani e al gelo, finché nel luglio 1943 l’ammiraglio Kimura decide che è inutile restare, e riesce a portare via i suoi 5.200 uomini sotto il naso degli Alleati. Ma Washington non lo sa, e prepara lo sbarco con mezzi colossali: 34.000 americani, 5.300 canadesi, centinaia di navi e aerei.

Il 15 agosto inizia l’Operazione Cottage. Le prime bombe piovono su baracche vuote e postazioni abbandonate, la flotta cannoneggia la costa a tappeto. Poi lo sbarco: nella nebbia, pattuglie di alleati si sparano addosso, convinte di affrontare i giapponesi. Cadono a decine sotto il fuoco amico, altri saltano in aria sulle mine lasciate dai nemici, altri ancora annegano o muoiono negli incidenti.

Trentasei ore dopo il bilancio è tragico: oltre cinquecento tra morti e feriti, più i settantuno marinai del cacciatorpediniere “Abner Read” affondato da una mina e l'equipaggio del sottomarino Reunion che scompare nel nulla: il relitto sarà ritrovato nel 2007, colpito da un siluro “in corsa circolare”.

Quando la nebbia finalmente si dirada, la scena che si presenta è assurda: nessun prigioniero, nessun cadavere giapponese. Solo un cane randagio, Explosion, mascotte prima della stazione meteo americana, poi adottato dai giapponesi, sopravvissuto a tutti: l'unico essere vivente è lui.

Sullo scoglio deserto, soldati con lo sguardo perso nel vuoto, rottami ovunque, odore di polvere da sparo, e un cane che scodinzola alla vista degli “invasori” fra le baracche vuote.


mercoledì 3 settembre 2025

816 - L'UOMO CON L'OMBRELLO ROSSO


 

Ora, giudicate voi se il protagonista della storia che vi racconto oggi non potrebbe essere un personaggio da film o un eroe da graphic novel. E magari se non fosse nato a Bergamo lo sarebbe anche stato.

Per raccontare quello che ha fatto nella sua vita avventurosa non basterebbe un libro. Ciò che segue non è che un breve riassunto. Il suo nome non è Tex Willer e neanche Buffalo Bill, ma Giacomo Costantino Beltrami, e nasce appunto nella città lombarda nel 1779.

Figlio di un doganiere generale della Serenissima, dopo aver servito sotto le armi con Napoleone diventa giudice a Macerata, ma gli basta poco per capire come vanno le cose e dimettersi indignato per la corruzione. E' uomo di cultura e frequenta il salotto della contessa fiorentina D’Albany, in compagnia di Foscolo e Canova. Ma è anche un libertino, bello e prestante, e in breve si fa fama, si direbbe oggi, di playboy.

Dopo il Congresso di Vienna le Marche tornano sotto lo Stato Pontificio, e a lui le regole papaline vanno strette. Così, il 3 novembre 1822 si imbarca da Le Havre: due mesi di traversata tra stenti e malattie, fino a Philadelphia. In breve si fa conoscere anche oltreoceano, tanto che a Washington incontra il presidente James Monroe, e resta colpito dal nuovo mondo “senza titoli né fasti”.

Spinto dal mito del West raggiunge Pittsburgh, discende l’Ohio e sale sul Virginia, il primo piroscafo che risale il Mississippi fino a Fort St. Anthony, oggi Fort Snelling. Con sé porta un ombrello rosso da cui non si separa mai, che diventerà il suo segno distintivo. Sul ponte conosce William Clark, il grande esploratore, e il capo dei Sauk chiamato Great Eagle. E' il primo contatto con i nativi americani, che avranno grande importanza nella sua storia.

Il 7 luglio 1823 si unisce – quasi da intruso tollerato – alla spedizione ufficiale del maggiore Stephen H. Long, che risale i territori a nord del Mississippi per conto del governo americano. Marcia con loro per alcune settimane, prende appunti e osserva ogni dettaglio. Ma il 3 agosto, insofferente alla disciplina militare e deciso a inseguire da solo il suo sogno, la ricerca delle sorgenti del “Grande fiume”, si stacca dal gruppo. Prima accompagnato da due guide native, poi completamente solo, si avventura nelle foreste e nelle paludi dove Sioux e Chippewa si contendono il territorio.

In breve anche in quei territori ostili riesce grazie a doni, scambi e buoni intermediari ad ottenere l'amicizia ed il rispetto degli indiani, che gli danno l'appellativo di “Gitchi Okiman”, “Grande capo”. E lui è ospite di un villaggio dopo l'altro: l’ombrello rosso in mano diventa un segno di pace, e lo fa accogliere con gioia da tutte le tribù.

A Kaposia riceve in regalo un cradleboard (una culla verticale) Dakota, oggi al Museo Caffi di Bergamo, tra i più antichi conservati. I Chippewa gli donano tamburi e oggetti rituali. Il suo sguardo è quello dell'etnografo ante litteram, ben oltre il mito del “buon selvaggio”: curioso di usi, lingue e rituali, per lui i nativi sono uomini di pari dignità, più liberi perché privi di smanie di potere.

Il 26 agosto giunge allo spartiacque dell’Height of Land, dove scopre un lago che battezza “Giulia”. Il sogno è realizzato: la sorgente più settentrionale del Mississippi. In realtà la principale sarà scoperta 10 anni più tardi, ma a Beltrami resta il merito di aver descritto per primo il ramo più remoto del fiume. Torna al forte stremato, inseguito da branchi di lupi e tormentato da febbri notturne; con sé ha il suo diario e il dizionario Dakota-inglese che ha trovato il tempo di scrivere.

Pubblica a New Orleans nel 1824 *La découverte des sources du Mississippi et de la Rivière Sanglante*, lasciando sulla carta non solo mappe ma anche i nomi degli amici italiani (Giulia de’ Medici Spada, Compagnoni, Monteleone, Torrigiani, Antonelli) con cui ha battezzato i laghi. Poi viaggia in Messico e ad Haiti, prima di rientrare a Filottrano, dove muore il 6 gennaio 1855.

Negli Stati Uniti dal 1866 una contea del Minnesota, la Beltrami County, porta il suo nome. In Italia suoi oggetti sono conservati a Bergamo e a Filottrano. E niente più: la storia dell'uomo che risalì il Mississippi con un ombrello rosso in mano, che i nativi chiamavano “Grande capo”, la conoscono in pochi. E non c'è bisogno di essere sciovinisti per chiedersi: come abbiamo fatto a dimenticarlo?

giovedì 14 agosto 2025

810 - IL SILENZIO DELLE LAVANDAIE


 

Questa non è una storia di sangue e uccisioni, ma di violenza sì. Vittime, molte migliaia di donne. Carnefici, quattro ordini religiosi e lo stato irlandese.

Oggi vi racconto delle Magdalene Laundries, veri cimiteri dell’anima dove per decenni si sono consumate vite intere in silenzio. Il nome evoca Maria Maddalena, ma di evangelico non c'è proprio nulla. Nate in Irlanda nel 1767 come rifugi per “fallen women” (donne cadute), si trasformeranno presto in prigioni religiose.

All'inizio ricevono solo prostitute, ma in breve “accolgono” madri non sposate, ragazze orfane o abusate, chiunque sia ritenuto a rischio per la morale. Basta una gravidanza fuori dal matrimonio, una reputazione offuscata, un carattere considerato ribelle.

All’ingresso nell'istituto di redenzione diventi una penitente, ti cambiano il nome, ti tagliano i capelli e perdi ogni diritto di esistere fuori da quelle mura. Inizia così una nuova vita, forse peggiore di quella spesso già brutta lasciata alle spalle: lavoro gratuito nelle lavanderie commerciali, turni estenuanti, disciplina dura, umiliazioni e punizioni, il tutto sotto la sorveglianza severa delle suore.

E lo Stato? Finge di non vedere, invia ragazze, stipula contratti per il bucato di ospedali e caserme, lascia che tante di loro restino lì fino alla morte. Perché per molte c'è una data di ingresso ma non quella di rilascio. Anche la polizia è coinvolta nel rintracciare e riportare indietro le fuggitive.

E cosa accade nel caso (neanche troppo raro) facciano dei figli? Una penitente incinta non resta in lavanderia: viene trasferita di nascosto in una “Mother and Baby Home” dove il parto avviene lontano da sguardi indiscreti. Il neonato resta con la madre per il tempo dell’allattamento, dopodiché la donna viene rispedita alla lavanderia, a completare la sua penitenza. E i bambini? Vengono dati in adozione senza il consenso delle madri. Qualcuno muore nei primi mesi di vita, per malnutrizione o malattie, e finisce in fosse comuni anonime.

Per oltre due secoli le cose vanno avanti così. Il velo cade solo nel 1993. Le suore di Nostra Signora della Carità, in difficoltà economiche dopo un crollo in borsa che ha cancellato i loro investimenti, vendono parte della proprietà di High Park. Sotto il terreno c’è un cimitero. Vengono alla luce 155 cadaveri. Tutte donne vissute e morte lì, sepolte senza certificati di morte, senza avvisare le famiglie, senza un nome inciso sulla pietra. Solo numeri, fosse comuni e silenzio.

L’ultima lavanderia chiuderà nel 1996. Dal 1922 al 1996 gli ingressi sono stati 10.012, ma i ricercatori lo ritengono sottostimato per lacune d’archivio. Nel 2013 il governo ammetterà il proprio coinvolgimento e il primo ministro Enda Kenny chiederà scusa. Scuse che non restituiranno un volto, un nome e una storia alle migliaia di donne cancellate in nome della morale.



martedì 12 agosto 2025

809 - IL CAPO DI GABINETTO


 

Ricordate il film “La pazza storia del mondo”? Lì appare la figura del “garçon pipì” (nell'originale “Jacques, le garçon de pisse”) che accompagna costantemente il re per assisterlo nelle sue necessità corporali.

Una trovata del geniale Mel Brooks? Macché, è il cinema che fa il verso alla vita, e mette in scena una pagina di storia poco conosciuta. Non siamo nella Francia prerivoluzionaria però, ma nell'Inghilterra del sedicesimo secolo. Dove la chiave più ambita del regno è quella che apre la porta... della latrina del re.

Il titolo è curioso, Groom of the Stool. Letteralmente, il valletto dello sgabello. Ma “stool” nella lingua dei Tudor è un eufemismo: indica il “close stool”, il sedile (imbottito e rivestito di pelle d’agnello, velluto nero e nastri) con vaso incorporato dove il sovrano espleta le sue funzioni corporali.

E quel servitore, sempre un gentiluomo di rango, ha il compito di portarlo, prepararlo, fornire acqua e asciugamani, annotare la dieta e riferire al medico di corte. Che poi sia chiamato anche a pulire materialmente il regio sedere è tema discusso dagli storici, ma l’intimità è tale da scavalcare ogni etichetta.

La carica esiste già con Enrico VII, ma con Enrico VIII diventa un passaporto per il potere. William Compton, il primo Groom of the stool del suo regno, è l’amico di gioventù che ha accesso a ogni confidenza del re, finché la “sweating sickness” (la misteriosa e letale epidemia che per quasi un secolo flagellò il nord Europa per poi sparire inspiegabilmente come era arrivata nel 1551) non lo porta via nel 1528.

Poi viene Sir Henry Norris, brillante e rispettato, che però resta coinvolto nell'affaire Anna Bolena e finisce sul patibolo nel 1536. Altri, come Thomas Heneage, riescono a navigare meglio tra le tempeste di corte. Ma il più emblematico è Sir Anthony Denny, ultimo Groom del vecchio Enrico.

Denny è talmente vicino al re da custodire il “dry stamp” (impronta meccanica della firma regia); a riprova del valore clientelare dell’accesso “di camera” riceve pensioni e doni da chi cerca favori e usa quel denaro per acquistare terre. Decide poi chi può entrare nella stanza del sovrano morente, ed è lui con voce bassa e ferma, ad annunciargli che la fine è vicina.

In cambio di questa vicinanza, i Grooms ricevono terre, pensioni e doni; e a volte gestiscono persino le finanze personali del monarca. Un incarico nato per assistere il re nelle necessità più umili che, paradossalmente, apre le porte alle stanze dove si decide il destino d’Inghilterra.

Del resto nella corte dei Tudor, anche la parola “throne”, trono, ha due significati: indica il trono reale, simbolo del potere e della sovranità, ma anche la toilette, il sedile imbottito con vaso incorporato usato dal sovrano e gestito dal Groom of the stool.

808 - OPERAZIONE POPEYE


 

Non era una bomba, né un’arma chimica. Era acqua. Acqua trasformata in un'arma, scagliata dal cielo contro il nemico. Per cinque anni sopra le giungle del Sud-Est asiatico gli Stati Uniti condussero una guerra invisibile e segretissima.

Anno 1966, nasce l'Operazione Popeye. Il suo scopo è semplice e spietato: far piovere di più e più a lungo sulle piste fangose del Sentiero di Ho Chi Minh. Quel labirinto di strade e sentieri attraverso Laos, Cambogia e Vietnam è la linfa vitale dei rifornimenti nordvietnamiti. Allungare la stagione dei monsoni di qualche settimana significa trasformare quelle vie in paludi impraticabili.

L’idea nasce a China Lake, in California, dove gli scienziati della Marina perfezionano razzi pieni di ioduro d’argento o di piombo capaci di far condensare l’umidità nelle nuvole. I primi test, nell’ottobre del 1966, sono condotti in Laos, all’insaputa del governo locale: 50 tentativi, 82% di successo, e un episodio rimasto negli archivi militari, con 220 millimetri di pioggia caduti in quattro ore su un campo delle Forze Speciali Usa.

Dal 20 marzo 1967, Popeye diventa operazione reale. Tre WC-130 e due RF-4C Phantom del 54th Weather Reconnaissance Squadron decollano da Udorn, in Thailandia, due volte al giorno. Ufficialmente sono missioni di “ricognizione meteorologica”; in realtà, gli equipaggi lanciano flares (razzi carichi di ioduro d'argento e di piombo) nella pancia delle nubi. Lo slogan, mai ufficiale ma molto amato a bordo, è “Make mud, not war”, “Fate il fango, non la guerra”.

I dati diffusi molti anni dopo, quando i documenti dell'operazione Popeye saranno desecretati, registrano 591 missioni nel 1967 e 737 nel 1968 con carichi da 104 flares per velivolo. Gli stessi documenti parlano di incrementi delle precipitazioni fino al 30% negli stessi anni. Il livello di segretezza resta altissimo per tutto il periodo dell'operazione: ambasciatori tenuti all’oscuro, governi alleati non informati, smentite ufficiali al Congresso.

Alla fine però la storia trapela – prima con Jack Anderson nel 1971, poi sul New York Times nel luglio 1972 – ed esplode lo scandalo. Qualche anno dopo la Convenzione Enmod vieterà per sempre la guerra ambientale. E l'operazione Popeye entrerà nei libri di storia (quei pochi che ne parlano) dalla porta di servizio, per raccontarci che perfino le nuvole, se serve, possono diventare un campo di battaglia.




venerdì 8 agosto 2025

803 - ALL'OMBRA DEI GIGANTI


 

Roustam e Andrea sono entrati nella Storia dalla porta di servizio, senza mai comandare un esercito, firmare un trattato o pronunciare un discorso.

Il primo viene dal Caucaso, l’altro dal Sud America. Entrambi hanno la pelle scura e lo sguardo vigile. Ed entrambi, arrivati in Europa per strade diversissime, si sono trovati a camminare al fianco di chi stava cambiando il mondo.

Roustam Raza nasce a Tbilisi, ma la sua infanzia è spezzata da un rapimento. Venduto in Egitto, diventa Mamelucco di uno sceicco locale, poi dono d'onore per un generale francese che sta conquistando l’Oriente e l’Occidente con la stessa determinazione: Napoleone Bonaparte.

Roustam lo segue ovunque, vestito da esotico cavaliere, silenzioso e sempre presente. Dorme davanti alla sua porta, lo aiuta a vestirsi, lo accompagna in battaglia e in cerimonia, complice e testimone delle sue giornate. Per i parigini è un’icona esotica: con quegli abiti orientali, il turbante e lo sguardo impenetrabile, sembra uscito da una stampa antica.

L’imperatore gli si affeziona, e quando Roustam si innamora di una ragazza francese – Alexandrine, figlia del valletto di Giuseppina – Napoleone benedice l'unione superando i problemi religiosi e mette anche mano al portafoglio imperiale.

Quando l'impero cade, Roustam ha un unico momento di debolezza: nel 1814 Napoleone nel castello di Fontainebleau decide di suicidarsi. Gli chiede le pistole, ma lui si spaventa e scappa a Parigi per raggiungere la moglie. Un abbandono che l'imperatore non gli perdonerà. Neppure quando, fuggito dall'Elba un anno dopo, Roustam lo implorerà di riprenderlo con lui.

Ma 25 anni dopo, nel 1840, il giorno che le ceneri dell’imperatore rientrano a Parigi in un tripudio di memorie e rimpianti, un uomo in abito da Mamelucco si fa largo tra la folla oceanica per far sapere a tutti che lui è ancora lì, al fianco del suo imperatore.

Andrea Aguyar, invece, arriva da Montevideo in Uruguay dove è nato intorno al 1826; di probabili origini africane, conosce Giuseppe Garibaldi durante le campagne militari della Legione Italiana in Uruguay.

Quando il futuro eroe dei due mondi torna in Italia per partecipare alle guerre risorgimentali, Aguyar lo segue, diventando il suo aiutante personale, oltre che un combattente nelle file dei volontari garibaldini.

Il “moro di Garibaldi” è giovane, alto, dotato di grande forza fisica (“un Ercole di colore ebano”), e per il condottiero nizzardo diventa in breve lo scudiero, il compagno fidato e silenzioso. Con lui combatte e si distingue per potenza e abilità (in battaglia prende al lazo e strangola tre francesi), e al suo fianco muore per la libertà di un Paese che non è il suo.

Aguyar viene ucciso durante la difesa della Repubblica Romana del 1849 nella battaglia contro i francesi a Villa Doria Pamphili, colpito alla testa dalla scheggia di una bomba. Garibaldi lo piange come un fratello, e nelle sue memorie tratteggia un ritratto di lealtà assoluta e grande valore umano.

Due vite parallele, due stranieri nel cuore della Storia europea. Uno sopravvissuto al suo mentore, l’altro no. Entrambi restano lì, sullo sfondo delle tele e dei libri, testimoni muti che si sono trovati per uno dei tanti scherzi della storia a camminare accanto ai giganti.

martedì 5 agosto 2025

800 - L'ULTIMATUM SCRITTO COL SANGUE


 

Prima veniva un ufficiale dell'esercito, poi il prete, quindi il notaio. E per ultima la spada. Lo chiamavano Requerimiento, ed era la più surreale e grottesca dichiarazione di guerra della storia. Era la legge che autorizzava Dio a benedire il massacro.

Bastava leggere un proclama, magari davanti a una foresta o a un villaggio già in fiamme, e la coscienza del regno era salva. Una bugia, una grande bugia, strutturata, teologica, giuridica, scritta su pergamena e letta solennemente nel cuore della giungla, magari di notte, magari davanti al nulla.

Sudamerica, prima metà del Cinquecento. Prima di attaccare un villaggio indigeno, i soldati spagnoli sono tenuti – per ordine del re e per grazia del Papa – a leggere ad alta voce un proclama. Un testo astruso, pieno di citazioni bibliche, codici canonici e minacce infernali.

C'è scritto che Dio ha creato il mondo, lo ha dato al Papa, e che il Papa, a sua volta, lo ha affidato al re di Spagna. E quindi agli indios si chiede gentilmente di sottomettersi. Oppure, beh… guerra, fuoco e schiavitù.

Peccato che nessuno, tra gli indigeni, capisca lo spagnolo. Né il concetto di Dio unico, né quello di monarchia, né tanto meno il latino travestito da giurisprudenza regia. E allora succede che i conquistadores lo leggono comunque.

Non importa se non c'è il notaio come prescritto, e nemmeno il prete. Lo legge un soldato, magari mezzo ubriaco, in mezzo alla notte, alla foresta, ai pappagalli. Lo legge anche se il villaggio è deserto. Anche se è già stato dato alle fiamme. Basta che qualcuno possa “aver sentito”, magari un cane.

Lo sanno tutti che è una farsa. Ma serve. Serve ai re per lavarsi la coscienza, alla Chiesa per dire che tutto è stato fatto “in nome di Dio”, ai soldati per sentirsi strumenti della Provvidenza e non semplici macellai.

Era stato Juan López de Palacios Rubios, un giurista, a scriverlo nel 1513: un uomo colto, devoto, zelante. Credeva davvero che si potesse convertire il Nuovo Mondo con le parole. Ma le parole, da sole, sono vento. E il vento non ferma la polvere da sparo.

Il missionario Bartolomé de las Casas, che ha vissuto quelle terre e quei giorni, racconterà il ridicolo della scena: un Requerimiento letto a prigionieri già legati, oppure dal ponte della nave, mentre ancora si veleggia verso la riva. E aggiunge un episodio che non si dimentica: quello del cacicco Hatuey, che rifiuta di convertirsi prima di essere bruciato vivo. E grida con tutto il fiato che gli rimane: “Se quelli che vanno in cielo sono come voi, allora preferisco l’inferno”.

E allora eccolo, il senso del Requerimiento: una giustificazione, un teatro dell’assurdo. Una foglia di fico teologica per coprire la nudità feroce della conquista. Nato per “evitare spargimenti di sangue” non eviterà nulla. I villaggi bruceranno comunque, le persone moriranno comunque, ma a norma di legge, con l'imprimatur del re e del Papa.

Nei secoli poi, alcuni teologi – Francisco de Vitoria, Domingo de Soto – cominceranno a dire che no, non si può imporre il Vangelo con la spada. Che l’uomo ha diritto a non credere, e che la libertà viene prima del battesimo. Parole sacrosante. Ma per gli indios è già troppo tardi.

Sono passati cinque secoli, è roba vecchia, e il mondo è cambiato. O no? Al di là di quel poco che concretamente possiamo capire e fare, ogni giorno a ognuno di noi il mondo chiede di scegliere da che parte stare: con chi legge il copione del potere per quanto assurdo e inumano sia, o con chi, come Hatuey, con le fiamme che gli bruciano intorno riesce ancora a gridare che, carte bollate o no, è tutta una follia. 

La scelta non è facile ma, forse, è giusto farla, se non vogliamo che fra cinquecento anni sui libri di storia si raccontino i nostri requierimentos.


799 - TIERGARTENSTRAẞE 4, LA PALAZZINA DELLA MORTE

 

L'indirizzo è Berlino Tiergartenstraße 4. Un vecchio edificio in una via residenziale percorsa da studenti e ciclisti. In quella villetta si amministrava la morte con carta intestata e calcoli da ragioniere.

Non un campo di concentramento, non un lager. Solo una palazzina come tante con uffici, telefoni, segretarie. In quelle stanze si consumò una delle pagine più oscure del Novecento: il Programma T4.

Autunno del 1939, la guerra è appena cominciata. Ma per molti berlinesi la morte è già in cammino, e senza l'uso di armi. Basta una diagnosi: schizofrenia, epilessia, malformazioni congenite. Basta essere anziani, disabili, apatici, improduttivi. Non servono colpe, solo un corpo imperfetto.

E' in quei giorni che Adolf Hitler firma un decreto per affidare a due collaboratori, il medico Karl Brandt e il burocrate Philipp Bouhler, il compito di “purificare” la razza. La chiamano eutanasia, ma non ha nulla di pietoso. E' un eccidio, due anni prima del primo campo di sterminio.

Gli ospedali psichiatrici cominciano a svuotarsi. Si caricano le persone su autobus dalle finestre oscurate, con l’aria di chi va in gita. Destinazione: centri speciali come Hadamar, Grafeneck, Hartheim.

Lì, medici col camice bianco li accolgono con cortesia, li mettono in fila, li chiudono in stanze camuffate da docce. Il gas letale — monossido di carbonio puro — fa il resto. Poi si spedisce una lettera ai familiari: morte naturale, complicazioni respiratorie, o magari “una forma acuta di appendicite”. Nessuno deve sapere.

Ma qualcuno sa. E qualcuno parla. Nell’agosto del 1941, il vescovo cattolico Clemens von Galen, da Münster, sale sul pulpito e pronuncia un'omelia durissima davanti a centinaia di fedeli. Quattro settimane prima una lettera pastorale diffusa nelle chiese tedesche aveva condannato il programma.

Il sermone viene diffuso clandestinamente, copiato, letto in tutte le chiese. E ha un enorme impatto sull’opinione pubblica, persino tra alcuni membri del partito nazista. La risposta non si fa attendere: in pochissimi giorni in tutta la Germania la Gestapo espropria oltre 300 monasteri, conventi e case religiose. Gli ecclesiastici sono espulsi, a volte arrestati, e le proprietà riconvertite a usi militari o ospedalieri.

Le confische sono giustificate con accuse pretestuose: "attività sovversive", "comportamenti immorali","traffici illegali". L’obiettivo è chiaro: intimidire la Chiesa. E' un braccio di ferro, ma alla fine, apparentemente, i nazisti fanno un passo indietro. Il 24 agosto Hitler sospende ufficialmente il programma. Ma non è la fine. Solo un cambio di metodo.

Le uccisioni continuano, più discrete, più nascoste. Si uccide con fame, freddo, overdose di farmaci. I medici che hanno imparato l’arte della morte silenziosa verranno poi trasferiti nei campi di sterminio: Sobibór, Belzec, Treblinka. L’esperienza accumulata su bambini epilettici e anziani dementi diventerà procedura industriale contro milioni di ebrei.

In totale, si stima che il programma T4 abbia causato la morte di oltre 250.000 persone. Ma non è solo la cifra a pesare. È la logica. L’idea che la vita possa essere pesata, valutata, approvata o scartata in base all’utilità, come si racconta facessero gli spartani duemila anni prima.

Oggi nella strada berlinese c’è una targa con qualche riga di testo e le foto in bianco e nero di uomini cancellati. Alcuni sorridono, altri guardano lontano. Nessuno sa cosa li attende. Nessuno può immaginare che una diagnosi sia una condanna a morte. Accadeva lì, poco più di 80 anni fa, in quella palazzina elegante di Tiergartenstraße 4.



871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...