sabato 31 gennaio 2026

851 - LA BEFFA DI MENELIK


  

Il giorno in cui l’Italia credette di aver messo le mani sull’Etiopia, Menelik II stava costruendo intorno a una beffa l'indipendenza del suo impero.

Nel 1889, mentre l’Europa si spartisce l’Africa con arroganza e presunzione, Menelik – da poco asceso al trono imperiale – firma con il Regno d’Italia il Trattato di Uccialli.

Due versioni, due lingue, due mondi. In italiano, l’articolo 17 sembra chiaro: l’Etiopia si impegna a servirsi dell’Italia per la propria politica estera. In amarico, invece, quella stessa frase diventa una semplice facoltà. Può farlo, se vuole. O anche no. Roma legge “protettorato”. Addis Abeba legge “opzione”. La beffa è tutta lì, sottile ma decisiva.

Ma c'è di più: Menelik non protesta subito. Attende. E nel frattempo firma un protocollo economico aggiuntivo: l’Italia concede all’Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, ufficialmente per sostenere il nuovo impero. Denaro che sarà utilizzato per comprare armi da altre nazioni. Armi che pochi anni dopo utilizzerà proprio contro gli italiani.

Quando nel 1890 l’Italia notifica alle potenze europee la nascita di un protettorato etiope, e Menelik reagisce. Prima respinge l’interpretazione. Poi, nel 1893, denuncia formalmente il trattato. E' la fine della diplomazia, si va verso la guerra. Che per l'Italia sarà una disfatta.

Ma chi è Menelik, l'uomo che ha ingannato un governo e umiliato una nascente potenza coloniale? Il Leone di Giuda è un sovrano moderno, che fin da ragazzo ha modo di studiare i suoi nemici.

Prigioniero alla corte dell’imperatore Tewodros II, osserva e studia come funziona il potere imperiale, impara a conoscere armi europee, diplomazia e meccanismi di alleanza.

Una volta salito al trono, si fa notare per le sue passioni “moderrniste”: è uno dei primi sovrani africani a introdurre telefono, telegrafo ed elettricità. E si divertie a telefonare a funzionari vicini solo per il piacere di sentire la voce “viaggiare nel filo”. Si fa anche tradurre quotidianamente giornali francesi e italiani per capire come l’Europa parla di lui.

Menelik ama poi gli orologi meccanici europei, soprattutto quelli complicati. Ne riceve molti in dono e li fa smontare e rimontare dai suoi artigiani. E' lui a fondare Addis Abeba, e il motivo è curioso: sua moglie, l’imperatrice Taytu Betul, si innamora delle acque termali di Filwoha, ed è li che convince il marito, inizialmente molto contrario all'idea, a creare la capitale.

Menelik si procura molte armi, ma non si affida mai a un solo Paese: le compra da Italia, Francia, Russia, Belgio, facendo giocare gli uni contro gli altri. Una scelta che si rivelerà decisiva a Adua, dove l’esercito etiope ha armi di diversa, provenienza, ma in quantità enorme, cosa rarissima e inattesa per un Paese africano dell’epoca.

E a Adua l'imperatore si rivela un fine stratega: rimanda più volte lo scontro con gli italiani perché vuol essere sicuro che le sue truppe siano nutrite, rifornite e riposate, dicendo ai suoi generali impazienti La guerra non si vince con il coraggio di un giorno.”

Dopo Adua, Menelik proibisce rappresaglie sui prigionieri italiani. Li fa curare, rifocillare e poi restituire. Un'altra mossa astuta, che colpirà profondamente l’opinione pubblica europea, rovesciando lo stereotipo coloniale del sovrano barbaro.

In Italia, intanto, la ferita diventa ironia. Nasce la “lingua di Menelicche”, il giocattolo carnevalesco che si srotola facendo rumore: uno sberleffo, una presa in giro, un'allusione amara a quella traduzione sbagliata. O troppo furba per i funzionari di Crispi.

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