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lunedì 4 agosto 2025

797 - LA MADRE DEL MONTJUÏC


 

Sulla vetta silenziosa del Montjuïc, a Barcellona, dove il mare si intuisce più che vedersi e il vento ha il passo lento dei cortei funebri, c’è una tomba che non ha bisogno di parole.

Nessuna croce, nessun angelo, ma una giovane madre scolpita nel marmo, distesa come in un sonno sereno. Ma se la osservi con più attenzione, ti rendi conto che quella figura femminile è una ferita scolpita nella pietra, la vita che si aggrappa alla morte. La vita è quella del neonato che cerca il calore del corpo della madre, ignaro che lei ormai non respira.

Si chiama *Mare morta en el part*, “Madre morta durante il parto”. La scolpì nel 1928 Josep Campeny i Santamaria, con mani che sembrano aver tremato di dolore più che di ispirazione. Non fu commissionata da nessuno: fu un atto d’amore, o forse di disperazione. La donna si chiamava Isabel Viala de Zaragoza, e morì a ventotto anni dando alla luce il suo primo figlio.

Il bambino visse. Per molti anni. E quando il tempo lo raggiunse, fu sepolto lì, accanto a quella madre che non aveva mai potuto vedere, ma che per lui aveva dato la vita.

Chi ci passa davanti, quasi sempre si ferma, anche solo un istante. Perché quell’opera non urla: sussurra. E sussurra a chi la sa ascoltare che l’amore, quello vero, sopravvive anche alla morte.

sabato 20 giugno 2020

663 - TUTTI A BORDO DELLA ZIP




Sembra impossibile ma…
Se ti capita di affacciarti sul lungomare e veder passare sulle onde una zip gigante, non è un’allucinazione. E’ l’ultima creazione dell’artista giapponese Yasuhiro Suzuki: un’imbarcazione a forma di cerniera, che naviga creando l'illusione che le acque si aprano e si richiudano al suo passaggio.

Suzuki è giovane ma già molto conosciuto, la sua specialità è ri-immaginare l'ordinario come straordinario coinvolgendo il pubblico perché crede nella partecipazione e nell’interazione con gli spettatori. Lo scopo dei suoi lavori è far guardare l'ambiente circostante in modo diverso. Suzuki parte spesso da elementi banali: una cerniera, appunto, o un giocattolo tradizionale, o un ceppo d'albero. Si chiama “design della vita quotidiana”.

La prima performance con cui fece parlare di se risale al 2001, quando aveva solo 22 anni: un'installazione per il Digital Stadium della NHK. Suzuki filmò dei bambini mentre giocavano in un parco-avventura di giorno, poi proiettò le immagini nello stesso parco-avventura di notte, ottenendo un effetto insolito e inquietante. In seguito ricoprì di cioccolata il Silver Pavillion in un famoso castello giapponese, realizzò una pioggia di bulbi oculari che cadevano dal cielo, e costruì un enorme imbuto che faceva fluttuare nell’aria foglie lampeggianti che sembravano avere vita propria.

La barca-cerniera, presentata di recente in alcune prestigiose rassegne internazionali, è il più recente tassello del mosaico artistico di Suzuki. Un’idea che è piaciuta molto ad alcuni amministratori e operatori giapponesi, che la vorrebbero utilizzare per fini turistici. Così quello che oggi è un prototipo potrebbe diventare, dopo aver passato una serie di test di sicurezza, un’imbarcazione per trasportare passeggeri in visita alle città di mare. Insomma, la fantasia che si fa spazio nella realtà.



662 - L'UOMO INVISIBILE




Sembra impossibile ma…
Le fotografie di Liu Bolin sono tutti autoritratti, lui è l’elemento principale di ogni scatto, ma chi le guarda ha bisogno di un po’ di tempo per rendersene conto: lui è praticamente invisibile. Lo so, si è parlato molto dell’artista cinese, e molti di voi conoscono già questa storia. Ma lo straordinario lavoro dell’uomo camaleonte merita di essere raccontato nel blog dell’impossibile.

Liu Bolin nasce nella provincia dello Shandong, sul mar cinese, 48 anni fa. Si diploma a Pechino dove vive e lavora. La serie Hiding the city del 1998 gli dà fama internazionale, ma la svolta per la sua arte avviene nel 2005: il Suojia Village, il villaggio degli artisti indipendenti in cui abita e lavora, viene smantellato dalle autorità. Lui per dimostrare il suo essere parte del luogo, si mimetizza con le rovine del suo studio. Nasce così la sua incredibile arte di fondere il corpo con l'area circostante attraverso un accurato lavoro di body-painting.

A fine 2008 è in Italia, ispirato da un patrimonio storico artistico unico in cui mimetizzarsi e dalla sua tutela e conservazione. Nasce così Hiding in Italy. Il rapporto con il Bel Paese proseguirà negli anni successivi con una serie di altri progetti anche nel segno dell’impegno sociale. Oltre alle foto, Liu Bolin è protagonista di performance nelle quali si mimetizza con l’ambiente “dal vivo”, come quella realizzata di fronte alla piramide del Louvre di Parigi. Negli anni l’artista è diventato un vero mago nel dosare mimetismo, trasparenza, studio delle angolazioni e tecnica fotografica, raccogliendo consensi e premi in tutto il mondo.

In Italia il Complesso del Vittoriano di Roma ha ospitato di recente una bella mostra con 70 opere “impossibili” di Liu Bolin, abiti di scena” per le sue performance da body-painter e filmati che raccontano come nascono le sue opere. Mi fermo qui, perché mai come in questo caso le immagini parlano più delle parole. Seguite il link e date un’occhiata alla galleria delle sue opere più famose.
 
 



661 - IL FOTOGRAFO ALCHIMISTA




Sembra impossibile ma…
Un fotografo americano costruisce le sue fotocamere con organi del corpo umano, scheletri e sangue, il tutto conservato in formaldeide e tenuto insieme da titanio e metalli nobili.

L’artista si chiama Wayne Martin Belger, ed è nato in Arizona nel 1964. “Durante i miei studi – spiega - sono stato affascinato dagli alchimisti e dall’alchimia del metallo. Finora ho usato dieci diversi metalli e molte reliquie nella costruzione delle mie macchine fotografiche. Tutte le fotocamere sono altari progettati per la ricerca e la comunione con il soggetto per il quale sono state create”. Le sue fotocamere sono semplicissimi apparecchi stenoscopici: utilizzano il foro posizionato su un lato come obiettivo. La pellicola viene impressionata dalla luce che penetra dal foro nella “camera oscura”. Il tempo di esposizione necessario per avere un buon risultato è di circa due ore.

Belger costruisce le sue incredibili macchine fotografiche ibride in base al soggetto che dovrà fotografare. “Lo strumento – dice – diventa un altare magico che permette di catturare l’essenza dell’oggetto della foto”. I lunghi tempi di esposizione trasformano l’atto di fotografare in un rituale, un procedimento alchemico dove la luce e il tempo si fondono. Ecco alcuni esempi delle sue opere: “The Third Eye” (nella foto) è realizzata con un teschio di 150 anni fa di una ragazzina di 13 anni, e il foro per le fotografie è all’altezza del terzo occhio della mistica orientale. “9/11 Camera” è composta da pagine delle Bibbia, del Corano e della Torah più un pezzo di metallo delle Torri gemelle, e le foto ritraggono preti, imam e rabbini in preghiera. Un’altra macchina, usata per fotografare donne all’ottavo mese di gravidanza, contiene al suo interno il cuore di un bambino. Ma la sua opera più famosa è “The untouchable camera”: è fatta di alluminio, rame e acrilico e creata per fotografare malati di AIDS. Al posto dei filtri fotografici ha lastre di vetro contenenti il sangue positivo all’HIV dei soggetti, che vengono così fotografati attraverso il loro sangue infetto. Ecco in una clip i risultati ottenuti da Belger.


660 - L'ODISSEA DI UNO CHAGALL




Sembra impossibile ma…
Marc Hess, investigatore dell'Fbi specializzato in furti di opere d'arte, nei giorni scorsi ha ricevuto una telefonata più o meno di questo genere: “Buongiorno, ehm, si tratta di una cosa delicata… sono un ricettatore, ho con me un dipinto di Chagall e vorrei tanto restituirlo, cosa devo fare?”. Ma andiamo con ordine.

Marc Chagall dipinge “Otello e Desdemona” nel 1911 durante il suo soggiorno parigino. Negli anni Venti Ernest e Rose Heller, una ricca coppia newyorkese acquista l’opera per esporla nel suo appartamento nell’Upper East Side di Manhattan. Da cui uscirà solo nel 1967 per essere messa in mostra a Ginevra e a Zurigo. Nel 1974 la tela viene valutata circa 65.000 dollari. Ovviamente gli Heller l’assicurano, e fanno bene perché nel 1988, di ritorno da una vacanza, hanno la più classica delle brutte sorprese: i ladri sono entrati in casa e l’hanno letteralmente ripulita: mancano gioielli, argenteria, tappeti e opere d’arte di ogni tipo. Fra questi il dipinto di Chagall. Valore della refurtiva, 750.000 dollari.

Torniamo ai nostri giorni, alla telefonata, che arriva dal Maryland. Qui vive il ricettatore che 30 anni fa prese in carico la preziosa tela. In tutto questo tempo ha tentato inutilmente di venderla: l’autore è troppo famoso, e al tempo stesso mancano i documenti che ne accertano l’autenticità. L’ultimo a rifiutare l’acquisto, un gallerista di Washington, consiglia al ricettatore di rivolgersi all’Fbi. Così eccolo aprire agli agenti le porte della sua casa nel Maryland: in soffitta, in un barile di legno con la scritta “materiale scolastico”, c’è la tela di Chagall, e lì è rimasta per 30 anni. L’uomo poi spiffera tutto sul furto del 1988: “un colpo organizzato, portato a termine da un operaio che effettuava lavori nell’edificio. Non era la prima volta che rubava negli appartamenti quando gli inquilini erano assenti”.

La storia finisce così: i coniugi Heller nel frattempo sono morti, il dipinto sarà restituito agli eredi, che lo metteranno all’asta. Col ricavato sarà rimborsata l’assicurazione, e il resto andrà a organizzazioni di artisti no profit. Causa prescrizione, né il ricettatore né il ladro saranno incriminati. Insomma, una partita di giro, niente da dare e niente da avere, e tutti soddisfatti…
Guarda nel video una breve biografia di Chagall e segui il link per un articolo sul ritrovamento del quadro.
 

659 - LA PAZIENZA DI SAIMIR


 

Sembra impossibile ma…

Con l’opera che ha appena completato Saimir Strati, artista albanese di fama mondiale, entra per la decima volta nel Guinness dei primati. Pochi giorni fa ad Assisi ha piantato l’ultimo dei due milioni di chiodi che compongono il mosaico di 26 metri quadrati che raffigura Sant’Antonio Abate con due colombe, simboli di pace nella città della pace. Il più grande mosaico del mondo realizzato con i chiodi è esposto a Santa Maria degli Angeli, l’artista lo ha fatto in 45 giorni utilizzando solo chiodi in diverse tonalità di colore.

Strati è nato a Tirana e ha iniziato la sua carriera come restauratore di mosaici nei principali siti archeologici del suo Paese. Negli ultimi 15 anni ha realizzato una serie di opere incredibili, e con queste è entrato per 10 volte nel Guinness book of records. Già, perché per ogni mosaico, di grandi dimensioni, Saimir utilizza materiali diversi. La più famosa delle sue creazioni è l’enorme murale che accoglie gli ospiti dell’Hotel Sheraton di Tirana: per completare la ragazza con la chitarra (nella foto) ha usato 229.764 tappi di sughero disposti su una parete di 96 metri quadrati.

I suoi lavori sono esposti in mezzo mondo, sono tutti di grandi dimensioni, realizzati con la tecnica del mosaico e con materiali poveri. Nel 2007, ad esempio, ha composto l’immagine di un cavallo 2 metri per 4 utilizzando un milione e mezzo di stuzzicadenti. Due anni dopo ha reso omaggio a Michael Jackson: con 300.000 pennelli per dipingere ha riprodotto il suo volto su una parete lunga dieci metri e alta quasi tre. Poi sono venute la banconota realizzata con oltre 350.000 viti, i cinque personaggi fatti con più di un milione di chicchi di caffè per rappresentare i cinque continenti, e tanti altri mosaici con tasselli sempre diversi, dai gusci d’uovo ai pezzi di porcellana, dai compact disc agli specchietti.



venerdì 19 giugno 2020

650 - LA MUSICA DEL MARE




Sembra impossibile ma…
C’è uno strumento musicale lungo 70 metri, la sua musica è composta dal vento ed eseguita dal mare. Sonorità che variano continuamente e distendono, rilassano e incantano chi la ascolta. Per sentirlo suonare basta andare sul lungomare di Zara, in Croazia, dove da qualche anno una grande scala in marmo che scende verso il mare ridisegna il paesaggio.

E il morske orgulje, l’organo marino realizzato dall’architetto Nikola Basic. No, non è il più grande strumento musicale del mondo, quel primato spetta a un altro organo, quello del Boardwalk Hall Auditorium di Atlantic City, negli Stati Uniti, un mostro da 35.000 canne. Ma certo è uno dei più affascinanti. Un’opera architettonica ma anche un vero strumento musicale, con le sue 35 canne d'organo di diversa inclinazione, forma e lunghezza installate sotto i gradini che grazie al moto ondoso dell'acqua marina producono suoni che cambiano di continuo, mixando i sette accordi e le cinque tonalità caratteristiche della musica dalmata.

I grandi tubi in polietilene vibrano grazie all’aria spinta dalle onde e producono suoni diversi a seconda delle condizioni del vento e del mare. Le aperture ricavate nella pietra permettono il passaggio della musica all’esterno, e il risultato è una vera e propria sinfonia marina. In breve l’organo è diventato una vera attrazione turistica, con i visitatori che si siedono anche per ore a meditare immersi nella natura, al ritmo di una melodia più antica dell’uomo. Che potrete ascoltare nel filmato.


649 - LA GROTTA DI RA




Sembra impossibile ma…
Ra Paulette, un artista americano, ha trascorso oltre 20 anni della sua vita in un dedalo di grotte di arenaria nel nord del New Mexico. Per tutto questo tempo ha lavorato utilizzando solo le sue mani e pochi utensili, e ha creato un’opera incredibile. Si chiama Windows in the Earth Shrine, la finestra sul santuario della Terra, ed è un vero pozzo delle meraviglie.

Ra Paulette, che oggi ha 80 anni, ha scavato e scolpito da solo, senza l’aiuto di macchinari, ogni dettaglio sulle pareti di arenaria, addentrandosi per quasi due chilometri nella profondità delle grotte. Originario dell’Indiana, autodidatta senza specifiche competenze di arte, architettura o ingegneria, per trasformare il complesso sotterraneo nei dintorni di Santa Fe, capitale americana dell’arte di tendenza, in una straordinaria installazione artistica, ha scelto di vivere per lunghi anni praticamente da eremita, con la sola compagnia del suo cane.

Per lui l’atto dello scolpire diventa “the dance of digging”, la danza dello scavare, con la quale “ci si insinua nella profondità delle grotte, si abbatte la materia e si scompongono i suoi invisibili movimenti in svariate semplici parti, che vengono plasmate in forme più efficienti, coinvolgendo le proprie forze, mentali, fisiche ed emotive”.

Ogni camera ha caratteristiche uniche, elaborate con diversi stili decorativi seguendo i giochi di luce naturali. L’opera non è ancora terminata, e una volta completata nelle intenzioni dell’autore dovrà essere un punto d’incontro per artisti destinato ad ospitare eventi legati al mondo dell’arte, ma anche e soprattutto un luogo di rinnovamento spirituale e di benessere dove ogni visitatore potrà ritrovare se stesso.



648 - BESTIE DA SPIAGGIA




Sembra impossibile ma…
Se scegliete il litorale giusto, potreste trovarvi di fronte ad incredibili “bestie da spiaggia”. Prima guardate il video, poi ne parliamo. Le “strandbeesten” (bestie da spiaggia) nascono dalla fantasia dell’artista olandese Theo Jansen. Ma attenti, dietro all’innegabile fascino estetico di queste sculture in movimento c’è molto di più: uno straordinario e ambizioso progetto che vede l’autore in veste di demiurgo (o, se siete darwiniani, di coordinatore dell’evoluzione).

Jansen è nato a Scheveningen 69 anni fa. Dopo gli studi diventa famoso, un po’ come Orson Welles, grazie alla paura degli alieni: nel 1980 costruisce un disco volante nero in PVC, e lo fa volare sui cieli olandesi, fra luci lampeggianti ed emissioni acustiche. Lo studio di particolari prospettive poi lo fa sembrare enorme. Nella città di Delft è il panico. Seguono, fino al 1986, altre invenzioni, come la Painting Machine, un dispositivo di pittura automatica.

Il passo successivo sono le Strandbeesten, sculture cinetiche, “scheletri” di animali che si muovono spinti dal vento. Per realizzarle utilizza solo sottili tubi in PVC, del tipo usato per canalizzare gli impianti elettrici, nastro adesivo, elastici e bottiglie di polietilene. Negli anni, riuscirà a dare loro movimento autonomo in assenza di vento, grazie all’energia eolica immagazzinata nelle bottiglie come aria compressa e insufflata con pompe di bicicletta su pale a vento. E la capacità di “reagire” a circostanze avverse dell’ambiente (acqua, vento) grazie a semplici sensori meccanici e pneumatici.

Ed eccoci al “progetto evoluzione”: Jensen da anni seleziona le sue creature al computer, grazie a un algoritmo che analizza 24 ore al giorno le diverse soluzioni riproducendo i meccanismi della selezione naturale. Così le generazioni di animali da spiaggia si susseguono sempre più raffinate e autonome. L’obiettivo finale è di abbandonare sulle spiagge olandesi mandrie di sculture che si muovono, si nutrono di vento e conducono un’esistenza “in libertà”.


647 - VIAGGIO DENTRO L'OPERA D'ARTE




Sembra impossibile ma…
C’è un luogo dove il visitatore diventa artista, entra letteralmente nell’opera d’arte e la modifica secondo la sua creatività. E’ Living Digital Forest and Future Park, una sorta di labirinto artistico interattivo e multimediale realizzato da teamLab nei 1500 metriquadri della Pace Gallery di Pechino. Lontanuccio, lo so, ma chi ha visto la mostra giura che è talmente sorprendente da andare oltre ogni aspettativa del visitatore.

Che vive una full immersion fuori da ogni schema nel cuore di una serie di fantastiche installazioni. In “Flower Forest: Lost, Immersed and Reborn” un caleidoscopio di proiezioni tridimensionali crea un universo floreale che segue il ritmo delle stagioni. Che mutano in base alle azioni del visitatore: lo sbocciare dei fiori, la crescita degli alberi, il cadere delle foglie, il passaggio dei diversi cicli vitali dipende dalle sue scelte, che creano mondi sempre diversi.

Nell’installazione Enso a prendere vita è l’antica arte della calligrafia giapponese, che diventa tridimensionale ed esprime tutta la sua potenza, andando oltre la materia, l’inchiostro e la carta. In Crystal Universe il visitatore interagisce con le complesse architetture di luce non solo col movimento del suo corpo ma anche con lo smartphone, che seleziona i modi di trasformare l’opera. Future Park, dedicato ai più piccoli, è un mix di installazioni che inserisce in tempo reale i disegni appena fatti in scenari predeterminati che vengono così alterati e “ritoccati” poi col contatto diretto dagli stessi bambini in un’esplosione di creatività.

La mostra è il risultato di 16 anni di ricerca artistica del collettivo teamLab, che ha raggiunto fama mondiale superando il confine tra arte e tecnologia. Se proprio non ce la fate a fare un salto a Pechino in questi giorni, prendetevi almeno 4 minuti di relax e lasciatevi andare alle suggestioni trasmesse dal video.


venerdì 6 marzo 2020

380 - IL TEATRO DI ANDROMEDA




Sembra impossibile ma…
Nel cuore della Sicilia c’è un luogo magico, il Teatro di Andromeda: una straordinaria architettura realizzata da un pastore autodidatta. Un’opera che lo ha portato alla Biennale internazionale di Venezia. Ringrazio per la segnalazione l’amica Alessandra Lazzaro.

Lorenzo Reina nasce nel 1960 a Santo Stefano Quisquina in provincia di Agrigento. Il padre è un pastore e lui, unico maschio dopo tre femmine, è destinato a seguirne le orme. Fin da piccolo vive sui pascoli e accompagna il padre sui sentieri della transumanza. Sogna di studiare, di fare l’università, ma è costretto a fermarsi alla terza media. La sua bisaccia però è sempre appesantita da libri che prende alle sorelle. Legge di tutto, e impara da solo a scolpire la pietra e lavorare il legno. A Napoli per il servizio di leva, conosce lo scultore Gabriele Zambardino che ne intuisce il talento e accoglie le sue opere in una mostra collettiva. Tornato al paese riesce ad organizzare la sua prima personale nella biblioteca comunale nonostante l’opposizione del padre, che più tardi, in punto di morte, gli chiederà di tornare a fare il pastore. Lui acconsente. Ci tornerà. Ma senza rinunciare a ciò che ama.

Oggi lungo la strada da Santo Stefano Quisquina a Castronovo sorge l’azienda Rocca Reina, dove Lorenzo continua a fare il pastore. E altre cento cose. Legge libri, naturalmente, sa molto di storia e di filosofia, di astronomia e naturalmente di arte. L’azienda comprende una fattoria didattica, un laboratorio artistico, un parco con grandi sculture, un museo dalle linee ispirate alla rocca di Castel del Monte, un ovile. E il bellissimo Teatro di Andromeda. I visitatori arrivano da tutto il mondo, si fermano all’azienda e si dividono fra le attività artistiche e quelle legate alla pastorizia: assistono agli allestimenti teatrali, visitano il museo, la fattoria didattica, l’allevamento delle asine dove praticano onoterapia, seguono la produzione del formaggio secondo i metodi tradizionali.

Ma il suo capolavoro è il Teatro: dimensioni e forme rispettano simbologie legate all’astronomia e al legame fra l’uomo e la natura, la scena ellittica è a picco su uno strapiombo, in perfetta armonia col paesaggio che fa da fondale. Una visione. Ci ha messo 30 anni a costruirlo, pietra su pietra, e non ha ancora finito, forse non finirà mai. “Del resto è merito suo – dice - se per la prima volta un pastore espone alla Biennale di architettura”.



sabato 29 febbraio 2020

353 - L'INVASIONE DEL POPOLO BLU




Sembra impossibile ma…
Un esercito di persone completamente nude con il corpo dipinto di blu ha invaso il centro della tranquilla città inglese di Hull nello Yorkshire. Protagonisti dell’incursione, iniziata all’alba del 9 luglio di qualche anno fa e andata avanti per diverse ore, 3200 uomini e donne di tutte le età..

Un bel colpo d’occhio no? Si chiama “Sea of Hull”, l’installazione di Spencer Tunick, cinquantenne fotografo statunitense specializzato in nudi collettivi. Che qui diventano un mare di corpi, uomini e donne pitturati con quattro diverse tonalità di azzurro, una grande onda che scorre in mezzo alle severe architetture edoardiane.

«E’ stato fantastico – dice l’artista - poter intrecciare il patrimonio marittimo della città con lo scenario urbano. E’ vedere gente di tutte le taglie passeggiare nudi e colorati d’azzurro per le strade di una città che ammiro”.

Sea of Hull” è stato commissionato dalla locale Ferens Art Gallery per celebrare la nomina della città a capitale britannica della cultura. E rilanciare l’immagine di Kingston upon Hull (questo il nome completo), 260.000 abitanti, poco toccata dalle tradizionali rotte turistiche e definita un paio d’anni fa dall’Independent “Il secondo posto peggiore dove vivere nel Regno Unito”.

Soddisfatti anche i 3200 del “popolo blu”: “E’ bello far parte di performance collettive come quelle di Tunick dove il senso dell’opera d’arte è determinato dalla presenza di ogni singolo individuo. Il risultato è una straordinaria combinazione fra natura e architettura”. Se non ci credete, date un’occhiata qui.



venerdì 7 febbraio 2020

318 - L'ARTE NEL CASSONETTO




Sembra impossibile ma…
E’ successo più volte e continua a succedere: un’intera installazione viene scambiata per spazzatura e finisce nel cassonetto. Il sogno di chi detesta l’arte contemporanea.

Ottobre 2015. Festa per l’inaugurazione di una mostra al Museion di Bolzano. All'alba del giorno dopo arrivano le donne dell’impresa di pulizie. Aprono la porta della sala centrale e trovano il finimondo: bottiglie vuote sul pavimento, coriandoli ovunque, mozziconi di sigarette, indumenti. Devono aver pensato: “Ma cosa hanno combinato qui stanotte? Guarda che casino…”. Poi, rimboccate le maniche, tirano tutto a lucido. Del resto si sa, gli altoatesini ci tengono alla pulizia. Alla fine la sala è linda, e vuota che ci si sente l’eco. Immaginate la faccia dei curatori della mostra quando hanno scoperto che il camion della spazzatura si era appena portato via “Dove andiamo a ballare questa sera?”, installazione ambientale delle artiste Goldi&Chiari, un’opera, come si legge, “che intende denunciare e demistificare gli orribili anni Ottanta mettendo in scena i resti di una festa, metafora dell’epoca del consumismo, della tv di massa, della cuccagna italiana…”. L’installazione sarà riallestita nel giro di poche ore ripescando in discarica anche alcuni pezzi originali, con tante scuse alle autrici.

I precedenti illustri di “arte incompresa” sono tanti. Ecco i più famosi Joseph Beuys ne colleziona due: nel 1973 due addette alle pulizie lavano la sua vasca da bagno per neonati ricoperta di garza; nel 1986 ad essere ben ripulita è la sua “Sedia con grasso”, valore 400.000 euro. 1978, Biennale di Venezia: un imbianchino ridipinge la porta “scrostata” ad arte da Marcel Duchamp. Londra: nel 1999 alla Tate Britain un guardiano pensa che di notte siano entrati i vandali e rifà il letto di Tracey Emin (My bed). Nel 2001 un’installazione di Damien Hirst (bottiglie di birra, tazze da caffè e portacenere pieni) finisce nella spazzatura. Nel 2004 Gustav Metzger alla Tate Modern vede sparire un suo sacco di carta e cartone; una scultura di Anish Kapoor (Hole and Vessel II) viene invece rottamata per sbaglio mentre è in allestimento.

A Dortmund nel 2011 un inserviente ripulisce irrimediabilmente la patina creata con cura certosina da Martin Kippenberger sul suo “Secchio sporco”, valutato 800.000 euro. Nel 2014 a Bari ad essere cestinate tocca a due opere di Paul Branca fatte di giornali accartocciati e pezzi di biscotti. Nel 2014 a Roche-sur-Yon in Francia, durante i lavori nella piazzetta dove è montata, finisce in discarica la colonna Chromointerférence, alta sei metri e realizzata da Carlos Cruz-Diez nel 1972 (valore 200.000 euro), e nel 2015 a Madison in Usa tocca a Corbu Bench di Jim Osman, una panca in legno e erba sintetica: i netturbini pensavano fosse una rampa per skater abusiva. 
 
 

 
 
 

 
 

 
 
 

lunedì 27 gennaio 2020

288 - LA SEXISCULTURA NON SI ADDICE AL LOUVRE




Sembra impossibile ma…
Il Louvre di Parigi ha bocciato una installazione che doveva essere esposta nel Tuileries Gardens. Motivo: E’ “sessualmente troppo esplicita”.

La maxiscultura è alta 13 metri e pesa 30 tonnellate, si chiama Domestikator ed è stata realizzata dal collettivo artistico olandese Atelier Van Lieshout. Doveva essere una delle opere di punta di “Hors les murs” alla Fiera d'arte contemporanea Fiac in corso in questi giorni nell’open space del museo parigino.

Ma Jean Luc Martinez, direttore del Louvre, ha detto no: “Rischia di essere frainteso dai visitatori – ha spiegato – e poi doveva andare in uno spazio visibile da un vicino parco frequentato da bambini”.

Ovviamente Joep Van Lieshout, fondatore del collettivo che ha realizzato l’opera, non è d’accordo, e rilancia l’antica polemica sulla libertà di espressione dell’artista: “Macché esplicita – aggiunge - la scultura è astratta, non mostra genitali. Insomma, è abbastanza innocente".

Ma “abbastanza” non basta per il Louvre. Niente Parigi dunque. Così, se non resistete alla voglia di vederla dal vivo, vi toccherà andare a Bochum, in Germania, dove "Domestikator" è esposta da tempo alla Ruhrtriennale.

domenica 15 dicembre 2019

241 - I MURI TRASPARENTI DI VILE




Sembra impossibile ma...
Uno street artist portoghese “firma” le sue opere aprendo grandi squarci nelle pareti degli edifici con i caratteri che compongono il suo nome; questo permette di osservare gli interni o i paesaggi che si aprono oltre il muro. L'incredibile è che usa solo vernice spray: ciò che si vede non è altro che una fantastica illusione ottica in 3D.

L'artista è il portoghese Rodrigo Miguel Sepulveda Nunes, ma in tutto il mondo è conosciuto con un nome d'arte che con ogni probabilità se fosse stato italiano non avrebbe scelto: Vile. E proprio con quelle quattro lettere declinate in ogni forma “squarcia” muri di ogni dimensione, spesso fatiscenti, e crea straordinarie illusioni, inganna la percezione con inesistenti trasparenze che permettono a chi osserva di guardare oltre il cemento e la pietra. Vile sincronizza i suoi disegni con l’ambiente reale per rivelare l'interno misterioso, e i passanti hanno l'illusione di guardare attraverso finestre scavate nel muro. Quello che vedono può essere ciò che c'è realmente oltre la parete, oppure un paesaggio fantastico reinventato dall'artista.

Vile nasce nel 1984 a Vila Franca de Xira, cittadina sull'estuario del Tago a due passi da Lisbona; graffitaro fin dall'età di 14 anni, segue corsi di acquerello, pittura ad olio, carboncino, disegno digitale, animazione e illustrazione. Insomma non improvvisa niente e si costruisce solide basi; nel 2006 si laurea in discipline artistiche a Lisbona e l'anno dopo inizia a produrre professionalmente le sue opere, con le quali negli anni successivi si fa conoscere anche fuori dai confini portoghesi con mostre, lavori per grandi aziende e club, eventi e festival internazionali. Per le sue creazioni utilizza solo vernice spray usando le bombolette come laser che “tagliano” le finestre sul muro. Per completare un'opera di solito non impiega più di un giorno, ma in realtà la parte operativa è preceduta da un lungo lavoro di progettazione, e quando arriva sul posto scelto ha pronti numerosi schizzi preparatori e i risultati di un lungo studio sulla giusta combinazione di colori; perché la parte più difficile del suo processo creativo è proprio la corrispondenza dei colori, che devono essere scelti con cura in base alle tonalità reali e alla luce della location. L’effetto finale è stupefacente, un invito, dice lui, ad esplorare quello che c’è dietro, ad andare sempre oltre l'apparenza.

sabato 14 dicembre 2019

238 - UN ALTRO POSTO



Sembra impossibile ma…

Vicino a Liverpool c’è una spiaggia dove dal mare emergono cento figure umane a grandezza naturale. Un’immagine che sembra rubata a un film di fantascienza e crea, dicono i visitatori, una straordinaria atmosfera, specie per chi si ferma ad ammirare lo spettacolo della marea che sommerge le statue quando si alza, e le fa “sorgere” dalle onde quando si abbassa.

Si chiama Another Place (Un altro posto) ed è un'installazione dell’artista londinese Antony Gormley, realizzata a Crosby Beach nel Merseyside, in Inghilterra. L’opera si allunga su una striscia di sabbia lunga due miglia, ed è formata da cento figure di ghisa rivolte verso il mare. Ogni statua è alta 189 centimetri e pesa 650 kilogrammi. Le figure sono repliche esatte del corpo nudo dell'artista. Questo è uno dei motivi per cui il lavoro è stato oggetto di polemiche nel Merseyside. Lo scontro è stato duro: contrari gli appassionati di sport acquatici supportati dalla guardia costiera, preoccupati i primi della loro sicurezza, la seconda che i bagnanti “incantati” si facessero sorprendere dall’alta marea; nel fronte del no anche gli ambientalisti che temevano l’aumento del turismo con conseguenza negative per le aree di interesse ornitologico. Favorevoli gli esercenti locali e un pool di appassionati d’arte, tanto determinati da fondare una ​​società, la Another Place Ltd. Nel 2007, ribaltando una precedente decisione, il consiglio locale ha concesso il permesso per Another Place di rimanere a Crosby Beach in modo permanente, purché fossero realizzati investimenti per un totale di 194.000 euro, interamente finanziati da Another Place Ltd.

Sir Antony Mark David Gormley, l’autore, è considerato uno dei maggiori scultori viventi, e il Daily Telegraph lo ha classificato al quarto posto nella lista delle "100 persone più potenti nella cultura britannica". Fra i suoi lavori più famosi, l'Angel of the North, mega scultura che dal 1998 domina il panorama di Gateshead nel nord dell'Inghilterra, Event Horizon, installazione temporanea con decine di figure umane inserite via via nel cuore di città come Londra, New York, San Paolo e Hong Kong, e l’Asian Field 180.000 statuine di argilla realizzate in 5 giorni da 350 cinesi con 100 tonnellate di argilla, presentata alla Biennale di Sydney. Nel video che segue, le suggestioni di “Another place”.





mercoledì 4 dicembre 2019

209 - L'AUTO SPORCA E' UN'OPERA D'ARTE



Sembra impossibile ma...
A Mosca la carrozzeria di un automobile o di un camion si può trasformare per poche ore o pochi giorni in un piccolo capolavoro. Dipende da quando il proprietario decide di dare una bella pulita al veicolo: bello, effimero e innovativo, il fiore dell’arte cresce dove meno te l’aspetti.

Infatti la dove la mano di ignoti artisti locali traccia sulle nostre vetture più trascurate la classica scritta “lavala”, magari accompagnata da epiteti più o meno ripetibili, l’artista russo Nikita Golubev si esprime realizzando immagini ai limiti dell’impossibile.

Il suo percorso artistico lo porta infatti ad esplorare con eccellente tecnica pittorica i sentieri più avanzati dell’arte visiva, rimuovendo con un paziente lavoro polvere e smog dalle macchine e dai camion. Questi ultimi sono la “tela” perfetta per Golubev, per le grandi dimensioni e perché tradizionalmente più sporchi.

Così sulle fiancate dei tir in sosta l’artista traccia immagini di straordinario realismo, e sotto la sua mano il disegno, prevalentemente ispirato al mondo degli animali, prende vita poco a poco, rimuovendo lo sporco in alcune zone senza toccarne altre.

Date un’occhiate alle impossibili creazioni di questo maestro della street (o meglio, road) art. E se andate a Mosca col tir o in macchina, ricordatevi di tenerla lontana per qualche mese dagli autolavaggi.




sabato 23 novembre 2019

180 - LA CALAMITA COSMICA



Sembra impossibile ma...
Nel bel mezzo della chiesa della Santissima Trinità in Annunziata a Foligno, adagiato fra le forme neoclassiche della navata centrale, c'è uno scheletro alto 28 metri del peso di 8 tonnellate.

Ok, le cose non stanno esattamente così: la chiesa è una ex chiesa, di recente restaurata e trasformata in polo museale di arte contemporanea dalla Regione Umbria, e l'incredibile visione che vi trovate davanti si chiama Calamita cosmica, ed è un'installazione di Gino De Dominicis. L'opera rappresenta un grande scheletro umano, preciso nell'anatomia, a parte il becco d'uccello che sostituisce il naso; lo scheletro è steso sulla schiena e regge in equilibrio sul dito medio della mano destra un'asta di ferro dorata: la calamita che mette in contatto l'uomo col mondo cosmico.

Gino de Dominicis, artista marchigiano scomparso nel 1998, è stato fra i protagonisti dell'arte italiana nel secondo dopoguerra. “Pittore, scultore, filosofo e architetto”, come si definiva, amava avvolgere la sua immagine in un alone di mistero, limitava al massimo mostre e apparizioni pubbliche e contrastava la pubblicazione di cataloghi o libri sulle sue opere. In molti lo ricordano per la polemica alla Biennale di Venezia del 1972, quando “espose” un giovane affetto da sindrome di Down seduto in un angolo mentre osservava tre dipinti: solo una delle tante provocazioni di un artista che viveva l'arte non come comunicazione, ma come creazione e magia, tanto da considerare anche lo spettatore superfluo rispetto all'opera.

La stessa Calamita cosmica è stata realizzata in gran segreto nel 1988. Presentata a sorpresa nel 1990 a Grenoble, esposta nuovamente 6 anni più tardi nella reggia di Capodimonte a Napoli, poi nella reggia di Versailles, alla Mole vanvitelliana di Ancona, in piazza del Duomo a Milano, al Museo d'arte contemporanea in Belgio, al Forte di Belvedere di Firenze e infine al MAXXI di Roma, prima di trovare posto nella ex chiesa di Foligno.

 

mercoledì 20 novembre 2019

175 - IL DIAVOLO IN CHIESA




Sembra impossibile ma...
Nel pulpito della cattedrale di San Paolo a Liegi è esposta una scultura in marmo bianco che raffigura Lucifero: “Le génie du mal”. E già questo è insolito. Ma l'incredibile è che sostituisce “L'ange du mal”, un'altra statua di Satana rimossa perché giudicata “di una bellezza malsana, troppo sublime, audace e fascinosa”.

Anno 1837, Guillaume Geefs, scultore sulla cresta dell'onda, riceve l'incarico di realizzare il nuovo pulpito della cattedrale di Liegi. Tema del progetto: "il trionfo della religione sul genio del male". Guillaume “subappalta” al fratello minore Joseph l'esecuzione dell'opera principale, la statua del signore delle tenebre sconfitto. “L'ange du mal”, terminato nel 1842, viene inaugurato l'anno successivo. Ma quando la scultura viene scoperta, i presenti restano a bocca aperta. Lucifero sembra tutto fuorché il maligno: l'aspetto umano è piacevole, morbido e aggraziato, quasi androgino. Lo sguardo non è quello di un vinto, l'espressione è "seria, cupa, persino feroce" e dirige l'occhio dello spettatore lungo il corpo fino ai fianchi scoperti e alle ginocchia che si aprono a formare un passaggio verso zone celate dall'ombra del drappo ridotto che copre le nudità. Esplode la polemica, la stampa sottolinea che il lavoro distrae le "belle ragazze penitenti": “L'ange du mal” è "troppo sensuale, una delle opere più inquietanti dei nostri tempi”. Pochi mesi dopo il vescovo Van Bommel ordina la rimozione della statua e Guillaume Geefs deve realizzarne in fretta un'altra per sostituire quella del fratello.

Così nasce “Le génie du mal”, che viene installata nella cattedrale nel 1848. Il modello utilizzato è lo stesso, ma Guillaume affronta le critiche specifiche: il corpo è molto più coperto, le ginocchia chiuse per cancellare le allusioni sessuali. Lo sguardo di Lucifero è rivolto lontano dal corpo, l'espressione è pensosa ed esprime rimorso, vergogna, timore per il castigo divino che il braccio piegato a protezione annuncia imminente; la caviglia è incatenata, una mano regge la corona e uno scettro spezzato, ai suoi piedi c'è il frutto proibito caduto coi segni del morso. E sì, fra i capelli spuntano anche le corna: finalmente un diavolo come Dio comanda.

La scultura di Joseph, nonostante o grazie alle polemiche, ha grande successo: esposta più volte e poi venduta a caro prezzo a Guglielmo II, re dei Paesi Bassi, dopo vari passaggi di proprietà oggi è uno dei pezzi più ammirati del Musées royaux des Beaux-Arts di Bruxelles. Quella di Guillaume è rimasta nella cattedrale, dove il pulpito è sempre pieno di visitatori; gran parte di questi sono satanisti che vengono regolarmente a meditare ai suoi piedi.

giovedì 14 novembre 2019

151 - L'ARTE DI FOTOGRAFARE LE ILLUSIONI




Sembra impossibile ma...
Negli scatti di Erik Johansson la realtà quotidiana diventa surreale. Quello che Salvador Dalì faceva con i pennelli, Johansson lo fa con la macchina fotografica.

Nato a Gotene in Svezia 32 anni fa, ma da tempo residente a Berlino, Johansson è un vero e proprio illusionista dell’obiettivo. Le sue immagini strizzano l’occhio ai grandi artisti del passato che hanno “giocato” con la realtà fino a renderla impossibile, o se preferite con i sogni fino a renderli reali, da Bocklin a Escher, da Bosch a Magritte fino allo stesso Maestro di Figueres.

Il fotografo svedese, che ha studiato all'Università di Tecnologia di Chalmers a Göteborg, mixa come un dj dell’immagine centinaia di fotografie in modi inconsueti. Il risultato è una foto realistica ma illogica, possibile ma impossibile. I suoi paesaggi incongruenti risultano piacevoli all’occhio, ma nascondono un sottofondo inquietante, a volte persino minaccioso, forse perché mettono a nudo i limiti dei cinque sensi e prefigurano “altri” mondi possibili, dimensioni oniriche sconosciute.

"Io non catturo momenti _ dice il “re del ritocco”, catturo idee. Per me la fotografia è solo un modo per raccogliere materiale per realizzare le idee della mia mente. Prendo ispirazione da cose intorno a me, nella mia vita quotidiana, e tutti i tipi di cose che vedo. Ogni nuovo progetto è una nuova sfida e il mio obiettivo è quello di realizzare l'immagine più realistica possibile". “L'ispirazione _conclude _ è ovunque: quello che si può immaginare è quello che si può creare ".

872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...