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martedì 9 novembre 2021

750 - L' ALBERO RICICLATO


 

Sembra impossibile ma...

Un insolito albero di Natale ha reso un piccolo borgo australiano famoso in tutto il mondo. Come sarà quest'anno il grande albero di Natale al centro della piazza di Lismore, nel Nuovo Galles del sud? Se lo domanda tutta l'Australia, e le televisioni nazionali sono all'opera per cercare di rubare qualche dettaglio che anticipi la rivelazione del giorno di Natale. Ma fino ad oggi l'albero riciclato del 2021 è top secret.

Tutto è cominciato nel 2015, ma sono bastati pochi anni per avviare una tradizione che ha messo il borgo di Lismore al centro dell'attenzione e della curiosità in tutta l'Australia e non solo. Le cose sono andate così: nel 2014 come ogni anno la cittadina festeggiava erigendo in piazza un grande pino di Cook, usato tradizionalmente come albero di Natale. L'albero ha però un difetto: si inclina verso l’equatore, e il risultato è un po' triste: “non riesce nemmeno a stare dritto”, ironizzava la gente, un po' come accaduto a Roma col famigerato “spelacchio”. Le foto dell'albero "pendente" erano diventate virali, con didascalie del tipo “L'albero di Natale più patetico del mondo?

Poi, a Natale 2015, l'idea: serve nuovo albero che racconti la grande vocazione ecologista della gente di Lismore, paese che è un modello di sostenibilità. Così è nato l'albero di Natale riciclato. In gran segreto gli operai del Comune hanno allestito l'installazione, e al mattino la gente è rimasta a bocca aperta: al centro della piazza, un enorme cumulo di biciclette bianche con le ruote colorate, disposte in modo tale da formare un cono. Da quel momento, ogni anno, all’angolo tra Keen e Magellan road, l’abete di Natale è divenuto una installazione di oggetti riciclati.

Il 2016 è stata la volta di vecchi pneumatici e coprimozzo dipinti dal personale del Comune e dalle loro famiglie. Una struttura alta oltre 5 metri fatta con 150 pneumatici d'auto, 100 coprimozzi, 80 litri di vernice dorata e quasi mezza tonnellata di acciaio. Nel 2017 l'”albero” era alto 7,3 metri, fatto con più di 200 vecchi cartelli stradali e adornato con più di 140 metri di luci e 100 decorazioni fatte dipinte dal personale e dalle loro famiglie. L'anno seguente è stata la volta di una struttura realizzata con centinaia di ombrelli colorati raccolti durante tutto l'anno, illuminati da migliaia di luci. Nel 2019 è sorto una specie di bosco berticale formato da piante in vaso illuminate grazie all’energia solare. Nel 2020 infine l'albero è stato un realizzato come tributo alla comunità rurale: oltre 7 metri di fusti riciclati serviti a immagazzinare i prodotti chimici usati nelle fattorie, con decorazioni srealizzate con sacchetti non più utilizzabili di mangime per animali, a cui sono stati aggiunti tubi e pezzi di metallo di scarto. Cosa porterà il Natale 2021?

 


 


 


mercoledì 26 agosto 2020

728 - UN AIRPASS E' PER SEMPRE


 

Sembra impossibile ma...

Steve Rothstein, funzionario di banca di Chicago, ha acquistato

dall'American Airlines un biglietto illimitato che permetteva di volare in prima classe quando e dove voleva per tutta la vita. Ringrazio Gei Gi che mi ha segnalato la storia del contratto più vantaggioso che un cliente abbia mai firmato: 250.000 dollari per un airpass che è poi costato all'azienda un milione di dollari l'anno per 21 anni.

Tutto inizia nel 1981. L'American Airlines è in deficit. Per raccogliere liquidità si inventa l'abbonamento degli abbonamenti, il top del suo programma “frequent flyer”: una serie di biglietti illimitati per viaggiare a vita in prima classe in vendita a 250.000 dollari (500.000 euro di oggi); chi lo desidera poi, con altri 150mila dollari, può estendere l’offerta a un accompagnatore (che può cambiare ad ogni viaggio). Non ci mette molto la compagnia aerea a capire che non è un grande affare: ai passeggeri bastano infatti un centinaio di voli per andare in pari, ma c'è chi ne fa molti di più. Nel 1990 il prezzo sale a 600.000 dollari, nel 1993 a un milione: nessuno lo compra più, e nel 1994 l’offerta viene ritirata. Ma nel frattempo un certo numero di clienti, una sessantina, vola con l'airpass in tasca.

Fra questi il più entusiasta è il nostro Steve, che ha fatto del volo la sua vita. Da quando nel 1987 ha comprato il superbiglietto (anche per l'accompagnatore) non si ferma un attimo. A norma di contratto, prenota viaggi di ogni tipo, anche se poi non li fa tutti. A volte decolla per andare a mangiare un hamburger in quel ristorantino in un'altra città, oppure va a vedere partite ed eventi sportivi dalla east alla west coast, o va in Canada al mattino, compra due pasti per se e per la moglie e torna a casa per l'ora di pranzo. Senza contare i viaggi veri e propri: in 21 anni percorre più di 10 milioni di miglia, vola centinaia di volte a New York e a Londra, almeno 120 a Tokyo, 50 a Hong Kong, 70 in Australia. Fra l'altro accumula oltre 40 milioni di miglia frequent flyer, che si traducono in voli gratis regalati ad amici e parenti. Spesso si inventa accompagnatori inesistenti per viaggiare comodo col sedile accanto al suo vuoto, o invita amici e semplici conoscenti a viaggiare gratis con lui. Solo dal 2005 al 2008 prenota più di 3000 voli, anche se poi decolla “appena” 500 volte.

American Airlines fa un po' di conti, e realizza che l'offerta gli è già costata più di 21 milioni di dollari. Rothstein va fermato ad ogni costo. Oltre al suo ci sono altri contratti onerosi, a partire da quello di Jacques Vroom: anche per lui si parla di un milione l'anno. Bisogna rescindere più contratti possibile. Il caso finisce in mano ai migliori avvocati. L’unica cosa che il contratto vieta è vendere il proprio biglietto o farsi pagare dall’accompagnatore. Diversi passeggeri che hanno viaggiato gratis con Rothstein o con Vroom vengono interrogati, alla fine salta fuori che sì, qualche passaggio di denaro c'è stato. A dicembre 2008 Steve sta per imbarcarsi da Chicago, lo ferma la security dell'aeroporto e gli consegna una lettera: il contratto è nullo con effetto immediato per comportamento fraudolento. Lo stesso succede a Vroom e ad altri clienti. Alcuni intentano causa contro l'azienda. Che nel 2011 fa bancarotta. American Airlines sarà poi risanata, e oggi è una delle compagnie più grandi del mondo. Rothstein, che ha perso in primo grado, è andato avanti, ma l'appello si è poi insabbiato nella jungla delle procedure fallimentari. Di certo il suo bel ticket illimitato non lo vedrà più, ma pare sia stato raggiunto un accordo extragiudiziale di cui non si conoscono i dettagli,. E' certo invece che altri viaggiatori meno “vistosi” continuano a volare in prima classe su American Airlines grazie a un biglietto comprato una trentina d'anni fa.

Guarda nei video la storia di Steve Rothstein e il racconto della “sciagurata offerta” di American Airlines.

 


 


 




venerdì 14 agosto 2020

721 - COME UN CANGURO NEL MARSUPIO

 

Sembra impossibile ma...

C'è una tecnica naturale per la salute dei neonati prematuri che dalla Colombia dove è stata ideata sta conquistando il mondo: si chiama Canguro terapia e può essere determinante se usata come strategia di cura, integrata con l'incubatrice tradizionale, per diminuire i tassi di mortalità infantile. Ringrazio Norberto Colella per la segnalazione, e vi portò nella Bogotà del 1970, dove la pediatra Nathalie Charpak scopre (o riscopre) una verità tanto semplice e naturale da apparire banale: il contatto pelle a pelle tra il bambino e la mamma favorisce lo sviluppo e il benessere del neonato. Nasce così la “Kangaroo mother care”. Vediamo come funziona.

La mamma entra in una stanza buia e silenziosa, il bambino nudo viene adagiato a pancia in giù sul suo petto, “pelle a pelle”; i due vengono coperti, e il neonato è completamente avvolto dall'abbraccio materno; già, proprio come un cangurino nel marsupio, da cui il nome. La seduta dura 90 minuti, e va ripetuta almeno quattro volte al giorno: non c’è una dose massima, più il neonato sta col genitore meglio è. Tutto qui? Sì, ma non è poco. Lo confermano l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che supporta già da anni il “Metodo canguro”, e medici e ostetriche di tutto il pianeta che lo mettono in pratica. Perché l'ambiente delle terapie intensive neonatali, per quanto ben organizzate e funzionanti, non è il massimo per i piccoli nati prematuramente, spesso con organi e sistema immunitario non ancora del tutto sviluppati. Passare dal grembo materno caldo e confortevole ad un mondo esterno più rumoroso e pieno di stimoli sensoriali e motori, per i neonati è comunque uno shock, e per quelli più deboli anche un fattore di rischio. E la “Kangaroo mother care” favorisce questa transizione.

In questi anni sono arrivate le conferme dei concreti benefici del metodo: per il neonato migliorano i livelli di saturazione di ossigeno e si stabilizzano respirazione e battito cardiaco. Riscontri positivi anche sul sonno, la crescita, l’aumento di peso, lo sviluppo neurologico e la temperatura corporea. Poi ci sono i vantaggi per la mamma: facilita l’allattamento al seno e aumenta il livello di ossitocina, l'”ormone del benessere” che contrasta il calo di estrogeni e progesterone post partum.

In Italia (dove ogni anno sono 32.000 i neonati prematuri) la Canguro terapia è possibile un po' ovunque. Possibile, ma spesso difficilmente realizzabile. Perché il presupposto è l'apertura 24 ore su 24 delle terapie intensive neonatali, che invece è garantita solo in una parte delle strutture; la formazione specifica del personale poi è carente, e non mancano intoppi burocratici legati all'assenza di protocolli-guida. Il servizio quindi è accessibile solo a un certo numero di neonati, e spesso per tempi assai limitati. Risultato, la pratica, comune in altri Paesi, da noi ancora “sembra impossibile...”

Ah, un'ultima cosa: tutto quanto detto sulla terapia (a parte allattamento e ossitocina) non vale solo per la madre: anche il padre può praticarla, con gli stessi risultati. E babbo e mamma si possono alternare nel ruolo di marsupio per il loro cangurino.

Guarda il video sulla Canguro terapia e quello che spiega come metterla in pratica.

 

  



lunedì 10 agosto 2020

717 - LA BIBLIOTECA VIVENTE

 

Sembra impossibile ma...

Ci sono idee che davvero possono migliorare il mondo. “The human library” è una di queste. Ringrazio Valentina Donzella per la segnalazione di un'esperienza nata per combattere il nemico più perfido della comprensione e della tolleranza: l'ignoranza

Danimarca anno 2000, un gruppo di ragazzi in risposta all’aggressione razzista subita da un loro compagno crea l’associazione “Stop The Violence” e in poche settimane raccoglie l'adesione di 30.000 giovani danesi. La prima uscita pubblica è in occasione del Festival di Roskilde, per il quale al fondatore Ronni Abergel viene chiesto di preparare una sorta di performance su larga scala. Nasce così il metodo Human Library. Di cosa si tratta? Semplice, una biblioteca con tanto di bibliotecari e un catalogo di titoli da cui scegliere, solo che invece di un libro, prendi in prestito una persona. Con lui (o lei) passi una mezz'ora nel corso della quale ti racconta la storia della sua vita. Solo che non si tratta di vite percepite come “normali”: qualche titolo dei libri viventi? “Lesbica”, “Rifugiato politico”, “Barbone”, “Donna islamica col velo”, “Bipolare”, “Disoccupato”, “Emigrato albanese”. Tutta gente consapevole di appartenere in qualche modo a minoranze, ma disponibile a raccontarsi e a discutere i propri valori e le proprie esperienze per mostrare che non si giudica un libro dalla copertina.

Il “lettore” entra così in contatto con realtà con le quali difficilmente avrebbe occasione di confrontarsi, persone concrete ed uniche che rappresentano solo la propria esperienza e storia, e non categorie generiche e “aliene”, stereotipi dai quali nascono i pregiudizi e l'intolleranza. “The human library” ha avuto grande successo in tutto il mondo, e dal 2003 è stata riconosciuta dal Consiglio d’Europa.

Oggi è attiva in 50 Paesi con biblioteche temporanee o permanenti. Dalle nostre parti nel 2015 è nata la Human Library Toscana, una delle poche in Italia ad aver ricevuto il riconoscimento da parte dell’organizzazione internazionale. Altre biblioteche viventi sono nate a Verona, Milano, Bergamo, Treviso, Torino, Palermo.

Guarda i video per vedere in azione le biblioteche viventi e segui il link per il sito della Human library.

 
 
 
 
 https://humanlibrary.org/

martedì 30 giugno 2020

706 - PADRE IN AFFITTO




Sembra impossibile ma...
Una madre single da oltre 10 anni paga un attore per fingersi il padre di sua figlia. La storia inizia una ventina di anni fa quando Asako, una giovane giapponese, si separa dal marito che scompare dalla sua vita e da quella della piccola Megumi, la figlia appena nata. La bambina cresce senza un padre, e sviluppa un senso di colpa perché collega l'abbandono alla sua nascita. La situazione peggiora quando, a 10 anni, i compagni di classe la prendono in giro perché non ha un papà; tanto che si chiude in se stessa e rifiuta di andare a scuola. La madre disperata cerca una soluzione: "devo trovare un uomo gentile, un padre ideale che la faccia sentire meglio". Ed ecco l'idea: qualcuno le ha parlato di agenzie di noleggio che ti affittano un attore per recitare un ruolo nella vita reale, di solito per un incontro o per tempi molto brevi. Gli aspiranti sono 5, Asako li seleziona e sceglie Takashi. “L'ho trovato gentile e dolce – dice – e ho seguito il mio istinto." Takashi è esperto, ha interpretato fidanzati, uomini d'affari, amici, è stato lo sposo in 5 falsi matrimoni. Si prepara per il ruolo guardando film di Hollywood come Little Miss Sunshine o The Descendants.

Asako incontra Takashi molte volte e gli spiega il tipo di padre che vuole per Megumi. Poi passa all'azione: dice alla bambina che suo padre si è risposato, vive con la nuova famiglia ma dopo anni si è messo in contatto e vuole conoscerla. Megumi è scioccata, ma accetta di vederlo. L'incontro con Takashi, che si fa chiamare Yamada, avviene più di 10 anni fa. E per l'attore inizia la recita più lunga, che va ancora avanti. "La bambina mi ha chiesto perché non ero andato a trovarla prima, ho sentito un forte risentimento, poi è scoppiata a piangere”. Da quel primo incontro, “padre e figlia” si vedono diverse volte al mese, Megumi è diventata più allegra ed estroversa.

Qualche tempo fa Asako ha proposto a Takashi di sposarla davvero: “Parliamo molto, ridiamo, è gentile; ed è stato nelle nostre vite per così tanto tempo...”. Ma lui ha scosso la testa: “Questo è solo il mio lavoro, ed è già molto complicato”. Così l'insolito menage va avanti, con Asako che paga 90 euro a incontro. “Meguro ormai ha passato i 20 anni, vorrei che lui l'accompagnasse all'altare, e che facesse il nonno quando avrà un figlio. La cosa peggiore che può succedere è che lei scopra tutto. Sarebbe un dolore tremendo”.





705 - UN TANTO AL CHILO




Sembra impossibile ma...
Un'importante azienda cinese ha fissato un insolito premio di risultato per i suoi dipendenti. Chiunque riesce a dimagrire si aggiudica una ricompensa in denaro: 15 euro per ogni chilo perso.

Per quanto strano possa sembrare, la Cina di oggi è una lontana parente di quella che solo pochi anni fa era alle prese con problemi di sussistenza, e con le condizioni di vita più agiate sono arrivati anche i problemi legati al benessere diffuso: il tasso di obesità sta raggiungendo proporzioni preoccupanti, e anche le patologie collegate all'eccesso di peso sono in crescita vertiginosa. Si stima che un bambino cinese su 4 entro il 2030 sarà a rischio obesità, mentre gli adulti stanno scoprendo diete e palestre.

Wang Xuebao, direttore della Xian Jingtian Investment Consulting, società di consulenza sugli investimenti che ha sede a Xian nello Shaanxi si è reso conto che stava mettendo su pancetta, cosa comune a gran parte dei suoi collaboratori. La vita sedentaria sempre davanti a un computer, stava minacciando la loro salute, e i permessi per malattia aumentavano giorno per giorno. Così ha deciso di incentivare i dipendenti a prendersi cura della propria forma fisica. “Ero veramente preoccupato – ha detto – perché sia io che loro stiamo sempre seduti in ufficio, nessuno fa più movimento, e siamo un po' tutti in sovrappeso. Così mi è venuta questa idea: soldi in cambio di chili, ogni mese tutti sulla bilancia e chi dimostra di aver perso almeno tre chili guadagna 15 euro al chilo. Il mio obiettivo è di sviluppare una cultura più salutista e creare una competizione che non può fare che bene a tutti noi”.

L’iniziativa sta funzionando ottimamente, in pochi mesi più di metà dei dipendenti ha perso peso, Hanno iniziato a mangiare più sano e ad andare in palestra in ogni ritaglio di tempo. Il premio più grosso finora se lo è aggiudicato Zhou Wei, una giovane impiegata che in due mesi ha perso 20 chili e si è messa in tasca 2.000 yuan ovvero 300 euro. Tutti i giorni va in palestra e ha radicalmente cambiato la sua dieta. Wang sborsa volentieri i soldi promessi, anche perché la produttività è migliorata, ma ha solo un piccolo rimpianto: non è riuscito a guadagnare un solo euro di bonus, perché non ha perso neanche un etto. Per lui, che di soldi ne ha tanti, non sono un incentivo sufficiente.



lunedì 29 giugno 2020

697 - L'ACQUA E IL VINO




Sembra impossibile ma...
Duemila anni dopo il miracolo delle nozze di Cana un'azienda vinicola spagnola concede il bis e trasforma l'acqua in vino.

L'ultima novità nel mondo dell’enologia arriva dalla Galizia, si chiama Vida Gallaecia ed è la prima acqua aromatizzata al vino, una bevanda che permette di assaporare il gusto del vino, sia rosso che bianco, senza i problemi normalmente legati al consumo di bevande alcoliche. Infatti la Vida Gallaecia ha pochissime calorie, quindi si può bere senza il rischio di ingrassare, e soprattutto il contenuto di alcol è pari a zero: insomma, si potrà alzare il gomito senza ubriacarsi. Il sapore, assicura chi l'ha assaggiata, è straordinariamente simile a quello di un buon vino, e regala al palato sensazioni inedite. Le varietà di uva utilizzate per aromatizzare la Vida Gallaecia sono due fra le più pregiate della prioduzione iberica, la Mencia e il Godello, l’una per il rosso l’altra per il bianco. Il nuovo prodotto nasce da una collaborazione durata due anni tra la Bodega Líquido Gallaecia e i ricercatori del Consejo Superior de Investigaciones Científicas.

Ma come si ottiene la Vida Gallaecia? In che modo e con quali prodotti l'acqua viene aromatizzata? La formula viene mantenuta rigorosamente segreta. Di sicuro si sa solo che una componente importante sono i flavanoli dell'uva, e i residui del processo di vinificazione. I flavanoli – spiega Carmen Martìnez, biologa e ricercatrice - sono benefici per la salute, e hanno effetti positivi per il diabete, oltre ad essere antiossidanti, cardioprotettivi e antibatterici“. Il mercato più promettente per il nuovo prodotto sembra essere quello giapponese, sempre pronto a sperimentare le novità, mentre una compagnia aerea sembra abbia acquisito i diritti per distribuire l’acqua aromatizzata sui voli, e negli Stati Uniti c'è grande interesse per la Vida Gallaecia. Un po' meno in Paesi come la Francia e l'Italia, dove il vino buono non è solo una bevanda, ma è storia, cultura, fascino romantico: un amore scritto nel Dna. 


696 - PRONTO... PARLO CON DIO?




Sembra impossibile ma...
Un predicatore africano sta raccogliendo un gran numero di adepti e fedeli ai quali racconta di avere un canale diretto con Dio: “Ho il suo numero di cellulare e posso chiamarlo quando ce n’è bisogno”.

Paul Sanyagore racconta di aver ricevuto la sua chiamata ministeriale nel 2005 mentre studiava ingegneria a Kwekwe. Da ubriacone e fumatore accanito diventa un fervente fedele di Tavonga Vutabwashe, fondatrice dei Ministries International di Heartfelt, e nel 2001 svolge il primo ministero a Mbare. Nel 2014 si mette in proprio, fonda la Chiesa Internazionale dei Ministri della Vittoria Mondiale (con tanto di seguitissimo canale televisivo, Victory TV) e si fa chiamare “Pastor Talent”. Subito dopo iniziano le interurbane con l'Altissimo: “È possibile parlare con Dio – dice ai giornalisti - perché dubitate che gli parli al telefono? Ho il numero diretto, devo solo chiamarlo e lui mi dà istruzioni. L’ho avuto mentre stavo pregando e ho sentito una voce che mi diceva di chiamare”.

Sanyagore sostiene di compiere miracoli, ma mai per farsi pubblicità: nel 2015 ha profetizzato a una donna abbandonata dal marito da 2 anni che questo sarebbe tornato; dopo pochi giorni durante la messa lei si è presentata felice per il ritorno del coniuge. Lui ha benedetto una scatola di preservativi, e le ha raccomandato di usarli. Il motivo? “Chissà dove e con chi era stato il marito” spiega il pastore. Ma da allora decine di donne gli portano i profilattici da benedire. Pochi mesi dopo Sanyagore avrebbe camminato sull'acqua: “Era un segreto, ho fatto qualche passo sulla piscina, ma alcuni adepti mi hanno fotografato. Poi le immagini hanno iniziato a circolare. Ma la gente non è pronta: ho cacciato chi aveva diffuso le immagini”. In un'altra occasione il pastore ha fatto bere a degli operai assetati acqua di fogna che, dopo una preghiera e una spruzzata di sale, sarebbe diventata potabile.

Ma la linea diretta col paradiso è il suo capolavoro. Sanyagore durante le funzioni chiama Dio al telefono e fa da tramite per le richieste dei fedeli; le sue profezie sono accompagnate da scrosci di applausi. A chi gli chiede di rivelare il numero, promette che presto lo farà. Durante una messa nella quale avrebbe dovuto riverlarlo, ha squillato il cellulare di un adepto: chi era? Il Signore, che gli ha comunicato una serie di profezie. Una prova più che sufficiente per il predicatore. Che di recente ha querelato una rivista sudafricana che raccontava la storia, e rivelava il numero divino. “E' falso – si è arrabbiato lui – io non l'ho mai dato a nessuno”.



691 - LA CASA DI BILBO




Sembra impossibile ma...
Un ex insegnante di educazione artistica si è costruito una casa che pare uscita dal villaggio hobbit di Tolkien; l'ha fatto utilizzando solo materiali naturali e riciclati. E con una spesa complessiva di 180 euro.

Michael Buck appena andato in pensione ha realizzato un vecchio sogno nel suo giardino di Wolvercote, non lontano da Oxford. Utilizzando una tecnica costruzione antichissima, materiali come sabbia, argilla, paglia e acqua, in 8 mesi di lavoro ha edificato una casetta biologica di 30 metriquadri."Ho iniziato - spiega - con un cerchio di pietre prese da un muro che il mio vicino aveva abbattuto, e che originariamente provenivano dalle rovine di un monastero”. Buck ha sfruttato la normativa britannica che non richiede un permesso per costruire una casa estiva; ha rispolverato una tecnica preistorica che per le pareti utilizza una terra con poca sostanza organica e molta argilla (se bagnata è malleabile, ma una volta asciutta è dura e resistente) mentre il tetto è fatto di paglia. L'impasto, che va a costituire il riempimento della muratura e delle pareti, offre un ottimo isolamento termico: mantiene fresca la temperatura interna d'estate e conserva il calore della stufa a legna d'inverno. La struttura ha travi di pioppo; il pavimento è fatto con le assi di una barca abbandonata, le pareti tinteggiato con gesso e resina vegetale, le finestre costruite con vecchi parabrezza di autocarri.

La"Cob House" ha al suo interno cucina, zona pranzo e zona letto (a castello), mentre Il bagno è fuori, un gabinetto di compostaggio in una dependance di paglia; sulla parete esterna c'è poi la vasca, di latta, che può essere riempita e svuotata. L'acqua, incanalata in un condotto che serve la casa, proviene da un vicino torrente. Non c'è energia elettrica, per far luce si usano le candele; il frigorifero è una cavità creata nel terreno che sfrutta le caratteristiche geodetiche per mantenere freddi gli alimenti; la cucina sfrutta un sistema a legna per cuocere i cibi, e in caso di emergenza c'è anche un fornello a gas. Insomma, è l'ultima frontiera del “fai da te” ecologico e sostenibile che non solo è quasi a costo zero, ma non comporta spese future di bollette o oneri del genere.

"Ho deciso di costruire questa casetta - racconta Buck - ispirato da madre natura. Viviamo in una società dove ci stressiamo passando le nostre vite a pagare mutui. Invece per realizzarla ho avuto bisogno solo di un pezzo di terra: come l'ho fatto io, lo può fare chiunque ”.


690 - VIENI, C'E' UNA BOLLA NEL BOSCO




Sembra impossibile ma…
C’è un bosco vicino a Marsiglia dove è possibile passare la notte in una bolla trasparente. La privacy forse è un po’ sacrificata, ma vuoi mettere rilassarsi circondati dal verde e immersi nella natura, e addormentarsi con l’immagine di un cielo stellato negli occhi.

Si chiama Attrap’Reves, è una catena di alberghi cresciuti come funghi (è il caso di dirlo) nel sud della Francia, all’ombra di un’idea semplice ma insolita: il Bubble Hotel. Camere a forma di bolla dove passare la notte con tutti i comfort eppure in mezzo alla natura: un po’ come la vecchia tenda del campeggio, però assai più comoda, senza tutti i disagi che questa comporta, e sicuramente più panoramica. E’ possibile scegliere tra 5 diversi luoghi: Allauch, Saint-Maime, La Bouilladisse, Montagnac-Montpezat e Puget-Ville.

L’idea della vacanza glamping è venuta nel 2010 a una famiglia francese, madre e due figli, con specifiche competenze nei diversi settori dell’alberghiero. “Il nostro obiettivo – dicono – era creare una vera esperienza poetica e sensoriale attraverso l'installazione di design e sistemazioni ecologiche ma senza sacrificare l'ambiente”. Così è nato un progetto eco-friendly: per tutte le strutture, che possono essere montate e smontate con facilità è stato utilizzato solo materiale riciclabile. Ogni bolla poi è stata installata in modo da proteggere la privacy degli ospiti: per raggiungere la propria stanza, infatti, bisogna percorrere un sentiero privato.

Gli ospiti possono scegliere tra diverse "bubbles": Zen, Love Nature, Chic & Design, Glamour, Mille e una notte, Tahiti… Sono previsti pacchetti relax e trattamenti benessere. I prezzi? Variano a seconda della camera scelta tra i 109 e i 499 euro a notte. Ad esempio la Constellations secondo la stagione costa da 119 a 149 euro, prezzo di una bolla per due persone colazione compresa, con un telescopio e mappa delle stelle a disposizione.



689 - UOMINI DELLE CAVERNE




Sembra impossibile ma…
Sono oltre 30 milioni i cinesi che attualmente vivono in una caverna, più dell’intera popolazione dell’Australia, o se preferite degli abitanti di tutti i Paesi scandinavi messi insieme.

Ma la vita per gli uomini delle caverne del terzo millennio è meno brutta di quanto si possa immaginare. Se il paesaggio è più o meno quello dei Sassi di Matera, la maggior parte delle case sotterranee ha tutte le comodità delle dimore moderne, ed è più efficiente dal punto di vista energetico delle abitazioni di un condominio medio. La provincia cinese dello Shaanxi è la più ricca di case-grotta, che i cinesi chiamano yaodong; le scogliere gialle di terreno poroso dell'altopiano di Loess rendono facile lo scavo e la realizzazione di livelli terrazzati collegati da scale di pietra.

Gli ingressi semicircolari sono rivestiti con carta di riso o coperte, ogni grotta ha un’ampia sala a volta, i soffitti sono alti e davanti a ogni casa c’è un cortile. Le migliori sporgono dalla montagna e sono rinforzate con mattoni in muratura. Le caverne hanno impianti elettrici e acqua corrente, e gli abitanti dormono su grandi letti di pietra detti kang; d’estate gli ambienti sono freschi, e d’inverno vengono accesi fuochi in apposite cavità sottostanti. La buona notizia è il prezzo: a Yanan una grande grotta con tre camere, bagno e cortile (750 metri quadrati) costa l’equivalente di 40.000 euro. Una più modesta, di una sola stanza, può essere affittata con 25 euro al mese. La maggior parte delle abitazioni però non è in vendita, perché viene tramandata da una generazione all'altra.

Le case-grotta hanno un ruolo importante anche nella storia cinese: durante la lunga marcia negli anni trenta, Mao Tse Tung si rifugiò nelle a Yanan e vi rimase a lungo in una caverna con due camere, mentre il presidente cinese Xi, esiliato nel periodo della Rivoluzione culturale, ha vissuto dal 1968 al 1975 in una grotta a Liangjiahe.





688 - LE PERE DI BUDDHA


 

Sembra impossibile ma…

Arriva dalla Cina l’ultima novità mistico-ortofrutticola: le pere a forma di Buddha. Chi ha qualche annetto si ricorda di quando le pesche erano pesche, le mele mele, e i kiwi un frutto assai esotico di cui si favoleggiava l’esistenza nella lontana Nuova Zelanda. Poi sono arrivate le pesche-noci e i cachi-mela, le tabacchiere e i mandaranci, e una pioggia di ormai comunissimi kiwi. Ora la nuova frontiera più che ai contenuti guarda alle forme, e si apre con l’immagine più iconica della mistica orientale: il Buddha.

L’idea è venuta a Gao Xianzhang, un contadino col pallino delle invenzioni che vive a Hexia, nella Cina settentrionale. Dopo aver selezionato le pere più adatte mediante centinaia di incroci, ha ingabbiato i frutti ancora acerbi in strutture di plastica trasparenti, una sorta di stampi che riproducono le fattezze di un piccolo Buddha sorridente. Ci sono voluti sei anni di esperimenti e decine di tentativi falliti per riuscire a modellare in maniera convincente la forma del frutto, con il contadino cinese impegnato a seguirne la crescita una ad una con pazienza degna di un monaco buddhista, e a correggerne i difetti in modo da renderle più verosimili possibile.

Le prime 10.000 pere-Buddha sono state messe in vendita a 5,7 euro cadauna, e nei mercati orientali sono andate letteralmente a ruba. “La gente – dice Xianzhang - ritiene che portino fortuna e che siano carine e le compra appena staccate dalla pianta”. Il contadino, diventato ormai imprenditore, ha già deciso di incrementare la produzione ed esportare il suo prodotto anche in Europa. Preparatevi, le pere di Buddha sono in arrivo, e questo potrebbe essere solo l’inizio: siete pronti a portare in tavola le prugne di Padre Pio e le arance di Che Guevara?




venerdì 19 giugno 2020

640 - LA CITTA' DEI VEGANI




Sembra impossibile ma...
Sono stati consegnati i primi appartamenti del Veda Village, vasto complesso residenziale nato per ospitare solo vegetariani e vegani.

Siamo in Russia, a mezz'ora dal centro storico di San Pietroburgo, dove di recente sono iniziati i lavori per realizzare un villaggio destinato a ospitare un totale di 210 famiglie: 7 edifici immersi nel verde, 4 piani e 30 appartamenti ognuno. Maya Podlipskaya, che ha diretto l'intero progetto, spiega che nel Veda Village tutto è studiato per permettere a chi desidera praticare uno stile di vita sano, etico e rispettoso dell'ambiente di condividere i propri obiettivi con una comunità di persone con la stessa mentalità. "Durante la costruzione – dice – abbiamo preso in considerazione i principi della pratica cinese del Feng-Shui e il tradizionale sistema di architettura indù chiamato Vastu. Il risultato è una combinazione di ospitalità orientale e tecnologia e praticità occidentali".

Principale requisito per l'acquisto di un appartamento è che gli interessati siano vegani o vegetariani. Per questo gli agenti di vendita sottopongono i potenziali clienti a una serie di interviste, e se non sono convinti di avere di fronte persone che praticano questo stile di vita, la loro richiesta di acquisto viene rifiutata. Ma il divieto assoluto di mangiare carne è solo uno dei requisiti richiesti: anche il fumo e il consumo di qualunque tipo di alcolici sono proibiti.

Il Veda Village punta a diventare una comunità sostenibile dove i residenti sono autosufficienti in termini di energia, acqua, trattamento dei rifiuti e produzione alimentare. C'è un asilo, una scuola, negozi di alimentari e un ristorante (ovviamente vegetariani), un complesso sportivo con piste per atletica e ciclismo, una sala da ballo, uno studio di yoga e una palestra di body building, un parco giochi per bambini, un centro termale, un salone di bellezza e tanti orti per la produzione di cibo salutare.

Per qualcuno il villaggio è l'avamposto per un pianeta a misura di vegano; per altri un'inquietante cartolina che pare uscita dal Truman Show, “Il più noioso posto al mondo dove vivere”.
 

 
 


mercoledì 17 giugno 2020

628 - UNA BIRRA CON GLI HOBBIT



Sembra impossibile ma…
Il villaggio di Frodo, Bilbo e degli altri protagonisti del Signore degli anelli esiste davvero, sopravvissuto alla magia del cinema che ha portato nelle nostre case il fantastico universo di Tolkien. Si chiama Hobbiton, e se volete farci un salto preparatevi a un viaggio lungo quanto dalla Terra di mezzo a Mordor, ma assai meno pericoloso. Perché per bere una pinta di birra con gli hobbit bisogna arrivare sulle dolci colline di Matamata, in Nuova Zelanda.

La birra la potrete bere al “Green Dragon pub”, nel cuore del villaggio, un locale che sia all’esterno che all’interno ricalca fedelmente le indicazioni del libro. Tutto intorno, immerse nel verde, le morbide linee delle casette hobbit, affondate nelle colline, con le tipiche porte circolari. Veri e propri rifugi dove assaporare lo stile di vita hobbit, immersi nella natura senza rinunciare alle comodità di una casa normale. Il villaggio, 44 case hobbit incassate nelle colline, è stato creato da Brian Massey, ed è ciò che rimane del set delle due serie di film “Il Signore degli Anelli” e “Lo Hobbit”.

Nel 1999 una ricerca aerea portò la troupe guidata dal regista Peter Jackson alla fattoria Alexander, un allevamento di pecore di 1.250 ettari nella regione del Waikato. E fu subito amore: un paesaggio intatto, niente linee elettriche, niente edifici e niente strade a perdita d’occhio. “Benvenuti nella Terra di mezzo” disse il regista. La costruzione del set richiese poi 3 mesi e le riprese iniziarono nel dicembre del 1999. Finito il film, il set fu in parte demolito: rimasero in piedi solo 17 case. Nel 2009 Jackson tornò per girare la trilogia dello Hobbit e lo fece ricostruire così come appare oggi.

Il villaggio è visitabile con tour giornalieri. Non immaginatevi però una Disneyland: non è un parco sfarzoso ma una fattoria all’aperto nello stile bucolico caro agli hobbit. Il tour inizia con una passeggiata nell’allevamento di pecore con viste spettacolari sulle montagne Kaimai, poi la guida vi condurrà nelle case hobbit, al Mulino e al Green dragon pub. Gli ospiti possono quindi imparare a tosare le pecore, ed eseguire altri compiti agricoli prima di cenare con specialità locali. Insomma, una perfetta vacanza da hobbit.



627 - SPOGLIATI, SI VA AL RISTORANTE




Sembra impossibile ma…
Nel centro di Parigi, non lontano dalla Gare de Lyon, per qualche tempo fra i locali di tendenza c'è stato un locale davvero insolito: piatti classici della cucina francese, ambiente raffinato, arredamento minimalista ma curato... e i clienti seduti ai tavoli completamente nudi.

O’naturel ha riscosso un notevole successo, ha attirato folle di curiosi e nudisti entusiasti, ma ha sollevato anche critiche e discussioni, e alla fine dopo quasi due anni di onorata (non per tutti) attività, ha dovuto chiudere i battenti, anche se, si mormora, non definitivamente. Certo, l'impatto per i primi coraggiosi sperimentatori non è stato semplice: il fatto di entrare dalla strada affollata e lasciare al guardaroba non solo giacca e cappotto ma ogni indumento e oggetto (cellulari compresi) ricevendo in cambio solo un paio di pantofole, richiede un po’ di abitudine. I nudisti però hanno trovato qui il locale di cui sentivano la mancanza, senza contare quelli, e non sono pochi, in cerca di un’esperienza conviviale diversa da raccontare agli amici.

Insomma, O’naturel - dicono i proprietari, i gemelli Mike e Stephane Saada - è stato un'esperienza più che positiva -; e loro che nudisti non sono, hanno intravisto grandi potenzialità in un Paese come la Francia dove il turismo naturista richiama più di due milioni di persone. “Tutta gente diventa nudista solo in estate – dicono – mentre il nostro locale è nato per permettere ai clienti di ritrovare il loro stile di vita tutto l’anno”.

A chi nei mesi di apertura chiedeva se nel locale nudismo facesse in qualche modo rima con sesso, i gemelli rispondevano decisi: “Ai clienti raccomandiamo di prenotare, ed è indispensabile farsi riconoscere all’ingresso; ci riserviamo infatti il diritto di rifiutare persone che, magari equivocando, pensano di trovare un certo tipo di compagnia. Qui non è consentito fare altro che cenare. Ciò che succede quando escono dal locale non ci interessa, ma nel ristorante esiste un codice di buona condotta che facciamo rispettare»

Per il resto, menu di tre portate a 50 euro, 20 tavoli, sedie con rivestimenti in tessuto cambiati dopo ogni cena per garantire l’igiene, e tende alle finestre per proteggere dagli sguardi dei passanti curiosi. E i camerieri? Vestiti, come richiedono le leggi francesi per chi lavora in sala o in cucina. Altre regole? Giusto una nel segno del bon ton: guardarsi negli occhi, perché è maleducazione durante la cena lasciar cadere lo sguardo altrove, dove batte il sole e dove di solito non batte. Nel 2019 il locale ha chiuso i battenti, ma l'idea ha fatto proseliti in diversi Paesi e solo i problemi degli ultimi mesi hanno costretto al rinvio più di un progetto per l'apertura di locali "nude look".
Guarda il video per farti un'idea di una cena a O'naturel. 


 

626 - A QUALCUNO PIACE GATTO




Sembra impossibile ma…
I felini stanno conquistando il pianeta. Dopo le foto di teneri micetti piovute a milioni sui social, sono ora le Kitten Play, belle e sornione, a tentarci col loro look che ricordano un burlesque di classe, e soprattutto con il loro eccentrico stile di vita “gattesco”.

Tutto comincia quando l’inglese Isibella Karnstein, da poco arrivata a Denver in Colorado, ascolta la kitten girl che è in lei e si inventa "The Chateau", una villa dove dar vita alle sue fantasie feline. E’ qui che nasce il Gioco del gattino, una sorta di gioco di ruolo che è la base su cui in breve prende corpo quella che oggi viene definita “una subcultura di impronta sadomaso, non necessariamente con finalità ed esito sessuale”. Fra i modelli ispiratori, le bellissime donne-gatto disegnate fin dal 1924 da Kenji Miyazawa, il primo “anime” Mtsuyo Seo del 1949 chiamato The King's Tail, la Catwoman di Batman, i cosplay di ComicCons e, naturalmente, Cats di Andrew Lloyd Webber. Ma vediamo come funziona.

Una persona si traveste da gatto, e ne assume carattere e modi di fare. In un rapporto a due, uno (non importa l’identità sessuale) interpreta il "maestro" o "l'umano", l’altro il gattino. Quest’ultimo indossa orecchie e coda, e riproduce comportamenti e istinti felini, con miagolii e movimenti felpati, ma anche con un certo senso di indipendenza. Il “maestro” è responsabile della cura del micio, si prende cura di lui in una relazione basata sulla fiducia e l'attenzione e interagisce con una serie di regole e punizioni. Non ci sono divieti, l’importante è pensare con la testa di un gatto, che può essere domestico, selvatico o addirittura pericoloso come un leone. Tutti possono essere addestrati ad azioni di vario tipo, come riportare oggetti, giocare con gomitoli di lana, ciotole di latte (spesso con superalcolici mescolati) e di champagne, giocattoli per animali domestici. E online ci sono siti dove si trova tutto il necessario.

Come dite? Pratiche sessuali? Certo che sì, ma non è scontato: si possono fare o non fare. Esistono diverse categorie: i gattini “no sex” che giocano, vestono e postano immagini sui social, e i “sex”, che possono essere di proprietà o “randagi”, senza collare ne “maestro”. Non ci sono regole fisse – dicono le Kitten Play - è una fuga dalla realtà per vivere la vita di un gatto, e divertirsi. Anche se per molti, assicurano, è assai più di un gioco di ruolo. 



 


625 - IL FESTIVAL DEL FANGO




Sembra impossibile ma…
A Boryeong, cittadina turistica sudcoreana 200 chilometri a sud di Seoul, due milioni di persone hanno appena smesso di rotolarsi nel fango appositamente steso sul litorale in occasione del Mud Festival, una follia collettiva che ogni anno a metà luglio attrae visitatori da tutto il mondo.

Il fango di Boryeong è ricco di minerali ed è conosciuto per le proprietà terapeutiche e utilizzato per fabbricare cosmetici. Per l’occasione viene prelevato dai depositi naturali e trasportato nella grande spiaggia di Daecheon, che per 10 giorni si trasforma nella "Mud Experience Land".

Sul lungomare vengono erette grandi attrazioni: il Giant Mud Bath è un’enorme piscina di fango, il luogo principale dell'evento dove tutti gli ospiti possono godersi in sicurezza i bagni di fango e le altre attività. Le piattaforme galleggianti sono utilizzate per organizzare gare e giochi speciali. I Fango Super Slide sono altissimi scivoli gonfiabili dalla cima dei quali si apre una bella vista sulla spiaggia e sui dintorni, e sui quali si organizzano gare di sci sul fango. La
Prigione di fango è un’esperienza particolarmente coinvolgente alla quale chiunque può partecipare più o meno volontariamente: se sei troppo pulito, le guardie carcerarie si prenderanno cura di te. Il Color Mud Body Painting è il programma più popolare del festival: pittori professionisti disegnano splendidi motivi con fango colorato, oggetto di foto uniche da rilanciare subito sui social. Per chi cerca emozioni tattili con un filo di erotismo c’è il massaggio di gruppo nel fango: amici, famiglie e coppie si stendono nel fango l'uno contro l'altro, e chiunque può diventare massaggiatore.

Sul lungomare c’è poi il mercatino che vende cosmetici realizzati col fango di Boryeong, mentre cliniche di salute e bellezza offrono massaggi, agopuntura e trattamenti che ne utilizzano le qualità medicinali. Sulla spiaggia viene eretto un grande palcoscenico per musica dal vivo, spettacoli e performance visive, Dopo 10 giorni il gran finale con megaspettacolo di fuochi artificiali.

È l'unico festival – dicono gli organizzatori – dove puoi dar vita al più bello dei tuoi sogni di bambino: quello di rotolarti nel fango fresco. Dimentica la tua stressante vita da adulto, divertiti nel fango preparati a vivere con gli amici vecchi e nuovi 10 giorni sporchi e felici”. Convinti? Prenotatevi fin da ora per prossimo il Mud Festival.


624 - PRECEDENZA AGLI SMARTPHONE


 

Sembra impossibile ma…

La realtà virtuale sta conquistando, un passettino alla volta, il nostro universo reale. Le prime avanguardie sono arrivate con la realtà aumentata (o diminuita?) dei Pokemon Go, che ha piazzato mostrilli su tutto il pianeta, visibili solo attraverso lo smartphone. Ottenuto il benestare dei nativi digitali, sempre più abili nell’uso avanzato dei pollici opponibili sulla tastiera, eccoci al passaggio successivo. Quello che consente di passeggiare nella dimensione reale operando in quella virtuale senza sbattere in un concretissimo palo della luce.

Sì, avete capito bene, stanno arrivando le corsie pedonali riservate a chi cammina per strada senza staccare le mani e lo sguardo dal proprio cellulare. A Chongqing, megalopoli da 30 milioni di abitanti della Cina centromeridionale, sono già una realtà. I marciapiedi di Yangren Street, in un grande parco cittadino, ospitano una doppia corsia pedonale segnalata in cinese e in inglese. Un lato è dedicato in modo esclusivo ai cosiddetti “addicted”, talmente assuefatti al proprio smartphone da non potervi rinunciare neanche camminando. Sull’altro l’uso del cellulare è teoricamente vietato. Così, smartphone alla mano, basta seguire i segnali disegnati sul marciapiede per andare nella giusta direzione, ed evitare scontri fisici (e generazionali) con chi passeggia senza chattare, twittare o inviare Sms.

Una follia cinese? Macché. L’esperimento non è il primo nel suo genere. Di recente a Washington, il marciapiede della diciottesima strada (nella foto) è stato diviso in due corsie: pedoni “semplici” da una parte, portatori (sani?) di smartphone dall’altra. Pare sia solo un test sui nuovi comportamenti umani promosso dal National Geographic Channel, ma intanto la corsia è in funzione da mesi. E altre strutture analoghe sono annunciate a breve ad Hong Kong, nel Somerset e in Belgio, nel centro di Anversa.

domenica 7 giugno 2020

545 - LA RAGAZZA NELLA TORTA




Sembra impossibile ma...
La ragazza che esce dalla torta al clou di una festa non è una moda effimera nata qualche decennio fa, ma ha radici antichissime.

Nella Roma imperiale convivi come quelli descritti da Petronio Arbitro nel Satyricon sono frequenti; fra fontane di vino e torri di pietanze sontuose si servono specialità come la torta di anguilla viva, col pesce che nuota nella salsa, o la mucca ripiena, con dentro un maiale arrosto, e poi a seguire un agnello, un coniglio, un pollo. I ricchi banchetti del Medioevo offrono ricette destinate a scioccare e divertire; animali morti fatti per sembrare vivi e viceversa. Nascono qui le torte a sorpresa, con tanti uccelli multicolori che escono svolazzando dal centro; poi c'è il cockentrice, un ibrido realizzato dagli chef legando insieme pezzi di diversi animali, di solito un maiale e polli. Ed eccoci agli esseri umani chiusi in torte. L'esempio più grandioso è quello a un banchetto del duca di Borgogna nel 1454: i cuochi presentano una gigantesca torta di carne dal cui interno proviene musica. Quando si rompe la crosta escono 28 musicisti che suonano per gli ospiti. Nel 1626 re Carlo I e sua moglie Henrietta Maria vedono uscire dalla torta un nano vestito con una piccola armatura, una sorpresa che diverte molto la regina.

Le prime donne succinte compaiono nell'800. Nel 1895 "The pie girl dinner" fa scalpore: l'architetto Stanford White dà un banchetto per l'élite di New York. Da una grande torta salta fuori una biondina seminuda: è Susie Johnson, 16 anni. La sua foto (censurata) finisce sui giornali domenicali, la ragazza scompare senza lasciare traccia; qualche anno dopo White sarà ucciso per una storia (pare) legata in qualche modo a Susie. Che alla fine viene ritrovata: si è sposata, ma quando il marito scopre il suo passato la caccia di casa. Il giallo della Pie girl apre la strada alla moda della pin-up nella torta, che negli anni Cinquanta Billy Wilder consacra in “A qualcuno piace caldo”. Ragazze in due pezzi o completamente nude allietano party e convention, finché l'ondata di femminismo dei Settanta ne riduce il numero, aumentando però di pari passo quello dei dream men: gli spogliarellisti sbucano da torte a feste di addio al nubilato in gran numero. Dai più recenti dolci a sorpresa escono le star: Naomi Campbell nel 2004 per il compleanno di Usher, James Franco e Seth Rogen nel 2014 per quello di Jimmy Fallon, Bill Murray nel 2015 per il ritiro di David Letterman.
 
 

 
 

 

venerdì 5 giugno 2020

538 - LE SCARPE "STAI LONTANO DA ME"




Sembra impossibile ma...
Arrivano le scarpe per il distanziamento sociale. Ringrazio Cristiana Grasso per la segnalazione, e vi racconto la trovata con cui l’artigiano rumeno Grigore Lup sta vincendo la sua battaglia contro la crisi innestata dal Coronavirus.

Lup ha 55 anni, vive nella città transilvana di Cluj-Napoca e ha iniziato a fare scarpe in cuoio quando ne aveva 16 imparando il mestiere da un calzolaio che ancora oggi a 93 anni produce calzature tradizionali. L'attuale negozio è aperto dal 2001, e l'artigiano oltre a vendere scarpe già pronte si è specializzato in
ordini personalizzati per compagnie teatrali e liriche e complessi di danza popolare tradizionale. La sua attività, come quella di migliaia di artigiani in tutto il Paese, si è arrestata a causa della pandemia, che nel suo caso ha colpito particolarmente duro, con il blocco totale di tutti gli spettacoli e gli eventi dal vivo. “Qualche settimana fa – racconta - sono andato al mercato; c'erano poche persone ma continuavano a stare fin troppo vicine. Lì mi è venuta l'idea: creare scarpe che facciano rispettare automaticamente le regole di distanza sociale”. Così Lup ha adattato un modello di calzature lunghe che aveva realizzato in passato per gli attori e ha realizzato le sue insolite scarpe taglia 75. “Se due persone che indossano queste scarpe – spiega - si trovano una di fronte all'altra, fra loro resta una distanza di quasi un metro e mezzo. Così – conclude scherzando – servono per mantenere il distanziamento sociale, oppure per prendere a calci chi non lo rispetta». All'artigiano servono due giorni e un metro quadrato di pelle per fare un paio di scarpe, che vende a 500 leu (110 euro); in caso di seconda ondata, per l’autunno è già pronto lo stivale, sempre taglia 75. Il problema ora è evadere tutti gli ordini: ne sono già arrivati cinquemila, non solo dalla Romania, ma anche da Stati Uniti e Canada.

Il mondo della moda aveva già visto in passato esempi di calzature innovative create per risolvere problemi pratici, come le scarpe multiuso, perfette per ogni occasione: un’unica scarpa che può essere indossata in modi diversi. I sandali Mime et Moi, ad esempio, dotati di un kit di tacchi intercambiabili: Christian Huber ha progettato i tacchetti a scatto con la clip del marchio e li ha brevettati. Ogni scatola di Mime et Moi contiene un paio di tomaie con un set di tacchi a spillo e uno di tacchi bassi, ed è possibile anche acquistare più opzioni di tacco. Cambiare i tacchi richiede un po’ di pratica e molta pazienza, ma seguendo le istruzioni ci può riuscire chiunque. Anche un brand celebre come Gucci si è lasciato tentare dal fascino della novità multitasking, con le pantofole Elvet: scarpe multiuso trasformabili in ciabatte. La parte superiore in velluto può essere staccata dalle suole con zeppa, e diventa una scarpetta da camera. Dalla California arriva Pashion Footwear, scarpe trasformabili col tacco che ruota, si stacca dalla suola e poi, con un solo clic scompare e la scarpa diventa flat. Ma se vi attirano le calzature davvero strane, seguite il link.

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...