Oggi vi presento Louis de Rougemont, l'esploratore che sconfisse i terribili uomini rettile e fece volare i koala, lottò con piovre giganti e scimmie a sei braccia, fu adorato come un dio dagli aborigeni e duellò con un pesce sega a colpi d'ombrello.
Non ci credete? Fate bene. Sono tutte frottole. Eppure alla fine dell'ottocento le mirabolanti gesta di De Rougemont (uno pseudonimo: in realtà era uno svizzero di nome Henri Louis Grin) affascinarono un esercito di lettori.
Anno 1898, il Wide World Magazine, mensile britannico specializzato in “storie vere”, inizia a pubblicare le sue memorie. Più fantastiche dei Viaggi straordinari di Giulio Verne, più folli delle Avventure del barone di Munchausen. Ma il pubblico abbocca. I tempi sono quelli giusti, l’Europa vittoriana ha fame di avventure e scarsa voglia di verifiche.
Così l'avventuriero svizzero incanta lettori e ascoltatori col racconto di 30 anni trascorsi tra l’Australia e l’Oceania, fra esplorazioni scientifiche, popolazioni sconosciute e scoperte sensazionali. Millanta viaggi in isole abitate da ripugnanti uomini-rettile, e incontri con tribù di cannibali, con scimmie a sei braccia, cpn piovre colossali e mostri marini baffuti, e con marsupiali volanti che solcano i cieli dell’outback.
Sostiene di aver scoperto giacimenti di perle e d’oro custoditi da animali mai visti, di aver cavalcato tartarughe giganti per puro divertimento, di aver combattuto a colpi d’ombrello un pesce sega. Diventa perfino re di tribù aborigene che lo considerano un dio, grazie a fuochi d’artificio spacciati per prodigi soprannaturali.
Tutto falso. Tutto raccontato con tale sicurezza da mettere in difficltà studiosi, geografi, lettori colti. Le sue storie, è ampiamente documentato, fanno sensazione e dividono l’opinione pubblica, si accendono discussioni e confutazioni anche sulla stampa.
Esaminato e sottoposto a un fiume di domande dagli eminenti studiosi della Royal Geographical Society e di altre associazioni scientifiche, in un primo tempo riesce a convincerli, tanto che viene invitato a tener lezioni pubbliche. In breve si arricchisce grazie ad “articoli scientifici” pagatissimi e al business che avvia fornendo informazioni sui giacimenti che dice di aver scoperto.
Il gioco va avanti per qualche anno, finché qualcuno più scettico inizia a fare domande stringenti e dettagliate: nomi, distanze, mappe. E l’esploratore messo alle strette si perde. Non sa collocare bene i luoghi sulle mappe, e a nulla valgono le scuse del tipo “non posso dire niente perché ho stretto accordi di riservatezza”.
Smascherato, de Rougemont che fa? Neanche prova a difendersi: semplicemente cambia mestiere. Si reinventa uomo-spettacolo, parte per il Sudafrica e poi per l’Australia, presentandosi senza più pudore come “l’uomo più bugiardo del mondo”. Sul palco dimostra persino di saper cavalcare una tartaruga: l’unica cosa vera fra le mille raccontate. Scrive di lui il *Wide World Magazine*: «La verità è più strana della finzione, ma De Rougemont è più strano di entrambe».
Dietro al successo dell'uomo più bugiardo del mondo c'è una grande intuizione: se una storia è raccontata bene, il pubblico preferisce crederle piuttosto che fare la fatica di verificarla. Un'idea destinata a fare proseliti in molti campi, in primis nella politica: le chiamano fake news, e continuano a funzionare perché, oggi come un secolo fa, per usare una frase alla Barnum, “There’s a sucker born every minute”, ogni minuto nasce un fesso.

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