mercoledì 22 gennaio 2020

277 - LA MAPPA DI BABELE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Intorno alla fine degli anni sessanta non era difficile incontrare in giro per i paesi più sperduti, dal Tarvisio a Capo Passero, strani personaggi che, armati di magnetofono, avvicinavano braccianti e mondine, pastori e massaie per convincerli a parlare nel microfonino a gelato in dotazione, e spesso a cantare. Gli esiti non erano garantiti: c’era chi si metteva in posa pensando di andare in televisione, e chi imbracciato il forcone costringeva l’intervistatore a una poco dignitosa ritirata.

Erano gli albori dell’italica antropologia culturale, e gli eroici ricercatori incidevano le voci, i suoni, i modi di dire, le canzoni di un mondo che andava scomparendo. Chissà cosa è rimasto di tanto pionieristico lavoro, e chissà se quei nastri magnetici riversati poi in più resistenti supporti, sono riusciti a salvare gli echi di una civiltà, quella contadina, che mezzo secolo dopo non esiste più.

Le parole sono importanti” gridava alterato Nanni Moretti dopo aver schiaffeggiato la giornalista che aveva osato citare il “trend positivo”. E “le parole sono importanti” gridano oggi sul web quelli di Wikitongues. Che, come fecero in piccolo i ricercatori di 50 anni fa, sono impegnati in una missione ancora più impossibile: salvaguardare la diversità dei linguaggi, che la globalizzazione mette in serio pericolo. Un bene da preservare, il cuore pulsante dell’identità di un popolo, capace di raccontare le sue radici, i costumi, le tradizioni.

Ma quante sono le lingue della Terra? Voi a occhio quante direste? Cinquecento? Mille? Bene, il più grande inventario mai fatto è quello di Ethnologue, che ne ha censite 6.912. Calcolate per difetto, visto che mancano sicuramente fra le 300 e le 400 lingue asiatiche e soprattutto del sud Pacifico. Circa 3.500 lingue sono parlate da gruppi etnici molto ristretti (160 sono composti solo da una decina di persone). E si calcola che siano 516 quelle che stanno per sparire.

Per questo quelli di Wikitongues hanno aperto la caccia agli idiomi meno diffusi sul pianeta, e utilizzano le nuove tecnologie per documentarne l’esistenza. Il viaggio di Wikitongues iniziò nel 2012 filmando videostorie a Brooklyn; ognuno raccontava nella propria lingua d’origine, e il meltingpot newyorchese (più di 700 idiomi parlati) è stato un ottimo punto di partenza.

Il passo successivo è stato un canale YouTube, che oggi raccoglie 350 video in altrettante lingue. E’ nata poi la piattaforma Poly che mette in relazione studenti di idiomi rari con madrelingua. Oggi chiunque può inviare video e partecipare all’ultima caccia a un tesoro fra i più preziosi della razza umana: l’eredità della Torre di Babele. Che forse voleva essere una punizione, ma si è trasformata in un gran bel regalo.

https://wikitongues.org/

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