martedì 3 novembre 2026

899 - I CONTRABBANDIERI DI LIBRI


 

Alla notizia che le milizie armate della jihad stavano entrando a Timbuctù, una rete di bibliotecari, coadiuvati da alcune famiglie e numerosi barcaioli, organizzò un traffico clandestino. Nei bauli non c’erano armi, oro o droga. C’erano manoscritti: secoli di memoria africana da portare in salvo.

Anno 2012, la città del Mali custodisce biblioteche tramandate nelle famiglie per generazioni. Quelle pagine raccontano una lunga tradizione di studio: diritto, medicina, letteratura, religione. Sono la testimonianza scritta di un’Africa che discute, insegna e produce sapere da secoli.

Ai gruppi jihadisti la cosa non piace, e quel patrimonio diventa vulnerabile. Abdel Kader Haidara, custode di una delle grandi raccolte private e responsabile dell’organizzazione Savama-Dci, coordina il salvataggio. I manoscritti vengonono imballati e chiusi in bauli, nascosti e trasferiti verso Bamako, la capitale.

L’operazione ha qualcosa di assurdo: far attraversare territori controllati da uomini armati a casse piene di carta antica. I corrieri viaggiano su veicoli; quando le strade diventano troppo rischiose, entrano in gioco le imbarcazioni sul Niger. I barcaioli trasportano un carico che considerano parte della propria eredità.

Non tutto si salverà. Migliaia di manoscritti dell’Istituto Ahmed Baba saranno bruciati o sottratti. Ma la catastrofe totale temuta all’inizio non avviene: secondo l’Unesco, la popolazione locale è riuscita a salvare circa il novanta per cento degli antichi manoscritti della città.

A Bamako comincierà poi un’altra battaglia: proteggere le pagine dal deteriormento e fotografarle, perché possano sopravvivere anche in forma digitale. Per mesi quei bauli avevano attraversato il Paese come merce clandestina. E i bibliotecari si erano trasformati in contrabbandieri.



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lunedì 2 novembre 2026

898 - LA GRANDE MURAGLIA DI ROVI


Per impedire che il sale passasse da una regione all’altra senza pagare il dazio, gli inglesi costruirono in India una linea doganale lunga migliaia di chilometri, fatta di siepi spinose, ma anche di fossati e muri. E la sorvegliarono con un piccolo esercito.

Nell’Ottocento il sale prodotto in alcune zone indiane è tassato più pesantemente che altrove. La soluzione escogitata dall’amministrazione britannica è tracciare una barriera interna: chi porta sale oltre quella linea deve pagare. Nel 1869, secondo un intervento ufficiale al Parlamento indiano, la frontiera doganale supera le 2.700 miglia, richiede circa 16.000 uomini e costa oltre 200.000 sterline l’anno.

Non è una siepe uniforme e ininterrotta per tutta la sua lunghezza: il confine cambia forma secondo il terreno e comprende tratti vegetali, muri e fossati. Ma le spine ci sono sempre, e sono abbastanza fitte da diventare una barriera vera. Un memorandum riservato del 1873, scritto dal commissario delle dogane, descrive un tratto di 1.200 miglia presidiato da 8.578 funzionari e soldati. Serve a fermare il sale prodotto negli Stati principeschi prima che entri nei territori britannici senza pagare.

Il documento contiene anche una frase sorprendente: il commissario definisce quella barriera un espediente «semi-barbaro», costoso e difficile da abolire, perché il sale proviene da territori che gli inglesi non governano direttamente. La linea scompare nel 1879, la siepe viene abbattuta quando il governo uniforma il dazio nelle diverse regioni. Il sale, però, continua a essere tassato.

Nessuno per anni ne parla più, e la muraglia di rovi viene quasi dimenticata. La sua esistenza però è ampiamente documentata, e alcuni tratti sono anche sopravvissuti: una ricerca sul campo nel 2018 ne ha individuato uno ancora ben riconoscibile nella zona di Palighar.



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899 - I CONTRABBANDIERI DI LIBRI

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