domenica 25 gennaio 2026

844 - LA CITTA' DELLE DONNE

 


 

Esiste un luogo dove l’amore non porta al matrimonio, il sesso non crea scandalo e la famiglia non nasce da un uomo e una donna. Non è un’utopia né una provocazione: è il mondo dei Mosuo.

Oggi vi porto nel sud-ovest della Cina, sulle rive del lago Lugu, tra Yunnan e Sichuan. Qui il tempo ha seguito una strada laterale. I Mosuo sono una società matrilineare e matrilocale. In parole povere, il nome, i beni, la casa e i figli passano attraverso la linea femminile.

Le donne amministrano la famiglia, organizzano il lavoro, custodiscono la memoria. Gli uomini non sono marginali, come spesso si racconta: in realtà allevano, pescano, macellano, partecipano alle decisioni del villaggio. Ma non diventano mariti nel senso in cui lo intendiamo noi.

Il loro legame amoroso si chiama “tisese”, si può tradurre con “matrimonio camminante”. Nessuna convivenza, nessun contratto. L’uomo arriva di notte e se ne va all’alba, tornando alla casa materna. Le relazioni possono durare una notte o una vita intera. Molte sono stabili, alcune esclusive. Altre no. E nessuna viene giudicata.

I figli restano con la madre. Il padre biologico può esserci, essere conosciuto, presente, ma non è l’asse portante dell’educazione. Quel ruolo spetta agli zii materni, sorelle e fratelli delle donne, in una rete familiare che rende il divorzio inutile perché la famiglia, semplicemente, non si rompe mai.

Non è un matriarcato da cartolina né un’utopia erotica. È un sistema antico, pragmatico, che ha funzionato per secoli. Oggi è sotto pressione: il turismo, lo Stato, il matrimonio “moderno” avanzano.

Ma sulle acque calme del lago Lugu resiste ancora un’idea non convenzionale di convivenza per noi aliena e spiazzante. Dove l'amore e il possesso sono cose assai diverse, dove si praticano modi alternativi di stare insieme.

E dove le donne reggono l’ordine delle cose senza dominare gli uomini: amministrano la casa, decidono il lavoro, custodiscono i legami e garantiscono continuità. Non comandano: governano. E forse è proprio questo il dettaglio che più ci colpisce e ci disorienta.


sabato 24 gennaio 2026

843 - LE DOTTORESSE

 


 

Guardate bene questa foto, scattata il 10 ottobre del 1885. Tre giovani donne in abiti tradizionali di diversi Paesi, sedute negli austeri corridoi del WMCP (Women’s Medical College of Pennsylvania).

Non sorridono, ma quello che la macchina coglie è il loro sguardo fermo, deciso, determinato. E di determinazione ne serve tanta in quegli anni per una donna che vuole affermarsi, esprimere la propria personalità, rincorrere i propri sogni in un mondo che discute se il cervello femminile sia adatto allo studio e se una donna possa reggere il peso della conoscenza senza mettere a rischio la maternità.

Eppure queste tre donne, arrivate negli Stati Uniti da mondi diversi e lontanissimi, stanno per laurearsi in medicina: una donna medico, quasi un ossimoro, di più, una bestemmia per l'epoca.

Oggi vi racconto la loro storia, ma prima vale la pena di conoscere quella del WMCP. Lo fondano nel 1850 i quaccheri di Germantown. Già, i quaccheri (la Religious Society of Friends), che incredibilmente sono stati tra i primissimi movimenti religiosi occidentali a credere davvero, nei fatti, nei diritti delle donne.

Non per slogan moderni, ma per una convinzione teologica radicale. Alla base del quaccherismo c’è l’idea della “luce interiore”: ogni essere umano, uomo o donna, possiede una scintilla divina. Se Dio parla a tutti allo stesso modo, non esistono gerarchie spirituali fondate sul genere.

Da qui derivano scelte che, tra Seicento e Ottocento, sono scandalose: le donne possono predicare nelle assemblee quacchere; partecipano alle decisioni comunitarie; gestiscono scuole, opere sociali, ospedali; vengono istruite, perché l’ignoranza è vista come un male morale.

Così non stupisce che il WMCP sia il primo college di medicina femminile al mondo. Una vera anomalia in un’epoca che esclude le donne dalle università, dagli ospedali, dal voto e spesso dal diritto di scegliere il proprio destino.

Proprio per questo, lì cominciano ad arrivare studentesse da tutto il mondo: dall’India, dal Giappone, dal Medio Oriente ottomano. Non per moda, ma per necessità. Nei loro Paesi, studiare medicina è proibito. Ed ecco la storia delle tre ragazze della foto.

Anandibai Gopal Joshi nasce nel 1865. Poco più che ventenne, attraversa gli oceani dall’India coloniale per laurearsi in medicina occidentale. Si iscrive alla WMCP si laurea in medicina prima di compiere 21 anni con una tesi su “Obstetricia tra gli Hindù ariani”. Gli archivi conservano lettere che raccontano la sua determinazione nel contrastare la forte opposizione della sua famiglia. Torna a casa come simbolo vivente di una possibilità nuova, ma la tubercolosi la uccide nel 1887, prima che possa esercitare davvero.

Kei Okami nasce nel 1859 in Giappone. Non è la prima donna medico in assoluto del suo Paese, ma è la prima a ottenere una laurea occidentale. Subito dopo la laurea torna in Giappone e, per quanto ostacolata dal clero e dalle istituzioni conservatrici, lavora come ginecologa, apre una clinica privata. insegna e contribuisce alla formazione infermieristica e alla promozione dell’educazione sanitaria femminile. Muore nel 1941.

Sabat Islambouli, di origine ebraica-curda, nasce nel 1867 in una regione che oggi chiamiamo Siria ma che allora era Impero Ottomano. Dopo la laurea le notizie sulla sua vita sono scarse: risiede a Damasco e poi al Cairo, ma non si sa con precisione dove e come eserciti la professione. Muore anche lei nel 1941.

In quegli stessi anni in cui si laureano le tre ragazze, tra quelle stesse mura il WMCP forma anche la prima dottoressa nativa americana, Susan La Flesche, e accoglie ex schiave afroamericane. Ai primi del novecento le laureate sono centinaia, provenienti da tutti i continenti. E' un vero laboratorio di futuro in un secolo che ha paura del futuro.

La fotografia di Anandibai, Kei e Sabat racconta il momento in cui la medicina smette di essere un privilegio maschile. E lo fa senza proclami, con tre sguardi che sembrano dire: “siamo qui, e ormai è troppo tardi per fermarci”.

venerdì 23 gennaio 2026

842 - PSICANALISI E DISCHI VOLANTI


  

Il 14 dicembre del 1954, nel deserto dell’Arizona, Wilhelm Reich, celebre psicoanalista, allievo di Freud, punta uno strano marchingegno artigianale verso il cielo: obiettivo, combattere gli Ufo.

La bizzarra macchina, fatta di tubi metallici collegati all’acqua di un fiume, serve nelle sue intenzioni a manipolare l’energia invisibile che governa la vita, il clima e persino l’universo. Quella sera lo scienziato scrive per la prima volta di aver combattuto una battaglia interplanetaria contro un oggetto volante non identificato.

Reich non è un visionario qualunque. Medico, psicoanalista, allievo della Vienna freudiana, negli anni Trenta individua e dà un nome all’energia invisibile che, secondo lui, permea la vita e il cosmo: l'orgone.

Azzurra, pulsante, vitale. E' l'energia sessuale repressa che ognuno dovrebbe liberare per risolvere le tensioni psicofisiche: troppa, e stai bene. Bloccata, e ti ammali. Per trattenerla costruisce gli accumulatori di orgone: scatole di legno e metallo in cui sedersi come in una cabina dell’anima.

Nel 1941 coinvolge perfino Albert Einstein: il fisico misura, osserva e conclude che non c’è nessuna nuova energia, solo normali fenomeni termici. Lui non accetta il verdetto. E' l’inizio di una frattura col mondo.

Reich, sempre più isolato, sposta lo sguardo verso il cielo, e individua il Dor (Deadly Orgone), una forma letale di orgone, associata a siccità, desertificazione, depressione vitale.

Sono gli anni Cinquanta, e le segnalazioni di Ufo si moltiplicano. Lo scienziato fa due più due: i veicoli extraterrestri esistono, e funzionano con l’orgone, ma per produrlo emettono Dor, avvelenando l’ambiente terrestre. Sono gli alieni con questa energia letale a causare la desertificazione della Terra.

Così inizia la sua guerra personale agli Ufo combattuta a colpi di cloudbuster, il macchinario di sua invenzione che ripulisce il cielo dal Dor, e ne racconta le vicende in “Contact with Space”.

Le sue attività fanno discutere, e finiscono per richiamare l'attenzione delle autorità americane che gli vietano di vendere i suoi accumulatori e altro materiale terapeutico. Reich rifiuta di piegarsi.

Lo processano e lo assolvono dalle accuse, ma lo condannano per oltraggio alla corte: due anni senza condizionale. I suoi libri vengono distrutti, gli apparecchi smantellati: una scena da America maccartista, con il fuoco al posto del dialogo.

Nel marzo del 1957 Reich entra nei penitenziario federale di Lewisburg, in Pennsylvania. Chiede una sola cosa: di poter continuare a scrivere e lavorare in carcere. Glielo negano.

Morirà in cella pochi mesi dopo, il 3 novembre 1957, ufficialmente per insufficienza cardiaca, a 60 anni, pochi giorni prima dell’udienza che doveva riaprire il suo caso.


844 - LA CITTA' DELLE DONNE

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