La
storia che vi racconto parla di un Capo di stato che ha fatto scelte
molto fuori dagli schemi. C’è
qualcosa di profondamente doloroso in un’occasione perduta,
qualcosa che ha a che fare col tempo che passa e con il non aver
saputo riconoscere una possibile strada verso la felicità. Il tempo
è il bene più prezioso, Joseph Roth (e poi al cinema Ermanno Olmi)
raccontano mirabilmente il tormento di chi lo getta via sprecando
un’occasione dopo l’altra nel libro “La leggenda del santo
bevitore”. Pepe Mujica ce lo racconta con la sua vita. Quando ho
avuto la fortuna di incontrarlo, qualche anno fa, mi è bastato uno
sguardo per capire che I veri Maestri esistono ancora.
Nato
a Montevideo 86 anni fa, un
passato da guerrigliero ai tempi della dittatura, eletto senatore nel
2005, quattro anni dopo vince le elezioni presidenziali e diventa
Presidente della Repubblica dell’Uruguay fino al 2015. Un Capo
dello Stato fuori dagli schemi, che presto si fa conoscere in tutto
il mondo: per guidare il suo Paese percepisce 260.259 pesos (circa
8.300 euro) al mese. E ne dona il 90% a organizzazioni di solidarietà
o direttamente a persone bisognose.
Al palazzo presidenziale preferisce la sua piccola fattoria in
periferia, dove continua a vivere, e alle auto blu il suo Maggiolino
del 1987.
Sobrietà?
Sì, ma quello che colpisce è il motivo di questa scelta: “Io
consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro
qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita
che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei
confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le
cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per sé stessi io
lo chiamo libertà”.
Fascino,
talento e occhi blu sono le caratteristiche che hanno reso celebre
Paul Newman, ma la vera eredità lasciata dall'attore è un'altra. La
nostra storia inizia nel
1925, anno in cui nasce Paul Newman, uno che la vita ha saputo
assaporarla come pochi , fino all’ultimo giorno, nel settembre del
2008.
Se
fate un salto a Limestre, in una bella valle in mezzo all’Appennino
pistoiese, potrete toccare con mano uno dei sogni più belli
realizzati dall’attore. Si chiama Dynamo
Camp, ed è una grande struttura ricreativa senza fine di lucro. Il
camp di terapia ricreativa è il primo in Italia, e ospita
gratuitamente in una verdissima oasi naturalistica affiliata WWF,
bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni (e le loro famiglie) con patologie
gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione.
Il centro offre
periodi
di vacanza e svago, con passeggiate a cavallo, tiro con l’arco,
arrampicate, attività ricreative in acqua, pet therapy, teatro,
circo e tante altre attività ludico sportive adattate per essere
accessibili a tutti i partecipanti. La struttura italiana è una
delle tante nate dall'associazione "Hole in the wall camps",
ideata e realizzata da Newman in Connecticut nel 1988, per poi
espandersi negli altri continenti.
Un
altro paio di flash sui sogni concretizzati dal protagonista di “La
stangata”: nel 1982 ha fondato la Newman’s Own, azienda
alimentare pioniera del biologico. Pagato chi ci lavora, i ricavi
vengono devoluti per scopi umanitari ed educativi. La stessa azienda
per anni ha finanziato un premio per il cittadino americano che più
di ogni altro ha saputo difendere la libertà di espressione, di
culto e di stampa.
Ah,
dimenticavo, sognando sognando Paul Newman ha vinto tre premi Oscar,
sei Golden Globe, un Emmy Awards, e ha “acceso” una stella fra le
più nitide sulla Walk of fame di Hollywood. Insomma, ha scritto
mezzo secolo di storia del cinema. Senza contare l’impegno nel
politico e nel sociale, o la passione per l’automobilismo che l’ha
visto pilota di successo. Insomma,
una vita fatta di sogni, difficili da realizzare ma non impossibili,
che a loro volta hanno dato vita ad altri sogni, messaggi in
bottiglia lanciati nel futuro da un grande uomo che, incidentalmente,
è stato anche un grande attore.
"Mi
piacerebbe che la gente pensasse che in Newman c'è uno spirito che
compie azioni, un cuore e un talento che non arriva dai miei occhi
blu" disse una volta. Missione compiuta, Paul.
Questa storia inizia quando alla porta delllo spogliatoio del Mariano
Comense, in provincia di Como, bussa un mediatore. Dentro due
quindicenni, babycalciatori di spicco della squadra del 2007, che si
preparano per l'ultima partita di campionato. “Ragazzi, ho una
proposta da farvi – dice sottovoce l'uomo – ma che resti tra noi:
per voi ci sono mille euro e un bel po' di regali se durante la
partita vi fate espellere. Chi mi manda ha interesse che il Mariano
questa partita la perda...”. I ragazzi si guardano, ci pensano
appena un attimo, poi scuotono la testa.
L'intermediario
sorride, li fissa negli occhi, e alza l'offerta: oltre ai mille euro
uno smartphone ultimo modello, poi un abito di marca, una microcar
con tanto di patentino, e alla fine i mille euro diventano duemila.
La risposta non cambia: “No, non se ne fa di niente”; uno dei
ragazzi sussurra nell'orecchio all'altro: “Ma io questo lo
denuncio”. I due escono, ma il mediatore non molla: ci riprova con
altri due compagni. Stesse offerte, stessa risposta. Alla fine va
dritto da Edoardo, il capitano. Che ci pensa un attimo, poi non solo
non rifiuta la proposta, ma rilancia, chiede più soldi, e conclude
“Sì, si può fare”.
I
quattro compagni di squadra, rimasti nelle vicinanze, osservano, si
rendono conto di quello che sta succedendo, e si sentono traditi:
come, proprio lui, il nostro capitano? La rabbia è tanta. Ma dura
pochi istanti; poi dai loro nascondigli escono i cameraman, il
regista, risuona la frase sentita tante vole in televisione: “Siete
su candid camera”. E ovviamente lui, Edoardo, il capitano, era
d'accordo con la produzione per fingere di accettare le proposte del
corruttore. I quindicenni capiscono, ridono, e tutto diventa una
bella storia da postare sui social. Ma per l'allenatore Alessandro
Colciago, nascosto anche lui dietro le quinte, è la vittoria più
bella.
Le
cose sono andate così: la società nei giorni precedenti era stata
contattata dai responsabili della trasmissione televisiva di Rai Due,
«Italiani fantastici e dove trovarli»; il piano, con il consenso
dei genitori e del mister, era di condurre una specie di esperimento
sociale per verificare le reazioni dei ragazzi di fronte a un
tentativo di corruzione. Mister Colciago ha dato il suo ok anche
perché era sicuro dei propri ragazzi: “Io - dice - insegno certi
valori: educazione e comportamento corretto. E volevo mostrare che
non è vero che un ragazzino oggi è pronto a vendersi per un Iphone
o altre offerte allettanti. L’ultima partita di campionato non era
decisiva per la classifica, ma avevo spronato i ragazzi e li avevo
motivati sottolineando come ogni partita sia importante. E sì, sono
molto orgoglioso del loro comportamento e della scelta di mettere al
primo posto i valori dell'onestà e del rispetto reciproco”.
Grazie
alla segnalazione di Gianfranco Di Mare vi porto a New York, intorno
al 1960. Arthur, un ragazzo cresciuto nei Queens, si
iscrive alla Columbia University; il compagno di stanza è uno
studente di Buffalo di nome Sandy Greenberg. I due hanno in comune la
passione per la musica e quella per la letteratura, così nasce una
bella amicizia. In breve diventano inseparabili, quelli che oggi si
chiamano “maps”, migliori amici per sempre, e si promettono di
essere presenti l'uno per l'altro, qualunque cosa accada.
La
promessa viene subito messa alla prova: pochi mesi dopo Sandy si
accorge che la sua vista si va rapidamente offuscando. Va da uno
specialista, e la diagnosi è terribile: è affetto da un grave
glaucoma, presto diventerà completamente cieco. Il giovane è
distrutto, cade in depressione, decide di smettere di studiare e di
tornare a Buffalo; Arthur cerca inutilmente di dissuaderlo, e quando
lo vede partire spera che il tempo lo aiuti ad accettare la sua
condizione e di restare in contatto per aiutarlo. Ma Sandy taglia i
ponti con tutti gli amici, non risponde a lettere e telefonate, non
c'è modo di parlargli. E allora Arthur compra un biglietto di aereo
con i pochi dollari che ha, vola a Buffalo e si presenta alla porta
di casa senza preavviso. Promette a Sandy che resterà sempre al suo
fianco, che vedrà tutto ciò che lui non può più vedere, che sarà
i suoi occhi. E lo convince a tentare di nuovo la strada
dell'università.
Negli
anni successivi nel campus della Columbia University chi vede l'uno
vede anche l'altro. Arthur per dimostrare empatia con l'amico si fa
chiamare “Darkness”, buio, oscurità. Gli studenti sono abituati
a sentirli dialogare, "Sediamoci qui, Darkness ti legge un
libro", “Ora basta Darkness, andiamo a mangiare un hamburger”. La
vita di Sandy è regolata completamente su quella di Arthur. Anche
troppo.
Un
giorno i due amici sono in giro per Manhattan, nel bel mezzo
dell'affollatissima Grand Central Station, devono prendere il treno
per tornare all'università. Arthur dice “Scusa, torno subito”, e
lascia Sandy solo in mezzo alla gente. Passano i minuti, e Arthur non
torna; Sandy disperato, cerca di muoversi fra la folla, urta le
persone, inciampa e cade anche, si fa un taglio alla caviglia. Solo
dopo due ore tremende riesce a prendere il treno per il campus.
All'uscita della stazione della 114ma strada sente una voce: è
Arthur. Si scusa, e gli spiega i motivi della sua “assenza”. In
realtà è sempre stato lì, a due metri da lui. Lo ha seguito per
tutta la strada di casa, assicurandosi che fosse al sicuro. Ha
resistito a fatica a intervenire quando lo ha visto cadere e poi
rialzarsi. Ma ora sono lì, e Sandy ce l'ha fatta, da solo.
Sì,
quello è il suo regalo più bello: l'indipendenza. Sandy dirà poi:
"Quel momento è stato la scintilla che mi ha permesso di vivere
una vita completamente diversa, senza paura, senza dubbi. Per questo
sono enormemente grato al mio amico". Sandy si è laureato alla
Columbia, si è poi specializzato ad Harvard e a Oxford. Ha sposato
la sua fidanzata del liceo ed è diventato un imprenditore di grande
successo.
Qualche
anno dopo Sandy è a Oxford, e riceve una telefonata da Arthur.
Questa volta è lui ad avere bisogno di aiuto. Ha formato un duo
folk-rock con un suo vecchio compagno di liceo, Paul, e i due hanno
un disperato bisogno di soldi: 400 dollari per registrare il loro
primo album. Sandy e sua moglie Sue non hanno molti soldi; per
l'esattezza sul loro conto in banca hanno solo 404 dollari, e insieme
decidono di darli ad Arthur.
Così
esce il primo album di Arthur e Paul. Una delle canzoni in breve
diventa una hit. E' proprio quella che Arthur ha scritto per Sandy.
Racconta la loro storia. Comincia così: “Hello darkness my old
friend”, “Ciao Darkness, mio vecchio amico”, il modo in cui
Sandy aveva sempre salutato Arthur. Il titolo è The Sound of
Silence, una delle canzoni più belle di tutti i tempi, il più
grande successo di Simon & Garfunkel, ovvero Paul Simon e Arthur
Ira “Art” Garfunkel. Oggi, tanti anni dopo, Arthur e Sandy sono
ancora amici. Anzi, “migliori amici per sempre”.
Ogni
giorno in una stazione della metropolitana di Londra una donna siede
a lungo su una panchina e ascolta in silenzio un unico annuncio
dell'altoparlante: “Mind the gap”. La voce è quella del marito defunto.
Ringrazio
Gianfranco Di Mare per la segnalazione della bellissima storia, e vi
porto a conoscere Margaret McCollum, professione medico di base che
oggi vive nella periferia nord di Londra. Anno 1992,
Margaret va in vacanza in Marocco. La guida turistica che conduce il
gruppo in giro per le kasbah e gli ksar si chiama Oswald Lawrence,
non vi so dire se sia più o meno attraente, ma di certo ha una voce
bellissima. E' proprio quella che colpisce Margaret, e, galeotte le
calde notti marocchine, il seguito lo potete immaginare. La love
story inizia lì e procede dritta fino all'altare.
Parliamo
ora un po' di Oswald. Quando conosce Margaret fa la guida turistica,
ma è anche un buon attore di teatro conosciuto per la sua splendida voce. Ha girato anche film e serie Tv, e un giorno nel 1969 ha ricevuto
un insolito incarico dalla Transport for London: registrare l'annuncio destinato ad invitare gli
utenti della rete della metropolitana londinese a
prestare attenzione allo spazio tra il treno e la banchina; si,
proprio quello che chiunque di noi è entrato in una stazione del
“tube” ha ascoltato cento volte, “Mind the gap”.
Torniamo
alla vita privata della coppia: la scelta di sposarsi si rivelerà felice per
tutti e due, e il matrimonio va avanti fino al 2007, anno in cui si
conclude il percorso terreno di Oswald. Ma non la storia d'amore, che Margaret continua a tenere ben viva
nel suo cuore colmo di dolore. Così ogni mattina l'ormai anziana
signora esce di casa, va in una stazione del metrò, si siede su una
panchina e ascolta la voce del suo Oswald. Un rituale che si ripete
invariabile fino al novembre del 2012. Quando invece del suono tanto
amato dall'altoparlante esce una voce fredda e impersonale: è
successo che dopo tanti anni l'azienda ha deciso di mandare in
pensione l'annuncio di Oswald, e l'ha sostituito con uno digitale
ricreato al computer.
Per
la donna è un colpo tremendo, sa che non ci può fare niente. Il
giorno dopo alla direzione della Transport of London arriva, in una
lettera scritta a mano, un'insolita richiesta: una copia del nastro
registrato da Oswald Lawrence tanti anni prima. Margaret racconta la
sua storia, e spiega che intende riascoltarlo fra le pareti della sua
casa. Il direttore legge dapprima incuriosito, poi sempre più
colpito, e alla fine deve fare uno sforzo per non mettersi a
piangere. Il giorno dopo fa recapitare una copia della registrazione
alla donna. E poi fa di più: ripristina l’annuncio originale di
Oswald, ma solo in una stazione, quella di Embankement, la più
vicina alla casa di Margaret.
Così
ancora oggi alla stazione di Embankment, oltre ai normali passeggeri,
scendono tante altre persone; arrivano da mezzo mondo e si fermano
lì per vedere la figura minuta di quella donna seduta sulla
panchina, e per ascoltare la voce di Oswald che continua a ripetere
il suo “Mind the gap”.
Per
approfondire la storia ecco il link ai video di YouTube.
Poco più di due secoli fa San
Nicola è diventato Babbo Natale. E' noto che la storia di San Nicola di Bari, vescovo greco di Myra vissuto nel quarto secolo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica,
da quella ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane ha dato origine alla
tradizione di Babbo Natale, grazie alla sua immensa
generosità e all’assistenza concreta data ai poveri.
Ma è solo grazie
a una trovata letteraria che nel 1809 dalla storia di San Nicola è nata la leggenda di Santa Claus. E' stato lo
scrittore Washington Irving, autore fra l'altro del romanzo “La
leggenda di Sleepy Hollow”, a “inventare” Babbo Natale. E' il 1809 quando Irving pubblica il libro intitolato “History of New York”,
e nella finzione racconta di aver ritrovato il manoscritto di un fantomatico storico olandese. Nel
libro, lo scrittore ironizza sul santo protettore di New Amsterdam
(l'antico nome di New York), San Nicola appunto, che gli olandesi
chiamavano Sinterklaas e festeggiavano il 6 dicembre. Irving racconta
di un certo Oloffe, che una notte sogna il santo, “venuto a
cavalcare sulle cime degli alberi, su quel carro nel quale porta i
regali annuali ai bambini”, e li mette nelle calze che i piccoli
hanno appeso al camino.
Santa
Claus avrà immediato successo, e sarà festeggiato il 6 dicembre
finché, nel 1823, non sarà pubblicata la poesia (poi trasformata in
canzone) sul giornale “New Yorker”, intitolata “Una visita da
San Nicola”, che recita: “Era la notte prima di Natale e tutta la
casa era in silenzio, nulla si muoveva, neppure un topino. Le
calze, appese in bell’ordine al camino, aspettavano che Babbo
Natale arrivasse”. Et voilà, il gioco è fatto: il santo venerato
dagli olandesi viene associato alla festa del Natale, e per la prima
volta compaiono le renne.
Santa
Claus, o Babbo Natale, non ha però ancora un aspetto definito.
Irving lo descrive come uno spilungone magrissimo vestito di verde
che fuma la pipa. Ci penserà qualche anno dopo un disegnatore di
origini tedesche, Thomas Nast, nel 1863 a dargli l’aspetto con il
quale ancora oggi lo raffiguriamo. Nast si rifà alla tradizione
tedesca, e chiude il cerchio ispirandosi alla figura di San Nicola,
il vescovo che donò tutti i suoi averi ai poveri. Lo disegna come un
grande elfo magico, un vecchio con lunga barba e baffi, dal pancione
prominente e dallo sguardo amorevole, con un vestito rosso a
calzamaglia e un cappello, con gli orli della casacca in pelliccia.
La prima illustrazione del Babbo Natale moderno, pubblicata su
Harper’s Weekly, risale al 1863.
Un insolito albero di Natale ha reso un piccolo borgo australiano famoso in tutto il mondo. Come
sarà quest'anno il grande albero di Natale al centro della piazza di
Lismore, nel Nuovo Galles del sud? Se lo domanda tutta l'Australia, e
le televisioni nazionali sono all'opera per cercare di rubare qualche
dettaglio che anticipi la rivelazione del giorno di Natale. Ma fino
ad oggi l'albero riciclato del 2021 è top secret.
Tutto
è cominciato nel 2015, ma sono bastati pochi anni per avviare una
tradizione che ha messo il borgo di Lismore al centro dell'attenzione
e della curiosità in tutta l'Australia e non solo. Le cose sono
andate così: nel 2014 come ogni anno la cittadina festeggiava
erigendo in piazza un grande pino di Cook, usato tradizionalmente
come albero di Natale. L'albero ha però un difetto: si inclina verso
l’equatore, e il risultato è un po' triste: “non riesce nemmeno
a stare dritto”, ironizzava la gente, un po' come accaduto a Roma
col famigerato “spelacchio”. Le foto dell'albero "pendente"
erano diventate virali, con didascalie del tipo “L'albero di Natale
più patetico del mondo?
Poi,
a Natale 2015, l'idea: serve nuovo albero che racconti la grande
vocazione ecologista della gente di Lismore, paese che è un modello
di sostenibilità. Così è nato l'albero di Natale riciclato. In
gran segreto gli operai del Comune hanno allestito l'installazione, e
al mattino la gente è rimasta a bocca aperta: al centro della
piazza, un enorme cumulo di biciclette bianche con le ruote colorate,
disposte in modo tale da formare un cono. Da quel momento, ogni anno,
all’angolo tra Keen e Magellan road, l’abete di Natale è
divenuto una installazione di oggetti riciclati.
Il
2016 è stata la volta di vecchi pneumatici e coprimozzo dipinti dal
personale del Comune e dalle loro famiglie. Una struttura alta oltre
5 metri fatta con 150 pneumatici d'auto, 100 coprimozzi, 80 litri di
vernice dorata e quasi mezza tonnellata di acciaio. Nel 2017
l'”albero” era alto 7,3 metri, fatto con più di 200 vecchi
cartelli stradali e adornato con più di 140 metri di luci e 100
decorazioni fatte dipinte dal personale e dalle loro famiglie. L'anno
seguente è stata la volta di una struttura realizzata con centinaia
di ombrelli colorati raccolti durante tutto l'anno, illuminati da
migliaia di luci. Nel 2019 è sorto una specie di bosco berticale
formato da piante in vaso illuminate grazie all’energia solare. Nel
2020 infine l'albero è stato un realizzato come tributo alla
comunità rurale: oltre 7 metri di fusti riciclati serviti a
immagazzinare i prodotti chimici usati nelle fattorie, con
decorazioni srealizzate con sacchetti non più utilizzabili di
mangime per animali, a cui sono stati aggiunti tubi e pezzi di
metallo di scarto. Cosa porterà il Natale 2021?
Questa è una storia vera. Vigilia
di Natale del 1931. Sono le otto di sera quando la macchina di Ed e
Julia Stewart si guasta all'improvviso in mezzo al nulla, sette
miglia a ovest di Superior, Arizona. Mentre Ed cerca di capire quale
sia il problema, Julia passeggia nervosa nel deserto. E a un
centinaio di metri dalla strada si imbatte in una cappelliera
abbandonata. Attratta da un rumore, la donna si avvicina; pensa che
all'interno ci possa essere un gattino o un cucciolo abbandonato, ma
certo non si aspetta di trovare, avvolta in una coperta blu, una
bambina dai capelli rossi; abbandonata nel nulla, piangiucchia per il
freddo e la fame ma è apparentemente in buona salute. Julia lancia
un grido. Accorre il marito, i due si guardano intorno: a perdita
d'occhio non c'è nessuno. La coppia raccoglie la piccola, e dopo una
veloce riparazione dell'auto, la portano nella città più vicina e
la consegnano alle autorità. I medici che la prendono in cura
stabiliscono che la piccola non ha più di una settimana.
Tutti
i media raccontano l'incredibile storia di Natale, e la "bambina
della cappelliera" diventa una celebrità nazionale. Il 16
febbraio 1932 si tiene un'udienza presso il tribunale della contea di
Pinal a Florence, Arizona. Diciassette coppie avevano richiesto di
adottare la bambina. La scelta cade sulla famiglia Morrow. La madre
adottiva Faith la chiama Sharon, la bimba cresce e vive una vita
felice, e sana, senza mai sapere di essere stata adottata, né
tantomeno di essere la “bambina della cappelliera”.
Solo
54 anni dopo, nel 1986, apprende la verità: i suoi sono genitori
adottivi, e lei è la "Hatbox Baby". Sharon inizia a
cercare i suoi genitori naturali, appoggiandosi all'associazione
"Orphan Voyage". Si
apre quello che gli americani chiamano un “cold case”: leggendo
gli atti, glim investigatori diventano scettici sulla storia
raccontata dagli Stewart. Credono che in realtà siano stati loro a
raccogliere la piccola la mattina del 24 dicembre 1931 durante una
sosta nella cittadina di Roosevelt. I detective rintracciano gli
Stewart e i loro figli: tutti loro ricordavano molto bene
l'incidente, ma negano decisamente ogni coinvolgimento. Ed morirà
nel 1992, Julia nel 2002. Alla fine gli investigatori si convincono
che quella degli Stewart è una falsa pista. Ne seguiranno altre.
La
verità viene fuori solo nel 2017: attraverso il test del Dna e
ricerche su siti web di genealogia gli investigatori identificano
finalmente i veri genitori di Sharon. Sua madre biologica, Freda
Strackbein Roth, è morta nel 1991, suo padre,Walter Roth nel 2005,
suo fratello James nel 2017. Sharon riesce a mettersi in contatto
solo con sua nipote. Si scoprirà che Freda e Walter si erano sposati
pochi mesi prima della nascita di Sharon, ma hanno abbandonato la
bambina perché era stata concepita prima del matrimonio.
Rimane
il mistero sulle modalità dell'abbandono nel deserto. Emerge invece
un'incredibile verità: Faith, la madre adottiva di Sharon, sapeva
tutto e aveva dei legami con la famiglia Roth. E' stata lei ad
aiutarli ad organizzare l'abbandono, attivandosi in seguito con
successo per riuscire ad avere la bambina in adozione. Il 1°
dicembre 2018 Sharon è morta; aveva 86 anni.
Questa è una storia vera. Natale
1914, uno dei più duri e tristi che la storia dell'uomo ricordi; il
primo Natale della Grande guerra. Fronte occidentale, le truppe
tedesche e britanniche sono schierate nelle rispettive trincee, gli
scontri sono incessanti, ogni giorno le vittime si contano a
centinaia.
Poi,
nella settimana precedente il Natale, un piccolo grande miracolo. I
soldati iniziano a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive
trincee, alcuni di loro attraversano addirittura le linee per portare
doni ai nemici schierati dall'altro lato; la vigilia e il giorno di
Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche,
britanniche e francesi lasciano le trincee per incontrarsi nella
terra di nessuno, fraternizzano, scambiano cibo e souvenir, celebrano
insieme cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti. Intrattengono
rapporti amichevoli al punto di organizzare improvvisate partite di
calcio.
Non
è un evento organizzato, ma spontaneo; in diverse zone del fronte i
combattimenti proseguono per tutto il giorno di Natale, in altre i
due schieramenti negoziano solo tregue momentanee per seppellire i
caduti. Gli episodi di fraternizzazione con il nemico saranno
giudicati negativamente dagli alti comandi e severamente proibiti per
il futuro. L'anno successivo alcune unità organizzarono cessate il
fuoco per il giorno di Natale, ma furono episodi assai più sporadici
di quelli del 1914; e per il Natale del 1916, dopo le migliaia di
morti delle battaglie di Verdun e delle Somme e la diffusione
dell'impiego di armi chimiche, nessuna tregua sarà organizzata.
Si
calcola che nel corso del Natale 1914, benché nessun accordo
ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, circa 100.000
soldati britannici e tedeschi furono coinvolti in tregue spontanee. I
primi episodi ebbero luogo durante la notte della vigilia, quando
nella zona di Ypres i soldati tedeschi presero a mettere candele sul
bordo delle loro trincee e sugli alberi, iniziando poi a cantare
alcune tipiche canzoni natalizie; dall'altro lato del fronte, i
britannici risposero iniziando anche loro a cantare, e dopo poco
tempo soldati dell'uno e dell'altro schieramento presero ad
attraversare la terra di nessuno per scambiare con la controparte
piccoli doni, come cibo, tabacco, alcolici e souvenir.
Gli
episodi di fraternizzazione proseguirono anche la mattina di Natale:
diversi gruppi di soldati dei due schieramenti si incontrarono nella
terra di nessuno per scambiarsi doni e scattare foto ricordo; vennero
anche organizzate improvvisate partite di calcio tra i militari
tedeschi e quelli britannici. Durante questa fase, furono organizzate
anche funzioni religiose comuni per tutti i caduti. In alcuni settori
la tregua si prolungò fino alla notte di Capodanno.
Anno
1933, siamo a Willoughby nell'Ohio, a 20 miglia da Cleveland. Il 23
dicembre di prima mattina una ragazza scende da un autobus della
Greyhound. Passa la notte in una pensioncina, poi la vigilia di
Natale paga il soggiorno, fa gli auguri alla padrona, e va in giro
per il paese. Nei due giorni di permanenza la giovane, viene notata
da molti abitanti, anche perché vestita interamente di blu:
maglione, gonna, sciarpa, cappotto e borsetta.
Graziosa
e gentile, sorride a tutti e augura "Buon Natale!",
Arrivata ad un passaggio a livello la giovane sconosciuta si lancia
all'improvviso sotto il treno in arrivo. Morirà sul colpo. La
polizia recupera
il corpo e avvia le indagini per stabilire l'identità della
ragazza. Nella borsetta c'è solo un biglietto ferroviario per la
Pennsylvania e 90 centesimi. Alla ragazza verrà data degna sepoltura
nel cimitero della cittadina, a ricordarla una lapide con una
scritta: "In memoria della ragazza in blu uccisa da un treno il
24 dicembre 1933. Sconosciuta ma non dimenticata" Al funerale
partecipano più di 3000 abitanti. Nei giorni successivi la città e
l'intera regione si mobilità per dare un'identità alla giovane:
indagini, volantini, articoli sui giornali. Niente. Per 60 lunghi
anni la ragazza in blu resta un mistero.
Anno
1993, il News Herald commemora l'anniversario della morte della
ragazza con un articolo. Lo legge un agente immobiliare di Corry,
Pennsylvania, che ha per le mani le vecchie carte della vendita di
una fattoria; e lì trova il collegamento che gli permette di dare un
nome alla ragazza in blu: si chiamava Josephine Klimczak ed era la
figlia di Jacob e Catherine Klimczak, immigrati polacchi che
arrivarono in Pennsylvania nel 1901. Restano ignote le cause del
suicidio.
Nel
cimitero di Willoughby alla tomba della ragazza in blu viene aggiunta
una targa con il suo nome. Nel tempo l'affetto della cittadina per la
giovane non si è spento, anzi: centinaia di persone visitano e
curano la tomba, adornata con fiori sempre freschi. Il piccolo
cimitero è meta di visitatori che arrivano da tutti gli States per
rendere omaggio alla dolcezza e al sorriso della ragazza in blu.
Un
avventuriero italiano in cerca di tesori distrusse in poco più di un mese
oltre 40 piramidi millenarie. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la
segnalazione e vi presento il “dottor” Giuseppe Ferlini da
Bologna.
Nato
nel 1797, a 18 anni scappa da casa; nel 1817 raggiunge l'Albania dove
entra come ufficiale medico nell'esercito di Ali pascià in guerra
contro i turchi: sostiene di essersi laureato a Bologna, ma è molto
più probabile che abbia appreso nozioni di medicina come infermiere
in ospedale. Il seguito è un curriculum da manuale dell'avventuriero
ottocentesco, fra battaglie contro gli ottomani e movimentare
relazioni con compagne che lo seguono nella sua vita spericolata
dalla Grecia a Smirne fino alla corte di Muhammad Ali in Egitto. Nel
1829, dopo un anno di lavoro in ospedale a Thura, vicino al Cairo,
Ferlini si annoia e si fa trasferire in Sudan con la compagna del
momento, una donna islamica, prima a Sennar (con un terribile viaggio
durato 159 giorni), poi a Kordofan quindi, in una sorta di discesa
verso il “cuore di tenebra” dell'Africa, a Khartum.
Qui
cura e guarisce il figlio del governatore del Sudan, l'inglese
Richard Guyon (diventato Curschid pascià) e ne conquista la stima e
la simpatia. Tanto che a lui affida una spedizione alla ricerca di
giacimenti auriferi. Solo che di oro sotto terra non ce n'è, e
allora al bolognese spunta un'insolita idea: in Sudan ha visto un
gran numero di piramidi e templi che risalgono alla civiltà egizia,
e che potrebbero celare favolosi tesori. Perché non andare a
prenderli? Così, colpito da improvvisa passione per l'archeologia,
ottiene (non senza fatica) il consenso di Curschid pascià, si
associa ad Antonio Stefàni, mercante albanese pratico dei luoghi,
ingaggia 30 giovani indigeni e, acquistati cammelli, attrezzi e
provviste nell'agosto del 1834 si dirige verso le rovine di Meroë
l'antica capitale.
Qualche
anno prima, nel 1821, il naturalista francese Frédéric Cailliaud
esplorando l'area aveva descritto un'ottantina di piramidi,
costruite durante il Regno di Kush, fra il 1550 e il 1070 a.C. “tutte
in ottime condizioni”. E così le trova Ferlini al suo arrivo. 35
giorni dopo la metà non esistono più, di oltre 40 piramidi restano
solo cumuli di rovine. In breve infatti, arruolati 550 operai del
posto, fa demolire gli edifici più piccoli, trovando poco o niente.
Dopo 20 giorni il clima e i disagi si fanno sentire (lui stesso
soffre di febbri malariche) gli uomini e i cammelli cominciano a
morire. Decide di fare un ultimo tentativo con la piramide più
grande, la tomba della regina Amanishakheto alta 28 metri, intatta.
Comincia dalla cima demolendo via via i 64 gradoni, e finalmente
trova una cella rettangolare con un ricco sarcofago. Il drappo bianco
che lo ricopre si dissolve al contatto con l'aria, e appare il
tesoro: il corredo funebre della regina, intatto. Consigliato
dall'albanese che teme la collera e l'avidità della gente del posto,
nasconde tutto in sacchetti di pelle che poi nel cuore della notte
porta nella sua tenda. Stefàni vuole fuggire subito, ma Ferlini,
preso dalla cupidigia, va avanti per altri 15 giorni nella sua opera
di demolizione, e altre grandi piramidi vanno giù. Finché un
servitore fedele avverte i due che la notizia del ritrovamento si è
sparsa, e oltre mille indigeni hanno preparato per il giorno dopo un
assalto per liberarsi di loro. In piena notte i due europei con le
loro donne e tre servitori caricano tutto sui cammelli e si danno
alla fuga; inseguiti, si salvano raggiungendo per miracolo il Nilo e
imbarcandosi fino al Cairo; da qui Ferlini lascia l'Egitto in nave
fino a Trieste, da dove rientra a Bologna.
Tornato
in patria, racconta (ammantandole di nobili scopi scientifici) le sue
imprese, che finiscono su tutte le gazzette dell'epoca. In mezza
Europa si discute del tesoro; gli esperti si dividono, c'è chi lo
giudica un falso, e chi lo stima autentico. Seguono trattative per la
vendita a Parigi con il principe Demidov, a Roma con la Santa Sede e
il Granducato di Toscana e in Baviera con Luigi I. Che ne acquista
una parte: oggi si trova al Residenzmuseum di Monaco. Ciò che resta
Ferlini lo porta a Londra e lo affida a un insolito agente di
vendita, “un certo” Giuseppe Mazzini, in esilio in riva al
Tamigi. Il British Museum ritiene che il tesoro sia falso e rifiuta
l'acquisto, allora Mazzini lo mostra all'egittologo tedesco K. R.
Lepsius, che lo fa acquistare dal Neues Museum di Berlino. Gran parte
dei reperti finiti nei musei di Monaco e di Berlino spariranno poi
alla fine della seconda guerra mondiale, e oggi del tesoro restano
solo una cinquantina di monili. In Italia invece, il Museo egizio di
Torino ne conserva i facsimili donati a Vittorio Emanuele II nel 1860
dallo stesso Ferlini. Che negli ultimi anni della sua vita diventa a
Bologna una sorta di personaggio tipico, sempre in giro per la città
in costume turchesco con turbante, spada e una sfilza di medaglie,
intento a raccontare la storia del suo tesoro.
Questa
è una storia vera. Luglio 2000. Siamo in Cina, nella città costiera
di Qingdao, apprezzata stazione balneare frequentatissima nella
stagione estiva.
Capitolo
primo: Xue è una ragazza che arriva da Chengdu, la capitale della
provincia del Sichuan; ha fatto in pullman le 1200 miglia che
separano le due città per accompagnare sua madre che si sta
riprendendo da un intervento chirurgico e si è concessa una vacanza
per tirarsi un po' su il morale. Nella grande piazza centrale la
madre decide di fare una foto alla figlia di fronte al monumento
rosso che commemora il Movimento del 4 maggio. Clic!
Capitolo
secondo: Ye è un giovane di Chengdu che si trova per caso a visitare
Qingdao: fa parte di un gruppo di turisti, il pacchetto di viaggio
era stato prenotato dalla madre che poi all'ultimo minuto è stata
costretta a rinunciare a causa di un attacco di appendicite. Il
figlio ha preso il suo posto. Quando il gruppo di Ye arriva nella
grande piazza centrale il ragazzo si decide a farsi una foto di
fronte al grande monumento rosso, si mette in posa e qualcuno scatta:
Clic!
Capitolo
terzo: anche se Xue e Ye arrivano dalla stessa città, i due non si
sono mai visti né conosciuti. Finita la vacanza Xue torna a casa con
la madre, e Ye fa lo stesso con il suo gruppo. I due riprendono la
loro vita, e gli 11 anni successivi trascorrono senza contatti fra di
loro, uno ignaro dell'esistenza dell'altra. Poi nel 2011 finalmente
si conoscono. E si innamorano. Segue il matrimonio e la nascita di
due gemelle. E siamo al giorno dell'incredibile scoperta: un
pomeriggio Ye dopo pranzo si riposa a casa della suocera guardando un
album di vecchie foto. Quando vede l'immagine di fronte al monumento
di Qingdao pensa “me la sono fatta anch'io una foto lì davanti”,
poi osserva meglio, e sullo sfondo a destra nota un uomo con una
maglietta blu e un sacchetto di plastica in mano: “Cavolo! (o
quello che dicono i cinesi in questi casi), ma quello sono io”.
Già, 11 anni prima di incontrare sua moglie Ye era entrato per caso
nel campo della foto scattata dalla futura suocera: nello stesso
esatto momento i due sconosciuti hanno posato di fronte allo stesso
monumento in una città lontana 1200 miglia da quella dove abitavano
e dove vivono oggi. E la foto li ritrae con i rispettivi sguardi
puntati sulle due fotocamere che li riprendevano. "Quando
ho visto quell'immagine – racconta Ye – mi è venuta la pelle
d'oca su tutto il corpo".
Capitolo
finale: l'uomo ha poi condiviso la foto sul social network cinese
Weibo, l'immagine è diventata virale ed è stata ripresa dai
notiziari di mezzo mondo: per i più romantici è la prova
incontrovertibile che i due erano destinati a stare insieme. "Sembra
che Qingdao sia una città davvero speciale - dicono Ye e Xue -
quando le bambine saranno più grandi ci torneremo e le fotograferemo
in quella piazza: hai visto mai...”.
Nel
1948 lo scienziato Wehrner Von Braun scrisse un romanzo di
fantascienza in cui immaginava la colonizzazione di Marte; nel libro
il governo marziano era in mano a un leader di nome Elon. Oltre 70
anni dopo il miliardario Elon Musk si avvia a realizzare il suo
progetto per colonizzare il pianeta rosso. Ringrazio l'amico Vito
Gattullo per la segnalazione e, per chi non li conoscesse, vi
presento i due protagonisti di questa storia.
Il
barone tedesco Wernher von Braun prima e durante la seconda guerra
mondiale è un maggiore delle SS fedelissimo di Hitler, figura
fondamentale nello sviluppo della missilistica nella Germania
nazista; è lui che realizza una serie di armi micidiali, fra le
quali i razzi V2 che colpiscono duramente l'Inghilterra. Dopo la
guerra si consegna agli americani che decidono di non rinunciare al
suo genio e di utilizzarlo in progetti di grande rilievo, prima con
l'esercito (pare che a lui si sia ispirato Kubrick per il suo Dottor
Stranamore) poi con la Nasa. Dove diventa il capostipite del
programma spaziale e con il suo Saturn V porta le missioni Apollo
sulla Luna. Von Braun muore nel 1977.
Elon
Musk nasce in Sudafrica nel 1971; imprenditore naturalizzato
americano (con un patrimonio stimato oggi in oltre 150 miliardi di
dollari) realizza negli anni una serie di avveniristici progetti, da
Tesla a Neuralink fino a SpaceX, destinati a “cambiare il mondo e
l'umanità”. SpaceX è la prima e unica azienda privata a produrre
razzi riutilizzabili per la Nasa, che li usa per i collegamenti con
la stazione spaziale orbitante. Ma il sogno di Musk è portare l’uomo
su Marte (e non solo) e colonizzare il pianeta. Quando? Questione di
pochi anni. Il razzo Starship è in fase di sviluppo in una base del
Texas, e sarà utilizzato per “fare dell'umanità una specie
multiplanetaria”; Musk conta di inviare un milione di persone su
Marte durante la sua vita utilizzando una flotta di 1.000 Starship.
Nel giro di 5 anni sono previsti prima una missione cargo, poi un
volo con equipaggio verso il pianeta rosso.
Ma
torniamo al 1948; Von Braun lavora nella base di Fort Bliss, in New
Mexico, e per rilassarsi scrive romanzi, ovviamente di fantascienza.
In quell'anno nasce “The Mars Project”, libro per certi versi
profetico (anche se molte “previsioni” si riveleranno errate).
Certo l'autore sa di cosa parla, tanto che al romanzo è allegata
un’appendice tecnico-scientifica che illustra con tanto di precisi
calcoli il progetto. Lo scienziato immagina un governo marziano
guidato da 10 uomini. E come si chiama il capo dell'esecutivo, eletto
a suffragio universale? Elon, appunto. Curioso fra l'altro che l’ex
nazista abbia scelto un nome di origine ebraica (“quercia” o
“albero di Dio”).
Settant'anni
dopo Elon Musk diventa Elon Musk, e la previsione dimenticata
riemerge e vola sui social. L'imprenditore apprende della strana
coincidenza su Twitter da un amico ingegnere aerospaziale; prima
ritwitta sorpreso “Siamo sicuri che sia vero?”, poi prende atto e
cavalca la tigre: “Destiny, destiny... No escaping that
for me”, ovvero “E' il destino, è il destino... non c'è
scampo per me”. Già, proprio come Frankenstein Junior.
Più
di 400 anni fa in Giappone un colosso africano di nome Yasuke divenne
un vero samurai al servizio di un potente feudatario. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione.
Vale la pena di raccontare l'incontro fra i due: corre
l'anno 1579 quando il nobile Oda Nobunaga per le strade di Kyoto
assiste a una rissa e rimane impressionato dalla figura
possente e dalla forza di colui che ne esce vincitore. Lo convoca a
corte, e siccome non ha mai visto prima un uomo di colore, chiede che
Yasuke venga ben ripulito, pensando che la sua pelle sia coperta di
sporcizia. Quando gli dicono che non è possibile, e che il suo
aspetto non cambia, gli chiede: "Perché hai tinto la tua pelle con
l'inchiostro nero?”. "Sono nato con la pelle nera"
risponde lui. Questi eventi sono registrati in una lettera del 1581
del gesuita Luís Fróis e nel Rapporto annuale del 1582 della
Missione dei Gesuiti in Giappone. Già, perché Yasuke, probabilmente
originario del Mozambico, è arrivato in Giappone qualche tempo prima
al seguito del sacerdote italiano Alessandro Valignano, ispettore
delle missioni dei gesuiti nelle Indie, come guardia del corpo. Il
religioso è a Kyoto per incontrare proprio il feudatario e chiedere
il permesso di lasciare il Giappone.
Nobunaga
rimane assai colpito da Yasuke, descritto come "alto 6 shaku e 2
sun (circa un metro e 90, un vero gigante rispetto agli standard
giapponesi dell'epoca), con la pelle nera come carbone e la forza di
10 uomini". E organizza una festa per accoglierlo, dopo aver
convinto Valignano, non si sa con quali mezzi, a farlo passare al suo
servizio. E' la prima volta che uno straniero entra nella corte del
signore feudale. Con ogni probabilità l'ospite parla già il
giapponese, visto che a Nobunaga (che non parla altre lingue) “piace
discutere e intrattenersi a lungo con lui”. Di lì a poco Yasuke
diventa il primo straniero a ricevere lo status di samurai, concetto
al tempo ancora molto fluido: in pratica chiunque prende le armi per
conto di un signore può essere chiamato samurai.
Tre
anni dopo, nel 1582, Nobunaga, poco prima di una battaglia viene
tradito dal suo generale Akechi Mitsuhide, che anziché lanciarsi sul
nemico, si volta e attacca il suo signore. Nobunaga con soli 30
uomini, fra i quali Yasuke, si rifugia in un tempio. Akechi che ne ha
13.000 lo circonda. Il feudatario sceglie la via dell'onore: il
seppuku, suicidio rituale che prevede il taglio dell'addome. Il
samurai nero è con lui al momento della morte. La tradizione vuole
che prenda poi la sua testa e fugga sottraendola al nemico che
l'avrebbe usata come simbolo di legittimità. Yasuke si unisce al
figlio di Nobunaga, che è nelle vicinanze. E si getta nel giro di
poche ore in una seconda battaglia. Ma anche qui, sono poche
centinaia di guerrieri contro 13.000, e il finale è scontato; al
tramonto anche il suo nuovo comandante esegue il seppuku. L'ultimo
resoconto che parla di Yasuke lo vede ferito sul campo di battaglia.
Secondo la tradizione Akechi, il traditore, stabilisce che non si
tratta di un uomo ma di un animale, e ordina di riportarlo alla
missione dei gesuiti di Kyoto da cui pensa sia fuggito. Del samurai
nero non si saprà più niente.
Negli
ultimi 20 anni sulla figura storica di Yasuke sono stati scritti
numerosi romanzi e "drammi d'epoca", oltre a svariati
manga, serie televisive e videogiochi. Sono in produzione due film,
uno della Picturestart e uno della MGM, e il samurai nero è il
protagonista della serie anime Netflix 2021 “Yasuke”.
Questa
è una storia vera, segnalata dall'amico Gei Gi, che ringrazio.
Olimpiadi di Monaco, 1972. Quando Wilfried Dietrich sale
sul tappeto per il suo primo incontro nella categoria oltre 100
chilogrammi, ha già un grande avvenire dietro le spalle. Ha 39 anni,
è il lottatore tedesco più medagliato del suo
sport con un oro, due argenti e due bronzi e questa è la sua
quinta olimpiade (la prima era stata a Melbourne 16 anni prima). Fra
lotta libera e lotta greco romana oltre agli allori olimpici il suo
palmares vanta 1 titolo mondiale, uno europeo e 5 medaglie ai
mondiali. Per 7 anni,fra il 1955 e il 1962 ha vinto tutti gli
incontri a cui ha partecipato. Insomma, è già una leggenda dello
sport, e ora che gioca in casa vuole chiudere la carriera a testa
alta, ma a quasi 40 anni non è facile vedersela con dei colossi di
20.
Nella
greco-romana conosce i suoi avversari e spera in un sorteggio
favorevole; c'è un avversario che teme più di tutti, e vorrebbe
evitare almeno ai primi turni per risparmiarsi una brutta figura:
l'americano Chris Taylor, una montagna di 22 anni e 198 chili, 80 più
di lui che ne pesa “solo” 118. E indovinate chi gli mette davanti
al primo turno madama fortuna? Dietrich contro Taylor: quando si
stringono la mano il tedesco in confronto all'avversario pare una
bambolina. Inizia il match: per 4 lunghi minuti Davide regge a
fatica, grazie alla sua esperienza, gli attacchi di Golia. Poi il
fiato comincia a calare, ne ha per poco; davanti agli occhi gli
passano come in un film i suoi 20 e più anni di luminosa carriera.
Non può finire così, non di fronte al suo pubblico: ora o mai più.
Dietrich concentra tutte le sue energie, allaccia l'avversario ed
esplode la sua tecnica più efficace, quella proiezione con cui ha colto
tante vittorie, ma praticamente impossibile da fare con un avversario così
pesante. E invece l'americano vola via come un enorme burattino senza
fili. Un fotografo svedese riesce a cogliere il momento magico: sarà
la miglior foto delle olimpiadi, e quello di Dietrich il "Throw
of the Century", la proiezione del secolo.
Wayne
Boman, un lottatore della nazionale americana, racconterà in un
libro di essere entrato dopo il match nello spogliatoio di Chris
Taylor, e di averlo trovato solo, seduto su un tavolo, che dondolava
le gambe come un bambino e scuotendo la testa ripeteva “Non è
possibile, non credevo ci fosse una persona al mondo che potesse
strapparmi fisicamente dal tappeto e gettarmi in aria, ma mi
sbagliavo". Dietrich poi non salirà sul podio, perderà al
terzo turno, ma che importa? La pagina più bella l'ha già scritta,
il campione esce di scena con la vittoria più
spettacolare della storia della lotta.
Il
generale Kharkoff ebbe un ruolo fondamentale nella guerra civile
russa; per mesi l'intera Europa parlò delle sue gesta, e ricevette
altissime onorificenze. Tutto finché non si scopri che il generale
aveva un grosso problema: non esisteva.
Ringrazio
l'amico Roberto Mantovani per la segnalazione, e vi porto alla
Camera dei Comuni di Londra; aprile 1919, la prima guerra mondiale è
finita da poco, il primo ministro David Lloyd George pronuncia con
toni appassionati un discorso sull'importanza del sodalizio fra il
corpo di spedizione britannico in Russia e l'esercito dei russi
bianchi nella guerra contro il nemico comune: i bolscevichi. Il
premier sottolinea il ruolo svolto dal generale Denikin,
dall'ammiraglio Koltchak e soprattutto dall'eroico generale
Kharkoff.
L'Inghilterra,
insiste accalorato Lloyd George, non può abbandonare al suo destino
personaggi di tale levatura. Il discorso, riportato con toni enfatici
dai giornali di tutta Europa, fa di Kharkoff un paladino della
libertà del popolo russo. E il generale diviene in breve
popolarissimo: la sua storia, si direbbe oggi, diventa virale, e in
breve gli vengono dedicati un po' ovunque bar e locali, oltre
a una birra, una bevanda a base di caffè, un set di rasoi, bretelle
da uomo e un cappello da donna. Per
lui viene perfino composta una canzone, e al culmine del successo re
Giorgio V decide di insignirlo dell'Ordine di San Michele e San
Giorgio “Per i meriti nella lotta contro il bolscevismo, male del
mondo”: sì, il generale Kharkoff diventa Sir Kharkoff.
L'onorificenza
va consegnata, e il 31 agosto una delegazione britannica arriva in
pompa magna al quartier generale delle forze armate della Russia
meridionale. A riceverla c'è il generale Anton Denikin; Il
traduttore gli spiega lo scopo della missione, e lui fa la faccia a
punto interrogativo: e chi cavolo è il generale Kharkoff? Nessuno ne
ha mai sentito parlare, semplicemente non esiste. Non è facile
spiegarlo agli inglesi, che alla fine si arrendono all'evidenza: con
ogni probabilità l'errore è nato dalla traduzione delle
corrispondenze di guerra: Kharkoff, che figurava un po' ovunque, è
il nome della città ucraina dove si erano svolti gli eventi
riportati.
Più
improbabile la teoria che si riferisse al leader dei cosacchi del
Don, l'Ataman Pyotr Krasnov, che però era alleato dei tedeschi e con
gli inglesi non aveva rapporti. Che fare allora? L'onorificenza va
consegnata comunque. Così gli inviati di re Giorgio V decidono di
decorare un altro militare, il
tenente generale Vladimir May-Mayevsky, che forse non è stato un
eroe come Kharkoff, ma la sua parte l'ha fatta. E soprattutto,
esiste.
Immaginate
di vivere in una metropoli senza strade né auto, costruita su una
striscia di terra larga quanto il vostro quartiere e lunga 170
chilometri, con tutti i servizi a 5 minuti da casa vostra, e con
trasporti che consentono di andare da un capo all'altro della città
(quindi ovunque) in non più di 20 minuti. Fatto? Benvenuti a “The
Line”, prossima fermata il futuro. La vedranno i nostri nipoti?
Macché, sarà pronta fra 5 anni.
I
cantieri apriranno nel primo trimestre del 2021, quindi nei prossimi
giorni. Dove siamo? In Arabia Saudita. Ringrazio Valentina Donzella
per la segnalazione e vi racconto il nuovo progetto urbanistico
annunciato di recente dal principe Mohammad Bin Salman. La città
ospiterà un milione di abitanti, sarà composta da una lunga
“cintura di comunità iperconnesse” disposte su una linea retta
che parte dal Mar Rosso e si sposta verso l'interno in direzione
nordest, 170 chilometri che attraversano deserti e montagne,
conservando – promettono i progettisti - il 95% della natura.
Facciamo
un salto in un punto qualsiasi di The Line, diciamo nell'anno 2030.
Tutto intorno solo abitazioni, attività commerciali, uffici e tanto
verde: un'immensa zona pedonale senza strade per auto e altri
veicoli. Il che significa zero emissioni di anidride carbonica, e
aria pulita. “La Linea” è composta da una lunga serie di nuclei
residenziali organizzati in modo che le aree verdi e tutti i servizi
necessari per la vita quotidiana, (scuole, ospedali, impianti
sportivi, strutture ricreative) siano raggiungibili a piedi da
chiunque in cinque minuti. Come è possibile questo miracolo? La
mappa del progetto svela il segreto: quella che si vede è solo una
parte della città, “The Line” è disposta su tre livelli
sovrapposti. Sotto il primo, la parte residenziale, c'è ne è un
secondo intermedio per le infrastrutture e la logistica. E ancora più
in basso un terzo livello accoglie i trasporti: collegamenti
ultraveloci per i pendolari, treni ad altissima velocità che
consentono qualunque spostamento, anche per chi va da un estremo
all'altro della Line, in non più di 20 minuti. Infine come in ogni
bel romanzo di fantascienza il compito di governare e monitorare il
funzionamento della metropoli, interamente alimentata con energia
rinnovabile, è affidato in gran parte all'intelligenza artificiale.
Se
pensate che il programma sia fin troppo grandioso e temerario,
sappiate che “The Line” è solo il primo mattone di quello che
viene definito (Elon Musk permettendo) il "progetto più
ambizioso al mondo": la città di Neom, megalopoli che sarà
costruita su un'enorme area desertica di 26.500 chilometri quadrati
fra il Mar Rosso e il Golfo di Aqaba. Costerà 500 miliardi di
dollari e sarà 33 volte più grande di New York City.
Questa
è una storia vera. Me la segnala l'amico Gei Gi, che ringrazio. Il
protagonista è un atleta fenomenale, 17 volte campione del mondo di
nuoto. La sua vittoria più bella non è però un'impresa sportiva,
ma un'incredibile gara contro il tempo nella quale ha letteralmente
strappato 20 persone dalle gelide braccia della morte.
Shavarsh
Karapetyan nasce nel 1953 a Vanadzor, in Armenia. A 17 anni è una
promessa del nuoto, entra nella squadra nazionale ma dopo pochi mesi
viene scartato. Per lui è un duro colpo, ma non si arrende: punta
sul nuoto pinnato e inizia subito a frantumare record. Nel giro di 4
anni vince 13 titoli europei, 17 mondiali e stabilisce 11 primati
mondiali. Il 16 settembre del 1976 si sta allenando sul lungolago di
Yerevan; sta per completare i 20 chilometri quotidiani di jogging
quando accade l'incidente: un autobus esce di strada e precipita nel
lago dal muro di una diga. E' lo stesso Shavarsh a raccontare ciò
che accade dopo.
“Eravamo
a 25 metri di distanza, polvere e nebbia oscuravano l'aria. Con mio
fratello Kamo ci siamo precipitati in acqua, in poche bracciate ho
raggiunto il punto in cui avevo visto affondare il pullman. Era a una
profondità di 10 metri, ma la visibilità era pressoché nulla a
causa del fango che saliva dal fondo. Ho detto a Kamo di restare in
superficie, mi sono immerso, ho rotto il finestrino posteriore con le
gambe. Conoscevo i miei limiti, quanto potevo trattenere il respiro,
e sapevo quanto tempo sopravvivono le persone prima di annegare.
Sapevo anche di non poter aiutare tutti, e che ogni istante poteva
significare una vita”.
Così
il nuotatore inizia un drammatico viavai: scende a 10 metri, tira
fuori un passeggero, risale, lo affida al fratello, prende fiato e
torna giù. I membri di una squadra di canottaggio portano le persone
salvate a riva. “Nel pullman non vedevo niente: il momento peggiore
è stato quando sono riemerso e invece di un uomo mi sono trovato fra
le braccia un sedile dell'autobus in pelle: un errore che costava una
vita, e un incubo che mi avrebbe tormentato negli anni successivi.
Sono andato avanti finché mi sono reso conto che non aveva più
senso: tutti i passeggeri rimasti a bordo erano morti. Ero esausto,
non ce la facevo a raggiungere la riva, mi ha aiutato mio fratello”.
Dei 92 passeggeri sul pullman 46 sono morti e 46 si sono salvati. Di
questi, 20 li ha tirati fuori, uno per uno, Shavarsh.
Che
viene portato in ospedale. Ci resterà 45 giorni: i più di 20 minuti
passati nell'acqua gelida gli causano una polmonite bilaterale, ci
sono poi le numerose ferite per i frammenti di vetro, e una grave
infezione del sangue provocata dalle acque inquinate. Quando esce,
torna ad allenarsi, ma il suo fisico non è più lo stesso. Prima di
ritirarsi però vuole un'ultima vittoria. Seguono mesi durissimi, in
cui non fa che nuotare; e nel 1978 vince dopo un'incredibile rimonta
la Coppa dell'URSS. “Ce l'avevo fatta, ma era giunto il momento per
me di lasciare lo sport, il mio corpo non ne poteva più".
Così
si trova un lavoro in una fabbrica. Fra l'altro nessuno sa niente del
suo atto eroico: le autorità sovietiche hanno fatto cadere il
silenzio sulla tragedia, solo i parenti delle vittime e i testimoni
oculari sanno che è avvenuta, e tutte le foto, secretate, sono
conservate dal procuratore distrettuale. Saranno pubblicate solo nel
1982, quando finalmente un articolo racconterà l'impresa. Nei mesi
successivi l'eroe riceverà 70.000 lettere, e una dopo l'altra le
persone salvate busseranno alla sua porta per ringraziarlo. In
seguito riceverà la Medaglia al Coraggio, il Distintivo d'Onore e il
premio "Fair Play" dell'Unesco. Shavarsh oggi ha 67 anni,
vive a Mosca dove ha fondato un'azienda di scarpe (la "Second
Breath"), è sposato con Nelly Sahakyan, un'economista, e i due
hanno tre figli: Lusine, Zaruhi e Tigran, che è una promessa del
nuoto.
Ah
dimenticavo: torniamo al 1985, a Yerevan. Il 19 febbraio la Soviet
Armenian Sports Hall prende fuoco. Indovinate chi passa da quelle
parti? Shavarsh, che, afferrata una manichetta antincendio, si getta
fra le fiamme e inizia a tirar fuori persone una dopo l'altra finché,
soffocato dal fumo, sviene. Lo soccorrono i vigili del fuoco,
semiasfissiato e con gravi ustioni. Seguono diversi mesi di ospedale.
“Lo so, ho corso un grosso rischio, ma non potevo stare a guardare.
Senza amore per gli altri, la vita non ha senso”.