venerdì 30 maggio 2025

767 - IL VELIERO NEL DESERTO

 


C'è un punto della Namibia in cui il deserto abbraccia l’oceano. Si chiama Skeleton coast, e qui nel 2008 dalle sabbie del Namib è uscito un incredibile veliero portoghese del 1500.

La Costa degli scheletri: scheletri di balene, di marinai, di navi. Il mare da quelle parti non perdona: è uno dei tratti più letali del pianeta, dove nebbia, correnti e vento si alleano per schiantare le imbarcazioni che osano avvicinarsi a terra.

Anno 2008, un bulldozer scava alla ricerca di diamanti. Perché la terra, laggiù, è madre e matrigna, ti può regalare pietre preziose o una sepoltura senza lapide. Il regalo di quel giorno però non se lo aspetta nessuno. La pala della ruspa urta contro un altro metallo. Non è una roccia, né una cassa dimenticata da qualche cercatore. E' un frammento di tempo.

Sotto la sabbia, a poco più di duecento metri dalla linea d'acqua, c’è il Bom Jesus. Nome evangelico per un relitto perduto. La nave, appartenente alla flotta reale di re Giovanni III, era salpata da Lisbona il 7 marzo 1533, con a bordo fra i 100 e i 150 uomini tra marinai, mercanti e schiavi. Il suo carico? Una wunderkammer del Rinascimento: 1.845 lingotti di rame marchiati dalla potente famiglia Fugger di Augusta, oltre 100 zanne di elefante provenienti da 17 branchi diversi dell’Africa occidentale, più di 2.000 monete d’oro e d’argento di varia provenienza, tra cui spagnole, portoghesi, veneziane e moresche.

Quasi 500 anni prima una delle tante violente tempeste aveva sbattuto la Bom Jesus sulla costa. I corpi finirono tra le dune o divorati dai granchi. La nave, invece, fu accolta dall'abbraccio della sabbia: poi lentamente, per secoli, le dune l'hanno ricoperta proteggendola da batteri, salsedine e tempo.

Le condizioni ambientali uniche della zona, con la presenza di rame tossico per i batteri marini e le fredde correnti oceaniche, hanno contribuito a preservare incredibilmente bene il relitto e il suo contenuto. La Bom Jesus è finita sepolta sotto la sabbia a 200 metri dalla linea di costa attuale: in 500 anni, la dinamica della costa e delle dune è infatti cambiata: in certi punti il deserto è avanzato verso l’oceano, in altri la linea di marea si è ritirata.

Quella riaffiorata nel 2008 è una vera capsula del tempo. Le assi, ancora tenaci. Le monete, ancora lucide. Le zanne, ancora bianche. Gli archeologi si sono trovati di fronte non a un relitto, ma a un messaggio dal passato: il mondo del Cinquecento era lì, in attesa di raccontarsi, sepolto sotto il deserto. A sentire i vecchi del posto sarebbero decine le navi invisibili, “inghiottite” dalla sabbia e in attesa di essere riportate alla luce, di tornare a raccontare le loro storie.

Chi passa oggi da Oranjemund può vedere lo scheletro della nave. I reperti stanno al museo di Windhoek, in teche illuminate. Ma il vero tesoro resta intangibile: l’idea che sotto i nostri piedi possa ancora battere il cuore di una nave. Che la sabbia, quando decide, possa restituire la voce a ciò che credevamo perduto.

sabato 3 maggio 2025

766 - CACCIATORI E PREDE


 

 In Vietnam i marines americani erano preparati ad affrontare il nemico nell'inferno della giungla tropicale. Ma non si aspettavano di dover combattere contro centinaia di tigri.

Il 5 maggio del 1970 – lo stesso anno in cui Muhammad Ali torna a combattere mentre le radio gracchiano il soul di Marvin Gaye – un elicottero UH-1 Huey fende come una libellula il cielo torrido del Vietnam e atterra a quaranta chilometri da Da Nang.

Dalla pancia di metallo saltano fuori sette uomini, facce giovani e troppo vecchie insieme. Comanda la pattuglia il sergente Robert C. Phleger, 32 anni, un’aria da quarterback esperto e una fede al dito che luccica più del sole malato sopra la giungla: ha sposato alle Hawaii appena una settimana prima la sua ragazza delle superiori, e torna dalla licenza con ancora addosso il profumo dell’oceano.

La pattuglia si muove guardinga tra bambù e zanzare, nel cuore verde dell’inferno. La missione è localizzare movimenti vietcong. Ma la giungla – chi c’è stato lo sa – ha regole sue. Non c’è Nord o Sud. C’è il fruscio, il sudore, la febbre e il sospetto. Camminano tutto il giorno, lasciandosi dietro il rumore dei passi come unica traccia. Quella notte, si accovacciano in buche scavate in fretta, ciascuno col proprio pensiero. Il sergente si prende il primo turno. E' il più esperto. E il più sfortunato.

Sono le 20 quando un tonfo e un urlo che non è più umano spezzano il silenzio. I sei soldati lanciano l'allarme. “Mantenete la posizione, restate immobili fino al sorgere del sole” è l'ordine che arriva via radio. Segue una notte di paura, occhi sgranati e fucili spianati.

All'alba vanno in cerca di Phleger, ma trovano solo uno zaino, un fucile pronto a sparare che non ha sparato, e una scia di sangue che verga la terra come una firma crudele. La seguono, e a 50 metri lo vedono riverso su un tronco, gli occhi spalancati, il corpo martoriato, il collo spezzato da una forza che non è umana.

Poi, la tigre. Duecento chili di muscoli e fame. Furiosa e feroce, appare tra le felci come un demone antico, con gli occhi che ardono. E loro sono troppo vicini al suo pasto. Non è paura, quella degli uomini. E' peggio. E' l'ancestrale sensazione di sentirsi prede. Aprono il fuoco, la bestia scappa, ma ruggisce la sua sfida. Li attaccherà ancora, quando meno se lo aspettano. E' una promessa e una certezza.

Seguono 24 ore di batticuore e nervi bruciati, la tigre li segue come un incubo, li assale all'improvviso, più volte. Loro sparano con tutte le armi, lanciano anche granate. Alla fine come nei film arrivano i nostri: un elicottero li tira su uno dopo l'altro, c'è chi prega e chi piange. Portano con sé i resti del sergente avvolti in un telo militare, e un ricordo che li tormenterà per il resto della vita,

Una storia di guerra ai confini della leggenda? No, la cronaca di uno dei tanti attacchi di tigri ai danni di militari americani nel corso della “sporca guerra”. Quanti? Tanti dicevamo, tantissimi. La censura militare non ci consente di avere dati precisi: non era certo il caso di caricare i bravi ragazzi americani anche della paura delle tigri. Basti dire però che alle sigle classiche “Kia” (Killed in action - uccisi in azione), “Wia” (Wounded in action - feriti in azione) e “Mia” (Missing in action - dispersi in azione) per il Vietnam viene aggiunta la sigla “Eia” (Eaten in action - sbranati in azione).

Ma davvero negli anni 60 e 70 la giungla del sudest asiatico è infestata dalle tigri? Certo, e il motivo c'è: la colpa è proprio della guerra che ha sconvolto l'ecosistema e fatto saltare la catena alimentare. Le consuete fonti di cibo dei felini sono tutte fuggite verso terre più tranquille, o vengono mangiate dalla popolazione affamata. E le tigri sono costrette ad attaccare la preda che normalmente preferiscono evitare: l'uomo.

Ovviamente non ci sono solo gli americani, ma anche soldati vietnamiti e interi villaggi di contadini fuggiti nella giungla: migliaia di esseri umani indeboliti dalla fame e dalla guerra. Degli attacchi subiti da questi ultimi si sa anche meno, ma sicuramente non si contano. Perché l'abbondanza di prede “facili da catturare” ha fatto si che in poco tempo la popolazione di “mangiatrici di uomini” sia cresciuta in maniera esponenziale. Nel 1967 nella sola provincia di Quang Tri si contano oltre 3.000 tigri. Insomma, le guerre in Indocina hanno dato vita alla più numerosa e robusta popolazione di tigri che la storia ricordi.

Non a caso, firmata la pace con gli americani il Vietnam (ma anche la Cambogia e il Laos) hanno dichiarato guerra alle tigri. Negli anni seguenti, nonostante le proteste delle organizzazioni ambientaliste, lo sterminio è stato sistematico, e nel 1997 la tigre è stata dichiarata ufficialmente estirpata dal territorio vietnamita.

venerdì 2 maggio 2025

765 - IL PARADISO DEI TOPI


  

Dio ha il camice bianco, e il paradiso e' un recinto quadrato con tutti i comfort, una sorta di Truman show per topi.

Si chiama Universe 25, il nome glielo ha dato John B. Calhoun, il demiurgo in camice bianco. Quattro pareti alte al centro di un laboratorio, mangiatoie sempre piene, acqua fresca a volontà, nidi in quantità. Nessun predatore. Nessuna malattia. Nessun bisogno insoddisfatto. Un mondo ideale. Un sogno di ordine e abbondanza. Dentro, una piccola colonia di topi, puliti, sani, selezionati.

Siamo al National Institute of Mental Health di Poolesville, nel Maryland, e Calhoun è un etologo e psicologo. Obiettivo dell'esperimento, condotto fra il 1968 e il 1972, studiare il comportamento sociale attraverso la simulazione di un'utopia. Come è andata? Vediamolo insieme step by step.

Fase 1 – Adattamento: tutto procede tranquillamente.C’è cibo, c’è spazio, tutto va nel verso giusto. E' il sogno americano in versione roditore. Ma come ogni utopia, anche questa ha un orlo scucito, un piccolo strappo da cui comincia a penetrare l’inquietudine.

Fase 2 – Esplosione demografica: i topi si riproducono senza freni, la popolazione raddoppia ogni 55 giorni. Il giorno 315 la colonia conta 600 roditori, i problemi iniziano con la lotta per il territorio

Fase 3 – Saturazione: i maschi dominanti diventano iper-aggressivi, gli altri fuggono, si isolano, diventano apatici. Anche le femmine diventano aggressive, perdono l'istinto della maternità, non curano più i cuccioli, li abbandonano, alcune li divorano. Un gruppo di topi sviluppa comportamenti ossessivi, come la toelettatura compulsiva. Poi nascono loro, i “Beautiful ones”. Bellissimi, lucidi, impeccabili. Non litigano, non si accoppiano, non si sporcano mai. Stanno ore a pulirsi il pelo, sono topi-narciso, creature splendide e inutili. Vivono solo per sé stessi, senza relazioni, non combattono, non si riproducono.

Fase 4 – Collasso: la popolazione smette di crescere e poi inizia a diminuire rapidamente, nessuno si accoppia più. E nessun componente della colonia sembra farci caso. Non c’è più desiderio, non c’è più eros, non c’è più voglia di svolgere qualunque attività. I topi, semplicemente, si dimenticano come si vive. E così, in un ambiente perfetto, uno dopo l'altro muoiono. Tutti.

Nel silenzio ovattato del laboratorio Calhoun osserva dall'alto, come un Dio lontano e imperturbabile, senza intervenire. Guarda il paradiso trasformarsi in inferno. Non per fame, non per guerra ma per vuoto. Fino all'ultimo topo. Il resto è silenzio.

Lo studio di Calhoun si conclude con una diagnosi spaventosa: “morte comportamentale”. Vinte le malattie, la fame, i pericoli e le paure la società collassa per sovrappopolazione, assenza di stimoli, perdita di ruoli. Una lezione amara, che sembra sussurrare all’orecchio di ogni civiltà troppo sicura di sé: non basta riempire i frigoriferi e cancellare i pericoli; se l'unico scopo è soddisfare ogni bisogno, se togli le relazioni, se togli il senso, togli anche l’anima.

Tranquilli comunque, dall'esperimento sono passati più di 50 anni, e oggi la maggior parte degli studiosi sottolinea che sarebbe un errore fare due più due e applicare agli esseri umani le conseguenze di un test condotto sui roditori. Insomma, siamo uomini, non topi. O no?



lunedì 28 aprile 2025

764 - LA ISLA BLANCA


 

 Questa e' la storia di una barca bianca che arrivo' su un'isola dove non sarebbe mai dovuta arrivare con un carico di ricchezza e di morte che cambio' per sempre la vita di tutti gli abitanti.

Il 6 giugno 2001, il villaggio di Pilar da Bretanha, nel nord-ovest dell’isola di São Miguel, nelle Azzorre, si sveglia con un’aria diversa. Non è un giorno speciale, ma di lì a poco lo diventerà. Di primo mattino una barca bianca appare all'orizzonte, spinta dal vento e dalle correnti.

E' un catamarano in avaria, salpato dal Sudamerica e diretto in Spagna. A bordo, centinaia di chili di cocaina non tagliata racchiusa in contenitori di plastica grandi come mattoni. Nei giorni successivi al naufragio, i pescatori di Pilar da Bretanha trovano i primi pacchetti di quella sostanza che sembra farina nascosti tra le rocce e le reti. Poi il mare restituisce altri carichi. Qualcuno chiama la polizia che ne conta 270 per un peso di 290 chili. Nei giorni successivi altri 500 chili. Ma ce ne sono molti, molti altri, si pensa fra i 500 e i 3000 chili.

Ma non tutti denunciano la scoperta. Per molti la polvere bianca è una fortuna insperata, una sorta di tesoro, un miracolo. Non sanno che è un miracolo che costa caro. E in breve le strade di Pilar si riempiono di voci e di sussurri, di nuovi commerci, di nuove opportunità che sembrano arrivare dal nulla.

Fra i primi a trovarla due pescatori che ne recuperano tanta, tantissima, e la vendono a prezzi irrisori rispetto al mercato. La voce si sparge più veloce del vento: "C'è polvere buona laggiù, e tanta da riempirci l’isola”. Inizia la corsa. Uomini, donne, ragazzini: a rovistare tra le scogliere, a strappare al mare pacchetti gonfi di sogni.

La cocaina invade il paese, si infila nelle case, si mescola all’odore di pesce e di terra umida. C’è chi racconta di averne consumata un chilo in un mese, ci sono casalinghe che, ignare, la usano come farina per il pane o come zucchero per il caffè.

Andre Costa, un impresario e musicista che suona alle feste di paese, racconta: “Vendevano bicchieri pieni di polvere bianca nei bar. Bicchieri! A pochi spiccioli. Come vendere birra al porto”.La cocaina, prima quasi sconosciuta in un’isola così lontana da tutto, diventa la protagonista indiscussa delle vite dei suoi abitanti.

E inesorabilmente in breve arrivano le prime morti per overdose. Sono soprattutto giovani: iniziano per gioco, per sfida, e finiscono in ospedale, in coma. Il dottor Mariano Pacheco all’ospedale di Ponta Delgada ricorda bene gli occhi vuoti che arrivavano su barelle sporche di sabbia. “Ne salvammo alcuni, Ma altri non ce l’hanno fatta. È stato devastante, non eravamo preparati a una cosa del genere”.

Intanto la polizia locale indaga per scoprire l’origine del carico di coca. Il timoniere del catamarano, Antonino Quinci, ha due identità e due passaporti. E' lui l'uomo incaricato di portare il carico a destinazione. Più difficile arrivare all'organizzazione che gestisce il traffico. Le manette scattano solo per Quinci. L’uomo che ha portato la polvere del paradiso e il fango dell'inferno sull'isola cambiandola perc sempre rimarrà in carcere per 10 anni.

Oggi a São Miguel la storia della barca bianca è ancora un fantasma che si muove tra i campi e le taverne. Qualcuno con il denaro sporco ha fatto fortuna, ha aperto negozi e ristoranti ancora in piena attività. Altri invece non sono mai usciti dal buco nero che la polvere ha scavato nelle loro anime.

E le Azzorre, un tempo tranquille, sono diventate un punto di passaggio strategico nel traffico internazionale di droga. La vicenda ha ispirato il romanzo di Niccolò Agliardi “Ti devo un ritorno”, pubblicato nel 2017, e “La isla blanca” sta per diventare una serie Tv in 8 puntate.

giovedì 24 aprile 2025

763 - LA GUERRA DEI BIKERS


 

Quest'ala del carcere era riservata ai bikers. In pratica qui comandavano loro, gli Hell's angels. Finché la prigione non fu attaccata dalla banda rivale, i Bandidos, con razzi anticarro...”

Scusi, può ripetere?”. Le cose che ascolto sono così assurde che penso di aver capito male. Invece è tutto vero. Sto visitando il carcere di Horsens trasformato in attrazione turistica, e scopro che la pacifica, civile Danimarca pochi anni fa è stata teatro di una guerra violentissima dai tratti surreali e con un finale ai confini della realtà. Sentite come è andata e giudicate voi.

E' il capodanno del 1980 quando gli Hells Angels in sella a luccicanti Harley Davidson irrompono sulla scena danese. Per contrastarli nascono i Bullshit MC. Seguono anni di agguati, scontri e funerali. Alla fine il bilancio è di otto Bullshit morti contro un solo Hells. Nel 1988 i Bullshit, sconfitti, si sciolgono.

Ma la vera guerra deve ancora cominciare. Nel 1993 i vecchi nemici degli Hell's Angels si uniscono ai Bandidos, arrivati in Europa via Marsiglia. Quello che segue è follia. Le due bande si organizzano militarmente, assaltano depositi dell'esercito e portano via armi di ogni tipo. E le usano.

Nei due anni successivi la Danimarca sembra il Medio Oriente: Razzi anti-tank contro le club house, sparatorie nei bar, raid alle feste e ai concerti. Nel febbraio ’97, in pochi giorni, tre attacchi con razzi devastano le prigioni di Horsens, Køge e Holbæk, dove sono rinchiusi i bikers arrestati per le violenze.

O meglio, più che rinchiusi, ospitati: Hell's Angels e Bandidos non sono normali detenuti: sono arroganti, violenti, le autorità non riescono a gestirli; li chiamano “detenuti a controllo negativo”. Tradotto: comandano più dei secondini. Li isolano in blocchi speciali con cucine autonome dove cucinano da soli e celle più comode. Una struttura parallela, uno Stato nello Stato con leggi e gerarchie proprie. Un apparato capace, per uccidere i propri nemici, di attaccare con razzi anti-tank, armati fino ai denti, le stesse prigioni dove sono rinchiusi.

Fuori intanto è l'inferno: sparatorie ai semafori con mitra e granate a mano, fuggitivi inseguiti fino all'aeroporto, decine di razzi anticarro lanciati tra il 1994 e il 1997. A Copenaghen un missile colpisce in pieno una sede degli Hells Angels, nelle città piccole e grandi esplodono autobomba, dai tetti vengono lanciate granate, missili esplodono dopo aver penetrato i muri di cemento degli edifici. Alla fine della guerra si contano 11 morti (ma il numero è assai più alto, sono tanti quelli che in quegli anni sono scomparsi senza lasciare traccia), 96 feriti gravi, 74 tentativi di omicidio.

Già, perché a un certo punto la guerra finisce. Come? In un modo ancora più pazzesco. Guardo scorrere le immagini che mi mostrano nel carcere di Horsens e ancora una volta non credo ai miei occhi. E' il 4 settembre del 1997, nel video si vedono i leader di Bandidos e Hells Angels in giacche di pelle e occhiali scuri che si stringono la mano davanti alle telecamere della televisione di Stato danese e firmano la pace. Sì. Avete capito bene, un summit ufficiale in diretta tv davanti all'intera nazione, come due capi di Stato, con un noto avvocato come mediatore e la polizia di Copenaghen impegnata, anche se non ufficialmente, a fornire supporto logistico e sicurezza per la “conferenza di pace”.

A conti fatti, entrambi i club sono usciti dal conflitto più forti di prima, e oggi continuano a gestire le loro attività più o meno pulite. Per i reati commessi fra il 1994 e il 1997 sono state condannate 138 persone. L'ultimo biker imprigionato per i crimini commessi è stato rilasciato sulla parola nel dicembre 2015. Sembra un film distopico, invece è accaduto realmente nella pacifica, civile Danimarca, pochissimi anni fa.




venerdì 11 aprile 2025

762 - 1627 ATTACCO ALL'ISLANDA


 

 

Islanda, anno 1627. Da sempre le antiche saghe raccontano storie che non sai se sono cronache o leggende. Ma ce n’è una che ancora oggi, tra quelle case battute dal vento del nord, si racconta a bassa voce: quella dello sbarco dei turchi.

Per quanto possa sembrare incredibile i pirati barbareschi, uomini del deserto e del mare, gli stessi che in quegli anni mettevano a ferro e fuoco le coste di Italia, Spagna e Provenza, quell'estate arrivarono due volte, prima da Salé, poi da Algeri. Non erano “turchi” in senso stretto, ma così li chiameranno gli islandesi: “Tyrkjaránid”, i “rapimenti turchi”

Le navi nere compaiono all’orizzonte il 20 giugno, davanti al piccolo villaggio di Grindavík. Al comando c’è Murat Reis, un olandese convertito all’Islam e diventato pirata. Chi li avvista, non sa cosa pensare: non c’è ragione, non c’è logica, non ci sono difese. Solo pescatori, donne, bambini, la solitudine del nord, e una vita che pare troppo semplice per attirare il male.

I pirati catturarono una quindicina di islandesi, altri marinai danesi e olandesi. Prendono anche due navi. Una piccola guerra-lampo, brutale e silenziosa. Tentano pure uno sbarco a Bessastaðir, ma un manipolo di lancieri li ricaccia in mare.

Un mese dopo altre navi provenienti da Algeri costeggiano i fiordi orientali. A Berufjörður e Breiðdalur la gente viene svegliata dal fuoco appiccato alle case: 110 prigionieri, argento, bestiame, una nave danese affondata e un peschereccio inglese catturato sono il consuntivo della razzia.

La costa meridionale però si rivela ostile e inospitale, così puntano su Vestmannaeyjar, le Isole degli Uomini dell’Ovest. Il 16 luglio approdano e scatenano l’inferno: 234 persone rapite, 34 uccise. Bruciano il mercato, la chiesa, uccidono anche un ministro. Tre giorni e le isole sono vuote.

Le navi ripartono con le stive piene di prigionieri in catene. Li portano giù, verso il caldo soffocante di Algeri e Salé, dove verranno venduti come schiavi. Solo uno di loro fsarà rilasciato: Ólafur Egilsson, pastore luterano, inviato a chiedere soldi per riscattare i prigionieri. Impiegherà nove anni, attraversando mezza Europa.

Riuscirà a riscattare solo una parte degli schiavi: sono 34 gli islandesi che ripartono da Algeri. Sei morirono sulla via del ritorno, uno verrà lasciato a Glückstadt. Nel 1645 sarà pagato un riscatto per altre 8 persone, che faranno ritorno a Copenaghen. In totale 50 persone ottengono la libertà. La prigioniera più importante si chiama Guðríður Símonardóttir, tornata a casa sposerà Hallgrímur Pétursson, uno dei poeti più famosi d'Islanda.

E quelli non riscattati? I più giovani si convertono: quasi cento scelgono l’Islam . I più deboli muoiono di stenti. Alcuni vengono comprati da padroni benevoli, altri cadono in mani feroci, legati in catene dalla mattina alla sera, vestiti di stracci, nutriti appena. Per tutti loro l'Islanda rimarrà solo un sogno lontanissimo.



761 - IL SEGRETO DI GIBILTERRA


 

  A Gibilterra, fra le storie che il vento soffia attraverso le gole della Rocca, ce n’è una che per decenni ha bisbigliato nel buio di un tunnel. Non è una storia da libri né da medaglie quella della *Stay Behind Cave*, la caverna dei fantasmi viventi, uno dei piani più folli e straordinari della Seconda Guerra Mondiale.

Il nome ufficiale è Operazione Tracer, ma per chi ha occhi per leggere tra le righe, era un patto con la morte, un’ultima candela accesa, nel caso in cui tutto il resto si fosse spento.

Anno 1941. L’Europa ansima sotto il tallone del Terzo Reich. I porti bruciano, i cieli urlano di sirene, e Gibilterra — minuscola, strategica, incrollabile — diventa l’ago della bilancia sul Mediterraneo. I tedeschi hanno un piano: si chiama *Felix*. E prevede che Gibilterra cada. Gli inglesi, dal canto loro, ne hanno uno assai più strano. Prevede che Gibilterra cada... ma non del tutto.

Il contrammiraglio Godfrey — un uomo di idee così bizzarre che Fleming ne farà il modello per il suo “M” — prevede di lasciare una manciata di uomini dentro la Rocca. Sigillati vivi. Con viveri, acqua, radio, e una sola missione: guardare, ascoltare, riferire.

Così sceglie sei volontari. Nessuno di loro, per contratto morale, potrà tirarsi indietro. Medici, tecnici, uomini con la mente salda. La caverna intanto viene scavata in segreto, rivestita di sughero per non lasciar filtrare nemmeno un sussurro. Due feritoie per scrutare il mare. Una bicicletta per generare energia. Un bagno, un serbatoio d’acqua.E la consapevolezza che, una volta dentro, la porta si richiuderà alle spalle dei sei. Senza chiave.

Il loro addestramento è affidato a un sopravvissuto dell’Antartide, George Murray Levick. Uomini che insegnano a vivere a chi deve imparare a morire. Si studiano le calorie, la disciplina, la decomposizione lenta della psiche umana nella prigione del silenzio. E nessuno si tira indietro.

Nel settembre del ’42, tutto è pronto. Ma la storia, come spesso accade, sterza. Gli alleati conquistano il Nord Africa, e poi la Sicilia. Gibilterra non serve più a nessuno, se non ai gabbiani e ai ricordi. Così il 24 agosto del 1943 arriva l’ordine: sigillare tutto, dimenticare tutto. Le pareti della *Stay Behind Cave* restano mute per oltre mezzo secolo.

Poi, nel 1997, alcuni speleologi del Gibraltar Caving Group sentono un alito d’aria che arriva da dietro un muro di mattoni. Lo sfondano, trovano una porta, e dietro una stanza dimenticata dal tempo, con resti di biciclette, un’antenna, e pareti silenziose come un voto.

Ci vorranno dieci anni per confermare che sì, è proprio lei: la grotta degli invisibili. L’antro degli uomini disposti a diventare memoria senza mai essere stati storia.

Nel 2008, uno di loro — il medico Bruce Cooper — torna a Gibilterra. Ottantasei anni e un volto che sembra scolpito nella roccia. Racconta tutto: i compagni, la preparazione, la claustrofobia studiata a tavolino. Gli occhi fissano il vuoto, pronti a vederlo riempirsi di tedeschi.

Morirà due anni dopo, nel 2010. Nessun monumento. Nessuna targa in bronzo. Solo la voce roca della Rocca, che ogni tanto, quando il vento è giusto, sembra sussurrare i nomi che nessuno ha mai conosciuto. E forse va bene così. Alcune storie, come certi amori, si custodiscono meglio nel buio.



sabato 30 marzo 2024

760 - DIETRO IL PADRINO

 


 

Un'offerta che non si può rifiutare. A trovarsela davanti è stato Francis Ford Coppola al momento di iniziare a girare Il padrino. Le cose sono andate così.

 L'anno è il 1972, e il regista sta per dare il primo ciak a quello che diventerà il più celebrato fra i film sulla mafia. Joseph Colombo, boss di una delle “Cinque famiglie di New York” chiede di parlare con Coppola e col produttore Al Ruddy. Paura!

Colombo dirige la Lega italo-americana per i diritti civili, che ha fondato due anni prima, e forte di questa carica presenta tre richieste: niente rappresentazioni culturali che risultino negative per gli italiani, niente rimandi offensivi agli stereotipi dello “spaghetti” violento e ignorante, e soprattutto mai usare la parola "mafia".

Regista e produttore prendono tempo, ci pensano su, valutano pro e contro, e alla fine accettano. Il risultato è che la lavorazione del film fila liscia come l'olio. Anche perché Colombo, soddisfatto dall'esito della trattativa, provvede a parlare con i vari sindacati coinvolti nella produzione, e le maestranze lavorano senza creare problemi né ritardi.

Colombo si appassiona al progetto, e va spesso sul set per seguire le riprese. Ad accompagnarlo c'è un omone corpulento, Lenny “bull” Montana (vero nome, Leonardo Passafaro). Ex wrestler di un certo successo a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta, dopo essersi fatto qualche anno di carcere a Rikers Island per le sue attività non proprio cristalline per la famiglia Colombo, viene premiato dal boss che lo promuove a sua guardia del corpo per la fedeltà dimostrata.

Montana segue il suo capo come un'ombra, e una volta sul set gli rivela il suo grande sogno: fin da bambino ha sempre desiderato recitare. Il caso (almeno così ci auguriamo) vuole che l'attore che interpreta uno dei killer più importanti della famiglia Corleone muoia all'improvviso, e indovinate chi viene chiamato a sostituirlo?

Così Montana fa la sua apparizione sul set al fianco di Marlon Brando. Chi lo vede prima del ciak racconta di un'anima in pena: nervosissimo, legge e rilegge il copione, prova freneticamente le battute, le ripete all'infinito con la paura di sbagliare. Una di queste prove parossistiche, ripresa dalla troupe, sarà utilizzata per la scena in cui, agitatissimo, deve incontrare il padrino.

Alla fine il risultato è accettabile, il personaggio risulta credibile, e per Montana si apre una carriera da attore caratterista che lo vedrà recitare in una dozzina di film, oltre che in un paio di puntate di Magnum P.I.

Se questa storia vi ricorda un'altra storia, date un'occhiata a “Pallottole su Broadway” che Woody Allen dirigerà più di 20 anni dopo. Lì il mafioso che finisce per caso sul set, coinvolto nelle riprese si rivelerà un formidabile sceneggiatore. Chissà che nel famoso cassetto dei possibili soggetti che il regista newyorchese raccoglie e conserva nel suo appartamento non ci sia stata per una ventina d'anni una scheda alla voce Lenny Montana?


martedì 17 gennaio 2023

759 - AMORE FINO ALL'ULTIMO RESPIRO

 

La vera storia dei due anziani che il regista Cameron in “Titanic” ci mostra abbracciati nel letto mentre la nave affonda. Isidor Straus nasce nel 1845 a Otterberg in Germania. A 9 anni emigra con la famiglia negli Stati Uniti, e si stabilisce a Talbotton, in Georgia. Qui Rowland Hussey Macy (vi dice niente questo nome?) permette agli Straus di aprire un reparto di stoviglie nello scantinato del suo negozio. Nel 1871 Straus conosce Rosalie Ida Blun, di 4 anni più giovane di lui, e la sposa. La coppia avrà sette figli.

Nel 1895 Isidor insieme al fratello Nathan rileva l'azienda di Macy. Che negli anni diventerà una delle più importanti catene della grande distribuzione statunitense. Si, avete capito bene, proprio Macy's, il grande magazzino newyorchese che compare in cento film e che ogni anno per il Giorno del Ringraziamento, organizza la megaparata per le vie di Manhattan con carri allegorici ed enormi palloni aerostatici. Straus, oltre agli affari si dedica alla politica, e nel 1894 viene eletto alla Camera per il Partito Democratico.

Facciamo un salto in avanti fino alla primavera del 1912. Isidor e Ida ormai anziani fanno un viaggio in Europa con la nipote Beatrice; all'andata passano l'Atlantico a bordo del piroscafo Amerika, per il viaggio di ritorno decidono di imbarcarsi sulla prestigiosa nave della White Star Line di cui tutto il mondo parla; così il 10 aprile 1912 salgono (solo loro, la nipote Beatrice decide di prolungare la permanenza in Europa) sulla passerella del Titanic, al viaggio inaugurale. Con loro la cameriera Ellen Bird, appena assunta, e il domestico John Farthing.

Quello che accadrà lo sappiamo: la notte del 14 aprile la nave va a sbattere contro un iceberg, la collisione crea una una grande falla sullo scafo e in poche ore il Titanic cola a picco. Il comandante Smith ordina di imbarcare sulle poche lance a disposizione prima le donne e i bambini. I superstiti, e in particolare il colonnello Archibald Gracie che coordina le operazioni di salvataggio, ci raccontano quello che accade ai coniugi Straus.

Donne e bambini si accalcano all'ingresso della scialuppa, ma quando arriva il turno di Ida, lei rifiuta di salire senza il marito. Il colonnello Gracie decide di far salire anche Isidor, ma lui dice no, non vuol togliere posto a donne e bambini, dice che non lascerà la nave prima degli altri uomini. E la moglie resta accanto a lui. Secondo tutte le testimonianze dice "Non voglio separarmi da mio marito. Come abbiamo vissuto insieme, così moriremo, insieme", poi si toglie la pelliccia e la dà alla cameriera Ellen che sta salendo sulla lancia.

I coniugi Straus vengono visti per l'ultima volta abbracciati sul ponte della nave. Entrambi muoiono nel naufragio alle 2:20 del 15 aprile, con loro il domestico Farthing, mentre la cameriera Ellen Bird riuscirà a salvarsi. Solo il corpo di Isidor verrà ritrovato e sepolto nel Woodlawn Cemetery del Bronx.

Nel colossal Titanic del 1997 Cameron rende omaggio ai coniugi Straus, interpretati da Lew Palter e Elsa Raven, nella scena in cui due anziani passeggeri si tengono abbracciati sul letto mentre la cabina si riempie d'acqua. 

 



giovedì 12 gennaio 2023

758 - PSYCHO IN LOVE

 


La storia (ringrazio Giovanni Pelosini per la segnalazione) inizia quando Berry Berenson, fotografa, giornalista e modella di famiglia nobile, sorella della più famosa Marisa, conosce di persona l'uomo di cui è innamorata fin da ragazzina: Anthony Perkins, attore di successo protagonista dell'hitchcockiano Psycho, bello e dannato dello starsystem di Hollywood soprattutto per la sua nota omosessualità.

L'incontro avviene alla festa per la fine delle riprese di “Play It As It Plays”, di cui Perkins è protagonista. Lui ha accettato controvoglia di partecipare, non vede l'ora di scappare. Poi vede lei e cambia idea. Perché? Qualche giorno prima la dottoressa Newman, che lo ha in cura per guarirlo dalla depressione e dall'omosessualità (!) durante una seduta gli ha chiesto quale tipo di donna avesse un minimo di attrattiva su di lui. L'attore aveva indicato una foto sulla rivista Vogue che stava sfogliando poco prima. Sì, era proprio lei: Berry.

Ora alla festa la vede, la riconosce e le chiede di ballare. Lei non crede ai suoi occhi, è un sogno che si avvera. Ballando ballando, trova il coraggio di chiedergli un'intervista. Lui accetta. Pochi giorni dopo, fra una domanda e l'altra, gli confessa di essere innamorata di lui da quando aveva 14 anni. Anthony sorride, “una delle tante adolescenti con la cotta per il divo”, pensa. Non è così, Berry lo cerca ancora, quando esce l'intervista teme di non vederlo più, scoppia a piangere. Con la sua dolcezza lo conquista, e i due finiscono a letto.

Pochi mesi dopo si sposano, per la gioia della Hollywood gossippara e pettegola. La cerimonia è minimale: nel giardino di casa Perkins lui le mette al dito un anello d’argento con una pietra turchese. Per tutti è un matrimonio di copertura destinato a durare lo spazio di un mattino. Non è così: Anthony e Berry si amano davvero, e trovano un equilibrio sicuramente non convenzionale, ma concreto: lei sa che Anthony fa sesso con altri uomini ma non le importa, lui le vuole bene e lo dimostra in altri mille modi. Nascono anche Oz ed Elvis, i due figli. Una vita serena.

Ma il gioco del destino ha in serbo carte terribili per la coppia. Anthony fa delle analisi, e il tecnico di laboratorio di sua iniziativa gli fa anche il test Hiv: positivo. E il peggio è che non dice niente e si vende la notizia alla stampa. Perkins viene a sapere di avere contratto l'Aids sfogliando i giornali. L'attore ricade in depressione, all'inizio è anche tormentato dal senso di colpa verso la moglie ed i figli, che per fortuna risultano tutti negativi. Seguono mesi difficili, nel corso dei quali Berry trascorre ogni singolo istante vicino al marito che vive un lento calvario.

Anthony Perkins muore il 12 settembre 1992, con la moglie ed i figli a fianco. Sull’invito alla commemorazione, per un errore, viene però scritto “11 settembre”. E nove anni dopo, l’11 settembre 2001, Berry si imbarca da Boston per Los Angeles per celebrare il giorno seguente, l’anniversario della morte. Non ci arriverà mai: l'aereo su cui è salita è l'American Airlines 11, dirottato dai terroristi si schianterà contro la Torre Nord del World Trade Center. La sorella Marisa in una foto pubblicata sui giornali riconoscerà l’anello col turchese che Anthony aveva regalato a Berry.


 



domenica 7 agosto 2022

757 - LA RAGAZZA CHE CORREVA

 


La maratona era vietata alle donne, ma lei, travestita da uomo, ha superato divieti e pregiudizi ed è arrivata al traguardo entrando nella storia. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione, e vi porto alla maratona di Boston del 1966, per fare la conoscenza con Roberta Louise “Bobbi” Gibb.

Bobbi nasce a Cambridge nel Massachusetts nel 1942 e cresce nei sobborghi di Boston, studia al Boston Museum of Fine Arts e alla Tufts University dove suo padre insegna chimica. Fin da ragazzina ha una grande passione per l'atletica, corre ogni giorno per 8 miglia per andare e tornare da scuola. Nel 1962 William, anche lui appassionato di mezzofondo, la vede mentre fa l'autostop, la carica in macchina e... quattro anni dopo i due si sposano e vanno a vivere in California (lui è un ufficiale di Marina).

Lei intanto continua ad allenarsi: corre con scarpe da infermiera della Croce Rossa in pelle bianca, perché all'epoca non esistono scarpe da corsa per le donne. E coltiva un sogno impossibile: partecipare alla famosa maratona di Boston, vietata alle donne. La corsa più lunga autorizzata dall'Amateur Athletic Union per le atlete è infatti di un miglio e mezzo: “le donne – spiega il regolamento - non sono qualificate per correre nelle gare della divisione maschile”.

Gibb si allena per due anni percorrendo fino a 40 miglia al giorno. Poi nel febbraio del 1966 presenta la domanda di iscrizione, anche se immagina già la risposta. Che non tarda ad arrivare: “Le donne – si legge nella lettera del direttore di gara Will Cloney - non sono fisiologicamente in grado di correre una maratona, mi dispiace ma non possiamo prenderci la responsabilità di ammetterla”. Lei ci pensa su, poi parte in autobus da san Diego dove abita e dopo tre notti e quattro giorni di viaggio arriva il giorno prima della gara a casa dei suoi genitori a Winchester. La mattina del 19 aprile sua madre la accompagna alla partenza a Hopkinton.

Abbigliamento della Gibb” come avrebbe scritto Paolo Villaggio: bermuda del fratello, felpa blu con cappuccio, costume da bagno nero a canottiera, scarpe da ginnastica da uomo. Così bardata Bobbi si nasconde tra i cespugli vicino al recinto di partenza. Dopo il via, aspetta che metà del gruppo sia partita, poi si tuffa nel mucchio. Dopo poco ha un gran caldo, ma non si può togliere la felpa per non essere smascherata: “Se mi avessero vista – dirà – pensavo che avrebbero cercato di fermarmi, e anche che mi avrebbero potuto arrestare”.

Ma nonostante il tentativo di mimetizzarsi, Bobbi è una ragazza, e pure bella, coi lunghi capelli biondi che escono dal cappuccio, e i compagni di corsa non tardano ad accorgersene. Ma invece di avvisare i commissari di gara, iniziano a incoraggiarla, a sostenerla. Sollevata, lei si toglie la felpa e corre ancora più forte, fra due ali di spettatori stupiti che la applaudono. La notizia che in corsa c'è una donna si diffonde, la folla attende il suo passaggio ed esulta, davanti al Wellesley College decine di studentesse saltano e fanno il tifo, ci sono ragazze che urlano e piangono. Ma ad attenderla all'arrivo ci sono gli organizzatori. Non l'hanno presa bene, la circondano minacciosi. Ma devono lasciare spazio a John Volpe, il governatore del Massachusetts, che raggiunge Bobbi e le stringe la mano: è la prima donna ad aver mai corso la maratona.

Bobbi Gibb termina la gara in 3 ore, 21 minuti e 40 secondi, davanti a 290 dei 415 partenti. Il mattino seguente la sua impresa è in prima pagina: “Le donne possono correre la maratona" titolano i giornali. La federazione però non ci sta, il direttore di gara mette in dubbio l'autenticità della partecipazione della ragazza alla gara: "La signora Gibb non ha corso nella maratona di ieri. Non esiste una maratona per una donna. Può aver corso una gara su strada, ma non una maratona. Non si trovava in nessuno dei nostri punti di controllo e nessuno dei nostri controllori l'ha vista. Per quel che ne so può esser partita a metà percorso”. Bobbi replica tranquilla: "Se non mi credete, chiedete ai corridori che mi hanno visto. O agli spettatori che mi incitavano. Non voglio polemizzare con il signor Cloney. Se non mi crede, sono affari suoi".

Nel 1967 e nel 1968 Gibb corre di nuovo, e con lei ci sono altre ragazze. Arriva prima fra le donne, con un'ora di distacco dalle seconde. Nel 1972 si corre la prima gara ufficiale di divisione femminile. Nel 1996, in occasione della centesima edizione della celebre maratona, la Boston Athletic Association riconosce ufficialmente le sue tre vittorie nel 1966, 1967 e 1968 e le assegna una medaglia, e il suo nome viene scolpito nel memorial dei vincitori. Nel 2021 a Boston viene inaugurata una statua di Bobbi Gibb chiamata "The Girl Who Ran" (La ragazza che correva).

 


 




giovedì 21 luglio 2022

756 - A COSA SERVONO I SOLDI

 

Sembra impossibile ma...

La storia che vi racconto parla di un Capo di stato che ha fatto scelte molto fuori dagli schemi. C’è qualcosa di profondamente doloroso in un’occasione perduta, qualcosa che ha a che fare col tempo che passa e con il non aver saputo riconoscere una possibile strada verso la felicità. Il tempo è il bene più prezioso, Joseph Roth (e poi al cinema Ermanno Olmi) raccontano mirabilmente il tormento di chi lo getta via sprecando un’occasione dopo l’altra nel libro “La leggenda del santo bevitore”. Pepe Mujica ce lo racconta con la sua vita. Quando ho avuto la fortuna di incontrarlo, qualche anno fa, mi è bastato uno sguardo per capire che I veri Maestri esistono ancora.

Nato a Montevideo 86 anni fa, un passato da guerrigliero ai tempi della dittatura, eletto senatore nel 2005, quattro anni dopo vince le elezioni presidenziali e diventa Presidente della Repubblica dell’Uruguay fino al 2015. Un Capo dello Stato fuori dagli schemi, che presto si fa conoscere in tutto il mondo: per guidare il suo Paese percepisce 260.259 pesos (circa 8.300 euro) al mese. E ne dona il 90% a organizzazioni di solidarietà o direttamente a persone bisognose. Al palazzo presidenziale preferisce la sua piccola fattoria in periferia, dove continua a vivere, e alle auto blu il suo Maggiolino del 1987.

Sobrietà? Sì, ma quello che colpisce è il motivo di questa scelta: Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per sé stessi io lo chiamo libertà”.

755 - IL TESORO DI PAUL NEWMAN

 

Sembra imposssibile ma...

Fascino, talento e occhi blu sono le caratteristiche che hanno reso celebre Paul Newman, ma la vera eredità lasciata dall'attore è un'altra. La nostra storia inizia nel 1925, anno in cui nasce Paul Newman, uno che la vita ha saputo assaporarla come pochi , fino all’ultimo giorno, nel settembre del 2008.

Se fate un salto a Limestre, in una bella valle in mezzo all’Appennino pistoiese, potrete toccare con mano uno dei sogni più belli realizzati dall’attore. Si chiama Dynamo Camp, ed è una grande struttura ricreativa senza fine di lucro. Il camp di terapia ricreativa è il primo in Italia, e ospita gratuitamente in una verdissima oasi naturalistica affiliata WWF, bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni (e le loro famiglie) con patologie gravi e croniche sia in terapia che in fase di post ospedalizzazione. Il centro offre

periodi di vacanza e svago, con passeggiate a cavallo, tiro con l’arco, arrampicate, attività ricreative in acqua, pet therapy, teatro, circo e tante altre attività ludico sportive adattate per essere accessibili a tutti i partecipanti. La struttura italiana è una delle tante nate dall'associazione "Hole in the wall camps", ideata e realizzata da Newman in Connecticut nel 1988, per poi espandersi negli altri continenti.

Un altro paio di flash sui sogni concretizzati dal protagonista di “La stangata”: nel 1982 ha fondato la Newman’s Own, azienda alimentare pioniera del biologico. Pagato chi ci lavora, i ricavi vengono devoluti per scopi umanitari ed educativi. La stessa azienda per anni ha finanziato un premio per il cittadino americano che più di ogni altro ha saputo difendere la libertà di espressione, di culto e di stampa.

Ah, dimenticavo, sognando sognando Paul Newman ha vinto tre premi Oscar, sei Golden Globe, un Emmy Awards, e ha “acceso” una stella fra le più nitide sulla Walk of fame di Hollywood. Insomma, ha scritto mezzo secolo di storia del cinema. Senza contare l’impegno nel politico e nel sociale, o la passione per l’automobilismo che l’ha visto pilota di successo. Insomma, una vita fatta di sogni, difficili da realizzare ma non impossibili, che a loro volta hanno dato vita ad altri sogni, messaggi in bottiglia lanciati nel futuro da un grande uomo che, incidentalmente, è stato anche un grande attore.

"Mi piacerebbe che la gente pensasse che in Newman c'è uno spirito che compie azioni, un cuore e un talento che non arriva dai miei occhi blu" disse una volta. Missione compiuta, Paul.

 


domenica 19 giugno 2022

754 - LA COMBINE

 

Sembra impossibile ma...

Questa storia inizia quando alla porta delllo spogliatoio del Mariano Comense, in provincia di Como, bussa un mediatore. Dentro due quindicenni, babycalciatori di spicco della squadra del 2007, che si preparano per l'ultima partita di campionato. “Ragazzi, ho una proposta da farvi – dice sottovoce l'uomo – ma che resti tra noi: per voi ci sono mille euro e un bel po' di regali se durante la partita vi fate espellere. Chi mi manda ha interesse che il Mariano questa partita la perda...”. I ragazzi si guardano, ci pensano appena un attimo, poi scuotono la testa.

L'intermediario sorride, li fissa negli occhi, e alza l'offerta: oltre ai mille euro uno smartphone ultimo modello, poi un abito di marca, una microcar con tanto di patentino, e alla fine i mille euro diventano duemila. La risposta non cambia: “No, non se ne fa di niente”; uno dei ragazzi sussurra nell'orecchio all'altro: “Ma io questo lo denuncio”. I due escono, ma il mediatore non molla: ci riprova con altri due compagni. Stesse offerte, stessa risposta. Alla fine va dritto da Edoardo, il capitano. Che ci pensa un attimo, poi non solo non rifiuta la proposta, ma rilancia, chiede più soldi, e conclude “Sì, si può fare”.

I quattro compagni di squadra, rimasti nelle vicinanze, osservano, si rendono conto di quello che sta succedendo, e si sentono traditi: come, proprio lui, il nostro capitano? La rabbia è tanta. Ma dura pochi istanti; poi dai loro nascondigli escono i cameraman, il regista, risuona la frase sentita tante vole in televisione: “Siete su candid camera”. E ovviamente lui, Edoardo, il capitano, era d'accordo con la produzione per fingere di accettare le proposte del corruttore. I quindicenni capiscono, ridono, e tutto diventa una bella storia da postare sui social. Ma per l'allenatore Alessandro Colciago, nascosto anche lui dietro le quinte, è la vittoria più bella.

Le cose sono andate così: la società nei giorni precedenti era stata contattata dai responsabili della trasmissione televisiva di Rai Due, «Italiani fantastici e dove trovarli»; il piano, con il consenso dei genitori e del mister, era di condurre una specie di esperimento sociale per verificare le reazioni dei ragazzi di fronte a un tentativo di corruzione. Mister Colciago ha dato il suo ok anche perché era sicuro dei propri ragazzi: “Io - dice - insegno certi valori: educazione e comportamento corretto. E volevo mostrare che non è vero che un ragazzino oggi è pronto a vendersi per un Iphone o altre offerte allettanti. L’ultima partita di campionato non era decisiva per la classifica, ma avevo spronato i ragazzi e li avevo motivati sottolineando come ogni partita sia importante. E sì, sono molto orgoglioso del loro comportamento e della scelta di mettere al primo posto i valori dell'onestà e del rispetto reciproco”.




lunedì 6 giugno 2022

753 - OLTRE IL BUIO

 


Sembra impossibile ma...

Grazie alla segnalazione di Gianfranco Di Mare vi porto a New York, intorno al 1960. Arthur, un ragazzo cresciuto nei Queens, si iscrive alla Columbia University; il compagno di stanza è uno studente di Buffalo di nome Sandy Greenberg. I due hanno in comune la passione per la musica e quella per la letteratura, così nasce una bella amicizia. In breve diventano inseparabili, quelli che oggi si chiamano “maps”, migliori amici per sempre, e si promettono di essere presenti l'uno per l'altro, qualunque cosa accada.

La promessa viene subito messa alla prova: pochi mesi dopo Sandy si accorge che la sua vista si va rapidamente offuscando. Va da uno specialista, e la diagnosi è terribile: è affetto da un grave glaucoma, presto diventerà completamente cieco. Il giovane è distrutto, cade in depressione, decide di smettere di studiare e di tornare a Buffalo; Arthur cerca inutilmente di dissuaderlo, e quando lo vede partire spera che il tempo lo aiuti ad accettare la sua condizione e di restare in contatto per aiutarlo. Ma Sandy taglia i ponti con tutti gli amici, non risponde a lettere e telefonate, non c'è modo di parlargli. E allora Arthur compra un biglietto di aereo con i pochi dollari che ha, vola a Buffalo e si presenta alla porta di casa senza preavviso. Promette a Sandy che resterà sempre al suo fianco, che vedrà tutto ciò che lui non può più vedere, che sarà i suoi occhi. E lo convince a tentare di nuovo la strada dell'università.

Negli anni successivi nel campus della Columbia University chi vede l'uno vede anche l'altro. Arthur per dimostrare empatia con l'amico si fa chiamare “Darkness”, buio, oscurità. Gli studenti sono abituati a sentirli dialogare, "Sediamoci qui, Darkness ti legge un libro", “Ora basta Darkness, andiamo a mangiare un hamburger”. La vita di Sandy è regolata completamente su quella di Arthur. Anche troppo.

Un giorno i due amici sono in giro per Manhattan, nel bel mezzo dell'affollatissima Grand Central Station, devono prendere il treno per tornare all'università. Arthur dice “Scusa, torno subito”, e lascia Sandy solo in mezzo alla gente. Passano i minuti, e Arthur non torna; Sandy disperato, cerca di muoversi fra la folla, urta le persone, inciampa e cade anche, si fa un taglio alla caviglia. Solo dopo due ore tremende riesce a prendere il treno per il campus. All'uscita della stazione della 114ma strada sente una voce: è Arthur. Si scusa, e gli spiega i motivi della sua “assenza”. In realtà è sempre stato lì, a due metri da lui. Lo ha seguito per tutta la strada di casa, assicurandosi che fosse al sicuro. Ha resistito a fatica a intervenire quando lo ha visto cadere e poi rialzarsi. Ma ora sono lì, e Sandy ce l'ha fatta, da solo.

Sì, quello è il suo regalo più bello: l'indipendenza. Sandy dirà poi: "Quel momento è stato la scintilla che mi ha permesso di vivere una vita completamente diversa, senza paura, senza dubbi. Per questo sono enormemente grato al mio amico". Sandy si è laureato alla Columbia, si è poi specializzato ad Harvard e a Oxford. Ha sposato la sua fidanzata del liceo ed è diventato un imprenditore di grande successo.

Qualche anno dopo Sandy è a Oxford, e riceve una telefonata da Arthur. Questa volta è lui ad avere bisogno di aiuto. Ha formato un duo folk-rock con un suo vecchio compagno di liceo, Paul, e i due hanno un disperato bisogno di soldi: 400 dollari per registrare il loro primo album. Sandy e sua moglie Sue non hanno molti soldi; per l'esattezza sul loro conto in banca hanno solo 404 dollari, e insieme decidono di darli ad Arthur.

Così esce il primo album di Arthur e Paul. Una delle canzoni in breve diventa una hit. E' proprio quella che Arthur ha scritto per Sandy. Racconta la loro storia. Comincia così: “Hello darkness my old friend”, “Ciao Darkness, mio vecchio amico”, il modo in cui Sandy aveva sempre salutato Arthur. Il titolo è The Sound of Silence, una delle canzoni più belle di tutti i tempi, il più grande successo di Simon & Garfunkel, ovvero Paul Simon e Arthur Ira “Art” Garfunkel. Oggi, tanti anni dopo, Arthur e Sandy sono ancora amici. Anzi, “migliori amici per sempre”. 

 


 https://it.wikipedia.org/wiki/Simon_%26_Garfunkel

https://www.amazon.it/Hello-Darkness-Old-Friend-Extraordinary/dp/1642934976 

 

venerdì 13 maggio 2022

752 - MIND THE GAP

 

 

Sembra impossibile ma...

 Ogni giorno in una stazione della metropolitana di Londra una donna siede a lungo su una panchina e ascolta in silenzio un unico annuncio dell'altoparlante: “Mind the gap”. La voce è quella del marito defunto.

Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione della bellissima storia, e vi porto a conoscere Margaret McCollum, professione medico di base che oggi vive nella periferia nord di Londra. Anno 1992, Margaret va in vacanza in Marocco. La guida turistica che conduce il gruppo in giro per le kasbah e gli ksar si chiama Oswald Lawrence, non vi so dire se sia più o meno attraente, ma di certo ha una voce bellissima. E' proprio quella che colpisce Margaret, e, galeotte le calde notti marocchine, il seguito lo potete immaginare. La love story inizia lì e procede dritta fino all'altare.

Parliamo ora un po' di Oswald. Quando conosce Margaret fa la guida turistica, ma è anche un buon attore di teatro conosciuto per la sua splendida voce. Ha girato anche film e serie Tv, e un giorno nel 1969 ha ricevuto un insolito incarico dalla Transport for London: registrare l'annuncio destinato ad invitare gli utenti della rete della metropolitana londinese a prestare attenzione allo spazio tra il treno e la banchina; si, proprio quello che chiunque di noi è entrato in una stazione del “tube” ha ascoltato cento volte, “Mind the gap”.

Torniamo alla vita privata della coppia: la scelta di sposarsi si rivelerà felice per tutti e due, e il matrimonio va avanti fino al 2007, anno in cui si conclude il percorso terreno di Oswald. Ma non la storia d'amore, che Margaret continua a tenere ben viva nel suo cuore colmo di dolore. Così ogni mattina l'ormai anziana signora esce di casa, va in una stazione del metrò, si siede su una panchina e ascolta la voce del suo Oswald. Un rituale che si ripete invariabile fino al novembre del 2012. Quando invece del suono tanto amato dall'altoparlante esce una voce fredda e impersonale: è successo che dopo tanti anni l'azienda ha deciso di mandare in pensione l'annuncio di Oswald, e l'ha sostituito con uno digitale ricreato al computer.


Per la donna è un colpo tremendo, sa che non ci può fare niente. Il giorno dopo alla direzione della Transport of London arriva, in una lettera scritta a mano, un'insolita richiesta: una copia del nastro registrato da Oswald Lawrence tanti anni prima. Margaret racconta la sua storia, e spiega che intende riascoltarlo fra le pareti della sua casa. Il direttore legge dapprima incuriosito, poi sempre più colpito, e alla fine deve fare uno sforzo per non mettersi a piangere. Il giorno dopo fa recapitare una copia della registrazione alla donna. E poi fa di più: ripristina l’annuncio originale di Oswald, ma solo in una stazione, quella di Embankement, la più vicina alla casa di Margaret.


Così ancora oggi alla stazione di Embankment, oltre ai normali passeggeri, scendono tante altre persone; arrivano da mezzo mondo e si fermano lì per vedere la figura minuta di quella donna seduta sulla panchina, e per ascoltare la voce di Oswald che continua a ripetere il suo “Mind the gap”.

Per approfondire la storia ecco il link ai video di YouTube.

https://www.youtube.com/results?search_query=Margaret+McCollum 

martedì 9 novembre 2021

751 - LA NASCITA DI SANTA CLAUS


 

 Sembra impossibile ma...

Poco più di due secoli fa San Nicola è diventato Babbo Natale. E' noto che la storia di San Nicola di Bari, vescovo greco di Myra vissuto nel quarto secolo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane ha dato origine alla tradizione di Babbo Natale, grazie alla sua immensa generosità e all’assistenza concreta data ai poveri.  

Ma è solo grazie a una trovata letteraria che nel 1809 dalla storia di San Nicola è nata la leggenda di Santa Claus. E' stato lo scrittore Washington Irving, autore fra l'altro del romanzo “La leggenda di Sleepy Hollow”, a “inventare” Babbo Natale. E' il 1809 quando Irving pubblica il libro intitolato “History of New York”, e nella finzione racconta di aver ritrovato il manoscritto di un fantomatico storico olandese. Nel libro, lo scrittore ironizza sul santo protettore di New Amsterdam (l'antico nome di New York), San Nicola appunto, che gli olandesi chiamavano Sinterklaas e festeggiavano il 6 dicembre. Irving racconta di un certo Oloffe, che una notte sogna il santo, “venuto a cavalcare sulle cime degli alberi, su quel carro nel quale porta i regali annuali ai bambini”, e li mette nelle calze che i piccoli hanno appeso al camino.

Santa Claus avrà immediato successo, e sarà festeggiato il 6 dicembre finché, nel 1823, non sarà pubblicata la poesia (poi trasformata in canzone) sul giornale “New Yorker”, intitolata “Una visita da San Nicola”, che recita: “Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio, nulla si muoveva, neppure un topino. Le calze, appese in bell’ordine al camino, aspettavano che Babbo Natale arrivasse”. Et voilà, il gioco è fatto: il santo venerato dagli olandesi viene associato alla festa del Natale, e per la prima volta compaiono le renne.

Santa Claus, o Babbo Natale, non ha però ancora un aspetto definito. Irving lo descrive come uno spilungone magrissimo vestito di verde che fuma la pipa. Ci penserà qualche anno dopo un disegnatore di origini tedesche, Thomas Nast, nel 1863 a dargli l’aspetto con il quale ancora oggi lo raffiguriamo. Nast si rifà alla tradizione tedesca, e chiude il cerchio ispirandosi alla figura di San Nicola, il vescovo che donò tutti i suoi averi ai poveri. Lo disegna come un grande elfo magico, un vecchio con lunga barba e baffi, dal pancione prominente e dallo sguardo amorevole, con un vestito rosso a calzamaglia e un cappello, con gli orli della casacca in pelliccia. La prima illustrazione del Babbo Natale moderno, pubblicata su Harper’s Weekly, risale al 1863.





750 - L' ALBERO RICICLATO


 

Sembra impossibile ma...

Un insolito albero di Natale ha reso un piccolo borgo australiano famoso in tutto il mondo. Come sarà quest'anno il grande albero di Natale al centro della piazza di Lismore, nel Nuovo Galles del sud? Se lo domanda tutta l'Australia, e le televisioni nazionali sono all'opera per cercare di rubare qualche dettaglio che anticipi la rivelazione del giorno di Natale. Ma fino ad oggi l'albero riciclato del 2021 è top secret.

Tutto è cominciato nel 2015, ma sono bastati pochi anni per avviare una tradizione che ha messo il borgo di Lismore al centro dell'attenzione e della curiosità in tutta l'Australia e non solo. Le cose sono andate così: nel 2014 come ogni anno la cittadina festeggiava erigendo in piazza un grande pino di Cook, usato tradizionalmente come albero di Natale. L'albero ha però un difetto: si inclina verso l’equatore, e il risultato è un po' triste: “non riesce nemmeno a stare dritto”, ironizzava la gente, un po' come accaduto a Roma col famigerato “spelacchio”. Le foto dell'albero "pendente" erano diventate virali, con didascalie del tipo “L'albero di Natale più patetico del mondo?

Poi, a Natale 2015, l'idea: serve nuovo albero che racconti la grande vocazione ecologista della gente di Lismore, paese che è un modello di sostenibilità. Così è nato l'albero di Natale riciclato. In gran segreto gli operai del Comune hanno allestito l'installazione, e al mattino la gente è rimasta a bocca aperta: al centro della piazza, un enorme cumulo di biciclette bianche con le ruote colorate, disposte in modo tale da formare un cono. Da quel momento, ogni anno, all’angolo tra Keen e Magellan road, l’abete di Natale è divenuto una installazione di oggetti riciclati.

Il 2016 è stata la volta di vecchi pneumatici e coprimozzo dipinti dal personale del Comune e dalle loro famiglie. Una struttura alta oltre 5 metri fatta con 150 pneumatici d'auto, 100 coprimozzi, 80 litri di vernice dorata e quasi mezza tonnellata di acciaio. Nel 2017 l'”albero” era alto 7,3 metri, fatto con più di 200 vecchi cartelli stradali e adornato con più di 140 metri di luci e 100 decorazioni fatte dipinte dal personale e dalle loro famiglie. L'anno seguente è stata la volta di una struttura realizzata con centinaia di ombrelli colorati raccolti durante tutto l'anno, illuminati da migliaia di luci. Nel 2019 è sorto una specie di bosco berticale formato da piante in vaso illuminate grazie all’energia solare. Nel 2020 infine l'albero è stato un realizzato come tributo alla comunità rurale: oltre 7 metri di fusti riciclati serviti a immagazzinare i prodotti chimici usati nelle fattorie, con decorazioni srealizzate con sacchetti non più utilizzabili di mangime per animali, a cui sono stati aggiunti tubi e pezzi di metallo di scarto. Cosa porterà il Natale 2021?

 


 


 


871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...