martedì 9 novembre 2021

748 - LA TREGUA

  


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Natale 1914, uno dei più duri e tristi che la storia dell'uomo ricordi; il primo Natale della Grande guerra. Fronte occidentale, le truppe tedesche e britanniche sono schierate nelle rispettive trincee, gli scontri sono incessanti, ogni giorno le vittime si contano a centinaia.

Poi, nella settimana precedente il Natale, un piccolo grande miracolo. I soldati iniziano a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, alcuni di loro attraversano addirittura le linee per portare doni ai nemici schierati dall'altro lato; la vigilia e il giorno di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche, britanniche e francesi lasciano le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno, fraternizzano, scambiano cibo e souvenir, celebrano insieme cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti. Intrattengono rapporti amichevoli al punto di organizzare improvvisate partite di calcio.

Non è un evento organizzato, ma spontaneo; in diverse zone del fronte i combattimenti proseguono per tutto il giorno di Natale, in altre i due schieramenti negoziano solo tregue momentanee per seppellire i caduti. Gli episodi di fraternizzazione con il nemico saranno giudicati negativamente dagli alti comandi e severamente proibiti per il futuro. L'anno successivo alcune unità organizzarono cessate il fuoco per il giorno di Natale, ma furono episodi assai più sporadici di quelli del 1914; e per il Natale del 1916, dopo le migliaia di morti delle battaglie di Verdun e delle Somme e la diffusione dell'impiego di armi chimiche, nessuna tregua sarà organizzata.

Si calcola che nel corso del Natale 1914, benché nessun accordo ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, circa 100.000 soldati britannici e tedeschi furono coinvolti in tregue spontanee. I primi episodi ebbero luogo durante la notte della vigilia, quando nella zona di Ypres i soldati tedeschi presero a mettere candele sul bordo delle loro trincee e sugli alberi, iniziando poi a cantare alcune tipiche canzoni natalizie; dall'altro lato del fronte, i britannici risposero iniziando anche loro a cantare, e dopo poco tempo soldati dell'uno e dell'altro schieramento presero ad attraversare la terra di nessuno per scambiare con la controparte piccoli doni, come cibo, tabacco, alcolici e souvenir.

Gli episodi di fraternizzazione proseguirono anche la mattina di Natale: diversi gruppi di soldati dei due schieramenti si incontrarono nella terra di nessuno per scambiarsi doni e scattare foto ricordo; vennero anche organizzate improvvisate partite di calcio tra i militari tedeschi e quelli britannici. Durante questa fase, furono organizzate anche funzioni religiose comuni per tutti i caduti. In alcuni settori la tregua si prolungò fino alla notte di Capodanno.

 





747 - LA RAGAZZA IN BLU

 


Sembra impossibile ma...

Anno 1933, siamo a Willoughby nell'Ohio, a 20 miglia da Cleveland. Il 23 dicembre di prima mattina una ragazza scende da un autobus della Greyhound. Passa la notte in una pensioncina, poi la vigilia di Natale paga il soggiorno, fa gli auguri alla padrona, e va in giro per il paese. Nei due giorni di permanenza la giovane, viene notata da molti abitanti, anche perché vestita interamente di blu: maglione, gonna, sciarpa, cappotto e borsetta.

Graziosa e gentile, sorride a tutti e augura "Buon Natale!", Arrivata ad un passaggio a livello la giovane sconosciuta si lancia all'improvviso sotto il treno in arrivo. Morirà sul colpo. La polizia recupera il corpo e avvia le indagini per stabilire l'identità della ragazza. Nella borsetta c'è solo un biglietto ferroviario per la Pennsylvania e 90 centesimi. Alla ragazza verrà data degna sepoltura nel cimitero della cittadina, a ricordarla una lapide con una scritta: "In memoria della ragazza in blu uccisa da un treno il 24 dicembre 1933. Sconosciuta ma non dimenticata" Al funerale partecipano più di 3000 abitanti. Nei giorni successivi la città e l'intera regione si mobilità per dare un'identità alla giovane: indagini, volantini, articoli sui giornali. Niente. Per 60 lunghi anni la ragazza in blu resta un mistero.

Anno 1993, il News Herald commemora l'anniversario della morte della ragazza con un articolo. Lo legge un agente immobiliare di Corry, Pennsylvania, che ha per le mani le vecchie carte della vendita di una fattoria; e lì trova il collegamento che gli permette di dare un nome alla ragazza in blu: si chiamava Josephine Klimczak ed era la figlia di Jacob e Catherine Klimczak, immigrati polacchi che arrivarono in Pennsylvania nel 1901. Restano ignote le cause del suicidio.

Nel cimitero di Willoughby alla tomba della ragazza in blu viene aggiunta una targa con il suo nome. Nel tempo l'affetto della cittadina per la giovane non si è spento, anzi: centinaia di persone visitano e curano la tomba, adornata con fiori sempre freschi. Il piccolo cimitero è meta di visitatori che arrivano da tutti gli States per rendere omaggio alla dolcezza e al sorriso della ragazza in blu.

 


venerdì 11 giugno 2021

746 - IL DISTRUTTORE DI PIRAMIDI


 

Sembra impossibile ma...

Un avventuriero italiano in cerca di tesori distrusse in poco più di un mese oltre 40 piramidi millenarie. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione e vi presento il “dottor” Giuseppe Ferlini da Bologna.

Nato nel 1797, a 18 anni scappa da casa; nel 1817 raggiunge l'Albania dove entra come ufficiale medico nell'esercito di Ali pascià in guerra contro i turchi: sostiene di essersi laureato a Bologna, ma è molto più probabile che abbia appreso nozioni di medicina come infermiere in ospedale. Il seguito è un curriculum da manuale dell'avventuriero ottocentesco, fra battaglie contro gli ottomani e movimentare relazioni con compagne che lo seguono nella sua vita spericolata dalla Grecia a Smirne fino alla corte di Muhammad Ali in Egitto. Nel 1829, dopo un anno di lavoro in ospedale a Thura, vicino al Cairo, Ferlini si annoia e si fa trasferire in Sudan con la compagna del momento, una donna islamica, prima a Sennar (con un terribile viaggio durato 159 giorni), poi a Kordofan quindi, in una sorta di discesa verso il “cuore di tenebra” dell'Africa, a Khartum.

Qui cura e guarisce il figlio del governatore del Sudan, l'inglese Richard Guyon (diventato Curschid pascià) e ne conquista la stima e la simpatia. Tanto che a lui affida una spedizione alla ricerca di giacimenti auriferi. Solo che di oro sotto terra non ce n'è, e allora al bolognese spunta un'insolita idea: in Sudan ha visto un gran numero di piramidi e templi che risalgono alla civiltà egizia, e che potrebbero celare favolosi tesori. Perché non andare a prenderli? Così, colpito da improvvisa passione per l'archeologia, ottiene (non senza fatica) il consenso di Curschid pascià, si associa ad Antonio Stefàni, mercante albanese pratico dei luoghi, ingaggia 30 giovani indigeni e, acquistati cammelli, attrezzi e provviste nell'agosto del 1834 si dirige verso le rovine di Meroë l'antica capitale.

Qualche anno prima, nel 1821, il naturalista francese Frédéric Cailliaud esplorando l'area aveva descritto un'ottantina di piramidi, costruite durante il Regno di Kush, fra il 1550 e il 1070 a.C. “tutte in ottime condizioni”. E così le trova Ferlini al suo arrivo. 35 giorni dopo la metà non esistono più, di oltre 40 piramidi restano solo cumuli di rovine. In breve infatti, arruolati 550 operai del posto, fa demolire gli edifici più piccoli, trovando poco o niente. Dopo 20 giorni il clima e i disagi si fanno sentire (lui stesso soffre di febbri malariche) gli uomini e i cammelli cominciano a morire. Decide di fare un ultimo tentativo con la piramide più grande, la tomba della regina Amanishakheto alta 28 metri, intatta. Comincia dalla cima demolendo via via i 64 gradoni, e finalmente trova una cella rettangolare con un ricco sarcofago. Il drappo bianco che lo ricopre si dissolve al contatto con l'aria, e appare il tesoro: il corredo funebre della regina, intatto. Consigliato dall'albanese che teme la collera e l'avidità della gente del posto, nasconde tutto in sacchetti di pelle che poi nel cuore della notte porta nella sua tenda. Stefàni vuole fuggire subito, ma Ferlini, preso dalla cupidigia, va avanti per altri 15 giorni nella sua opera di demolizione, e altre grandi piramidi vanno giù. Finché un servitore fedele avverte i due che la notizia del ritrovamento si è sparsa, e oltre mille indigeni hanno preparato per il giorno dopo un assalto per liberarsi di loro. In piena notte i due europei con le loro donne e tre servitori caricano tutto sui cammelli e si danno alla fuga; inseguiti, si salvano raggiungendo per miracolo il Nilo e imbarcandosi fino al Cairo; da qui Ferlini lascia l'Egitto in nave fino a Trieste, da dove rientra a Bologna.

Tornato in patria, racconta (ammantandole di nobili scopi scientifici) le sue imprese, che finiscono su tutte le gazzette dell'epoca. In mezza Europa si discute del tesoro; gli esperti si dividono, c'è chi lo giudica un falso, e chi lo stima autentico. Seguono trattative per la vendita a Parigi con il principe Demidov, a Roma con la Santa Sede e il Granducato di Toscana e in Baviera con Luigi I. Che ne acquista una parte: oggi si trova al Residenzmuseum di Monaco. Ciò che resta Ferlini lo porta a Londra e lo affida a un insolito agente di vendita, “un certo” Giuseppe Mazzini, in esilio in riva al Tamigi. Il British Museum ritiene che il tesoro sia falso e rifiuta l'acquisto, allora Mazzini lo mostra all'egittologo tedesco K. R. Lepsius, che lo fa acquistare dal Neues Museum di Berlino. Gran parte dei reperti finiti nei musei di Monaco e di Berlino spariranno poi alla fine della seconda guerra mondiale, e oggi del tesoro restano solo una cinquantina di monili. In Italia invece, il Museo egizio di Torino ne conserva i facsimili donati a Vittorio Emanuele II nel 1860 dallo stesso Ferlini. Che negli ultimi anni della sua vita diventa a Bologna una sorta di personaggio tipico, sempre in giro per la città in costume turchesco con turbante, spada e una sfilza di medaglie, intento a raccontare la storia del suo tesoro.








mercoledì 9 giugno 2021

745 - FOTO CON VISTA SUL FUTURO

 



Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Luglio 2000. Siamo in Cina, nella città costiera di Qingdao, apprezzata stazione balneare frequentatissima nella stagione estiva.

Capitolo primo: Xue è una ragazza che arriva da Chengdu, la capitale della provincia del Sichuan; ha fatto in pullman le 1200 miglia che separano le due città per accompagnare sua madre che si sta riprendendo da un intervento chirurgico e si è concessa una vacanza per tirarsi un po' su il morale. Nella grande piazza centrale la madre decide di fare una foto alla figlia di fronte al monumento rosso che commemora il Movimento del 4 maggio. Clic!

Capitolo secondo: Ye è un giovane di Chengdu che si trova per caso a visitare Qingdao: fa parte di un gruppo di turisti, il pacchetto di viaggio era stato prenotato dalla madre che poi all'ultimo minuto è stata costretta a rinunciare a causa di un attacco di appendicite. Il figlio ha preso il suo posto. Quando il gruppo di Ye arriva nella grande piazza centrale il ragazzo si decide a farsi una foto di fronte al grande monumento rosso, si mette in posa e qualcuno scatta: Clic!

Capitolo terzo: anche se Xue e Ye arrivano dalla stessa città, i due non si sono mai visti né conosciuti. Finita la vacanza Xue torna a casa con la madre, e Ye fa lo stesso con il suo gruppo. I due riprendono la loro vita, e gli 11 anni successivi trascorrono senza contatti fra di loro, uno ignaro dell'esistenza dell'altra. Poi nel 2011 finalmente si conoscono. E si innamorano. Segue il matrimonio e la nascita di due gemelle. E siamo al giorno dell'incredibile scoperta: un pomeriggio Ye dopo pranzo si riposa a casa della suocera guardando un album di vecchie foto. Quando vede l'immagine di fronte al monumento di Qingdao pensa “me la sono fatta anch'io una foto lì davanti”, poi osserva meglio, e sullo sfondo a destra nota un uomo con una maglietta blu e un sacchetto di plastica in mano: “Cavolo! (o quello che dicono i cinesi in questi casi), ma quello sono io”. Già, 11 anni prima di incontrare sua moglie Ye era entrato per caso nel campo della foto scattata dalla futura suocera: nello stesso esatto momento i due sconosciuti hanno posato di fronte allo stesso monumento in una città lontana 1200 miglia da quella dove abitavano e dove vivono oggi. E la foto li ritrae con i rispettivi sguardi puntati sulle due fotocamere che li riprendevano. "Quando ho visto quell'immagine – racconta Ye – mi è venuta la pelle d'oca su tutto il corpo".

Capitolo finale: l'uomo ha poi condiviso la foto sul social network cinese Weibo, l'immagine è diventata virale ed è stata ripresa dai notiziari di mezzo mondo: per i più romantici è la prova incontrovertibile che i due erano destinati a stare insieme. "Sembra che Qingdao sia una città davvero speciale - dicono Ye e Xue - quando le bambine saranno più grandi ci torneremo e le fotograferemo in quella piazza: hai visto mai...”.

 

 




lunedì 7 giugno 2021

744 - IL DESTINO DI ELON


 

Sembra impossibile ma...

Nel 1948 lo scienziato Wehrner Von Braun scrisse un romanzo di fantascienza in cui immaginava la colonizzazione di Marte; nel libro il governo marziano era in mano a un leader di nome Elon. Oltre 70 anni dopo il miliardario Elon Musk si avvia a realizzare il suo progetto per colonizzare il pianeta rosso. Ringrazio l'amico Vito Gattullo per la segnalazione e, per chi non li conoscesse, vi presento i due protagonisti di questa storia.

Il barone tedesco Wernher von Braun prima e durante la seconda guerra mondiale è un maggiore delle SS fedelissimo di Hitler, figura fondamentale nello sviluppo della missilistica nella Germania nazista; è lui che realizza una serie di armi micidiali, fra le quali i razzi V2 che colpiscono duramente l'Inghilterra. Dopo la guerra si consegna agli americani che decidono di non rinunciare al suo genio e di utilizzarlo in progetti di grande rilievo, prima con l'esercito (pare che a lui si sia ispirato Kubrick per il suo Dottor Stranamore) poi con la Nasa. Dove diventa il capostipite del programma spaziale e con il suo Saturn V porta le missioni Apollo sulla Luna. Von Braun muore nel 1977.

Elon Musk nasce in Sudafrica nel 1971; imprenditore naturalizzato americano (con un patrimonio stimato oggi in oltre 150 miliardi di dollari) realizza negli anni una serie di avveniristici progetti, da Tesla a Neuralink fino a SpaceX, destinati a “cambiare il mondo e l'umanità”. SpaceX è la prima e unica azienda privata a produrre razzi riutilizzabili per la Nasa, che li usa per i collegamenti con la stazione spaziale orbitante. Ma il sogno di Musk è portare l’uomo su Marte (e non solo) e colonizzare il pianeta. Quando? Questione di pochi anni. Il razzo Starship è in fase di sviluppo in una base del Texas, e sarà utilizzato per “fare dell'umanità una specie multiplanetaria”; Musk conta di inviare un milione di persone su Marte durante la sua vita utilizzando una flotta di 1.000 Starship. Nel giro di 5 anni sono previsti prima una missione cargo, poi un volo con equipaggio verso il pianeta rosso.

Ma torniamo al 1948; Von Braun lavora nella base di Fort Bliss, in New Mexico, e per rilassarsi scrive romanzi, ovviamente di fantascienza. In quell'anno nasce “The Mars Project”, libro per certi versi profetico (anche se molte “previsioni” si riveleranno errate). Certo l'autore sa di cosa parla, tanto che al romanzo è allegata un’appendice tecnico-scientifica che illustra con tanto di precisi calcoli il progetto. Lo scienziato immagina un governo marziano guidato da 10 uomini. E come si chiama il capo dell'esecutivo, eletto a suffragio universale? Elon, appunto. Curioso fra l'altro che l’ex nazista abbia scelto un nome di origine ebraica (“quercia” o “albero di Dio”).

Settant'anni dopo Elon Musk diventa Elon Musk, e la previsione dimenticata riemerge e vola sui social. L'imprenditore apprende della strana coincidenza su Twitter da un amico ingegnere aerospaziale; prima ritwitta sorpreso “Siamo sicuri che sia vero?”, poi prende atto e cavalca la tigre: “Destiny, destiny... No escaping that for me”, ovvero “E' il destino, è il destino... non c'è scampo per me”. Già, proprio come Frankenstein Junior.

 


 

 





giovedì 3 giugno 2021

743 - IL SAMURAI NERO


 

 Sembra impossibile ma...

Più di 400 anni fa in Giappone un colosso africano di nome Yasuke divenne un vero samurai al servizio di un potente feudatario. Ringrazio Gianfranco Di Mare per la segnalazione.

Vale la pena di raccontare l'incontro fra i due: corre l'anno 1579 quando il nobile Oda Nobunaga per le strade di Kyoto assiste a una rissa e rimane impressionato dalla figura possente e dalla forza di colui che ne esce vincitore. Lo convoca a corte, e siccome non ha mai visto prima un uomo di colore, chiede che Yasuke venga ben ripulito, pensando che la sua pelle sia coperta di sporcizia. Quando gli dicono che non è possibile, e che il suo aspetto non cambia, gli chiede: "Perché hai tinto la tua pelle con l'inchiostro nero?”. "Sono nato con la pelle nera" risponde lui. Questi eventi sono registrati in una lettera del 1581 del gesuita Luís Fróis e nel Rapporto annuale del 1582 della Missione dei Gesuiti in Giappone. Già, perché Yasuke, probabilmente originario del Mozambico, è arrivato in Giappone qualche tempo prima al seguito del sacerdote italiano Alessandro Valignano, ispettore delle missioni dei gesuiti nelle Indie, come guardia del corpo. Il religioso è a Kyoto per incontrare proprio il feudatario e chiedere il permesso di lasciare il Giappone.

Nobunaga rimane assai colpito da Yasuke, descritto come "alto 6 shaku e 2 sun (circa un metro e 90, un vero gigante rispetto agli standard giapponesi dell'epoca), con la pelle nera come carbone e la forza di 10 uomini". E organizza una festa per accoglierlo, dopo aver convinto Valignano, non si sa con quali mezzi, a farlo passare al suo servizio. E' la prima volta che uno straniero entra nella corte del signore feudale. Con ogni probabilità l'ospite parla già il giapponese, visto che a Nobunaga (che non parla altre lingue) “piace discutere e intrattenersi a lungo con lui”. Di lì a poco Yasuke diventa il primo straniero a ricevere lo status di samurai, concetto al tempo ancora molto fluido: in pratica chiunque prende le armi per conto di un signore può essere chiamato samurai.

Tre anni dopo, nel 1582, Nobunaga, poco prima di una battaglia viene tradito dal suo generale Akechi Mitsuhide, che anziché lanciarsi sul nemico, si volta e attacca il suo signore. Nobunaga con soli 30 uomini, fra i quali Yasuke, si rifugia in un tempio. Akechi che ne ha 13.000 lo circonda. Il feudatario sceglie la via dell'onore: il seppuku, suicidio rituale che prevede il taglio dell'addome. Il samurai nero è con lui al momento della morte. La tradizione vuole che prenda poi la sua testa e fugga sottraendola al nemico che l'avrebbe usata come simbolo di legittimità. Yasuke si unisce al figlio di Nobunaga, che è nelle vicinanze. E si getta nel giro di poche ore in una seconda battaglia. Ma anche qui, sono poche centinaia di guerrieri contro 13.000, e il finale è scontato; al tramonto anche il suo nuovo comandante esegue il seppuku. L'ultimo resoconto che parla di Yasuke lo vede ferito sul campo di battaglia. Secondo la tradizione Akechi, il traditore, stabilisce che non si tratta di un uomo ma di un animale, e ordina di riportarlo alla missione dei gesuiti di Kyoto da cui pensa sia fuggito. Del samurai nero non si saprà più niente.

Negli ultimi 20 anni sulla figura storica di Yasuke sono stati scritti numerosi romanzi e "drammi d'epoca", oltre a svariati manga, serie televisive e videogiochi. Sono in produzione due film, uno della Picturestart e uno della MGM, e il samurai nero è il protagonista della serie anime Netflix 2021 “Yasuke”.






mercoledì 2 giugno 2021

742 - IL VOLO DI GOLIA


 

Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera, segnalata dall'amico Gei Gi, che ringrazio. Olimpiadi di Monaco, 1972. Quando Wilfried Dietrich sale sul tappeto per il suo primo incontro nella categoria oltre 100 chilogrammi, ha già un grande avvenire dietro le spalle. Ha 39 anni, è il lottatore tedesco più medagliato del suo sport con un oro, due argenti e due bronzi e questa è la sua quinta olimpiade (la prima era stata a Melbourne 16 anni prima). Fra lotta libera e lotta greco romana oltre agli allori olimpici il suo palmares vanta 1 titolo mondiale, uno europeo e 5 medaglie ai mondiali. Per 7 anni,fra il 1955 e il 1962 ha vinto tutti gli incontri a cui ha partecipato. Insomma, è già una leggenda dello sport, e ora che gioca in casa vuole chiudere la carriera a testa alta, ma a quasi 40 anni non è facile vedersela con dei colossi di 20.

Nella greco-romana conosce i suoi avversari e spera in un sorteggio favorevole; c'è un avversario che teme più di tutti, e vorrebbe evitare almeno ai primi turni per risparmiarsi una brutta figura: l'americano Chris Taylor, una montagna di 22 anni e 198 chili, 80 più di lui che ne pesa “solo” 118. E indovinate chi gli mette davanti al primo turno madama fortuna? Dietrich contro Taylor: quando si stringono la mano il tedesco in confronto all'avversario pare una bambolina. Inizia il match: per 4 lunghi minuti Davide regge a fatica, grazie alla sua esperienza, gli attacchi di Golia. Poi il fiato comincia a calare, ne ha per poco; davanti agli occhi gli passano come in un film i suoi 20 e più anni di luminosa carriera. Non può finire così, non di fronte al suo pubblico: ora o mai più. Dietrich concentra tutte le sue energie, allaccia l'avversario ed esplode la sua tecnica più efficace, quella proiezione con cui ha colto tante vittorie, ma praticamente impossibile da fare con un avversario così pesante. E invece l'americano vola via come un enorme burattino senza fili. Un fotografo svedese riesce a cogliere il momento magico: sarà la miglior foto delle olimpiadi, e quello di Dietrich il "Throw of the Century", la proiezione del secolo.

Wayne Boman, un lottatore della nazionale americana, racconterà in un libro di essere entrato dopo il match nello spogliatoio di Chris Taylor, e di averlo trovato solo, seduto su un tavolo, che dondolava le gambe come un bambino e scuotendo la testa ripeteva “Non è possibile, non credevo ci fosse una persona al mondo che potesse strapparmi fisicamente dal tappeto e gettarmi in aria, ma mi sbagliavo". Dietrich poi non salirà sul podio, perderà al terzo turno, ma che importa? La pagina più bella l'ha già scritta, il campione esce di scena con la vittoria più spettacolare della storia della lotta.

 


 

martedì 1 giugno 2021

741 - IL GENERALE FANTASMA

 


 

 Sembra impossibile ma...

Il generale Kharkoff ebbe un ruolo fondamentale nella guerra civile russa; per mesi l'intera Europa parlò delle sue gesta, e ricevette altissime onorificenze. Tutto finché non si scopri che il generale aveva un grosso problema: non esisteva.

Ringrazio l'amico Roberto Mantovani per la segnalazione, e vi porto alla Camera dei Comuni di Londra; aprile 1919, la prima guerra mondiale è finita da poco, il primo ministro David Lloyd George pronuncia con toni appassionati un discorso sull'importanza del sodalizio fra il corpo di spedizione britannico in Russia e l'esercito dei russi bianchi nella guerra contro il nemico comune: i bolscevichi. Il premier sottolinea il ruolo svolto dal generale Denikin, dall'ammiraglio Koltchak e soprattutto dall'eroico generale Kharkoff.

L'Inghilterra, insiste accalorato Lloyd George, non può abbandonare al suo destino personaggi di tale levatura. Il discorso, riportato con toni enfatici dai giornali di tutta Europa, fa di Kharkoff un paladino della libertà del popolo russo. E il generale diviene in breve popolarissimo: la sua storia, si direbbe oggi, diventa virale, e in breve gli vengono dedicati un po' ovunque bar e locali, oltre a una birra, una bevanda a base di caffè, un set di rasoi, bretelle da uomo e un cappello da donna. Per lui viene perfino composta una canzone, e al culmine del successo re Giorgio V decide di insignirlo dell'Ordine di San Michele e San Giorgio “Per i meriti nella lotta contro il bolscevismo, male del mondo”: sì, il generale Kharkoff diventa Sir Kharkoff.

L'onorificenza va consegnata, e il 31 agosto una delegazione britannica arriva in pompa magna al quartier generale delle forze armate della Russia meridionale. A riceverla c'è il generale Anton Denikin; Il traduttore gli spiega lo scopo della missione, e lui fa la faccia a punto interrogativo: e chi cavolo è il generale Kharkoff? Nessuno ne ha mai sentito parlare, semplicemente non esiste. Non è facile spiegarlo agli inglesi, che alla fine si arrendono all'evidenza: con ogni probabilità l'errore è nato dalla traduzione delle corrispondenze di guerra: Kharkoff, che figurava un po' ovunque, è il nome della città ucraina dove si erano svolti gli eventi riportati.

Più improbabile la teoria che si riferisse al leader dei cosacchi del Don, l'Ataman Pyotr Krasnov, che però era alleato dei tedeschi e con gli inglesi non aveva rapporti. Che fare allora? L'onorificenza va consegnata comunque. Così gli inviati di re Giorgio V decidono di decorare un altro militare, il tenente generale Vladimir May-Mayevsky, che forse non è stato un eroe come Kharkoff, ma la sua parte l'ha fatta. E soprattutto, esiste.

 


 


 

lunedì 18 gennaio 2021

740 - "THE LINE", LA CITTA' DEL FUTURO


 

Sembra impossibile ma...

Immaginate di vivere in una metropoli senza strade né auto, costruita su una striscia di terra larga quanto il vostro quartiere e lunga 170 chilometri, con tutti i servizi a 5 minuti da casa vostra, e con trasporti che consentono di andare da un capo all'altro della città (quindi ovunque) in non più di 20 minuti. Fatto? Benvenuti a “The Line”, prossima fermata il futuro. La vedranno i nostri nipoti? Macché, sarà pronta fra 5 anni.

I cantieri apriranno nel primo trimestre del 2021, quindi nei prossimi giorni. Dove siamo? In Arabia Saudita. Ringrazio Valentina Donzella per la segnalazione e vi racconto il nuovo progetto urbanistico annunciato di recente dal principe Mohammad Bin Salman. La città ospiterà un milione di abitanti, sarà composta da una lunga “cintura di comunità iperconnesse” disposte su una linea retta che parte dal Mar Rosso e si sposta verso l'interno in direzione nordest, 170 chilometri che attraversano deserti e montagne, conservando – promettono i progettisti - il 95% della natura.

Facciamo un salto in un punto qualsiasi di The Line, diciamo nell'anno 2030. Tutto intorno solo abitazioni, attività commerciali, uffici e tanto verde: un'immensa zona pedonale senza strade per auto e altri veicoli. Il che significa zero emissioni di anidride carbonica, e aria pulita. “La Linea” è composta da una lunga serie di nuclei residenziali organizzati in modo che le aree verdi e tutti i servizi necessari per la vita quotidiana, (scuole, ospedali, impianti sportivi, strutture ricreative) siano raggiungibili a piedi da chiunque in cinque minuti. Come è possibile questo miracolo? La mappa del progetto svela il segreto: quella che si vede è solo una parte della città, “The Line” è disposta su tre livelli sovrapposti. Sotto il primo, la parte residenziale, c'è ne è un secondo intermedio per le infrastrutture e la logistica. E ancora più in basso un terzo livello accoglie i trasporti: collegamenti ultraveloci per i pendolari, treni ad altissima velocità che consentono qualunque spostamento, anche per chi va da un estremo all'altro della Line, in non più di 20 minuti. Infine come in ogni bel romanzo di fantascienza il compito di governare e monitorare il funzionamento della metropoli, interamente alimentata con energia rinnovabile, è affidato in gran parte all'intelligenza artificiale.

Se pensate che il programma sia fin troppo grandioso e temerario, sappiate che “The Line” è solo il primo mattone di quello che viene definito (Elon Musk permettendo) il "progetto più ambizioso al mondo": la città di Neom, megalopoli che sarà costruita su un'enorme area desertica di 26.500 chilometri quadrati fra il Mar Rosso e il Golfo di Aqaba. Costerà 500 miliardi di dollari e sarà 33 volte più grande di New York City.

 


 

https://www.neom.com/whatistheline/ 

 

 

sabato 7 novembre 2020

739 - PROFESSIONE EROE

 


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Me la segnala l'amico Gei Gi, che ringrazio. Il protagonista è un atleta fenomenale, 17 volte campione del mondo di nuoto. La sua vittoria più bella non è però un'impresa sportiva, ma un'incredibile gara contro il tempo nella quale ha letteralmente strappato 20 persone dalle gelide braccia della morte.

Shavarsh Karapetyan nasce nel 1953 a Vanadzor, in Armenia. A 17 anni è una promessa del nuoto, entra nella squadra nazionale ma dopo pochi mesi viene scartato. Per lui è un duro colpo, ma non si arrende: punta sul nuoto pinnato e inizia subito a frantumare record. Nel giro di 4 anni vince 13 titoli europei, 17 mondiali e stabilisce 11 primati mondiali. Il 16 settembre del 1976 si sta allenando sul lungolago di Yerevan; sta per completare i 20 chilometri quotidiani di jogging quando accade l'incidente: un autobus esce di strada e precipita nel lago dal muro di una diga. E' lo stesso Shavarsh a raccontare ciò che accade dopo.

Eravamo a 25 metri di distanza, polvere e nebbia oscuravano l'aria. Con mio fratello Kamo ci siamo precipitati in acqua, in poche bracciate ho raggiunto il punto in cui avevo visto affondare il pullman. Era a una profondità di 10 metri, ma la visibilità era pressoché nulla a causa del fango che saliva dal fondo. Ho detto a Kamo di restare in superficie, mi sono immerso, ho rotto il finestrino posteriore con le gambe. Conoscevo i miei limiti, quanto potevo trattenere il respiro, e sapevo quanto tempo sopravvivono le persone prima di annegare. Sapevo anche di non poter aiutare tutti, e che ogni istante poteva significare una vita”.

Così il nuotatore inizia un drammatico viavai: scende a 10 metri, tira fuori un passeggero, risale, lo affida al fratello, prende fiato e torna giù. I membri di una squadra di canottaggio portano le persone salvate a riva. “Nel pullman non vedevo niente: il momento peggiore è stato quando sono riemerso e invece di un uomo mi sono trovato fra le braccia un sedile dell'autobus in pelle: un errore che costava una vita, e un incubo che mi avrebbe tormentato negli anni successivi. Sono andato avanti finché mi sono reso conto che non aveva più senso: tutti i passeggeri rimasti a bordo erano morti. Ero esausto, non ce la facevo a raggiungere la riva, mi ha aiutato mio fratello”. Dei 92 passeggeri sul pullman 46 sono morti e 46 si sono salvati. Di questi, 20 li ha tirati fuori, uno per uno, Shavarsh.

Che viene portato in ospedale. Ci resterà 45 giorni: i più di 20 minuti passati nell'acqua gelida gli causano una polmonite bilaterale, ci sono poi le numerose ferite per i frammenti di vetro, e una grave infezione del sangue provocata dalle acque inquinate. Quando esce, torna ad allenarsi, ma il suo fisico non è più lo stesso. Prima di ritirarsi però vuole un'ultima vittoria. Seguono mesi durissimi, in cui non fa che nuotare; e nel 1978 vince dopo un'incredibile rimonta la Coppa dell'URSS. “Ce l'avevo fatta, ma era giunto il momento per me di lasciare lo sport, il mio corpo non ne poteva più".

Così si trova un lavoro in una fabbrica. Fra l'altro nessuno sa niente del suo atto eroico: le autorità sovietiche hanno fatto cadere il silenzio sulla tragedia, solo i parenti delle vittime e i testimoni oculari sanno che è avvenuta, e tutte le foto, secretate, sono conservate dal procuratore distrettuale. Saranno pubblicate solo nel 1982, quando finalmente un articolo racconterà l'impresa. Nei mesi successivi l'eroe riceverà 70.000 lettere, e una dopo l'altra le persone salvate busseranno alla sua porta per ringraziarlo. In seguito riceverà la Medaglia al Coraggio, il Distintivo d'Onore e il premio "Fair Play" dell'Unesco. Shavarsh oggi ha 67 anni, vive a Mosca dove ha fondato un'azienda di scarpe (la "Second Breath"), è sposato con Nelly Sahakyan, un'economista, e i due hanno tre figli: Lusine, Zaruhi e Tigran, che è una promessa del nuoto.

Ah dimenticavo: torniamo al 1985, a Yerevan. Il 19 febbraio la Soviet Armenian Sports Hall prende fuoco. Indovinate chi passa da quelle parti? Shavarsh, che, afferrata una manichetta antincendio, si getta fra le fiamme e inizia a tirar fuori persone una dopo l'altra finché, soffocato dal fumo, sviene. Lo soccorrono i vigili del fuoco, semiasfissiato e con gravi ustioni. Seguono diversi mesi di ospedale. “Lo so, ho corso un grosso rischio, ma non potevo stare a guardare. Senza amore per gli altri, la vita non ha senso”.

 


 


 


 

mercoledì 7 ottobre 2020

738 - GLI ALBERI DEL SECONDO PIANO

 


Sembra impossibile ma...

Un'antica tecnica di arboricoltura giapponese consente la raccolta di legname senza abbattere gli alberi. E fa crescere spettacolari boschi “a due piani”. Luca Ramacciotti, che ringrazio, mi segnala la pratica del daisugi, letteralmente "cedro da tavola", perché gli alberi crescono sui rami di una grande pianta madre come fossero poggiati su una tavola.

Il daisugi nasce nel XIV secolo nella regione di Kitayama, sulle colline che circondano Kyoto. Nell'antica capitale trionfa il Sukiya-zukuri, stile architettonico basato sull'uso di materiali naturali, in particolare legno pregiato. I tronchi dei cedri che crescono nelle foreste di Kitayama vengono utilizzati come pilastri per le case, ma non c'è abbastanza terra per far crescere gli alberi necessari a soddisfare la domanda. Così viene elaborata una complessa tecnica di potatura, una sorta di bonsai ma in scala naturale.

Funziona così: una pianta, detta “albero madre”, viene potata in modo che restino solo i germogli più dritti, coltivati in modo che crescano alti in verticale, ma restino sottili. Ogni due anni viene eseguita un'attenta potatura manuale, lasciando solo i rami superiori e assicurando che i germogli rimangano senza nodi. Dopo circa 20 anni, diventati ormai veri e propri alberelli, possono essere raccolti e utilizzati come legname di grande qualità. O ripiantati per ripopolare le foreste. Il risultato sono tronchi dritti e privi di nodi, e anche se 20 anni possono sembrare lunghi in realtà sono meno del tempo che serve per un cedro tradizionale.

Con questa tecnica un albero madre può produrre legname per 200 - 300 anni, e ogni pianta può supportare dozzine di germogli, per cui nel suo arco vitale un solo cedro dà vita a più di cento alberelli. La qualità del legno poi è eccezionale, più flessibile (il 140%) e più forte (il 200%) di un cedro normale. Il legno del daisugi era ed è usato per le alcove Tokonoma, piccoli spazi nelle case tradizionali giapponesi utilizzati per mettere in mostra pezzi rari da esporre: pergamene, composizioni floreali ikebana e qualsiasi oggetto di pregio artistico. Nel XVI secolo il maestro del tè Sen-no-rikyu ne prescrisse l'uso per le cerimonie nelle case da tè di Kyoto, dove serviva un legno assolutamente perfetto. Alla fine del XVI secolo però la domanda per il cedro di Kitayama calò rapidamente, e il daisugi finì nel dimenticatoio. Ma la tecnica, diventata una pratica di nicchia, è andata avanti fino ai nostri giorni, e oggi si trovano ancora nei dintorni di Kyoto (specie nei giardini ornamentali) grandi alberi madre dai quali viene raccolto legname utilizzato per manufatti di raffinata eleganza e per le alcove Tokonoma.

Oggi, in tempi di sviluppo sostenibile, il daisugi potrebbe tornare di moda. Perché è possibile ottenere legname senza abbattere gli alberi, e perché proprio per come è strutturato, i silvicoltori hanno modo di organizzare la raccolta e preparare i sostituti per gli alberi da tagliare senza mai disboscare intere aree. Finora la tecnica è stata utilizzata solo col cedro di Kitayama, perché dritto e privo di nodi, ma gli esperti sono al lavoro per verificare la possibilità di applicarla ad altre piante. Sarebbe una piccola rivoluzione.

 







sabato 3 ottobre 2020

737 - LA CITTA' DEI CASTELLI FANTASMA

 


Sembra impossibile ma...

C'è una città fatta solo di piccoli castelli che sembrano usciti da un'illustrazione di Disney. Sono centinaia, e sono tutti disabitati. Ringrazio l'amico Luca Ramacciotti per la segnalazione, e vi porto a Burj Al Babas nel nordovest della Turchia a tre ore di macchina da Istanbul.

Qui, in una bella valle boscosa, nel 2014 Sarot Group ha aperto i cantieri per realizzare un villaggio residenziale di prestigio: 732 ville a forma di castello, tutte identiche. Un progetto da 205 milioni di dollari da completare nel giro di tre anni. Le abitazioni, tutte indipendenti, realizzate in uno stile che richiama il neogotico francese ispirato al Castello di Chenonceau nella Valle della Loira, sono veri e propri castelletti con torri cilindriche, mansarde, abbaini e rifiniture di gran lusso; quelle più prestigiose si affacciano su un lago artificiale appositamente realizzato.

I lavori sono andati avanti per poco più di due anni, poi il progetto ha dovuto fare i conti con la crisi economica, che non hanno certo risparmiato la Turchia. Il mercato immobiliare è crollato, il gruppo è rimasto senza fondi, e il tribunale ha emesso una sentenza di fallimento per i debiti accumulati per una cifra di 27 milioni di dollari; così da un giorno all'altro nel 2017 i lavori, in avanzato stadio di completamento, si sono arrestati su ordine del giudice. Il Gruppo Sarot ha fatto ricorso. Il presidente dela compagnia Mehmet Emin Yerdelen ha chiesto il riesame della procedura che ritiene sbagliata: di fatto 350 delle 587 ville già costruite erano state già acquistate da milionari arabi, ma il mancato pagamento da parte di clienti dei Paesi del Golfo di circa 8 milioni di dollari ha portato alla bancarotta.

L'insediamento occupa 300.000 metri quadri di terreno a ridosso di un bosco in parte abbattuto per costruire le ville, collegate da viali, strade e piazze; per il villaggio era prevista anche una vasta rete di servizi di qualità, con parchi, piscine, bagni turchi, centri benessere, un centro commerciale e una moschea. Tutti i castelletti hanno una superficie di 325 metri quadri, e per i proprietari era prevista la possibilità di personalizzarle, ma solo negli interni. Il progetto prevedeva rifiniture di pregio, pavimenti in marmo, decorazioni con stucchi e dorature per pareti e soffitti, fontane, piscine interne ed esterne, ascensori e tutte le più moderne applicazioni della domotica. Prezzi al pubblico, intorno ai 400.000 euro.

Oggi tutto è rimasto come nel 2017; il Gruppo Sarot ha ancora una pagina Facebook (ferma al 2018), e l'ormai ex presidente Yerdelen rimane fiducioso: “Il progetto ha un valore di 200 milioni di dollari. Abbiamo solo bisogno di vendere 100 ville per estinguere il debito”. Cosa che appare assai difficile. E del sogno di Burj Al Babas resta una grande città fantasma, più inquietante delle tante ghost town disseminate nel mondo: qui il silenzio profondo è rotto solo dal vento che gioca fra le torrette, le mansarde, le migliaia di stanze vuote e mai abitate. Ancora più spettrali, perché non raccontano neanche le storie della gente che ci ha vissuto. 

 





https://www.facebook.com/burjalbabastermal/

mercoledì 30 settembre 2020

736 - ONESIMUS


 

Sembra impossibile ma...

Forse definirlo “il padre dei vaccini” è eccessivo, ma certo il suo contributo per la scoperta è stato determinante. E' Elisabetta Ranghino, che ringrazio, a segnalarmi la storia di Onesimus, schiavo africano deportato in America ai primi del 700. Il nome di Onesimus compare per la prima volta nel 1706, nel documento con cui lo schiavo viene regalato ad un personaggio illustre, Cotton Mather, ministro puritano fra i più attivi in Massachussets nei processi alle streghe. Nei suoi scritti Mather dice che è di etnia "Guaramantee" (i Coromantee Akan del Ghana?), è “infido e svogliato”, e lo sorveglia perché teme che lo derubi. Siccome però ritiene suo compito convertire gli schiavi al cristianesimo e istruirli, e visto che è assai più brillante dei suoi coetanei, lo fa studiare e in seguito gli dà anche un salario.

Nel 1721 a Boston scoppia una terribile epidemia di vaiolo. Il 30% dei contagiati muore, gli altri restano deturpati da cicatrici causate dalle vaste eruzioni cutanee. Onesimus dice al suo padrone che lui non ha paura del vaiolo. Lo protegge un'antica pratica africana. Mather, incuriosito, ne parla con un suo amico, il dottor Boylston, poi scrive una lettera alla Royal Society of London: “Il mio negro Onesimus, un tipo intelligente – spiega - mi disse che aveva subito un'operazione che gli aveva dato qualcosa del vaiolo, e lo avrebbe preservato per sempre da esso; e chiunque avesse il coraggio di farla, sarebbe per sempre libero dalla paura del contagio. Mi ha descritto l'operazione e mi ha mostrato nel suo braccio la cicatrice”.

L'antica pratica consiste nello sfregare gocce di pus di una persona infetta in una piccola ferita praticata sul braccio di una sana. Non proprio una vaccinazione, ma quanto basta per attivare la risposta immunitaria del ricevente. Boylston, convinto delle potenzialità di quella che chiama “inoculazione” comincia a sperimentare. E lo fa col figlio di 6 anni e con 2 dei suoi schiavi. Quando i bostoniani (intanto la metà di loro ha contratto l'infezione) iniziano a rivolgersi a Mather e Boylston, esplode la polemica. I giornali li attaccano e li ridicolizzano, i medici sostengono che l'inoculazione diffonderà la malattia, i religiosi che è immorale interferire con la volontà della divina provvidenza. E in tanti pensano che sia uno stratagemma degli schiavi neri per avvelenare i padroni bianchi. Viene anche lanciato un ordigno esplosivo attraverso la finestra di casa Mather.

Di lì a poco, i denigratori si dovranno ricredere: delle 242 persone inoculate, solo 6 muoiono, una su 40; i decessi fra chi non ha subito la procedura sono invece quasi uno su 3. Solo nel 1796 la tecnica di inoculazione sarà sostituita da un vero vaccino, realizzato da Edward Jenner sviluppando principi analoghi ma utilizzando il vaiolo bovino per provocare l'immunità contro la malattia. Di Onesimus a quel punto si è perso il ricordo; gli scritti del suo padrone ci dicono che si è sposato, ha avuto due figli ma sono morti tutti e due ancora bambini. Mather a quel punto ha fatto di tutto per farlo convertire, ma inutilmente; deluso per l'inutilità dei suoi sforzi ha poi deciso di non tenerlo più in casa. Così l'ha liberato, ma in cambio ha preteso da lui i soldi per acquistare un altro schiavo, la restituzione di altre 5 sterline frutto di un presunto furto, e l'impegno di lavorare per lui qualora ne avesse bisogno.

Nel 2016 il Boston Magazine Survey ha inserito Onesimus fra i "Migliori bostoniani di tutti i tempi". Nel 1980 l'Oms ha sancito ufficialmente la scomparsa del vaiolo (unica malattia infettiva ad esser stata completamente eliminata) grazie alla diffusione in tutto il mondo delle pratiche di immunizzazione.

Guarda i video con la storia di Onesimus.






domenica 27 settembre 2020

735 - INES, LA SPOSA CADAVERE

 


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. Una storia d'amore e di morte (segnalata da Antonella Freschi che ringrazio) che ha ispirato tragedie teatrali, balletti classici e trasposizioni operistiche. Protagonista Inés de Castro, che nasce a Comarca de La Limia, in Galizia, intorno al 1320. Figlia illegittima di Pedro Fernàndez de Castro, imparentato col re di Castiglia Sancho IV, cresce alla corte castigliana; nel 1339 è dama di compagnia della cugina Costanza Manuel di Castiglia; le due sono grandi amiche, e quando Costanza si sposa con l'erede al trono del Portogallo Don Pedro, figlio di Alfonso IV, chiede che Inés la accompagni a Coimbra. Il matrimonio, di pura convenienza, serve a mantenere la pace fra le due famiglie reali. Che però non hanno fatto i conti con Cupido.

Inés e Pedro si incontrano, si guardano e si innamorano follemente. Il principe trascura la moglie, che non tarda a intuire la relazione; il matrimonio però “must go on”. Nel 1345 Costanza dà alla luce Ferdinando, l'erede al trono, ma le conseguenze del parto le sono fatali. Via libera per i due amanti? Macché. Don Pedro, dopo aver rifiutato varie pretendenti, pochi mesi dopo grida al mondo il suo amore per Inés. Ma il re Alfonso IV non vede di buon occhio quella parvenu che oltretutto porterebbe a corte una famiglia scomoda e potenzialmente pericolosa. Per cui mette il veto. Pedro non ci pensa neanche a lasciare Inés, e nel 1346 i due si sposano in gran segreto. Dalla loro unione nascono 3 figli; il principe stravede per loro, sani e forti, tutto il contrario di Ferdinando, l'erede al trono.

La cosa non piace a re Alfonso, che istigato da tre consiglieri, decreta l'esilio per la donna. Ma il principe giura che la seguirà ovunque. Per salvare le forme, trovano un accordo: tutta la famiglia andrà a vivere lontano dalla reggia, in una splendida residenza di campagna vicino al convento di Santa Chiara de Coimbra. I soliti tre consiglieri però lavorano ai fianchi il re, che il 7 gennaio del 1355 prende la sua decisione: i 4 con una guardia armata approfittando dell'assenza di Pedro bussano alla casa di Coimbra. Inés apre, e capisce tutto. Disperata, si getta ai piedi del suocero; piange e implora pietà per se e per i suoi figli. Da qui storia e leggenda si confondono. Il re si commuove e decide di andarsene, ma mentre si allontana i 3 nobili furiosi saltano addosso a Inés e la uccidono a coltellate. Il Chronicon Conimbricensi riporta invece che fu proprio Alfonso IV a dare l'ordine fatale.

Al ritorno Don Pedro incrocia nell'ordine i demoni dell'orrore, della rabbia e della vendetta. Arma un esercito e scatena una guerra civile contro il padre. Per due anni tra i fiumi Duero e Miño scorre il sangue, poi nel 1357 padre e figlio stipulano una tregua, che prevede anche che gli assassini di Inés siano perdonati. Il principe china la testa, ma pochi mesi dopo Alfonso IV muore. E il primo atto di Pedro I re del Portogallo è far catturare i tre nobili in fuga, e fargli strappare lentamente il cuore dal petto, così come loro avevano fatto con lui uccidendo la sua amata.

Nel 1360 il re rende ufficiale il suo matrimonio con Inés de Castro. Non importa se è morta, è sua moglie, ed è lei la regina del Portogallo. Così ne fa riesumare il corpo. L'incoronazione avviene in pubblico, con una fastosa cerimonia: il popolo sfila davanti al cadavere seduto sul trono e rende omaggio, il clero e la nobiltà baciano l'anello e le ossa delle sue mani. Al termine fa seppellire i resti di Inés in una tomba regale nel monastero di Alcobaça dove alla sua morte sarà seppellito lui stesso. Riposeranno vicini, piedi contro piedi, in modo che alzandosi allo squillo delle trombe della resurrezione, si troveranno l'uno di fronte all’altra.

Guarda i video con la storia di Inés de Castro e alcune scene del film “Pedro e Inés” del 2018.

 


 


 

lunedì 14 settembre 2020

734 - LA LEGIONE PERDUTA

 


Sembra impossibile ma...

C'è un villaggio cinese dove molti abitanti hanno tratti occidentali: potrebbero essere i discendenti della legione romana scomparsa misteriosamente nel 53 a.C. dopo la battaglia di Carre. Ringrazio Giorgio Brambilla per la segnalazione e vi porto a Zhelaizhai nel Gansu, l'antica città di Liqian, a 7.000 chilometri da Roma.

Zhelaizhai è un borgo isolato (la città più vicina è a più di 300 chilometri) ai confini del deserto di Gobi; da qui passava l'antica via della Seta. E' il 1955 quando Homer H. Dubs, professore di storia cinese dell'Università di Oxford, elabora una teoria che pubblicherà due anni dopo nel libro "Una città romana nell'antica Cina". Gli abitanti – sostiene – discendono dai 6.000 romani presi prigionieri dai Parti dopo la battaglia di Carre (Turchia orientale), nella quale le legioni di Marco Licinio Crasso furono distrutte. Plinio racconta che una di queste, guidata da Marco Crasso, primogenito del generale, finisce deportata nell'attuale Uzbekistan; ma quando 33 anni dopo Romani e Parti firmano la pace e si restituiscono i prigionieri, è svanita nel nulla. In Cina intanto le cronache dell'Impero Han riportano che quando nel 36 a.C. l'esercito Han distrugge quello del generale Jzh Jzh della dinastia Hun, prende prigionieri un consistente gruppo di “stranieri”. 150 di questi in battaglia avrebbero assunto un'insolita formazione “a scaglie di pesce”, che Dubs identifica con la testuggine romana. Questi militi, reclutati per difendere il Gansu, avrebbero poi fondato la città di Liqian.

L'ipotesi di Dubs fa discutere da subito e solleva molte critiche. La teoria non è confermata da fatti, sostengono i detrattori, e i tratti europei degli abitanti di Zhelaizhai non ne provano l'origine romana: la vicinanza della via della Seta infatti ha favorito i contatti con gente di diversa origine etnica, e lo stesso esercito romano da quel punto di vista era tutt'altro che omogeneo. Sulla formazione a testuggine poi, all'epoca in Asia venivano utilizzate in battaglia doppie palizzate in legno che potrebbero venir descritte come “a scaglie di pesce”. Nel frattempo però vanno avanti le ricerche: gli studiosi dell' università di Lanzhou sono i più convinti assertori dell'ipotesi che i romani fossero arrivati in Cina 13 secoli prima di Marco Polo, da quando una campagna di scavi ha riportato alla luce i resti di antiche fortificazioni la cui struttura ricorda l'assetto a cardo e decumano di quelle romane, così come il sistema di canalizzazione dell'acqua. Oggi collaborano con archeologi di casa nostra nel nuovo Centro di studi italiani dell'Università di Lanzhou. Infine una decina di anni fa un'equipe di genetisti venuti da Pechino ha esaminato il sangue di 2000 persone mai uscite dalla regione. Risultato, il 46% dei test ha rilevato legami genetici con gli europei.

E loro, gli abitanti, cosa ne pensano? Sono certi di discendere dagli antichi legionari. E mostrano con orgoglio i loro tratti caucasici: naso troppo grosso per essere cinese, a volte aquilino, occhi e capelli chiari (talvolta ricciuti), sopracciglia folte, statura alta. Cai Junnian, uno dei più europei (il 58% dei suoi geni sono occidentali) e Luo Ying che per tutti è “Luoma”, il romano, sono fra i più conosciuti, campano con le mance dei visitatori che si aggirano intorno a uno strano padiglione con colonne doriche costruito nel 1994, dove una targa ricorda che “Una legione romana ha fondato qui una città che si chiamava Liqian”. Già, da quando è finito sui giornali e in tv il villaggio è diventato famoso, e i turisti arrivano da tutto il Paese per vedere i cinesi con la faccia da romani.

Guarda i video e approfondisci la storia della legione perduta.

 


 


 


lunedì 7 settembre 2020

733 - FANTASMI SUL SET


 

Sembra impossibile ma...

Un omicidio irrisolto, una pellicola cult e un famoso scrittore di horror-thriller sono gli ingredienti di una vicenda (ringrazio Federica SoBasita Verardi e Rossella Giuliano per la segnalazione) che appassiona gli amanti di cinema e di misteri. I libri che raccontano gialli nati sui set di Hollywood non si contano. Vi racconto due storie, una ancora senza soluzione, l'altra rivelata di recente.

La “donna delle dune” è un classico “cold case”, un omicidio irrisolto di quasi mezzo secolo fa sul quale si torna ad indagare alla luce di nuovi elementi. 26 Luglio 1974, una tredicenne scopre tra le dune della spiaggia di Cape Cod (Massachusetts) il corpo mutilato di una donna. Fra i 20 e i 30 anni, capelli castani lunghi con una bandana che li raccoglie in una coda di cavallo, blue jeans; è morta da tre settimane dice il medico legale. Le mani sono state amputate, quindi niente impronte digitali. Nessuna denuncia di sparizione, nessuno la riconosce dall'identikit che ne ricostruisce il volto. Il caso resta insoluto. E nel 2014 finisce insieme a tanti altri in un libro. Che l'anno dopo è sul comodino di Joe Hill, scrittore di horror-thriller di una certa fama. Il nome non vi dice niente? Forse però conoscete quello di suo padre: Stephen King (certo, Hill è un nome d’arte).

Al cinema proiettano “Jaws” (Lo Squalo) di Steven Spielberg per festeggiare i 40 anni dall'uscita. Hill, che ama quel film, è in prima fila con i suoi tre figli. Al minuto 54 fa un salto sulla sedia. Quando torna a casa riguarda il dvd col fermo immagine. E rabbrividisce. Sì, la ragazza che appare in mezzo ai turisti all'imbarcadero somiglia all'identikit della “donna delle dune”: il volto, i capelli, la bandana blu, i jeans: tutto sembra coincidere. Ma dove è stato girato “Lo Squalo”? Proprio vicino alla spiaggia dove è stato ritrovato il corpo, e le riprese si sono svolte nel giugno del 1974, quando la vittima era sicuramente ancora viva. Lo scrittore ne parla con un amico dell’FBI. Poi trasforma l'accaduto in una delle sue “ghost stories” e la pubblica su Tumbir: “La Donna e lo Squalo” in breve diventa virale, e gli investigatori riaprono le indagini. La responsabile del casting del film è morta nel 2009, non esiste una lista delle comparse. Chiunque fosse presente sul set durante quelle riprese viene invitato a presentarsi. Nessuno si fa vedere. A oggi la “donna delle dune” non ha ancora un nome. La ragazza che compare nel film neanche. “Non sappiamo se sono la stessa persona – dice Joe Hill – ma se così non è, perché nessuna donna ha contattato la polizia per dire “Quella che vedete nella scena di Jaws sono io?”.

Per una storia senza soluzione, eccone un'altra risolta: il film è “Tre scapoli e un bebè” del 1987, di Leonard Nimoy. Nella scena in cui Ted Danson presenta alla madre la neonata Emily, sullo sfondo dietro una tenda compare quello che sembra un ragazzino che niente ha a che vedere con la trama, e pare fissare in modo inquietante i protagonisti. La scena finisce fra i “film flubs”, la raccolta di errori delle pellicole hollywoodiane. Ma chi è quel bambino? Dal mistero alla leggenda il passo è breve: c'era un fantasma sul set. Per alcuni il figlio suicida di uno dei membri dello staff, per altri un ragazzino morto nell'appartamento newyorchese usato come set. Solo una trentina d'anni dopo Tom Selleck, uno dei protagonisti (ricordate Magnum P.I.?) racconterà la verità al Tonight Show di Jimmy Fallon: il bimbo fantasma era in realtà una sagoma di cartone di Ted Danson, un manifesto pubblicitario di cibo per cani, rimasto lì per sbaglio. Perché non dirlo prima? Semplice: il film ha fatto un sacco di soldi grazie alle migliaia di persone che hanno continuato a noleggiarlo per vedere lo spettro.
Guarda i video con le immagini della “donna delle dune” in “Lo Squalo” e del “ragazzino fantasma” in “Tre scapoli e un bebè”. 

 


 


 

giovedì 3 settembre 2020

732 - IL DIO DELLA GUERRA

 


Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. La storia di una discesa all'inferno che per molti versi ricorda quella del Kurtz di “Cuore di tenebra” (o se preferite di “Apocalypse now”). Il protagonista lo incontrai tanti anni fa, in una memorabile avventura disegnata da Hugo Pratt per il suo Corto Maltese. Ringrazio Lapo Bini per la segnalazione.

Barone Pazzo, o Nero, o Sanguinario: se Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg si è meritato via via questi soprannomi, il motivo c'è. A lui sono serviti per costruire la sua leggenda, ma l'appellativo che più ha amato è un altro: Ungern Kahn. Nasce a Graz nel 1886 ma cresce a Tallinn nell'impero zarista da una famiglia di nobili tedeschi. Nel 1908 si laurea alla Scuola militare di San Pietroburgo; in Siberia, dove è assegnato, conosce la cultura nomade di mongoli e buriati e ne subisce il fascino. Scoppia la prima guerra mondiale, e va al fronte in Galizia, dove si segnala per coraggio e instabilità mentale. Nel 1917 dopo la rivoluzione di febbraio torna in Siberia con le milizie del governo provvisorio sotto il comando di Grigorij Semënov; arriva la rivoluzione d'ottobre e i due si schierano contro le odiate truppe Rosse bolsceviche, ma anziché supportare l'Armata Bianca dei controrivoluzionari decidono di mettersi in proprio. E si distinguono subito per le crudeli rappresaglie contro la popolazione locale filobolscevica e per i sanguinosi attacchi ai treni della transiberiana, non importa se Bianchi o Rossi. In realtà il piccolo esercito di Semënov e von Ungern-Sternberg è sostenuto dai giapponesi, che li riforniscono di armi e denaro e gli promettono un regno tutto loro: lo Stato cosacco filonipponico di Transbajkalia.

E' in questi anni che il barone si merita i suoi soprannomi: si fa temere dai nemici, e ancor di più dai suoi uomini che sopportano una disciplina ferrea e non reggono la fredda fissità del suo sguardo quando commina punizioni corporali per le minime disobbedienze. Orgogliosamente aristocratico, disprezza la gente del popolo e odia gli ebrei che nel 1918 scrive di voler sterminare; cosa che mette in pratica con tutti quelli che incontra, e sono tanti, in fuga verso oriente da guerre e rivoluzioni: li massacra crudelmente, spesso scorticandoli vivi. Nel 1920 il Barone Pazzo è pronto per andare avanti da solo: si separa da Semënov e insegue il suo sogno: creare in Asia, lui convertito al buddhismo, una teocrazia lamaista restaurando la dinastia Qing in Cina e conquistando tutto l'oriente, da contrapporre poi a un occidente corrotto e degenerato. Crea così la Divisione Asiatica di Cavalleria, una vera legione dei disperati: avventurieri e tagliagole di 16 nazionalità - russi e tartari, polacchi e giapponesi, tedeschi e cinesi - che vanno alla carica sventolando la bandiera con la U nera urlando “Ungern! Ungern!”. Saccheggiano i villaggi, torturano gli uomini e violentano le donne. Una folle cavalcata fra Mongolia, Siberia e Manciuria, una serie folgorante di successi: il Barone Pazzo diventa il dio della guerra, la reincarnazione di Gengis Khan. E lui è il primo a crederci.

La Mongolia dal 1919 è occupata dai Repubblicani cinesi; nel 1921 von Ungern-Sternberg entrato nel Paese su richiesta del capo religioso, l'VIII Bogdo Khan, assedia la capitale Urga (l'attuale Ulan Bator). Dopo diversi attacchi respinti con pesanti perdite il 3 febbraio fa accendere centinaia di falò sulle colline intorno alla città; gli assediati pensano di essere circondati da un enorme esercito, e si arrendono: il vessillo con la U sventola su Urga, centinaia di abitanti vengono giustiziati. Il 13 marzo con una fastosa cerimonia il Barone Pazzo in abiti di seta gialla e rossa e un copricapo di penne di pavone diventa Ungern Khan: il XIII Dalai Lama Thubten Gyatso lo proclama “emanazione di Mahakala”, principe Qing-Wáng, dittatore militare e religioso con diritto ereditario. “Arriverò con i miei Mongoli a Lisbona” dice il novello Gengis Khan.

Tre mesi dopo un grosso contingente bolscevico riconquista Urga; Ungern Khan si ritira e dopo un'ultima battaglia a Troitskosavsk si rifugia dal capo Calmucco Ja Lama, che lo tradisce e lo consegna al generale Bljucher a Novonikolajevsk. Dopo inutili tentativi di convincerlo ad entrare nell'esercito sovietico viene condannato a morte e fucilato il 15 settembre 1921. Ha solo 35 anni. E queste vicende sono avvenute non nel Medioevo ma meno di un secolo fa.

Guarda i video con la storia di Roman von Ungern-Sternberg. 

 


 


 

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...