giovedì 16 gennaio 2020

268 - IL SOUND DELLA LUNA




Sembra impossibile ma…
Gli astronauti dell’Apollo 10 in orbita intorno alla luna ascoltarono a lungo un suono inspiegabile, quasi una musica, senza riuscire a comprenderne l’origine. E non lo dicono gli ufologi, ma i documenti ufficiali della Nasa.

Maggio 1969, l’equipaggio è composto da Eugene Cernan, John Young e Tom Stafford, e sta completando la missione che precede la prima discesa dell’uomo sulla superficie del satellite, che avverrà di lì a due mesi. L’Apollo sta sorvolando “the dark side of the moon” per restare in tema musicale. Nascosti dietro la luna, niente contatto radio con la Terra, unici suoni quelli consueti della strumentazione di bordo.

Ad un tratto i tre sentono uno strano fischio modulato che a tratti sembra una musica. Durerà oltre un’ora. Stupore a bordo. “Cos’è?” - “Lo hai sentito? Quel suono sibilante?” – “Sì, una specie di fischio… Whoooooo!'' - ''Lo senti anche tu?'' - “Sembra una specie di musica aliena” - “Beh, se è una musica è piuttosto strana…” – “Ma da dove viene?” - “Sembra provenire dallo spazio” - “Sto andando a vedere chi c’è fuori” (scherza) - “È incredibile, vero?” - “Che dici, dovremmo riferirlo?” – “Nessuno ci crederà” - “Non lo so. Meglio pensarci bene”. Questi alcuni frammenti della conversazione fra i tre.

Che alla fine scelgono il rischio di passare per matti: il dovere prima di tutto. Riferiscono alla Nasa. Che per anni mantiene il segreto sulle conversazioni. Poi le rende pubbliche, con tanto di spiegazione. Il fischio era originato dall’interferenza di due radio, quella del modulo di comando e quella del modulo lunare. Spiegazione che soddisfa le menti più razionali. Ma per gli appassionati di ufologia, è tutta un’altra musica. Comunque oggi il filmato c’è. Eccone una parte. Giudicate voi. 

 

267 - NON E' MAI TROPPO TARDI




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. “E siamo noi, che abbiamo intorno a cent’anni…”. E’ il caso di aggiornare la vecchia hit di Mimmo Locasciulli: i trent’anni non sono più l’età simbolo della fine di speranze e illusioni, l’ultima spiaggia anche per il più irriducibile fra i fuoricorso per acciuffare il sospirato pezzo di carta.

Amy Craton ha realizzato il sogno della vita: si è brillantemente (si dice così, no?) laureata in Arti creative. E ha festeggiato il raggiungimento dell’obiettivo con i suoi 12 nipoti e una schiera di pronipoti. Si, perché Amy ha da poco compiuto 94 anni. La sua è una storia tutto sommato comune a tante donne nel mondo: da giovane era stata costretta ad abbandonare il college, per accudire i suoi quattro figli, dopo il divorzio dal marito. Una volta in pensione, 30 anni fa, aveva pensato di riprendere gli studi, ma i suoi problemi di udito non le consentivano di seguire le lezioni. Poi sono arrivate le lauree online, e dopo tre anni di studi intensi il presidente della Southerns New Hampshire University, presso la quale ha studiato, ha preso l’aereo per le Hawaii, dove vive la più anziana fra le sue allieve, per consegnarle di persona la laurea.

Anziana, ma non abbastanza da detenere il record: sul Guinness dei primati compare infatti l’australiano Allan Stewart che discusse la tesi a 97 anni compiuti; ma per lui non era una novità: la sua infatti era la quarta laurea, la seconda da over 90. E il maestro Alberto Manzi sorride da lassù: è proprio vero, non è mai troppo tardi.
 
 
 
 

 

266 - UN PASSO DOPO L'ALTRO



Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Fine estate 2010, il sole comincia a calare e ad arrossare le “rupi fiammeggianti” di Bayanzag, siamo in un accampamento di gher, le tipiche case-tenda circolari dei nomadi mongoli, in mezzo al niente. Da giorni viaggiamo su piste sassose appena percettibili, la strada asfaltata è un ricordo lontano. Per chilometri e chilometri intorno a noi un deserto di rocce. All’orizzonte un puntino, che diventa lentamente più grande. Mano a mano che si avvicina si distingue il contorno di una persona, ma ciò che sembra impossibile in quel contesto è che arriva a piedi, di buon passo.

 Pochi minuti dopo stringo la mano a Sarah Marquis. Minuta, capelli lunghi e occhi chiari, fisico leggero, da marciatrice, un pesante zaino sulle spalle, sudata, impolverata. “Dov’è che posso farmi un tè? Per me è una specie di rituale, una tazza di tè bollente e la fatica sparisce”. Così, come se rientrasse da una passeggiata nel parco. Invece arriva dalla Siberia. Centinaia di chilometri a piedi in un ambiente selvaggio, a volte ostile.

Cala la notte e ci troviamo nella gher più grande davanti a un piatto di buuz, i tipici ravioloni mongoli ripieni di pecora. Lei si racconta, e io che pensavo di vivere il mio quarto d’ora d’avventura girando la Mongolia a bordo di vecchie camionette russe praticamente indistruttibili, con guida italiana e assistenti del posto, mi rendo conto che l’Avventura con la A maiuscola è un’altra cosa. E mi sento piccino piccino di fronte a questa piccola grande donna che dalla sua Svizzera da anni gira il mondo a piedi, da sola. Giorni e notti senza incontrare nessuno, una piccola tenda, la sacca con i viveri. Un passo dopo l’altro per rincorrere i suoi sogni: scoprire il mondo fuori e dentro di sé, toccare con mano, dialogare con la natura, avvicinarsi a verità che solo la solitudine più profonda consente di sfiorare. Qui, nel campo di gher, si sente in un grande albergo. E’ una delle tappe più comode del trekking iniziato dalla Siberia qualche giorno prima, uno dei suoi tanti viaggi impossibili, che la dovrebbe portare fino a Melbourne, in Australia. Il viaggio si fermerà molto prima, al confine con la Cina, dove Sarah avrà problemi con le autorità, e rischierà perfino il carcere. Uno dei tanti incidenti di percorso. Ma lei non si ferma, ricomincia, e cammina, cammina, per mesi, per anni.

La mattina dopo, colazione e via, si riparte. Io seduto sulla mia camionetta, lei zaino in spalla, passo dopo passo, finché diventa un puntino in un orizzonte infinitamente grande. Oggi Sarah Marquis nella sua Svizzera è quasi una celebrità. Non che a lei interessi più di tanto, essere conosciuta. Sono altri i sogni che rincorre facendo trekking da sola da 24 anni, nei quali ha traversato mezzo mondo e vissuto cose che noi umani neanche possiamo immaginare. Di recente ha ricevuto il premio Avventuriera dell'anno, è diventata esploratrice del National Geographic e ha da poco pubblicato il libro “Selvaggia” (Sperling&Kupfer), di cui discutemmo a lungo come di uno dei suoi sogni da realizzare nel silenzio di una notte, in un accampamento mongolo ai piedi delle rupi fiammeggianti di Bayanzag.
 
 

 

 

265 - IL LIBRO DI ANTHONY




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. E anche quella che segue. Solo che sono basate su coincidenze così strane da sfiorare l’incredibile. Tutte e due poi sono accadute a personaggi famosi, e hanno come protagonista un libro.

La prima storia. 1972. Anthony Hopkins, grande attore britannico (sì, proprio lui, Hannibal Lecter) si prepara a girare il film “The girl from Petrovka” tratto da un romanzo di George Feifer. Dopo aver cercato inutilmente una copia del libro nelle fornitissime librerie di Charing Cross Road, l’attore, scoraggiato, sta per prendere il treno nell’omonima stazione, quando vede su una panchina un libro abbandonato. Sim-Sala-Bim, è proprio “The girl from Petrovka”, una copia un po’ sgualcita e piena di annotazioni a penna.

E non finisce qui. Vienna. Un anno dopo. Hopkins sta girando “The girl from Petrovka”. Sul set arriva anche l’autore del libro. I due fanno conoscenza, l’attore dice che in Inghilterra il libro è quasi introvabile, lo scrittore conferma: “Pensi che io non ne ho neanche una copia. L’ultima, con le mie annotazioni, la prestai ad un amico, che la perse in giro per Londra”. Hopkins sente un brivido lungo la schiena. Prende la sua copia e la mostra a Feifer: è lo stesso libro.

La seconda storia. Siamo a Parigi nel 1920. La scrittrice americana Anne Parish è in vacanza col marito. I due passeggiano fra le baracchine stracolme di vecchi libri sui quay del lungoSenna. La scrittrice indica un volume per bambini “Jack Frost e altre storie”. “Quello era il mio libro preferito, da bambina l’ho letto e riletto”. Il marito sorride, prende il libro, lo sfoglia. Avete già capito come va a finire. Sul risvolto della copertina c’è una scritta a penna “Anne Parish, 209 N. Weber Street, Colorado Springs”. Quel libro ci aveva messo 25 anni e ottomila chilometri per arrivare lì.
 
 

264 - EFFETTO PAULI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera, segnalata dal professor Giovanni Pelosini, che ringrazio. Protagonista il grande fisico austriaco Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica noto agli studenti di liceo per il suo principio di esclusione, con il quale vinse il Premio Nobel nel 1945. Fin qui lo scienziato. L’uomo aveva qualche problemino: una personalità complessa con difficoltà nei rapporti con le donne e tendenze depressive che cercava di combattere con l’alcool. Dal 1930, su consiglio del padre, iniziò un’analisi terapeutica con Carl G. Jung durata 4 anni, un rapporto che durò poi nel tempo segnando la vita dei due grandi studiosi.

Ma la cosa incredibile è quello che oggi sulle enciclopedie viene indicato come “effetto Pauli”. In due parole lo scienziato portava male. Un vero jettatore evitato da tutti i colleghi fisici (che non erano Totò e Peppino) che ne raccontavano toccando ferro le funeste gesta. Pauli si era guadagnato la fama di menagramo dopo una serie di sfortunati eventi che si verificarono a partire dal 1924.
In particolare quando il fisico entrava in un laboratorio, gli apparecchi si guastavano o si rompevano e gli esperimenti (spesso assai costosi) fallivano. Quando nel 1950 al suo ingresso a Princeton si incendiò il ciclotrone, anche i più scettici si arresero all’evidenza: sì, Pauli emana energie negative.

E lui cosa ne pensava? Era il primo a credere ai suoi “poteri”. Raccontava di percepire le sventure in anticipo avvertendo una spiacevole tensione che si risolveva solo a disastro avvenuto. Questo fu uno dei motivi per cui fece ricorso a Jung, che studiando il caso elaborò il concetto di sincronicità. Proverbiale l’episodio del laboratorio di fisica a Gottinga. Dopo l’inspiegabile esplosione di un costoso strumento di misura il direttore dell'istituto disse scherzosamente ai presenti: “Se non sapessi che Pauli è lontano mille miglia, direi che c’è di mezzo lui”. Solo dopo scoprì che “Ira di Dio”, come lo avevano ribattezzato, in realtà era in viaggio in treno, e all’ora precisa dell’esplosione era sceso per 10 minuti nella vicina stazione di Gottinga in attesa della coincidenza.
 
 
 





263 - IL FAR WEST DI PEARL



Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Se chiedete ad un americano chi era Pearl Hart, risponderà “l'ultima fuorilegge del west”, e magari aggiungerà aneddoti ai confini della realtà; ma anche se i giornalisti l’hanno parecchio romanzata, non c'è dubbio che la sua sia stata una vita spericolata, assai più di quella di Steve McQueen.
 
 
Pearl nasce nel 1871 a Lindsay in Canada. I genitori, i coniugi Taylor, sono molto religiosi, non ricchi ma benestanti. A 16 anni va al college e si innamora di Brett Hart, un giocatore d’azzardo. Seguono fuga e matrimonio. Il marito beve e la picchia, lei torna dai genitori; poi si riconcilia con lui. La cosa si ripete più volte in 6 anni, nei quali nascono due figli, subito spediti dai nonni materni in Ohio. Nel 1893, alla Fiera mondiale di Chicago, Pearl vede il “Wild West Show” di Buffalo Bill, e si innamora dell’epopea del west, che ormai è agli sgoccioli. Ma per lei deve ancora cominciare. Rompe col marito e scappa in Colorado con Dan Bandman, un pianista. Si sposta a Phoenix in Arizona e lavora come cuoca e come cantante. Ma è sempre in cerca di soldi per i suoi vizi: whisky, sigari e morfina. Così nel 1898, dopo un ultimo incontro-scontro col marito che le porta via fino all’ultimo dollaro, la troviamo a Mammoth titolare con un’amica di una tenda-bordello frequentata dai minatori della vicina miniera. Che però chiude. Pearl punta allora su un certo Joe Boot e con lui si improvvisa cercatrice d’oro. Non avranno fortuna.
 

Ridotti alla fame, i due giocano la carta della disperazione, in stile vecchio west: Il 30 maggio 1899 nel Cane Spring Canyon in Arizona i passeggeri dello stagecoach che da Globe va a Florence assistono attoniti a una delle ultime rapine alla diligenza. Che sarà rapida e incruenta, e frutterà poco più di 400 dollari. E l’attenzione degli sceriffi di tutte le contee vicine. Che li catturano dopo 6 giorni nei quali gli inesperti fuggitivi hanno vagato in cerchio. La notizia della donna-bandito scatena la curiosità dei giornalisti, che ne fanno un’eroina. Nell’attesa del processo Pearl riesce anche ad evadere da una cella ridicola, ma viene subito ripresa. Al processo la donna improvvisa un’autodifesa tanto strappalacrime che la giuria popolare la rimette in libertà. Dopo un successivo arresto per furti nelle cassette postali, sarà condannata a 5 anni e spedita nel carcere di Yuma, un inferno. Per tutti ma non per lei, che si conquista le simpatie dei secondini e ottiene una cella grande e comoda dove riceve ospiti e giornalisti. A fine 1902 il governatore le concede il perdono: si dirà in seguito che lei era rimasta incinta e si voleva evitare lo scandalo. Le ultime notizie la segnalano nel Missouri, attrice in una commedia. Indovinate cosa mette in scena? Risposta esatta, la storia della sua vita.

 

 


 

 


 

 

262 - MANGIAFEGATO JOHNSON




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Se siete di stomaco delicato, fermatevi qui. Perché è vero che vi porto nel far west senza legge, violento e feroce. Ma lui, “Mangiafegato Johnson”, ha esagerato un tantino.

John Garrison Jeremiah Johnson nasce nel 1824 a Little York, nel New Jersey. Nel 1846 si arruola in Marina; dopo aver picchiato a sangue un ufficiale diserta e fugge verso il west. A Alder Gulch nel Montana dìventa cercatore d’oro e si fa chiamare solo John Johnson. In seguito farà il taglialegna, il trapper e altri lavori più o meno leciti. Difficile non notarlo, per i suoi due metri di altezza, per i 120 chili di muscoli, e per i frequenti accessi d’ira e di furore.

Nel 1847 sposa un’indiana Flathead. Poco dopo la moglie è uccisa dai Crow, una tribù nemica. Non l’avessero mai fatto. Johnson apre la caccia al Crow. La sua vendetta andrà avanti per 25 anni. E sarà terribile. Secondo lo storico Andrew Southerland "Egli uccise e scotennò più di 300 indiani Crow. E di ognuno di loro divorò il fegato". Da qui il soprannome. Quello di Johnson è uno spregio: i Crow infatti credono che senza il fegato non si va nei verdi pascoli.

Mangiafegato” diventa il terrore degli indiani. Nel 1863, catturato dai Blackfeet, sta per essere venduto ai Crow. Ma evade dopo aver sbranato i legacci di cuoio coi denti. Ucciso l’indiano di guardia, con un coltellaccio gli taglia una gamba. La porta con sé e se ne nutre durante la lunga fuga nella neve: 300 chilometri fino alla baracca di un amico. Si arruola poi nell’esercito dell’Unione, dove combatte da valoroso. C’è tempo anche per far pace con i Crow, che diventano “fratelli di sangue”. Ma nelle guerre indiane “Dapiek Absaroka”, l’assassino dei Crow, come è noto fra gli indiani, farà strage di Sioux e Blackfeet. Negli anni ottanta è sceriffo a Red Lodge, nel Montana. Morirà nel 1900 in un ospizio di veterani di guerra.

Sulla sua vita è stato modellato il personaggio protagonista del film western “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Per interpretarlo il regista Sidney Pollack scelse il volto angelico di Robert Redford.

mercoledì 15 gennaio 2020

261 - LA DOVE C'ERA L'ERBA...




Sembra impossibile ma...
Nel 1979 Shenzen era un villaggio della Cina meridionale dove poco più di ventimila residenti vivevano di pesca e degli scarsi commerci portati dalla linea ferroviaria Kowloon-Canton. Oggi è la quarta città più popolosa del Paese con 13,5 milioni di abitanti e ospita i quartieri generali delle più grandi compagnie hi-tech cinesi.

Anno 1979, Shenzen viene ufficialmente nominata città; l'anno successivo Deng Xiaoping decide di lanciare qui un audace esperimento: una Zona Economica Speciale aperta per la prima volta a insediamenti di compagnie estere; negli anni successivi ogni genere di investimento trova a Shenzen condizioni di favore uniche, e la vicinanza a Hong Kong la rende la finestra per l'ingresso di capitale straniero e di tecnologia. Il minor costo del lavoro anche rispetto a Hong Kong attrae poi gli imprenditori e sostiene uno sviluppo da record: chiunque può entrare nella Zona Economica Speciale e avvantaggiarsi dei minori prezzi dei prodotti in commercio. Molti contadini iniziano così a lasciare le aree rurali per cercare lavoro nell'immobiliare, nel manifatturiero o nel portuale. Insomma, in 20 anni qui accade ciò che in Europa è avvenuto in due secoli. E nasce la “metropoli istantanea”.

Nel 2017 Shenzen supera Hong Kong sia come popolazione che come economia; oggi il porto è il terzo per container più grande del pianeta, qui ha sede la fabbrica più grande al mondo della Foxconn (mezzo milione di lavoratori), così come la Tencent (proprietaria di Clash Royale) e i maggiori brand delle comunicazioni (Oukitel, Doogee, TP-LINK, Coolpad Globalegrow e OnePlus), oltre al colosso mondiale della telefonia mobile, Huawei. A Shenzen tutto va di corsa: tre mesi fa è stata approvata la normativa che riduce i termini per l'approvazione della creazione di imprese da un giorno a meno di un minuto; i quartieri costruiti negli anni '90 per alloggiare il fiume di immigrati in arrivo sono già in via di demolizione, sostituiti da zone a più alta densità abitativa, così come diverse zone industriali riconvertite nell'arco di un decennio. E di recente la crescita ha preso anche una deriva qualitativa: la città è fra le meno inquinate della Cina, col più alto tasso di verde pubblico per abitante. E' servita da 5 linee di metropolitana, 16 mila autobus tutti elettrici, e 22mila taxi che presto lo saranno, tutti collegati a una rete di colonnine per la ricarica ad energia solare. Stanno aprendo scuole e college di alto livello, e sono in funzione strutture avveniristiche come il grande Polytheatre, il Centro culturale firmato dell'architetto Isozaki, il Museo di arte contemporanea e il Museo della città, mentre il quartiere Oct Loft è il regno della creatività, frequentato da artisti, graphic designer e maghi dell' hi-tech.

martedì 14 gennaio 2020

260 - IL PRINCIPATO PIU' PICCOLO DEL MONDO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Anno 1943, la Gran Bretagna costruisce a 7 miglia dalla costa del Suffolk una serie di piattaforme in mare e le trasforma in fortezze marittime per proteggere dagli attacchi tedeschi l'estuario del Tamigi. Una di queste, Fort Roughs, durante la guerra ospita 300 soldati della Royal Navy; abbandonata dopo il 1945, per anni è solo l'occasionale rifugio di piccoli malviventi in fuga, grazie al fatto che si trova in acque internazionali.

Nel settembre del 1967 Paddy Roy Bates, ex maggiore dell'esercito e conduttore radiofonico, occupa la torre di Fort Roughs con lo scopo di utilizzarla come base per Radio Essex, un'emittente pirata. La radio non partirà mai, ma Bates decide di insediarsi sulla piattaforma e di fondare uno stato indipendente, il Principato di Sealand. Dopo un anno un team di operai britannici si avvicina a Sealand per installare delle boe di navigazione, e il figlio di Bates, Micheal, li mette in fuga sparandogli. Denunciato, finisce sotto processo, ma il tribunale stabilisce che essendo la piattaforma in acque internazionali, la legge inglese non ha giurisdizione. E' un primo implicito riconoscimento dell'autonomia di Sealand, e nel 1975 Bates promulga la Costituzione del nuovo Stato, presenta al mondo la bandiera, l'inno nazionale, la valuta e i passaporti, si dichiara Principe e riserva alla moglie il titolo di Principessa.

Nomina anche un primo ministro, l'avvocato tedesco Alexander Achenbach, che però nel 1978 tenta il colpo di stato: mentre i Principi sono in Inghilterra con un gruppo di mercenari assalta la fortezza e tenta di rapire il delfino, Micheal. Che però si dimostra degno del titolo, contrattacca, sconfigge i mercenari, cattura e imprigiona Achenbach e pretende per liberarlo una cauzione di 30.000 dollari. Il governo tedesco chiede a quello inglese di intervenire, ma la sentenza del 1968 non glielo permette; la Germania invia allora un ambasciatore per negoziare, atto che equivale a un riconoscimento dello Stato di Sealand. Nel 1987 la Gran Bretagna estende le acque territoriali da 3 a 12 miglia dalla costa, inglobando Sealand, ma molti esperti di diritto internazionale ritengono l'atto illegittimo. Bates muore nel 2012; nel frattempo il figlio Micheal dopo aver tentato inutilmente di vendere Sealand si è trasferito in Inghilterra, sulla piattaforma sono rimaste a vivere solo due persone e da 20 anni non vengono emessi passaporti. Ma ora, con la Brexit, al Principe in esilio stanno arrivando centinaia di richieste di cittadinanza, e lui ha in mente un progetto: realizzare un’isola artificiale ecologica per ospitare i nuovi cittadini di Sealand.

lunedì 13 gennaio 2020

259 - LA GUERRA DEL WHISKY




Sembra impossibile ma...
Hans Island, piccola isola nel mare Artico, è contesa fra Canada e Danimarca: un'insolita disputa ad alta gradazione alcolica.

Ringrazio l'amico Daniele Nigris per l'idea, e vi porto nel bel mezzo dello stretto di Nares, fra l'estremo nord canadese e la Groenlandia. L'isolotto, poco più di un chilometro quadrato, è disabitato e privo di alberi e di terreni coltivabili; il paese più vicino è Alert, in Canada, 198 km a nord. La disputa nasce dal fatto che Hans Island è in mezzo allo stretto di Nares, largo 22 miglia, che separa il Canada dalla Groenlandia (territorio autonomo della Danimarca). Ora, per il diritto internazionale ogni Paese può reclamare come suo ogni territorio a 12 miglia dalla costa. Quindi tecnicamente l'isola si trova sia in acque danesi che canadesi. La Danimarca rivendica il territorio, che avrebbe scoperto nel 1852, mentre il Canada afferma che non solo è geologicamente associato al suolo canadese ma a scoprirlo fu nel XVI secolo Martin Frobisher, esploratore britannico.
 
L'isola fu attribuita nel 1933 ai danesi dalla Corte di giustizia della Società delle Nazioni, sentenza di scarso peso dopo la fine della stessa. Dimenticata per decenni, tornò a far discutere nel 1984, quando il ministro danese per la Groenlandia la visitò piantando la bandiera nazionale e lasciando il messaggio "Benvenuti sull'isola danese", oltre a una bottiglia di Akvavit, tipica grappa scandinava. Da allora militari delle due nazioni sbarcano periodicamente a Hans Island, cambiano la bandiera degli altri con la propria, lasciano la scritta “Benvenuti in Danimarca” o “in Canada” e una bottiglia di Akvavit danese o o di whisky Canadian Club. Senso dell'umorismo e niente violenza, una risposta degna di due Paesi di grande civiltà.

Ad oggi il conflitto è irrisolto: esiste un piano per trasformare l'isolotto in un territorio condiviso gestito congiuntamente dai comuni canadesi e danesi confinanti. L'interesse è crescente visto che col riscaldamento globale la navigabilità dello stretto si allungherà da 20 a 150 giorni l'anno entro il 2080 con possibilità di sfruttare i fondali del Mar di Labrador per la pesca e, pare, anche per possibili giacimenti di idrocarburi. E se dalle parti di Hans Island ci fosse davvero il petrolio, con ogni probabilità whisky e akvavit sarebbero messi da parte. E anche il fairplay .
 

 

 

domenica 12 gennaio 2020

258 - IL SOGNO DEL POSTINO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ferdinand Cheval nasce a Charmes-sur-l'Herbasse in Francia nel 1836. Di famiglia povera lascia la scuola a 13 anni e fa l'apprendista panettiere; a 29 anni viene assunto come postino, e facteur Cheval (postino Cheval) è il nome con cui sarà ricordato. Destinato a Hauterives, a una dozzina di chilometri dal paese natale, un giorno mentre consegna la posta cade su una pietra di aspetto strano. La chiamerà “pierre d'achoppement” (pietra d'inciampo), e da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

Ogni giorno il postino va sul luogo, raccoglie pietre simili e le mette in tasca e nella bisaccia della posta, poi inizia a tornare a fine turno di lavoro e, un po' come l'Obelix dei fumetti, trasporta grosse pietre fino a casa sua prima con un cesto poi una carriola. A chi gli chiede il motivo, risponde di esser stato colto dall''ispirazione, e di voler costruire un palazzo fiabesco, il Palais Idéal. Gli abitanti del paese si fanno l'idea che non ha tutte le rotelle a posto, e quando ogni giorno puntuale arriva a raccogliere pietre, lo deridono e gli chiedono a che punto è il suo palazzo immaginario. Lui alza le spalle e tira dritto.

Va avanti così per 33 anni, dal 1879 al 1912. Di giorno, in ogni momento libero dal lavoro, raccoglie pietre, di notte alla fioca luce di una lampada ad olio costruisce il suo Palazzo Ideale. Non lo fermano né il caldo torrido né i temporali invernali, e le pietre unite con calce, malta e cemento diventano muri, torrette, terrazze, sculture: il Palais Idéal, un mix di stili architetturali ispirato a diverse religioni, decorato con statue di animali e creature mitiche come giganti e fate. Un capolavoro di architettura naïve realizzato da un architetto autodidatta, che sarà visitato ed ammirato da personaggi come André Breton, Pablo Picasso e Max Ernst.

Per costruirlo il postino ha raccolto e utilizzato 100.000 pietre; non ci sono stanze o ambienti abitabili, ma solo un fantasioso labirinto di corridoi, grotte, camminamenti e terrazze edificate intorno ad un bacino artificiale con tanto di cascata, realizzato dallo stesso Cheval. Che vorrebbe esser seppellito nel suo palazzo, ma le leggi non glielo consentono. E allora per altri 8 anni il postino costruisce con le sue mani e nello stesso stile un grande mausoleo nel cimitero di Hauterives, dove è sepolto dal 1924. Dal 1969 il Palais Idéal è Monument historique; acquistato nel 1994 dal Comune di Hauterives, è visitato ogni anno da migliaia di turisti.
 

 
 

 
 

sabato 11 gennaio 2020

257 - LO ZOO AL CONTRARIO




Sembra impossibile ma...
Dalla Cina arriva un bell'esempio di pensiero laterale: gli animali in gabbia ci stanno male, e il concetto di zoo così come lo abbiamo conosciuto è inadeguato alle esigenze e alle necessità del ventunesimo secolo? Niente paura, invertiamo i fattori e il prodotto cambia: animali liberi ed esseri umani dietro le sbarre.

Da qualche tempo lo Zoo Lehe Ledu di Chongqing si è trasformato in Wildlife Tour. Qui, a differenza anche degli zoo-safari, sono i visitatori ad essere chiusi nelle gabbie montate sul retro di camion che attraversano vaste aree dove la fauna selvatica vive in libertà. E non ci si limita ad osservare gli animali da una certa distanza e a scattare qualche foto, ma si vivono incontri molto ravvicinati capaci di far rivivere emozioni sepolte nel profondo, che rimandano all'età della pietra, quando c'era ben poco da giocare con le bestie feroci. Già, perché spesso tigri e leoni tentano (inutilmente, almeno fino ad oggi) di aggredire gli intrusi: guardiani e addestratori infatti, gli unici autorizzati ad uscire dalle gabbie, appendono ai lati del furgone grossi pezzi di carne cruda in modo da attirare le belve, che poi non distinguono mica tanto la colazione gentilmente offerta dalla “carne in scatola”, e fanno vivere ai deportati un'esperienza elettrizzante con qualche punta di vera paura e sporadici svenimenti.

"Gli attacchi alle gabbie a volte sono piuttoso violenti, ma in realtà non ci sono rischi – assicurano gli organizzatori - vogliamo che i nostri visitatori sentano il brivido di essere cacciati dai grandi felini, che saltano sulle gabbie a pochi centimetri daloro, ma la sicurezza è assoluta. Unica raccomandazione, mantenere le dita, le mani e ogni estremità all’interno della gabbia in ogni momento”. Lo zoo di nuova generazione, che nelle intenzioni degli ideatori dovrebbe piacere agli animalisti cancellando il ricordo di animali tristi e claustrofobici, sta riscuotendo grande successo: al momento è sold-out per i tre mesi a venire, e ha già trovato imitatori in Cile e in Nuova Zelanda.


venerdì 10 gennaio 2020

256 - I FILI DI DIO




Sembra impossibile ma...
A Nuoro tempo fa arrivò perfino una troupe della BBC per scoprire i segreti della pasta più rara del mondo: “su filindeu”, i fili di Dio. Solo tre donne, tutte della stessa famiglia, custodiscono l'antica ricetta, una tecnica tramandata di madre in figlia da almeno tre secoli.

Non è un problema di ingredienti, e neanche di proporzioni: è la lavorazione ad essere estremamente complessa, difficile e laboriosa. La base è normalissima: farina di semola, acqua e sale che vanno impastate a lungo. Quanto? Lo dice la consistenza, ma lo dice solo a chi ha sviluppato la giusta sapienza tattile. Ma se fin qui possono arrivare parecchie massaie all'antica, dopo comincia il difficile. Perché l'impasto, trasformato in una sorta di lungo cilindro, viene lavorato con le dita delle mani, ripiegato su se stesso e tirato dividendolo ad ogni ripiegamento in un numero maggiore di fili sempre più sottili, una progressione geometrica al raddoppio che dopo otto passaggi trasformerà un etto di impasto in 256 sottilissimi filamenti. Questi vengono poi stesi su un canestro rotondo di foglie di asfodelo: tre strati, incrociando i fili ad ogni strato, fino a formare una fitta ragnatela. Una volta essiccati al sole, i filindeu si compatteranno in attesa di essere spezzati in frammenti irregolari, cotti in brodo di pecora e serviti col pecorino grattato.

Le depositarie del segreto preparano i filindeu solo in occasioni rare: in ottobre per il pellegrinaggio al Santuario di San Francesco di Lula, quando il paese accoglie più di 1500 pellegrini offrendo loro un piatto di brodo coi filindeu, tutti fatti dalle donne (50 chili di pasta a testa lavorando 5 ore al giorno per un mese); e la grande festa di 9 giorni che si tiene in maggio.

Nonostante Carlin Petrini ne abbia fatto un presidio Slow Food,
l'antica arte dei filindeu rischia di scomparire, perché figli e nipoti delle depositarie non ne vogliono sapere di portare avanti la tradizione. Le donne hanno cercato anche di insegnare a persone di fiducia le loro tecniche, ma gli allievi dopo i primi tentativi sono fuggiti: troppo lavoro. Hanno permesso allora di essere filmate durante la lavorazione, in modo da lasciare una testimonianza concreta. Barilla, che ha visionato i filmati, ha rinunciato a ogni progetto di replica. E il famoso cuoco inglese Jamie Oliver, dopo vari tentativi, ha chiuso dicendo: “E' una vita che faccio la pasta, ma non ho mai visto niente del genere”.

giovedì 9 gennaio 2020

255 - GLI EVAPORATI


 

Sembra impossibile ma...

In Giappone ogni anno 100.000 persone scompaiono nel niente senza lasciare traccia: sono i johatsu, gli evaporati.

I muri delle metropoli giapponesi sono coperti di annunci con foto di persone e scritte traducibili con “Chi l'ha visto?”. Gente che è uscita di casa la mattina, ha salutato i suoi cari e non ha fatto più ritorno, uomini e donne che decidono di sparire, di scivolare nell'ombra. Cambiano nome, residenza, lavoro, vita, come nei programmi di protezione testimoni, novelli Mattia Pascal. Il motivo? Fallimento sociale, perdita del lavoro, problemi economici, matrimoni in fumo. E la conseguente, temutissima riprovazione sociale, la perdita dell’onore. Un fenomeno misterioso e inquietante, tutto giapponese. Tormentati dalla vergogna, si dissolvono senza lasciare traccia. Una scomparsa amministrativa favorita dalle leggi sulla privacy che (se non si commettono reati) danno grande libertà nel mantenere segreti i movimenti e impediscono ai parenti di consultare i dati finanziari. Un fenomeno che ha radici antiche: già 3 secoli fa le hinin erano “non-persone”, vagabondi e prostitute che non venivano censiti, non potevano sposarsi nè avere figli: non esistevano.

A Tokyo c'è un quartiere che è scomparso dalle mappe: Sanya. I taxisti lo evitano; ufficialmente i suoi confini sono stati incorporati nei quartieri adiacenti, in realtà è uno dei luoghi che ospita la "società nascosta". Arrivano qui, affittano stanze di alberghi di quarta categoria, anche in 10 per camera, e lasciano che il mondo si dimentichi di loro. Ce li portano i “traslocatori notturni”, operatori di agenzie che organizzano le fughe, curano le variazioni anagrafiche necessarie e i servizi di trasporto notturno; un business fiorito negli ultimi anni: Yonigeya TS Corporation è una di queste agenzie. Per una “sparizione” completa prende dai 500 ai 3.000 dollari secondo la complessità. Ogni giorno le sue efficienti squadre permettono di “morire sopravvivendo” a una decina di johatsu.

Appena un passo oltre ci sono i karoshi, suicidi dettati da cause lavorative. Una recente inchiesta ha stabilito che in Giappone avvengono il 60% di suicidi in più rispetto al resto del mondo. La maggior parte sono uomini e donne stremati dal lavoro: oltre il 20% per cento dei dipendenti giapponesi supera di parecchio le 80 ore di straordinario mensili, mentre il 50% rinuncia alle ferie retribuite.
 

 

 

mercoledì 8 gennaio 2020

254 - DOCTOR BARRY... I SUPPOSE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. James Barry è stato uno dei più eminenti medici chirurghi del diciannovesimo secolo. Laureato all'Università di Edimburgo, svolse dal 1812 al 1864 la sua professione in tutto il mondo, dall'India al Sudafrica, dai Caraibi al Canada passando da assistente ospedaliero dell'esercito britannico a ispettore generale negli ospedali militari. E ovunque si impegnò con successo a migliorare non solo le condizioni dei suoi pazienti, ma anche quelle degli abitanti locali. Fu un pioniere nell'associare la medicina con la cura dell'igiene, con un numero di pazienti sopravvissuti da record.
Morì il 25 luglio 1865. E fu l'infermiera che si occupò di comporre il cadavere che fece la scoperta, e la rivelò subito dopo il funerale: James Barry era una donna.

Il suo vero nome era Margaret. Già, questa è la storia di una donna che per realizzare il suo sogno ha finto per mezzo secolo di essere un uomo. Margaret Ann Bulkley nasce a County Cork, in Irlanda, nel 1789. Adolescente brillantissima, vuole diventare un chirurgo, una carriera vietata alle donne. Lo zio è James Barry (sì, prenderà il suo nome), un famoso artista, e con l'aiuto di un influente amico studia il piano per farla entrare travestita da uomo alla facoltà di Medicina di Edimburgo. Dove nel 1812 si laurea “malgrado l’aspetto giovanile sembri indicare una scarsa maturità”. Impaziente di operare sul campo, Margaret, dopo aver evitato la visita medica grazie ai suoi protettori, entra nell'esercito britannico. La sua sarà una carriera brillantissima ma con alti e bassi causati dal suo carattere. Il dottor Barry non è certo una persona docile: ostinato, impaziente, suscettibile, è considerato un eccentrico; vegetariano ed astemio, calza stivali rossi col tacco e indossa camicie ricamate sotto la giacca d'ordinanza. Ma litiga furiosamente quando sente commenti sulla sua voce acuta o sul suo aspetto effeminato, e le baruffe spesso finiscono in duelli. Il suo impegno per migliorare le condizioni di vita della gente qualunque disturba poi i suoi pari, ed è punito più volte per insubordinazione. Tratta però sempre con garbo e gentilezza i suoi pazienti, e professionalmente è un Maestro. A Sant'Elena poi viene alla luce una relazione "omosessuale" col governatore lord Charles Somerset, per la quale i due vengono processati: Margaret evita il carcere ma viene degradata, riparte da zero in Canada e si afferma di nuovo come miglior chirurgo dell'impero. Congedata nel 1864, muore di dissenteria l'anno dopo.

Dopo la rivelazione dell'infermiera ci fu chi affermò di averlo sempre saputo. L'esercito britannico stese un velo sulla vicenda, rimasta poi top secret per 100 anni. L'infermiera raccontò anche di aver visto sul ventre della salma i segni di un parto cesareo: con ogni probabilità Margaret Ann Bulkley ha avuto almeno un figlio segreto.
 
 

 
 

 

martedì 7 gennaio 2020

253 - CAPELLI DI GHIACCIO




Sembra impossibile ma...
Se passeggi di prima mattina in un bosco con una temperatura intorno agli 0 gradi ti può capitare di vedere i “capelli di ghiaccio”, un fantastico fenomeno naturale che solo di recente è uscito dal mondo delle favole e ha trovato una spiegazione scientifica.

Ringrazio Pasqua Gandolfi per la segnalazione e vi racconto come un team di ricercatori svizzeri ha risolto un enigma lungo un secolo. I capelli di ghiaccio spuntano nelle foreste dei Paesi di mezzo mondo, quelli più freddi, dai rami degli alberi in decomposizione. Il fenomeno non è facile da osservare anche perché le strane ciocche fatte di fili di ghiaccio straordinariamente sottile si sciolgono sotto i raggi del sole. Sembrano matasse di zucchero filato, candidi e multiformi piumini che si formano durante la notte per svanire alle prime luci dell'alba. Per secoli i rari incontri ravvicinati hanno dato vita a spiegazioni fiabesche finché intorno al 1880 il fenomeno ha trovato conferma ed è stato descritto per la prima volta in letteratura scientifica; nel 1918 poi il geologo tedesco Alfred Wegener, il padre della teoria della deriva dei continenti, gli ha dato un nome: Haareis.

Ma perché e come si formano i “capelli di ghiaccio”? La risposta è recente. Gerhart Wagner e Christian Mätzler dell'università di Berna hanno confermato una teoria già abbozzata da Wegener: gli strani ciuffi compaiono sul legno in putrefazione grazie all'azione di un fungo, l'Exidiopsis effusa, la cui presenza è stata riscontrata in tutti i depositi di capelli di ghiaccio. La riprova è che sui pezzi di legno irrorati con un funghicida si forma sì una patina di ghiaccio, ma non i capelli. Il fungo impedisce la ricristallizzazione del ghiaccio, permette la formazione di fili del diametro di 0,01 mm. e aiuta a mantenerli in questa forma per diverse ore. Quando l’acqua congela vicino al micelio provoca il progressivo sollevamento dello strato di ghiaccio che attira poi a sé altra acqua contenuta nel legno attraverso un processo di suzione capillare. Il risultato sono aghi di ghiaccio che crescono poco a poco dal ramo fino a una lunghezza di 10 cm. Insomma, la notizia è certa: non sono i capelli delle fate né le barbe degli gnomi, e neanche la lana tessuta dagli elfi.
Guarda i video sui "capelli di ghiaccio". Il secondo ne mostra la crescita al time lapse. 
 
 
 
 

lunedì 6 gennaio 2020

252 - DUE CUORI E UNA PRIGIONE




Sembra impossibile ma...
In Romania un'antica chiesa fortificata ospita una piccolissima cella. Qui in passato venivano rinchiuse per alcune settimane le coppie che chiedevano di divorziare. Un'usanza andata avanti per 3 secoli.

Siamo a Biertan, villaggio della Transilvania che pare uscito dalla fantasia di Bram Stoker. Dalle torri della chiesa fortificata ti aspetti di veder uscire il conte Dracula, e l'intero borgo, con i suoi edifici gotici, è la location perfetta per film horror (e di fatto è stato il set di diverse pellicole del genere). Il piccolo paese, appena 3.000 abitanti, è la principale attrazione turistica del distretto di Sibiu, e dal 1993 la Cittadella è Patrimonio dell'umanità dell'Unesco; l'evento di maggior richiamo, manco a dirlo, è Luna Plina, il più famoso festival del film horror e fantasy della Romania, che porta a Biertan appassionati da tutta Europa. L'edificio principale della Cittadella è la grande chiesa a tre navate costruita tra il 1492 ed il 1516, e residenza episcopale evangelica tra il 1572 ed il 1867.

In questi tre secoli la piccola prigione nella Torre ha assolto il suo insolito compito; la confessione luterana prevedeva la possibilità di concedere il divorzio a determinate condizioni, ma le autorità religiose facevano il possibile per evitarlo. Così per le coppie i cui matrimoni erano in bilico, la legge prevedeva un'esperienza horror in stile “Misery non deve morire”: venivano chiuse nella piccola stanza (oggi trasformata in museo) da 2 a 6 settimane. L'angusto locale ha soffitti bassi e muri spessi, è arredato con un tavolino, una sedia, un lettino più adatto a un bambino; i due reclusi dovevano condividere ogni cosa: l'unico cucchiaio, il bicchiere, la coperta la bacinella. Trascorse le settimane previste dal vescovo, dovevano decidere se confermare la volontà di separarsi. L'esperienza del carcere, nelle intenzioni dei religiosi, doveva servire a rendere più saldo il legame e quindi a risolvere i problemi della coppia. Un'idea che sembra aver funzionato, visto che i registri dell'epoca riportano che in 300 anni in tutta la regione c'è stato un solo divorzio. Come dire ok, il matrimonio è una prigione, ma tutto sommato c'è di peggio.
 
 
 





domenica 5 gennaio 2020

251 - CASA DI BAMBOLA




Sembra impossibile ma...
Una delle più ammirate attrazioni turistiche del castello di Windsor, (40 chilometri da Londra) è una casa di bambola. A realizzarla hanno collaborato i più grandi artigiani e artisti inglesi di inizio 900.

Ringrazio Luigi Garlaschelli per la segnalazione e vi porto all'interno
della Queen Mary's Dolls House, progettata nel 1920 da Sir Edwin Lutyens, architetto di punta dell'epoca. Per costruirla sono serviti 4 anni. L'idea è stata della cugina della regina, la principessa Maria Luisa, protagonista dei salotti letterari e mondani e per questo amica dei più importanti esponenti del mondo della cultura. Per lei è stato facile convincere il noto architetto e i tanti artisti che frequentava a collaborare alla realizzazione dell'opera, un dono per la regina Maria, moglie del re George V, che all'epoca aveva 57 anni, ma anche un documento storico per raccontare come si viveva in un palazzo reale durante quel periodo. Completata nel 1924, fu esposta la prima volta alla British Empire Exhibition e in 7 mesi andarono a vederla più di 1.600.000 persone.

Realizzata in scala 1:12, la Dolls House contiene oggetti realizzati dalle aziende più famose. Molti di questi replicano mobili e arredi della casa reale, creati dalle stesse aziende degli originali; la cura per il dettaglio è maniacale. Tende, arredi e decori sono copie perfette di quelli del castello, la casa è dotata di impianti di illuminazione funzionanti, i bagni hanno condutture, acqua corrente e water con tanto di carta igienica in miniatura. I tappeti con ricami preziosi, le lenzuola con monogrammi, i piatti, le stoviglie, i soprammobili sono piccoli capolavori; la cantina è piena di bottiglie con vini e liquori raffinati. Ci sono fucili da caccia che si caricano e sparano e ascensori funzionanti, come i motori delle auto in garage. C'è anche un verdissimo giardino segreto, nascosto in un vasto cassetto sotto l'edificio principale. Last but not least, pittori come Wilson e Bell hanno realizzato microdipinti, e celebri scrittori come Conan Doyle, R. James, Milne, Barrie, Hardy,Kipling, Somerset Maugham hanno scritto libri per l'occasione, miniaturizzati e rilegati per comporre la biblioteca più piccola e prestigiosa del mondo.
Guarda i video e visita la Queen Mary's Dolls House e Windsor Castle.
 
 






sabato 4 gennaio 2020

250 - GLI ANGELI SOTTERRANEI




Sembra impossibile ma...

Questa è una storia vera. La notte del 24 dicembre 2006 gli ingranaggi del grande orologio Wagner del 1850 nel Pantheon di Parigi cominciarono a girare, e le campane azionate dal meccanismo tornarono dopo decenni a far sentire il loro suono a distesa per lo stupore di migliaia di parigini.

Le cose sono andate così. Il Pantheon di Parigi è un monumento amatissimo dai francesi. Fra i tesori che conserva c'è un grande orologio costruito nel 1850 che in passato, fino ai primi anni sessanta, scandiva le ore con il suono delle campane. Quando gli ingranaggi si fermarono, non furono più riparati. Finché nel 2006 non sono entrati in azione i membri di una misteriosa organizzazione. Di cui si era sentito parlare per la prima volta solo due anni prima.

E' il 2004 quando la polizia scopre per caso un tunnel sotterraneo sotto il Trocadero; oltre un cartello che vieta l'ingresso per fantomatici lavori, una videocamera filma chiunque passi, e una fotocellula aziona una registrazione di cani che abbaiano per scoraggiare gli intrusi. In fondo alla galleria in una vasta caverna trovano un cinema perfettamente attrezzato con un enorme schermo circondato da un anfiteatro, una cineteca, un bar-ristorante ben fornito, circuiti elettrici professionali e una rete di linee telefoniche. Sul soffitto, simboli di ogni tipo, dalle svastiche alle stelle di David. Il covo di una società segreta? Si apre un'inchiesta, tre giorni dopo gli investigatori tornano sul luogo. E non c'è più niente: il cinema è scomparso, la caverna è vuota, sul pavimento una scritta: "Ne nous cherchez pas" (Non ci cercate).

Per due anni nessuno trova spiegazioni. Poi Lazar Kunstmann del gruppo di artisti La Mexicaine De Perforation rivela di essere uno dei responsabili del cinema fantasma. E racconta: nel 1981 un gruppo di liceali inizia a studiare ed esplorare la fitta rete di tunnel e catacombe che permette di andare più o meno ovunque dal sottosuolo di Parigi, e si procura i piani dei numerosi passaggi sotterranei. Informazioni che portano in gran segreto alla nascita della UX (Urban eXperiment), organizzazione composta da circa 150 artisti, architetti, storici, informatici divisi in diversi team: uno di sole donne (la Mouse House) specializzato in infiltrazioni entra nei musei dopo la chiusura, trova i percorsi sotterranei ed elimina gli allarmi, uno gestisce una rete radio cifrata, uno si occupa di un database, uno di fotografia, uno (l'UnterGunther) di restauri, e uno (La Mexicaine De Perforation) organizza eventi artistici sotterranei clandestini. Proprio a quest'ultimo si deve l'operazione cinema fantasma. Obiettivo comune, utilizzare e al tempo stesso preservare spazi e monumenti pubblici trascurati o dimenticati dalle amministrazioni.

E siamo al 2006, quando l'attenzione degli UnterGunther, che ogni anno realizzano in segreto un progetto di restauro (fino al 2009 ne avevano completati 12), viene attratta dallo storico orologio del Pantheon. Con loro c'è Jean Baptiste Viot, un mastro orologiaio 40enne che aveva lavorato per anni per Breguet; il gruppo si mette al lavoro per rimettere in funzione l'antico meccanismo. Per un anno intero entrano la notte nel Pantheon e lavorano in gran segreto, arrivando addirittura a costruire una saletta nascosta dove si riposano e passano il tempo nell'attesa di darsi il cambio. Scoperti i guasti che bloccano gli ingranaggi, il gruppo crea e installa un meccanismo funzionante, e lo collega alle campane. E' fatta, ora l'orologio attende solo di essere riattivato.

Il gruppo decide di rompere l'anonimato e contatta l'ente responsabile del Pantheon per informarlo che l'orologio dopo decenni era pronto a ripartire. Dopo lo stupore iniziale e un'ok di massima, le autorità ci ripensano e bloccano l'iniziativa, per non mostrare a tutti il fallimento del ministero nella manutenzione e le falle nel sistema di sicurezza del monumento. Dopo una lunga inutile attesa, gli UnterGunther decidono di entrare in azione la notte di Natale.

Il 24 dicembre evitano ancora una volta la sicurezza ed entrano nel Pantheon, collegano il Wagner alle campane e azionano il meccanismo. Gli ingranaggi cominciano a girare, e le campane suonano a distesa su Parigi nella notte di Natale.

Il giorno dopo il ministro furioso chiama un orologiaio e gli ordina di sabotare il meccanismo, ma l'uomo si rifiuta. Viene allora rimosso il pezzo ricostruito dagli UnterGunther, e alle 10:51 il Wagner si ferma per non ripartire mai più. Gli “Angeli sotterranei” però vanno avanti per la loro strada: nonostante una speciale unità della polizia da una quindicina d'anni dia loro inutilmente la caccia, proseguono nella loro opera. E ancora in questi giorni da qualche parte, non sappiamo dove, sono in piena attività nel ventre di Parigi.

 


 





giovedì 2 gennaio 2020

249 - IL MARTELLO CHE VALE UN TESORO




Sembra impossibile ma...
Un pensionato che cercava col metal detector un martello perduto da un amico contadino nei campi della sua fattoria ha trovato un tesoro di epoca romana. Per il ritrovamento, subito segnalato, ha ricevuto un premio di 1.750.000 sterline, che ha diviso con l'amico.

Novembre 1992, Eric Lawes, ex giardiniere di Hoxne nel Suffolk di buon mattino percorre il terreno di fronte alla fattoria di Peter Whatling con in mano un cerca-metalli, alla ricerca del martello perduto la sera prima dal contadino. Quando il metal detector si mette a suonare, scava e trova un cucchiaio d'argento e alcune monete antiche; pochi colpi di badile dopo, ecco i resti di un grosso contenitore in legno: il più classico degli scrigni del tesoro pieno di monete e gioielli. Lawes si ferma lì e avverte la polizia. Il giorno dopo gli archeologi sono al lavoro, e in poche ore rimuovono diversi blocchi di terreno che contengono il tesoro. Gli oggetti saranno poi estratti con cura in laboratorio. Grazie all'onestà di Lawes gli studiosi hanno un'opportunità rara: studiare la disposizione originaria intatta di tutti gli oggetti ritrovati.

Dopo un anno di esami, gli archeologi presentano il tesoro di Hoxne: 14.865 monete romane in oro, argento e bronzo, 200 pezzi di vasellame in argento e di gioielleria in oro; un totale di 3,5 kg d'oro e 23,75 kg d'argento. Valore di mercato 1.750.000 sterline; per la legge inglese tutti i tesori trovati sono proprietà della Corona a meno che qualcuno non abbia titolo per rivendicarli. E' però consuetudine premiare l'autore del ritrovamento, se comunicato subito alle autorità, con un premio in denaro equivalente al valore del tesoro. Lawes così riceve la somma, e la divide con Whatling.

Il tesoro era stato nascosto agli inizi del quinto secolo in una zona disabitata. Il motivo? Vicino allo scrigno è stato trovato il foro di un palo che probabilmente indicava il luogo della sepoltura. Nel 410 l’Impero Romano richiamò l'esercito dalla Britannia lasciando i cives d’oltreManica indifesi di fronte agli attacchi dei Sassoni; la cura con cui è stato riposto il tesoro fa pensare a un ricco cittadino che ha sepolto i suoi beni, o al bottino di una rapina nascosto per esser recuperato in seguito. In tutti e due i casi le cose non sono andate come previsto: ci sono voluti più di 15 secoli perché il tesoro tornasse alla luce. Oggi è esposto al British Museum di Londra, dove è visibile anche un martello: sì, è quello di Whatling, che Lawes ha poi ritrovato.

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...