venerdì 6 marzo 2020

378 - COLAZIONE A CARTOONIA




Sembra impossibile ma...
C'è un bar dove non ti stupiresti di trovarti a far colazione in compagnia di Bugs Bunny o di Tex Willer. Ricordate Cartoonia, il mondo a fumetti di Roger Rabbit? A Seoul hanno costruito un avamposto: basta entrare nel locale, per ritrovarsi nel bel mezzo di un cartone animato.

Si chiama Cafe Yeonnam-dong 239-20, dall'indirizzo nell'omonimo quartiere, uno dei più trendy di Seoul in Corea. Varcare la soglia e come oltrepassare un'entrata segreta per il mondo dei comics. Il locale è piccolo, solo una ventina di posti, e sempre affollatissimo, ed è gestito da una sola persona: è la proprietaria, che attende gli ospiti dietro il bancone, gli trova un posto e li serve anche ai tavoli. E sua è stata anche l'idea di un design stilizzato come un libro di fumetti. Il caffè è diviso in due sezioni: l'esterno con un'atmosfera più rilassante, simile a un giardino; e l'interno con muri e soffitti completamente intonacati di bianco, mentre i bordi di ogni elemento di arredo sono marcati da linee nere. Il risultato è un mondo interamente in due dimensioni, tutto in bianco e nero: pareti, pavimenti, mobili e soprammobili, ma anche piatti, posate e tazze, sembrano usciti da un fumetto, e i clienti “a colori” risaltano in modo strano. Una vera illusione ottica in 2D.

In pochi mesi il Caffé è diventato famoso; gli arredi sono ispirati ad un particolare fumetto: “W – Two Worlds”, una serie fantasy molto popolare in Corea del Sud basata sullo scontro tra il mondo reale e quello fantasy. Dopo lo Ziggy’s bar dedicato a David Bowie e la Breadway Barkey che sembra uscita da un film di Wes Anderson, con questo locale il centro Seoul si propone come uno dei luoghi più curiosi e “di tendenza” del pianeta, una vera e propria riserva di caccia per gli instagramers di tutto il mondo.


377 - L'ALPINISTA COI TACCHI A SPILLO




Sembra impossibile ma...
Un escursionista ha scalato 900 metri della più alta montagna inglese indossando scarpe con 12 centimetri e mezzo di tacco.

Ben Conway, diciannovenne londinese studente di arte e design alla Ravensbourne University, ci ha pensato a lungo, ma alla fine ha preso la sua decisione: “Sfiderò i 1345 metri del Ben Nevis, la montagna più alta della Scozia, calzando scarpe tacco 12”. Ora, l'iniziativa aveva uno scopo benefico, raccogliere fondi per la LGBT Stonewall, associazione che aiuta i bambini scalzi in tutto il mondo; e lo studente ha girato un video per ottenere una borsa di studio alla School of Communication Arts di Brixton. Ma perché scegliere proprio questa prova? "L'idea – spiega Ben - era fare qualcosa che non era mai stato fatto prima. E io non avevo mai visto nessuno scalare il Ben Nevis con tacchi alti da spogliarellista. Così ho comprato le scarpe adatte: le ho pagate 70 sterline, non sapevo che fossero così care. Peccato che durante la salita si sono completamente rovinate”. Così alle 8,30 Conway è partito dal “campo base” alle pendici del monte. “Pioveva a dirotto - racconta - e in alcuni tratti il vento era molto forte”.

Nelle successive 5 ore, in bilico sui tacchi a spillo, l'insolito scalatore ha attraversato ruscelli e pietraie e si è arrampicato su rocce scivolose; lungo il percorso diversi escursionisti incuriositi lo hanno seguito, e molti ne hanno approfittato per un selfie. Qualcuno ha anche contribuito all'iniziativa benefica, e alla fine nelle tasche dello studente c'erano 140 sterline in più di quando ha iniziato. Ben si è fermato solo per medicarsi un taglio al piede, e per legare con uno spago una delle scarpe alla caviglia, dopo la rottura del cinturino che la teneva allacciata. I tratti peggiori sono stati quelli con la ghiaia, dove continuava a scivolare. Infine alle 13,30, dopo 5 ore di salita, a 400 metri dalla vetta, è stato costretto a fermarsi. Da un po' zoppicava vistosamente, il maltempo era peggiorato e le condizioni erano diventate pericolose; così si è arreso dopo i 900 metri di salita più duri della sua vita. E la vetta del Ben Nevis è rimasta inviolata, almeno per gli scalatori coi tacchi a spillo.
Guarda il video e segui Ben Conway nella sua scalata con i tacchi a spillo.

376 - L'ARTISTA MISTERIOSO




Sembra impossibile ma...
Le opere dello sconosciuto artista francese Pierre Brassau, esposte a una mostra internazionale di arte contemporanea, furono esaltate dai critici e il misterioso autore indicato come un sicuro talento. Giudizi che i recensori non avrebbero mai dato se avessero saputo chi si nascondeva dietro lo pseudonimo Pierre Brassau,

Anno 1964, alla Gallerie Christina di Göteborg, in Svezia, si apre una mostra con le opere di giovani pittori d’avanguardia provenienti da tutta Europa. Al vernissage quattro dipinti del francese Pierre Brassau attirano l'attenzione della critica, presente in forze; il nome però è totalmente sconosciuto, e l'autore non è presente alla rassegna. Gli esperti si interrogano su quella che appare alla maggior parte la rivelazione della mostra, un potenziale talento. Uno dei critici più importanti, Rolf Anderberg, è incantato e il giorno dopo scrive sul Posten: “Brassau dipinge con colpi potenti ma anche con chiara determinazione. Le sue pennellate si contorcono con furiosa meticolosità. Pierre è un artista che opera con la delicatezza di un ballerino di danza classica“.

Parte la caccia all'artista, ma le ricerche non danno risultati: anche in Francia nessuno lo ha mai sentito nominare. Il mistero viene sciolto pochi giorno dopo. In Francia nessuno lo conosce perché Pierre Brassau non ci ha mai messo piede: il suo vero nome è Peter, è africano e vive a Boras, una cittadina a un'ora di strada da Göteborg. Precisamente al Boras Djurpak, il giardino zoologico. Il promettente pittore infatti è uno scimpanzè di 4 anni.

L'idea di trasformarlo in una promessa dell'arte contemporanea è stata di Åke “Dacke” Axelsso, giornalista del Göteborgs-Tidningen. “Volevo verificare – spiega - se i critici sono in grado di distinguere una vera opera d'avanguardia dal lavoro di una scimmia”. Del resto qualche anno prima lo scimpanzé Congo era diventato famoso grazie ai suoi dipinti, apprezzati da personaggi come Picasso, Mirò e Dalì, e le sue opere oggi valgono migliaia di euro. Così il giornalista, aiutato dal guardiano dello zoo, dopo aver fornito a Peter pennelli, tele e colori, non ha fatto altro che selezionare i quattro quadri meglio riusciti fra i molti imbrattati, e portarli alla mostra. Dopo la rivelazione, Anderberg ha continuato a sostenere che quei lavori erano comunque i migliori della mostra. Più soddisfatto un suo collega che, unico fra tutti gli esperti, aveva bocciato Brassau affermando: "Solo una scimmia può aver fatto una cosa simile".
(Nella foto, tre dipinti di Peter).
 
 

 
 

 

375 - IL PAESE SENZA STRADE




Sembra impossibile ma...
C'è un paese in Olanda dove residenti e visitatori hanno solo tre possibilità per spostarsi: a piedi lungo stretti sentieri immersi nel verde, in barca percorrendo una fitta rete di canali, o in bicicletta sull'unica pista ciclabile esistente. Qui non circolano auto, moto o veicoli a motore. Perché non è mai stata costruita una strada.

Siamo a Giethoorn, 2600 abitanti nella provincia dell'Overijssel, 120 chilometri a est di Amsterdam. Il paese è un piccolo paradiso verde incastonato fra le torbiere acquitrinose del parco naturale De Wieden. L'auto si lascia, insieme a frenesia e rumori, alla periferia del villaggio, poi l'alternativa è salire su una delle tipiche imbarcazioni col fondo piatto, spinte come gondole da una lunga pertica, o saltare in sella a una bici ed imboccare l'unica pista ciclabile disponibile. Le case coi tetti ricoperti di paglia costeggiano le rive dei canali, alberi e fiori si specchiano nell'acqua. Per passare da una sponda all'altra si utilizzano 176 ponti in legno.

Giethoorn non è costruita così per caso: a fondarla nel 1230 fu un gruppo di religiosi cattolici della setta dei Flagellanti; per sfuggire alle persecuzioni, si inoltrarono negli acquitrini e costruirono un paese senza strade, cancellando ogni via di accesso. Lo chiamarono Giethoorn, letteralmente “Corna di capra” perché qui ne trovarono un gran numero, con i resti degli animali morti in seguito a una delle tante alluvioni. La rete di canali poi è stata scavata anno dopo anno per estrarre la torba da usare come combustibile.

Nel 1958 il regista Bert Haanstra girò qui il film Fanfare, e lo sconosciuto villaggio divenne una meta turistica. Oggi si può affittare una casa per le vacanze o noleggiare la tipica imbarcazione per un tour dei canali, e in centro sono aperti diversi musei: uno di minerali e cristalli, uno di conchiglie, una fattoria dell'ottocento restaurata e un impensabile museo dell'automobile. Ogni anno poi i “gondolieri” locali decorano le imbarcazioni con pennacchi e lanterne e si sfidano nel Gondelvaart Festival.
 
 

 






374 - LE SORPRESE DEL PACMAN BUS




Sembra impossibile ma…
In Cina è stato presentato il TEB-1 o “Transit Elevated Bus”, un rivoluzionario megabus rialzato ideato per scavalcare il traffico passando letteralmente sopra i veicoli incolonnati sulla strada. Un vero e proprio catamarano dell’asfalto che viaggia su rotaie poste ai lati della carreggiata, “inghiotte” come il videogioco Pacman i veicoli che viaggiano nella parte centrale della strada ed effettua le sue fermate su banchine sopraelevate rispetto al piano stradale.

Il TEB-1 è stato progettato dall’ingegner Bai Zhi Ming, che per realizzarlo ha creato la Technology Development Company. Il prototipo è stato presentato a Pechino nel 2010, poi sono stati effettuati i primi test su strada nella città portuale di Qinhuangdao, dove sono stati realizzati 300 metri di binari. Anche all’esposizione tecnologica Beijing International High-Tech il TEB-1 ha effettuato un breve tragitto dimostrativo; il successo ottenuto ha attirato l’interesse di municipalità cinesi come Nanyang, Shenyang, Zhoukou e Tientsin, e dei governi di Francia, Brasile, India e Indonesia. Il Pacman Bus è lungo 22 metri, largo 7,6 e alto quasi 5, ogni vagone porta 300 passeggeri e se ne possono allineare fino a 4 per un totale di 1.200. Può viaggiare sulle principali arterie delle città, a condizione che i percorsi siano tendenzialmente rettilinei. I tratti riservati al TEB-1 devono poi essere vietati ai veicoli più alti, come camion e furgoni. E’ alimentato da energia solare, con i pannelli sul tetto del bus, e i costi sono un quinto di quelli necessari per costruire un ramo di metropolitana. Vi piace l’idea? Peccato.

Perché il TEB-1, si è scoperto da pochissimo, è una truffa. E la polizia ha arrestato l’ingegner Bai Zhi Ming e 31 suoi collaboratori. I sospetti sono nati quando un gruppo di esperti del settore ha rilevato come il prototipo fosse assai grossolano, e alcuni giornali hanno fatto rilevare che il Pacman Bus, una volta in attività, avrebbe creato enormi problemi al traffico di qualunque città. Subito dopo è emerso che la società aveva problemi finanziari. Le indagini hanno appurato che ETB-1 era un progetto fantasma, destinato a non essere mai realizzato. Il vero business è la piattaforma di prestiti e finanziamenti grazie alla quale gli ideatori hanno raccolto un miliardo e 300 milioni di dollari dai privati che hanno investito sul progetto. Soldi che difficilmente potranno essere restituiti ai truffati. E il Bus del futuro? A ricordare la geniale invenzione sono rimasti 300 metri di binari che a Qinghuangdao finora nessuno ha rimosso.


373 - EFFETTO PINOCCHIO




Sembra impossibile ma...
Dalla Spagna arriva una nuovissima “prova della verità” che conferma il fenomeno sperimentato da Pinocchio: quando diciamo una bugia, la lunghezza del naso cambia. Solo che al contrario di quanto raccontato da Collodi, non si allunga: si accorcia.

Un team di ricercatori spagnoli dell’Università di Granada guidati da Emilio Gómez Milán ha fatto di recente l'incredibile scoperta, battezzata “Effetto Pinocchio inverso”, analizzando i risultati di un test elaborato per comprendere se i partecipanti mentivano. Per realizzarlo è stata utilizzata la termografia, una tecnica che consente di rilevare la temperatura delle varie parti del corpo per mezzo di telecamere termiche. L’immagine all'infrarosso elaborata (chiamata termogramma) mostra diverse tonalità di colore a seconda del grado di calore della zona. I ricercatori hanno chiesto a 60 studenti di svolgere varie attività mentre venivano sottoposti a scansione utilizzando l'imaging termico. Una delle richieste era di fare una conversazione telefonica di 4 minuti con i genitori, il partner o un amico, inventare una bugia credibile durante la chiamata e raccontargliela. Ed è in questa fase che il termogramma ha mostrato un risultato inatteso rilevando l'effetto Pinocchio inverso: ogni volta che i partecipanti alla ricerca dicevano una bugia, la temperatura della punta del naso diminuiva fino a 1,2 gradi; contemporaneamente la temperatura della fronte aumentava di 1,5 gradi. E il calo della temperatura sulla punta del naso provoca una leggera riduzione delle sue dimensioni, non rilevabile ad occhio nudo ma evidente per i macchinari.

Il fatto è - spiega il dottor Gómez Milán – che per mentire bisogna pensare, mettendo in azione fra l'altro un'area della corteccia cerebrale detta Insula, e questo fa aumentare la temperatura della fronte. Allo stesso tempo ci sentiamo ansiosi, e questo fa calare la temperatura del naso”. La termografia ha rilevato queste variazioni nell'80% dei partecipanti al test, un tasso di successo che supera i migliori “rilevatori di bugie” finora utilizzati, con un 10% di accuratezza in più rispetto al poligrafo, la cosiddetta macchina della verità. Nel prossimo futuro l'imaging termico potrà essere utilizzato in combinazione con i tradizionali macchinari negli interrogatori. E allora per Pinocchio & c. sarà davvero la fine.



372 - IL MIGLIOR RISTORANTE DI LONDRA




Sembra impossibile ma...
Oggi vi racconto una bufala. O meglio la storia di una splendida bufala da raccontare al prossimo che vi dice con aria di sufficienza “Fidati, sono sicurissimo! L'ho letto anche su internet...”.

Oobah Butler è un giovane giornalista di Dulwich, un sobborgo di Londra. Come tanti freelance ha molta fantasia e pochi soldi per le tasche, e arrotonda le scarse entrate scrivendo false recensioni su TripAdvisor: i proprietari dei ristoranti gli danno 10 sterline per decantare le meraviglie di piatti mai assaggiati in cene mai fatte. Quando si rende conto che i suoi post fanno crescere le stelle-voto dei locali recensiti, gli si accende una lampadina. Così si rinchiude nel capanno (shed in inglese) a Dulwich, nel giardino di casa sua, e nasce “The Shed At Dulwich”, il miglior ristorante di Londra.

"Un giorno – racconta Butler - a fronte dell'attuale cloaca di disinformazione e della tendenza a credere alle più grandi cavolate, mi sono chiesto: un finto ristorante potrebbe avere successo? In quel momento è iniziata la mia missione. Con l'aiuto di recensioni false, ambiguità e nonsense avrei trasformato casa mia, un capanno in giardino, in un ristorante stellare". Così nell'aprile del 2017 Oobah registra il ristorante su TripAdvisor; segnala la via ma non il civico, perché è un locale esclusivo, dove si mangia solo su prenotazione. Poi mette su un sito elegante, con tante invitanti foto di piatti prelibati del menù. Il bello è che in realtà si tratta di composizioni fatte con spugne colorate, dischi di detersivo per lavatrice e schiuma da barba. A Tripadvisor iniziano ad arrivare decine di recensioni di clienti entusiasti, tutte inviate da amici e conoscenti di Butler, e “The Shed at Dulwich” inizia la sua irresistibile ascesa nella classifica dei migliori ristoranti londinesi.

Piovono richieste di prenotazione anche con mesi di anticipo; la risposta per tutte è la stessa: tutto pieno fino al 2021. Chef e camerieri inviano curricula, le riviste specialistiche cercano inutilmente di fissare interviste ai titolari. E nel novembre 2017 The shed at Dulwich conquista la vetta: per TripAdvisor è il miglior ristorante di Londra. Il giorno dopo Butler contatta il portale e racconta tutto. La pagina viene rimossa. Le ultime recensioni però sono vere: per chiudere in bellezza, Oobah ha aperto realmente il ristorante nel suo giardino per una notte. Gli ospiti, una troupe televisiva, sono stati condotti nella penombra del giardino attrezzato alla meglio come un locale, hanno mangiato con grande gusto cibi precotti impiattati alla maniera dei grandi chef, e se ne sono andati soddisfatti confermando che sì, quello era davvero il miglior ristorante di Londra. 



giovedì 5 marzo 2020

371 - L'INVENTORE DELLA FANTASCIENZA




Sembra impossibile ma...
il primo scrittore di fantascienza, genere che normalmente siamo portati a ritenere non più antico di un paio di secoli, è stato Luciano di Samosata con “Una storia vera”, un bizzarro romanzo fantastico scritto al tempo in cui a Roma regnava Marco Aurelio.

Luciano nasce a Samsat nell'attuale Turchia nel 120 e, dopo vari viaggi e vicissitudini, si stabilisce ad Atene dove diventa famoso come scrittore e retore (morirà in Egitto nel 192). In “Una storia vera” narra un viaggio con lo stile di un resoconto di fatti realmente accaduti. Nel prologo però sottolinea che parlerà di “cose che non ho visto, né vissuto, né sentito raccontare da nessun altro; cose che non esistono e che non potrebbero mai esistere. Quindi i lettori non devono credere a una parola di quello che dico”. L'intento infatti è parodistico, una satira contro gli autori che narrano eventi altrettanto fantastici spacciandoli per reali: insomma, quelle che oggi chiamiamo fakenews. In particolare ce l'ha con Antonio Diogene e il suo romanzo “Le incredibili meraviglie al di là di Tule”, ma pare che di venditori di bufale ce ne fossero parecchi all'epoca (con Omero come capostipite, secondo varie fonti).

Il risultato però va ben oltre la parodia: “Una storia vera” è il primo esempio letterario (almeno fra quelli a noi pervenuti) di viaggio extraterrestre. Per la prima volta vengono descritti mondi diversi, incontri con alieni, guerre interplanetarie, creature prodotte dalla tecnologia umana. E per la prima volta l'uomo va sulla luna (considerata, e anche questa è una novità, come pianeta su cui sbarcare e non come entità astratta o divina). Il viaggio di Luciano con 50 compagni inizia superando le Colonne d'Ercole; seguono una tempesta lunga 80 giorni, un'isola fantastica, un tifone che solleva la nave in aria fino a 3000 stadi d'altezza (uno stadio attico equivale a circa 180 metri) e dopo 8 giorni la deposita sulla luna, l'incontro con i seleniti che cavalcano ippogrifi, la descrizione dettagliata delle abitudini degli abitanti del posto, la guerra del re della luna con quello del sole, il ritorno sulla Terra per finire in bocca a una balena lunga 1500 stadi, la fuga in un mare di latte, l'arrivo alle “Isole dei Beati” e un finale improvviso con la promessa (non mantenuta) di un futuro “Una storia vera 2”. Gli studiosi ritengono che il testo abbia influenzato la fantasia di autori come Ariosto, Swift, Verne e perfino Collodi. Se la cosa vi incuriosisce, seguite il link; troverete la versione integrale in italiano del libro “La storia vera”.

mercoledì 4 marzo 2020

370 - KARINA NEL BOSCO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Karina Chikitova è una bella bimba di 4 anni e vive in una casa isolata ai margini del bosco vicino al villaggio di Olom in Siberia. Il 29 luglio del 2014 il padre di Karina, boscaiolo, si incammina per andare a lavorare in un villaggio vicino; dopo poco Talina, la madre ventiduenne, chiama la bambina che è in giardino a giocare col suo cane, un cucciolo di nome Naida, per il pranzo. Ma non ottiene risposta: uscita di casa, non vede né la bimba né il cane. Karina per seguire il padre è entrata nel bosco in compagnia del cane. Poi ha capito che non l'avrebbe raggiunto e ha cercato di tornare a casa, ma non ha più ritrovato la strada. Da qui comincia un'odissea che andrà avanti per 11 giorni.

Immaginate una bimba di 4 anni sola con il suo cane nella natura selvaggia siberiana, in mezzo a orsi e lupi e ai mille pericoli della foresta. Karina e Naida vagano nella fitta boscaglia senza una meta prestabilita, giornate lunghissime e notti freddissime; la bambina mangia bacche selvatiche e beve l'acqua dei ruscelli, poi quando cala la sera si addormenta in mezzo all'erba alta accoccolata vicino al cane per riscaldarsi. Poi un giorno sparisce anche Naida, e lei resta sola, disperata, priva di forze. A casa intanto regna la disperazione: sono passati 10 giorni da quando la bimba è sparita. Talina e il marito hanno chiamato subito la polizia: la buona notizia è che non ci sono tracce di sangue o resti di vestiti strappati, quindi non è stata attaccata da animali selvatici. Ma giorno dopo giorno le ricerche non danno esito, e la speranza si fa sempre più flebile. Le squadre di soccorso fanno il possibile, ma per addentrarsi nel fitto della foresta attendono l'intervento di forze speciali equipaggiate contro gli orsi e i lupi, in estate assai numerosi. Che non arrivano.

Avete presente i vecchi telefilm di Lassie o Rintintin? Bene, il cinema come spesso accade è una brutta copia della realtà. Il 9 agosto al villaggio vedono arrivare Naida. Il cucciolo è solo, e la paura dei genitori si trasforma in angoscia. Il cane però corre verso il bosco, fa capire in qualche modo che vuol essere seguito. E guida i soccorritori nell'area dove ha lasciato Karina. La trovano rannicchiata nell'erba, non ha più le scarpe, è stanca, affamata, ma ha solo qualche escoriazione, graffi e punture di insetti. Ha perso molto peso ma, ricoverata in ospedale, in pochi giorni si riprende e torna a casa. Oggi a Olom una statua a Naida, cane-eroe e alla sua padroncina ricorda la vicenda. Karina ha 10 anni, vive in un college a Yakutsk a 350 miglia dal suo paese, è una promessa della danza e in estate andrà a Mosca per incontrare le stelle del balletto russe.

martedì 3 marzo 2020

369 - L'AEREO CHE CENTRO' L'EMPIRE STATE BUILDING




Sembra impossibile ma…
Gli aerei che hanno distrutto le Torri gemelle di New York nel 2001 non sono stati i primi a centrare un grattacielo nel cuore di Manhattan. Mezzo secolo prima un bombardiere aveva colpito l’Empire State Building, 381 metri di altezza e 102 piani affacciati sulla Fifth Avenue, forse il grattacielo più famoso del mondo.

28 luglio 1945, la guerra è agli sgoccioli, fra 9 giorni sarà Hiroshima a scrivere la parola “fine”. E’ un sabato mattina, e New York è avvolta da una fitta nebbia. Un Mitchell B-25 della US Air Force pilotato da un veterano di guerra, il colonnello William Franklin Smith, è in volo verso Newark. La torre di controllo invita Smith ad atterrare all’aeroporto di Queens, “in questo preciso momento non riusciamo neanche a vedere la cima dell’Empire State Building” dice testualmente il controllore di volo. “Non preoccupatevi – risponde il pilota – procedo bene, sorvolerò a vista la città”.

Alle 9.40 l’aereo colpisce l’Empire tra il 78° e l’80° piano e apre uno squarcio di 6 metri x 6. Nell’impatto muoiono 14 persone e 20 rimangono gravemente ferite. Le vittime sono il pilota, un membro dell’equipaggio, e un altro militare, Albert Perna, amico di Smith, che si era fatto dare un passaggio. Gli altri 11 sono impiegati del National Catholic Welfare Council: l’aereo infatti ha centrato gli uffici dell’ente creato dai vescovi per gestire le attività assistenziali.

Sulla Fifth Avenue è un inferno, la gente pensa a un attacco giapponese. I serbatoi dell’aereo sono esplosi, il grattacielo è in fiamme e brucia per oltre un’ora, ma l’incendio non pregiudica la struttura portante. Un motore dopo un volo di 300 metri va a colpire un altro edificio e lo incendia. Il corpo di Smith, caduto nel pozzo dell’ascensore, verrà ritrovato dopo 2 giorni. Una donna, Betty Lou Oliver, è seriamente ferita. I soccorritori la adagiano in un ascensore apparentemente intatto. Ma i cavi logorati si spezzano, e lei precipita giù per 75 piani. Oggi è nel Guinness dei primati per essere sopravvissuta alla più lunga caduta in ascensore. Guarda il video con i cinegiornali dell'epoca sul disastro aereo.






368 - LA COMETA DEL TERRORE




Sembra impossibile ma…
18 maggio 1910, il Times apre la prima pagina con: “Se questa sarà l’ultima edizione del Times, allora vi arrivi il nostro più sentito addio”. Il giorno successivo il Chicago Tribune titola a caratteri cubitali: “Ci siamo ancora!”. Di questo tenore le prime pagine dei giornali di mezzo mondo. La notte più lunga del pianeta Terra è terminata: altro che 2012, altro che “mille e non più di mille”. La più grande paura collettiva l’hanno vissuta i nostri bisnonni poco più di un secolo fa. Motivo: il passaggio della cometa di Halley.

La cometa si fa vedere all’incirca ogni 76 anni, e il passaggio del 1910 è uno dei più ravvicinati di sempre. L’opinione pubblica ne segue l’avvicinarsi da mesi, e gli astronomi, che rispetto al 1835 hanno mezzi più potenti, si accorgono che, se la coda della cometa fosse più lunga dei 26 milioni di km che la separeranno dalla Terra la notte fra il 18 e il 19 maggio, i suoi gas potrebbero investire il pianeta. Un articolo di Camille Flammarion espone in via del tutto ipotetica i rischi, ma la stampa ne ingigantisce la portata.

A metà aprile la Halley è visibile a occhio nudo: comincia l’attesa. A gennaio appare inaspettata, in pieno giorno, brillantissima, una seconda cometa. Per tanti è l’annuncio della fine del mondo. I presagi di sventura si moltiplicano e giorno dopo giorno cresce la follia collettiva: le chiese si riempiono, i suicidi non si contano. E non si contano le truffe: la gente acquista pillole per resistere ai gas venefici o “bottiglie di aria pura”. C’è chi si sotterra in bunker attrezzati, e chi compra un sottomarino per nascondersi. Alla viglia della notte fatale sono in milioni ad essere rassegnati alla fine. In tanti (specie in Italia) decidono di passare le ultime ore folleggiando con amici e occasionali amiche. Nelle città vengono esposti cartelli che avvisano la popolazione: serrate le finestre e restate in casa.

Ecco cosa scrive Lev Tolstoj nel suo diario: “La cometa sta per catturare la Terra, annientare il mondo, distruggere le conseguenze materiali delle attività di tutti. Ciò prova che tutte le attività materiali sono prive di senso. Solo ha un senso l'attività spirituale”. Dopo il 1910 la cometa è ripassata nel 1986. Tornerà nel 2061.
Guarda i video con la grande paura del 1910 e la storia della cometa di Halley.
 
 



367 - HIPPY ALL'OMBRA DELLA SVASTICA





Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia degli Edelweisspiraten, una sorta di comunità hippy ante litteram. Ragazzi fra i 14 e i 18 anni che danno vita a un’organizzazione totalmente fuori dagli schemi del regime nella Germania nazista. E combattono i coetanei allineati della Gioventù Hitleriana, diventando il loro incubo.

Pirati delle stelle alpine”: con questo nome fra il 1943 e il 1945 si identificano bande di adolescenti attive per anni in diverse città tedesche. Sono giovani di estrazione proletaria che in gran parte, terminate le scuole dell’obbligo a 14 anni, lavorano come operai. E rifiutano di farsi inquadrare nella HJ, la Gioventù Hitleriana, perlopiù composta invece dai figli della piccola e media borghesia.

Ragazzi e ragazze si trovano nel tempo libero, e danno vita a una sorta di cultura antagonista: seguono mode che mixano gli stili american swing e popolare tedesco, si incontrano in ruderi di case, osterie, parchi, e nei fine settimana organizzano escursioni in campagna, incontrandosi con altri gruppi. Uno stile di vita che li porta ad anticipare le esperienze sessuali rispetto alla media del tempo, il che si tradurrà per entrambe i sessi in atteggiamenti più disinibiti, scandalosi per il regime. I Pirati suonano chitarre e scrivono canzoni, i testi parlano di libertà e di avventura, di notti d’amore e di sbornie. Ogni città ha il suo gruppo: Navajos a Colonia, Giramondo a Essen, ma tutti si sentono Edelweisspiraten.

I nemici sono gli “integrati” delle HJ che fanno le ronde per impedire i loro raduni. Finisce spesso con gigantesche risse, e lo scontro fisico diventa un segno distintivo: "Picchia gli HJ dovunque li incontri!" è il motto dei Pirati. Che spesso hanno la meglio, tanto che i capi dei giovani nazisti inondano la Gestapo di denunce. All’inizio la repressione nazista è leggera (sono pur sempre giovani tedeschi): ammonizioni, arresti, rasatura del cranio. Ma con gli anni si arriverà al carcere, al campo di concentramento, e alle 13 impiccagioni di Colonia nel 1944. Di contro, la maggior parte dei Pirati passerà alla Resistenza e agli scontri armati coi nazisti.

366 - LA TAVOLETTA DI INDIANA JONES




Sembra impossibile ma…
Un’antica tavoletta pagata 10 dollari svela un mistero dell’antichità, riscrive una pagina sbagliata dei libri di storia e apre nuove possibilità per la ricerca matematica moderna.

Nei primi anni del novecento l’archeologo e antiquario americano Edgar Banks, l’uomo che ha ispirato il personaggio di Indiana Jones, durante una campagna di scavi in Iraq rinviene una tavoletta d’argilla che vende a George Plimpton per soli 10 dollari. Il reperto, donato poi alla Columbia University negli anni trenta, sarà conosciuto come Plimpton 322. Databile tra il 1822 e il 1762 a.c., è originario dell'antica città sumera di Larsa. Ma le iscrizioni che vi compaiono, 4 colonne e 15 righe in caratteri cuneiformi, restano un mistero per oltre un secolo, anche per i segni del tempo che in alcune parti hanno reso illeggibili i caratteri.

Alla fine, è storia recente, la soluzione arriva dai ricercatori australiani dell'Università del Nuovo Galles del Sud: si tratta di cifre, formule di base della trigonometria. Con ogni probabilità la tavoletta veniva utilizzata per calcolare come costruire palazzi, templi, piramidi, canali di irrigazione.

Finora l’invenzione della trigonometria veniva attribuita al greco Ipparco di Nicea, vissuto tra il 190 ed il 120 a.c. Ora sappiamo che ad inventarla non furono i greci ma i babilonesi, ben 1500 anni prima. Ma c’è di più. Lasciamo la parola agli autori della scoperta.

La tavoletta segue un sistema di numerazione sessagesimale, cioè in base 60, che consente molte più frazioni esatte rispetto alle nostre. E’ una trigonometria più semplice ed accurata della nostra. Una soluzione di grande genialità che apre nuove possibilità per la ricerca matematica moderna e per l'insegnamento. I vantaggi che ne derivano saranno utilizzabili in futuro, ad esempio nella grafica digitale”. Grazie a un “messaggio in bottiglia” di 3700 anni fa.
 
 

 
 
 

 




365 - LA SPIRALE NEL CIELO




Sembra impossibile ma…
Questa foto è genuina: niente trucchi, niente filtri o montaggi. Un “effetto speciale” visto, fotografato e filmato da migliaia di persone in Scandinavia. E per qualche tempo un mistero profondo, tanto da giustificare l’ipotesi extraterrestre. Poi la soluzione. Forse più inquietante del mistero.

E’ il 9 dicembre del 2009 di prima mattina, e nella zona di Trondelag nel Finnmark, dietro le montagne appare un globo luminoso che si muove verso l’alto, si ferma e dipinge il cielo con una grande spirale bianca. L’evento si protrae per 12 minuti, poi la spirale svanisce nel buio.

Un misterioso fenomeno celeste? Un’aurora boreale molto particolare? Un ufo? Un portale aperto verso altre dimensioni? La fantasia degli spettatori si scatena, anche perché stavolta non ci sono dubbi, le immagini sono lì a testimoniarlo. Gli esperti si mettono al lavoro, e ipotizzano un test fallito di lancio di un missile russo, ma da Mosca smentiscono. Seguono ore concitate, poi alla fine il ministero della Difesa russo confessa: sì, la spirale è stata prodotta dal lancio sperimentale di un missile balistico Bulava da parte del sottomarino nucleare Dmitriy Donskoy nel Mar Bianco.

Un test segreto e “proibito” in una zona interdetta alla navigazione. Il razzo lungo 12 metri e pesante 37 tonnellate è andato in avaria e ha iniziato a girare su se stesso emettendo il getto che ha creato l’effetto spirale. Insomma, se per caso vedete una grande spirale nel cielo, tranquilli… sono solo ordigni bellici.


364 - IL SIGNORE DEI LINGUAGGI PERDUTI


Sembra impossibile ma...
Riccardo Bertani diCaprara vicino a Reggio Emilia, e negli ultimi 70 anni si è dedicato – sempre da autodidatta – allo studio di lingue dimenticate e idiomi scomparsi. Bertani nasce in una famiglia di contadini della bassa padana. La guerra lo costringe ad abbandonare la scuola al termine delle elementari, ma lui frequenta la biblioteca dove si appassiona alla letteratura russa. Così decide di imparare la lingua di Tolstoj. Sarà la prima delle oltre cento che arriverà a parlare.

Ho iniziato a tradurre a 18 anni – dice – ero attratto dalla Russia e dall’Oriente. Da sempre, mi sveglio alle due del mattino e mi preparo all’arrivo del sole. In quelle ore il mio cervello non sta fermo, ho la mente limpida: sono le ore in cui studio”. Col tempo si appassiona ai linguaggi dimenticati. Oggi parla il mongolo e l’eschimese, l’etrusco e il siberiano, il basco e tutti gli idiomi slavi. Ma non ha mai imparato né l’inglese né il tedesco. Scrive decine di libri, che trattano di idiomi scomparsi, dai linguaggi degli sciamani all’antologia epica dei popoli siberiani fino al dizionario rutulo-italiano. 
 
Bertani non ha mai smesso di fare il contadino, e fra una semina e un raccolto collabora con atenei e prestigiose istituzioni culturali. Nelle sue lezioni racconta il suo amore impossibile per i linguaggi antichi e gli idiomi perduti e ammonisce: “Tutte le lingue antiche andranno a estinguersi per sempre, e non ha più senso insegnare il dialetto a scuola: per parlare il dialetto bisogna pensare in dialetto. E i bambini non lo fanno più”. Per questo lui da buon contadino coltiva i linguaggi perduti e ne conserva i semi preziosi.

363 - L'INAFFONDABILE INFERMIERA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Una storia dove fortuna e sfortuna giocano a scacchi, e alla fine, a pensarci bene, non si sa chi vince. Violet Jessop nasce a Bahia Blanca in Argentina nel 1887. Da bambina si ammala di tubercolosi, i medici la danno per morta ma contro ogni previsione si salva. Muore invece il padre, e leicon la madre e 5 fratelli più piccoli è costretta a tornare in Inghilterra. Nel 1908, trova lavoro come cameriera sulle navi della White Star Line. Fino a qui una storia-feullieton come tante altre a cavallo dei due secoli. Ma il destino sta per calare un tris.

1911, Violet è cameriera a bordo dell’Olympic, transatlantico inglese fiore all’occhiello della White Star Line insieme alle due gemelle, il Titanic e il Britannic. Il 20 settembre 1911, partita dopo un pesante ritardo, la Olympic viene speronata a dritta dal vecchio incrociatore Hawke della Royal Navy. Nella poppa si apre un ampio squarcio. Per fortuna l’incidente avviene nello stretto del Solent, i passeggeri e l’equipaggio vengono tutti salvati.

1912, la cameriera viene assegnata al Titanic. Lei non gradisce la destinazione, le rotte nel nord Atlantico tempestoso la preoccupano, e poi è ancora spaventata dall’incidente sull’Olympic. Teme però il licenziamento, e amici e familiari la consigliano e la tranquillizzano. Così alle 6 del mattino del 10 aprile scende da una carrozza sul molo di Southampton e si imbarca sul Titanic. Che 5 giorni dopo si schianta su un iceberg e fa naufragio. Muoiono 1518 fra passeggeri e personale di bordo, si salvano in 705. Violet è fra questi.

1916, la ragazza, sconvolta si è rifatta una vita. Ha un nuovo lavoro: infermiera. Nel 1914 è scoppiata la grande guerra. Il Britannic, l’altro gemello del Titanic, è stato riconvertito in nave-ospedale. E indovinate dove viene destinata Violet Jessop? C’è la guerra, non si può stare a discutere. Così il 21 novembre lei è a bordo quando alle 8,16 la nave urta una mina navale tedesca nel mar Egeo, e affonda in 55 minuti. I morti qui sono 30, Violet è fra i superstiti. Morirà a Great Ashfield, ben lontano dal mare, nel 1971.

362 - I LABIRINTI ROSA DEL DUCA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. William Cavendish-Bentinck-Scott nasce a Londra nel 1800. E’ il quinto duca di Portland, rampollo dell’altissima nobiltà con disponibilità economiche illimitate. Ama il giardinaggio, la caccia, le corse di cavalli e la lirica. E odia più di tutto il contatto con le altre persone. Per evitarlo costruirà nella sua tenuta del Nottinghamshire, vicino all’antica abbazia di Welbeck, un enorme labirinto di tunnel e ambienti sotterranei. Tutti rosa.

Di carattere assai introverso, il duca paga bene gli uomini al suo servizio. A patto che lo evitino più possibile: così gli impone l’obbligo di ignorarlo se incrociato, di salutarlo o anche solo guardarlo, pena il licenziamento immediato. Con loro e col resto del mondo comunica solo per lettera, e inventa un sistema di posta idraulica per ricevere missive e beni. Alle 12 e alle 20 un trenino riscaldato corre sui binari di tunnel sotterranei per portargli dalle cucine mezzo pollo arrosto. Mangia solo quello, sempre. Esce solo di notte intabarrato con cappotti e mantelli. Lo precede a 40 metri di distanza una serva con una lanterna. Quando è costretto ad andare a Londra, si chiude in carrozza e un ampio tunnel lo porta alla stazione. Da qui la carrozza viene caricata sul treno.

La tenuta è circondata da alti muri e attraversata da una ragnatela di tunnel. Ogni spazio è dipinto con una vernice di colore rosa. Le gallerie esterne, coperte da vetri, riparano alberi e giardini; quelle larghe col fondo piatto sono per carrozze e cavalli. Ci sono tunnel dove può passare solo il duca, altri paralleli per tutti gli altri. E poi centinaia di stanze, ambienti, enormi atri sotterranei: una biblioteca lunga 76 metri, un osservatorio col tetto di vetro, una vasta sala da biliardo, un padiglione per l’equitazione lungo 121 metri e alto 15, una sala da ballo lunga 19 metri con un sollevatore idraulico per trasportare 20 ospiti dalla superficie. Il duca morì nel 1879. Nella sua vita non organizzò mai danze nella sala da ballo, i 100 cavalli delle scuderie non furono mai cavalcati, lasciò un universo sotterraneo con 24 chilometri di gallerie e ambienti faraonici, tutti rosa shocking, tutti inaccessibili, deserti, mai utilizzati.
 
 

 
 

 

361 - LA MADRE DI TUTTE LE GIORNALISTE




Sembra impossibile ma…
All’età di 23 anni Elizabeth Cochran si finse pazza e per 10 giorni condivise la vita disumana delle malate di un manicomio-lager. La terribile esperienza fu raccontata in un’inchiesta pubblicata dal New York World: la prima realizzata dalla giovane cronista d’assalto che, sotto lo pseudonimo di Nellie Bly, nei 10 anni successivi è stata la prima reporter investigativa e ha cambiato la storia del giornalismo.

Elizabeth nasce a Burrell in Pennsylvania il 5 maggio 1864, tredicesima di15 figli del giudice Michael Cochran, che muore quando lei ha 6 anni; la madre si risposa ma il patrigno è alcolizzato e violento. Appena adolescente, lei lascia gli studi e fugge a Pittsburgh. Il direttore del giornale locale la convoca dopo aver letto una sua lettera in risposta a un articolo dal titolo “A cosa servono le ragazze”, e dopo un breve periodo di prova la assume. Un articolo sulla condizione delle lavoratrici in fabbrica le mette contro gli industriali; inviata come corrispondente in Messico, è costretta a rimpatriare dopo un reportage sulla situazione del Paese sotto la dittatura di Porfirio Diaz. Finisce a scrivere di moda e giardinaggio sulle pagine femminili. Ma per poco.

Nel 1887 lascia il Pittsburgh Dispatch e va a New York. Si presenta a Joseph Pulitzer, direttore del New York World. Che per metterla alla prova le affida l’inchiesta sulle condizioni di un discusso manicomio femminile, il Women's Lunatic Asylum nell'isola di Blackwell. Lei si finge pazza, si fa arrestare: nel giro di poche ore tre visite mediche confermano la malattia mentale e ne decretano l’internamento a vita. Quello che scopre è allucinante. Le condizioni di vita delle pazienti, molte delle quali sane di mente, sono disumane, la clinica è un lager. Dopo 10 giorni Elizabeth esce grazie all'intervento del giornale, e la sua inchiesta fa scalpore. L’indagine e le ispezioni che seguono confermano quanto scritto, e la situazione viene normalizzata. E’ il primo di una serie di reportage “da infiltrata”: Nellie Bly si finge una ragazza madre che vuol vendere il suo bambino e racconta le dinamiche del commercio di neonati, poi lavora come operaia in uno scatolificio e denuncia lo sfruttamento del lavoro femminile in nero, e così via.

Nel 1888 Pulitzer le lancia una sfida: emulare il Phileas Fogg di Verne per un giro del mondo da sola in 80 giorni. Lei accetta, e ci riesce in 72 giorni, compresa una tappa ad Amiens per un’intervista a Verne. E’ un record assoluto. Nel 1895 lascia il giornalismo e si sposa col miliardario Robert Seaman, che muore nel 1904. Lei riprende a scrivere. Dal 1914 è corrispondente di guerra dal fronte. Tornata a New York, muore il 27 gennaio 1922 per una polmonite. Il Wall Street Journal la definisce "la madre di tutte le giornaliste”. Ringrazio mia figlia Valentina per avermi segnalato la storia.

360 - EUGENIA E LE SUE MOGLI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di una donna che si è sposata, ha avuto una figlia, poi per 30 anni si è finta uomo ingannando tutti, si è risposata altre due volte con altrettante donne e ha ucciso una delle mogli che aveva scoperta il suo segreto.

Eugenia Falleni nasce a Livorno il 25 luglio 1875. Nel 1877 la famiglia emigra in Nuova Zelanda. Suo padre è un pescatore dal carattere terribile. Giovanissima si sposa con un cugino. Ma la vita della moglie non fa per lei, che fin da ragazzina si è vestita da maschio e ha fatto lavori di fatica. Così fugge da casa ed inizia a farsi chiamare Eugene, al maschile. A Sydney in Australia, si imbarca su un peschereccio. Una sera a veglia con i marinai si tradisce. Il capitano prima la violenta, poi la licenzia e la scarica nel primo porto. Siamo nel 1898, Eugenia ha 23 anni. E scopre di essere incinta. Quando nasce la figlia, Josephine, la affida a una donna italiana. La va a trovare ogni tanto e si fa chiamare nonna.

Eugenia si rifà una vita. E diventa Harry Leo Crawford, di origini scozzesi. Cambia vari lavori, poi conosce Annie Birkett, una bella cameriera vedova con un figlio di 13 anni. Il 19 febbraio 1913 i due si sposano. Le cose vanno bene finché 4 anni dopo una vicina rivela ad Annie che Harry in realtà è una donna. Ora, non mi chiedete come ha fatto la moglie a non accorgersene prima. Cronache e documenti dell’epoca di questo dettaglio non parlano. E del resto questo è il blog dell’impossibile.

E’ il primo ottobre del 1917. Il confronto fra i due è drammatico: lei lo vuol lasciare. Litigano. Lui va nel panico, la colpisce con una pietra. Quando vede che è morta perde la testa, brucia il cadavere e sotterra i resti. Al figlio e ai parenti dice che è fuggita con un altro uomo. Cambiata città, Harry-Eugenia sembra averla fatta franca, e nel 1919 conosce la cinquantenne Lizzie Allison. E la sposa.

Nel frattempo però il figlio di Annie, aiutato da una zia, riesce a far aprire un’inchiesta. Il corpo viene ritrovato. Il 5 luglio 1920 Harry viene arrestato. I poliziotti scoprono con sorpresa che è una donna. Lei ha una sola preoccupazione: sua moglie Lizzie: “Lei non lo immagina neanche. Non diteglielo, non lo deve sapere”. Segue il processo, che fa scalpore, e la condanna a morte, commutata poi in ergastolo. Nel 1931 la rilasciano per buona condotta. Morirà vicino a Sydney dopo aver gestito per 7 anni una pensione con una nuova identità: mrs (o mr?) Jean Ford.



359 - LA VIDEOCAMERA "VEDO NUDO"




Sembra impossibile ma...
Il sogno proibito degli adolescenti degli anni settanta, gli occhiali a raggi x per vedere le belle ragazze nude, è stato realizzato involontariamente dalla Sony che ha messo in commercio senza saperlo 900.000 videocamere capaci di filmare attraverso i vestiti.

Quelli di voi che hanno passato gli “anta” ricordano sicuramente le ultime pagine dei fumetti di mezzo secolo fa con le pubblicità della ditta Same Govj che importava e vendeva per corrispondenza fantasiosi prodotti come le scimmie di mare, le spy pen per vedere attraverso i muri e, appunto, i famigerati occhiali a raggi X. Come molti sfortunati acquirenti ricordano, si trattava di vere e proprie bufale: gli occhiali di plastica avevano una specie di reticolo che rendeva l'immagine sfocata, e l'effetto nudo era lasciato tutto all'immaginazione; in pochi poi raccontavano l'incauto acquisto agli amici, e chi si rivolgeva ai vari indirizzi dei venditori riportati sulle pubblicità, non ci trovava nessuno; già, perché quelle che facevano capo alla Same Govj erano tutte ditte fantasma.

Ma veniamo alle ben più reali ed efficaci videocamere Sony: nel 1998 il gigante giapponese dell' elettronica mette in vendita l'ultimo modello di Handycam agli infrarossi, la TRV-65, capace di riprendere nell'oscurità. Non passa molto tempo prima che alcuni videoamatori scoprano che, usandola alla luce del giorno o in un ambiente ben illuminato, è possibile filmare attraverso i vestiti, mentre le persone costume da bagno appaiono completamente nude (anche se non in maniera nitida). Dopo una prima fase di scetticismo, i tecnici della Sony si devono arrendere all'evidenza quando la rivista erotica Takarajima mostra che per bypassare i vestiti con la TRV-65 basta un filtro in più del costo di 7 dollari, allegando una serie di fotogrammi di belle ragazze con sotto il vestito niente. L'azienda giapponese esprime pubblicamente le sue profonde scuse e sospende la distribuzione, offrendosi di sostituire i 900.000 modelli già venduti (di cui 290.000 in Europa) con altri cui è stato tolto il “difetto”. Gli acquirenti giapponesi mostrano però di aver apprezzato l'inedita funzione dei loro apparecchi, e in molti non lo restituiscono, mentre i consumatori protestano: vogliono che sia mantenuta la versione originale. I negozianti non potranno però soddisfare le migliaia di richieste piovute, perché la Sony sceglierà di tutelare la privacy di tanti ignari soggetti. Oggi si stima che ci siano ancora in circolazione 50.000 esemplari di handycam TRV-65. Probabilmente sono in mano a persone ignare del loro insolito “potere”. Magari ne hai una in casa anche tu...

lunedì 2 marzo 2020

358 - A CENA NELL'ALTO DEI CIELI




Sembra impossibile ma...
Da qualche tempo ci si può sedere a una tavolata di una ventina di persone, con due camerieri che ci servono piatti appena preparati da uno chef mentre un tecnico pilota su panorami da sogno la grande piattaforma che ci accoglie a 50 metri di altezza.

Si chiama Dinner in the Sky il nuovo concept di ristorazione che nasce nel 2006 in Belgio da un'idea di David Ghysels, proprietario di una società di marketing e comunicazione, e Stefan Kerkhofs, organizzatore di bungee jumping. La prima cena aerea, pensata per l’associazione Jeunes Restaurateurs d’Europe, doveva essere un evento unico, ma visto il grande successo i due decidono di dare in franchising la loro idea. Che in pochi anni conquista il mondo e diventa un appuntamento fisso in 70 Paesi: si cena nel cielo sopra Berlino e guardando dall'alto i tetti di Parigi, le spiagge di Rio de Janeiro o il Partenone di Atene, i grattacieli di Dubai o il Big Ben di Londra, Sidney e Las Vegas, Miami e Montreal. In Italia dopo una falsa partenza a Roma nel 2016 con l'evento annullato per la mancanza delle necessarie autorizzazioni (chissà perché da noi è sempre tutto più difficile) Dinner in the Sky, con un nuovo staff organizzativo, ha finalmente esordito l'anno scorso a Cattolica. Nel 2019 la piattaforma è salita anche nei cieli di San Benedetto, e ora in estate sarà a Pesaro e quasi sicuramente a Modena.

Ma come funziona la cena volante? I commensali vengono fatti salire e assicurati con un'attrezzatura stile bungee jumping sulla piattaforma che si innalza fino a 50 metri grazie a una gru di 120 tonnellate. I 22 ospiti siedono intorno a un tavolo e lo staff di 4 persone (chef, due camerieri e un tecnico) sono al centro. Lo chef (che in particolari occasioni è stellato, e mai definizione fu più appropriata) prepara davanti a tutti il menù gourmet. Si può scegliere fra aperitivo (mezz'ora di volo), apericena (45 minuti) e cena (circa un'ora e mezza). I prezzi variano da un minimo di 59 euro per l'aperitivo a un massimo di 139 euro per la cena. Il magnifico panorama è compreso nel prezzo. Se l'idea vi piace, ecco il link giusto: https://dinnerinthesky.it/


357 - LA SCONOSCIUTA DELLA SENNA




Sembra impossibile ma…

Il volto di una giovane donna ritrovata morta nelle acque della Senna, dopo esser stato popolare ed amato in tutta Europa ed aver ispirato grandi artisti è diventato “il più baciato del mondo”.

Parigi 1880, il cadavere di una ragazza viene ripescato nella Senna. All’obitorio dell’Archevêché un dipendente rimane tanto colpito dalla sua bellezza che decide di riprodurne le fattezze con un calco di gesso e mostrarlo agli amici. Il corpo viene poi esposto nella vetrina dell’obitorio, come si usa in quegli anni, in modo che qualche passante possa identificarlo, ma nessuno riconosce la donna, che viene sepolta in una fossa comune. Questa la storia così come viene raccontata. E così nasce la leggenda della ”lnconnue de la Seine” (la sconosciuta della Senna).

La maschera mortuaria disegna i tratti di un viso misteriosamente bello che conserva un sorriso enigmatico, una Gioconda del diciannovesimo secolo. E diventa una delle riproduzioni funerarie più usate. Le copie del calco vanno a ruba, il volto dell’inconnue appare nei salotti più esclusivi, si afferma in breve come ideale di bellezza, fino ad ispirare un’acconciatura dei capelli che diventa popolarissima. Artisti come Man Ray, Camus, Rilke, Nabokov, Aragon, Von Horvath le dedicano opere di ogni tipo. Intellettuali e poeti si innamorano del suo sorriso e dissertano su chi fosse in vita la ragazza e sulle cause della sua morte. La donna non verrà mai identificata; successive ricerche escluderanno l’annegamento: suicidio e tubercolosi le ipotesi più frequentate. E qualcuno sarà anche pronto a giurare che il volto riprodotto nella maschera sia quello di una modella sedicenne tutt’altro che defunta.

Facciamo un salto fino al 1958: negli Stati Uniti viene costruito il primo manichino di addestramento per il pronto soccorso, chiamato Rescue Annie (o Resusci Annie). Ma che volto dargli? Qualcuno si ricorda dell’inconnue, e rispolvera un vecchio calco. Il manichino, riprodotto in milioni di copie e venduto in tutto il mondo, ancora oggi è utilizzato per imparare la respirazione bocca a bocca. E il volto della “sconosciuta della Senna” diventa il più baciato di tutti i tempi.

domenica 1 marzo 2020

356 - LE BURNNESHE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio Ektor Brahman per la segnalazione e vi porto nei Paesi balcanici per raccontarvi l'incredibile tradizione della burrnesh.

Il termine deriva da “burr – uomo”, declinato al femminile. Si tratta di donne che “decidono” di vestire i panni di un uomo e rinunciare per tutta la vita alla loro identità di genere: indossano vesti maschili e si comportano come uomini, e tali sono considerati socialmente, con doveri e soprattutto diritti che alle donne non sono riconosciuti. L'usanza risale a sei secoli fa ed era praticata in Albania, Kosovo e in tempi più remoti anche in Serbia e in altre regioni balcaniche. Oggi (a quanto pare) la tradizione è scomparsa, ma nella sola Albania sopravvivono ancora almeno 200 vecchie burrneshe.

Nella vecchia società patriarcale una donna non aveva il diritto di vivere da sola. Il “kanun”, codice tradizionale tramandato oralmente (ancora in vigore in alcuni villaggi sulle montagne fra Albania e Kosovo, dove continua a regolare le faide familiari) prevedeva però un'eccezione a questa e alle altre numerose limitazioni della condizione femminile, offrendo alle ragazze la possibilità di modificare il proprio status e di diventare burrnesh. La donna conquistava così il diritto di uscire di casa, frequentare i bar, bere alcolici, fumare, prendere decisioni nella famiglia e in vecchiaia diventare capofamiglia. L’antropologa Antonia Joung spiega nel suo libro “Women who become men: Albanian sworn virgins” i motivi che portavano alla scelta: il fatto che in una famiglia rimanessero, con la morte del padre solo femmine, con la necessità di non disperdere il patrimonio; la fuga da un matrimonio combinato e non gradito; la manifestazione (velata) di tendenze lesbiche da parte della ragazza, o comunque la sua scelta di non sposarsi.

La decisione veniva ratificata con una cerimonia ufficiale davanti ai 12 anziani capi clan e a tutto il villaggio, con un rituale che prevedeva il taglio di capelli, la vestizione con abiti maschili e il voto solenne di castità, condizione indispensabile per il passaggio. Il rito si chiudeva con una sbornia a base di grappa del neo maschio coi 12 anziani. Pashe Keqi, una vecchia burrnesh, ha detto di recente in un'intervista “Essere una donna mi ha permesso di essere un uomo migliore. Se gli altri uomini trattavano male una donna potevo dire loro di smetterla.” Il film Vergine giurata di Laura Bispuri, tratto dal romanzo di Elvira Dones, racconta la storia di una burrnesh.

872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...