mercoledì 19 febbraio 2020

331 - GEMELLI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. E’ molto nota, ma vale la pena di raccontarla, perché sul versante coincidenze incredibili non ha rivali. I protagonisti sono stati oggetto di studio da parte di varie università americane, e ogni singolo dato è verificato e confermato.

Lima, Ohio, 1979. James Springer, 39 anni, riceve una telefonata da James Lewis, 39 anni. “Sono tuo fratello gemello. Siamo stati separati alla nascita. Finalmente sono riuscito a rintracciarti”. Lewis vive a Piqua, un’oretta di auto lungo la Interstate 75. I due si incontrano, classica carrambata, poi il racconto degli anni trascorsi da quando la madre quindicenne li abbandonò in ospedale e i signori Springer e Lewis, che non si conoscevano fra loro, li adottarono. E decisero di chiamarli entrambe James, abbreviati poi in Jim. Prima coincidenza di una serie infinita. Eccole.

I due Jim hanno entrambi un fratello adottivo di nome Larry; da bambini avevano un cane e lo avevano chiamato Toy; a scuola avevano pagelle identiche. Poi i due si erano sposati, separati e risposati. Le prime mogli si chiamavano Linda, le seconde Betty; e al primo figlio avevano dato lo stesso (doppio) nome: James Allen. Stesso modello di auto, una Chevrolet, e in garage una piccola officina e una falegnameria per l’hobby del bricolage. Come lavoro, erano stati vice-sceriffi in contee differenti, e prima in un McDonald's e in una stazione di rifornimento. Amanti del mare, in vacanza andavano a St. Petersburg, in Florida, a 1600 chilometri di distanza, in spiagge distanti tre isolati l'una dall'altra. Sul versante salute, cartelle cliniche identiche: emicrania, insonnia, emorroidi e piccoli disturbi cardiaci. I vizi? Accaniti fumatori, stessa marca di sigarette, stessa marca di birra e stesso vizio di rosicchiarsi le unghie. Oggi i due fratelli hanno 80 anni e vivono ancora in Ohio.
 
Nel link che segue, per i più razionali, un’analisi della vicenda fatta dal Cicap (Comitato di controllo delle affermazioni sul paranormale). 

martedì 18 febbraio 2020

330 - IL TORRENTE DELLA PAURA




Sembra impossibile ma...
Il Bolton Strid, un grazioso ruscello che serpeggia fra pietre coperte di muschio nel verde della campagna inglese, è il corso d'acqua più letale al mondo. A memoria d'uomo nessuno fra quelli che vi sono finiti dentro ne è uscito vivo.

In realtà lo Strid è un tratto del fiume Wharfe nello Yorkshire, a due passi dalle rovine del Bolton Priory, un antico monastero; molte persone sono morte cercando di attraversarlo o cadendo in acqua nel tentativo di saltare i circa due metri che separano le due sponde nel tratto più stretto. La pericolosità infatti sta anche nell'aspetto innocente del torrente che attraversa un paesaggio bucolico: nessuno immaginerebbe che lì sotto si celino insidie mortali. Pochi metri più a monte il fiume è poco profondo e largo una quindicina di metri, poi all'improvviso si restringe e le acque iniziano a fluire verticalmente in un sistema di caverne e di grotte subacquee invisibile dalla superficie, dove tutto è apparentemente calmo. Nessuno sa davvero quanto sia profondo, ma in quel tratto violente correnti risucchiano ogni cosa: l'erosione delle pareti sotto le sponde crea un vero crepaccio e chiunque ha la sventura di finire in acqua resta intrappolato e viene sbattuto con violenza contro le rocce subacquee. E, sostiene la gente del luogo, , nessuno è mai riemerso: il tasso di mortalità di chi vi cade dentro è del 100%.

Un bilancio ufficiale delle vittime dello Strid non c'è: storia, cronaca e leggenda si intrecciano. La fonte più antica risale al 1154 quando un giovane di nome William de Romilly tentando di saltare da una sponda all'altra durante una battuta di caccia sarebbe stato spazzato via, per non essere mai più visto. Anche un pretendente al trono di Scozia avrebbe fatto la stessa fine. William Wordsworth cita il Bolton Strid all'inizio del 1800 nel poema "The Force of Prayer" e Gertrude Atherton ne parla nel 1896 nel racconto "The Striding Place", in entrambe i casi con storie di giovinetti annegati. Più di recente, nel 1998, marito e moglie sono scomparsi qui il secondo giorno della luna di miele, e nel 2010 il fiume si è portato via un bambino di 8 anni, scivolato dalla sponda, e con lui un vecchio che ha tentato di salvarlo. Oggi la cupa fama del luogo attira turisti e visitatori, e vistosi cartelli rossi avvertono della pericolosità del luogo. Ah già, non poteva mancare la storia di fantasmi, con uno spettrale cavallo bianco che fa la sua apparizione emergendo dalle acque nel momento preciso in cui qualcuno annega.

lunedì 17 febbraio 2020

329 - ACCADDE ALL'INTERNET CAFE'




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Siamo a Hengdian nella Cina orientale; Xiao Yun, una quattordicenne inquieta come tante, litiga con i genitori e se ne va sbattendo la porta. Non farà più ritorno a casa, e dopo anni di ricerche sarà dichiarata la sua morte presunta. Dieci anni dopo a Hangzhou, metropoli di 10 milioni di abitanti nello Zhejiang, la polizia durante un controllo di routine in un internet café chiede i documenti a una ragazza impegnata ai videogame; lei glieli porge senza neanche smettere di giocare, ma la carta d'identità non convince gli agenti, che decidono di portare la donna alla centrale. Qui, dopo un breve interrogatorio, lei confessa tutto.

Il suo vero nome è Xiao Yun, ora ha 24 anni e dopo esser fuggita da casa 10 anni prima si è rifugiata in un internet cafè, dove ha passato ore a giocare al suo videogioco preferito, “Cross fire”, uno sparatutto di cui è praticamente una campionessa. E in quel tipo di locali ha trascorso gli ultimi 10 anni, la maggior parte del tempo giocando. Ha vissuto, mangiato e dormito negli internet cafè, spostandosi solo in estate in sale gioco negli stabilimenti balneari; i soldi per sopravvivere glieli davano gli altri clienti, che la pagavano per vederla giocare e per imparare le sue tecniche. Solo in qualche occasione, per arrotondare, ha accettato lavoretti da cassiera sempre in internet cafè. La polizia le ha fatto una multa di 1.000 yuan (200 euro) per il documento falso e dopo molte insistenze l'ha convinta a contattare i genitori che quando l'hanno vista sono scoppiati a piangere. “Era una ragazzina testarda e irascibile - ha detto a caldo la madre – per questo la sgridavo, ma ora è una donna di 24 anni, e non lo farò più”. Così Xiao Yun è tornata a casa. E sì, ogni tanto fa un salto all'internet cafè.

Sempre dalla Cina arrivano altre storie di ordinaria follia ambientate in locali del genere: la prima a Changchun dove nel 2013 si scoprì un uomo letteralmente drogato di videogiochi che aveva trascorso 6 anni ininterrottamente senza uscire da un internet cafè. La seconda a Nanchang dove alle 4 del mattino i clienti di una sala gioco hanno sentito il pianto di un neonato provenire dalla toilette; quando lo staff del locale è entrato nel bagno ha trovato una ragazza che aveva appena partorito: in braccio aveva la bambina con ancora il cordone ombelicale attaccato. I clienti hanno raccontato che una volta tagliato il cordone la donna, una ventiquattrenne di cui non è stato fornito il nome, è tornata a giocare; fra l'indignazione generale la ragazza all'arrivo dell'ambulanza è stata praticamente costretta a staccarsi dal computer e ad accompagnare la bimba, che per fortuna non ha avuto conseguenze, all'ospedale.

domenica 16 febbraio 2020

328 - HOTEL A ZERO STELLE




Sembra impossibile ma...
L'ultimo grido per un soggiorno sulle Alpi svizzere si chiama Null stern hotel, “Hotel a zero stelle”: niente pareti né arredi, solo un letto matrimoniale nel verde, a duemila metri sul livello del mare. E per tetto un cielo di stelle, di quelle vere, a migliaia.

Nei mesi di luglio e agosto, negli ultimi anni, i primi Null stern hotel hanno aperto i battenti (si fa per dire) a Safiental nel Canton Grigioni e sulla collina di Göbsi, poco distante da Gonten nell'Appenzel, col sostegno degli uffici turistici locali, entusiasti dell'iniziativa anche perché il successo è stato immediato, e ha portato con sé l'attenzione di giornali, social e televisioni. Una notte a “zero stelle” costa 270 euro, eppure non solo c'è stato il tutto esaurito, ma sono piovute migliaia di richieste di prenotazioni da tutto il mondo. Ad attendere gli ospiti c'è un letto con due comodini e due lampade, due sgabelli e una piccola cassaforte. Il bagno? A scelta, o all’aria aperta, oppure in una baita a 10 minuti di cammino. La colazione viene servita a letto da un maggiordomo, che cura anche l'animazione: dietro la cornice di una vecchia tv, racconta a richiesta storie e aneddoti sul territorio, o le ultime notizie. Ed è sempre lui che cura la sicurezza, tenendo alla larga gli animali.

L'idea è nata come installazione artistica creata dai gemelli Frank e Patrik Riklin e da Daniel Charbonnier, artisti concettuali prima che imprenditori. Nel 2008 avevano già realizzato un albergo “ai confini della realtà” a Teufen nel cantone di San Gallo, in un bunker nucleare sotterraneo. Anche qui l'hotel era spartano: tubature a vista e condotti elettrici ovunque, stanze tutte senza tv o altre comodità, e naturalmente senza finestre, con le uniche immagini del mondo esterno proiettate da un sistema di maxischermi. Ma almeno il costo era di 10 euro a notte, e silenzio e tranquillità erano sicure. Il bunker era uno dei tanti costruiti dai Comuni svizzeri durante la guerra fredda; come albergo, poteva ospitare 54 persone, e per un anno ha registrato il sold out, poi nel 2010 è stato chiuso e trasformato in un museo. Gli hotel a zero stelle invece sono in piena espansione, e torneranno nell'estate 2020 con più scelte in diversi luoghi in tutta la Svizzera. Se volete prenotare, rivolgetevi a www.zerorealestate.ch , magari trovate ancora posto.

327 - LE CITTA' INVISIBILI




Sembra impossibile ma...
In Russia (e non solo) esistono diverse “città chiuse”: non si trovano sulle mappe, gli abitanti non compaiono nei registri di residenza, i nuovi nati non vengono iscritti all’anagrafe. E non si tratta di piccoli centri: nel 2008 il governo russo ha ammesso l’esistenza di 44 città segrete, per un totale di un milione e mezzo di abitanti.

Le città chiuse nascono alla fine degli anni quaranta per ospitare strutture militari, industriali o scientifiche, come fabbriche di armamenti e siti di ricerca nucleare. In gergo le chiamano "caselle postali" perché la posta per queste città, che ufficialmente non esistono, viene indirizzata a caselle postali nelle città vicine. L'ingresso è vietato agli stranieri, e precluso anche ai cittadini in mancanza di uno speciale permesso. Gli accessi a questi centri, circondati da filo spinato, sono pattugliati da guardie armate. Gli abitanti sono gli addetti al sito (militari, scienziati, operai delle fabbriche) con le loro famiglie, e godono di trattamenti privilegiati; la scomparsa dal mondo viene pagata con servizi eccellenti: ci sono teatri, biblioteche, scuole di alta qualità, povertà e criminalità sono assenti, e lo Stato investe risorse ingenti e provvede a tutto. Ma i siti nucleari inquinano terra, acqua e aria, gli incidenti sono frequenti e le città non vengono evacuate: non esistono. Sul lago Karachay negli Urali, soprannominato poi “il lago di plutonio”, migliaia di persone muoiono per le acque avvelenate; nel 1957 avviene uno dei più gravi disastri nucleari della storia: un'area di ventimila chilometri quadrati viene contaminata dalle radiazioni. Lo chiamano “incidente di Kyshtym”, ma in realtà non avviene a Kyshtym, ma nella vicina città segreta di Ozyorsk. I suoi 270.000 abitanti saranno evacuati gradualmente solo molto tempo dopo.

Con la caduta del muro cambiano molte cose, l'esistenza delle città chiuse viene riconosciuta e la Russia rende pubblica una lista di 44 centri di questo tipo. Ma è sicuro che esistano ancora oggi almeno 15 città segrete. Del resto ce ne sono con certezza anche in Cina, Arabia Saudita, Sudafrica e Stati Uniti. In Cina si parla di una città nel deserto di Gobi (indicata col numero 104) costruita durante la corsa al nucleare, negli States di Mercury nel Nevada (10.000 abitanti negli anni sessanta) e di un grosso centro nel Nebraska, mentre altre città coinvolte nel progetto Manhattan (Los Alamos, Oak Ridge, Dugway) una volta chiuse, sono oggi tranquille cittadine come tante.

giovedì 13 febbraio 2020

326 - NATURE BOY




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Segnalata da Monica Brachini, che ringrazio. La storia di eden ahbez (“senza maiuscole: la maiuscola lo merita solo il nome di Dio”) che col suo stile di vita ha influenzato la cultura hippy e ne ha anticipato i temi di una ventina d’anni.

Il suo vero nome è George Aberle, nasce a Brooklyn nel 1908. Passa i primi anni in un orfanotrofio prima di venir adottato dalla famiglia McGrew di Kansas City; suona il piano in una band, poi va via di casa e attraversa gli Stati Uniti a piedi 8 volte. Nel 1941 è a Los Angeles, pianista all'Eutropheon, un negozietto di alimenti naturali con ristorante di cibi crudi gestito da una coppia originaria della Germania, che segue una filosofia di vita naturale. Un incontro che gli cambia la vita: George diventa eden ahbez, per gli amici solo "ahi", si fa crescere barba e capelli, indossa sandali e una tunica bianca, studia misticismo orientale e tiene conferenze agli angoli delle strade di Hollywood, mangia solo frutta, verdura e noci. Nel 1943 sposa Anna Jacobson e i due hanno un figlio, Zoma. Ma il suo stile di vita non cambia, anzi: i tre dormono in sacchi a pelo sotto la prima L dell’insegna Hollywood, e sopravvivono con tre dollari la settimana, una bicicletta e uno spremiagrumi.

Nel 1947 ahbez avvicina il manager di Nat King Cole dietro le quinte del Lincoln Theatre e gli affida lo spartito di una sua canzone “Nature boy”. Cole la esegue in un concerto, ed è un successo. Così lo rintracciano (faticosamente) per i diritti e la pubblicano. Sarà una hit internazionale, e ahbez finisce sulle copertine di Life, Time e Newsweek. Ma non cambia stile di vita: scriverà altre canzoni importanti, comporrà musica e si esibirà in concerti di bongo, flauto e poesie nei caffè di Los Angeles. Morirà a 87 anni investito da un auto. Un ultimo aneddoto lo racconta un poliziotto che lo voleva arrestare: “Mi ha detto: amico, io sembro pazzo ma non lo sono. E il bello è che le altre persone non sembrano pazze, ma lo sono”. Nei due video che seguono, eden ahbez che canta Nature boy e il musicista in una rara intervista dei primi anni novanta.





325 - AYAN, 10 E LODE IN AMORE




Sembra impossibile ma…
In Kazakistan tutte le ragazze vanno pazze per uno studente di Zhetisai, città nel sud del Paese, che per aiutare la sua ragazza ha messo in atto un piano folle e spregiudicato. Ed è diventato una vera icona del romanticismo fra i teenagers di tutta la nazione.

Le cose sono andate così. Ayan Zhademov, 20 anni, fidanzato con una diciassettenne di cui non è stato reso noto il nome, è preoccupato perché lei deve fare un esame importante, l’Unified National Testing per entrare all’università. Il test riguarda 5 materie e ci sono 25 domande per ogni materia. Lui lo ha già superato in passato, ed è preparato. Lei molto meno. Tanto che non ci dorme la notte e ha i nervi a fior di pelle. Lui fa di tutto per tranquillizzarla, ma non ci riesce. E allora ecco nascere la pazza idea: perché non travestirsi da donna e presentarsi all’esame al posto della ragazza? Lei all’inizio non ne vuol sapere, ma alla fine si lascia convincere.

Così Ayan si depila, si trucca, si mette una vecchia parrucca nera, indossa la divisa della scuola – camicetta bianca e gonna blu – e si presenta al test. All’inizio le cose vanno anche bene: con un sorriso presenta un documento della fidanzata, prende il foglio con le domande e inizia la prova. Ma qualcosa nel suo atteggiamento insospettisce i commissari, che lo chiamano e lo interrogano. Ayan risponde in falsetto a voce molto alta. "Noi pensavamo che un'altra donna avesse preso il posto della candidata – dirà un professore - ma non abbiamo mai sospettato che fosse un uomo. Almeno fino a quando ha iniziato a parlare".

E’ finita con una multa di 800.000 tenge (2000 euro) e con la fidanzata che dovrà sostenere l'esame l'anno prossimo. La storia però ha fatto il giro del mondo e un uomo d'affari kazako si è commosso e ha deciso di pagare metà dell’importo. Le studentesse kazake poi svengono per Ayan: "È stato stupido ma coraggioso e molto romantico” dicono. E sognano un ragazzo come lui. 
 

 

 

324 - SCANDALI E INVENZIONI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Anzi, due storie (ringrazio l’amico Enrico Spagnoli per la segnalazione). Hedy Lamarr è un nome ben noto agli appassionati di cinema. Nasce il 9 novembre 1914 a Vienna, il padre è direttore di banca, la madre pianista. A fine anni Venti il produttore Max Reinhardt la nota e la porta a Berlino dove studia da attrice. Nel 1932 esordisce nel cinema nel film Ekstase di Gustav Machaty, dove recita una scena di nudo integrale che fa molto discutere è le appiccica l’etichetta di “attrice scandalosa” che non si toglierà mai più. Nel 1933 sposa il ricco mercante d’armi Friedrich Mandl, che compra tutte le copie disponibili del film e fa di tutto per impedirne la diffusione. L’industriale è gelosissimo, ostacola la sua carriera di attrice, la costringe a vivere segregata nella sua casa-castello, una gabbia dorata da cui fuggirà nel 1937 rifugiandosi a Parigi. Dove conosce il produttore Louis B. Mayer, fondatore della Metro-Goldwyn-Mayer, in Europa per trovare nuovi talenti. Con lui si trasferisce a Hollywood, dove gira oltre 30 film di successo diventando una vera star. Durante la guerra, si impegna in raccolte di fondi per sostenere gli Usa. Alla sua maniera, naturalmente: in una sola serata, dispensando baci, raccoglie 7 milioni di dollari. Dopo aver lavorato con i più grandi divi, nel 1981 si ritira a vita privata in Florida, dove muore il 19 gennaio del 2000.

Anche la scienziata austriaca Hedwig Eva Maria Kiesle nasce nel 1914. Dopo aver studiato ingegneria a Vienna, frequenta scienziati ed esperti di tecnologia militari nei laboratori del marito, un fabbricante d’armi tedesco. Lei però è antinazista, e alla vigilia della guerra, dopo aver trafugato alcuni progetti, abbandona tutto e, fugge in America. Nel 1940 conosce il musicista George Antheil, esperto di strumenti musicali comandati automaticamente. Con lui nel 1942 brevetta il sistema SCS (Secret Communication System), metodo antintercettazione dei siluri radiocomandati, basato sul continuo cambiamento di frequenze radio per impedire ai nemici di intercettare i segnali. La Marina Usa lo utilizzerà solo 20 anni dopo contro i sommergibili sovietici. Ma l’invenzione è geniale, e anticipa il principio alla base di telefonia mobile e reti wireless. In seguito Hedwig firmerà molte altre invenzioni, dalle compresse per produrre bibite gasate, a un nuovo tipo di semaforo. Solo nel 1997 a lei e a Antheil sarà conferito il Pioneer award assegnato agli inventori che hanno rivoluzionato il mondo dell’elettronica. Lei commenta solo con due parole “Era ora”.

E’ tutto. Cosa c’è di strano in queste due storie? Che in realtà sono una sola storia. Hedy Lamarr è solo un nome d’arte, il vero nome è Hedwig Eva Maria Kiesle: la scandalosa attrice e la scienziata autrice di geniali invenzioni, sono la stessa persona.

323 - ALZATI E CAMMINA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Mubarakabad è un villaggio del Punjab Pakistano a pochi chilometri dal confine con l’India. La nostra storia comincia 5 anni fa. Gli abitanti, terrorizzati dalle pratiche di magia nera, chiedono l’aiuto di Muhammad Sabir, un “pir”, ovvero una sorta di santone asceta che, a quanto si dice, fa miracoli. Lui chiede in dono uccelli e cani al locale negozio di animali, poi li sacrifica pubblicamente, spruzza il loro sangue sui presenti e gli dice di cospargerlo anche all'ingresso delle loro case per essere protetti dal male. Il malocchio, a quanto pare, sparisce, e Sabir diventa molto popolare, raccoglie numerosi seguaci e per 5 anni protegge il paese facendo anche – raccontano – diversi miracoli.

Per la seconda parte della nostra storia, lasciamo la parola al verbale steso dalla polizia della città di Saddar. “Muhammad Sabir, un pir di Mubarakabad noto per la capacità di compiere miracoli, martedì scorso ha annunciato che avrebbe resuscitato un uomo morto”. Non un morto qualunque però: l’uomo doveva essere sposato con figli, e doveva decidere liberamente di affidargli la sua vita. “Sabir - si legge ancora nel referto della polizia – dice che il quarantenne Muhammad Niaz, operaio a giornata e padre di sei figli, si è offerto volontario. Mercoledì Niaz è stato posto su un tavolo in piazza con le mani e le gambe legate. Sabir, circondato da un folto pubblico, gli ha tagliato la gola. Poi ha pronunciato alcune parole per riportarlo in vita. Quando ha realizzato che il miracolo non avveniva, ha cercato di fuggire, ma gli abitanti del villaggio lo hanno fermato e consegnato alla polizia. Il corpo della vittima sarà sottoposto ad autopsia e consegnato alla famiglia per la sepoltura”.

Samina Niaz, sorella della vittima, intervistata dai giornali locali, non si è mostrata addolorata: “Perché dovrei piangere? Muhammad si è sacrificato per il suo capo spirituale, so che ora è in paradiso e che sarà premiato per i suoi servizi e per la sua fede. Piuttosto – ha aggiunto - sono arrabbiata con la polizia: mio fratello si è offerto volontario per il miracolo, non è giusto che il pir finisca in prigione.

322 - L'ANGELO CUSTODE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Siamo a Detroit nel Michigan, è l’autunno del 1937. Joseph Figlock, spazzino comunale (al tempo non esistevano ancora gli operatori ecologici) sta ripulendo come ogni giorno le strade del quartiere che gli è assegnato, quando accade un fatto straordinario. Qualcosa cade dall’alto, lui forse si rende conto di ciò che sta per schiantarsi sul marciapiede e cerca di afferrarlo, oppure viene semplicemente centrato. Le cronache non ci raccontano la dinamica esatta. Fatto sta che i passanti che accorrono subito dopo trovano l’uomo tramortito e, fra le sue braccia, un bambino.

Il piccolo è volato giù da una finestra del quarto piano. Ha qualche escoriazione, ma niente di serio. A Figlock è andata un po’ peggio: ha ferite alla testa e alle spalle, ma anche lui se la caverà con qualche giorno di ospedale.

Autunno 1938. E’ passato un anno, stessa strada del quartiere di Detroit, stesso protagonista, Joseph Figlock, che ha ripreso il suo lavoro. Questa volta le cronache sono più dettagliate: la scena si ripete, lo spazzino si rende conto di ciò che sta per accadere. E’ ancora un bambino quello che sta precipitando giù, si chiama David Thomas e ha due anni, ancora una volta è caduto da una finestra del quarto piano. Lo spazzino si lancia e riesce ad afferrarlo prima che tocchi terra. Il piccolo è illeso, Joseph si farà ancora qualche giorno di ospedale, stavolta per curarsi una caviglia.

La vicenda è raccontata, fra l’altro, su Time Magazine del 17 ottobre 1938. Non date retta a ciò che troverete sul web: il bambino non era lo stesso, e non era caduto dalla stessa finestra. Quella è una leggenda metropolitana costruita dopo, una bufala. Il resto è tutto vero. E non è poco.

sabato 8 febbraio 2020

321 - GLI ARTIGIANI DELL'ETERNO RIPOSO




Sembra impossibile ma...
In Nuova Zelanda è nato un club dove i soci progettano, costruiscono e decorano le bare in cui saranno sepolti. E non si tratta di normali casse da morto, ma di variopinte opere artigianali che esprimono la personalità e le preferenze dei loro creatori.

Il Kiwi Coffin club nasce qualche anno fa all'interno del Centro di studi di Rotorua, una sorta di università della terza età; tutto inizia all'annuale assemblea degli studenti per formare i gruppi di lavoro, quando uno di questi alza la mano e annuncia: “Vorrei fare un corso di falegnameria perché intendo costruire da solo la mia bara”. Silenzio di tomba (!). Un paio di attempati studenti però si dicono interessati; così iniziano a lavorare neli laboratori universitari, e un'idea dopo l'altra, costruiscono dei “prototipi” assai poco tradizionali, che non passano inosservati. In breve il gruppo cresce: nel 2013 gli oltre 100 membri si staccano dall'università e creano il Club. Dove, una volta imparata l'arte, insegnano ai nuovi iscritti a costruire bare sempre più insolite ed originali. “L'ambiente è sicuro e accogliente – dicono i responsabili - qui gli anziani socializzano e parlandone insieme abbattono il tabù della morte. E una volta completata la bara, chi vuole può conservarla nei nostri magazzini”.

Ma nel mondo si sa non si inventa mai niente di veramente nuovo. Ad Accra, in Ghan,a qualcosa di simile avviene da molto tempo. Kane Kwei Coffins realizza le bare più singolari mai viste: oltre 300 incredibili feretri l'anno. Nato negli anni '50 si specializza in “abebuu adekai”, bare fantasiose. Per la tribù Ga i funerali sono il momento per celebrare i loro cari; da sempre per questo utilizzano bare dai colori vivaci e le accompagnano con oggetti che esprimano la personalità gli interessi e sogni del defunto. Così nascono bare a forma di animali, di barca o di aeroplano. Servono mesi ai carpentieri di Kane Kwei per pianificare l'intera procedura e realizzare le variopinte casse da morto, spesso anche assai costose. E prima di un funerale Ga le salme vengono conservate nell'obitorio anche per anni.

venerdì 7 febbraio 2020

320 - L'INFERNALE MARATONA




Sembra impossibile ma...
La Barkley Marathons è la corsa più massacrante del mondo: dal 1986 ad oggi, soltanto il 2% dei partecipanti è arrivato al traguardo.

E' l'amico Simonluca Cavallini, che ringrazio per la segnalazione, a portarci nel Frozen Head State Park di Wartburg nel Tennessee, dove ogni anno si disputa un’ultratrail così estrema da sembrare un episodio di Hunger Games. La corsa si svolge a fine marzo o a inizio aprile; in 32 edizioni su oltre 1.000 partenti hanno completato la gara solo 18 corridori. I partecipanti ammessi sono 40, e si sfidano su un percorso di 160 chilometri divisi in cinque giri da correre una volta in senso orario ed un’altra in senso antiorario. Il tracciato prevede il superamento di 18.000 metri di dislivello, di giorno e di notte, fra alberi, sterpaglie e rovi. Non si può utilizzare GPS, ma solo mappe cartacee, e i supporti organizzativi sono ridotti al minimo: niente check-point, niente ristori ad eccezione dell'acqua in due punti lungo il percorso, vietato ricevere assistenza se non da altri corridori, non ci sono stazioni né mezzi di soccorso. La gara va completata nel tempo massino di 60 ore; e quasi nessuno ce la fa.

L’inventore è Gary “Lazarus Lake” Cantrell; ad ispirargli l'idea è stato l'assassino di Martin Luther King, evaso dal vicino carcere di massima sicurezza e catturato dopo 55 ore di corsa nei boschi: aveva percorso 13 miglia. “Io in 55 ore ne avrei fatte almeno 100” disse Cantrell, e nacque la Barkley Marathons. Perché al plurale? Nessuno lo sa. Perché dedicata a tale Barkley, amico di Cantrell? Non lo sa neanche lo stesso Barkley. E nessuno sa perché l'iscrizione costa 1 dollaro e 60 centesimi. Requisiti e tempi per presentare la domanda di iscrizione sono segreti, si sa che i potenziali partecipanti devono completare un saggio su "Perché dovrei essere autorizzato a correre nella Barkley". Se accettato, il partecipante riceve una "lettera di condoglianze": “Siamo spiacenti di comunicarti che sei stato ammesso alla Barkley Marathons”. Il circuito inizia e finisce al cancelletto giallo del car park; Cantrell si accende una sigaretta per dare il via, il pettorale numero uno viene assegnato alla persona ritenuta più debole, detta "il sacrificio umano"; lungo il percorso, che cambia ogni anno, ci sono 9 libri da cui il concorrente deve strappare la pagina corrispondente al suo pettorale per dimostrare il passaggio, e quando un corridore si ritira, Cantrell lo segnala con tre squilli di tromba. Nel 2018 la tromba ha suonato 40 volte.
 

 
 

 



319 - IL FASCINO ESOTICO DI KORLA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Stati Uniti, anno 1948. L’America appena uscita dalla guerra scopre il fascino della neonata televisione. La prima vera star è uno straordinario musicista indiano. Si chiama Korla Pandit, e col suo spettacolo “Adventures in music” affascina i telespettatori. Come? Lo show è basato sulle sue esibizioni musicali: propone melodie esotiche con arrangiamenti moderni, suonando un organo Hammond e un piano a coda Steinway. A volte suona i due strumenti (ed altri ancora) insieme, una sorta di one man band. Ma il segreto del suo successo sta nelle atmosfere che riesce ad evocare, e nella sua personalità.

Di lui si sa poco: pare sia nato a Nuova Delhi, figlio di un brahmino e di una cantante lirica francese, e che abbia poi studiato musica in Inghilterra. Le sue melodie romantiche e suadenti evocano Paesi lontani e misteriosi, le scenografie televisive, le luci, i costumi fanno sognare magiche notti arabe e suggestivi paesaggi indiani. Ma soprattutto è lui, Korla Pandit, a prendersi la scena: abbigliato come un maharajah con turbante e pietre preziose, personalità magnetica, movimenti armoniosi, sorriso enigmatico: durante le sue performance non pronuncia una parola. Una voce narrante avvisa che il Maestro comunica solo con “il linguaggio universale della musica”. Il suo sguardo sereno, sapiente e al tempo stesso seducente “passa” la telecamera ed entra nei salotti della piccola borghesia a stelle e strisce, e nel cuore di fanciulle di ogni età.

Il successo è enorme, per 5 anni Korla è una superstar, le donne impazziscono per lui, lo coprono di regali e di soldi. Poi, come in una versione maschile di “Bocca di rosa”, mariti e padri infuriati si rivolgono in massa all’”ordine costituito” e nel 1953 l’emittente KTLA è costretta a cancellare il programma e cacciare Korla. Che si ritira a vita privata, suona in piccoli club e dà lezioni di musica. Di lui si ricorda solo Tim Burton che nel suo Ed Wood gli affida un cameo nella parte di sé stesso. Morirà per infarto a Petaluna nel 1998.

Solo dopo la morte la moglie rivelerà l’incredibile segreto che aveva taciuto anche i suoi figli. Korla Pandit non era indiano. Era nato a St Louis nel Missouri, ed era afroamericano. Il suo vero nome era John Roland Redd. Aveva iniziato a farsi passare prima per ispanico col nome di Juan Rolando, poi per indiano negli anni 40, per poter lavorare aggirando il divieto del sindacato dei musicisti per gli afroamericani. E alla sua morte aveva 77 anni, non 2000 come si sussurrava da sempre di Korla Pandit.



318 - L'ARTE NEL CASSONETTO




Sembra impossibile ma…
E’ successo più volte e continua a succedere: un’intera installazione viene scambiata per spazzatura e finisce nel cassonetto. Il sogno di chi detesta l’arte contemporanea.

Ottobre 2015. Festa per l’inaugurazione di una mostra al Museion di Bolzano. All'alba del giorno dopo arrivano le donne dell’impresa di pulizie. Aprono la porta della sala centrale e trovano il finimondo: bottiglie vuote sul pavimento, coriandoli ovunque, mozziconi di sigarette, indumenti. Devono aver pensato: “Ma cosa hanno combinato qui stanotte? Guarda che casino…”. Poi, rimboccate le maniche, tirano tutto a lucido. Del resto si sa, gli altoatesini ci tengono alla pulizia. Alla fine la sala è linda, e vuota che ci si sente l’eco. Immaginate la faccia dei curatori della mostra quando hanno scoperto che il camion della spazzatura si era appena portato via “Dove andiamo a ballare questa sera?”, installazione ambientale delle artiste Goldi&Chiari, un’opera, come si legge, “che intende denunciare e demistificare gli orribili anni Ottanta mettendo in scena i resti di una festa, metafora dell’epoca del consumismo, della tv di massa, della cuccagna italiana…”. L’installazione sarà riallestita nel giro di poche ore ripescando in discarica anche alcuni pezzi originali, con tante scuse alle autrici.

I precedenti illustri di “arte incompresa” sono tanti. Ecco i più famosi Joseph Beuys ne colleziona due: nel 1973 due addette alle pulizie lavano la sua vasca da bagno per neonati ricoperta di garza; nel 1986 ad essere ben ripulita è la sua “Sedia con grasso”, valore 400.000 euro. 1978, Biennale di Venezia: un imbianchino ridipinge la porta “scrostata” ad arte da Marcel Duchamp. Londra: nel 1999 alla Tate Britain un guardiano pensa che di notte siano entrati i vandali e rifà il letto di Tracey Emin (My bed). Nel 2001 un’installazione di Damien Hirst (bottiglie di birra, tazze da caffè e portacenere pieni) finisce nella spazzatura. Nel 2004 Gustav Metzger alla Tate Modern vede sparire un suo sacco di carta e cartone; una scultura di Anish Kapoor (Hole and Vessel II) viene invece rottamata per sbaglio mentre è in allestimento.

A Dortmund nel 2011 un inserviente ripulisce irrimediabilmente la patina creata con cura certosina da Martin Kippenberger sul suo “Secchio sporco”, valutato 800.000 euro. Nel 2014 a Bari ad essere cestinate tocca a due opere di Paul Branca fatte di giornali accartocciati e pezzi di biscotti. Nel 2014 a Roche-sur-Yon in Francia, durante i lavori nella piazzetta dove è montata, finisce in discarica la colonna Chromointerférence, alta sei metri e realizzata da Carlos Cruz-Diez nel 1972 (valore 200.000 euro), e nel 2015 a Madison in Usa tocca a Corbu Bench di Jim Osman, una panca in legno e erba sintetica: i netturbini pensavano fosse una rampa per skater abusiva. 
 
 

 
 
 

 
 

 
 
 

317 - SOTTO IL GLICINE




Sembra impossibile ma...
Il Tunnel di wisteria è una fiabesca galleria dove il glicine esplode in tutte le sue sfumature di colore, dal lilla al violetto al lavanda, disposte con stile e armonia come solo i giapponesi sanno fare.

Siamo a Kitakyushu, a 6 ore di auto da Tokyo, nel Kawachi Fuji Garden, una fantastica area di 150 piante di glicine, di 22 specie diverse. Il tunnel è l'attrazione principale del giardino, una camminata indimenticabile con i grappoli di fiori colorati che piovono dall'alto, il profumo inebriante, e le panchine ai lati per una sosta immersi nella natura e uno scatto da portare a casa. Ma attenzione, la magia si compie solo per una ventina di giorni l'anno, da fine aprile a metà maggio, il periodo della fioritura. Del resto il giardino, che è privato, è aperto al pubblico solo in primavera, tra il 18 aprile e il 31 maggio: in quei giorni ospita il Fuji Matsuri o Festival del Glicine. Che per i buddhisti è un simbolo importante: la forma a spirale della pianta e la sua altezza (può superare i 60 metri) rappresentano la preghiera che dalla terra si innalza versa l'alto, verso il divino. Ma i giardini di Kawachi Fuji in realtà sono due: il secondo ospita 700 alberi di acero ed è aperto solo in autunno, le ultime due settimane di novembre, nel periodo della caduta delle foglie dagli alberi. Allora invece che nel violetto del glicine potrete immergervi nelle calde sfumature giallo-ocra delle foglie di acero. 
 
Il tunnel di Kawachi Fuji ospita il glicine più bello del mondo, ma non il più grande. Il primato infatti spetta a un'enorme pianta che cresce nel piccolo villaggio di Sierra Madre, a est di Pasadena in California. Il glicine di Sierra Madre pesa più di 250 tonnellate, è diffuso per mezzo ettaro e produce più di 1.5 milioni di fiori ogni anno. E’ stato piantato nel 1894 da William e Alice Brugman, che acquistarono questa cultivar cinese per 75 centesimi e la misero in terra vicino a casa. In suo onore si tiene il Sierra Wistaria Festival, che ogni anno attira 15.000 visitatori per celebrare con i residenti la fioritura della pianta da record.
Guarda i video con il tunnel di wisteria del Kawachi Fuji Garden e il Wisteria vine di Sierra Madre.







316 - OLTRE IL CONFINE


 

Sembra impossibile ma...

Una ragazza di 19 anni ha vissuto una disavventura kafkiana pagando con due settimane di carcere l'errore di avere valicato inavvertitamente il confine americano mentre faceva jogging.

British Columbia, Canada, al confine con gli Stati Uniti. Cedella Roman ha 19 anni ed è appena arrivata dalla Francia dove vive col padre; nella cittadina di North Delta, vicino a Vancouver, vive sua madre, Christiane Ferne, e lei è andata a trovarla. Vista la bella serata, decide di fare un po' di jogging lungo la costa di White Rock, pochi chilometri più a sud, luogo ideale per una corsa all'aria aperta. Sa di essere vicina al confine con gli USA, ma non conosce bene la zona, ed è impegnata ad ammirare il panorama, con i suoi scorci da cartolina sulla baia di Semiahmoo. Passa vicino all'Arco della Pace, un monumento alto 25 metri eretto nel 1921 per celebrare l'amicizia tra i due paesi nordamericani con le parole incise a grandi lettere "Figli di una stessa madre”. Nessuno le ha detto che l'arco si trova a cavallo del confine, e niente segnala che sta entrando negli Stati Uniti. Se ne rende conto solo quando la fermano due agenti americani. Le chiedono i documenti, ma lei, in tuta da jogging, ha dimenticato di prenderli. “L'ho fatta grossa”, pensa preoccupata, e cerca di giustificarsi per evitare una multa. Non immagina ciò che le sta per capitare.

Gli agenti mi dicono che ho attraversato illegalmente il confine – racconta -, spiego che non l’ho fatto apposta, che non ho visto alcuna indicazione. Mi invitano a seguirli, poi mi caricano su un veicolo, dentro una specie di gabbia. Mi rendo conto che la faccenda sta diventando seria. Sono spaventata, mi metto a piangere. Al posto di frontiera mi chiedono di rimuovere tutti i miei oggetti personali, mi perquisiscono dappertutto, mi chiudono in una cella”. A Cedella viene concessa solo una telefonata alla madre, che arriva di corsa e fornisce immediatamente i documenti richiesti. Non basta. La mattina dopo la trasferiscono al centro di detenzione di Tacoma nello stato di Washington, 225 km a sud. Ci resterà per due settimane prima di essere riportata al confine canadese e rilasciata. La US Border Protection conferma tutto. E non si scusa per l’accaduto ma replica: "Chiunque entra negli Stati Uniti in luoghi diversi dagli ingressi ufficiali e senza l'ispezione di un funzionario di frontiera, entra illegalmente, viene considerato clandestino e come tale deve essere trattato e processato”.
 
 

 
 

 

315 - QUANDO LE MISURE CONTANO




Sembra impossibile ma...
La casa d'aste britannica Sworders ha venduto di recente il pene di un capodoglio imbalsamato alla fine del diciannovesimo secolo.

L'insolito pezzo proposto all'asta annuale "Out of the Ordinary" è lungo 167 centimetri e largo 29 nella parte più spessa, e pesa meno di 10 chili, visto che è stato riempito con crine di cavallo. Mark Wilkinson, specialista di Sworders, non ha nascosto l'emozione quando il voluminoso oggetto gli è stato consegnato da un collezionista privato, che lo aveva da 20 anni. Il venditore lo informò che sui velieri in navigazione i marinai erano soliti conservare il tabacco in peni di balena per mantenerlo umido e fresco per tutto il viaggio. Fissare il prezzo del singolare lotto d'asta non è stato facile, visto che non esisteva nessun precedente e che gli unici oggetti simili sono conservati al Museo del fallo di Reykjavik in Islanda, e non sono in vendita. Alla fine, sulla base della richiesta del venditore, il lotto è stato battuto a 4.600 sterline. Durante la stessa asta di oggetti strani è stato venduto anche lo scheletro completo di un orso polare preistorico.

Ora il pene del capodoglio andrà ad arredare la casa del fortunato acquirente, per la gioia di parenti ed amici. L'unica possibilità di vedere qualcosa del genere resta quindi il Museo islandese del fallo, interamente dedicato all'organo sessuale maschile. Fondato nel 1974 da Sigurdur Hjartarson, professore di storia in pensione, raccoglie apparati genitali maschili disseccati o conservati in formaldeide. La collezione è composta da 280 peni di 93 specie animali diverse, alcune delle quali estinte. Nel 2011 entrò a far parte della collezione anche un pene umano, donato da un cittadino islandese alla sua morte. Il fondatore del museo da bambino possedeva il pene di un toro; poi un conoscente gliene regalò altri 4 e i pescatori di balene cominciarono a donargli peni di cetacei. Il più grande fra quelli esposti, lungo 170 centimetri e pesante 70 chili, apparteneva a una balena blu. Ma è solo la punta: intero sarebbe lungo 5 metri e pesante 450 chili. Il più piccolo invece è il pene di un criceto, lungo 2 millimetri. Ecco il link per una visita virtuale del museo.
Guarda il video (di Playboy) sul Museo del pene e segui il link per visitare la pagina della singolare istituzione culturale.
 


314 - IL BATTERISTA ALATO



Sembra impossibile ma...
Un uccello in Australia e nella Nuova Guinea dopo essersi costruito delle bacchette le usa per percuotere tronchi cavi e produrre particolari ritmi: è l'unico animale, a parte l'uomo, in grado di produrre un suono cadenzato con degli strumenti.

Facciamo la conoscenza con il cacatua delle palme: il più grande fra tutti i cacatua vive nelle foreste australi, può raggiungere i 60 anni di età (in cattività anche 90), e fra tutti gli uccelli è quello con la massa cerebrale più sviluppata. Non è molto amato dall'uomo, che lo tiene lontano dalle città perché impara presto a rubare ed è molto abile e rapido, accetta (e cerca) il cibo dagli esseri umani e spesso distrugge i ponti di legno e i pannelli delle case. Maschio e femmina sono legati tra loro e molto fedeli, e passano diverse ore al giorno a lisciarsi a vicenda le penne. Il cacatua canta bene, ma questa per un uccello non è una novità: lui però usa diverse "sillabe" per comunicare; ne sono state identificate più di 30, con le quali forma lunghe e complesse sequenze vocali. Inoltre è un ottimo imitatore sia dei versi di altri uccelli che della voce umana.

Ma veniamo alla specialità della casa: gli individui di questa specie sono soliti creare delle bacchette a partire da rami freschi; poi cingono i bastoncini con la zampa destra, percuotono tronchi cavi in maniera ritmica, e ascoltano attentamente il suono prodotto. Tutte abilità state documentate da uno studio ventennale dei ricercatori dell’Australian National University. Le conclusioni sono strabilianti: i cacatua non producono suoni a caso, ma armonie con struttura definita, esecuzioni regolari di un ritmo con componenti ripetute.

E' quanto di più simile ci possa essere alla musica prodotta dall’uomo – conferma il ricercatore Robert Heinsohn -. E' come se capissero il piacere del ritmo. Le esibizioni dei cacatua sono finalizzate essenzialmente a impressionare gli individui di sesso femminile. E appena un maschio elabora una sequenza di percussioni che ottiene l'approvazione delle femmine gli altri sono rapidi ad apprenderla. Così quel ritmo si diffonde rapidamente tra gli altri individui, proprio come un brano di successo". 
Guarda i video e ascolta il sound del cacatua delle palme.






 

313 - IL VILLAGGIO DI PLASTICA




Sembra impossibile ma...
A Panama sta sorgendo un villaggio interamente realizzato utilizzando bottiglie di plastica usate. E per quanto strano possa sembrare, l'obiettivo principale è la salvaguardia dell'ambiente.

Siamo sull'isola di Colon nell'arcipelago di Bocas del Toro, Mar dei Caraibi. Qui qualche anno fa viene a vivere Robert Bezeau, imprenditore canadese col pallino dell'ecologia; quando si rende conto che sull'isola l'inquinamento da plastica uccide un gran numero di tartarughe, pesci e uccelli decide di ripulire le spiagge e, con l'aiuto di un gruppo di volontari, in un anno recupera oltre un milione di bottiglie. Da lì si accende la scintilla, e nel 2015 nasce un progetto edilizio innovativo. L'idea è semplice: utilizzare le bottiglie di plastica come materiale isolante per costruire i muri delle case.

Le bottiglie pressate vengono inserite in gabbie di acciaio con le quali, come coi mattoncini del Lego, si costruisce la casa; le pareti poi saranno rivestite da una sottile copertura di calcestruzzo. Si realizza così uno strato isolante che mantiene la temperatura interna fino a 17° più bassa di quella esterna e isola dal caldo e dall'umidità; questo consente di fare a meno di impianti di aria condizionata, con un bel risparmio energetico. Le gabbie poi sono incapsulate in modo da impedire il passaggio di eventuali sostanze nocive per gli abitanti. Per il resto le case non hanno niente da invidiare a quelle tradizionali. Anzi, consentono di ridurre i tempi di costruzione, sono molto economiche e sono anche antisismiche.

Il progetto, che si sta realizzando su 33 ettari di terreno nella selva tropicale a ridosso del mare, si svolge in tre fasi: la prima si è conclusa nel 2016 con la costruzione di un primo edificio sperimentale, che ha richiesto 20.000 bottiglie; la seconda, iniziata nel 2017, l'edificazione delle altre 120 abitazioni del Plastic Bottle Village; la terza la realizzazione di ambienti naturali, zone verdi, aree attrezzate, negozi e spazi per la vita comunitaria. A cose fatte le bottiglie eliminate saranno oltre un milione. Si stima che il consumo medio nel mondo sia di 15 o più bevande in bottiglie di plastica al mese: che in 80 anni di vita fanno 14.400 bottiglie, tutti rifiuti altamente inquinanti e non biodegradabili. Per costruire una casa a due piani di 100 metri quadrati come quelle di Colon servono 14.000 bottiglie: quanto basta per pareggiare i conti.

312 - QUESTO NON E' UN GIORNALISTA




Sembra impossibile ma...
In Cina è stato presentato in questi giorni l'Ai Anchors, il presentatore digitale che legge le notizie del telegiornale grazie all'intelligenza artificiale. Ricordate “Questa non è una pipa”, il celebre dipinto di Magritte con l'immagine di una pipa? Ecco, questo non è un giornalista, è l'immagine di un giornalista.

L'agenzia di stampa cinese Xinhua ha sviluppato con la compagnia di motori di ricerca Sogou.com l'anchorman digitale che conduce il telegiornale: un'immagine maschile con voce, espressioni e azioni di una persona reale. "Lui", dicono gli inventori, impara da solo dai video trasmessi in diretta e può leggere i testi con la stessa naturalezza di un'anchorman professionale. Il conduttore anglofono, completo di giacca e cravatta, è modellato su un giornalista reale di Xinhua, Zhang Zhao. "Lavorerò instancabilmente per tenervi informati man mano che i testi verranno digitati nel mio sistema senza interruzioni" dice nel video introduttivo.

Xinhua non ha svelato i dettagli sulla tecnologia usata per creare l'intelligenza artificiale e simulare voce, espressioni facciali e gesti. Si sa solo che la base è umana, per cui cronisti e conduttori tg filmati, sui quali viene sovrapposta un animazione della bocca e del volto per trasformare parole e espressioni. L'intelligenza artificiale sarebbe più rapida nel leggere le notizie rispetto alla tradizionale CGI (immagini generate dal computer). Il reporting automatico è da tempo una realtà: Associated Press ad esempio utilizza sofisticati algoritmi informatici per scrivere migliaia di storie automatizzate all'anno. Programmi software avanzati analizzano le fonti (rapporti su retribuzioni societarie, punteggi del baseball...) e trasformano i dati in frasi comprensibili. Gli AI Anchors però – sottolineano gli ideatori – sono qualcosa di diverso: “possono lavorare 24 ore al giorno sul sito web e su varie piattaforme di social media, riducendo i costi di produzione dei notiziari e migliorando l'efficienza".

La gamma di espressioni facciali per ora è limitata e la voce risulta ancora artificiale, ma la ricerca continua e i miglioramenti sono rapidi: in tempi brevi sarà impossibile distinguere le IA dai giornalisti tv in carne e ossa. Il che, chissà perché, mi fa correre un brivido lungo la schiena. Vuoi vedere che ci troveremo a rimpiangere Bruno Vespa? Intanto, vi mostro il primo tg artificiale della storia.


311 - BALSAMO PER CAPELLI ED ESPLOSIONI NUCLEARI



Sembra impossibile ma…
Una delle cose da evitare in caso di esplosione nucleare è… l’uso di un balsamo per capelli dopo lo shampoo. Lo so, l’idea di fare una doccia con tanto di complementi estetici non è la prima che ti viene in mente nel “day after”, specie se il “day before” hai rischiato di finirlo in un portacenere. Ma quelli dell’United States Department of Homeland Security (Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti) non la pensano così.

Avete presente Guam, la base navale americana sull’omonima isola nel Pacifico occidentale? Ne abbiamo sentito parlare di recente, quando dalla Corea del Nord è arrivata la minaccia di un attacco missilistico. Il Dipartimento Sicurezza americano si è attivato, e ha incaricato le autorità dell’isola di far conoscere ad ogni abitante le linee guida da seguire prima, durante e dopo un attacco nucleare, dalla sorveglianza alla costruzione di rifugi, dalle scorte di cibi alle norme sanitarie. Ed eccoci al balsamo per capelli e alle creme idratanti. I cui componenti, spiegano gli esperti, a contatto con i capelli, diventano un magnete di radiazioni. Così sapone e shampoo sono raccomandati per lavare via con una doccia accurata i residui nucleari. Ma non il balsamo, che è studiato per rimanere sui capelli a lungo e trattare le anomalie del capello. La sua formula ha l’effetto di legare le particelle di caduta nucleare alla struttura dei capelli, rendendo irreversibile il processo di contaminazione.

Se l’argomento vi interessa, ecco i link a un articolo della National Public Radio, a “Ae you ready?”, un dettagliato manuale col quale il servizio pubblico nazionale dal 2003 prepara il popolo americano ad affrontare disastri naturali ed artificiali inclusi incendi, uragani e alluvioni (senza grandi risultati, pare, per le pandemie), e alla pagina dedicata al pericolo atomico, con tutti i consigli da seguire in caso di esplosione nucleare. Con i tempi che corrono… 

https://www.npr.org/sections/health-shots/2017/08/15/543647878/in-the-event-of-a-nuclear-blast-don-t-condition-your-hair?t=1593855474369 

https://www.fema.gov/pdf/areyouready/areyouready_full.pdf 

https://www.ready.gov/sites/default/files/2020-03/nuclear-explosion-information-sheet.pdf 




 


giovedì 6 febbraio 2020

310 - UN MONDO A PARTE




Sembra impossibile ma...
C'è un'isola che sembra uscita da un vecchio telefilm di Star Trek: sì, quei paesaggi alieni fatti con scenografie dai colori pastellati dove il comandante Kirk e il dottor Spock vengono depositati dal raggio del teletrasporto. Ecco, Socotra è un po' così.

La più grande delle 4 isole dell'arcipelago omonimo è un altopiano roccioso al largo del Corno d’Africa, nell'oceano Indiano; siamo 300 km a est della costa somala e 350 a sud della Repubblica dello Yemen, cui appartiene dal 1990. Il precoce distacco dell’isola dalla terraferma nel terziario ha permesso a specie animali e vegetali di sviluppare una straordinaria biodiversità, un ecosistema unico ed eccezionale con flora e fauna dalle sembianze inconsuete. Tanto che nel 2008 Socotra è stata dichiarata Patrimonio dell'Unesco. Qui e solo qui crescono alcune delle piante più strane del pianeta, come l'albero cetriolo, l’albero bottiglia, diverse piante di aloe utilizzate a scopo medicinale, la Punica protopunica, antenato del melograno coi frutti dal sapore rivoltante, l’albero dell’incenso che trasuda resina commestibile (una sorta di chewing-gum naturale) e l’albero del sangue di drago (Dracaenia cinnabari) della famiglia delle agavi col tronco dritto, la chioma a ombrello rovesciato e i rami corti e carnosi. Incidendo la corteccia si ricava una resina rossastra, il sangue di drago appunto, usato come medicamento per dissenteria e ustioni e come pigmento per colorare. In tutto 825 specie rare di piante il 37% delle quali esclusive del luogo, così come il 90% dei rettili, il 95% dei serpenti e gran parte delle 192 specie aviarie uniche al mondo; l’ambiente marino non è da meno con 235 specie di coralli, 730 di pesci e 300 tra granchi, gamberi e aragoste.

In passato le leggende dei marinai parlavano di stregoni capaci di rendere l'isola invisibile. In effetti per sei mesi l'anno le tempeste monsoniche “cancellano” l'arcipelago, e anche negli altri mesi gli scarsi approdi lo rendono difficilmente raggiungibile. Sull'isola oggi vivono più di 50.000 persone, la prima e unica strada asfaltata è stata costruita nel 2008, i servizi sono spartani (hotel e ristoranti si contano sulle dita di una mano) e i pochi viaggiatori che arrivavano fino a qualche tempo fa preferivano piantare la tenda sulla spiaggia. Grazie a tutto questo, la natura qui è davvero incontaminata.

Ah, dimenticavo. Non durerà. Socotra sta già cambiando: in Yemen c'è la guerra e le conseguenze si fanno sentire. Se pensate di visitarla di questi tempi, scordatevelo. Gli Emirati Arabi hanno sostanzialmente occupato l'arcipelago costruendo caserme e organizzando un sistema di milizie e di sicurezza. E precludendo di fatto l'accesso ai turisti: pare abbiano in cantiere resort di lusso e parchi di divertimento per ospitarli degnamente a guerra finita.
 
 

 

 

 

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...