mercoledì 13 novembre 2019

147 - I CENTO RECORD DELL'AERONAUTA




Sembra impossibile ma...
Quella mattina del 21 febbraio 1995 gli abitanti di Leader Saskatchewan, una cittadina nel bel mezzo delle immense pianure canadesi, hanno pensato tutti la stessa cosa: gli alieni esistono, e il momento dell’incontro ravvicinato del terzo tipo preconizzato da Spielberg è arrivato. Ma dallo strano oggetto volante argentato videro scendere un signore di mezza età. Era Steve Fossett che, partito dalla Corea del Sud, aveva attraversato l’oceano Pacifico in solitario con la sua mongolfiera ipertecnologica, e poi aveva voluto esagerare proseguendo per diverse centinaia di miglia sulle nevi del Canada.

Fossett, imprenditore e finanziere di successo, aveva una fissa: battere quanti più record del mondo possibile nelle discipline che amava e praticava. Un’impresa riuscita qualcosa come 116 volte. Come dire, sommando le sfide ai limiti del possibile si ottiene un risultato impossibile. Il primato più importante stabilito dall’aeronauta americano è del 2002: il giro del mondo in solitaria senza scalo in mongolfiera. E’ vero che la circumnavigazione del mondo in pallone senza scalo Picard e Jones l’avevano realizzata tre anni prima, ma lui, appunto, ci riuscì da solo.

Fra gli altri primati Fossett, nel 2001 stabilì il record di velocità di traversata dell'Atlantico su un catamarano, fra il 2000 e il 2003 fissò una serie di record di velocità per aerei civili con un Cessna, nel 2002 circumnavigò la Terra ancora in mongolfiera in solitaria e senza scalo, percorrendo 33mila chilometri in 13 giorni, nel 2004 fece lo stesso ma in mare, come skipper di un catamarano: giro del mondo in 58 giorni. Del 2004 invece è il record di velocità con un dirigibile, 115 chilometri orari, mentre l’anno successivo con un aeroplano appositamente progettato circumnavigò la Terra in solitaria, senza scalo e senza rifornimento in 67 ore a una media di 590 chilometri orari. Nel 2006 fissò il record di altitudine con un aliante, volando nella stratosfera a 15460 metri. E scusate se è poco.

Il 3 settembre del 2007 partì in aereo per l’ennesima impresa da Smith Valley nel Nevada. Poco dopo l’aereo scomparve dai radar. Le ricerche non dettero alcun esito. Solo un anno più tardi i rottami dell’aereo furono segnalati su un altipiano della Sierra Nevada. Intorno, i segni di un violento impatto. A 800 metri di distanza furono ritrovate due ossa. l test del Dna confermeranno che appartenevano a Steve Fossett. Al momento della sua morte 60 dei suoi impossibili primati erano ancora imbattuti.

146 - IL MIO SPECCHIO PER UN CAVALLO



Sembra impossibile ma...
Avete presente Groucho Marx in “Zuppa d’anitra”, quando ripete ogni movimento del sosia di fronte a una cornice vuota creando l’effetto di uno specchio? Si chiama “le miroir”, è un’antica gag teatrale, e in questi giorni è stata rispolverata. Ma non da una compagnia di teatranti. Protagonista è un cavallo. O meglio, un gruppo di cavalli.

A studiare a fondo le loro reazioni, un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa. Obiettivo, verificare se i cavalli sono capaci di riconoscersi allo specchio. E definire i contorni della loro comprovata intelligenza, stimata seconda solo a quella delle scimmie nella classifica evolutiva. I risultati dello studio pilota sono apparsi sulla rivista PlosOne. I quadrupedi sono stati esaminati con una tecnica messa a punto in passato per gli scimpanzè: il mark test. Sul corpo dell’animale viene applicato un marchio colorato che lui può vedere solo con l'aiuto di uno specchio. Un altro marchio trasparente e invisibile, che ricrea la sensazione tattile di quello colorato senza poter essere visto neanche con lo specchio, serve poi da controllo.

E a quel punto inizia lo spettacolo in stile “le miroir”: "In un primo momento – dicono i ricercatori pisani - l’animale interpreta l’immagine riflessa come un altro individuo e cerca di instaurarci una relazione: non sono rari i comportamenti aggressivi". Il cavallo ovviamente (per noi) riceve gli stessi segnali lanciati, e dopo un po’ si rende conto che qualcosa non torna. Inizia quindi ad esplorare il misterioso oggetto: annusa e tocca lo specchio, sporge la testa per osservare cosa si nasconde oltre la superficie, sente un odore che riconosce come il suo, poi va dietro allo specchio per controllare se c’è un suo simile, e non trova nessuno…

Il passo successivo è l’identificazione. Se e quando l’animale capisce che non si tratta di un altro individuo e si riconosce nell’immagine riflessa, tenta di pulirsi, ripete una serie di movenze per rimuovere il marchio, prova a grattarlo via. Nell’esperimento, tre dei quattro cavalli esaminati si grattavano la guancia marchiata quando c’era il segno colorato, e non quando c’era il segno trasparente.

Gli studi sono ancora in corso, ma la lancetta dei ricercatori sembra orientata verso una risposta affermativa: sì, i cavalli si riconoscono allo specchio, come pochissimi altri animali: scimmie antropomorfe, elefanti, delfini e gazze. Il che conferma una complessità di elaborazione che qualcuno porta al limite dell’autoconsapevolezza: “Quello riflesso sono io” è un indizio di coscienza? Ipotesi affascinante ma impossibile, secondo (quasi tutti) gli scienziati. Già, impossibile… o solo ad oggi non verificabile?


145 - GLI ALBERI DELLA VITA




Sembra impossibile ma...
Un architetto paesaggistico di Brindisi rischia di passare alla storia come l’autore di una piccola rivoluzione nel mondo delle energie rinnovabili e dell’ecosostenibilità. Chissà se l’idea del nome, “Tree Life”, l’albero della vita, gli è venuta pensando al bel film di Torrence Malick. Certo che la sua invenzione è un po’ come il film, bella e apparentemente semplice, come tutte le cose geniali.

Lui si chiama Piero Petrosillo; i suoi alberi della vita nascono da un sogno, che in soli sei anni è diventato realtà. Il problema di partenza è questo: le energie rinnovabili in tempi brevi sostituiranno le altre fonti di energia, con vantaggi per tutto il pianeta. Ma se già oggi che coprono solo il 5% del fabbisogno, pale eoliche e pannelli fotovoltaici si vedono un po’ ovunque, quello che si prepara è un futuro pulito per tutte le forme di inquinamento, meno che per quello paesaggistico. A meno che, si è detto l’architetto pugliese, per limitare l’impatto non si immagini un sistema “mimetico” che si confonda nel paesaggio e non lo alteri. E cosa si può inserire nel verde di campi, colline e vallate, se non alberi? Così ecco prendere forma l’idea dell’albero della vita, capace di fornire tutte le “energie pulite”.

Il sistema ideato da Petrosillo è in grado di produrre contemporaneamente energia eolica, fotovoltaica ed idrica, sia tramite erogazione diretta che con la conservazione in batterie all’interno dell’albero. E sempre all’interno un altro sistema è in grado di raccogliere l’acqua piovana in apposite cisterne e di depurarla. I Tree Life insomma sono generatori energetici costruiti con la forma di alberi, con tanto di foglie in tessuto fotovoltaico. Possono essere inseriti in modo armonico sia in contesti urbani che nel verde. Fra l’altro, le forme naturali si sono dimostrate le più adatte non solo esteticamente, ma anche dal punto di vista funzionale. Come dire, le soluzioni migliori le aveva già trovate qualcuno “più in alto”. L’idea per raccogliere più acqua possibile – dice l’architetto – è invece arrivata pensando a uno spremiagrumi. Fino ad oggi sono stati realizzati 12 “modelli” di albero dai costi diversi a seconda delle funzioni.

La mia città ideale – conclude Petrosillo - prevede la massima integrazione tra il costruito e gli ambienti naturali, con un’architettura di qualità con forme essenziali, originali e moderne, capaci di dialogare con le caratteristiche storico-culturali e naturalistiche dei luoghi. Dovrebbe poi basarsi su sistemi di produzione energetica ad impatto paesaggistico nullo, in grado di sfruttare tutte le fonti rinnovabili”. Immagini che sembrano un sogno impossibile, lontane anni luce da una realtà fatta di fabbriche, auto e discariche che inquinano aria e acqua. Ma progetti come Tree Life tracciano il sentiero: oggi è appena visibile, eppure potrebbe diventare un’autostrada. Verde, naturalmente.

144 - IL POKEMON CENSURATO



Sembra impossibile ma...
Molti di quelli che sono cresciuti a pane e Pokemon non sanno che c'è un episodio della celebre serie animata che non potranno mai vedere, né mai potranno verificare la potenza del tuonoshock di Pikachu, abilità tanto potente da varcare i confini fra fiction e realtà e portare all'ospedale su ambulanze a sirena spiegata centinaia di telespettatori. Ringrazio Francesco Col e Alessandro Roccella, che nel giro di poche ore incredibilmente mi hanno segnalato la stessa storia e vi faccio rivivere i giorni del Pokemon panic.

Giappone, martedì 16 dicembre 1997, ore 18,30. Quasi 27 milioni di televisori sono sintonizzati su TV Tokyo e su altre 36 emittenti tv (e già questi numeri hanno qualcosa di paranormale, per alcuni commentatori di insano) che mandano in onda l’episodio numero 38 della prima stagione della serie animata Pokémon intitolata “Soldato computer Porygon” . I protagonisti, Misty, Brock, Ash e Pikachu sono in grossi guai: all'interno del sistema operativo di un computer di un centro medico, stanno per soccombere. Ma Pikachu per salvare i suoi amici usa contro una pioggia di missili una delle sue più potenti abilità: il tuonoshock. Sul teleschermo si accende un tourbillon di effetti visivi, immagini rosse e blu si alternano in rapidissima sequenza, un lampeggiare stroboscopico ad una frequenza di 12 Hz per una durata di 6 secondi 2 dei quali a tutto schermo. Ed è l'apocalisse, che però come nella Cartoonia di Roger Rabbit si sposta nel mondo reale.

In tutto il Giappone12.000 persone denunciano malesseri più o meno gravi. I centralini delle ambulanze impazziscono, 685 giovani fra i 3 e i 20 anni (310 maschi e 375 femmine) vengono portati d'urgenza all'ospedale con convulsioni e crisi epilettiche. Di questi 150 vengono ricoverati con diverse prognosi, da un giorno fino ad oltre due settimane, le restanti dimesse dopo la somministrazione di robuste dosi di calmanti. Fra i disturbi riscontrati convulsioni, mal di testa, nausea, vomito, cecità temporanea, crisi epilettiche. Con una coda qualche ora dopo, quando un telegiornale per raccontare la vicenda pensa bene di ritrasmettere la sequenza incriminata: nuovi malori e nuove corse in ospedale.

E veniamo al day after: pubbliche scuse dagli autori, dai notiziari, dalle reti televisive e dalla Nintendo che produce i videogames su cui si basa il cartone animato; l'azienda, per quanto incolpevole, in poche ore perde il 5% delle sue azioni. L'episodio è cancellato e mai più trasmesso e la serie bloccata per 4 mesi. Poi scattano le misure precauzionali per il futuro: animazioni con strisce e cerchi concentrici limitate e divieto di trasmetterle a tutto schermo, divieto di far lampeggiare per più di duer secondi le immagini, lampeggio vietato per tutte le scene che contengono il colore rosso.
Guarda il video sull'episodio censurato dei Pokemon.



143 - IL SEGRETO DI DORIAN GRAY

 

Sembra impossibile ma...

Quando la magia diventa scienza. Prendi il mito antichissimo della fontana dell’eterna giovinezza, o anche la ricerca alchemica dell’elisir di lunga vita, o la splendida allucinazione che Wilde intitolò “Il ritratto di Dorian Gray”. Il sogno di non invecchiare. Un miraggio? Forse. Ma intanto negli ultimi 200 anni la vita media sul pianeta è raddoppiata, e neanche ce ne siamo accorti.

 

Oltre alla ricerca “fisiologica” in un settore dove qualunque miliardario sarebbe disposto a spendere una fortuna, c’è anche quella “border line”, ambigua come le sirene di Ulisse, che affonda il bisturi nel campo dell’impossibile: Jesse Karmazin è il fondatore della startup Ambrosia. Obiettivo, come riporta la MIT Technology Review, studiare cosa succede quando il sangue di un giovane viene iniettato nel corpo di una persona più anziana. Sono 600 i volontari che si sono sottoposti al trattamento, ognuno di loro ha pagato 8.000 dollari. Lo studio clinico è andato avanti dal 2016 al 2018; a oggi non è ancora stato pubblicato alcun risultato, ma il trattamento è in commercio dal 2018, e a quanto pare i clienti non mancano.

 

Ambrosia si basa su studi precedenti fatti su topi giovani e anziani che per alcuni giorni avevano condiviso i sistemi circolatori: l’apparato cardiovascolare dei più anziani al termine dell’esperimento funzionava assai meglio. Karmazin è convinto che sugli esseri umani sia sufficiente un’unica trasfusione di sangue per dare il via al ringiovanimento. L’effetto benefico, che per il suo portafogli è certo, è invece improbabile per i ricercatori del settore, e impossibile per la scienza ufficiale.Tanto che all’inizio del 2019 Ambrosia aveva cessato di offrire il trattamento, dopo che la Food and Drug Administration degli Stati Uniti aveva emesso un avviso ai consumatori per sconsigliare l'utilizzo del servizio.

 

Pochi mesi dopo però la società ha ripreso a fornire ai clienti il plasma di giovani donatori: le trasfusioni da un litro oggi costano 5.500 dollari, quelle da due litri 8.000. Karmazin si rifiuta di dire quanti clienti si sono sottoposti al trattamento, ma afferma che persone di tutte le età, dai 30 ai 90 anni, alcune delle quali in buona salute, hanno ricevuto le trasfusioni, e che queste hanno “prodotto miglioramenti statisticamente significativi nella memoria, nel sonno, nell'agilità, nella qualità della pelle e in altre aree”. Di parere opposto l'authority sanitaria americana, che in sostanza ritiene la pratica una pericolosa truffa e afferma che “non vi è alcun beneficio clinico comprovato” e che le trasfusioni di sangue giovane potrebbero essere dannose.

 

Chi ha ragione? Lo scopriremo solo vivendo. Intanto Ambrosia non solo continua ad operare nella sua clinica di San Francisco, ma di recente ha iniziato a spedire ovunque il plasma a medici che poi effettueranno la trasfusione: “Recapitiamo in 12 ore il plasma, e forniamo loro le istruzioni; in questo modo il numero di pazienti è aumentato enormemente”.

 


 


 

https://www.ambrosiaplasma.com/ 

 

martedì 12 novembre 2019

142 - SHAKESPEARE & SODA




Sembra impossibile ma...
A New York sta avendo un grande successo un'inedita forma di spettacolo, con diverse compagnie teatrali che propongono i capolavori di Shakespeare. Solo che i palcoscenici sono quelli di bar e pub, e gli attori sono tutti ubriachi.

Le versioni alcoliche dei più grandi lavori del drammaturgo sono l'ultima tendenza nata nel 2014 nell'off Broadway e proseguita con crescente successo nei locali di mezza città; l'idea si deve a Scott Griffin, fondatore della Drunk Shakespeare Society, un team di attori che intreccia la commedia con testi improvvisati, si descrive orgogliosamente come "una compagnia di bevitori professionisti che soffre di gravi problemi con Shakespeare" e propone performance governate dall'anarchia che finiscono con grandi bevute insieme al pubblico. Che riempie i locali, attratto dal format che conduce a spettacoli imprevedibili nei quali può accadere di tutto. Sulla scia della Drunk, sono nate diverse compagnie, come il Lonely Hearts Club Cabaret, col pubblico che partecipa e canta il karaoke con gli attori, il Three Day Hangover, lo Shotspeare e lo Shakesbeer di Ross Williams, attore di primo piano fondatore del serissimo New York Shakespeare. Lo Shakesbeer ogni sera si esibisce in 4 diversi bar, a ogni tappa gli attori fra un bicchiere e l'altro interpretano una scena shakesperiana di fronte a clienti che non hanno idea di cosa stia succedendo: alla fine della scena passano al bar successivo, seguiti da tutti gli spettatori che vogliono unirsi all'allegra compagnia.

Ma quanto sono ubriachi gli attori? Abbastanza da rendere l'esperienza eccitante, ma non così tanto da dimenticare le battute o svenire. A Drunk Shakespeare (che ha superato le 2000 repliche) solo un attore a sera beve 5 shot in apertura, e al grido di "Drunk Point of Order!" detta regole che tutti devono seguire. Negli spettacoli di Shotspeare invece tre membri del pubblico hanno il potere urlando “Shotspeare!” di fermare il cast, e tutti gli interpreti devono bere uno shot. L'interazione degli spettatori è sempre incoraggiata, tanto che ad alcuni vengono affidate parti minori: secondo alcuni è anche un buon modo per avvicinare i giovani a Shakespeare. Ok, anche all'alcol, ma la Drunk ha pronto un disclaimer: “I nostri attori sono professionisti, la loro attività è monitorata di continuo. Bere con moderazione è divertente, eccedere ti rovina la vita”. 
 
 

 
 





141 - LABIRINTI DI MARMO




Sembra impossibile ma...
C'è un lago in Patagonia che conserva come lo scrigno di un tesoro un fantastico sistema di grotte. Non è facile arrivarci, ma l'incredibile labirinto di forme e di colori fatto di acque cristalline che disegnano il marmo vale da solo un viaggio ai confini del mondo.

L'itinerario è ancora oggi roba più da viaggiatori che da turisti, il che non è poi un male. Si vola fino a Santiago del Cile, qui si cambia aereo e si fanno altri duemila chilometri in direzione sud fino a Balmaceda; Coyhaique, capitale della provincia di Aysén, è lontana 54 chilometri, ed è qui che si noleggia un pick up per proseguire ancora verso sud sulla mitica Carrettera Austral, strada panoramica con larghi tratti ancora sterrati. Siamo nella punta meridionale della Patagonia cilena, e prima di vedere le acque del lago Carrera (ma gli argentini, sull'altra sponda, lo chiamano lago Buenos Aires) bisogna percorrere altri 265 chilometri. Puerto Rio Tranquilo, sulla riva del lago, non ha perso il suo fascino di città di frontiera, anche se ormai tutti lavorano in un modo o nell'altro nell'accoglienza turistica. Ed è qui che si sale su kayak o su piccole imbarcazioni condotte da gente del posto (mica sempre, solo se le condizioni meteorologiche permettono la navigazione sulle acque del lago) per escursioni di un paio d'ore nel paese delle meraviglie: la Catedral de Mármol, la Capilla de Mármol e la Caverna de Mármol.

Sono tre enormi cavità plasmate dalle acque del lago che hanno eroso e levigato le scarpate costiere di carbonato di calcio degli isolotti a pochi metri dalla riva creando formazioni spettacolari percorribili al loro interno con piccole imbarcazioni solo quando il livello dell'acqua si abbassa. Si procede accompagnati solo dal suono delle onde che lambiscono le pareti e delle gocce d’acqua che cadono di continuo dal soffitto; i colori cambiano a seconda delle stagioni e dei livelli dell'acqua, marmi bianchi purissimi si alternano ad altri con venature dalle cento sfumature moltiplicate dai riflessi azzurri dell'acqua. Tutte le grotte sono formazioni recentissime, scolpite meno di 10.000 anni fa dal ghiacciaio che si è ritirato. Tutto intorno, in un’area costiera di 50 ettari, ce ne sono molte altre: è il Santuario naturale di Capillas de Marmol.

lunedì 11 novembre 2019

140 - LA DOLCE VITA DEL CAVALIER FERRERO



Sembra impossibile ma...
Grazie alle sue intuizioni, e a invenzioni che si chiamano Nutella e Mon Cherì, Kinder e Esta Thè, Michele Ferrero ha trasformato una pasticceria di provincia in una multinazionale con oltre 35.000 dipendenti..

Nel 1942, a 17 anni, con pochi soldi e tanta voglia di affermarsi iniziò a lavorare nel laboratorio di pasticceria del padre, ad Alba, che poi quattro anni dopo in un’Italia ridotta in macerie dalla guerra trasformò in azienda. Dal 2008 fino alla scomparsa è stato indicato dalla rivista Forbes come “l’uomo più ricco d’Italia”. Oggi la Ferrero è una holding del settore dolciario con 20 stabilimenti e 9 aziende agricole in 53 Paesi, e un fatturato annuo di oltre 11 miliardi di euro.

Il segreto del mio successo? Pensare diverso dagli altri, avere fede, tenere duro e mettere ogni giorno al centro la Valeria». Ovvero il nome con cui era solito indicare la mamma che fa la spesa, la nonna, la zia, insomma la “casalinga di Voghera” che decide ogni giorno cosa si compra. “Pensare diverso dagli altri” è il suo mantra, e lo recita così bene che si inventa dal niente robetta tipo la Nutella, i Mon Cherì, i Rocher, gli ovetti Kinder, l’EstaThè, i Pocket Coffee. Ogni prodotto, un’intuizione, e una storia.

«Quello che amo di più – racconta in una vecchia intervista - è la Nutella, ma il Mon Chéri è quello che mi emoziona ricordare. Era l’inizio degli anni Cinquanta e andammo in Germania. Il Paese era ancora pieno di macerie, triste, depresso, e gli italiani erano visti malissimo. Convincerli a comprare qualcosa da noi era una missione quasi impossibile. La mia idea era di vendere cioccolatini in pezzo singolo. Volevo qualcosa che risollevasse il morale, che addolcisse ogni giorno la vita dei tedeschi: c’era il cioccolato, la ciliegia e c’era il liquore che scaldava in quell’epoca fredda. Pensai a una carta elegante, lussuosa, di un rosso fiammante, che desse l’idea di una piccola festa ad un prezzo accessibile a tutti. Poi tanta pubblicità, e concorsi con in palio una Topolino rossa e dei diamanti. Fu un successo travolgente. E pensare che la fabbrica era in una serie di bunker bombardati…». 

Ma l’intuizione più pazza è un’altra. Arriva una ventina di anni dopo, in Italia. «Pensai all’uovo di cioccolato: perché, mi chiesi, si deve mangiare solo una volta all’anno, a Pasqua? Però per tutti i giorni ci voleva qualcosa di più piccolo, che si potesse comprare a poco prezzo; ma il tipo di esperienza doveva rimanere lo stesso; e sì, ci voleva anche la sorpresa, ma in miniatura. Pensai alla Valeria mamma, che così poteva premiare il suo bambino che aveva preso un bel voto a scuola, alla Valeria nonna o zia che riuscivano così a strappare un bacio al nipotino. Ma troppo cioccolato poteva preoccupare le mamme, allora pensai a “più latte e meno cacao”: quale miglior sensazione per una mamma di dare più latte al suo bambino? Ordinai 20 macchine per produrre ovetti; in azienda pensarono di aver capito male o che fossi diventato matto e non fecero partire l’ordine, dovetti intervenire di persona. Tutti dicevano che sarebbe stato un flop, che le uova si vendono solo a Pasqua. Dissi: “Da domani sarà Pasqua tutti i giorni”». Così nacque l’ovetto più amato dai bambini e tutta la linea di prodotti Kinder Ferrero. Che oggi rappresenta circa il 50% del fatturato dell’azienda.
«Ecco cosa significa fare diverso da tutti gli altri _ racconta ancora Ferrero _ . Tutti facevano il cioccolato solido e io l’ho fatto cremoso ed è nata la Nutella; tutti facevano le scatole di cioccolatini e noi cominciammo a venderli uno per uno, ma incartati da festa; tutti pensavano che noi italiani non potessimo andare in Germania a vendere cioccolato e oggi quello è il nostro primo mercato; tutti facevano l’uovo per Pasqua e io ho pensato che si potesse fare l’ovetto piccolo per tutti i giorni; tutti volevano il cioccolato scuro e io ho detto che c’era più latte e meno cacao; tutti pensavano che il tè potesse essere solo quello con la bustina e caldo e io l’ho fatto freddo e senza bustina».  

Michele Ferrero, Cavaliere del lavoro dal 1971, se ne è andato a quasi 90 anni il 14 febbraio del 2015. Era il giorno di San Valentino, il più dolce dell’anno. E non poteva che essere così.

139 - GLI EXTRATERRESTRI NON VIVONO A NAZCA




Sembra impossibile ma...
Il mistero dei disegni di Nazca dopo 1500 anni è stato risolto. Suggestionati dai libri di Peter Kolosimo, per anni in molti hanno creduto che quelle misteriose linee fosero di origine extraterrestre. Non c’era bestseller, fra i tanti scritti dal padre della fantarcheologia italiana, che non mostrasse le foto del ragno o della scimmia, del condor o del colibrì, figure così impossibili da diventare inquietanti. Il motivo? Gli enormi animali disegnati sulla sabbia del deserto potevano essere visti solo dall’alto.

Per apprezzarle quindi c’era un solo modo: sorvolare con un velivolo quell’arido altopiano, a Nazca, nel Perù meridionale. Solo che quei disegni sono stati tracciati fra il 300 a.c. e il 500 d.c., quando era impossibile per un qualunque mezzo volare, lì o altrove nel mondo.

Il mistero delle linee di Nazca nei primi anni settanta di colpo fece impallidire tutti gli altri luoghi dal fascino esoterico sparsi sul pianeta, dalle piramidi, a Stonehenge, da Lochness a Palenque. Due le ipotesi formulate dagli autori più spregiudicati: quella extraterrestre, e quella dei resti di antichissime civiltà progredite e scomparse. E due le conseguenze: carrettate di libri venduti e boom dell’ archeoturismo volante a bordo di incerti “piperini” nei cieli dell’altopiano peruviano.

Nel frattempo gli studiosi, quelli veri, avevano cominciato a studiare le strane immagini, sparse su un’area di un’ottantina di chilometri: in tutto oltre 800 disegni formati da tredicimila linee, che possono raggiungere fino a 365 metri di estensione. Le linee sono state create spostando le pietre contenenti ossidi di ferro; il clima secco le ha conservate per secoli. Nel 1994 l’Unesco le ha riconosciute Patrimonio dell’Umanità.

Ci sono voluti 50 anni, ma finalmente i ricercatori hanno dato una risposta al mistero di Nazca. Meno affascinante, ma sicuramente più scientifica: l’analisi delle immagini satellitari ha permesso di comprendere la loro funzione, legata all’acqua. Le linee sono infatti collegate a una sorta di pozzi chiamati puquios, che convogliavano l’acqua estratta dalle falde a decine di metri di profondità, in cunicoli sotterranei a forma di spirale, realizzando un complesso e sofisticato sistema di acquedotti e di irrigazione.

Un ruolo fondamentale nella scoperta l’ha avuto l’ingegner Rosa Lasaponara, ricercatrice del CNR di Roma. Che spiega: “Indicavano percorsi da seguire nelle cerimonie. Molti degli animali raffigurati nei disegni, come orche e delfini, riportano all’acqua; erano un cerimoniale e i disegni ritualisti oltre a contrassegnare la posizione dell'acqua, erano un modo di dire grazie agli dei“. Niente fantascienza ma alta ingegneria idraulica. Insomma, per realizzare l’’impossibile, dice oggi la scienza, non c’è bisogno di extraterrestri, bastano i tecnici dell’antica civiltà Nazca che duemila anni fa permisero a un intero popolo di coltivare la terra e di trasformare uno dei deserti più aridi del mondo in un’oasi verde.

138 - LA VALLE DEL SONNO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Anno 2013, in una vallata nel Kazakistan si verifica un misterioso fenomeno: gli abitanti si addormentano all’improvviso, in mezzo alla strada, a scuola o al mercato. E non c’è modo di svegliarli anche per diversi giorni. Dopodiché riaprono gli occhi senza ricordare niente.

Siamo a Kalachi, 250 chilometri dal confine russo, un paese di 600 abitanti, un terzo dei quali dall’aprile 2013 a oggi sono stati colpiti senza preavviso dalla malattia del sonno. "Una volta – racconta un medico - è accaduto a 60 persone tutte insieme, pochi giorni dopo in una scuola in 20 minuti si sono addormentati 8 bambini".

Al risveglio fra i sintomi accusati da tutti spossatezza e mal di testa, perdita di memoria e nausea. Ma anche allucinazioni e comportamenti assai stravaganti. Dettaglio curioso, raccontato sottovoce e con un certo imbarazzo: un po’ come nel film Holy Water, tutti i maschi adulti, di qualunque età, si sono svegliati con un forte desiderio sessuale e un’erezione che è andata avanti per giorni.

Le cause dell’epidemia del sonno? Un mistero, fra complottisti che parlavano di pozzi avvelenati e pseudostudiosi che denunciavano presenze extraterrestri. La soluzione dell’enigma è arrivata solo nel 2017. L’hanno ufficializzata gli scienziati che per 4 anni hanno studiato il caso.

Colpevole” della malattia del sonno è una miniera di uranio dismessa, di epoca sovietica, che quando si riempie d’acqua rilascia monossido di carbonio, radon ed altri gas inerti. In certi giorni il monossido di carbonio nell’aria a Kalachi è arrivato ad essere 10 volte il massimo tollerato per legge. Così tutte le famiglie sono state evacuate, e il villaggio del sonno è diventato un villaggio fantasma.


137 - SILENZIO, ANDIAMO AL BAR




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. All’inizio non è stato facile, è servito parecchio coraggio. Anzi, a dirla tutta per quel gruppo di ragazzi inesperti la decisione di aprire un’attività commerciale, di questi tempi rischiosa per chiunque, era un salto nel vuoto. Oltre al normale rischio di impresa c’era il timore di non essere capiti, di spaventare e allontanare i possibili clienti.

Oggi, a due anni dall’inaugurazione, il “Senza nome”, a due passi dal mercato delle erbe di Bologna, è uno dei locali più frequentati della città . All’ingresso campeggia una grande lavagna con la scritta “Se al bancone vuoi ordinare usa la lingua dei segni, i bigliettini in bacheca, scrivi sui foglietti, gesticola, trova tu una soluzione”.

La scommessa era quella di far interagire sordi e udenti. Solo che qui le regole si rovesciano: sono i secondi a dover trovare il modo di farsi capire, non importa come. Del resto anche i prodotti come vino e succhi di frutta serviti al bancone provengono da aziende gestite da sordi.

Il locale è ormai un punto di riferimento per i sordi di tutta Italia, promuove e realizza iniziative culturali a getto continuo, come solo ai bolognesi riesce, ed è amatissimo e frequentato da chi sordo non è. Insomma, la scommessa è vinta.

Ricordo parecchi anni fa nella mia Livorno fece notizia l’apertura di un bar anarchico. Chiunque poteva servirsi, consumare e pagare se e quanto poteva. Durò poco, alla sera gli scaffali erano vuoti e la cassa anche. Qualche settimana dopo il titolare tirò giù la saracinesca. “Peccato _ disse _ ci ho provato. Non è andata bene, ma pensate come sarebbe stato bello…”.

Una scommessa vinta, una persa. Ma dietro a tutte e due, la forza dei sognatori. E l’impossibile che _ per un giorno o per una vita _ diventa realtà.

136 - ALICE ALLO SPECCHIO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Giugno 2001, siamo a Stoke-on-Trent, contea di Stafford, Inghilterra. Laura, 10 anni, alla festa per le nozze d’oro dei nonni fa volare un palloncino. Attaccato c’è un biglietto con la scritta “Per favore, chi lo trova lo riconsegni a Laura Buxton” seguita dall’indirizzo.

Quattro giorni dopo a Pewsey, contea di Wilt, 225 chilometri di distanza, un giardiniere trova il palloncino impigliato in una siepe, legge il messaggio e porta il tutto alla sua vicina di casa, la piccola Laura, 10 anni. Che scrive subito alla sua omonima: “Carissima Laura, quello che stai per leggere è incredibile. Ho il tuo palloncino, è stato portato ai miei genitori perché anch’io, come te, mi chiamo Laura Buxton. Perché non ci incontriamo?”.

E siamo al giorno dell’appuntamento: Laura e Laura scoprono di non avere solo il nome in comune: hanno tutte e due 10 anni, uguale l’altezza (superiore alla media dell’età) e si presentano vestite allo stesso modo, jeans e magione rosa. Identici anche gli amici a 4 zampe: un Labrador nero di tre anni, un coniglietto grigio e un porcellino d’India.

Una favola, insomma, un salto nel paese delle meraviglie (o meglio, “oltre lo specchio”) con le due Laura Buxton riunite da un palloncino spinto dal vento.




domenica 10 novembre 2019

135 - IL CIRCO DEGLI ALBERI




Sembra impossibile ma...
Axel Erlandson, coltivatore di fagioli di origine svedese, aveva un insolito hobby: piegare gli alberi e “convincerli” a crescere in strane direzioni. Oggi è considerato il padre fondatore del Tree Shaping, la modellazione delle piante attraverso potature, innesti e sculture realizzate in modo da condizionare la crescita di tronchi e rami.

Erlandson nasce nel 1884 a Halland, in Svezia. La sua storia somiglia a quella di migliaia di emigranti. Quando la famiglia arriva nel Minnesota lui ha 2 anni; il padre è un tuttofare che costruisce case, chiese e fienili. Nel 1902 si trasferiscono nella più fertile Central Valley della California. Nel 1914 sposa Leona da cui ha un figlia, Wilma. Axel è un ragazzo molto brillante, fa l'agricoltore nel piccolo terreno di famiglia a Hilmar, ed è potando e modellando la siepe che lo circonda che scopre la sua passione. Così dal 1925 inizia a lavorare sulle piante per creare forme artistiche: anelli, cuori, onde. Nel 1945, quando ha già un piccolo bosco delle meraviglie quasi segreto, la moglie e la figlia in gita a Santa Cruz scoprono che la gente fa la fila e paga per vedere stranezze. Perché non farlo con quegli strani alberi modellati da Axel? Detto fatto, Erlandson acquista un terreno nella più frequentata Santa Clara Valley e vi trapianta il meglio dei suoi alberi, una settantina. In breve le sue opere finiscono sulle riviste, e sul “Ripley's believe it or not”, e i curiosi affollano “The Tree Circus”, inaugurato nel 1947.

Erlandson disegna prima le forme che vuole ottenere su carta, poi sceglie le piante e inizia un lungo e paziente lavoro di potature, innesti e piegature secondo i suoi piani. Negli anni diventa un maestro, ed è molto geloso delle sue tecniche segrete: lavora dietro schermi per proteggersi da curiosi e spie, e a chi gli chiede come riesce a modellare gli alberi risponde “Parlo con loro”. Quando muore, nel 1964, si porta i suoi segreti nella tomba, e nessuno sarà più in grado di replicare le sue creazioni. Il Tree circus dopo aver cambiato diversi proprietari, nel 1977 rischierà di essere distrutto per lasciar posto a insediamenti commerciali. Lo salveranno un architetto paesaggista e un comitato di “amici degli alberi”. Poi nel 1985 lo acquista il magnate Michael Bonfante che trasferisce metà degli alberi nel suo parco di divertimenti a Gilroy, dove è ancora possibile vederli oggi. Gli alberi morti sono invece conservati nel Museum of Art History di Santa Cruz.

venerdì 8 novembre 2019

134 - VIAGGIO ALLUCINANTE




Sembra impossibile ma...
Quella che ogni giorno vivono centinaia di visitatori in un museo olandese è un'esperienza ai confini della realtà: entrano da un ginocchio e arrivano fino al cervello dopo un lungo percorso che attraversa tutto il corpo umano.

Chi ha qualche annetto in più ricorda “Viaggio allucinante”, il film di Richard Fleischer ripreso poi da Asimov che affascinò un'intera generazione raccontando la fantastica avventura di un gruppo di scienziati miniaturizzati e iniettati nel corpo di un paziente. Per molti di noi, grazie anche a effetti speciali per l'epoca straordinari, premiati poi con l'Oscar, fu anche la scoperta della complessità dell'organismo umano. Gli ideatori del Corpus Museum aperto da una decina d'anni a Oestgeest, vicino a Leida, devono aver avuto ben presente il modello della pellicola americana. L'edificio ha la forma di un gigantesco uomo seduto alto 35 metri. All'ingresso vengono consegnate le audioguide (in 8 lingue) e gli occhiali 3D per un'esperienza multisensoriale spettacolare e coinvolgente. La commissione medico-scientifica che ha curato la realizzazione del museo, si è posta come obiettivo di istruire i ragazzi divertendoli. Oltre a illustrare (anzi a far toccare con mano) come funzionano i nostri organi, e a cercare di dare risposta a tutte le domande che possono essere fatte sul corpo umano, ha messo in luce in ogni modo l’importanza dell’esercizio fisico e di una corretta alimentazione per mantenere in salute il proprio corpo.

E anche per chi già pensa di conoscere la struttura del nostro organismo, vederlo in funzione dall'interno è un'altra cosa. Il viaggio nel corpo umano dura oltre un’ora, ma dopo essere arrivati alla testa ci si può cimentare in ogni genere di attività interattiva, quiz o giochi a tema sui vari apparati. Il museo Corpus è a Oegstgeest, (3 km da di Leida e 45 da Amsterdam), la visita, che si svolge a gruppi, è adatta a bambini dagli 8 anni in su per l’approccio dettagliato, scientifico e realistico. La prenotazione del ticket con orario di ingresso è consigliata per evitare lunghe attese, il biglietto online costa 17,25 euro (14,75 under 14).


giovedì 7 novembre 2019

133 - LO STUDENTE FANTASMA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. George P. Burdell è un cittadino modello. Nato nel 1908 ad Augusta, in Georgia, nel 1927 si iscrive alla prestigiosa GT (Georgia Tech), tra le prime 8 università americane, dove consegue una laurea e un master in Technologic engineering, pratica sport ad alto livello, combatte su vari fronti in guerra, al ritorno si sposa, ha un figlio, insegna alla GT, e nel 2001 è in testa fino alla fine nel sondaggio per il Premio Person of the Year del Time, che andrà poi a Rudolph Giuliani. Eclettico e instancabile, ottiene eccellenti risultati in molteplici attività, tutti comprovati da diplomi, attestati e documentazioni ufficiali. Cosa c'è di strano? Solo un dettaglio: George P. Burdell non esiste.

Facciamo un passo indietro. All'inizio dell'anno accademico 1927/28 William Edgar "Ed" Smith fa domanda alla GT e riceve per sbaglio due moduli di iscrizione. Da lì nasce l'idea, degna di “Amici miei”, e nasce anche George P. Burdell, con il cognome da nubile della madre del migliore amico di Smith, che iscrive Burdell a tutti i corsi che frequenta lui. Poi con l'aiuto di amici fa tutti i compiti due volte, cambiando leggermente testi e calligrafia: i test invece li prende doppi, e li consegna compilati con nomi diversi. Nessuno sospetta niente, e nel 1930 arriva la laurea, seguita poi dal master. Il suo nome resta ufficialmente fra quelli degli studenti laureati. In questi anni la Anak Society, la più antica confraternita segreta della GT, offre l'adesione a Burdell, che risulta anche come agonista nelle guide del calcio dal 1928, e poi del basket dal 1956 e capitano della squadra GT Swimming del 1988.

Già, perché la voce si è sparsa, e Burdell è diventato una leggenda universitaria che gli studenti terranno viva per decenni. Così Burdell compare nell'equipaggio di un bombardiere B-17 in guerra, con 12 missioni su vari fronti, e poi ancora in Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan. In patria, a parte i documenti del suo matrimonio con tale Agnes Cartwright, ecco decine di iscrizioni ai corsi della GT, mentre il suo nome nel 1971 appare fra le nomine a professore,e poi su qualunque petizione alla scuola, sui registri di nozze e sui libri degli ospiti ai funerali di tutte le chiese e sinagoghe di Atlanta, sulle liste di aeroporti, ristoranti e luoghi sportivi di tutto il mondo. E ancora, nel cda della rivista Mad per 14 anni, nell'album del 1995 “Jesus Christ Superstar: a resurrection” come baritono, fra i delegati alla Convenzione nazionale Democratica della Georgia, fra i produttori del sito Web di South Park; nel 2001 è in testa col 57% dei voti nel sondaggio per il Premio Person of the Year del Time (finché alla rivista si sono chiesti chi mai fosse), e nel giugno 2019 compare fra i progettisti della missione satellitare Prox-1.

Nel frattempo in tutta la Georgia a suo nome sono state emesse un gran numero di carte di credito, registrati innumerevoli abbonamenti a riviste, sconti online, iscrizioni a premi. Burdell ha diversi account su LinkedIn, Facebook e Instagram, e nel 2015 Barack Obama lo cita in un discorso ufficiale alla GT: "So che George Burdell avrebbe dovuto essere qui oggi, ma nessuno riesce a trovarlo...". Insomma, oggi è una leggenda del campus, venerato dagli studenti che lo chiamano “The Spirit of Georgia Tech" e usano il suo nome ogni volta che non vogliono rivelare il proprio. E ad Atlanta se ti chiami Burdell, non puoi ordinare una pizza nel raggio di 100 miglia.

mercoledì 6 novembre 2019

132 - IL GENERALE NUDO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di un generale ingegnoso, violento, temerario. Che andava in giro nudo con una cuffia per doccia in testa, e nudo riceveva nei suoi alloggi graduati, politici e dignitari, mangiucchiando cipolle crude che teneva appese al collo.

Orde Charles Wingate nasce nel 1903 a Naini Tal in India da una famiglia di militari britannici. Brillante stratega, costruisce la sua fama sul campo in Israele (1936), nella campagna d’Etiopia (1941) e in Birmania (1944). Attua tattiche di guerriglia, addestra squadre speciali (la Gideon Force in Etiopia, i Chindits in Birmania) con cui realizza incredibili azioni spesso basate su astuzie e bluff, e vince battaglie anche in minoranza di 12 a 1. Dapprima filoarabo, diventerà una bandiera del sionismo, sterminatore spietato di arabi. Churchill, impressionato dalla sua audacia, lo convoca e in un primo momento ne resta tanto colpito da affidargli missioni segrete. Conoscendolo meglio, dirà di lui “E’ troppo matto per l’alto comando”. Wingate muore nel marzo 1944: il B-25 che lo riporta in Birmania si schianta al suolo, le cause restano un mistero. Lascia la moglie Lorna e un figlio che nascerà sei settimane dopo la sua morte. E’ sepolto nel cimitero di Arlington negli Stati Uniti, e in Israele ogni città ha una strada che porta il suo nome.

Per quanto i miei critici mi trovino discutibile, – dirà una volta il generale - è perché io sono quello che sono che vinco battaglie”. Ma chi è Orde Charle Wingate? Certo non un tipo comune. I più lo considerano semplicemente pazzo, e lui non fa niente per smentirli. Burbero e sgarbato per natura, porta sempre con se una Bibbia in ebraico e le opere di Jane Austen; in Israele in preda a crisi mistiche vaga sul monte Tabor cantando a squarciagola i salmi; affascinato dalla figura del re persiano Cambise, tenta inutilmente di ritrovarne i resti, e per emularne lo stile di vita rinuncia alle più elementari norme igieniche. Mangia agli e cipolle crude in quantità. Riceve gli ospiti anche illustri completamente nudo, e di tanto in tanto per scacciare le mosche li colpisce con un asciugamano bagnato. E a chi gli chiede il perché, risponde “Come Cambise”.

Un giornalista della Reuters lo descrive così: “E’ uno dei capi più spietati che io abbia mai incontrato. Non ha paura di niente, non è mai stanco ed è molto strano. Non cura il proprio aspetto e non si preoccupa minimamente di lavarsi. Le sue uniche abluzioni consistono, le rare volte che incontra qualche pozzanghera nel calarsi i pantaloni e mettere le terga a rinfrescarsi nell'acqua”.

131 - PATTI SMITH-RIMBAUD, UNA STORIA D'AMORE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Un incontro di anime: oltre quella porta, quel qualcosa in più che forse c’è e forse no, ma che se c’è va oltre il tempo, oltre la vita. La porta è quella ormai cadente di una casa anonima nel villaggio di Roche, dove la Francia confina col Belgio. Le anime sono quelle di Arthur Rimbaud, il “poeta dell’adolescenza” e di Patti Smith, la “sacerdotessa maudit del rock”.

Fatte le presentazioni, grazie alle definizioni da parolecrociate che ti etichettano come un codice a barre, ecco la storia. Che racconta l’amore impossibile e quindi reale e concreto più di quelli consumati con tutti e cinque i sensi, fra un francese e un’americana vissuti a cent’anni di distanza l’uno dall’altra e tutti e due aggrappati disperatamente al filo sottile della poesia.

La casa è quella dove è cresciuto il poeta, uno dei più grandi dell’Ottocento. Anzi, a dirla tutta non è neanche quella originale: distrutta dai tedeschi in ritirata dopo le ultime battaglie del quattordicidiciotto, fu ricostruita subito dopo identica alla precedente fin nei dettagli grazie ai tanti ex adolescenti innamorati dei versi del poeta. Che in quelle stanze aveva trascorso gli anni della giovinezza e aveva scritto, diciannovenne, “Une saison en enfer”.

Ma parliamo di lei, Patricia Lee Smith detta Patti. Che ha appena passato i settanta, e con Rimbaud ha un rapporto che arriva da lontano: è un suo libro, trovato su una bancarella, a folgorarla quando è ancora una ragazzina. “Mi ha ferita a sangue, mi ha inflitto una ferita d’amore” si legge nella sua poesia “Il sogno di Rimbaud”.

E’ lui l’autore su cui si forma e a cui si ispira nello scrivere i primi versi. “Ho dedicato tanti dei miei sogni da ragazzina a Rimbaud _ dice in una vecchia intervista _ era come se lui fosse il mio fidanzato“. E ancora: “Il suo spirito è ovunque, è il cuore della gioventù ed è anche il cuore della curiosità e dell’entusiasmo. La sua poesia è con noi”. E nel 1975 dopo aver pubblicato il suo primo disco “Horses”, racconta di averlo scritto pensando proprio a Rimbaud.

E veniamo al presente. E’ passato quasi un altro secolo, e la vecchia casa di Roche rischia di andare in rovina. Servono interventi urgenti per frenare il degrado. Qualcuno, la notizia è di pochi giorni fa, ha acquistato in grande segretezza la casa del poeta, rispondendo all’appello accorato del presidente dell’Associazione Internazionale Amici di Arthur Rimbaud.

La vecchia dimora ora sarà restaurata, grazie all’anonimo benefattore. Sulla cui identità qualcosa di recente è trapelato. Indovinate un po’ di chi di tratta? Se non è poesia questa…

130 - CACCIA AL TOPO BIANCO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Nancy Wake nasce a Wellington, in Nuova Zelanda, nel 1912. A 16 anni fa l’infermiera, poi con in tasca 200 sterline vola a New York, quindi a Londra. A 22 anni è a Parigi, di giorno fa la giornalista, di notte si esibisce nei night club alla moda. Chi la conosce la descrive di seta e di acciaio, bella ma dura e tagliente, beve forte e racconta barzellette sporche. Nel 1933 a Vienna intervista Adolf Hitler, e assiste inorridita a pestaggi di ebrei. Insomma, conosce il nazismo, e decide che quello è il nemico.

Al ritorno in Francia si innamora di un ricco industriale, Henry Fiocca. I due si sposano nel 1939. Pochi mesi dopo la Germania invade il Belgio e punta su Parigi. Lei guida un’ambulanza e porta in salvo decine di soldati inglesi fino a Dunkirk, poi si rifiuta di imbarcarsi e fuggire e si rifugia a Marsiglia col marito. Qui, usando le loro considerevoli ricchezze, i due nei primi tre anni di guerra creano una rete per recuperare e aiutare i piloti alleati abbattuti: gli forniscono vestiti nuovi e false identità, corrompono le guardie; ne rimandano a casa più di 200. In pochi mesi il suo nome va in testa alla lista dei ricercati dalla Gestapo, che la soprannomina il "topo bianco" e mette una taglia di 5 milioni di franchi sulla sua testa.

Qualcuno tradisce, e Nancy sfugge per un soffio alla cattura. Il marito è meno fortunato: preso e torturato, viene ucciso il 16 novembre 1943. Lei, sui Pirenei, salta da un treno in corsa e sfugge ancora agli inseguitori. La arrestano a Tolosa, ma non sanno chi è. La Gestapo la tortura per 4 giorni, non dice niente. La rilasciano. Al sesto tentativo raggiunge la Spagna, poi l’Inghilterra. Addestrata allo spionaggio e al sabotaggio, verrà paracadutata in Alvernia. Venduta ai nazisti da un primo gruppo di partigiani, scappa a piedi e raggiunge i capi della Resistenza. Nei mesi successivi coordina e comanda 7.000 partigiani contro 22.000 soldati delle SS, e conduce audaci attacchi di guerriglia a depositi, fabbriche e stazioni. Combattiva e spietata, durante un raid uccide una sentinella a mani nude. Ma queste sono solo una minima parte delle sue imprese.

A fine guerra, sarà la donna più decorata della storia. Le medaglie le rivenderà perché "Non ha senso tenerle, probabilmente andrò all'inferno e si fonderebbero comunque". Nancy Wave vivrà fino a 99 anni nella sua casa alla periferia di Londra, una vecchietta come tante altre. 

 

129 - IL CARATTERACCIO DEL PRESIDENTE




Sembra impossibile ma…
La vita di Andrew Jackson, settimo presidente degli Stati Uniti, è un’avventura picaresca con un sanguigno, rissoso, spregiudicato filibustiere come protagonista. Lo so, nell’era Trump, che pure a Jackson dice di ispirarsi, la cosa non fa notizia. Ma la storia di Old Hickory, la vecchia quercia come lo chiamavano è davvero ai confini della realtà Giudicate voi.

Jackson nasce a Waxhaw, cittadina del North Carolina, nel 1767,
da un’umile famiglia di immigrati irlandesi. Orfano di padre, la madre lo alleva e gli insegna a leggere e a scrivere. A13 anni, volontario nella Guerra d'Indipendenza, è catturato e imprigionato. Al rifiuto di pulire gli stivali a un ufficiale inglese si prende una sciabolata in faccia. La guerra si porta via la madre e i due fratelli.

Rimasto solo, fa l’apprendista sellaio; nel 1787 con vari espedienti guadagna un titolo di studio, e da avvocato diventa speculatore terriero, poi mercante di cavalli e di schiavi. Frequenta taverne, gioca a carte e a dadi, ama ballare, ed è sempre pronto a menare le mani. Nel 1791 si sposa con Rachel. Lei però un marito lo ha già, un ufficiale dell’esercito. Che fa annullare le nozze. Jackson lo sfida a duello e vince, segue divorzio (il primo nel Tennessee) e nuovo matrimonio. Con i duelli risolverà diverse questioni: nel 1806 uccide un uomo che su un giornale lo aveva definito “farabutto da niente”.

Eletto giudice della Corte Suprema, si dimette perché detesta le assemblee, dove ha l’abitudine di passare sul più bello alle vie di fatto. Nel 1812 è generale nella guerra contro gli indiani Creek e gli inglesi. L'8 gennaio 1815 a New Orleans alla testa di 2500 uomini “privi di scrupoli” sbaraglia le truppe inglesi, 12.000 soldati veterani. Al termine, 700 morti e 1400 feriti per gli inglesi, 8 morti e 13 feriti per la banda di Jackson. Che diventa un eroe nazionale.

Accanito cacciatore di indiani, anche se ha una figlia adottiva indiana raccolta a 2 anni dopo una battaglia, sgominerà oltre ai Creek anche i Seminole. E da presidente risolverà alla sua maniera parecchie “questioni indiane”. Il primo tentativo per la Casa Bianca lo fa nel 1824. Gli avversari (e anche qualche alleato) lo sottovalutano, lo considerano un analfabeta. Perde al ballottaggio. Si rifarà 4 anni dopo (e verrà rieletto nel 1832), primo presidente non espresso dall’aristocrazia.

E anche il primo oggetto di un attentato: 30 gennaio 1835, ai funerali di un deputato un uomo gli punta una pistola contro. L’arma si inceppa. Ne estrare un’altra, si inceppa anche questa. Il presidente gli salta al collo e lo riduce in fin di vita a colpi di bastone da passeggio.

Andrew Jackson muore a 78 anni per il lento avvelenamento da piombo causato dai 2 proiettili che aveva in corpo dal tempo dei duelli. Ma questi sono solo gli highlights di una vita che pare un vecchio film western, di quando i cattivi erano sempre gli indiani. Per saperne di più, guardatevi questo documentario.


128 - UN SELFIE CON L'ORSO BIANCO




Sembra impossibile ma...
Se pensate che vedere un orso bianco in libertà sia un'impresa inverosimile, saltate a bordo del Polar bear tundra lodge.

Un albergo che sembra un treno, o viceversa, realizzato per offrire un'esperienza da esploratori polari di inizio novecento, ma con tutti i comfort del terzo millennio. Siamo dalle parti di Churchill, piccola città di frontiera canadese nella tundra subartica del Manitoba, non lontano dalla baia di Hudson. L'esclusivo hotel su ruote è stato costruito su misura e posizionato strategicamente in un'area ad alta densità di orsi polari nel periodo che precede il congelamento della baia, dai primi di ottobre agli inizi di dicembre. E in questi due mesi gli incontri non sono rari né fugaci: gli ospiti del Polar bear e gli orsi diventano vicini di casa, una convivenza 24 ore su 24 nel loro habitat selvaggio. L'albergo su ruote infatti si sposta lentamente per posizionarsi in modo da offrire sempre una visione ottimale degli animali, che dal canto loro sono incuriositi e vengono a mettere il naso sui vetri delle finestre. Alla sera poi, dopo un tramonto fra i ghiacci, non c'è da rientrare, ma si resta lì tutta la settimana, giorno e notte, dormendo in cabine private simili a quelle dei treni.

Il lodge ha 32 camere, tutte con due letti a castello: poi ci sono 6 servizi igienici e 4 docce in comune (siamo pur sempre ai confini del mondo), una zona lounge e una sala da pranzo con ampie finestre scorrevoli, e piattaforme rialzate e recintate a cielo aperto per osservare i più grandi carnivori terrestri tanto da vicino da farsi un selfie. Di giorno poi sono previste escursioni a bordo di speciali fuoristrada per la tundra, le Polar Rovers, per incontri ravvicinati con la fauna selvatica della regione: orsi neri, lupi, alci, caribù, volpi e lepri artiche, pernici bianche e gufi della neve, oltre a un gran numero di uccelli migratori in rotta verso il paesi più caldi. Ah, dimenticavo, questa è la zona a più alta frequenza di aurore boreali del mondo, ed è molto probabile riuscire ad ammirarle. Natural Habitat Adventures organizza il viaggio: si arriva a Winnipeg, poi si vola fino a Churchill e da lì si raggiunge il Polar bear tundra lodge. I costi per una settimana vanno dai circa 7.000 euro in su.


872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...