sabato 18 aprile 2020

450 - CAMERE CON VISTA




Sembra impossibile ma...
I Kombai e i Korowai, popolazioni della Nuova Guinea, costruscono le loro case in cima agli alberi ad altezze che superano i 20 metri. Incredibile ma vero? Solo in parte: in effetti, anche se sul web non lo scrive quasi nessuno, si tratta di una mezza bufala. Che però nasconde altre storie che vale la pena di raccontare.

Intanto facciamo la conoscenza con questi due popoli, che vivono in territori confinanti (ma parlano una lingua diversa) nella provincia indonesiana di Papua-Nuova Guinea, a circa 150 chilometri dal mare di Arafura, in una fitta foresta pluviale paludosa. Secondo le stime, ci sono circa 3.000 Korowai e altrettanti Kombai. Il primo contatto con scienziati occidentali risale al 1974, con la spedizione dell'antropologo Peter Van Arsdale; fino ad allora non erano a conoscenza dell'esistenza di popoli diversi da loro stessi. A fine anni settanta poi sono arrivati anche i missionari cristiani. Gli indigeni vivono in clan, in grandi case sugli alberi, rifugio contro animali di ogni tipo, ma soprattutto contro le incursioni delle tribù di cacciatori di teste Citak; l'ultimo attacco è avvenuto nel 1966. Così ancora oggi ogni clan sorveglia la sua casa sull'albero con archi e frecce, e tutti gli estranei che si avvicinano, compresi gli ospiti invitati, vengono fermati da uomini armati che consentono il passaggio solo quando sono certi che non porteranno alcun danno. Cacciatori, pescatori e raccoglitori di larve di coleotteri, cacciano con l'aiuto di piccoli cani maiali selvatici e altri animali; e pescano costruendo piccole dighe sui ruscelli e gettando poi radici tossiche nell'acqua: quando i pesci vengono a galla li catturano con facilità. Cuociono le prede avvolte in grandi foglie su sassi roventi, e non conservano niente perché il cibo nella foresta è abbondante. Uomini e donne vivono separati nelle grandi case, il matrimonio è poligamico e la preferenza è data alle figlie del fratello della madre.

Di recente però un numero crescente di giovani ha iniziato a trasferirsi nei villaggi più civilizzati verso la costa. E buona parte dei clan accetta, quando richiesto, di ricevere turisti. Il grande cambiamento è iniziato quando sono arrivate le troupe di documentaristi da tutto il mondo. E qui vi racconto la mezza bufala: le case sugli alberi dei Korowai e dei Kombai che si vedono in foto e documentari sono state costruite a beneficio delle troupe cinematografiche; ad esempio la BBC nel 2011 ha commissionato ai Korowai per “Human Planet” la costruzione di una casa sull'albero a 35 metri di altezza. In realtà le vere case sono sì sugli alberi, ma a soli 5-10 metri dal suolo, e non sono costruite su palafitte ma fissate ai tronchi che le sostengono saldamente. E ancora, Kombai e Korowai in passato hanno sicuramente praticato il cannibalismo rituale. E oggi? Non si sa, ma è certo che di recente alcuni clan sono stati indotti per attrarre i turisti ad avvalorare l'idea che il cannibalismo sia ancora segretamente praticato.

venerdì 17 aprile 2020

449 - L'ULTIMA NAVE DI SCHIAVI




Sembra impossibile ma...
Una tempesta ha di recente riportato alla luce il relitto dell'ultima nave che ha trasportato nel 1860 schiavi dall'Africa all'America.

I resti della goletta Clotilda sono riemersi dai fondali del fiume Mobile in Alabama. La nave fu affondata nel 1860, un anno prima che scoppiasse la Guerra Civile, per nascondere le prove dei suoi traffici illegali. Nel suo ultimo viaggio, da febbraio a luglio 1860, aveva trasportato 116 schiavi dall'attuale Benin all'Alabama, nonostante la legge lo vietasse già da più di mezzo secolo. Il relitto è tornato alla luce ed è stato identificato solo in questi giorni.

Dopo la guerra civile i sopravvissuti della Clotilda si riunirono a Mobile in una comunità chiamata Africatown. Qui gli ex schiavi conservarono per generazioni la loro lingua e le loro tradizioni. Una ricerca condotta dall'Università di Newcastle ha rivelato che una delle donne trasportate dalla Clotilda è stata l'ultima sopravvissuta delle navi schiaviste che hanno attraversato l'Atlantico. Si chiamava Redoshi, all'arrivo in Alabama aveva 12 anni e fu ribattezzata Sally Smith; i negrieri l'avevano rapita 6 mesi prima nel suo villaggio natale nel Benin. A Mobile nel 1860 fu acquistata dai proprietari di una piantagione e lì visse in schiavitù fino alla liberazione del 1865. Successivamente continuò a lavorare nella stessa proprietà. Anche suo marito era un reduce della Clotilda e la coppia aveva una figlia. Redoshi è morta nel 1937; due anni prima se ne era andato ormai novantenne Oluale Kossola, un altro ex schiavo che aveva attraversato l'atlantico insieme a lei; in una foto del 1914 compare con Abache (Clara Turner), un'altra ex schiava. A quel tempo si sa con certezza che erano ancora in vita otto sopravvissuti del gruppo imbarcato sulla goletta. Il cui relitto è stato poi cercato inutilmente per anni, tanto che ormai la Clotilda era entrata nella leggenda; ci voleva una tempesta per farla rivivere, con le sue dolorose storie, così lontane e così vicine. Perché in fondo 160 anni dopo non è che sia cambiato molto: solo la lunghezza dei tragitti.
 

 

 

 

448 - L'ARMATA DELLA PEPSI




Sembra impossibile ma...
L'Unione Sovietica, che aveva un grosso debito con la Pepsi Cola, in mancanza di rubli ha pagato con una flotta di navi da guerra; e per qualche tempo l'azienda produttrice di bibite è stata la sesta potenza militare del mondo per numero di sottomarini.

Grazie a Antonella Freschi vi racconto una delle storie più incredibili della guerra fredda. Anno 1959. Il Presidente americano Eisenhower, nel tentativo di sponsorizzare l'”american way of live” organizza a Mosca l’Esposizione americana, e invia il vice presidente Nixon per presentarla. Fra i vari prodotti, il leader sovietico Khrushchev mostra di apprezzare molto la Pepsi (una foto diventata storica fissa il momento dell'assaggio davanti a Nixon). Un gradimento che i vertici dell'azienda di bibite non dimenticheranno: 13 anni dopo Nixon è presidente, e spiana la strada a un accordo che porta la Pepsi, attesissima, sul mercato sovietico. Ma il rublo non può essere cambiato sul mercato internazionale. E allora? Si decide per uno scambio con la Wodka più famosa, quella inventata dal chimico Mendeleev, la Stolichnaya.

Affare fatto: per 17 anni fiumi di Wodka piovono sugli States, fiumi di Pepsi sull'Urss. Anno 1989. il mondo è cambiato. L'Unione Sovietica, che due anni dopo sparirà, è in bolletta. Il superalcolico non basta più a ripagare la bibita, amatissima dai ragazzi russi. Mancano tre milioni di dollari. La cassaforte dell'impero sovietico è vuota. O meglio, resta solo un enorme e ormai superato arsenale militare. Così agli americani arriva l'incredibile proposta: una flotta di navi diesel in cambio di Pepsi. Non c'è alternativa, l'azienda rischia di rimetterci tutti i soldi investiti. E accetta. Al posto della Wodka arrivano a Purchase, sede della Pepsi Cola, 17 sottomarini, un incrociatore, una fregata, un cacciatorpediniere e numerose petroliere. Mesi dopo saranno rivenduti come rottami da riciclare a una compagnia svedese. Ma per qualche tempo la Pepsi è stata la sesta potenza del mondo per numero di sottomarini posseduti.

447 - CHI HA UCCISO MONNA VONGOLA?




Sembra impossibile ma...
Nel 2006 un gruppo di ricercatori ha pescato e congelato una grossa vongola. In un secondo momento, dopo averne determinato l'età, si sono accorti di aver ucciso l'animale più vecchio vivente sul pianeta Terra, un mollusco nato ai tempi di Leonardo da Vinci.

L'hanno chiamata Ming, dal nome della dinastia cinese al potere al tempo della sua nascita. Corre l'anno 1499 quando la vongola si affaccia alla vita; Leonardo inizia a dipingere la sua Monna Lisa che lei ha già 4 anni; Ming dovrà poi aspettare quasi tre secoli prima che Linneo stabilisca che il nome della sua famiglia è Arctica Islandica. La sua età è stata calcolata in 507 anni al momento della morte, avvenuta appunto per congelamento (sorte singolare per un mollusco vissuto nei gelidi mari d'Islanda) dopo essere stata pescata nel corso di uno studio sui cambiamenti climatici guidato da James Scourse, della Bangor University.

"Era uno degli oltre 200 esemplari che avevamo raccolto" racconta Paul Butler, uno degli scienziati-killer dell'animale individuale più longevo mai scoperto (esistono colonie di organismi che superano i 2000 anni di età). Le 200 vongole,issate a bordo della nave oceanografica, vengono congelate per conservarle fino a terra. Ed è allora che Ming chiude per l'ultima volta le sue valve. In laboratorio poi, analizzandone il guscio al microscopio gli scienziati si rendono conto che uno dei molluschi è straordinariamente vecchio. Ogni anno, infatti, sul guscio della vongola oceanica compare una nuova striscia, un po' come gli anelli degli alberi. Per avere un responso più preciso utilizzano allora la datazione al radiocarbonio. Risultato: l'età esatta del mollusco è di 507 anni.

La storia di Ming finisce sui giornali, e non mancano le polemiche per il vongolicidio preterintenzionale. Il capo del progetto si difende: “Come potevamo saperlo? E poi quei 200 esemplari sono una parte minima della popolazione mondiale di vongole oceaniche: è quasi certo che ci siano vongole più vecchie. Anzi, non è improbabile che qualcuno in questo momento se ne stia mangiando una altrettanto antica che ha finito ingloriosamente i suoi giorni in una tazza di clam chowder, la zuppa di tipica della costa nordatlantica”.
Guarda i video: il primo racconta la storia del "vongolicidio", nel secondo c'è la top ten degli animali più vecchi del pianeta.
 
 
 
 
 

446 - IL CAMMELLO CON GLI STIVALI




Sembra impossibile ma...
Un cammello si aggira per l'Europa... e percorre chilometro dopo chilometro caracollando su stivali ortopedici costruiti appositamente per lui, per consentirgli di continuare a camminare.

Bonndorf è la tipica cittadina dello Schwarzwald. E' qui che troviamo il protagonista della nostra storia, il cammello Golia. Il borgo della Foresta Nera è una delle tappe del tour che Golia sta compiendo col suo padrone, Joerg Schmid, per finanziare attività benefiche a favore dell'infanzia. I due sono partiti qualche tempo prima dalla Svizzera, e hanno percorso centinaia di chilometri su strade che ricordano assai poco le lontane distese desertiche, ma accolti sempre con grande affetto dalla popolazione dei paesi visitati, specie dai bambini. Ora però è nato un grosso problema: Golia, che già aveva dato segni di sofferenza per un difetto genetico agli zoccoli comune a molti cammelli, si è bruciato le estremità attraversando il terreno reso rovente da un incendio di sterpaglie, e proprio non ce la fa più a camminare.

La gente di Bonndorf che lo vede entrare in paese arrancando si sente stringere il cuore. Un'assemblea è convocata d'urgenza e qualcuno ha un'idea: bisogna realizzare qualche tipo di protezione e di supporto per gli zoccoli. Per fortuna in paese opera Wessel, calzolaio che produce calzature ortopediche e scarpe per le persone più alte del mondo. E affronta ogni giorno problemi diversi, perché ogni piede è diverso dall'altro. Questa volta però si tratta di zoccoli. Ma lui non si spaventa, prende le misure e chiede l'aiuto, e il sostegno economico, di Nora, azienda specializzata in componenti in gomma e materiali speciali per calzature, con cui lavora da sempre. In pochi giorni il calzolaio realizza così un set di stivali personalizzati con suola ortopedica.

Per calzarli non ci sono stati problemi racconta Joerg Schmid – sembrava che Goliath avesse capito che lo facevamo per il suo bene. E il momento che ha avuto gli stivali agli zoccoli è stato fantastico: ha iniziato a trotterellare senza mostrare alcun segno di dolore”. Il giorno dopo a salutare Joerg e Golia c'era tutto il paese; ringraziata la gente di Bonndorf, sono ripartiti verso la Romania, tappa successiva del viaggio.

445 - LE PIETRE DELLA FAME




Sembra impossibile ma…
La siccità causata dall’eccezionale ondata di calore delle ultime estati ha riportato alla luce un gran numero di pietre della fame, singolari avvertimenti incisi nei secoli scorsi sugli scogli dei fiumi dell’Europa centrale, che riaffiorano solo quando il livello dell’acqua si riduce ai minimi termini.

Le “hungerstein” sono una sorta di pietre miliari che segnalano gli anni peggiori, quelli delle carestie; oltre a documentare i bassi livelli raggiunti dall’acqua in determinati periodi, spiegano alle generazioni future gli effetti drammatici della siccità. Incise in Germania e negli insediamenti tedeschi del centro Europa tra il XV e il XIX secolo, contrassegnano il livello raggiunto dal fiume in secca e mettono in guardia dai disagi in arrivo quando l'acqua si abbasserà di nuovo a quel livello. Normalmente dunque le pietre della fame sono sommerse nei fiumi, e solo in rare occasioni riemergono.

Ed è quanto è successo nelle ultime estati. Ad esempio vicino a Decin, nella Repubblica Ceca, su un’ampia ansa del fiume Elba sono riapparse più di una dozzina di pietre. Così i passanti hanno potuto rileggere una delle incisioni più famose: "Wenn du mich siehst, dann weine" ("Quando mi vedi, piangi"). La pietra della fame più antica tra quelle ritornate alla luce qui risale al 1616. La più conosciuta invece racconta le conseguenze del caldo eccessivo: cattivo raccolto, penuria di cibo, prezzi alle stelle, povertà e fame. Altre pietre “augurali” hanno inciso frasi come: "Abbiamo pianto, piangiamo, piangerete", oppure a scelta "Chi mi ha visto una volta ha pianto, chi mi vede adesso piangerà", “Abbiamo pianto, stiamo piangendo, piangerai anche tu”, fino al meno cupo “Non piangere ragazza se il tuo campo è secco, riempi d’acqua il tuo annaffiatoio e inizia subito a bagnarlo”. In varie località sono riemerse pietre datate 1417, 1473, 1616, 1707, 1842.

Gli anni più neri segnalati dal gran numero di incisioni riaffiorate sono il 1816-1817 con la siccità causata dalle eruzioni del vulcano Tambora, e il 1918 con le carestie causate dalla guerra. Il fatto che gli ultimi anni siano fra i più ricchi di hungerstein non è un bel segnale. Un po’ per scaramanzia, un po’ per i risultati dei più recenti studi sugli effetti del riscaldamento globale. 
Guarda nei video gli ultimi ritrovamenti di pietre della fame.
 

 




444 - UNA PAROLACCIA CI SALVERA'




Sembra impossibile ma…
Per distinguere un essere umano da una Ai (intelligenza artificiale), insomma da un robot, basta una parola. Anzi, una parolaccia. Lo dice una recente ricerca del dipartimento Brain and Cognitive Sciences del Mit. Grazie a Giorgio Gronchi per la segnalazione.

Nel film Blade Runner gli investigatori per scovare i replicanti usano il test Voigt-Kampff: un interrogatorio condotto con un oculare puntato sull'occhio valuta gli stati emotivi. Il replicante di fronte a determinate domande, non controlla le emozioni poiché non ha le esperienze di vita vissuta degli umani, e viene tradito dalle dilatazioni e contrazioni della pupilla. Nel mondo reale fin dal 1950 il matematico Turing ha elaborato un test per stabilire quando i computer raggiungeranno la nostra capacità di pensiero. I più recenti progressi nel settore Ai rendono però sempre più difficile capire se quello con cui si sta dialogando è o no un essere umano.

Così il Mit ha messo a punto un test di Turing semplificato che stabilisce dalla scelta di una sola parola chi o cosa abbiamo di fronte. Quello che stupisce è l’esito, ovvero il termine risultato più efficace: “cacca” e simili. Già, a quanto pare parlare di deiezioni corporee è il modo più rapido e certo per assicurarsi di non dialogare con un computer. I dettagli della ricerca sono illustrati in un recente articolo pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology. Molto in sintesi, nell’esperimento si immaginava che essere umano e computer dovessero entrambi cercare di passare per uomini scegliendo un’unica parola. In una prima fase oltre mille persone hanno partecipato al test, scegliendo la parola. I ricercatori hanno quindi selezionato le 10 parole apparse con più frequenza, e le hanno appaiate in tutte le combinazioni possibili. Hanno poi chiesto ad altre 2.400 persone di decidere quale, per ogni coppia, fosse la parola più plausibile come scelta di un essere umano. Ha vinto la parola “cacca” (e simili), ritenuta più umana della seconda classificata, “amore” (e simili) nel 69% dei casi. Insomma, la differenza fra uomo e robot è solo una questione di... cacca.




https://www.bbc.com/future/article/20181120-what-single-word-defines-who-you-are 

443 - L'IMPULSORIA




Sembra impossibile ma...
Il primo brevetto italiano negli Stati Uniti è un'incredibile locomotiva alimentata da 4 cavalli che corrono su tapis roulant, un macchinario perfettamente funzionante, poi misteriosamente abbandonato.

A inventare e realizzare nel 1850 l'Impulsoria, o “locomotiva a motore mobile” è Clemente Masserano di Pinerolo. Costruita in Italia viene poi trasportata in Inghilterra per il collaudo, che avviene alla stazione Nine Elms della linea South Western Railway di Londra; il comitato di controllo è composto fra l'altro dai direttori della South Western Railway e dal loro ingegnere capo John Gooch. Gli esiti sono più che positivi: l'Impulsoria completa con successo una salita e viaggia per un lungo tratto a 7 miglia all'ora. L'efficienza del dispositivo viene confrontata favorevolmente con le locomotive a vapore esistenti, e la gestione viene giudicata molto più economica: il costo di funzionamento, stimato in due scellini al giorno per cavallo, risulta essere 15 volte meno di quello necessario per il carbone di una macchina a vapore.

L'Impulsoria utilizza la potenza di 2 o di 4 cavalli che, come criceti sulla ruota, salgono su un tapis roulant (Masserano lo chiama Pedivella). La potenza viene trasferita alle ruote da catene e un cambio permette di affrontare le salite. La macchina è in grado di trainare 30 vagoni su un piano inclinato; la scatola del cambio permette ai cavalli di camminare sempre alla massima velocità, mentre il veicolo ha una gamma di velocità e marce diverse. Grazie agli ingranaggi poi, la velocità massima non è limitata alla velocità massima dei cavalli, e il cambio consente di andare sia in avanti che in retromarcia; è anche possibile disinnestare la guida in modo che la locomotiva si fermi mentre i cavalli continuano a correre sul tapis roulant. La versione finale avrebbe dovuto raggiungere le 20 miglia all'ora, e al tempo avrebbe superato una macchina a vapore. 
 
Nel 1851 un professore di filosofia, Andrea Crestadoro, migliora il design dell'Impulsoria e la espone alla Grande Esibizione del Crystal Palace di Londra, quindi ottiene il brevetto negli Stati Uniti (numero 8417, il primo concesso a un italiano: oggi i brevetti rilasciati in Usa sono oltre 8 milioni). Le ultime notizie ci danno l'Impulsoria in Germania: il proprietario, un certo Steinheil, la presenta a un'esposizione nel 1853. Poi dell'invenzione di Masserano, capolavoro di ingegneria, non si è saputo più niente.
Segui i link per una serie di approfondimenti: nell'estratto del libro di Vittorio Marchis "150 anni di invenzioni italiane" la prima delle invenzioni illustrate, con i dettagli del brevetto, è l'impulsoria.  

https://www.codiceedizioni.it/files/2011/10/Marchis_estratto_sito.pdf 

https://www.wikiwand.com/en/Impulsoria 

http://www.svsfilm.com/nineelms/imp.htm 

https://www.wikiwand.com/en/Andrea_Crestadoro 

giovedì 16 aprile 2020

442 - LA CAVALCATA DEGLI ANGELI




Sembra impossibile ma...
La battaglia di Vienna, decisiva per fermare l'invasione ottomana dell'Europa, fu decisa dalla carica di 3000 cavalieri alati; erano Ussari, e le ali tipiche della divisa li rendeva simili a angeli guerrieri, tanto che il Vizir Kara Mustafà si convinse che la sconfitta era stata decisa da Allah. E si ritirò con la sua armata di 200.000 turchi.

Ringrazio Luigi Garlaschelli per la segnalazione e vi racconto la giornata che secondo molti storici ha deciso il futuro dell'Europa moderna. Il 12 settembre 1683 è il d-day di Vienna, stremata dalla fame e dalle malattie dopo due mesi di assedio. L'esercito ottomano di Kara Mustafà può contare su un numero fra 200.000 e 300.000 effettivi, quello cristiano, guidato dal re di Polonia Giovanni III Sobieski, non arriva a 80.000 compresi i rinforzi appena arrivati. La battaglia inizia al mattino, i combattenti da una parte e dall'altra sono sfiniti da settimane di scontri; Sobieski con i suoi generali ne segue l'andamento dall’alto di Monte Calvo, e nel tardo pomeriggio gioca la sua ultima carta e guida alla carica 4 corpi di cavalleria scelta, i suoi 3000 Husaria, con le loro ali: lunghe aste di legno con la sommità ricurva ornate di penne di rapace e assicurate alle selle. Oltre all'effetto psicologico, pare che durante la carica producessero un fruscio che spaventava i cavalli avversari, e proteggessero anche dall'attacco del lazo usato dagli ottomani per disarcionarli.

I cavalieri caricano con la forza della disperazione consapevoli che può essere la loro ultima battaglia. Quello che si rovescia sui turchi è un fiume in piena, una visione biblica coi cavalieri alati che travolgono ogni resistenza. L'armata turca si frantuma, incalzata anche dagli assediati che escono da Vienna e vanno a dare man forte ai polacchi. Kara Mustafà si convince che la sorte dello scontro è stata decisa direttamente da Allah, ordina la ritirata e abbandona ogni cosa (compreso il ricco tesoro accumulato durante la spedizione). A sera si conteranno 15.000 vittime fra i turchi, 2.000 fra i cristiani. Vienna è salva, e con lei l’Europa cristiana.




441 - L'ACCABADORA




Sembra impossibile ma...
Fino a poco più di 50 anni fa in Sardegna i familiari dei malati terminali chiamavano “sa femmina accabadora'' per sopprimere il moribondo con un colpo di “su mazzolu”.

Ringrazio Ugo Costamagna che mi segnala questa forma tradizionale di eutanasia praticata per porre fine alle sofferenze, specie in paesi sperduti, dove il medico più vicino era a molte ore, se non giorni, di cavallo. “Sa femmina accabadora” (dallo spagnolo acabar, finire) entrava nella camera del malato sempre di notte, dopo aver fatto uscire i familiari, vestita di nero e col viso coperto, e portava a termine il suo compito con un colpo di ''su mazzolu”, un bastone di olivo lungo una quarantina di centimetri con un'impugnatura che ne facilita l'uso. In certi racconti il colpo letale era sostituito da un più pietoso soffocamento con un cuscino. Subito dopo s'accabbadora andava via silenziosamente come era venuta, e i parenti del morto remuneravano il suo servizio con prodotti dell'orto e dei campi.

Gli ultimi episodi documentati da testimonianze orali sarebbero avvenuti a Luras nel 1929 e a Orgosolo nel 1952. Gli antropologi sono divisi sul ruolo dell'accabadora e perfino sulla sua esistenza. Per alcuni sarebbe un'invenzione, una delle tante storie noir che si raccontavano ai bambini davanti al focolare; per altri ci sarebbero le prove di donne chiamate ad accompagnare il moribondo fino agli ultimi istanti di vita, ad aiutarlo e sostenerlo nell'agonia, senza però intervenire direttamente per accelerarne il passaggio. Ma nella parte centro-settentrionale dell’isola (Marghine, Planargia, la Gallura...) diversi vecchi raccontano (o hanno raccontato in anni recenti) di aver visto con i loro occhi s'accabadora in azione. Pratiche tradizionali di eutanasia esistono in altre parti del mondo, e sono ritenute un fatto naturale: in Sardegna il ruolo dell'accabadora sarebbe stato di aiutare a morire, così come la levatrice aiuta a nascere; tanto che secondo alcuni si sarebbe trattato della stessa persona, vestita con abiti chiari o neri a seconda della situazione.



440 - IL DETENUTO KARL




Sembra impossibile ma...
Karl Gorath è una delle migliaia di persone che hanno vissuto l'orrore dei campi di sterminio per il fatto di essere omosessuale. E' sopravvissuto, ma l'incredibile è ciò che gli è successo dopo.

Karl nasce a Bad Zwischenahn nel 1912. Da ragazzo non ha grossi problemi, il codice penale tedesco punisce l'omosessualità, ma gli anni della Repubblica di Weimar vedono una certa tolleranza, e quasi sempre si chiude un occhio. Le cose cambiano nel 1933 con l'ascesa del nazismo: tolleranza zero, locali “gay friendly” chiusi coi proprietari obbligati a fornire i nomi degli avventori, arresti a raffica: nel giro di 12 anni sono 100.000 le persone processate con l’accusa di essere gay. Reato punito col carcere in base all'articolo 175 del codice penale tedesco del 1871, con le pene inasprite dalla modifica del 1935. Karl viene arrestato e poi rilasciato una prima volta nel 1934; nel 1938 lavora come infermiere quando un fidanzato geloso lo denuncia. Processato a Brema dal giudice Rabien, viene internato nel campo di Neuengamme. Lo attende la divisa col triangolo di stoffa rosa che identifica gli omosessuali. Come infermiere, viene trasferito nell'ospedale di un sottocampo. Qui si rifiuta di diminuire la già scarsa razione di pane giornaliera ai pazienti polacchi, e viene trasferito ad Auschwitz, dove il suo triangolo cambia da rosa a rosso: prigioniero politico. Questo paradossalmente gli salverà la vita: gli omosessuali qui subiscono continue torture, nessuno si salverà. Arrivano le truppe sovietiche, e Karl viene spostato dai nazisti in fuga a Mauthausen, un altro inferno. L'arrivo degli Alleati lo troverà quasi morto di fame e dissenteria.

A guerra finita lui è uno dei tanti disperati che si aggirano fra le macerie del Reich. Nel 1947 viene arrestato. E finisce di fronte allo stesso magistrato che 9 anni prima lo aveva condannato. Si, il giudice Rabien è ancora lì. Lo riconosce, e ha il coraggio di chiedere a lui: “Sei ancora qui?”. L'articolo 175 del Codice penale è sempre in vigore. Lo condanna di nuovo: 5 anni di carcere. Quando esce, nel 1952, ha 12 anni di reclusione alle spalle. Nessuno gli dà lavoro per il suo passato di “criminale”. Allora chiede il sussidio come ex internato nei campi di concentramento: solo nel 1989 otterrà 500 marchi al mese. Karl Gorath muore nel 2003 a 91 anni. Le sue memorie sono narrate dal documentario “Paragraph 175”.






439 - LA CITTA' NASCOSTA




Sembra impossibile ma...
Nel 1963 in Turchia durante i lavori di ristrutturazione della casa il proprietario ha buttato giù un muro della cantina e ha scoperto un tunnel lavorato dalla mano dell'uomo. L'ha imboccato e si è trovato in un vero labirinto: ambienti scavati nella roccia e gallerie che si diramavano in tutte le direzioni, anche per più piani verso il basso. Così è tornata alla luce l'antica città sotterranea di Derinkuyu.

A costruire la città, di cui si era perso ogni traccia, furono i Frigi quasi tremila anni fa per offrire riparo alla popolazione durante le guerre. Nei secoli successivi sarà utilizzata per questo scopo a più riprese, sicuramente dai bizantini come protezione dagli arabi musulmani, poi durante le incursioni mongole di Timur; alcuni tunnel servirono da rifugio contro le persecuzioni ottomane, fino al 1923 quando gli abitanti cristiani furono espulsi dalla regione.

Derinkuyu è stata, progettata per ospitare almeno 20.000 persone e un numero di animali sufficienti a rendere la popolazione indipendente dalle forniture della superficie per oltre 3 mesi di tempo. E' dotata di prese d’aria e ha 5 entrate nascoste: il tunnel trovato dietro il muro è una di queste; ciascuno dei 5 ingressi può essere chiuso ermeticamente facendo rotolare enormi massi circolari in pietra. Il labirinto si snoda per chilometri attraverso 18 differenti livelli connessi con scale e passaggi e raggiunge 85 metri di profondità. Comprende abitazioni, una chiesa, locali per lo stoccaggio alimentare, cantine vinicole, una scuola, arsenali e passaggi di fuga nel caso in cui le cose avessero volto al peggio. La riserva d’acqua potabile è fornita da un fiume sotterraneo e da alcuni pozzi. L'aria arriva grazie a ingegnosi camini di ventilazione che la prendono dall'esterno e la convogliavano all'interno facendola circolare. I rifiuti venivano raccolti in appositi vasi e poi periodicamente trasportati all'esterno. Un tunnel lungo chilometri collegava infine Derinkuyu a Kaimakli, un'altra città sotterranea.

Dal 1969 i primi 4 livelli sono aperti alle visite guidate, ma molti piani non sono stati ancora scavati e la città sotterranea custodisce ancora tanti misteri. Il primo è come abbiano fatto popoli così antichi a scavare così a fondo e così precisamente la pietra, e a portare in superficie una massa enorme di detriti; e come sia stato possibile senza strumentazioni tecnologiche fare calcoli strutturali tanto perfetti da garantire per 3000 anni la totale assenza di crolli.
Guarda i video, scopri i segreti di Derinkuyu e visita la città sotterranea.  




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438 - LA LANA DELLA SALAMANDRA




Sembra impossibile ma...
C'è una sostanza che gli alchimisti hanno usato per secoli per scopi magici e rituali, e che la gente comune ha sempre guardato con timore e deferenza perché considerata misteriosa e malefica. Nel Medioevo si pensava che fosse tessuta con lana filata dalla pelle della salamandra; per altri era di origine vegetale, una canapa rara (no, non quella a cui state pensando) dai poteri prodigiosi.

La resistenza agli agenti corrosivi dei tessuti di lana di salamandra è conosciuta da tempi antichissimi: Persiani e Romani ci tessevano sudari per avvolgere i cadaveri “importanti” da cremare, allo scopo di ottenere ceneri più pure e chiare, non contaminate. In molti templi, sicuramente in quelli delle vergini vestali, con la sostanza si ricavavano stoppini per le lampade perpetue, e la loro inestinguibilità per il popolo era un prodigio. Fra storia e leggenda, si racconta che di questa lana fosse fatta la tovaglia che Carlomagno, al termine dei banchetti con ambasciatori stranieri, lanciava nel fuoco del camino per impressionarli quando dopo un po' la estraeva intatta. Gli arabi la utilizzavano fra le componenti per le armature, e il Gran Khan ci avvolgeva i gioielli per proteggerli.

Sarà Marco Polo nel Milione a sfatare la leggenda della lana di salamandra, raccontando che nella provincia cinese di Chingitalas tessuti di questo tipo venivano ottenuti filando un minerale. Nel Seicento il medico naturalista Boezio la utilizza in una ricetta per “un unguento miracoloso per il lattime e per le ulcerazioni delle gambe col quale si unge il capo del fanciullo per farlo rapidamente guarire”, e come medicinale sarà presente nei farmaci fino a 50 anni fa: in una polvere contro la sudorazione dei piedi e in una pasta dentaria per le otturazioni. Bisognerà aspettare l'Ottocento per l'uso della sostanza su scala industriale, negli Stati Uniti.

Oggi ne sappiamo un po' di più: sappiamo che riguardo alle proprietà infauste, quelli che consideravano malefica la lana della salamandra non avevano torto ad evitarla; e forse lo facevano perché le persone che la lavoravano morivano in giovane età. Già, perché noi che la chiamiamo Amianto, sappiamo che se inalato o ingerito è cancerogeno, la sua nocività per la salute è accertata e l'uso è vietato in molti Paesi. Insomma l'intuito degli antichi aveva colto nel segno, e a noi ci sono voluti centinaia di anni e migliaia di vittime di asbestosi e tumori polmonari per rendercene conto. 
 
 

 
 
 

 
 


 

437 - LA "DUE CAVALLI" CHE DIVENTO' UNA MOTO




Sembra impossibile ma…
Un viaggiatore che attraversava il deserto del Sahara su una Citroen 2CV dopo un incidente è riuscito a salvarsi da morte certa trasformando i resti della sua auto in una motocicletta. Ringrazio Simonluca Cavallini per la segnalazione della storia.

Anno 1993, Emile Leray, elettricista francese di 44 anni esperto viaggiatore con una passione per l’Africa, che ha attraversato diverse volte, è a Tan-Tan, cittadina affacciata sul deserto del Sahara come le città costiere lo sono sul mare: qui si arriva superando chilometri di piste polverose, ma oltre, a sud e a est, c’è solo l’infinita distesa del Grande Erg. Emile è alla guida della sua inseparabile Citroën 2CV, un’auto leggendaria che per la sua resistenza è diventata sinonimo di avventura. E’ pronto ormai alla partenza quando le guardie gli dicono che le piste sono chiuse: c’è tensione con il vicino Sahara Occidentale, e lui non può lasciare la città. L’elettricista annuisce, saluta, imbocca una stradina laterale e si lancia verso il deserto in direzione sud. Con se ha acqua, provviste e viveri per 10 giorni. Dopo una giornata di guida nell’immensa solitudine, ormai lontanissimo da qualsiasi centro abitato, l’auto sbatte con violenza su una roccia e si ferma.

Emile scende e si mette le mani nei capelli: il semiasse è spezzato, una ruota rotta, la corsa della 2CV finisce lì. A piedi non si va da nessuna parte, sarebbe morte certa: serve un mezzo di trasporto. Restano 10 giorni per trovare una via d’uscita. L’elettricista ha qualche nozione di meccanica, e pochissimi attrezzi. Decide di utilizzare le parti sane della Citroen per costruire una moto. La carrozzeria diventa la sua tenda nel deserto. Lo sarà per i giorni successivi, nei quali Emile lavora senza sosta sotto il sole africano, in mutande per il calore terribile, ma cercando di non bruciarsi. Le provviste sono razionate al massimo. Quando il mezzo a due ruote è pronto, sono passati 12 giorni.

Il telaio portante è ritagliato da quello della 2CV, la ruota anteriore sterza con un rudimentale sistema; motore, batteria e cambio sono sotto il sellino costruito con un paraurti, e la ruota posteriore struscia su un tamburo e gira solo per attrito. La moto si muove ingranando la retromarcia. Non è una Harley Davidson, ma è l’unica speranza; quando si mette in moto verso ovest i viveri sono finiti, e rimane solo mezzo litro d’acqua. La marcia, senza sospensioni, è lenta e accidentata, Emile nelle 24 ore successive cade più volte e si rimette in sella. Poi incontra una pattuglia di polizia marocchina; i gendarmi non credono ai loro occhi, lui è salvo. Lo portano nella città più vicina, e lo multano per guida di veicolo difforme da quanto riportato sull’assicurazione. Lui paga felice, e torna in Francia. Oggi ha quasi 70 anni, e mostra orgoglioso ai curiosi che lo vanno a trovare quello che chiama affettuosamente "mon chameau du désert". 
 
 

 




436 - COLPI DI SFORTUNA




Sembra impossibile ma…
Nel giro di pochi mesi un camionista australiano ha vissuto nel bene e nel male una serie di eventi decisamente straordinari. E fortuna e sfortuna hanno giocato un’incredibile partita con la sua vita.

Melbourne anno 1999. Bill Morgan ha 37 anni e da sempre si guadagna da vivere trasportando merci sul suo tir lungo le interminabili freeway australiane. Un brutto giorno finisce fuori strada e sfonda il parabrezza. All’ospedale le sue condizioni sono serie, ma non è in pericolo di vita. Lo operano ma appena somministrata l’anestesia i medici si rendono conto che è allergico al farmaco. La reazione è violenta, il suo cuore si ferma. Per 14 minuti Bill è clinicamente morto. Poi il massaggio cardiaco fa un primo miracolo, e lui riprende a respirare. 14 minuti però sono un’eternità, la possibilità che abbia subìto danni permanenti al cervello è quasi una certezza. Il camionista rimane in coma, e dopo qualche giorno i medici sono certi che non si riprenderà più. Per due volte consigliano ai familiari di firmare per staccare le macchine che lo tengono in vita. Per fortuna non lo fanno, e Bill si risveglia. Non solo, per completare il secondo miracolo, non accusa alcun problema psicofisico, è un po’ intontito ma sta bene.

L’autista in breve torna a casa, ma come spesso accade in questi casi decide di cambiare vita. Si licenzia dal lavoro, prende un anno sabbatico per capire cosa vuol fare, e chiede a Lisa Wells, sua fidanzata da un’eternità, di sposarlo. Qualche giorno dopo per la prima volta nella vita compra un gratta e vinci. E si porta a casa un’automobile da 20.000 euro. La tv di Melbourne decide di fare un servizio per il notiziario sul pingpong fra Bill e madama fortuna. Il regista gli chiede di acquistare un gratta e vinci da grattare durante l’intervista per meglio rievocare la sua emozione al momento della vincita. Così davanti alle telecamere l’ex camionista inizia a grattare, pronto a replicare l’esultanza. Ma invece di dire come previsto “Ho vinto un’auto”, con un’espressione incredula esclama "Ho vinto 250.000 dollari. Davvero! Non sto scherzando”. E’ vero. Il jackpot di quasi 300.000 euro gli piove addosso in diretta, come potete vedere nel video che segue. Coi soldi poi Bill compra la casa in cui vivrà con Lisa. Che è felice sì, ma anche un po’ preoccupata. "Spero tanto – dice - che non abbia usato tutta la sua fortuna". 

 


martedì 14 aprile 2020

435 - V COME VENDETTA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Mariya Oktyabrskaya nasce nel 1905 in Crimea, ultima di 10 figli di una famiglia che nella russia zarista vive in condizioni di estrema povertà, veri e propri servi della gleba. La rivoluzione del 1917 è accolta come una liberazione, Mariya può andare a scuola, poi trova lavoro prima in una fabbrica dove si confeziona il latte, poi come operatrice telefonica. Nel 1925 sposa Ilya Oktyabrsky, ufficiale dell'esercito sovietico, e in ambito militare diventa infermiera e impara a usare le armi e guidare veicoli. Nel 1941 i nazisti invadono la Russia; lei si rifugia a Tomsk in Siberia, mentre Ilya va al fronte. Dopo pochi giorni muore in battaglia vicino a Kiev, ma la moglie lo saprà soltanto molti mesi dopo.

Sconvolta dalla notizia, ha un solo obiettivo: vendicare la morte del marito. Così vende tutto ciò che possiede e impiega il ricavato, 50.000 rubli, per costruire un carrarmato T-34. Poi riesce a farsi ricevere da Stalin, gli mette a disposizione il mezzo corazzato e lo convince: andrà al fronte e sarà lei a pilotarlo. Cinque mesi dopo, finito l'addestramento, la donna si aggrega alla ventiseiesima Brigata carristi come pilota meccanico, e nel settembre 1943 parte per Smolensk. In mezzo ai corazzati ce n'è uno strano, che spicca per la torretta decorata con su scritto il nome, voluto da Mariya: la Fidanzata combattente. I commilitoni la guardano storto, per molti è una sorta di trovata pubblicitaria. Ma tutti si ricredono il 21 ottobre. Per il T-34 è il battesimo del fuoco. La donna è un ciclone, da mesi attendeva quel giorno: il corazzato attacca le postazioni tedesche e distrugge diversi nidi di mitragliatrice, finché viene colpito. Mariya esce fuori sotto il fuoco nemico, riesce ad aggiustare il guasto e riporta a casa la Fidanzata combattente. Gli uomini ora la guardano con occhi diversi, viene anche promossa sergente. La scena si ripete dopo un mese in un'altra durissima battaglia notturna a Novaje Siało, e anche qui la Oktyabrskaya è una furia vendicatrice. Ormai al fronte tutti parlano di lei. Il 17 gennaio 1944 Mariya e il suo equipaggio sono in prima linea nell'offensiva Leningrado-Novgorod, e fanno il vuoto fra le truppe tedesche; quando un colpo d'artiglieria rompe un cingolo del carrarmato, la donna ancora una volta esce all'aperto coperta dal fuoco dei compagni per ripararlo. I frammenti di una granata però la colpiscono alla testa; la trasportano priva di sensi in un ospedale militare sovietico a Fastiv. Il 15 marzo, dopo due mesi di coma, muore.

A fine guerra Mariya Oktyabrskaya sarà proclamata Eroina dell'Unione Sovietica. E il suo T-34? Prima di perdere conoscenza aveva fatto in tempo a riparare i cingoli, così era riuscito a tornare alla base. E il 2 maggio 1945 fra i primi mezzi che sono entrati a Berlino spiccava la Fidanzata combattente.

sabato 11 aprile 2020

434 - IL GATTO NUOTATORE




Sembra impossibile ma...
I gatti Van sono felini veramente particolari: hanno il mantello tutto bianco e gli occhi blu o ambra, ma più spesso un occhio blu e uno ambra. E si divertono a nuotare e a giocare nell'acqua.

Questa singolare specie di gatto domestico non va confusa, come fanno molti anche online, con il Van Turco o con l'Angora Turco. I gatti Van sono una razza locale (varietà naturale, a riproduzione libera, spesso selvaggia) che vive da sempre nella Turchia Orientale nella zona del lago Van e dell'omonima città. Angora Turco e Van Turco sono invece razze standardizzate e riconosciute dalle associazioni internazionali dei gatti di razza, la prima importata in Europa dal Medio Oriente nel Seicento, la seconda da due signore inglesi nel 1955; il Van è solo uno dei 4 gatti originali utilizzati nel 1955 per fondare la razza formale, gli altri 3 provenivano da altre zone della Turchia. Ma tanto è bastato per dare origine alla falsa credenza secondo cui il comune Van Turco sarebbe amante dell'acqua assai più del gatto domestico.

Il vero gatto nuotatore invece è il nostro Van dagli occhi blu e ambra, che da secoli gli abitanti della città di Van vedono sguazzare e giocare nelle acque del lago e anche in stagni e trogoli, una capacità che ben pochi felini al mondo condividono. L'antenato del gatto domestico, il gatto selvatico africano è stato addomesticato, per il controllo dei roditori, circa 9000 anni fa proprio nel Medio Oriente, e il gatto Van fra storia e leggenda è da sempre un'icona culturale per gli armeni, i curdi e i turchi che hanno abitato la regione. Il folklore turco narra che un gatto Van era a bordo dell'Arca di Noè e che, quando le acque del diluvio si ritirarono, Allah lo benedisse e si incamminò con lui dal monte Ararat verso la città di Van; gli armeni, vissuti qui fino allo sterminio del 1915, considerano la razza storicamente armena, e i curdi li chiamano direttamente “gatti curdi” e ne hanno fatto un vero simbolo.

Il numero dei gatti Van negli ultimi decenni è andato diminuendo, (un censimento del 1992 nella zona ne ha trovati solo 92) ma dal 1993 esiste un programma di allevamento gestito dal Van Cat Research Center nel campus dell'Università Yüzüncü Yıl. Dal 2018 il centro, che ospita 350 esemplari, è aperto al pubblico pagando un biglietto. All'ingresso di Van c'è invece l'omaggio della città al suo gatto nuotatore: la grande statua di una gatta Van col suo gattino.

mercoledì 1 aprile 2020

433 - LA BARBA DI HANS




Sembra impossibile ma…
Una lunga barba lega le storie di due uomini di nome Hans, vissuti a tre secoli di distanza l’uno dall’altro. E le lega tanto saldamente che la maggior parte delle fonti tende a considerarle un’unica storia.

Hans Nilson Langseth nasce nel 1846 a Eidsvoll in Norvegia. Quando emigra negli Stati Uniti, a Township nel Minnesota, ha 21 anni e da più di due non si rade. Aveva iniziato quasi per gioco: una gara cittadina di lunghezza della barba. Non poteva immaginare che la sua non sarebbe stata rasata per oltre 60 anni. E Che a tagliarla sarebbero stati i suoi figli nel 1927, poche ore dopo la sua morte, per esaudire il suo desiderio di salvarla per i posteri.

Torniamo al 1870: Langseth si sposa e fa l’agricoltore per diversi anni, mentre la barba cresce. La sua diventa una sorta di mania: i peli della barba hanno una vita limitata, e non possono superare i 150 centimetri di lunghezza; lui lega i capelli morti in lunghe trecce, un po’ come fanno oggi i rasta, e ne fa delle “extension” ante litteram per quelli vivi. Più avanti negli anni, Langseth gira gli Stati uniti con uno spettacolo di fenomeni da baraccone. Muore a 81 anni. La barba, tagliata dai figli e conservata per 40 anni in una cantina, sarà poi donata allo Smitshsonian Institute dove è tuttora visibile. Misura 5 metri e 33, record ratificato dal Guinness dei Primati. Senza contare gli oltre 30 centimetri lasciati ad ornare il mento del defunto.

L’altro Hans, che molti confondono col primo, si chiama Steininger. Nato a Braunau am Inn in Austria, diventa famoso per la sua barba, che porta arrotolata in una sorta di guaina di pelle. E’ la più lunga registrata nei libri di storia: nel 1560 misura quasi un metro e mezzo. Nel 1567 scoppia un incendio, e Steininger cerca di fuggire. Inciampa però nella barba, cade e si rompe il collo. La barba viene salvata, ed è ancora visibile nel museo del borgo austriaco. Che fra l’altro è noto per aver dato i natali ad un altro personaggio famoso (meglio, famigerato): niente barba stavolta, solo un paio di baffetti...
Ecco Langseth in un breve filmato d’epoca.




432 - DUE GIORNI CON LA TARTARUGA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Candelaria Villanueva, 52 anni, sta navigando a bordo del traghetto Aloha con i suoi tre figli al largo delle isole Zamboanga del nord, 600 miglia a sud di Manila nelle Filippine. E’ l’alba del 2 giugno 1974 quando suona l’allarme: l’imbarcazione ha preso fuoco. Pochi minuti, e affonda. La donna fa appena in tempo a indossare il giubbotto di salvataggio, si getta in mare con i suoi figli. Ma la corrente marina li separa, la porta via.

Ore di paura e disperazione, poi accade l’incredibile. Una tartaruga gigante si avvicina alla naufraga. “La testa – dirà – era grossa come quella di un cane”. La osserva, poi sparisce sottacqua. Pochi secondi dopo la donna si sente sollevare, si ritrova sul guscio della tartaruga. Per due giorni l’animale nuota senza immergersi, quindi senza mangiare visto che l’operazione è indispensabile per procurarsi cibo. Il 4 giugno, più di 48 ore dopo il naufragio, l’equipaggio del Kalantia, motonave impegnata nelle ricerche dei naufraghi (se ne salveranno 243 su 277) avvista la strana coppia.

Ecco cosa scrive nel suo rapporto il comandante della nave Cesario F. Mana: “Abbiamo avvistato la signora Villanueva aggrappata a quello che sembrava essere un grosso bidone di petrolio. Le abbiamo lanciato un salvagente; nel momento in cui lei l’ha afferrato, il bidone è affondato. Non ci siamo resi conto che si trattava di una tartaruga gigante finché non ci siamo avvicinati alla donna: lì l’abbiamo vista bene. Era sotto di lei e apparentemente la sosteneva. Quando abbiamo tirato a bordo la signora, la tartaruga ha anche fatto un paio di giri intorno alla nave, come per assicurarsi che la sua ex passeggera fosse in buone mani, poi è sparita negli abissi marini”. “Non avrei mai creduto a una storia del genere – conclude - se non l’avessi vista con i miei occhi".

La donna ha ritrovato i suoi figli sani e salvi, e in seguito non ha mai parlato volentieri dell’episodio: diceva di non riuscire a credere che fosse avvenuto davvero.

431 - PENSIERI NEL VERDE




Sembra impossibile ma…
Per concentrarti meglio e più a lungo quando studi o lavori circondati di piante. Non è la pagina di un fantasy, e neanche l’ultima tendenza new-age. E’ il risultato di uno studio guidato da Rachel e Stephen Kaplan all’Università di Cambridge e pubblicato sul Journal of Environmental Psychology.

In sintesi, per chi lavora di fronte a uno schermo, la capacità di mantenere l’attenzione diretta non è infinita. Il cervello dopo un limitato periodo di tempo, si affatica. Bisogna staccare, fare altre cose. La “Attention Restoration Theory” elaborata dai Kaplan spiega che per ricaricarsi bisogna fare cose che utilizzano parti diverse del cervello. L’interazione con la natura, che richiede un’attenzione indiretta, non focalizzata, attiva quelle parti, cambia modalità e spezza il filo dell’attenzione diretta. Non a caso una passeggiata nel parco è considerata da sempre un’attività fra le più rilassanti, e la si associa a sensazioni di serenità e tranquillità.

Non sempre però uscire di casa è possibile (specie di questi tempi), e inoltre è controproducente perché gli stimoli esterni ci distraggono fino a impedirci di tornare al lavoro. I ricercatori hanno però verificato che uno spazio verde nella stanza o in ufficio può ben sostituire la passeggiata nel parco.

Le conclusioni della ricerca parlano chiaro: chi ha fatto il test in una stanza con le piante ha elevato le sue prestazioni e ha realizzato performance assai migliori di quelle degli altri.


430 - IL FUTURO IN UNA BATTERIA




Sembra impossibile ma...
La batteria al litio, quella che dà vita ai nostri smartphone, l’ha inventata lui una quarantina d’anni fa. Ma evidentemente non era soddisfatto del risultato. Così John Goodenough (che tradotto suona “abbastanza buono”) ha progettato e realizzato una nuova batteria. Che promette di rivoluzionare il futuro dei consumi energetici.
Ah, un dettaglio: lo scienziato, americano di origine tedesca (è nato a Jena) nel solco della tradizione delle migliori teste pensanti del secolo scorso, ha vinto il premio Nobel 2019, e oggi ha 98 anni. Quello che lascia in eredità è il frutto degli studi dell’ultimo ventennio, avviati cioè dopo i 70 anni, un’età nella quale per molti c’è solo la pensione, e un mondo che ti fa sentire inutile e superato. Meditate!
Goodenough, a capo di un team di ricercatori dell’Università del Texas ad Austin, ha trovato il modo di eliminare i difetti delle batterie tradizionali. E lo ha fatto sostituendo il liquido in cui viaggiano gli ioni del litio con un solido, un vetro che impedisce il verificarsi dei frequenti cortocircuiti che si registrano sui modelli in commercio. Tanto basta a migliorare le prestazioni dell’accumulatore e a aumentare enormemente la quantità di energia che è possibile immagazzinare. Il che allunga di tre volte la durata della batteria. Gli ioni del litio poi sono stati sostituiti con quelli del sodio, che si ricava dalle acque marine. Una modifica che abbatte i costi di produzione.
In sintesi la nuova batteria offre una velocità di ricarica molto superiore (minuti, non ore), maggior sicurezza e una durata tre volte maggiore rispetto a quelle in vendita oggi. Il che spalanca nuovi scenari. Specie per le auto elettriche. La scarsa autonomia finora ha condizionato lo sviluppo del settore, la nuova batteria riduce i costi, aumenta l’autonomia e offre ai consumatori una vettura che consente di fare un viaggio senza le lunghe soste nella stazione di servizio in attesa che la macchina faccia il pieno. L’obiettivo è una batteria “sicura, low-cost, potente e con un lungo ciclo di vita per dare energia alle auto elettriche o per ricaricarsi con la forza del vento e del sole” scrivono i ricercatori dell’Università del Texas in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Energy & Environmental Science.
"Costi, sicurezza, energia, cicli di ricarica sono temi critici per le batterie delle auto green e per far sì che vengano maggiormente acquistate - afferma lo scienziato -. Crediamo che la nostra scoperta risolva molti dei problemi delle batterie di oggi". Una bella spinta al definitivo pensionamento dei carburanti inquinanti. Insomma, se la vecchia batteria al litio era “goodenough”, quella nuova è very, very good. Grazie di esistere, professore. E grazie per gli ultimi, preziosi 20 anni di lavoro. Segui il link per incontrare da vicino John Goodenough.




429 - DESTINAZIONE ALPHA CENTAURI




Sembra impossibile ma…
La prossima generazione vedrà una flotta di microsonde volare fino ad Alpha Centauri e tornare indietro con foto, filmati e informazioni di ogni tipo sui pianeti (uno dei quali simile alla Terra) e gli altri corpi astrali del lontanissimo sistema stellare.

Lo dice Stephen Hawking, uno dei più importanti astrofisici e cosmologi del mondo, il che significa che è scienza e non fantascienza. Hawking ha presentato il programma Starshot della Breakthrough Iniziatives.

Saranno le “Starchips”, sonde grandi come un francobollo dotate di “vele cosmiche”, a trasportare apparecchiature e sensori del peso di pochi grammi per la raccolta e l’invio di informazioni. Le sonde viaggeranno a 60.000 chilometri al secondo, un quinto della velocità della luce. E potranno così superare distanze oggi proibitive. A spingere le Starchips sarà un vento artificiale prodotto da una rete di laser capace di generare 100 gigawatt di energia e “sparato” dalla Terra sui microbersagli. Destinazione Alpha Centauri, il più vicino fra i sistemi stellari: “soltanto” 4,3 anni luce, o se preferite 40.000 miliardi di chilometri: oggi la sonda più veloce impiegherebbe 30mila anni.

Alle Starchips invece serviranno 20 anni per arrivare, poi dovremo aspettarne solo altri 4 per il ritorno delle immagini alla velocità della luce. Hawking non ha dubbi: se il progetto decolla (tradotto, se ci saranno i soldi) i nostri figli vedranno la flotta di microsonde veleggiare verso Alpha Centauri e realizzare quello che Einstein un secolo fa considerava un sogno impossibile. “Potremmo realizzarlo – scriveva – solo cavalcando un raggio di luce”.

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...