giovedì 26 marzo 2020

420 - LA GRANDE GUERRA DEGLI EMU'




Sembra impossibile ma…
Nell’autunno del 1932 l’esercito australiano ha condotto un’incredibile guerra contro gli emù. Le cose sono andate così. Nei primi anni Trenta la grande depressione colpisce anche le aree rurali dell’Australia occidentale, coltivate da reduci di guerra che hanno bonificato la regione e portato l’acqua. L’habitat migliorato ha attratto però anche gli emù: sono almeno ventimila, distruggono le recinzioni e danneggiano i raccolti. I coloni chiedono aiuto al governo, e l’uso di mitragliatrici per sterminare i grossi uccelli. Il ministro Pearce accetta, con la condizione che le armi devono essere usate solo da militari. Così decide l’invio dell’esercito e affida il comando delle operazioni al maggiore G.P.W Meredith della Royal Australian Artillery.

Il 2 novembre si aprono le ostilità. I soldati avvistano 50 emù e tendono un’imboscata, ma questi si sparpagliano e fuggono veloci zigzagando: non è facile colpirli. La cosa si ripete nei giorni successivi, ma gli emù si rivelano astuti, veloci e anche molto resistenti ai colpi delle armi da fuoco. Meredith decide di montare le mitragliatrici sulle jeep per inseguirli: mossa inefficace, impossibile colpire gli emù durante l’inseguimento sul terreno sconnesso. Poi sorprende 1000 uccelli vicino a una diga, ma le armi si inceppano: ne uccide solo 12, gli altri spariscono. L’8 il ministro, anche per le critiche ricevute, decide di ritirare le truppe. Sul terreno restano con certezza poco più di 50 emù, mentre in un rapporto ufficiale Meredith dichiara che i suoi uomini non hanno subito perdite.

Il maggiore tesse anche le lodi del nemico: «Affrontano le pallottole con la robustezza di un carro armato. Se avessimo una divisione con la resistenza ai proiettili di questi uccelli, potremmo confrontarci con ogni esercito del mondo». Col ritiro delle truppe gli attacchi alle coltivazioni da parte degli uccelli riprendono con maggior vigore. Il ministro decide per una seconda campagna militare, e ordina l’eliminazione totale della popolazione degli emù: il 13 novembre le forze armate entrano in azione in massa: nei primi tre giorni con qualche risultato, poi ricominciano insuccessi e brutte figure.

Il 10 dicembre viene deciso il definitivo ritiro delle truppe. Il conflitto si conclude con l’implicita ammissione della sconfitta da parte del governo australiano. Ogni richiesta di intervento da parte dei coloni, anche negli anni successivi, otterrà un secco rifiuto. «I sogni dei mitraglieri di sparare raffiche su fitte masse di emù - fu il commento dell’ornitologo Dominic Serventy – si sono dissolti di fronte all’uso di tecniche di guerriglia da parte del comando emù. L’esercito umiliato è costretto a ritirarsi dal campo di battaglia».
Guarda i video con filmati d'epoca e un breve documentario sulla guerra degli emù.




419 - ELEFANTI SUL PATIBOLO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di Topsy e Mary, condannate a morte per omicidio e giustiziate in pubblico, la prima folgorata nel 1903, la seconda impiccata nel 1916. Anni duri quelli, le esecuzioni erano all’ordine del giorno, e il fatto di essere femmine non era un’attenuante. Solo che Topsy e Mary erano due elefantesse.

Topsy, alta 3 metri e pesante 5 tonnellate, lavora per il Forepaugh Circus:. Il 27 maggio 1902 a New York un guardiano ubriaco la infastidisce, quando le brucia la proboscide con una sigaretta lei reagisce e lo uccide. Così finisce sulle prime pagine dei giornali. E diventa la prima vittima delle fake news: arrivano ad attribuirle 12 omicidi in mezza America. Un’inchiesta del 2013 non troverà traccia di vittime di elefanti sui giornali dell’epoca, solo il caso di un uomo ferito a Paris Texas. Il proprietario del circo si libera di Topsy: la vende al Sea Lion Park. Qui pochi mesi dopo, colpita con un forcone dal guardiano, scappa e semina il panico in città. E’ troppo: l'animale è giudicato ingovernabile, va soppresso. Come? “Con l’elettricità” dice l’inventore Thomas Edison alle prese con la “guerra delle correnti”: lui per quella continua, Westinghouse per l‘alternata. L’esecuzione di Topsy, il 4 gennaio 1903 a Coney Island di fronte a 1500 spettatori, diventa uno spot pubblicitario per Edison. La scossa di 6.600 Volt dura 10 secondi, l'animale muore sul colpo.

Storia analoga 13 anni dopo per “Murderous Mary”. Lei lavora nello Sparks World Famous Shows Circus. L’11 settembre del 1916 a Kingsport nel Tennessee, Red Eldridge si fa assumere come ammaestratore di elefanti. In realtà non ne ha mai visto uno prima. Durante la sfilata in città, Mary si ferma per prendere una fetta d’anguria e lui le pianta il pungolo dietro l’orecchio. Mary reagisce e la carriera di Eldridge si conclude lì. I quotidiani ricordano il caso di Topsy, stavolta non c’è neanche da discutere: a morte. Come? Elettricità? Sì, ma in Tennessee ne arriva poca. Si opta per la buona vecchia forca. Così 2 giorni dopo di fronte a 2500 spettatori Mary sarà il primo e unico elefante della storia ad essere impiccato. 

 

mercoledì 25 marzo 2020

418 - LA STRAGE DEGLI INNOCENTI




Sembra impossibile ma...
Migliaia di bambini sono morti nell'Inghilterra Vittoriana a causa di un elisir dalle fantomatiche virtù curative e di un biberon alla moda. Una vera strage degli innocenti, solo che al posto di Erode c'è un esercito di mamme che nel tentativo di preservare la salute dei loro piccoli ne causarono tragicamente la morte.

Quando nel 1721 muore il farmacista Thomas Godfrey di Hunsdon, il rimedio che ha inventato, il Godfrey’s Cordial, è già famoso in tutto il regno. Nei due secoli successivi se ne venderanno quantità enormi. Si tratta di un elisir che promette di curare qualunque malessere infantile dalle coliche alla diarrea fino all’insonnia. E in effetti i bambini, che adorano il preparato reso dolce dalla melassa, presa la medicina sono sereni, rilassati, dormono senza fare storie e non piangono più per le coliche. Tutto grazie a un ingrediente speciale: l'oppio. La formula, resa nota nel 1823, include infatti zenzero, alcool del vino rettificato, olio di sassofrasso, laudano (ovvero la tintura dell'oppio) e la dolcissima melassa di Venezia.

Sono farmacisti e medici a consigliare il cordiale, visto che l'oppio è ritenuto un medicinale tonico e corroborante, e non una droga. Il flacone appare spesso accanto al letto delle partorienti, e una piccola dose viene somministrata al bambino appena nato. Un rimedio prezioso ed economico, usato in tutte le classi sociali, ma soprattutto dalle donne che lavorano in fabbrica e non possono perdere ore di sonno per il pianto del bambino. Sulla scia del successo del Godfrey's Cordial fioriscono altri preparati analoghi, dall’Atkinson’s Preservative al Mrs Winslow’s Soothing Syrup. Ciò che nessuno sospetta, è che il rischio di overdose è altissimo, anche perché l’oppio tende a separarsi dagli altri ingredienti, e alla fine della bottiglia il bimbo assume droga pura. Le morti inspiegabili sono continue, e i medici attribuiscono i decessi a un'indefinita “debolezza dalla nascita” o alle cause più improbabili. Gli elisir all'oppio saranno venduti fino agli anni Venti del XX secolo.

Chi sopravvive poi deve vedersela con un particolare biberon: una bottiglia di vetro dalla forma schiacciata, col collo stretto e un tubetto di gomma con tettarella finale. Diffusissimo e di gran moda, perché permette a bimbi piccolissimi di nutrirsi quasi senza l'aiuto dei genitori, avrà vari nomi: Banjo, Alexandria, Victorian. In realtà è una bomba a orologeria. Data la sua forma, è difficilissimo da pulire, e il tubo in gomma è un concentrato di germi; il tutto diventa una perfetta incubatrice di batteri mortali. Ci vorranno decenni per ribattezzarle “Killer bottles”. Ma quante sono le vittime di elisir e biberon? Difficile dirlo, di certo molte decine di migliaia; si calcola che contando anche malattie e incidenti, la mortalità nei primi due anni di vita nell'Inghilterra Vittoriana abbia superato il 50%.
 
 

 









417 - ATLANTROPA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di Herman Sörgel e del suo incredibile progetto, Atlantropa. L’idea è semplice: fondere insieme Europa ed Africa e trasformarle in un unico super continente. Fantascienza? Macché, di Atlantropa si è discusso seriamente per 30 anni ai massimi livelli come di un piano concreto e realizzabile.

Anno 1928, Sörgel presenta ufficialmente il suo progetto. Che prevede la chiusura dello stretto di Gibilterra, di Suez e dei Dardanelli con una serie di grandiose dighe. Il Mediterraneo diventa così un lago, e l’acqua evapora quasi due metri l’anno, processo da velocizzare con un sistema di pompe idrauliche. Il nuovo assetto consente di creare nel bacino una serie di dislivelli, tipo chiuse. Ad ovest il mare si abbassa di 100 metri, ad est di 200. Principali effetti: scompare l’Adriatico e i fondali emersi ridisegnano tutte le coste; la Sicilia, unita alla Calabria a nord e alla Tunisia a sud, diventa il fulcro del sistema di dislivelli, governato da enormi dighe. Qui sorgono immense centrali idroelettriche.

Per compensare l’innalzamento di “appena” un metro degli oceani, si sbarra con un’altra diga il fiume Congo, trasformandolo in un gigantesco lago al centro dell’Africa; modifica che invertendo il corso del fiume Ubangi, trasforma il Lago Ciad in un grande mare, collegato a ciò che resta del Mediterraneo grazie a un “secondo Nilo” che porta l’acqua in tutto il Sahara rendendolo fertile.

Benefici promessi? Eccone alcuni: le centrali idroelettriche soddisfano il fabbisogno di energia di Europa e Africa; le terre emerse nel Mediterraneo garantiscono nuove aree agricole; tutto il nordafrica diventa coltivabile; i fondali prosciugati restituiscono migliaia di navi affondate dando nuovo slancio all’archeologia; le conseguenze economiche dei miglioramenti rendono il nuovo super continente competitivo nei confronti di America a Asia.

Ma chi è Herman Sörgel? Nato a Ratisbona nel 1885, architetto legato alla Bauhaus e filosofo, nel 1927 elabora il suo titanico progetto. Negli anni Trenta, per quanto il piano preveda il reich tedesco e l’impero italiano come piloni portanti, Adolf Hitler lo boccia: l’indispensabile collaborazione fra Stati europei e africani non gli piace. E nel 1942 arriva a proibire la pubblicazione delle sue opere. L’architetto non molla, va avanti anche dopo la guerra, fino alla morte. Che arriva nel 1952 a Monaco di Baviera, investito da un'auto in circostanze più che sospette.

Oggi la climatologia, assai più avanzata, ci dice che le cose non sarebbero andate come Sörgel aveva previsto: chiudere il Mediterraneo ne aumenterebbe la salinità, trasformandolo in un mare senza vita come il Mar Morto; le terre emerse, ricoperte di sale, non sarebbero coltivabili; la Corrente del Golfo cambierebbe il suo flusso, con effetti disastrosi sul clima, specie nel nord Europa. Nel 1958 l’Istituto Atlantropa, per 30 anni al lavoro sul progetto, lo dichiarò ufficialmente superato, e due anni dopo chiuse i battenti. E’ finita così. Ma se il fuhrer non avesse avuto in mente altri piani?

416 - QUATTRO (E PIU') FUNERALI E UN MATRIMONIO




Sembra impossibile ma…
Questo è il racconto incredibile ma vero e ampiamente documentato del matrimonio più tragico della storia. Giovedì 30 maggio 1867 tutta Torino è in festa per le nozze fra Amedeo di Savoia, figlio cadetto del re Vittorio Emanuele II, e Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna. Lui festeggia anche il ventiduesimo compleanno, lei di anni ne ha 21: una cerimonia da favola per uno dei pochi matrimoni d’amore fra i tanti di interesse celebrati nelle corti europee.

Di prima mattina a palazzo Pozzo della Cisterna la sposa aspetta che la dama di corte incaricata le porti il velo nuziale. La ragazza non arriva. La trovano in una sala vicina appesa a un lampadario. Si è passata una corda attorno al collo e si è impiccata. E una.

Si discute sul da farsi: niente rinvii, si va avanti. Lo sposo e il re che attendono a Palazzo reale (le nozze si celebrano con rito civile: Pio IX aveva scomunicato i Savoia) vengono avvisati dell’inevitabile ritardo. Un reparto di cavalleria in alta uniforme attende da ore sotto il sole per scortare la carrozza della sposa. Il comandante, un anziano colonnello, la vede arrivare, sguaina la spada e cade giù da cavallo: morto sul colpo per una sincope. E due.

Il maggiordomo dei Pozzo della Cisterna, responsabile del buon andamento della cerimonia, non regge alla tensione e pensa bene di spararsi (secondo altri fa harakiri con lo spadino di gala). E tre.

Finalmente i due giovani dicono il fatidico “sì”. E’ tardissimo, il pranzo di nozze a Stupinigi diventa una cena. Il corteo di carrozze parte in tutta fretta da palazzo reale. Per coordinarlo si offre il conte Francesco Verasis di Castiglione (marito separato della celebre contessa). Sale a cavallo e nella concitazione viene disarcionato. Finisce sotto le ruote della carrozza reale e muore. E quattro.

I documenti dell’epoca sono ampiamente censurati, ma memorie e biografie concordano: queste 4 morti sono accertate. Poi si parla di uno dei testimoni colpito da infarto e di un capostazione investito dal treno in partenza per la luna di miele. Ma su questi non vi posso dare certezze. 
 

 




415 - COLPI DI FULMINE




Sembra impossibile ma…
La storia che vi racconto (ringrazio Cettina Negretti che me l’ha segnalata) è vera. Febbraio 1918, Ardenne, Walter Summerford (nella foto), ufficiale inglese di cavalleria, colpito da un fulmine e disarcionato, rimane temporaneamente paralizzato. Trasferitosi in Canada, a Vancouver, sei anni dopo mentre sta pescando un fulmine colpisce l’albero sotto cui è seduto e gli paralizza il lato destro del corpo. Ci vogliono anni per riprendersi, ma nel 1930 mentre passeggia in un parco l’ex ufficiale viene centrato ancora e rimane completamente paralizzato. Nel 1931 muore nel suo letto per cause naturali. Ma 4 anni dopo un fulmine cade nel cimitero dove è sepolto e distrugge una sola tomba: la sua.

Un record? No, c’è chi ha fatto di meglio. Roy Sullivan è un ranger dello Shenandoah National Park in Virginia. Nel 1942 un temporale lo sorprende sulla torre di vedetta sul parco e un fulmine lo colpisce: e uno. Ci rimette l’unghia dell’alluce. Nel luglio 1969 è alla guida di un furgone, la folgore deviata da un albero entra dal finestrino aperto e gli brucia le sopracciglia: e due. L’anno dopo è in giardino, altro flash e spalla ustionata: e tre. Aprile 1972, il fulmine lo raggiunge fin dentro la stazione dei ranger e gli brucia i capelli: e quattro. Agosto 1973, arriva la tempesta e lui fugge col furgone. Quando pensa di essere al sicuro esce dal veicolo e zac, gambe ustionate e capelli (ricresciuti) in fiamme: e cinque. Giugno 1976, nuovo tentativo di fuga dalla tempesta, tutto inutile, la scarica elettrica lo raggiunge alla caviglia: e sei. Giugno 1977, Sullivan, forse rassegnato, non fugge più. Inizia a piovere e lui resta tranquillo a pescare. La folgore lo centra con precisione chirurgica: serie ustioni allo stomaco e al torace. E sono sette. Il tutto certificato dai medici e confermato dai responsabili del parco.

Mi viene in mente l’episodio narrato da Woody Allen in Radio Days: Kirby Kile, giocatore di baseball, anno dopo anno perde una gamba, un braccio, la vista e, infine, muore, ma non smette di giocare a baseball. Solo che quella era una fantasiosa iperbole, queste sono storie realmente accadute.
Guarda nei video due spettacolari compilation di fulmini caduti molto vicino alle persone.
 

 


414 - IL SOPRAVVISSUTO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Per alcuni è la storia dell’uomo più sfortunato del mondo, per altri del più fortunato. Tsutomu Yamaguchi, ingegnere giapponese, è l’unica persona su questo pianeta ad essere sopravvissuto a due bombe atomiche.

6 agosto 1945, Yamaguchi, trentenne progettista di petroliere dei cantieri navali Mitsubishi di Nagasaki, è in trasferta da qualche giorno ai cantieri navali di Hiroshima, ma sta per tornare a casa. Alle 8,15 del mattino scende dal tram di fronte alla stazione dei treni. All’improvviso una luce accecante, ed è la fine del mondo. A meno di tre chilometri di distanza, sul centro della città, è esplosa la prima bomba atomica della storia dell’umanità.

L’esplosione scaglia a terra Yamaguchi. All’inizio è cieco poi piano piano ricomincia a vedere. E quello che vede è l’inferno, ottantamila persone carbonizzate, il 90% degli edifici rasi al suolo. Lui sente un gran dolore, ha gravi ustioni sulla metà superiore sinistra del corpo, non ha più i capelli, e non sente niente: i timpani sono distrutti. Trova dei bendaggi, in qualche modo si fascia le ferite, poi va a nascondersi in un rifugio antiaereo. La mattina dopo riprende la via di casa. Nagasaki è a 420 chilometri. Tenta di raggiungerla con mezzi di fortuna, con la forza della disperazione.

9 agosto 1945. Yamaguchi ce l’ha fatta. E’ negli uffici del cantiere, racconta ai colleghi increduli ciò che gli è capitato. Sono le 11,02 del mattino. All’improvviso una luce accecante, ed è la fine del mondo. A meno di tre chilometri di distanza, sul centro di Nagasaki, è esplosa la seconda bomba atomica della storia dell’umanità.

L’ingegner Yamaguchi sopravvive anche a questa. Negli anni successivi decine di migliaia di sopravvissuti muoiono di cancro per le radiazioni. Lui è in buona salute, a parte la sordità. A 80 anni scriverà un’autobiografia. Morirà nel 2010, alla bella età di 94 anni.


lunedì 23 marzo 2020

413 - IL FIORE CADAVERE




Sembra impossibile ma...
L'aro titano è un fiore a dir poco insolito: raggiunge i 3 metri di altezza, pesa una settantina di chili e per vederlo sbocciare si devono attendere anche 20 o più anni; la crescita poi è rapidissima, e la fioritura non dura più di 4 giorni. Ah sì, dimenticavo: emana una puzza tanto insopportabile che lo chiamano il fiore cadavere. Questa storia arriva dal Gruppo fb di Sembra impossibile, segnalata da Ektor Brahman, collaboratore di talento, che ringrazio.

Il nome scientifico della pianta è Amorphophallus titanum, come dire, in greco antico, “fallo gigante deforme”, appartiene alla famiglia delle Araceae (come le comuni calle) e in natura cresce solo nelle foreste tropicali dell'isola di Sumatra in Indonesia; in coltivazione si trova in numerosi orti botanici nel mondo (in Italia al Giardino dei semplici di Firenze). A scoprirlo e descriverlo per la prima volta è stato nel 1878 l’esploratore, zoologo e botanico fiorentino Odoardo Beccari, che portò i tuberi ed i semi a Firenze; i tuberi morirono, ma i semi, germogliati, vennero distribuiti in diversi giardini botanici del mondo. La prima fioritura avvenne nei Kew Gardens di Londra nel 1889. Da allora quella pianta è fiorita solo 5 volte, l'ultima nel 2002, quando il gigantesco fiore è stato ammirato da 50 mila visitatori in una sola settimana. In tutto il mondo ci sono non più di 4 o 5 eventi di fioritura in un anno; a Firenze l'ultimo è stato nel 2007.

Quando l'aro titano fiorisce emana un odore simile a quello di una carcassa in decomposizione, tanto che i giardinieri lo curano protetti da maschere antigas. La disgustosa puzza di materia organica in putrefazione attira i coleotteri che mangiano carogne e le mosche della carne che la impollinano; il colore rosso dell'interno, la consistenza dell'inflorescenza, e il fatto che la punta assume nei giorni di fioritura la temperatura del corpo umano, contribuiscono ad attirare gli insetti. Dopo la scomparsa del fiore la pianta produce una sola foglia che cresce su un gambo verde; la struttura in questa fase può raggiungere i 6 metri di altezza e 5 di larghezza. Al Royal Botanic Garden di Edimburgo una pianta delle dimensioni iniziali di un'arancia dopo 7 anni ha raggiunto il peso record di 153,9 chili.

domenica 22 marzo 2020

412 - IL MOMENTO MAGICO



Sembra impossibile ma…
Quando l’arte e l’amore si intrecciano sui sentieri tortuosi della vita possono nascere storie meravigliose. Come è successo a Marina Abramovic e Frank Uwe Laysiepen detto Ulay. E non importa se poi c’è il lieto fine o no. Ringrazio Valentina per la segnalazione.

Marina Abramović, “the Grand Mother of performance art”, artista fra le più famose al mondo, nasce a Belgrado nel 1946 e fin dagli anni sessanta si fa conoscere per le sue performance estreme, alla ricerca dei confini di emozioni e sentimenti umani, dove mette spesso a rischio la sua incolumità. Nel 1976 lascia la Jugoslavia e va ad Amsterdam, dove conosce Ulay, artista tedesco. La prima volta che lo vede, lui ha la barba e i capelli lunghi, ma solo da un lato: l’altro è rasato a zero. Se ne invaghisce subito, e nasce un grande amore. E un sodalizio umano ed artistico che andrà avanti per 12 anni. Si fanno chiamare “The Other”, ed esplorano in coppia i limiti del corpo e della mente. Di performance in performance, girano il mondo dormendo su un furgone. Poi, è il 1988, il rapporto scricchiola, anche perché lei sacrifica all’arte la maternità, e abortisce tre volte, mentre lui i figli li vorrebbe.

Decidono di lasciarsi, ma con un’ultima performance: “The Lovers”. Dopo 8 mesi di preparativi, seguiti dalla BBC che gira un film, partono a piedi lui dal deserto di Gobi, lei dal Mar Giallo, ai due estremi della Grande Muraglia, e trascorsi altri 3 mesi si incontrano a metà strada dopo una camminata di 2500 chilometri. Nel frattempo Ulay si è innamorato della traduttrice, e l’ha messa incinta. «Che cosa devo fare adesso?» chiede lui a Marina al momento dell’incontro. «Non lo so – risponde lei - ma io me ne vado». Si lasciano così. Negli anni successivi il nome Abramovic diventa famoso, nel 1997 arriverà il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia, poi i soldi, il successo planetario.

I due non si vedranno più. Per 22 anni. Nel maggio del 2010 Marina è al Moma di New York con la sua “The Artist is Present“: seduta a un tavolo attende ad occhi chiusi, un visitatore le si siede davanti, lei apre gli occhi e per due minuti i due si osservano in silenzio. Sette ore al giorno, per due settimane. A un certo punto, in maniera del tutto inattesa, lei apre gli occhi e si trova di fronte Ulay. 22 anni dopo. Qui le parole non bastano: non perdetevi, mi raccomando, alla fine della storia il filmato che fissa il momento incantato dell’incontro.

Amanti del lieto fine? Fermatevi qui. Altrimenti andate avanti fino in fondo, ma poi non dite che non vi avevo avvisato. Cosa accade dopo? I giornali raccontano di nuove liti fra i due artisti, concluse in tribunale ad Amsterdam. Motivo? Soldi. Col giudice che condanna Marina a versare ad Ulay 250mila euro per la violazione di accordi firmati in passato. Nel frattempo a lui viene diagnosticato un cancro. Dopo una serie di trattamenti chemioterapici, parte con una troupe per visitare i luoghi più importanti della sua vita e incontrare compagni e amici per un ultimo saluto. Da fine 2011 la telecamera lo segue per un anno intero, la malattia si trasforma nel suo più grande progetto artistico, che diventa un documentario, Project Cancer, del 2013. Marina nel frattempo prosegue il suo percorso e diventa un'icona assoluta dell'arte contemporanea. Ulay muore a Lubiana il 2 marzo 2020 all'età di 76 anni. Sono passati 10 anni da quel magico incontro di anime, che nel frattempo è entrato nella storia. 

 

411 - LA BAMBOLA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Una storia di amore oltre la morte che sembra uscita dalla penna di Edgar Allan Poe. Facciamo un salto indietro nel tempo di 200 anni. A Imola, si celebrano le nozze fra Giorgio Barbato Tozzoni e Orsola Bandini. Lui ha 38 anni, è un ex ufficiale dell’esercito napoleonico: di famiglia blasonata, ha appeso la spada al chiodo e ha deciso di prendere moglie. La ricerca è stata breve: con Orsola, aristocratica faentina non ancora ventenne, è amore a prima vista.

Il destino regala alla coppia, che va a vivere nell’ala est di Palazzo Tozzoni, qualche mese di felicità, fra feste, viaggi e un elevato tenore di vita, oggi si direbbe da jet set. Poi inizia il suo gioco cattivo. Orsola resta incinta, con grande gioia di tutti. Ma nel febbraio del 1820, pochi mesi dopo le nozze, il marito la convince a partecipare alla gran festa di fine Carnevale: confusione, rumore, folla ubriaca, danze sfrenate. La donna ha un malore. Perde il bambino. I rapporti fra i due cambiano. Lui è disperato, e ancora più innamorato. Lei cade in depressione, e non riesce a perdonarlo.

Unica soluzione: fare un altro figlio. Lentamente Giorgio riesce a convincerla. Nasce Alessandro, bello e sano. E torna la serenità. Che dura poco. Due anni dopo marito e moglie sono a Livorno per i bagni, il bambino è rimasto a Imola con la nonna materna e una balia. Un messaggio li avvisa che il bambino sta male: rientrano precipitosamente, ma nel giro di pochi giorni anche Sandrino muore. In paese si sussurra che sia stato avvelenato (dalla balia?), che sulla famiglia pesi il malocchio. A commemorare Alessandro resta solo una statua di marmo. Orsola è devastata. Si chiude in un livoroso silenzio. Non si riprenderà più. Il marito fa di tutto per risollevarla, si dedica solo a lei, ma stavolta non basta. Consumata dal suo male oscuro, la donna muore nel 1837.

E stavolta è lui che non se ne fa una ragione. Il suo rimedio contro il dolore è terribile: commissiona ai migliori artisti la costruzione di una bambola a grandezza naturale. Ha le fattezze della moglie, veste i suoi abiti, il volto di gesso è sempre ben truccato, i capelli sono quelli veri, tagliati prima della sepoltura (la foto è di Sailko condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikimedia). Giorgio vive per anni con la bambola, la porta a tavola con sé, dorme vicino a lei, ci dialoga e le confida i suoi pensieri. Un’abitudine che manterrà per tutta la vita, anche quando si risposerà e avrà un figlio.

Dopo la morte del conte, la bambola di Orsola resta chiusa in un armadio per 150 anni. Ritrovata e accuratamente restaurata, oggi è esposta a Palazzo Tozzoni, nel centro storico di Imola. E nella sala dell’archivio di famiglia, a pochi metri dalla statua del piccolo Alessandro, continua a raccontare ai visitatori la sua storia d’amore triste e sfortunata.






410 - L'UOMO CHE HA VENDUTO LA TORRE EIFFEL




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Il protagonista è Victor Lustig, anche se questo non è che uno dei tanti pseudonimi con i quali si è fatto conoscere. La sua vera identità è un mistero. Nato in Boemia nel 1890, racconta di essere figlio di un borgomastro, ma da alcuni scritti pare che i genitori fossero contadini poverissimi e che fin da bambino sia stato costretto ad arrangiarsi per sopravvivere. E Lustig si arrangia benino: per 20 anni sarà un protagonista del jet-set internazionale, elegante e ricercato. Soprattutto dalla polizia, che lo conosce come il più grande fra gli artisti della truffa.

Pronto di spirito, intelligente, apparentemente colto, parla in maniera fluente inglese, francese, tedesco, italiano e ceco. A 19 anni è a Parigi, si iscrive all’università ma si afferma come eccezionale giocatore di carte, di cui conosce ogni trucco, e di biliardo. Una rissa per motivi di donne gli procura una vistosa cicatrice allo zigomo. Negli anni prima della grande guerra gira tutta l’Europa, e mette a segno le prime truffe. Si specializza poi nel raggirare i passeggeri dei grandi transatlantici che fanno la spola fra Europa e Africa, presentandosi con accento esotico come conte Victor Lustig. Nel 1920 sbarca in America e mette a segno un’ingegnosa truffa ai danni di una banca in Missouri. Arrestato, evade e torna in Europa. Nel 1925 è a Parigi.

Corre voce che il governo voglia far demolire la Torre Eiffel, che è in cattive condizioni. Lustig prende alloggio al prestigioso Hotel de Crillon, si spaccia per ministro e convoca in gran segreto i 5 più grossi commercianti di rottami di ferro del Paese. Fra questi sceglie la sua vittima, e gli assegna l’appalto, chiedendogli anche una mazzetta. Incassa l’equivalente di un milione di euro odierni, e scappa a Vienna. Il povero acquirente scopre la truffa solo quando si presenta al ministero per reclamare la “sua” Torre. Poi, per non restare implicato in un affare già poco pulito, neanche denuncia la truffa. Che Lustig ripete pochi mesi dopo. Anche la nuova vendita si realizza, ma all’ultimo momento qualcosa va storto.

Per sfuggire all’arresto il truffatore torna in America dove con diversi pseudonimi mette a segno vari colpi. Fra le vittime del boemo, anche il famigerato Al Capone. La truffa più clamorosa è quello della Rumanian Box, un macchinario che consentirebbe di duplicare banconote da mille dollari producendo denaro autentico. L’Fbi però gli dà una caccia sempre più serrata, e nel 1935 dopo varie rocambolesche fughe lo cattura a New York. Dopo una nuova evasione, ripreso e condannato a 20 anni di carcere, viene spedito ad Alcatraz. Morirà per una polmonite nel 1947. Sul suo certificato di morte, non si sa se per errore o per una forma di ironico rispetto, sotto la voce "professione" c’è scritto "venditore".

sabato 21 marzo 2020

409 - DANZA MACABRA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Anno 1237, oltre 100 bambini escono da Erfurt e percorrono danzando freneticamente i 25 chilometri che li separano da Arnstadt. Anno 1374, in molte città del Belgio centinaia di persone ballano per giorni senza motivo. E’ la piaga del ballo, in tre secoli sono almeno 10 i casi certi e documentati in Nord Europa. Col tempo se ne è persa la memoria, ma ne è rimasta traccia in favole come Il pifferaio magico e Scarpette rosse. Gli studiosi che hanno cercato di dare una spiegazione non sono andati oltre il “fenomeno di isteria collettiva” e la psicosi di massa. Ecco l’impressionante racconto dell’ultimo caso, il più documentato.

Strasburgo, luglio 1518. Una donna, frau Troffea, inizia a ballare in strada senza musica e contro la sua volontà. La gente la osserva: una pazza. Le guardie non sanno che pesci pigliare. Va avanti per ore, poi vinta dalla stanchezza cade a terra, e dopo un breve sonno si alza e ricomincia a ballare. Piange, grida, ha i piedi insanguinati.

Poi un uomo le si affianca, e inizia a danzare con lei. E un altro, e un altro ancora, stupiti, spaventati. Sette giorni dopo stanno ancora ballando. E sono in 34. L’incredibile coreografia va avanti con i danzatori sempre più numerosi e sempre più disperati. Un mese dopo, a fine agosto, sono in 400. E qualcuno non ce la fa: ictus, infarti, la danza diventa macabra. Lacrime e sangue, in tanti continuano a ballare con le caviglie spezzate, implorando pietà.

I medici pensano a un’intossicazione da ergot, parassita tossico della segale cornuta. Ma avrebbero dovuto mangiarne a quintali. Allora danno la colpa al “sangue caldo”. Rimedio, far sfogare le smanie. Così fanno costruire un grande palco e ingaggiano musicisti. L’insieme è più piacevole, ma le cose non cambiano. La Chiesa fa appello a San Vito: i superstiti, caricati su grandi carri, vengono portati al santuario di Saverne. Qui vengono esorcizzati e gli vengono fatte calzare scarpette rosse benedette. Siamo a fine agosto. Ai primi di settembre la piaga, non si sa se grazie a San Vito, si arresta, misteriosamente come era iniziata.

408 - SAN PIETRO NEL DESERTO




Sembra impossibile ma…
Se voli fino ad Abidjan, la capitale della Costa d’Avorio, poi affitti un auto e dalle coste del Golfo di Guinea ti dirigi verso il centro del Paese africano, dopo 250 chilometri ti trovi… davanti alla cupola di San Pietro. Sei arrivato a Yamoussoukro, e quella che vedi spuntare in mezzo a grandi viali semideserti è la basilica di Notre-Dame de la Paix, la chiesa più grande del mondo.

Tutto comincia a inizio anni 80, quando Félix Houphouët-Boigny, primo presidente della Costa d’Avorio e padre della patria, decide di spostare la capitale nel villaggio dove è nato. Da una trentina d’anni governa il Paese africano, e le cose, grazie all’esportazione di materie prime, non vanno male. In breve Yamoussoukro diventa una moderna città, con le baraccopoli attraversate da grandi viali che dal centro vanno a perdersi in una piatta piana di terra rossa. I ministeri restano ad Abidjan, ma qui sorge il palazzo del presidente, un grande centro convegni, alberghi a 5 stelle.

Poi, la ciliegina sulla torta. Nel1985, su progetto dall’architetto Pierre Fakhoury, inizia la costruzione dell’immensa basilica. Marmo bianco italiano e coloratissime vetrate francesi (sulla più grande, inginocchiato davanti a Gesù c’è il presidente), arredi di lusso (ognuno dei 7000 posti a sedere è climatizzato singolarmente), sculture e crocifissi preziosi. Nel 1989 Notre-Dame de la Paix è completata. E’ costata almeno 300 milioni di dollari. Houphouët-Boigny sostiene di averla pagata tutta di tasca sua. In quei 5 anni però le casse dello Stato si svuotano, il debito pubblico raddoppia.

Il 10 settembre 1990 il presidente dona la chiesa al Vaticano. Papa Giovanni Paolo II accetta di consacrarla personalmente a patto che nelle vicinanze sia costruito in tempi brevi un ospedale: sarà completato solo nel 2015. Oggi la basilica è frequentata solo da poche centinaia di fedeli, anche perché in Costa d’Avorio i cristiani sono meno di un terzo. Il mantenimento costa oltre un milione di euro l’anno. Però le cifre Notre-Dame de la Paix sono sul Guinness dei primati: trentamila metriquadri di superficie,158 metri di altezza (contro i 133 di San Pietro, di cui è più lunga e più larga), 7.363 metriquadri di vetrate (le più grandi del mondo) e un colonnato di 128 colonne in marmo alte 21 metri. Può contenere “solo” 7.000 fedeli seduti e 11.000 in piedi: e qui San Pietro, con i suoi 60.000 posti, mantiene il primato.

venerdì 20 marzo 2020

407 - L'OCA DI POTEMKIN




Sembra impossibile ma…
Grigorij Potëmkin riuscì a diventare l’uomo più influente dell’impero russo grazie alle sue capacità amatorie. I libri di storia lo ricordano per la vita fatta di lusso e di eccessi. E la fine ingloriosa. Premessa: sì, è proprio lui, quello che dette il nome alla corazzata resa celebre da Ėjzenštejn, e, dalle nostre parti, dal ragionier Ugo Fantozzi.

Potëmkin nasce a Smolensk nel 1739. Studia all'Università di Mosca e nel 1755 entra nelle Guardie a cavallo. Nel 1762 partecipa al colpo di Stato che porta sul trono Caterina II. Il giovane e aitante cavaliere fa colpo sulla sovrana, e nel 1768 lascia le guardie e viene assegnato alla corte come Kammerherr. Nel 1771 diventa il primo favorito di Caterina. Compito che deve assolvere alla grande, visto che da quel momento fioccano incarichi prestigiosi e ricompense. In un solo anno entra nel Consiglio di Stato, viene nominato conte, aiutante generale, tenente colonnello, comandante in capo e governatore della "Nuova Russia" (le province dell’Ucraina). Nel 1776, su richiesta di Caterina, l'imperatore Giuseppe II lo nomina principe del Sacro Romano Impero.

Dopo aver preso parte alle guerre contro l'Impero ottomano, Potëmkin crea la flotta del Mar Nero, e progetta e realizza la conquista della Crimea. Qui ripopola le campagne e fonda nuove città. In tutto ciò che fa c’è un’esagerazione, non risparmia né uomini né soldi, non calcola mai i costi. Nel 1787 Caterina visita i territori da lui colonizzati, ed è un trionfo: riesce a nascondere i problemi della sua amministrazione e a presentare un quadro idilliaco. Secondo alcune fonti fa costruire sul percorso dell’imperatrice numerosi villaggi che ad una prima impressione sembrano veri, ma in realtà sono di cartapesta.

Nel 1775 viene soppiantato da Zavadovsky nelle grazie dell'imperatrice, ma i rapporti tra i due restano ottimi. Molti storici sostengono la tesi di un precedente matrimonio segreto tra Potëmkin e Caterina, che sarebbe la madre di Elizaveta, la figlia illegittima preferita dell’amante. Che lascia San Pietroburgo ma nel 1791 torna e spende una fortuna per screditare l’ennesimo favorito, Zubov. E’ tutto inutile: l'imperatrice affida a Potëmkin i negoziati di pace con gli ottomani, e in sostanza se ne libera inviandolo a Jassy. Lungo la strada si ammala, ma rifiuta le medicine: la febbre alta lo costringe al digiuno. Quando recupera le forze, si mette a tavola; un prosciutto e tre polli sono l’antipasto, poi ingoia una grossa oca intera. Un’abbuffata fatale: Grigorij Potëmkin, l’uomo più potente di tutte le Russie, muore di indigestione in un villaggio della steppa.






406 - IL MEDICO CHE SI OPERO' DA SOLO




Sembra impossibile ma…
Un medico russo durante una spedizione in Antartide fu costretto ad eseguire un intervento entrato negli annali di storia della chirurgia: un appendicectomia su se stesso. L’incredibile storia mi è stata segnalata da Giovanni Pelosini, che ringrazio.

Leonid Ivanovič Rogozov nasce a Oblast' di Čita, un villaggio della Siberia Orientale, nel 1934. Il padre muore nella Seconda guerra mondiale. Nel 1953 entra all'Accademia Statale di Medicina Pediatrica di San Pietroburgo. Nel 1959 inizia il tirocinio per specializzarsi in chirurgia, ma nel settembre 1960, a 26 anni, interrompe gli studi per partecipare alla Sesta Spedizione Antartica Sovietica. Per due anni, fino all'ottobre 1962, lavora alla Stazione Novolazarevskaya in Antartide, medico in un team di 13 ricercatori.

Il 29 aprile 1961 Rogozov avverte i primi sintomi di un'appendicite in stato avanzato. In poche ore le sue condizioni si aggravano. Mirny, la stazione antartica più vicina, è lontana mille miglia (e non è un modo di dire), non ci sono aerei e comunque le condizioni meteo non permetterebbero il decollo. Il medico non ha scelta: o si opera da solo, o muore. L'intervento inizia alle 22 del 30 aprile. Un autista e un meteorologo gli passano gli strumenti chirurgici e reggono uno specchio per permettergli di vedere ciò che sta facendo. Rogozov pratica un taglio di 10 centimetri. “Era difficile vedere – racconterà - lo specchio aiuta, ma ostacola anche, e mostra le cose al contrario. Ho lavorato principalmente con il tatto. Aprendo il peritoneo ho danneggiato l’intestino cieco e ho dovuto ricucirlo. Diventavo sempre più debole, la mia testa iniziava a girare, avevo la nausea. Ogni 4-5 minuti dovevo riposare per 20-25 secondi. Asportare l’appendice è stato il momento peggiore: ho pensato che stava andando a finire male, sentivo le mani come fossero di gomma. Con un ultimo sforzo l’ho rimossa. E mi sono reso conto che, in fondo, mi ero già salvato”. Quando dà l’ultimo punto di sutura, è mezzanotte. Nei 5 giorni successivi calano il dolore e la febbre, dopo altri due giorni rimuove i punti di sutura. L’intervento è riuscito. Due settimane dopo, Rogozov riprende a lavorare.
A fine 1962 torna a Leningrado e completa il dottorato; negli anni successivi lavora in diversi ospedali, poi per 15 anni dirige il dipartimento di Chirurgia dell'Istituto di Pneumologia. Muore nel 2000 per un cancro al polmone.


405 - I SEGRETI DI PINOCCHIO




Sembra impossibile ma…
Pinocchio, uno di quei libri di cui pensiamo di sapere tutto, riserva invece mille sorprese. Come il finale, che era completamente diverso. “La storia di un burattino” esce a puntate sul “Giornale per bambini” nel 1881. Per l’autore Carlo Lorenzini detto Collodi è “una bambinata”. L’ottava puntata è annunciata come ultima. Si chiude col Gatto e la Volpe che impiccano Pinocchio: “Oh babbo mio! se tu fossi qui! E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito”. Fine. I lettori protestano in massa, l’editore costringe Collodi ad andare avanti. Impiegherà altri due anni per completare l’opera. Che oggi è al numero 33 nella classifica mondiale dei libri più letti, tradotta in 240 lingue, con oltre 35 milioni di copie vendute.

In molti sostengono che non si tratta di un libro per ragazzi, ma di un’allegoria rivolta agli adulti. Una tesi tanto seria che Pinocchio è conteso fra massoneria (di cui secondo alcuni Lorenzini avrebbe fatto parte, anche se non risulta fra gli affiliati dell’epoca) e chiesa cattolica. L’interpretazione esoterica conterrebbe numerosi elementi simbolici appartenenti all'antica tradizione magica. L’intera vicenda sarebbe la storia di un'iniziazione: un burattino che aspira a trovare la sua anima. Così Pinocchio (mix di ghiandola pineale e occhio) sarebbe l’uomo alla ricerca della verità, Mangiafuoco il potere temporale, Lucignolo richiamerebbe Lucifero, il Gatto e la Volpe le passioni del corpo che distraggono dalla via per la Conoscenza, la Fata Turchina l'archetipo della Grande Madre.

I fan della lettura cattolica invece ricordano che Lorenzini dopo aver fatto il seminario e aver seguito lezioni di filosofia dai padri Scolopi, era tanto addentro alle cose della Chiesa da ottenere una rarissima dispensa per poter leggere i libri messi all'Indice. Per loroPinocchio è la narrazione della fuga della creatura dal Creatore e del ritorno”. Il cardinale Giacomo Biffi nel suo libro “Contro maestro Ciliegia” rilegge le vicende del burattino in parallelo con la storia della salvezza: secondo lui ad esempio Geppetto è il creatore che vuol essere padre, Pinocchio combatte col male interno (lui sa qual è il suo bene ma disobbedisce) e quello esterno (Gatto e Volpe, intelligenze malefiche più astute di lui), e un duplice destino attende Lucignolo, che rimane asino e muore, e Pinocchio, che si salva per intervento della Fata Turchina, ovvero la grazia che dà nuova vita.
Guarda i video con la  prima edizione a stampa del 1883 di Pinocchio, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti, e la biografia di Carlo Lorenzini.
 

 
 



404 - L'INCREDIBILE PROFEZIA




Sembra impossibile ma…
Questa non è una bufala (forse). La storia è straordinaria, l’ho scoperta nell’ottimo blog del Mago Leo. In sintesi, nel 1962 tre studiosi americani hanno profetizzato un utilizzo del telefono incredibilmente simile a quello che si è poi realizzato. Ora, chi mi segue sa quanto detesti le fake news che infestano il web e non solo. E che prima di pubblicare ogni “storia impossibile” faccio verifiche approfondite. Questa all’inizio sembrava un fake: la notizia è riportata solo in un articolo del quotidiano Trapani Nuova del 1962, che però può essere un falso ben realizzato. All’estero non esistono tracce né dell’intervista né degli intervistati. Ok, sto per buttare tutto nel cestino. Un’ultima ricerca sull’esistenza del giornale trapanese, ed ecco venir fuori il PDF dell’intero numero di Trapani Nuova del 26 giugno 1962. Ve lo giro in coda alla storia: l’articolo è in terza pagina. Verifico le principali notizie: torna tutto. Insomma, quell’articolo è stato sicuramente pubblicato nel 1962. Una bufala d’epoca? Chissà. In tal caso il profeta sarebbe il giornalista che l’ha scritto. Le previsioni sul mondo di 56 anni dopo sono incredibili. Lo riporto integralmente: leggetelo. Ah, e se poi riuscite a scoprire che è un falso, fatemelo sapere.

Tre dirigenti dell’AT&T, gli ingegneri J.H. Felker e C.M. Mapes e il dr. H.M. Boettinger hanno azzardato alcune previsioni sulla evoluzione della telefonia verso il 2000 nel corso di un’intervista radiofonica concessa al programma «Dimension» della CBS.I tre esperti ritengono che, tanto per cominciare, i giornali del mattino saranno diffusi direttamente in «facsimile» attraverso la rete telefonica. Fatta la colazione e letto il giornale telefotografico, l’uomo d’affari deciderà magari di restare a casa per non trovarsi in qualche ingorgo del traffico, senza, tuttavia, trascurare le sue attività. Servendosi del «videofono», il cui schermo sarà molto più efficiente e più chiaro degli attuali televisori, potrà mettersi in contatto con l’ufficio o, addirittura, convocare una conferenza con i corrispondenti o i soci in differenti località. Ma il marito non sarà l’unico a beneficiare del progresso. La moglie potrà ricorrere al servizio telefonico per evitare le faticose maratone nei negozi. Con occhi attenti seguirà sullo schermo a colori del videofono le spiegazioni dei negozianti e analizzerà la merce esposta, prima di passare l’ordinativo.

I tre esperti americani prevedono che la famiglia di domani adopererà il telefono anche per ricevere in casa programmi educativi, artistici e culturali. Apparecchi televisivi a circuito chiuso allacciati con la rete telefonica diffonderanno nelle case lezioni scolastiche, conferenze con proiezioni e visite ai musei. Potranno anche permettere la lettura degli ultimi libri senza neppure costringere l’interessato a recarsi in biblioteca per il prestito. In viaggio la gente potrà disporre del telefono sulle autovetture, sugli aerei e in qualsiasi altro mezzo. Si potrà chiamare qualsiasi utente in qualunque parte del mondo mediante la teleselezione. Tuttavia, non occorrerà formare il numero e il prefisso corrispondente alla città sul telefono. Basterà segnalare il numero al telefono e questo tradurrà la voce in impulsi elettrici.

Le conversazioni assorbiranno solo una piccola parte del traffico sulle linee telefoniche. Si prevede che già dal 1975 il volume dei dati commerciali trasmessi per mezzo delle linee telefoniche supererà quello delle conversazioni. Sono in via di perfezionamento apparati «data-phone» in grado di trasmettere 3.000 parole al minuto, in maniera da consentire ad un cervello elettronico di rivolgersi ad un’altra macchina analoga a velocità di gran lunga superiore a quelle dell’uomo. Una di queste macchine collegate alla rete telefonica potrà leggere l’inventario di un magazzino e, fatti i debiti calcoli, chiamerà un’altra macchina del magazzino centrale per ordinare le provviste per il giorno successivo.

Nel 2000 la gente si servirà del telefono anche per le operazioni di banca, Gli assegni si scriveranno con inchiostro magnetico che potrà essere letto da apposite macchine nelle banche. Le macchine provvederanno non solo ad avallare l’assegno ma anche a registrare l’operazione sul conto individuale”.

giovedì 19 marzo 2020

403 - I DUE VOLTI DI BIANCANEVE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Anzi, due. Che danno origine a una terza storia, conosciuta da miliardi di persone nei cinque continenti.

Margaretha von Waldeck nasce nel 1533. Il padre è Filippo IV conte di Waldeck-Wildungen. La madre muore quando lei ha 4 anni. Due anni dopo il padre si risposa con Katharina di Hatzfeld, una matrigna molto severa. Secondo i documenti della città di Bad Wildungen Margaretha è apprezzata da tutti per la sua bellezza. All’età di 16 anni la matrigna la allontana da Wildungen e la invia in una sorta di esilio a Bruxelles. Nella città belga Margaretha ha una storia con un principe, che poi diventerà Filippo II di Spagna. Il padre, la matrigna e soprattutto il re di Spagna sono contrari, la relazione è osteggiata per problemi di politica e di religione. La ragazza muore misteriosamente a soli 21 anni. In seguito si accerterà che è stata avvelenata da sicari inviati dal sovrano spagnolo. Ah, dimenticavo un paio di elementi: le cronache di Wildungen riportano che proprio in quegli anni un anziano fu arrestato per aver dato mele avvelenate a dei bambini. E il padre di Margaretha a Wildungen possedeva miniere di rame dove lavoravano bambini-schiavi che, da sempre denutriti e costretti a grandi fatiche, da adulti diventavano deformi. I bambini lavoratori vivevano in gruppi, una singola casa ne ospitava fino a una ventina.

Se la storia di Margaretha vi ricorda qualcosa, aspettate di sentire quella di Maria Sophia von Erthal. Che nasce nel 1725 a Lohr am Main, in Baviera. Il padre è il principe Philipp Christoph von Erthal. Dopo la morte della moglie, il principe sposa Claudia von Venningen, che per favorire i figli di primo letto costringe la figliastra, anche lei ammirata da tutti per la bellezza, a fuggire di casa. Maria Sophia vivrà alcuni anni nei boschi vicini, aiutata dai minatori delle miniere di Bieber di proprietà del padre. Nelle miniere tutti indossano cappucci colorati, e per raggiungere le gallerie più piccole sono utilizzati bambini e nani. La ragazza vivrà alcuni anni con loro prima di morire di vaiolo. Per finire, il castello dei Von Erthal, che oggi è un museo, ospita tuttora un famoso “specchio parlante”, un giocattolo acustico che registra e riproduce la voce,

Da quale delle due storie nasce Biancaneve? I Fratelli Grimm, che pubblicarono la fiaba nel 1857 (in una versione riveduta e molto meno splatter dell’originale) si ispiravano a racconti e leggende della tradizione popolare tedesca, mescolando elementi presi da storie reali per condensarli in un’unica fiaba. Insomma Biancaneve ha almeno due volti: quello di Margaretha e quello di Maria Sophia.


402 - IL CAMPIONE CANCELLATO




Sembra impossibile ma…
Leone Jacovacci, straordinario boxeur, campione italiano ed europeo dei medi nel 1928, è stato cancellato dall’albo d’oro e dalla storia del pugilato. Motivo: la sua pelle nera.

Jacovacci nasce nel 1902 a Sanza Pombo, nell’attuale Angola. Il padre è un ingegnere romano, la madre di etnia Babuendi. A 3 anni si trasferisce nel viterbese dove viene cresciuto dai nonni. A 16 anni scappa a Taranto e si imbarca come mozzo su una nave inglese. A Londra esordisce nel pugilato con lo pseudonimo di John Walker, vince numerosi incontri e si trasferisce in Francia. Pugile di enorme potenza fisica, ma agile e dotato di un’ottima tecnica, infila una serie di 25 vittorie consecutive. Ma il suo sogno è tornare in Italia.
Lo fa nel 1922, quando affronta il campione italiano Bruno Frattini a Milano. Domina il match, ma per i giudici vince ai punti l’avversario.

Ripreso il suo vero nome, Jacovacci si trasferisce a Roma e avvia l’iter, che sarà lungo e tormentato, per farsi riconoscere la nazionalità. Nel frattempo passa di vittoria in vittoria, e “er nero de Roma” diventa un idolo per il popolo della capitale. Il 24 giugno 1928 il match che deciderà la sua vita: di fronte a quarantamila persone nello stadio Nazionale sfida Mario Bosisio, milanese, bianco, biondo, il “toro fascista”; in palio ci sono i titoli italiano ed europeo. Balbo, Bottai e D’Annunzio sono in prima fila. Jacovacci domina, la sua vittoria è nitida. La gente canta ''Non ti arrabbiare, caro Bosisio, se Jacovacci ti ha rotto il viso''. I giudici danno verdetto pari. Poi ci ripensano e gli assegnano a malincuore la vittoria. Chi se lo aspettava? Il “negro” di Roma che batte il bianco lumbard davanti alle massime autorità in camicia nera.

Non glielo perdoneranno. E’ l’inizio della fine. Non esiste una sola foto che testimonia il successo, e nei cinegiornali dell'epoca vengono eliminate le sequenze finali del match: quel che resta del filmato dell’Istituto Luce finisce di colpo, mancano gli ultimi minuti. Verrà trasmesso sì nei cinegiornali, ma col commento di Bosisio, lo sconfitto, che sostiene di essere lui il vero vincitore.
Jacovacci, ostracizzato dalla federazione del pugilato, non trova più un ring per combattere. Dopo qualche triste incontro di catch, si ritira e lavora fino agli ultimi giorni a Milano come portiere di un condominio. La sua storia sarà ricostruita da Mauro Valeri nel libro “Nero di Roma: storia di Leone Jacovacci: l'invincibile mulatto italico” e da Tony Saccucci nel docufilm “Il pugile del duce”. Leone Jacovacci muore nel 1983. Quattro anni dopo Sumbu Kalambay diventa campione del mondo. E’ il primo italiano con la pelle nera.

401 - ANNO 1915, I CROCIATI ALLA GRANDE GUERRA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La trovo davvero fantastica, e ringrazio per la segnalazione l’amico Stany Di Amato. Anno 1915, da 7 mesi l’impero Russo è entrato nella prima guerra mondiale, e ha avviato la campagna del Caucaso contro l’impero Ottomano. Immaginate di essere abitanti di Tiflis (l’odierna Tblisi) in Georgia: è una mattina di primavera, rumore di zoccoli e polverone in fondo al viale principale annunciano l’arrivo di una mandria numerosa, o forse di molta gente a cavallo. Man mano che il gruppo si avvicina, si distinguono le sagome di molti cavalieri. E la gente non crede ai propri occhi.

Sono guerrieri crociati, coperti da capo a piedi da armature in cotta di maglia arrugginite e armati con scudi e spadoni. Decine di cavalieri medievali, un esercito di fantasmi che sembra arrivare dritto dal dodicesimo secolo. Quello che sembra il capo dell’incredibile truppa grida: “Abbiamo saputo che c’è una guerra: dov’è il palazzo del governo?”. L’incontro con l’attonito governatore è quasi comico: il capo dei guerrieri spiega che la sua gente abita la sperduta regione della Khevsuria, nelle montagne del Grande Caucaso, e di aver saputo da poco del conflitto: i Khevsur sono pronti a combattere gli antichi nemici ottomani. E conclude chiedendo “Da che parte è la guerra?”.

Di preciso non si sa come va a finire la storia: i cavalieri restano a Tblisi per un po’, e vengono fotografati più volte. Poi è probabile che i I Khevsur abbiano combattuto con l'esercito russo, come in seguito in altre guerre, magari non armati di spade e cotta di maglia, anche se non sarebbe l'unico caso di soldati in armatura segnalati nelle trincee della grande guerra.

In seguito gli studiosi hanno cercato una spiegazione all’incredibile apparizione. Secondo alcuni etnografi i cavalieri Khevsur sarebbero i discendenti di un contingente crociato rimasto isolato nelle sperdute valli georgiane. E' storicamente accertato che centinaia di cavalieri franchi combatterono in Georgia durante il medioevo, servendo re Davide IV. I cavalieri Khevsur del 1915 poi avevano cotte di maglia in stile francese, scudi con le lettere AMD ("Ave Mater Dei" era un motto crociato) e croci crociate sulle maniglie degli spadoni e ricamate sulle vesti. Tutte prove che sembrerebbero confermare la teoria, ma ad oggi ritenute insufficienti per farla accettare ufficialmente dalla comunità accademica.

400 - IL NASO DELL'ASTRONOMO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Il corpo di Tycho Brahe, il più grande fra gli astronomi prima dell’avvento del telescopio, è stato riesumato. Gli esami delle spoglie hanno svelato il mistero sulle cause della sua morte: lo scienziato non fu, come si credeva, avvelenato con il mercurio. Rilevato sì, ma non in concentrazioni sufficienti per ucciderlo. Confermata invece la versione ufficiale. La più incredibile.

Brahe nasce nel 1546 a Knutstorp nel regno di Danimarca, da una famiglia nobile e ricchissima. La sua vera passione fin da ragazzo è l’astrologia, e gli studi astronomici all’inizio gli servono solo a misurare le effemeridi. Anche quando sarà il più grande astronomo del pianeta, continuerà a leggere il futuro e a fare oroscopi, oltre a interessarsi di alchimia. Il re Federico II gli dona l’isola di Hven dove realizza Uraniborg, una città-osservatorio dove avvia programmi di ricerca che farebbero l’invidia della Nasa, senza limiti di spesa. In questo periodo non si contano gli aneddoti su Brahe, che gestisce Uraniborg come un regno autonomo di cui è il sovrano: fra le stranezze che si raccontano, oltre alla movimentata vita sessuale, l’amicizia con un nano a suo dire capace di leggere il futuro, che trasforma in buffone di corte, e la cura per un grosso alce che tiene come animale domestico, e in compagnia del quale ama ubriacarsi.

Ma la storia più singolare è quella che riguarda il suo naso: a 20 anni Brahe, studente all’università di Rostock, litiga con un nobile danese, tale Parsbjerg, su chi dei due è il miglior matematico. Finisce con un duello, e con un colpo di spada che gli porta via di netto il naso. L’astronomo sarà costretto per tutta la vita a portare una protesi fatta di metalli nobili. Che tiene incollata al moncherino con una speciale pasta di sua invenzione. Da qui la teoria di un lento autoavvelenamento involontario, causato dall’impasto a base di mercurio. Ipotesi smentita dalle recenti analisi. Che confermano le reali cause della morte, narrate a suo tempo dal più famoso fra i suoi allievi: Keplero. Anno 1601. Brahe ha 55 anni, ed è ospite a un banchetto reale. Gli scappa di fare la pipì, ma alzarsi da tavola prima che si alzi il re è maleducazione. Lui rispetta l’etichetta, stringe i denti, resiste. Finché gli scoppia la vescica. Seguono 11 giorni di agonia e dolori atroci. Durante i quali detta il suo epitaffio: “Visse come un saggio, morì come uno stupido“. Poi la fine.
Guarda i video con la vita e le scoperte del grande astronomo. 
 

 

 

872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...