lunedì 11 maggio 2020

497 - IL CORSARO CALABRESE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Sembra un film, ma difficilmente troverete il protagonista sui nostri libri di storia. E se lo trovate, i giudizi non saranno positivi. Del resto, ai suoi tempi (ma anche oggi) gli stessi che da una parte sono visti come pirati, dall’altra sono grandi condottieri. E viceversa. E’ la storia del corsaro Uccialì (o Occhialì).

Giovanni Dionigi Galeni nasce a Le Castella in Calabria (oggi è provincia di Crotone) nel 1519. La bella rocca normanna che ancora sorge su un isolotto è nuova di zecca, appena costruita per difendersi dalle frequenti incursioni dei pirati ottomani. Giovanni vuol diventare monaco e sta per entrare in convento quando Khayr al-Dīn, potente Bey di Algeri, noto (e temutissimo) fra i cristiani come pirata Barbarossa, sbarca sulle coste calabresi e lo cattura. Ha solo 17 anni quando finisce al remo di una nave ottomana; passano i mesi, la vita è durissima e per di più un marinaio napoletano che l’ha preso di mira fa di tutto per rendergliela impossibile. Esasperato, lo uccide. Il che vuol dire morte certa anche per lui, secondo la legge islamica. A meno che non si converta. Così diventa musulmano. E il mondo per lui cambia.

Sposa la figlia di Jaʿfar Pascià, un altro calabrese convertito, e torna a imbarcarsi. Eccellente combattente, si rivela un maestro nella guerra sul mare. Passa di successo in successo, e diventa prima comandante di nave, poi governatore di Tripoli e di Algeri. Il suo nome inizia a essere famoso: per gli ottomani è Uluc Alì (Alì il rinnegato), e dalle nostre parti diventa il corsaro Uccialì. Dal 1550 al 1575 le sue imprese non si contano: cattura galere con i più nobili ammiragli cristiani, partecipa alla battaglia di Gerba e ai più importanti scontri navali (lo stesso Cervantes lo cita nel Don Chisciotte), le sue incursioni sulle coste del regno di Napoli non si contano, nominato ammiraglio, l’unico a salvarsi e a salvare una trentina di navi nella battaglia di Lepanto.

Dopo nuove vittorie il sultano Selim II lo nomina comandante in capo della flotta e lo ribattezza Kilic Alì (Alì la Spada). In questi anni non dimentica la sua terra d’origine: tenta più volte con l’aiuto di cospiratori calabresi di annettere la Calabria ai domini turchi. A Istanbul poi fa costruire un villaggio per i suoi servitori ed ex marinai, e lo chiama Nuova Calabria. E’ qui che muore, ricchissimo e amato da tutti, nel 1587. Oggi vicino alla sua tomba, dove sorgeva il villaggio. restano una moschea, un hammam e una scuola coranica, tutte col suo nome. Anche Le Castella lo ricorda con un busto e la piazza Uccialì.
Guarda il video con la performance dell'Università Popolare Mediterranea dedicata alla storia di Uccialì e visita la moschea di Istanbul dedicata a Kilic Alì.





496 - IL MONDO PERDUTO




Sembra impossibile ma…
Esistono ancora sul pianeta luoghi totalmente inesplorati dove, come nel “Mondo perduto” di Conan Doyle, ancora oggi è possibile scoprire piante ed animali sconosciuti. La notizia, (ringrazio l’amico Enrico Spagnoli per la segnalazione) è recente, e magari ne avrete già sentito parlare. Ma ha davvero dell’incredibile.

Avete presente quei romanzi d’avventura (Conan Doyle ma anche Verne, Wells…) e fumetti nei quali i protagonisti trovano l’accesso di una misteriosa valle inesplorata abitata da animali sconosciuti o estinti da migliaia di anni? Bene, è accaduto proprio questo. Tutto inizia quando il professor Julian Bayliss, biologo ed esploratore della Oxford Brookes University, scopre su Google Earth (!) una foresta sconosciuta in mezzo al cono di un vulcano. «Qui - esclama - non c’è mai stato nessuno, bisogna andare a vedere cosa c’è».

Il dito dello scienziato indica Mount Lico in Mozambico, un vulcano inattivo. E’ alto 700 metri. Ma una formidabile e ripidissima parete rocciosa lo rende inaccessibile: a memoria d’uomo nessuno ci ha mai messo piede. Nasce così una spedizione scientifica internazionale composta da 28 tra biologi, entomologi, botanici. E da due rocciatori famosi. Perché scalarlo non è facile. Seguono due anni di preparazione (con corsi di alpinismo), poi, poche settimane fa, l’arrampicata, con i due rocciatori che raggiunta la vetta tendono due corde fino al campo base e recuperano uno per uno gli scienziati. Una faticata tremenda, ma ne vale la pena.

Davanti agli occhi degli studiosi, l’istantanea di un mondo scomparso. «È stato come entrare in una macchina del tempo» dice Bayliss: una foresta pluviale incontaminata, con piante e animali mai visti. I bruchi sono migliaia e sono ovunque sugli alberi, i loro escrementi cadono come una pioggia secca e soffice. E poi farfalle serpenti, rane, rospi, roditori, insetti granchi e persino pesci del tutto sconosciuti, un anfibio mai visto simile a un serpente, un roditore dal naso camuso, e piante e fiori di cui si ignorava l’esistenza. «Solo per catalogare tutto ci vorranno almeno due anni» conclude il capospedizione appena rientrato da Mount Lico.

Che conserva un ultimo mistero: chi ha fabbricato gli antichi vasi semisepolti avvistati con stupore dal team, se nessuno è mai salito lassù? Sarà una spedizione di antropologi a dare una risposta.
Guarda nei video Julian Bayliss raccontare la sua straordinaria spedizione in un documentario National Geographic e in una sua conferenza al Museo di storia naturale di Oxford.





495 - LA FALSA PARIGI




Sembra impossibile ma…
Una fedele riproduzione a grandezza naturale della città di Parigi, con repliche dei principali monumenti – dalla Torre Eiffel all’Arco di Trionfo a Notre Dame – ma anche dei boulevard, delle ferrovie con le principali stazioni, dei quartieri lungo la Senna, è stata costruita in gran segreto nel 1917 e poi rismontata un paio d’anni dopo.

I terribili bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale hanno cancellato il ricordo di quelli meno letali ma comunque violenti della Grande guerra: con i loro raid notturni i bombardieri tedeschi, detti Gotha, sganciarono sull’Inghilterra e sulla Francia migliaia di bombe causando centinaia di morti. I radar non esistevano ancora, e gli aerei sorvolavano di notte la zona da bombardare e sganciavano la loro bomba sul primo bersaglio avvistato, per poi fuggire. Così nacque l’idea della “faux Paris”.

Una città fantasma creata per essere distrutta, uno specchietto per le allodole per far sganciare le bombe tedesche lontano dalla vera Parigi. Fra il 1917 e il 1918 così, a 25 chilometri dalla cattedrale di Notre Dame, dove oggi sorge la cittadina di Maisons-Laffitte e dove la Senna fa un’ansa simile a quella del centro parigino, fu edificata la falsa “ville lumière”. Che per tener fede al suo nome, di notte si illuminava con migliaia di luci colorate. Il progetto fu affidato all’ingegner Fernand Jacopozzi, lo stesso che aveva illuminato la Tour Eiffel, poi insignito della Legion d’Onore (e la gente se ne chiedeva il motivo): luci colorate, forni per imitare il bagliore di case, officine e fabbriche, monumenti ed edifici in legno dipinto, tessuti traslucidi per imitare i tetti in vetro delle fabbriche, e perfino un treno in movimento. Nel settembre del 1918 ci fu l’ultimo raid aereo dei tedeschi su Parigi, poi finì la guerra. A quanto pare, la città fantasma, rimasta incompiuta, non fu mai bombardata.

Nella seconda guerra mondiale in Nord Africa gli inglesi, guidati dal prestigiatore Jasper Maskelyne, replicarono su larga scala e con maggior successo l’operazione città fantasma. Ma questa è un’altra storia, e ve la racconterò un’altra volta. Per ora restiamo a Parigi, dove vi segnalo sempre in tema di bombardamenti una strana abitudine. Se, seduti al tavolo di un bistrot, all’improvviso sentite suonare tante sirene, non vi allarmate. Succede ogni primo mercoledì del mese a mezzogiorno in punto. E’ la rete di allarme anti-aereo, udibile in tutta la città. Una consuetudine iniziata a fine anni Trenta per verificare l’efficienza dell’impianto da usare in caso di attacco militare o di catastrofi. Guardate (e ascoltate) la clip. 

 

494 - LA SPADA DI HATTORI HANZO




Sembra impossibile ma…
La spada di Kill Bill esce dal mito e diventa realtà: più letale di quella di Zorro, più famosa di Excalibur, la lama donata dal fabbro-samurai Hattori Hanzo alla Sposa esiste davvero.

Il team di Man at Arms ha ricostruito la celebre arma con cui Uma Thurman/Beatrix Kiddo affetta l’intera gang degli 88 folli nella pellicola di Quentin Tarantino. Un lavoro “impossibile”, visto l’utilizzo di tecniche antiche, fedeli ai metodi di forgiatura utilizzati in Giappone… indovinate da chi? Da Hattori Hanzo, che non è un personaggio di fantasia ma un grande samurai vissuto nel Cinquecento. Soprannominato "Hanzō il diavolo" per le doti di stratega, passa alla storia per la lealtà assoluta a Tokugawa Ieyasu, che aiuta a salire sul trono del regno del Giappone. Hanzo, iniziato l’ addestramento sul monte Kurama all'età di 8 anni, a 12 è già un guerriero esperto, e a 18 un maestro samurai. Nel 1582 con uno stratagemma permette al suo signore di evitare l’arresto e salvare la vita, ma quando sale al trono lui, come Cincinnato, si fa da parte, e vive i suoi ultimi anni come monaco col nome di Sainen. L’odierna Tokyo gli ha dedicato una linea della metropolitana, la Hanzomon, con fermata (la Z5) dove sorgeva la sua casa.

Ma torniamo alla leggendaria spada. Una katana da collezione, costa fra i 5000 e i 25000 euro, per realizzarla i fabbri più rinomati impiegano fino a 8 mesi. Quelle antiche costano molto di più. Per la fabbricazione servono metalli di altissima qualità. Il 95% è acciaio, ma solo del tipo Tamahagame, un “acciaio gioiello” ricavato da sabbia nera sciolta in particolari forni detti Tatara. Solo per ottenere l’acciaio servono 3 giorni. Ogni artigiano ha poi la sua miscela per gli altri metalli: carbonio, tungsteno, molibdeno, titanio rame, manganese, e silicio. Una volta reso morbido l’acciaio, si fanno fino a 15 piegature, corrispondenti a 32768 strati, per permettere al carbonio di diffondersi in modo omogeneo. Quindi si affila la lama alternando bagni in acqua calda e fredda, si ricopre con argilla e si cuoce ad alta temperatura, finché il metallo non è rosso, poi si tempra immergendola in acqua a 37 gradi. La lavorazione, tutta rigorosamente fatta a mano, si conclude con una complessa fase di lucidatura a specchio con pietre abrasive e levigatrici. Pare che un tempo per il collaudo il fabbro, piantata l’arma in un ruscello, facesse scivolare in acqua una foglia. Se, trascinata dalla corrente, al contatto con la lama veniva tagliata in due, la katana era pronta.
Vi lascio con una clip di Kill Bill e con un filmato che illustra la lavorazione della spada di Man at Arms: è un vero spettacolo.




493 - IL RE DI TRISTAN DE CUNHA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Qualche tempo fa vi ho raccontato la storia di Augustus Earle, pittore inglese abbandonato a Tristan de Cunha, l’isola più remota del pianeta, distante più di 2000 km dalla terra più vicina. E ho chiuso con la promessa di tornare sull’isola per raccontarvi altre avventure. Come quella di Tommaso Corri.

Il 27 dicembre 1810 sull’isola deserta sbarcano dal brigantino Baltic tre marinai: gli americani Jonathan Lambert e Andrew Millet e Tommaso Corri, conosciuto anche come Thomas Curry. Corri ha una quarantina d’anni ed è nato a Livorno; figlio di un locandiere, si è imbarcato giovanissimo e dopo anni di mare ha deciso di fermarsi sull’isola con i due compari per colonizzarla. Lambert è il capo, con se ha portato semi, animali, verdure e alberi da frutto, ma l’idea è quella di creare una stazione di rifornimento per navi di passaggio. Il 4 febbraio 1811 Jonathan Lambert consegna a una nave in rotta per il Brasile un proclama col quale si dichiara re dell'arcipelago, attribuisce a Tristan il nome di Isola del Ristoro, e si dichiara con astuzia alleato degli inglesi, che in questi mari sono padroni.

Il 5 marzo 1813 sbarcano sull’isola gli uomini della nave inglese Semiramis per riconoscere la sovranità di Lambert. Ma trovano solo Tommaso Corri, che già da un anno è rimasto l’unico abitante, e quindi il re di Tristan da Cuhna. Al comandante racconta che gli altri sono scomparsi in una battuta di pesca, poi fornisce altre versioni contraddittorie. Le cronache dell’epoca descrivono Corri come un avventuriero senza scrupoli, avido di denaro e amante del rum e delle donne (con lui rimarrà una ex prostituta), insomma, un pirata. Il comandante finge di credergli, e la nave riparte. Il livornese è ufficialmente il re. Lo resterà per 4 anni, e nel frattempo sull’isola decidono di fermarsi altri due americani, John Tankard e John Telson. Anche loro spariranno nel nulla. Il re di Tristan avrà solo un altro suddito, lo spagnolo Bastiano Comilla, fino all’arrivo degli inglesi che il 15 agosto 1816 piazzano una guarnigione sull’isola. Nei mesi successivi Corri è sempre ubriaco, si paga le bevute con un fiume di monete d’oro: dove le prende? Fra un boccale di rum e l’altro racconta di un tesoro, sottratto a Lambert e sepolto fra due cascate. Secondo la relazione degli ufficiali inglesi, Tommaso Corri, il re di Tristan de Cunha, sarebbe morto per un’improvvisa emorragia il 21 gennaio 1817, un attimo prima di rivelare il nascondiglio segreto. Se volete cercarlo, il tesoro pare sia sempre lì. Ancora oggi l’unico modo di raggiungere l’isola è in nave da Città del Capo: parte una volta al mese e impiega una settimana.

venerdì 8 maggio 2020

492 - EDIFICI FANTASMA




Sembra impossibile ma…
C’è una casa fantasma nel centro della metropoli. Anzi, tante. Dimore infestate e ghostbusters in azione? No, edifici che semplicemente non esistono. Solo i più attenti se ne accorgono, e trovarsene davanti uno senza averne mai sentito parlare, può essere un’esperienza inquietante. Ringrazio l’amico Alberto Giorgi per la segnalazione, e vi svelo il mistero degli edifici fantasma.

Parigi e Londra, New York e Toronto hanno qualcosa in comune: tutte sono servite da un sistema di metropolitana le cui linee più antiche hanno più di un secolo. Ma una rete così vasta e complessa, che si è estesa decennio dopo decennio, per funzionare ha bisogno di strutture di servizio altrettanto imponenti: in primo luogo colonne di aerazione, ma anche centrali di controllo lungo i percorsi, passaggi, sfiati, uscite di sicurezza. Com’è che anche in pieno centro se ne vedono così poche? Eppure sono tutte strutture dall’impatto architettonico non indifferente.

Ecco, buona parte di queste sono mimetizzate, nascoste sotto finti edifici dipinti in modo da sembrare veri, a volte semplici facciate come sui set cinematografici, involucri vuoti, senza interni e spesso senza tetti. Nate per rispettare le linee architettoniche dei quartieri e non deturpare gli spazi urbani, all’apparenza sembrano edifici normalissimi, difficili da distinguere da quelli veri se non osservandoli a distanza ravvicinata. Per questo anche un filino inquietanti: immagina di scoprire che la finestra illuminata che stai osservando è falsa, e la ragazza dietro le tendine è un disegno… cos’è, un vecchio episodio di Ai confini della realtà?

Per chiudere, qualche indirizzo per il turista alternativo: a Londra 23 e 24 di Leinster Garden road, guardate bene quella casa stretta fra due palazzi: dietro le finestre non c’è niente. Così a New York, al 58 di Joralemon Street a Brooklyn. A Toronto è un trionfo: ci sono villette, castelli e fabbriche, tutte false. Al 29 di Nelson Street, 29, o al 2833 di Yonge Street o al 640 di Millwood Road ad esempio. A Parigi i trompe l’oeil, talvolta anche molto belli, non si contano, dal 44 di rue d’Aboukir al 78 di rue La Condamine, dal 53 rue des Archives al 29 di rue Quicampoix, dal 174 rue du Faubourg Saint-Denis al 54 di rue des Petites-Écuries fino al 145 di rue Lafayette, “scoperto” e citato da Umberto Eco nel Pendolo di Foucault.

491 - IL NAZISTA PERFETTO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Prendo spunto dal diario fb dell’amico Roberto Mantovani, ogni giorno ricco di post ironici e intelligenti. Werner Goldberg nasce a Königsberg in Germania nel 1919. A 16 anni lascia la scuola e trova lavoro in una società di abbigliamento. Nel 1938, dopo esser stato operativo per sei mesi nel Servizio del lavoro del Reich, si arruola nella Wermacht che si prepara alla guerra. L’anno successivo prende parte all’invasione della Polonia con l'amico d'infanzia Karl Wolf, il cui padre è un alto ufficiale SS.

In quei giorni ha una sorpresa che gli vale una certa notorietà: una sua foto tratta da un servizio realizzato dal fotografo ufficiale dell’esercito e da lui venduta al giornale Berliner Tagesblatt appare sull’edizione domenicale. La didascalia recita “Il soldato tedesco ideale”. L’immagine sarà utilizzata per la propaganda e come foto ufficiale del poster di reclutamento. Poche settimane dopo Goldberg viene espulso dall’esercito per ordine di Hitler. Il motivo? Il nazista perfetto è un “mischling”, un tedesco per metà di origine ebraica.

Il padre di Goldberg, di religione ebraica, in gioventù si era fatto battezzare per poter sposare una donna cristiana; le leggi hitleriane del 1935 classificavano ebreo chi aveva almeno tre nonni ebrei; chi ne aveva due era appunto un “mischling”, purché ripudiasse la sua fede e non avesse una moglie ebrea. Nonostante questo il padre perse il lavoro; e lo zio materno, fervente nazista, dopo aver disconosciuto la sorella, evitò contatti con l’intera famiglia.

E’ nell’aprile 1940 che il fuhrer prende la decisione che cambia la vita del soldato Goldberg: basta tolleranza, anche i mischling sono fuori, ebrei come tutti gli altri. A lui non resta che tornare a casa, dove due anni dopo dovrà fare miracoli per salvare prima il padre, poi se stesso dalla caccia della Gestapo e dalla deportazione a Auschwitz: saranno gli unici della famiglia, loro due, a sopravvivere. Finita la guerra, Goldberg si sposa e ha tre figli. Muore nel 2004, a 84 anni. Nel 2015, ultima zampata ironica del destino, una delle sue foto è utilizzata per errore (e poi rimossa) a Tobol'sk, in Russia per il monumento ai "Protettori della patria", i soldati dell’Armata rossa.


490 - L'ARTEFICE DELLA BELLEZZA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Maksymilian Faktorowicz nasce nel 1872 a Lodz, in Polonia, da una famiglia ebrea molto povera. A 9 anni è già al lavoro, apprendista in un negozio di parrucchiere. A 14 anni si trasferisce a Mosca, e lavora come estetista per l’Imperial Grand Opera. Da 18 a 22 anni è militare di leva nell’esercito russo, quindi apre un suo negozio vicino a Mosca dove fabbrica e vende profumi, creme e parrucche. In breve si afferma e diventa il fornitore ufficiale della famiglia reale. Nel 1904 però le nuove leggi contro gli ebrei lo costringono a fuggire in America con la prima moglie Lizzie (morirà due anni dopo, e lui si sposerà altre due volte) e i loro tre figli. Nel Missouri, a St. Louis, riprende l’attività e vende i suoi prodotti artigianali, finché il socio in affari lo ripulisce di merce e denaro e scappa. Maksymilian riparte da zero, con un negozio di barbiere. Poi, la grande intuizione: Hollywood. Nel 1908 si trasferisce a Los Angeles, e comincia a fabbricare le sue parrucche per il cinema.

E’ l’inizio di una vera rivoluzione. Ecco le sue principali invenzioni: la prima, il Cerone Flexible, sostituisce il cerone teatrale, inadatto per le esigenze del cinema. Le dive di Hollywood si rivolgono al geniale estetista, che inventa per loro sia il concetto che il termine Make-up. Nel 1916 l’altra geniale intuizione: ombretti, matite e creme vengono messi a disposizione della donna qualunque, fuori dal mondo del cinema. Nel 1918 nasce la Colour Harmony, Make-up coordinato con i colori naturali delle donne. Nel 1928 crea il lucidalabbra, nel 1935 il Make-up Pan Cake, precursore del fondotinta.

E, sempre nel 1935, l’invenzione più straordinaria: il Beauty Calibrator o micrometro di bellezza. Un dispositivo che sembra uno strumento di tortura, e analizza le imperfezioni del viso femminile per poi correggerle col trucco. Posizionato intorno alla testa, misura con un complicato sistema di viti che consente 325 regolazioni le caratteristiche facciali, e le confronta con i criteri di bellezza ideali. Ecco quelli ritenuti più importanti: altezze di naso e fronte devono essere uguali e la separazione fra gli occhi deve essere larga quanto un occhio. Una volta identificate le imperfezioni, si migliorano col trucco correttivo. E’ un vero boom, tutte le star del cinema si sottopongono al trattamento. Oggi si pensa sia rimasto un unico esemplare di Beauty Calibrator, venduto all’asta nel 2009.

Nel 1938, al culmine del successo, il visagista, in viaggio in Europa, riceve lettere anonime che lo minacciano di morte se non paga una grossa somma. Quando l’estorsore evita una trappola della polizia, lui è così terrorizzato che finisce a letto con la febbre alta. Non si rialzerà più. Il 30 agosto del 1938 Maksymilian Faktorowicz muore. Lascia ai suoi eredi una vera holding della bellezza: quello che conosciamo come l’impero Max Factor.
 
 

 
 
 
 
 

 
 
 
 

 

489 - L'IRONIA DEL SANTO




Sembra impossibile ma…
Ci sono personaggi storici che in punto di morte riescono a pronunciare frasi destinate a diventare celebri, e a mantenere di fronte al momento estremo un distacco e una lucidità straordinarie. Almeno, se tutto ciò che raccontano i libri di storia corrisponde a verità, visto che le fake news, seppure con nomi diversi, sono sempre esistite. Detto questo, il Nobel per senso dell’umorismo e ironia lo assegnerei a San Lorenzo. Ok, le fonti risalgono a 1700 anni fa, ma la principale è un altro santo, quell’Ambrogio oggi così popolare in Padania: se si fanno le bucce a lui, perché dar credito alle ultime parole di Socrate, Giulio Cesare o anche di Gesù?

Laurentius, che poi diventerà San Lorenzo, nasce nel 225 a Osca (l’attuale Huesca) in Spagna, ai piedi dei Pirenei. Compie gli studi umanistici e teologici a Saragozza, allievo del futuro papa Sisto II. Fra i due nasce un’amicizia, e pochi anni dopo lasciano insieme Saragozza e si trasferiscono a Roma. Nel 257, il 30 agosto, Sisto viene eletto Papa (o meglio, vescovo di Roma): un pessimo momento per salire sul soglio pontificio, visto che negli stessi giorni l’imperatore Valeriano riavvia le persecuzioni, e nell’agosto del 258 con un editto ordina che tutti i vescovi, i presbiteri e i diaconi siano messi a morte. Sisto nomina 7 arcidiaconi. Uno di questi è Lorenzo, cui affida la responsabilità delle attività caritative, di cui beneficiano 1500 fra poveri e malati. II 6 agosto del 258 il Papa viene giustiziato insieme a 4 dei suoi diaconi.

Il 10 agosto a Lorenzo viene intimato di consegnare tutti i beni mobili della chiesa. E qui il primo colpo di coda: lui si presenta al prefetto seguito da poveri, malati e storpi: “Ecco i nostri beni mobili – dice - sono tesori eterni, e non diminuiscono mai, anzi crescono». Il prefetto non la prende bene: anziché alla decapitazione, che era già sicura, lo condanna ad essere arrostito su una graticola ardente. Ed eccoci alle ultime parole: steso sulla grata con le fiamme che gli mangiano le carni, Lorenzo si rivolge ai suoi aguzzini e dice: “Assum est… versa et manduca”. Ovvero “Da questa parte sono cotto, girami dall’altra e poi mangiami”. Un'uscita di scena così, neanche i Monty Python! La palma dello humour nero però spetta a chi nella Chiesa decide sulle categorie che i santi dovranno proteggere: sapete di chi è patrono, fra l'altro, San Lorenzo? Dei cuochi e dei rosticceri...

488 - IL PRINCIPE INFELICE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Leopoldo d’Inghilterra, principe del Regno Unito e ottavo figlio della regina Vittoria, nasce nel 1853 a Buckingham Palace. Appena venuto al mondo si confronta con due realtà che avranno un ruolo determinante nella sua vita: il rapporto con la madre, annunciato da un parto tanto difficile da richiedere massicce dosi di cloroformio per vincere il dolore. E la malattia che lo accompagna fin dalla nascita: già nei primi giorni il bambino è sofferente, perde peso, non cresce, urina sangue e piange di continuo. La diagnosi dei medici è terribile: emofilia, per lui la più piccola ferita può essere mortale.

Inizia così un complicato rapporto di amore-odio: Vittoria diventa una madre soffocante e iperprotettiva, tanto da determinare tutte le future scelte del principe. E al tempo stesso il giudizio che dà di lui è assai poco materno: “Leopold è il più brutto dei miei figli – scrive – più brutto di quanto non sia mai stato: il più brutto di tutta la famiglia. Vederlo camminare è sconvolgente e terribilmente imbarazzante, le sue maniere mi fanno disperare così come il suo modo di parlare. E’ vero, è rapido ad imparare e legge in modo abbastanza fluido, ma il suo francese sembra più cinese. Povero bambino, è davvero molto sfortunato. No, a lui non tengo affatto”.

Al tempo stesso la regina lo accudisce in maniera maniacale e ne reprime in nome della malattia ogni slancio, supportata dai medici che ne seguono ogni passo, fra emorragie esterne ed interne che lo colpiscono senza causa apparente e lo costringono spesso a letto. Nonostante questo il ragazzo, che dimostra ottime doti intellettive, cerca di fare una vita normale: si laurea a Oxford e vive per un certo periodo in Canada con la sorella, principessa Luisa, nel tentativo di affrancarsi dalla madre. Che però lo richiama a corte e lo nomina suo segretario.

Lui nel frattempo vorrebbe sposarsi. Con ogni probabilità ha una storia d’amore con Alice Liddell, che da bambina aveva ispirato Lewis Carroll per la sua Alice nel paese delle meraviglie. Vittoria però ha deciso diversamente, e Leopoldo si sposa a Windsor nel 1882 con la principessa Elena Federica. La prima dei due figli della coppia si chiamerà Alice, come la Liddell. Che avrà un figlio cui il principe farà da padrino: lo chiamerà Leopoldo.

Due anni dopo il principe è a Cannes per ordine dei dottori. Allo Yacht Club, scivola e si procura una leggera ferita a un ginocchio. Morirà di lì a poco, a 31 anni. Vittoria, appresa la notizia, scrive: “Non possiamo dolerci, c’era in lui una smania eccessiva per tutto ciò che non poteva avere; una smania che con gli anni pareva aumentare anziché diminuire”.
 
 

 
 

 

487 - A BRACCETTO CON LA MUMMIA

 

Sembra impossibile ma…

Questa è una foto vera. Fa parte di un incredibile servizio realizzato nel 1950 da Jack Birns per la rivista Life. Siamo nell’immediato dopoguerra e giornalisti e fotografi della prestigiosa rivista americana percorrono in lungo e in largo il Bel Paese in cerca di storie che interessino l’americano medio, e di immagini che lo incuriosiscano. Birns ha saputo che a Venzone, un borgo in provincia di Udine, sono perfettamente conservate una cinquantina di mummie vecchie di secoli. Arrivato in paese, convince gli abitanti a mettersi il vestito buono e a sfilare per le strade in compagnia dei loro antichi paesani. Una performance che oggi sarebbe impossibile realizzare, visto che andrebbe ad infrangere tutta una serie di leggi e regolamenti. E proprio per questo è uno straordinario spaccato d’epoca.

Ma cosa sono, e che fine hanno fatto dopo 70 anni le mummie di Venzone? Scoperte nel 1647 nel Duomo in passato erano conosciutissime, e a Venzone venivano visitatori e studiosi da tutta Europa. I corpi sono mummificati per cause naturali, ma ancora misteriose. Il processo potrebbe nascere da una combinazione accidentale di più elementi (temperatura, umidità, presenza nel terreno di solfato di calcio e di un particolare fungo con capacità idrovora). Ma è solo un’ipotesi, non ci sono certezze. A inizio novecento le mummie erano 42. Di queste almeno 21 erano sicuramente conservate nel Duomo, che nel 1976 fu distrutto dal terremoto. Dalle macerie ne furono estratte solo 15. Di queste 5 sono attualmente esposte nella cripta del battistero di San Michele.

Oggi sono tutelate come patrimonio di inestimabile interesse antropologico, ed è vietato ogni tipo di contatto, compresi ulteriori prelievi per analisi e studi. Altri tempi quando, appena 70 anni fa, “il gobbo”, “il nobiluomo” e le altre mummie di Venzone se ne andavano a spasso per il paese a braccetto con i loro discendenti.



giovedì 7 maggio 2020

486 - UN CAPPUCCINO DA ARTISTA




Sembra impossibile ma…
La milk art ha il suo Michelangelo. Che è una donna. Spiego. La milk art è la tecnica per decorare cappuccini o bevande simili a base di caffè e latte. A metà strada fra il richiamo pubblicitario e la forma di espressione artistica, va di moda già da tempo nei bar di mezzo mondo. L’ultima frontiera finora era la riproduzione di foto con un’apposita stampante. Ma da Taiwan arriva il cappuccino 3D.

Chang Kuei-Fang è la barista del My Cofi Caffè House nella città di Kaihsiung, a Taiwan. E’ lei che ha inventato una tecnica di scultura della schiuma dei cappuccini con la quale crea capolavori di milk art. Un cappuccino cremoso, un pennello, coloranti ricavati da caffè, frutta e cioccolato, l’immagine del soggetto da riprodurre. A Chang non occorre altro per realizzare le sue richiestissime opere. L’obiettivo di partenza era quello di creare immagini tridimensionali: raggiungere questi risultati ha richiesto anni di esercizio. Oggi la donna impiega in media 10 minuti e riesce a realizzare qualunque immagine. Con il pennello lavora la schiuma, ma servono precisione e polso fermo per creare i diversi strati che danno quell’incredibile senso di profondità che è un po’ la sua firma.

L’artista è specializzata in animali domestici, ma cerca di soddisfare ogni richiesta. Vanno molto le immagini repellenti come lo scarafaggio che naviga nel latte, e quelle inquietanti come Samara di “The ring” che esce dalla tazza. Il prezzo varia a seconda della difficoltà, ma non supera i 20 euro, a meno che il cliente non voglia il proprio ritratto, che richiede qualche euro in più. E il cappuccino, com’è? Dicono sia buono, ma freddino, visto che la maggior parte dei clienti, fra una foto e un video, si sofferma a lungo davanti alla tazza, e prima che si decida a berlo fa passare anche un’ora.
Date un’occhiata al video, ne vale la pena.






485 - I LOVE SHOPPING




Sembra impossibile ma…
A Filadelfia una donna è stata arrestata e condannata per shopping compulsivo; già, grazie alle sindromi del terzo millennio anche la legge ha dovuto aggiornare il vecchio furto continuato. Ricordate “I Love Shopping”, il bestseller di Sophie Kinsella (da cui è stato tratto un film) che racconta l’ossessione per gli acquisti di una giornalista che la porta a indebitarsi con amici e parenti? Betty Jean Barachie, ex direttrice dell’agenzia di Leighton di un’azienda finanziaria della Pennsylvania, ha fatto di più e meglio, ma senza lieto fine.

In 8 anni la donna ha speso un milione e mezzo di dollari con la carta di credito del titolare dell’azienda. Cosa ha comprato? Circa 1.500 articoli: centinaia di paia di scarpe, 58 soprabiti, borse, orologi, oltre 3000 libri, una piscina, un trattore, 16 motoseghe oltre a pagarsi viaggi a Las Vegas e Atlantic City per giocare d’azzardo.

L’azienda ha chiuso per insolvenza. La donna si è scusata: “Ho pensato anche al suicidio a causa della mia incapacità di smettere di spendere soldi”. Il giudice l’ha condannata a 27 mesi di carcere. La maggior parte degli articoli acquistati non sono mai stati usati, li teneva ammucchiati in casa coi cartellini ancora attaccati. Negli ultimi anni nel mondo (ma solo nei Paesi più ricchi) si sono registrati diversi casi del genere, per quanto meno eclatanti. Prima dei libri della Kinsella di shopping compulsivo si parlava al più negli studi di psicanalisti sulla cresta dell’onda. Ora è cronaca. Chissà perché, mi viene in mente quella vecchia poesia di Trilussa:

Quanno che senti di' cleptomania - è segno ch'è un signore ch'ha rubbato: - er ladro ricco è sempre un ammalato - e er furto che commette è una pazzia. - Ma se domani è un povero affamato - che rubba una pagnotta e scappa via - pe' lui nun c'è nessuna malatia - che j'impedisca d'esse condannato! - Così va er monno! L'antra settimana - che Teta se n'agnede cór sartore - tutta la gente disse: “È una puttana”. - Ma la duchessa, che scappò in America - cór cammeriere de l'ambasciatore, - “Povera donna! - dissero - È un'isterica!”.


484 - LA GUERRA DELLE BARBIE




Sembra impossibile ma…
Il tribunale di Mosca dovrà pronunciarsi sulla richiesta di risarcimento danni per l’equivalente di centomila euro intentata da Tatiana “Barbie” Tuzova nei confronti di Karina Barbie. Immaginate la faccia del giudice quando a battibeccare in aula si sono presentate due copie perfette della bambola più famosa: la Barbie.

Le cronache dicono che Tatiana (sulla carta 27 anni, ma...), è stata la prima a scegliere di dedicare la vita alla bambola cult. "Sono cresciuta in una famiglia di musicisti – racconta – e fin dall'infanzia, mi è stato detto che sembravo una bambola. Ho studiato canto e pianoforte, poi a 12 anni ho avuto la prima Barbie. E la mia vita è cambiata: ho capito che lei è la donna ideale, e io volevo essere quell’ideale”.

Così Tatiana inizia a costruire il suo mondo di plastica rosa. Capelli lunghi e lisci, biondissima, magrissima, compra solo vestiti e accessori identici a quelli del giocattolo Mattel. Nel tempo si crea una vasta collezione di scarpe, borse e accessori adeguati, oltre a centinaia di vestiti. Il suo appartamento è una casa di Barbie a grandezza naturale, tutto rosa e pieno di peluche. Rosa anche l’auto, carrozzeria e interni. Vive in un mondo di favola e scrive canzoni a tema. Tanto glamour attira l’attenzione dei media. Così diventa una stellina pop della tv. Gli uomini? “Vanno pazzi per me”. Almeno all’inizio visto che, con 4 divorzi alle spalle, ha impalmato di recente il quinto marito. “E’ vero, dopo un po’ si stancano, vogliono che cambi look. Ma io non cambierò mai”.

Karina arriva dopo, ma si fa notare presto: modella di professione (sulla carta 25 anni, ma...), anche lei impazzisce per la bambola; così Barbie diventa il suo nome d’arte. I giornali parlano di lei quando si offre per una notte a qualsiasi uomo accetti di pagare i costi di un trattamento per una fan gravemente malata, e quando inscena una protesta in topless all’esterno del Parlamento russo.
 
Nel 2017 la Barbie 1 si arrabbia, accusa la Barbie 2 di rubare il suo look, le sue foto, le sue canzoni, e chiede 100.000 euro di risarcimento. E le Barbie iniziano a graffiarsi. "Dopo che ho portato la vicenda in tribunale - dice Tatiana - lei ha fatto di tutto, ha anche pubblicato le mie foto su un sito di prostitute cercando di rovinare la mia reputazione". Fra querele e controquerele la battaglia legale va avanti da anni, con grande gioia di riviste e siti di gossip russi. Del resto Tatiana ha bisogno di rientrare economicamente, visto che negli ultimi mesi di euro ne ha spesi quasi 150.000 per allestire la sua prestigiosa collezione, che oggi conta più di 9.000 pezzi. Domandone finale: cosa colleziona Tatiana? Risposta esatta: bambole Barbie!
 

 

 
 

483 - LE SORPRESE DI TIANJIN




Sembra impossibile ma…
L’infinita biblioteca di Babele immaginata da Borges esiste davvero. O almeno le somiglia molto. Immaginate di entrare all’interno di un immenso occhio, uno spazio grande come cinque campi di calcio con cinque piani di pareti morbide e sinuose interamente fatte di scaffali con migliaia di libri “a vista”.

Benvenuti nella nuova biblioteca di Tianjin, città cinese di 15 milioni di abitanti dove di recente ha aperto i battenti “L’occhio di Binhai” (il nome del quartiere che la ospita), futuristica biblioteca pubblica con un patrimonio di un milione e 200.000 libri. Certo, siamo lontani dai 170 milioni di volumi della British Library, o dai 158 milioni della Biblioteca del Congresso di Washington, le più grandi del mondo. Ma qui sono tutti esposti e immediatamente disponibili.

L’opera è stata realizzata in soli tre anni dallo studio di design e architettura olandese MVRDV, e oltre al vastissimo auditorium sferico ospita un'area di lettura al piano terra, aree di ristoro e uffici e aule PC e audio ai piani superiori.

Se poi fate due passi in centro a Tianjin, uscendo dalla biblioteca di Babele vi potreste trovare… sulla passeggiata a mare di Viareggio. Già, perché Tianjin e l’odierno nome di Tientsin, dal 1901 al 1947 concessione territoriale italiana e presidio della Regia Marina. E qui, sul lungofiume Hai, sorge il quartiere italiano, costruito nella prima metà del novecento in stile liberty e art déco versiliese ispirato agli edifici dei viali a mare viareggini. E salvaguardato e ristrutturato dalle amministrazioni locali.

Visitarlo è come entrare in una cittadina italiana degli anni trenta. Le strade del quartiere, dominato da un’alta torre a forma di fascio littorio, conservano i nomi d’anteguerra con caserme, scuole e ville private che si allineano intorno alla fontana dedicata a Marco Polo. Date un’occhiata alla biblioteca e poi fatevi un giro nell’italian style town di Tianjin.





482 - IL FASCINO DELL'ESSENZIALE




Sembra impossibile ma…
La guerra al consumismo inizia dal Giappone. A dichiararla è Fumio Sasaki, di Tokyo, 36 anni, professione editor. La sua filosofia si può riassumere in “Meno si ha, meglio si sta”. Uno stile di vita che ha fatto subito proseliti: Sono migliaia in tutto il Paese orientale quelli che, come lui, un bel giorno hanno deciso di dire no agli oggetti, e hanno dato una svolta decisa alla loro esistenza.

''Fai spazio nella tua vita'' predica il profeta del minimalismo, che un bel giorno, influenzato dall’etica e dall’estetica del buddhismo zen tradizionale, si è spogliato di (quasi) tutto e ha svuotato la casa: lui che collezionava libri, dvd e cd ha regalato tutto agli amici ed ha trasformato il suo appartamento in una sorta di cella monacale: un tavolino, un futon e i suoi indumenti: tre camicie, quattro paia di pantaloni, quattro paia di calze, stop.

Ero sempre inquieto – racconta - continuavo a pensare a quello che non possedevo, a quello che mi mancava. Ma poche delle cose che avevo erano veramente importanti per me. Così ho deciso di liberarmi degli oggetti che non diffondevano gioia. E c’è rimasto ben poco”.

''Una scelta – prosegue - che ha consentito alle cose che mi piacciono davvero di emergere alla superficie, e mi ha cambiato la vita: sono diventato molto più attivo, ho scoperto che passare meno tempo a comprare o a fare le pulizie vuol dire averne molto di più da trascorrere con le persone a cui teniamo, per uscire di casa, per viaggiare”.

In occidente l’onda del minimalismo è arrivata con il bestseller di Mari Kondo “Il magico potere del riordino” che ha venduto oltre 4 milioni di copie. Ma fra gli anticipatori del teorema “Il meno è più” figurano personaggi come Steve Jobs. E, qualche annetto fa, un certo Francesco di Assisi, uno che seguendo questo stile di vita ha fatto miracoli.
 

 

 

 

481 - UN SAMURAI A NAPOLI




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera: ringrazio Eros Teodori, amico di “Sembra impossibile ma...”, per avermela segnalata. E vi porto in Giappone per fare la conoscenza di Harukichi Shimoi, il samurai napoletano.

Shimoi nasce a Fukuoka nel 1883. Studia letteratura a Tokyo, poi, innamorato della lingua italiana, nel 1911 si trasferisce in Italia per studiare Dante. Si stabilisce a Napoli e diventa professore della neonata cattedra di Giapponese all'Istituto universitario di Scienze orientali. Nel 1917, volontario nell'esercito Italiano, diventa un Ardito e insegna ai commilitoni l'arte del karate. In guerra conosce Gabriele D’Annunzio con cui avvia un’amicizia che durerà per tutta la vita. Finita la guerra, partecipa all'occupazione di Fiume e sfruttando il passaporto diplomatico tiene i contatti fra il vate e Benito Mussolini, allora capo dei fasci italiani di combattimento. Per il futuro duce ha subito una grande ammirazione, pare ricambiata. Con D'Annunzio organizza poi il volo propagandistico Roma-Tokyo, realizzato da Arturo Ferrarin. Nel 1920 torna a Napoli e due anni dopo partecipa alla marcia su Roma: Shimoi è un sostenitore convinto del fascismo, che legge come un movimento in grado di interpretare i principi tipici della cultura nipponica, e in particolare del bushidō. Nel 1934 ospita Jigorō Kanō, fondatore del judo, durante la sua permanenza in Italia, e dà una spinta fondamentale allo sviluppo di questa disciplina in occidente. In seguito tiene i contatti fra Mussolini e i vertici del governo giapponese, ed è la figura chiave per la nascita dell’Asse Roma-Tokyo-Berlino. In questa fase arriva a convincere Mussolini a diventare il testimonial di una bibita gassata in Giappone. Decide però di tornare in Giappone quando l’Italia stringe i suoi rapporti con la Germania nazista. Dopo la II Guerra Mondiale torna a tradurre in giapponese la letteratura italiana; muore a Tokyo nel 1954.

Questa in sintesi la vita di Shimoi, ma ciò che rileva è il personaggio come ce lo racconta Indro Montanelli, che con lui avviò un'amicizia, dopo esser stato suo ospite durante un reportage in Giappone negli anni cinquanta. “Era veramente brutto – scrive di lui Montanelli - piccolo e tozzo, con due sopracciglia foltissime. Prima di parlarmi (in perfetto napoletano) del Giappone, volle che gli raccontassi io dell'Italia e della fine di D'Annunzio e Mussolini”. Già, perché Shimoi parlava solo in napoletano, accompagnando le parole con ampi gesti: quando il vetturino di una carrozza lo derise in dialetto per tutto il viaggio, per poi chiedergli una cifra altissima, lui lo prese per il collo e gli lanciò una serie di insulti coloritissimi, tanto che il cocchiere esclamò sorpreso: “Chisto è cchiù nnapulitano ‘e me!“. Innamorato della città frequentò sia i salotti-bene, in compagnia di Benedetto Croce e dell’élite culturale, che i quartieri più poveri e popolari. E quando anche all'estero o in trincea incontrava un napoletano, lo chiamava “fratm” (fratello) in dialetto.

Montanelli ci racconta anche i suoi giudizi sui rapporti fra D’Annunzio e Mussolini: il duce per D'Annunzio era “nu cafone”, e per Mussolini il vate era “‘nu pagliaccio”. E conclude col giudizio che il giapponese dà dell'ultimo Mussolini, che dopo l’alleanza con Hitler, a suo dire, “si era nu poco scimunito“.

mercoledì 6 maggio 2020

480 - L'ULTIMA DEGLI YAMANA





Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. A Villa Ukika, un paesino vicino a Puerto Williams sull'isla Navarino, nella Terra del Fuoco cilena, c'è una casetta bianca dove vive Cristina Calderon. Cristina ha 93 anni, e tutti la chiamano l’abuela (la nonna), la potete trovare che vende piccoli oggetti di artigianato che realizza lei stessa, depositaria di un'arte antica che quando lei sarà morta non esisterà più, come i 6.000 anni di storia che si porta nella mente e nel sangue. Perché Cristina è l'ultima degli Yàmana, dopo la morte della sorella Ursula nel 2005: l'ultima discendente purosangue della tribù più antica della Terra del Fuoco. L'abuela ha 10 figli e 19 nipoti, e con una di queste, Cristina Zàrraga, sta scrivendo un dizionario con le parole del suo popolo, parole che dopo di lei nessuno parlerà più.

Gli Yámana (il nome significa "gente") sono detti anche Yaghan. L'origine è incerta, si sa che occuparono i canali della Terra del Fuoco 6.000 anni fa, insediandosi in fitte foreste di faggi australi, ma sempre vicinissimi alla costa. Audaci scalatori e buoni marinai, si nutrivano perlopiù di pesci e molluschi. Per loro le cose si misero male alla fine del XVIII secolo quando europei e nordamericani iniziarono a cacciare mammiferi marini e otarie, tanto da causarne in breve quasi l'estinzione, con conseguenze disastrose per gli Yámana. Anche le specie animali estranee introdotte dai coloni, come conigli e castori, alterarono l'ecosistema e fecero gravi danni.

Charles Darwin incontrò gli Yamana col suo Beagle nel 1832, e li descrisse come esseri inferiori, selvaggi, sudici, con un linguaggio non articolato, senza abiti né vere case: “Credo che se si frugasse tutto il mondo – scrisse - non si troverebbe un più basso grado di umanità”. Parole smentite dall'esperimento antropologico fatto dal capitano della nave, che portò 3 giovani Yàmana in Inghilterra, dove mostrarono sorprendenti capacità di adattamento e di apprendimento prima di esser riportati due anni dopo nelle loro terre di origine e riprendere la loro esistenza precedente.

I primi missionari non furono bene accolti, tanto da decidere di tornare a casa; rimase solo uno di loro, giovanissimo: Thomas Bridges. Fu lui a raccogliere le parole della lingua yàmana: il vocabolario da lui curato conta ben 32.000 voci. Uno dei suoi 6 figli, Lucas Bridges, ha scritto poi il più importante trattato su questo popolo, "Ultimo confine del mondo". Intanto la popolazione calava:
all'arrivo di Darwin gli Yàmana erano 3.000, poi le epidemie li sterminarono. Nel 1884 erano 1.000, ma in quell'anno calarono a 400, per un'epidemia di morbillo. Nel 1908 erano rimasti 170, scesi a 43 nel 1932. Oggi resta solo Cristina Calderón, l'ultima Yàmana.

Un'ultima nota per sottolineare la ricchezza della lingua Yàmana: la parola “Mamihlapinatapai” compare sul Guinness dei primati. E' considerata la più difficile da tradurre sinteticamente. Significa “uno sguardo tra due persone che desiderano che l’altro inizi qualcosa che entrambi vogliono, ma che nessuno dei due ha il coraggio di iniziare”. Nel link, un bell''articolo del Fatto Quotidiano che racconta l'incontro dell'autore Cristiano Denanni con Cristina Calderon.


martedì 5 maggio 2020

479 - SAHARA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio il collaboratore del gruppo di “Sembra impossibile ma” Michele Cornacchia per la segnalazione.

Mauro Prosperi nasce a Roma nel 1955; ufficiale di polizia, nel 1984 vince la medaglia d'oro di Pentathlon alle Olimpiadi di Los Angeles. E' il 1994 quando prende parte alla Marathon des Sables, un'ultramaratona che si disputa in Marocco. Il 14 aprile, al quarto giorno di gara, una tempesta di sabbia gli fa perdere l'orientamento. Quando termina, dopo due ore, è solo nel deserto. Si mette in marcia, e dopo 24 ore trova rifugio in un piccolo santuario musulmano abbandonato. Qui passa la notte, e al mattino riprende il cammino nel deserto seguendo i suggerimenti di un Tuareg incontrato prima dell'inizio della gara: se ti perdi, dirigiti verso le prime nubi del mattino. La bussola? Non serve: non ci sono punti di riferimento. E i giorni iniziano a scorrere: caldo tremendo sotto il sole, freddo insopportabile la notte. Ma lasciamo raccontare a lui.

Per dieci giorni ho mangiato erba, cactus, serpenti e topi catturati. Avevo qualche tavoletta di Enervit, ma poche, non volevo andare sovrappeso: che ironia! Ho bruciato il sacco a pelo e lo zaino per scaldarmi di notte e per bollire l' urina. Già, ho bevuto quella, di acqua ne avevo poca in fondo a una borraccia, mi ci sono bagnato le labbra il primo giorno, poi è finita. Mi son detto ok, farà schifo, ma non ho scelta. I momenti terribili sono stati tanti: il 15 e il 16 sono passati due elicotteri e un aereo, ma non mi hanno visto anche se avevo sparato dei razzi. Lasciavo tracce, tutte quelle che potevo: pezzi di scarpe che avevo tagliuzzato, una ciotola, il dentifricio. Mi sono ritrovato anche di fronte alle mie orme, una volta. Avevo girato in tondo. E poi facevo come gli indiani: studiavo le impronte per capire se erano fresche, gli escrementi se erano caldi o freddi. Il 20 la paura è diventata terrore. Al risveglio, al mattino, avevo la gola e la lingua gonfie per via di un liquido che avevo spremuto da una pianta per dissetarmi. Ho guardato in su: c' era un avvoltoio che girava sopra di me, aspettava che morissi. Sono scappato”.

Poi, dopo 10 giorni di deserto, la salvezza ormai inattesa: “Ho visto da lontano degli animali che si muovevano. Non erano cammelli, troppo piccoli; erano pecore, un gregge... persone... vita. Sono crollato a terra di colpo; una vecchia nomade mi ha visto e mi ha porto una ciotola di latte, senza dire una parola. Una tenda, i figli, i nipoti: ero salvo. Mi hanno portato all'ospedale militare di Tindouf”.

Prosperi ha percorso 299 chilometri nella direzione sbagliata, ha perso 15 chili di peso. Ma è vivo. Dopo pochi giorni rientra in Italia. Racconterà la sua odissea nel libro "10 giorni oltre la vita", e in una serie di documentari per National Geographic, Discovery Channel e Netflix. E ripeterà la Marathon des Sables altre 7 volte.

lunedì 4 maggio 2020

478 - SAN FRANCESCO DO BRASIL




Sembra impossibile ma…
Se dopo qualche decina di chilometri sulla statale 316 che da Maceiò porta a Belem traversando il Sertão vi trovate di fronte a un’enorme statua di san Francesco. al centro di una piscina rotonda su un colle che domina la pianura arsa dal sole, beh, non è un miraggio. Siete arrivati a Canindé de São Francisco. Il centro abitato è a pochi chilometri, una cittadina con meno di 25.000 abitanti uguale a tante altre sorte nel cuore arido del Brasile. Uguale alle altre per 355 giorni l’anno, perché se capitate qui dal 24 settembre al 4 ottobre vi troverete in mezzo a due milioni di persone che danno vita a un’incredibile kermesse, una festa dove fede cattolica, folklore e tradizioni si mescolano per celebrare il santo.

Canindè è la seconda casa del patrono d’Italia, il sacrario francescano più grande al mondo dopo quello di Assisi. L’imponente immagine del santo, alta più di 30 metri, una delle più grandi statue sacre al mondo, è stata eretta nel 2002. Ma la costruzione di una prima cappella dedicata al santo risale al 1758, ad opera del portoghese Francisco Xavier de Medeiros, membro dei Terziari francescani. La devozione popolare arriva subito dopo, grazie a una serie di miracoli attribuiti al santo già durante la costruzione della cappella. La fama del luogo miracoloso si sparge in tutto il Brasile, e cominciano i pellegrinaggi. Nel 1910, Frei Mathias da Ponteranica avvia la costruzione del santuario, e si affida all'architetto italiano Antonio Mazzini. Cinque anni dopo si inaugura un edificio imponente con torri con finestre gotiche alte 32 metri e una cupola a 35 metri: una vera e propria cattedrale nel deserto. Un locale annesso alla chiesa, la “casa dei miracoli”, raccoglie gli ex voto di ringraziamento, che nel frattempo sono diventati centinaia. In città decine di artigiani producono piedi, gambe, braccia e mani in legno, oggetti votivi offerti al santo in cambio della guarigione. Canindè, città-santuario, ha una sua piccola florida economia basata sul turismo religioso. E San Francesco lassù, dall’alto dei suoi più di 30 metri, sta a guardare.


477 - TUTTI I COLORI DEL GHIACCIO




Sembra impossibile ma…
C’è chi riesce a trasformare i disagi causati da neve, ghiaccio e clima gelido in servizi per i cittadini e in momenti di richiamo per i visitatori. Siamo in Canada, a Edmonton: ok, lo so, da queste parti sono abituati a convivere con le temperature polari, ma se si pensa a ciò che accade nel Bel Paese alla prima spolverata di neve…

Ogni mattina a partire dalle 5 diversi camion percorrono una serie di strade. Sembrano spargisale per sciogliere la neve, invece versano acqua per trasformarla in ghiaccio e rendere i sentieri più scivolosi. Poi il personale spazza il percorso, rimuove la neve che si è accumulata di notte e leviga eventuali dossi o scanalature. Ancora qualche passata d’acqua, e alle 10 di mattina le piste sono pronte.

Il risultato si chiama Iceway: una lastra di ghiaccio spessa 30 centimetri che disegna una gigantesca pista di pattinaggio attraverso i parchi cittadini e le strade del centro. Percorsi illuminati da un caleidoscopio di luci coloratissime. Per i più romantici poi ci sono le luci soffuse di altri sentieri un po’ più appartati.

Qualche anno fa l’amministrazione locale decise che, visto che i residenti dovevano convivere col gelo, uno degli obiettivi era non solo di farli stare meno peggio possibile, ma di trarre il meglio dalla situazione. Non era una novità per il Canada: Winnipeg ad esempio ha creato punti di ritrovo riscaldati, artistici o anche solo stravaganti, Montreal ha installato un grande parco giochi interattivo con giochi sonori e luminosi. Edmonton aveva già la sua winter city, con tanto di guide per percorsi su slittino, ciaspole e sci di fondo. Le Iceway ideate dall'architetto Matt Gibbs, sono la versione ridotta delle freezeway, che avrebbero dovuto servire l’intera città e renderla pattinabile anche per andare al lavoro o a fare shopping. In attesa di queste, i percorsi si moltiplicano, e anche parecchi turisti fanno tappa a Edmonton in pieno inverno per vivere l’emozione di pattinare su un arcobaleno di ghiaccio.



872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...