giovedì 19 marzo 2020

399 - MATRIMONIO FATALE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Ora, siccome si svolge alla fine del Cinquecento alla corte di Elisabetta I, riassumere anche per sommi capi gli intrighi di palazzo e i complotti in cui i protagonisti della nostra storia ebbero un ruolo sarebbe impossibile, accontentatevi di sapere la data del matrimonio fra Catherine Grey e Edward Seymour I, conte di Hertford: il 27 novembre del 1560.

Catherine nasce a Bradgate nel 1540, e per vari motivi è una delle più vicine in linea di successione alla cugina Elisabetta I, il cui trono è tutt’altro che solido. Catherine è nipote di Enrico VIII e per certi versi è la pupilla della regina. Che però è nubile e senza eredi diretti al trono, e teme chiunque dei potenziali pretendenti possa avere un figlio. Edward Seymour, nato nel 1539, è un nobile brillante e ambizioso. Fra Catherine ed Edward scocca la scintilla, ma la legge prevede che i nobili devono avvisare la regina se intendono sposarsi. I due sanno che Elisabetta ha altri piani per loro, e convolano a nozze senza chiedere l'autorizzazione con una cerimonia segretissima. Per otto mesi Catherine a Palazzo reale nasconde le nozze, poi la cosa diventa impossibile perché è incinta. Disperata, si confida con l’amica Bess di Hardwick. Che non vuol essere coinvolta e si rifiuta di ascoltarla. Allora va dal cognato, il conte Robert Dudley, perché interceda verso la regina. E lui, terrorizzato, il giorno dopo spiffera tutto a Elisabetta. Che diventa una furia, un po’ perché la situazione rovina i suoi piani, un po’ perché teme che il figlio di Catherine, potenziale futuro erede al trono inglese, possa costituire una minaccia per il suo regno.

Quindi fa rinchiudere i due coniugi nella Torre di Londra. Con loro anche Bess Hardwick, ritenuta coinvolta nel matrimonio segreto. I due, vestiti di stracci, passano anni nella prigione; lì nasce il primo figlio, e poi un secondo. Nel 1562 le nozze vengono annullate, i figli dichiarati illegittimi. Poi la regina ordina che la donna sia separata dal marito e dal figlio minore. Sola e ammalata, Catherine muore nel gennaio 1568. Ha solo 28 anni. Il marito passa nella Torre 9 anni, poi viene perdonato. I suoi figli rimangono dei bastardi.

Ciò che accade dopo è surreale. Nel 1582 Edward si risposa con la gentildonna di corte Frances Howard - indovinate un po’? - in gran segreto! Che mantiene per 10 anni. Poi, scoperto, torna in carcere. Morta anche la seconda moglie, lui rimesso in libertà si risposa con una ricca vedova. Sì, avete capito, ormai ha preso il vizio: un altro matrimonio segreto. Naturalmente scoperto e punito anche questa volta. Edward Seymour morirà nel 1621, a 82 anni. 
 
 

 
 

 

398 - LA PRIMA FEMMINISTA




Sembra impossibile ma…
Sei secoli fa Christine de Pizan, scrittrice e poetessa di origini italiane, sollevò per prima la questione della pari dignità delle donne e indicò la strada per uscire da un’ingiusta condizione di inferiorità.

Cristina nasce a Venezia nel 1365 da Tommaso da Pizzano, medico e astrologo di grande fama, che quando lei ha 4 anni si trasferisce con la moglie e gli altri due figli maschi a Parigi, alla corte di Carlo V. La ragazza cresce in un ambiente intellettualmente stimolante, il padre, contro il parere della moglie, le impartisce una solida educazione letteraria, cosa più unica che rara per le donne dell'epoca, e le dà libero accesso alla straordinaria Biblioteca Reale del Louvre. Christine inizia a scrivere e si fa apprezzare a corte per le sue poesie e ballate. A 15 anni si sposa con Etienne de Castel, segretario del re, con cui avrà tre figli. Un matrimonio felice, finché lui muore in un’epidemia nel 1390. La “ruota della fortuna” (come la definisce lei nei suoi scritti) gira: muore il padre, e anche Carlo V, suo protettore. La famiglia cade in disgrazia, lei rimane sola a 25 anni. Più avanti scriverà: «fu allora che diventai un vero uomo».

Si rimbocca le maniche e apre una bottega di scrittura, con maestri calligrafi, rilegatori e miniatori. Nel frattempo pubblica “Le Livre des cent ballades”, che ha grande successo. Scrive moltissimo, e nel 1405 completa il suo capolavoro, “La Città delle Dame”, in risposta ai libri di Boccaccio, De Meung e del filosofo Mateolo, tutti testi avversi alle donne, descritte come inaffidabili, intemperanti seduttrici e inclini al vizio. Christine non ci sta: si ispira nella forma a “La città di Dio” di Sant'Agostino e descrive una società utopica retta da sante, eroine, poetesse, scienziate e regine: tutte le grandi donne della storia. E mette in luce l’enorme potenziale inespresso delle donne.
 
Centrale nel libro il tema dell'educazione femminile, la cui assenza è la causa di una inferiorità di tipo culturale e non naturale, perché «una donna intelligente riesce a far di tutto e anzi gli uomini ne sarebbero molto irritati se una donna ne sapesse più di loro». «Sono certa che quest'opera farà chiacchierare a lungo i maldicenti » conclude Christine. Di lì in poi la “questione femminile” sarà al centro dei suoi libri, dal “Livre de Corps de police” in cui incoraggia i principi ad aiutare le vedove a “L'Epistre au Dieu d'Amours”, in cui condanna chi usa l'amore per ingannare le donne, al “Livre de Trois Vertus” dove incoraggia le donne a uscire dagli stereotipi sessuali, fino al poema in difesa di Giovanna D'Arco, del 1429, scritto mentre la santa è ancora in vita. A 65 anni Christine si ritira in convento, dove muore pochi mesi dopo, nel 1430.

Dovranno passare altri 250 anni prima che Elena Cornero, un’altra veneziana, riesca fra contrasti di ogni tipo ad entrare nella storia come la prima donna laureata. 
 

 

 

397 - IL PIU' BRUTTO DEI CAVALIERI




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La storia di un uomo che ha fatto della sua bruttezza un punto di forza. Bertrand Du Guesclin nasce a Motte de Broons, vicino a Dinan, nel 1320 da una famiglia della piccola nobiltà bretone. E’ il primo di 10 figli, e la madre, la bellissima Jeanne de Malemains, lo respinge non appena lo vede. Arriverà a negare di averlo dato alla luce. Motivo: il neonato è estremamente brutto, piccolo, sgraziato e “nero come un cinghiale”. Crescendo (non molto) peggiorerà. Il padre lo tollera ma certo non lo ama, l’intera famiglia si vergogna di lui. Che diventa un adolescente terribile: rozzo nei modi, molto basso, tarchiato, con una forza sorprendente, combattivo fino alla brutalità.

A 17 anni Bertrand partecipa senza autorizzazione ad un torneo, e vince diversi scontri; il padre, forse per liberarsene, gli dà il permesso di dedicarsi alla carriera delle armi: cavaliere, categoria che nell’immaginario collettivo è sinonimo di bellezza. Lui si distingue subito per altre doti: coraggio, astuzia e ferocia. Sono i primi mesi della guerra dei cent’anni, Du Guesclin infila un successo dopo l’altro. Diventa una leggenda vivente, “il mastino nero”, temuto dai nemici e ammirato dai suoi uomini: un cocktail di temerarietà e buon senso che compensa l’aspetto fisico e i modi grezzi. E gli frutta feudi e titoli, fino alla nomina a Connestabile di Francia, sino ad allora riservata alla più alta aristocrazia.

Nel 1360 sposa Tiphaine di Bellère, giovane bretone dell'alta nobiltà, bella e molto colta nelle lettere e nelle scienze. Gli opposti si attraggono, e il matrimonio va bene, anche se la guerra tiene quasi sempre il cavaliere lontano da casa, con gran dispiacere (pare) della moglie. Bertrand morirà il 13 luglio 1380 all’assedio di Châteauneuf-de-Randon per una dissenteria causata dall’ingestione di una bevanda gelata. Avrà l’onore di esser sepolto nell'abbazia di Saint-Denis, accanto ai Re di Francia. Sulla tomba, il suo motto: "Il coraggio dona ciò che la bellezza rifiuta”.
 
 

 

 

 

396 - UN SOGNO AFRICANO




Sembra impossibile ma...
Nel cuore dell’africa c’è un piccolo mondo che sembra uscito dalla fantasia di un John Lennon. “Imagine there's no countries - it isn't hard to do - nothing to kill or die for - and no religion, too...”. Si chiama Awra Amba, ci vivono 514 persone. E' piccolo. Ma c'è.

L'ha inventato Zumra Nuru. A sentire lui, la sua “Imagine” ha cominciato a costruirla quando non aveva neanche 4 anni. Gli altri bimbi giocavano fra le pozzanghere davanti casa, e lui parlava di pace e di fratellanza, coi familiari che alzavano sconsolati gli occhi al cielo, “questo è scemo”. Almeno, così la racconta lui.

Non so se è tutto vero, se Zumra Nuru a 4 anni aveva già iniziato a sognare e a farsi dire “questo è scemo”. Quello che è certo è che lui poi il suo sogno l’ha realizzato, lo puoi vedere coi tuoi occhi imboccando la statale B22 verso il lago Tana, nel nord dell'Etiopia, e deviando a sinistra quando sei a una settantina di chilometri da Bahar Dar.

Appena imbocchi lo sterrato vedi che qualcosa nel paesaggio cambia: è tutto un po' più ordinato, un po' più pulito. Ed ecco Awra Amba, case povere ma dignitose, strade non asfaltate ma niente fango, niente sporcizia.

Zumra Nuru lo trovi che ti aspetta nella piazzetta del villaggio, seduto sotto gli alberi. Ti accoglie a braccia aperte, ti chiama fratello. La prima cosa che ti colpisce è quel buffo copricapo verde pisello. Anzi no, è la seconda: la prima è lo sguardo buono e profondo con cui cerca i tuoi occhi. E quel carisma tranquillo che neanche il buffo copricapo verde riesce a scalfire.

Poi, con un suo collaboratore, ti porta a visitare il villaggio, ogni angolo del villaggio. Non servono molte parole: abitazioni semplici ma ordinate e linde, donne che lavorano ai telai in un capannone luminoso, uomini che seminano i campi, mucche al pascolo, e poi le cucine comuni, un piccolissimo ospedale, la casa degli anziani, la scuola con i bambini. Istruzione, salute, terza età: servizi ai confini della realtà e oltre per gli standard africani. Tutto pulito, tutto ordinato, tutto luminoso.

E' come avere una visione, una Shangri-La che ti appare in un fascio di luce. Perché a pochi, pochissimi chilometri hai appena lasciato l’Africa povera e dannata, brutta sporca e maledetta da Dio, con le sue capanne di legno, di fango e di lamiera arrugginita, con gli sguardi rassegnati di gente di ogni età che passa giornate una uguale all'altra fatte di fame, di miseria, di malattie. Awra Amba è una bolla di sapone nell’acqua sporca.

Una bolla dove vivono 514 persone. I 514 discepoli di Zumra Nuru, quelli che in questi anni hanno deciso di sognare con lui. Che di anni ne aveva 13 quando nel 1960, decise di lasciare la regione dell’Amhara, dove era nato e cresciuto, e dove la gente guardava, quel bimbo così strano e così diverso dagli altri, e scuoteva la testa.

Zumra Nuru cerca gente come lui, gente che condivida le sue idee. Come quella strana idea che da queste parti e da molte parti nel mondo suona come una bestemmia: vivere in pace tutti insieme, cristiani e musulmani, e gente di ogni razza e di ogni religione.

Cinque anni sulle strade polverose dell’Etiopia e nessun risultato, poi il ritorno a casa. Non lo accolgono bene, la gente lo evita, i familiari ormai sono sicuri: è matto. Lui allora riparte, non molla. Finché alla fine, chissà come, un pugno di disperati disposto a seguirlo lo trova. Sognare tutti insieme è più facile: si-può-fare! Zumra Nuru e i suoi discepoli si rimboccano le maniche, e nel 1972 nasce Awra Amba.

La voce si sparge, la gente comincia ad arrivare, uomini, donne, le prime famiglie. Ma quali sono le regole da seguire per vivere ad Awra Amba? Si contano sulle dita di una mano. Eccole:

1 - Tutti gli individui sono fratelli aldilà di qualunque differenza sociale o religiosa

2 - Eguaglianza fra uomo e donna

3 - Rispetto dei diritti dei bambini

4 - Sostegno agli anziani e ai più deboli

5 - Lavoro per tutti e cooperazione nel segno della pace e dell’amore.

Detto così sembra facile.

Non lo è per niente. Awra Amba negli anni successivi vivrà momenti difficili, rischierà di essere cancellata. Ti risparmio gli ostacoli, le trappole, le sfide superate per sopravvivere. Che sono tante. Quelle se vuoi te le racconta la gente di Awra Amba se li vai a trovare, ma non ti aspettare rabbia o rancori, te le racconta con calma, con lo sguardo tranquillo di chi ha passato il temporale e ora ha trovato il sereno.

Zumra Nuru mi guarda negli occhi mentre risalgo sul fuoristrada, “ciao fratello”. Lo vedo rimpicciolire nello specchietto retrovisore col suo buffo turbante verde, col suo sguardo buono e profondo, con un sorriso che non è un sorriso, mentre in testa John Lennon mi suona il suo mantra, “You may say i'm a dreamer...”. Già. Tu puoi dire che sono un sognatore. Il mondo può dire che sono solo un sognatore. Ma intanto Awra Amba c’è.


 
 

 




395 - UNO SGUARDO DAL SETTECENTO




Sembra impossibile ma...
Conrad Heyer, veterano della Rivoluzione Americana nato nel 1749, ha combattuto al fianco di George Washington. Cosa c'è di strano? Quella che vedete è una sua fotografia. E lui è la persona più “antica” di cui ci è pervenuta un'immagine fotografica.

Heyer nasce a Broad Bay nel Maine nel 1749; l'insediamento, saccheggiato e spopolato dagli attacchi dei nativi Wabanaki, è stato appena ricolonizzato da immigrati tedeschi della Renania. Del gruppo fanno parte i genitori di Conrad, che è il primo bambino bianco nato nel villaggio. Agricoltore come il padre, durante la guerra d'indipendenza americana combatté con l'esercito continentale di George Washington, col quale partecipa allo storico passaggio del fiume Delaware. Congedato nel 1776, torna al paese che nel frattempo ha cambiato il nome in Waldoboro, sposa la giovanissima compaesana Mary, ha un figlio che chiama George come il suo generale e vive del lavoro nei campi fino alla morte, nel 1856 sempre a Waldoboro dove viene sepolto con gli onori militari.

Quello di Heier non è il ritratto più antico della storia: su questo primato (così come sul primo scatto fotografico in assoluto) non mancano le dispute. Di certo nel 1838 Louis Daguerre inquadra il Boulevard du Temple di Parigi e dopo un' esposizione di oltre 10 minuti ottiene un'immagine panoramica: nell’angolo in basso a sinistra resta immortalata quasi sicuramente per caso una figura. E' il primo essere umano a comparire in una fotografia, per quanto sia poco più di una macchia;come tale non può certo esser considerato un ritratto. Nel 1839 Robert Cornelius, chimico dilettante di Filadelfia si scatta quello che è ritenuto il primo “selfie” della storia: di recente però è stata resa pubblica una piccola lastra firmata ancora da Daguerre con un ritratto, e la scritta ”M. Huet 1837″.

In ogni caso, sono tutti scatti più antichi di quello del 1852 che ritrae Heyer. Che però all'epoca aveva la bella età di 103 anni, ed è quindi l'uomo nato in epoca più antica del quale sia nota una fotografia. Anche qui non mancano le contestazioni, con altre persone fotografate nel XIX secolo che sostengono di essere nate prima (il calzolaio John Adams nel 1745, il soldato Baltus Stone nel 1744, lo schiavo Caesar nel 1738) ma per nessuno di questi soggetti l'età è verificabile, mentre di Conrad Heyer sono certe sia la data di nascita che quella in cui è stata scattata la fotografia.

martedì 17 marzo 2020

394 - L'ULTIMA CHANCE




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Contea di Josephine (Oregon), anno 1895; Charles Fiester, agente del dipartimento di polizia di Salem e la moglie Nancy hanno alle spalle 30 anni di matrimonio e 10 figli. La donna però non è felice, più volte i vicini hanno visto i lividi delle percosse subite dal marito. Che quando lei gli dice che se ne andrà di casa in un impeto di rabbia la uccide. Il 30 settembre 1895 a Salem inizia il processo all'ex poliziotto. L'avvocato invoca l'infermità mentale, chiede una pena contenuta dopo un periodo in manicomio: per legge un pazzo non può essere giustiziato. Alla giuria bastano 40 minuti di camera di consiglio per decidere: colpevole, e condannato a morte per impiccagione. La Corte suprema però sospende l'esecuzione: gli concede un po' di tempo per presentare prove che confermino la sua follia.

Il giorno stesso Fiester cade in uno stato catatonico. Si stende semplicemente sulla sua branda in carcere e fissa il soffitto. Non si muove, non parla, non risponde ad alcuno stimolo. Lo esamina un'equipe di medici. E lo dichiara pazzo. L'esecuzione viene sospesa. Il tribunale però non si fida: non annulla il verdetto, e neanche lo manda in un manicomio. Il giudice decide che resterà nel carcere della Contea di Josephine sotto stretto controllo dello sceriffo e del suo staff. Che da quel giorno si prende cura di lui: il vicesceriffo è incaricato di nutrirlo più volte al giorno e di assisterlo in tutti i suoi bisogni personali. Passano i mesi e i controlli quotidiani non danno esiti. Fiester resta immobile con lo sguardo sbarrato.

Il 10 maggio 1897 il figlio William di 26 anni viene arrestato per un furto e messo in cella con lui. La notte i prigionieri delle celle vicine sentono bisbigliare: voci di due persone. E riferiscono tutto al vicesceriffo. Che al mattino porta il figlio in un'altra cella, e a pranzo mette il piatto sul tavolo di Fiester e dice: “Puoi mangiarlo da solo o lasciarlo lì e morire di fame, non mi interessa. Ma da me non avrai mai più niente da mangiare”. Poi se ne va. Al ritorno trova il piatto vuoto. Si avvicina al detenuto e sussurra: “Vecchio, hai giocato bene il tuo gioco”. Fiester apre lentamente gli occhi e risponde lento: “Sì, ma è stato difficile". Sono passati 515 giorni da quando li aveva chiusi. Il 21 aprile 1898 il tribunale fissa l'impiccagione per il 10 giugno all'alba. La mattina dell'esecuzione lo sceriffo trova Fiester moribondo: occhi serrati, respiro flebile, pare in punto di morte. Ancora un rinvio, ma solo di poche ore: per 18 lunghi mesi ha imbrogliato tutti fingendosi catatonico, meglio non rischiare. Alle 13 lo portano sul patibolo, e per la prima volta un uomo viene impiccato mentre è privo di sensi. Ammesso che lo fosse davvero.

lunedì 16 marzo 2020

393 - ACQUA, PESCI E ANATRE: LO STAGNO NELLA CRIPTA




Sembra impossibile ma...
La basilica di San Francesco, in pieno centro storico a Ravenna, offre un'incredibile visione a chi si affaccia alla finestra ad arco sotto l'altare maggiore: un'antica cripta che sembra uscita da un romanzo fantasy. Il pavimento intarsiato con intricati e coloratissimi mosaici è coperto d'acqua limpida dove nuotano pesci rossi e talvolta anatre, un vero e proprio stagno incantato circondato non da alberi e prati ma da colonne che sorreggono i soffitti a volta.

Non me ne vogliano gli amici romagnoli, che sicuramente ben conoscono questa perla, ma sono rimasto a bocca aperta quando l'ho scoperta su un sito americano (!), e ne scrivo convinto che fra i tanti tesori del Bel Paese questo possa essere sfuggito, come a me, a tanti altri. La basilica di San Francesco è a poche decine di metri dalla tomba di Dante Alighieri. Edificata nel nono secolo su una chiesa più antica costruita nel 450 per volere del vescovo di Ravenna Neone, passò ai Francescani nel 1261. Nel medioevo era la prediletta dei Polentani, signori della città e ospiti di Dante, che nei suoi ultimi anni di vita ne fu un assiduo frequentatore. Qui si svolsero i suoi funerali, con ogni probabilità il 15 settembre 1321. Nei secoli è stata restaurata e modificata più volte.

La cripta fu costruita per ospitare le spoglie del Vescovo Neone, il cui sarcofago in marmo oggi è l'altare maggiore; nel tempo si è venuta a trovare sotto il livello del mare, ed è rimasta coperta dall'acqua dolce di una falda sotterranea che può raggiungere anche 1,70 di altezza. La finestra ad arco è l'unico accesso alla struttura sotterranea, che si raggiunge tramite una doppia rampa di scale; l'accesso però non è consentito, e i visitatori si accontentano di ammirare la cripta dalla finestra, accendendo un sistema di luci, con riflessi e trasparenze che giocano con le antiche architetture creando effetti suggestivi. La cripta a tre navate coperta con volte a crociera sorrette da colonne con capitelli geometrici è stata restaurata più volte, l'ultima nel 1977, e ogni anno viene ripulita (anche dalle molte monetine che lasciano i visitatori) dai vigili del fuoco. I pesci rossi sono stati immessi con una missione ben precisa: mangiare le alghe per evitare che intacchino i mosaici pavimentali; le anatre invece vengono ogni tanto a rinfrescarsi nel più esclusivo stagno del mondo.

domenica 15 marzo 2020

392 - UNA VOCE DALL'OLTRETOMBA





Sembra impossibile ma...
Nesyamun, un sacerdote egizio vissuto tremila anni fa, è tornato a parlare: la sua mummia è stata utilizzata da un gruppo di studiosi per ricostruirne la gola e la laringe, e da queste il suono della sua voce.

I resti mummificati sono conservati da due secoli al Leeds City Museum; precedenti studi avevano accertato che Nesyamun era morto intorno ai 55 anni, aveva gengive malate e denti consumati, ma il corpo era in gran parte in ottimo stato di conservazione. E' proprio questo che ha portato il professor David Howard dell’Università di Londra a mettere insieme un team di ricercatori per verificare la possibilità di ricostruirne il tratto vocale. Lo studio, descritto su Scientific Reports, è iniziato con una tac della bocca e della gola, che ha mostrato i tessuti molli praticamente intatti grazie al processo di mummificazione. Il passo successivo è stato la realizzazione di una versione stampata in 3D con misure estremamente precise del tratto; il modello ottenuto è stato collegato con una laringe elettronica che ha permesso di sintetizzare e riprodurre un singolo suono di quella che era la voce di Nesyamun simile al suono vocalico di una “e” aperta. Qualcosa di simile fu fatto nel 2016 a Bolzano coi resti di Otzi l'uomo del Similaun; in quel caso però i ricercatori usarono la scansione TC del suo tratto vocale per ottenere una rappresentazione virtuale digitale di come avrebbe potuto essere. Ricerche di questo genere potrebbero gettare le basi per riascoltare voci di persone vissute nel passato.

Tornando a Nesyamun, il suo tratto vocale era in ottime condizioni ma privo dei muscoli linguali, fondamentali per il linguaggio. “Di certo non si può parlare al momento di far parlare la mummia - dice Howard - ma ritengo che sia assolutamente plausibile pensare di riuscire a produrre parole quanto più simili a come le avrebbe pronunciate”. Si tratta di stimare caratteristiche come le dimensioni e il movimento della lingua, o la posizione della mascella. L'obiettivo è far pronunciare davvero a Nesyamun le antiche parole scritte sul suo sarcofago: in vita il sacerdote cantava parole di culto nel tempio di Karnak a Tebe, e le iscrizioni riportano le sue preghiere a Nut, antica dea egizia del cielo, e il desiderio che la sua voce che innalzava lodi alla dea fosse ascoltata per sempre.
 
In un certo senso – ha detto Howard - siamo riusciti a realizzare quel desiderio”. E se in futuro Nesyamun ritroverà la parola, la sua mummia potrebbe recitare per i visitatori del museo preghiere dedicate a Nut. Intanto, per sentire il timbro di voce del sacerdote egizio, seguite il link.



giovedì 12 marzo 2020

391 - LA PROFEZIA DEL TITAN




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio Vito Gattullo, straordinario mentalista che su questa trama ha costruito un capolavoro dello storytelling, e vi riporto indietro di poco più di un secolo: aprile, un transatlantico in viaggio fra il Regno Unito e New York urta un iceberg e cola a picco: è la nave passeggeri più grande del mondo, definita inaffondabile, al suo viaggio inaugurale. I passeggeri cercano scampo, ma le scialuppe di salvataggio sono insufficienti per tutti, e più di metà di loro perde la vita. Domanda: mi sapete dire in una parola di quale naufragio stiamo parlando? Titanic? Risposta sbagliata. Quella che vi ho sintetizzato è la trama del racconto breve “Futility – Il naufragio del Titan” di Morgan Robertson, pubblicato nel 1898. Già, 14 anni prima della tragedia del Titanic.

Vediamo nel dettaglio le similitudini, oltre al nome, fraTitanic e Titan. Il primo è lungo 269 metri, il secondo 243: le due navi sono interamente d’acciaio, con tre eliche e due alberi, sono le più grandi navi passeggeri mai costruite, considerate inaffondabili; entrambe possono trasportare 3.000 passeggeri, il Titanic ha una stazza di 45.000 tonnellate e 46.000 cavalli-vapore, il Titan di 46.328 e 40.000 cavalli-vapore; entrambe le navi iniziano il loro viaggio fatale in aprile sulla rotta fra l'Inghilterra e New York e urtano un iceberg a prua intorno a mezzanotte nello stesso tratto di mare viaggiando una a 22,5 nodi, l'altra a 25: le lance (20 sul Titanic, 24 sul Titan) si rivelano insufficienti e le vittime sono migliaia. Questi i fatti. Tutte coincidenze? Un po' troppe. E allora? Robertson era un veggente? Lascio la parola al Comitato per il controllo delle affermazioni sul paranormale (Cicap) che ha esaminato a fondo la vicenda.

Morgan Robertson, figlio del comandante di una nave e lui stesso marinaio per 10 anni, è un esperto di navi e vita marinara. A fine ottocento immagina e scrive un'avventura centrata sul più grande disastro marino della storia, con la più grande nave da crociera concepibile per quel tempo. Voi come chiamereste un colosso d'acciaio di quel tipo? Beh, Titan rende l'idea. Da esperto di tecniche di costruzione navale, le attribuisce poi dimensioni enormi ma plausibili. Cosa avrebbe potuto affondare in periodo di pace quel gigante del mare? Un iceberg altrettanto grande, anche perché lo scrittore sa bene che ogni anno qualche nave si scontra con iceberg nell’Atlantico del nord (è già capitato a due transatlantici, il Pacific nel 1856 e l'Arizona nel 1897). Il periodo, aprile, coincide con quello di maggior probabilità d incontrare un iceberg, e lo scontro di lato è quello che arreca maggior danno alla nave; quella della carenza di lance di salvataggio poi è una cattiva abitudine molto sentita all’epoca, e ha già fatto numerose vittime.

Infine sul New York Times nel 1892, 6 anni prima dell'uscita del romanzo di Robertson, si legge: “La compagnia White Star ha commissionato la costruzione di una nave da crociera per l’Atlantico che batterà ogni record di misura e velocità, battezzata Gigantic; sarà lunga 213 metri circa e avrà 45.000 cavalli vapore; potrà viaggiare a 22 nodi l’ora, avrà tre eliche e salperà nel marzo 1894”. Il Gigantic non prenderà mai il mare, ma l'idea e i dati (questi e altri) potrebbero esser stati preziosi per Robertson. Questi i fatti, i pro e i contro: poi, naturalmente, ognuno è libero di pensarla come vuole.

390 - JULIA SALE SULL'ALBERO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Julia Butterfly Hill nasce a Mount Vernon in Missouri nel 1974. Figlia di un predicatore religioso, cresce su un camper seguendo l'attività itinerante dei genitori in tutta l'America. Nel 1996 sfiora la morte in un grave incidente d'auto: un guidatore ubriaco la sperona e il volante le sfonda il cranio. Dopo un anno di terapia intensiva riprende a parlare e a camminare. Uscita dall'ospedale, si mette in viaggio sulla west coast californiana con un gruppo di amici. Nei boschi di Humboldt County scopre le gigantesche sequoie, alberi millenari dalla maestosa bellezza. E scopre anche che la Pacific Lumber Company le sta abbattendo; un gruppo di ambientalisti manifesta contro il disboscamento in atto, e gli organizzatori stanno cercando qualcuno disposto a salire su una sequoia per protesta e a restarci una settimana. Julia, che non è affiliata a organizzazioni ambientaliste, è l'unica a offrirsi volontaria.

Così il 10 dicembre 1997 a mezzanotte si arrampica sul tronco di “Luna”, una sequoia di 1500 anni, e sale fino a 55 metri. Rimarrà lì per più di 2 anni, fino al 18 dicembre del 1999. Con il supporto di uno staff di 8 aiutanti da terra si costruisce una piattaforma (1,8 per 1,8 metri) e lì passa le giornate. Ogni tanto si sposta in verticale lungo l'altissimo tronco per fare un po’ di esercizio. Studia e impara sulla sua pelle le tecniche di sopravvivenza (anche curiose, come non lavarsi le piante dei piedi per aderire meglio ai rami), usa telefoni cellulari a energia solare per le interviste radiofoniche e diventa la corrispondente "dalla cima dell'albero" per una tv via cavo. Cibo e rifornimenti li tira su con le corde, dorme e si ripara dal freddo in un sacco a pelo “a mummia”. Nei lunghi mesi di permanenza resiste a piogge gelide e venti fortissimi, e anche aun assedio di 10 giorni da parte delle guardie della compagnia, a ripetute molestie in elicottero, alle intimidazioni dei taglialegna arrabbiati. Alla fine la Pacific Lumber Company si arrende, accetta di preservare Luna e gli alberi che rientrano in una zona cuscinetto. Il 18 dicembre 1999, dopo 738 giorni, Julia scende dall'albero.

Ma non si ferma: segue il suo motto “you make the difference” (tu fai la differenza), partecipa a diverse azioni di disobbedienza civile: nel 2002 in Ecuador finisce anche in carcere per aver protestato contro il taglio di una foresta andina per far posto a un oleodotto. Espulsa, torna in patria dove è in prima linea in campagne come il no alla guerra in Iraq e la war-tax resistance. Racconta la sua permanenza sull'albero nel libro “The legacy of Luna” (in italiano “La ragazza sull'albero”) e riceve un dottorato ad honorem dal California New College. Citata in hit musicali (“Can’t Stop” dei Red Hot Chili Peppers), libri e serie tv (a lei è ispirato l'episodio dei Simpson “Lisa l’ambientalista”). Se volete andare a trovarla, ecco il suo sito.


389 - IL VILLAGGIO DI PIETRA




Sembra impossibile ma...

C'è un villaggio in Spagna dove tutto sembra fissato in un solo fotogramma: quello che precede il momento in cui strade e case vengono schiacciate da un'enorme montagna.

Setenil de las Bodegas, 150 chilometri da Cadice, ha 3000 abitanti che come i loro più antichi progenitori vivono, almeno in parte, nelle caverne. La struttura urbanistica del borgo arriva dritta dalla preistoria, quando la stretta e profonda gola disegnata dal Rio Trejo fu scelta per l'acqua, per l'ombra che protegge nelle estati torride e per l'essere una roccaforte naturale contro gli attacchi dei nemici. Setenil si è poi sviluppata su due livelli, abbarbicata alla montagna: se in alto le case sono complete, in basso condividono le pareti con quelle naturali in pietra. In pratica qui gli abitanti si sono limitati a costruire solo la facciata, l'interno ancora oggi è roccia viva. Per questo gli edifici sembrano sempre sul punto di essere inglobati nella pietra e creano un paesaggio unico al mondo.

Il nome del paese sembra derivare dal latino "septem nihil", ovvero sette volte no, riferito agli assedi falliti dai cristiani prima della “reconquista” del 1484 dopo 15 giorni di assalti. Qui i Mori erano arrivati 750 anni prima, e il paese è stato uno degli ultimi bastioni a cadere. Le bodegas invece sono quelle che tenevano in fresco e vendevano l'ottimo vino andaluso prima del 1860, quando la filossera distrusse tutti i vigneti. Oggi ad attrarre i visitatori, oltre alle immagini uniche del centro del paese, sono rimasti i ristoranti, considerati fra i migliori della regione, dove si mangia chorizo, cerdo, i dolci pastel e tante altre specialità locali. E all'ombra della mole massiccia del castello, costruito dagli Almohadi nel dodicesimo secolo, fra antichi eremi e chiese barocche, le manifestazioni della settimana santa sono fra le più pittoresche di tutta la Spagna. Se vi è venuto voglia di fare due passi per le strade di Setenil de las Bodegas, eccovi un'anteprima.




mercoledì 11 marzo 2020

388 - UNA CHIESA POCO EXTRA E MOLTO TERRESTRE




Sembra impossibile ma...
Un gruppo di ricercatori russi ha risolto il mistero della vasta struttura artificiale sotterranea di Naryn-Kala: lo scopo e la forma finora erano sconosciuti, e secondo gli ufologi potevano ricollegarsi a un'antica fortezza extraterrestre o a un'astronave aliena sepolta.

La cittadella fortificata di Naryn-Kala si eleva sul panorama di Derbent, nella repubblica russa del Daghistan, sul mar Caspio. Una città da sempre strategicamente cruciale per le rotte commerciali fra l’Europa e il Medio Oriente. Costruita nel VI secolo, la cittadella con le sue mura di cinta spesse tre metri e alte 20 è sopravvissuta a guerre, assedi ed invasioni. Nel bel mezzo della rocca una cupola che emerge dal terreno segnala la presenza di un'antica struttura sepolta e inaccessibile. Gli archeologi pensavano a un grande serbatoio; la localizzazione rispetto al disegno architettonico però non convinceva. Più probabile l'ipotesi di un tempio del fuoco zoroastriano. Impossibile però dare una risposta certa, visto il divieto di effettuare scavi sotto la fortezza, che è Patrimonio dell’Umanità dell'Unesco. Hanno avuto terreno fertile così le teorie ufologiche, che hanno identificato nell'antro segreto i resti di civiltà perdute o le strutture lasciate da visitatori alieni.

Un team dell'Accademia delle Scienze russa guidato da Natalia Polukhina ha in gran parte svelato l'arcano. Per 4 mesi gli scienziati hanno fatto rilevazioni nell'area con la tecnica della radiografia muonica. In sintesi, i muoni sono particelle formate dall’interazione di radiazioni cosmiche con l’alta atmosfera, capaci di attraversare l’intero pianeta. Grazie a strumenti che ne rilevano la presenza, è possibile capire natura e forma dell'area attraversata. Insomma, una specie di radiografia. Che ha dato risultati molto dettagliati.

Si tratta di una basilica cristiana fra le più più antiche del mondo, costruita nel 300, una struttura a forma a croce orientata secondo i punti cardinali, alta 11 metri, lunga 15 da nord a sud e larga 13 da est a ovest, con una cupola al centro. Ma perché sotterranea? Con ogni probabilità in origine non lo era: fu sepolta nel 700 quando l'impero persiano dei Sasanidi fece sparire tutti i simboli cristiani. Rimane un enigma: nell’ala occidentale dell’edificio sono state rilevate alcune strutture architettoniche ben preservate. “Anche se abbiamo capito di cosa si tratta – si è limitata a dire Natalia Polukhina - al momento abbiamo più domande che risposte”. Ulteriori scansioni più dettagliate chiariranno anche questo.



martedì 10 marzo 2020

387 - L'ANGELO DEL SILENZIO




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Marcel Mangel nasce nel 1923 a Strasburgo da una famiglia ebrea. L’occupazione nazista lo costringe a rifugiarsi a Limoges quando ha poco più di 16 anni. Il padre, catturato, finirà i suoi giorni a Auschwitz. Lui riesce a fuggire grazie a documenti falsi. Si unisce alla Resistenza con l’FTP (Francs tireurs et partisans). La conoscenza di inglese e tedesco lo rende adatto a missioni importanti, come tenere i collegamenti col generale americano Patton. Ma a salvargli più volte la vita sono le sue capacità istrioniche. Come quando si imbatte in 30 soldati tedeschi e riesce a metterli in fuga usando la mimica per fingere di essere l’avanguardia di truppe francesi; o quando ricercato a Parigi, viene fermato dalla Gestapo nella metropolitana: lui non mostra paura, interpreta il ruolo di un innocente operaio, e viene rilasciato.

Ma il suo capolavoro lo mette in scena nel 1944. In un orfanotrofio alle porte di Parigi centinaia di orfani ebrei stanno per essere avviati ai campi di sterminio. Marcel impersona un capo boy-scout e finge di accompagnare un gruppo numeroso di bambini a una gita in montagna. Affascinato da Charlot e dal cinema muto, inventa una pantomima per tener tranquilli i bambini, e finge che sia tutto un gioco. Non vi ricorda niente? Chissà se il Benigni di “La Vita è bella” conosceva la storia di Mangel. Con questo stratagemma li porta tutti in salvo in Svizzera. Un’impresa che ripeterà ben tre volte.

Finisce la guerra, e Marcel si scopre artista. La sua prima esibizione è nel 1944 davanti a 3000 soldati americani. Poi studia mimo, e nel 1947 nasce Bip, il suo personaggio più noto. In pochi anni diventerà celebre in tutto il mondo, si esibirà nei più importanti teatri, inventerà uno stile inconfondibile di mimo e passi mitici come il “moonwalk”. Il tutto col nome d’arte di Marcel Marceau. Che fino al 2001, quando riceverà la medaglia Raoul Wallenberg, non parlerà dei suo passato eroico. "Chi è tornato dai Campi di sterminio – dirà - non riusciva a parlarne. Mi chiamo Mangel. Sono ebreo. Forse da questo nasce la mia scelta del silenzio”.



386 - QUANDO IL VIRUS TI SALVA LA VITA




Sembra impossibile ma...
Il genio di due uomini ha dato vita a un morbo che ha salvato decine di vite umane; una storia che vale la pena di raccontare in giorni nei quali la parola virus è tornata a essere sinonimo di paura.

Adriano Ossicini nasce a Roma nel 1920; a 17 anni entra come volontario al Fatebenefratelli, l'antico ospedale romano sull'isola Tiberina. Nel 1938 è schedato come sospetto sovversivo; nei mesi successivi svolge attività antifasciste, e nel febbraio 1943 viene arrestato e finisce in carcere dove resta fino a maggio. In attesa di essere spedito al confino, torna all'attività ospedaliera e partecipa in segreto ad azioni partigiane. E' al Fatebenefratelli che conosce Giovanni Borromeo, chirurgo di fama e primario della struttura. Romano del 1898, laureato a 22 anni con 110 e lode e vincitore del concorso da primario a soli 31 anni, Borromeo è un luminare, ma la sua carriera è penalizzata dal rifiuto di prendere la tessera del Partito Fascista. Il primario e il giovane medico lavorano in stretta collaborazione, e il 16 ottobre 1943 realizzano il loro capolavoro.

E' un sabato, e tra le 5.30 e le 14 la Gestapo entra nel ghetto per un rastrellamento che coinvolge 1259 persone: per 1023 di queste c'è l'immediata deportazione ad Auschwitz. Alcuni però, oltre un centinaio, riescono a fuggire e chiedono aiuto al Fatebenefratelli. Borromeo li “ricovera” per direttissima, e con Ossicini e altri medici e frati della struttura studia un piano. Per fortuna i nazisti ritardano e solo a sera arrivano con due camion e circondano l'ospedale. Un alto ufficiale e un medico della Wehrmacht chiedono di controllare tutti i malati. Borromeo li accoglie con un sorriso, parla bene il tedesco e si mette a loro completa disposizione; comincia un’accurata ispezione. Che si ferma di fronte a una camerata chiusa; da dentro si sentono lamenti e colpi di tosse. I medici spiegano che sono i malati del Morbo di K e descrivono nel dettaglio i sintomi della sindrome: effetti devastanti, esito quasi sempre letale e soprattutto contagiosissima. Mostrano le cartelle cliniche (ancora fresche di inchiostro) e invitano l’ufficiale medico e chiunque lo voglia ad entrare. “Nein, danke” è la risposta, va bene così. I tedeschi impressionati se ne vanno. La Sindrome K (il nome lo ha inventato Ossicini, dedicato ai capi nazisti Kesserling e Kappler) ha salvato oltre 100 “malati”: uno dopo l'altro fuggiranno dall'ospedale con falsi documenti procurati dai partigiani.

Ossicini in seguito partecipa attivamente alla lotta partigiana, dopo la Liberazione diventa psichiatra e docente universitario, poi torna alla politica, viene eletto senatore ed è nominato Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale nel governo Dini; muore il 15 febbraio 2019 al Fatebenefratelli. Borromeo all'ospedale sull'isola Tiberina crea una radio clandestina in contatto coi partigiani, e con un gruppo di medici fidati cura in segreto quelli feriti, fino alla Liberazione. Muore il 24 agosto 1961 nel “suo” ospedale dove ha continuato a lavorare; nel 2004 l'Ente israeliano per la Memoria della Shoah lo riconosce “Giusto fra le Nazioni”. L’ospedale Fatebenefratelli riceve invece il titolo di “Casa di Vita”.

lunedì 9 marzo 2020

385 - I SOPRAVVISSUTI DELLA TAIGA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera; ringrazio Simonluca Cavallini per avermela segnalata. Anno 1936. In un villaggio della Siberia meridionale vive la famiglia Lykov; sono arrivati al seguito di una setta cristiana ultra-ortodossa, i “Vecchi credenti”, perseguitata prima dagli zar, poi dal regime comunista. Pacifisti convinti Karp e Akulina Lykov con i figli Sevin di 9 anni e Natalia di 2, decidono di fuggire ancora verso est quando una pattuglia di guardie uccide il fratello di Karp. I 4 dopo un lungo viaggio trascinandosi dietro i loro pochi averi e un telaio con cui tessere stoffe e vestiti, si fermano in una radura nella taiga attraversata da un torrente sull'altopiano disabitato di Abakan Range. Costruiscono una capanna e sopravvivono in totale isolamento nel gelido ambiente siberiano.

Nascono poi altri due figli: Dmitry nel 1940 e Agafia nel 1943. Le condizioni di vita sono durissime: i Lykov mangiano patate, funghi, erba, radici, poca carne quando qualche animale resta nelle trappole. Scarpe e vestiti si consumano sostituiti da indumenti fatti di canapa e corteccia di betulla. Nel 1961 una tempesta distrugge lo scarso raccolto, ed è fame vera; i 6 mangiano corteccia di alberi e ciò che resta delle proprie scarpe, e Akulina si lascia morire di fame per lasciare qualcosa per sfamare i propri figli.

Estate del 1978, il pilota di un elicottero che trasporta un team di geologi avvista una capanna in un luogo che risulta disabitato, a più di 250 chilometri da qualsiasi villaggio. Atterra e trova un vecchio con barba e capelli lunghi e i suoi 4 figli. Sono i Lykov, che da 42 anni vivono in completo isolamento; i due più giovani non hanno mai avuto contatti con altri esseri umani. E nessuno sa niente di guerra mondiale o fredda, di televisione o dell'uomo sulla luna. All'inizio rifiutano qualsiasi aiuto, accettano solo un po' di sale, poi i visitatori tornano più volte e li convincono a prendere grano, animali da cortile e utensili vari. Ma nel 1981 tre dei quattro figli muoiono a pochi giorni l’uno dall’altro: Natalia e Savin per insufficienza renale dovuta al cambio di alimentazione, Dmitry, per quanto abituato all’inverno siberiano, di polmonite trasmessa da uno degli ospiti.

Karp e Agafia, la più giovane, rifiutano di tornare alla civiltà. Il vecchio muore nel 1988. La donna dopo aver girato per un mese la Russia in treno, aereo e auto raccontando la sua storia, torna nella sua capanna, resa più decente. Oggi ha 77 anni e vive li con decine di gatti, ha un fucile per difendersi da orsi e lupi e alleva capre e polli. Un paio di volte ha chiesto aiuto via radio ed è stata portata in aereo all'ospedale, ma poi è tornata. “Fa paura, lì fuori – dice - non si respira; ci sono auto ovunque, l'aria è sporca. Si sta meglio qui”.


domenica 8 marzo 2020

384 - QUELLA SPORCA DOZZINA




Sembra impossibile ma...
La prima squadra di poliziotti australiani, la Night Watch, era composta solo da detenuti prelevati dalle prigioni.

Oggi gli abitanti dell'Australia sono poco meno di 25 milioni; il 20% di loro discende dai galeotti deportati dalla Gran Bretagna. Tutto comincia fra il 1780 e il 1860, quando la corona inglese si libera di 165.000 carcerati caricandoli su velieri che dopo mesi di navigazione approdano nel nuovissimo continente. Un terzo degli uomini e buona parte delle donne si sono macchiati di reati lievi (anche perché per quelli gravi c'è la forca): piccoli furti, truffe e raggiri. Il 30% delle donne sono prostitute; poi ci sono rapinatori, ladri di bestiame, soldati disertori, prigionieri politici. I detenuti deportati per crimini violenti sono solo il 5%. Ma una volta sbarcati, tutti si trovano in colonie penali dove la vita è durissima e le violenze sono all'ordine del giorno.

L'anno è il 1878, a Sydney Cove in molti tentano la fuga e cercano un rifugio nella natura selvaggia intorno al presidio. Tanti tornano indietro affranti e affamati anche se sanno che ad attenderli c'è la frusta, e i molti scheletri disseminati nella boscaglia raccontano la storia di tanti altri. Ma c'è chi sopravvive, e fra rapine ai passanti di giorno e furti di notte dà vita al fenomeno del bushranging. Nella colonia non si vive più, ma in quei primi anni non c'è polizia: a parte il Governatore Arthur Philip e il suo entourage, ci sono solo i detenuti, i Royal Marines e le loro mogli. E i marines, guidati dal maggiore Robert Ross, sostengono di essere soldati, e si rifiutano di fare cose diverse dal sorvegliare e difendere l'insediamento. Nel luglio del 1789 il condannato John Harris fa una proposta: istituire un servizio di sorveglianza notturna da affidare a detenuti scelti. E l'8 agosto 1789 nascono i Night Watch, la prima forza di polizia australiana, composta da 12 carcerati scelti per la miglior condotta.

Divisi in gruppi di 3, sono autorizzati a pattugliare l'area a tutte le ore della notte entrando in qualsiasi dimora sospetta. Chi viene derubato deve subito fornire informazioni, e i neopoliziotti possono utilizzare i mezzi che ritengono più efficaci per rintracciare l'autore del reato e assicurarlo alla giustizia. Insomma, hanno carta bianca. I Night Watch iniziano il loro nuovo lavoro fra la "paura e la detestazione" dei loro ex compagni di prigione, e una malcelata diffidenza da parte del governatore. Che già in novembre però scrive: “la guardia notturna è molto efficace, ci sono meno crimini, e quando ci sono i colpevoli vengono solitamente catturati”. Negli anni successivi poi amplia il gruppo: nel 1820 Sydney avrà oltre 60 poliziotti, tutti ex-galeotti. (la foto ritrae una squadra di poliziotti australiani del 1860).

383 - LE MONTAGNE ARCOBALENO




Sembra impossibile ma...
Una delle più straordinarie meraviglie raccontate per secoli dai viaggiatori che percorrevano l'antica Via della Seta ad ascoltatori increduli è invece un'incredibile realtà: le Montagne Arcobaleno.

Il turismo di massa le ha (ri)scoperte solo di recente, da quando nel 2016 le autorità cinesi, dopo aver realizzato servizi turistici e una strada panoramica che le attraversa, hanno istituito il Parco geologico nazionale del Danxia. Siamo a nord-ovest della città di Zhangye, nella provincia del Gansu, lungo la catena montuosa del Qilian Shan. L'area ha da sempre attirato l’attenzione di studiosi e geologi per le fantastiche formazioni rocciose che a seconda della luce cambiano tonalità. I colori vanno dal rosso al viola, dal grigio al verde e al giallo, un vero spettacolo; l'arcobaleno si allarga su una superficie di 510 chilometri quadrati: rocce lisce, scoscese e taglienti alte molte centinaia di metri dalle forme insolite; una sorta di torta a strati, o di tavolozza d'artista fatta di pilastri naturali, torri, anfratti, valli e cascate. Il fenomeno è il risultato dell'azione delle placche tettoniche su depositi di arenaria rossa e minerali avvenuti 24 milioni di anni fa, e lavorati nel tempo da vento e pioggia.

Il geoparco è suddiviso in due zone: l'area panoramica del Danxia di Linze è la più visitata; una seconda area si estende per altri 300 chilometri quadrati nella vicina Binggou, sulla riva del fiume Liyuan, ad un'altitudine tra 1.500 e 2.500 metri; la gente del posto dice che bisogna visitare Danxia per i colori che sembrano dipinti e Bingou per le forme che sembrano scolpite. Non è possibile avventurarsi liberamente tra le montagne, ma bisogna seguire i sentieri predisposti. Ci sono 4 piattaforme panoramiche, e ci si sposta da una all'altra con le navette del parco. Per raggiungerle tutte servono 3 ore, fra camminate lungo sentieri ben tenuti e adatti a tutti e salite sulle scalinate in legno. Il periodo migliore per la visita va da giugno a settembre, all'alba o al tramonto, quando i colori cambiano rapidamente. Ma ogni ora del giorno, ogni condizione atmosferica dipinge le montagne con sfumature sempre diverse.

venerdì 6 marzo 2020

382 - LA MARATONETA




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio per la segnalazione Simonluca Cavallini, uno dei miei “story-pusher” preferiti, e vi presento Maria Lorena Ramirez, 25 anni, messicana, protagonista di una favola.

Lorena fa parte dei Tarahumara, antica popolazione rurale di origine azteca che vive da sempre in capanne di legno e pietra o addirittura in ripari naturali come le grotte degli altopiani del Chihuaua. Nata in una famiglia di pastori e allevatori, nella vita di tutti i giorni bada al suo gregge di capre. Ma la sua grande passione è la corsa. Sogna di diventare una grande maratoneta, e il suo allenamento quotidiano consiste nel percorrere a piedi 15 chilometri al giorno per portare le capre al pascolo. In passato ha partecipato a qualche corsa nei dintorni, e nella sua comunità è considerata una delle più veloci e resistenti. Ma quando dice di voler partecipare a una gara internazionale, la Cerro Rojo Ultramarathon 2017 di Puebla, la gente sorride. Lei non ci bada, e si mette in cammino. Due giorni a piedi per arrivare a Tlatlauquetepec, poi incontra un corridore locale professionista che le dà un passaggio in auto. Altre 5 ore, ed eccola a Puebla, ai nastri di partenza.

Pronti, via. Cinquecento avversari provenienti da 12 Paesi, quasi tutti equipaggiati con scarpe da running professionali, tessuti in materiale tecnico, energy drink, barrette e supporti tecnologici. In mezzo spicca lei, Lorena, con i suoi abiti quotidiani, gonna lunga a fiori, sandali in gomma riciclata da copertoni usati. A sostenerla per 50 chilometri un fazzoletto, una bottiglietta d'acqua, due gambe e tanta forza di volontà. Un volo lungo 7 ore e 3 minuti, poi contro ogni pronostico taglia il traguardo per prima. Sul podio più alto sorride, mostra felice i 6000 pesos (circa 320 dollari) appena vinti.

Una vittoria scritta nel dna. Perché Lorena è una degli ultimi 50.000 Taramuhara, i leggendari corridori dotati di una resistenza fisica estrema celebrati nel libro “Born to Run” di Christopher Mc Dougall. Taramuhara è il nome spagnolo, nella loro lingua si chiamano Rarámuri, termine antichissimo che significa “abili nella corsa“. Segui il link per vedere Maria Lorena in azione.


381 - LA DONNA FUNIVIA




Sembra impossibile ma…
Maria Spelterini, acrobata di origine livornese, è stata la prima donna ad attraversare le cascate del Niagara sospesa su una corda, e siccome dopo il buon esito del primo tentativo rischiava di annoiarsi, ha replicato con i piedi dentro due cestini di frutta, a occhi bendati e con i polsi e le caviglie ammanettate.

Maria nasce in una famiglia circense originaria di Livorno, durante una sosta a Berlino il 7 luglio del 1853. Con la troupe del padre gira l’Europa e si confronta con diverse discipline, finché non trova la sua strada, sottile come un filo: l’equilibrismo. Come funambola si esibisce nel 1872 a Mosca dove attraversa la Moscova e a San Pietroburgo dove passa da una sponda all’altra della Neva. La prima performance che finisce su tutti i giornali è dell’agosto 1872, quando l’immagine pubblicata sull'Univers Illustré la mostra mentre attraversa il porto si Saint Aubin sull’isola di Jersey. Il giornale la presenta come la “Donna funivia”, una bella ragazza formosa del peso di 70 chili che si fa notare anche per i costumi “outrageous” che indossa. Lo spettacolo sull’isola ha finalità benefiche: raccogliere fondi per aiutare il piccolo porto sostenendo il collegamento ferroviario con St Helier. L’ultima esibizione europea, in Catalogna, è dell’agosto 1873. Conquistato il vecchio continente, Maria, che ormai è la star che tutti vogliono applaudire, parte all’attacco dell’America.

Così l'8 luglio del 1876 in occasione delle celebrazioni del Centenario degli Stati Uniti, la troviamo a Niagara Falls. Ci sono migliaia di persone sulle due sponde delle cascate e sul ponte che le collega ad ammirare la Donna funivia. Lei indossa un costume ridotto (per l’epoca) e variopinto, e la gente la segue con trepidazione mentre sale sulla corda di 57 millimetri che collega le due sponde. Sarà un trionfo, seguito a distanza di pochi giorni da una serie di bis sempre più complicati. Nell’ultimo addirittura fa il percorso camminando all’indietro. Tutta l’America ne parla. Lei si esibisce ancora a Filadelfia, poi a Rosario in Argentina. Qui tenta una traversata in sella a un velocipede. Che però si rompe. Lei cade e si ferisce, ma non gravemente. Di lì a poco salirà ancora sulla corda, con successo, a Buenos Aires. Siamo nel maggio del 1877. E’ la sua ultima esibizione. Conquistato il mondo, si ritira a vita privata. Di lei non si saprà più niente fino alla sua morte, il 19 ottobre del 1912.
 
 

 
 

 

380 - IL TEATRO DI ANDROMEDA




Sembra impossibile ma…
Nel cuore della Sicilia c’è un luogo magico, il Teatro di Andromeda: una straordinaria architettura realizzata da un pastore autodidatta. Un’opera che lo ha portato alla Biennale internazionale di Venezia. Ringrazio per la segnalazione l’amica Alessandra Lazzaro.

Lorenzo Reina nasce nel 1960 a Santo Stefano Quisquina in provincia di Agrigento. Il padre è un pastore e lui, unico maschio dopo tre femmine, è destinato a seguirne le orme. Fin da piccolo vive sui pascoli e accompagna il padre sui sentieri della transumanza. Sogna di studiare, di fare l’università, ma è costretto a fermarsi alla terza media. La sua bisaccia però è sempre appesantita da libri che prende alle sorelle. Legge di tutto, e impara da solo a scolpire la pietra e lavorare il legno. A Napoli per il servizio di leva, conosce lo scultore Gabriele Zambardino che ne intuisce il talento e accoglie le sue opere in una mostra collettiva. Tornato al paese riesce ad organizzare la sua prima personale nella biblioteca comunale nonostante l’opposizione del padre, che più tardi, in punto di morte, gli chiederà di tornare a fare il pastore. Lui acconsente. Ci tornerà. Ma senza rinunciare a ciò che ama.

Oggi lungo la strada da Santo Stefano Quisquina a Castronovo sorge l’azienda Rocca Reina, dove Lorenzo continua a fare il pastore. E altre cento cose. Legge libri, naturalmente, sa molto di storia e di filosofia, di astronomia e naturalmente di arte. L’azienda comprende una fattoria didattica, un laboratorio artistico, un parco con grandi sculture, un museo dalle linee ispirate alla rocca di Castel del Monte, un ovile. E il bellissimo Teatro di Andromeda. I visitatori arrivano da tutto il mondo, si fermano all’azienda e si dividono fra le attività artistiche e quelle legate alla pastorizia: assistono agli allestimenti teatrali, visitano il museo, la fattoria didattica, l’allevamento delle asine dove praticano onoterapia, seguono la produzione del formaggio secondo i metodi tradizionali.

Ma il suo capolavoro è il Teatro: dimensioni e forme rispettano simbologie legate all’astronomia e al legame fra l’uomo e la natura, la scena ellittica è a picco su uno strapiombo, in perfetta armonia col paesaggio che fa da fondale. Una visione. Ci ha messo 30 anni a costruirlo, pietra su pietra, e non ha ancora finito, forse non finirà mai. “Del resto è merito suo – dice - se per la prima volta un pastore espone alla Biennale di architettura”.



379 - Il GIARDINO DEI MIRACOLI




Sembra impossibile ma...
Nel deserto sbocciano fiori. E neanche pochi: 150 milioni. E' il Dubai Miracle Garden, il più grande giardino floreale del mondo, realizzato in una zone fra le più aride e riarse dal sole del pianeta.

Una struttura grandiosa e kitsch come solo gli sceicchi sanno immaginare. Inaugurato nel 2013, nel giorno di San Valentino, occupa una superficie di oltre 72.000 m² e “racconta” tutta la potenza dei petrodollari: grazie a un progetto che utilizza le acque reflue della città, un ambiente decisamente ostile è diventato un'incredibile area rigogliosamente verde. I giardini sono protetti da lunghissimi filari di alberi lungo il perimetro in modo da limitare gli effetti devastanti delle tempeste di sabbia, da queste parti assai frequenti. In estate vengono chiusi, perché il clima torrido ne rende impossibile la fruizione da parte dei visitatori.

I giardini sono un vero e proprio parco di divertimenti floreale, con un gran numero di spettacolari attrazioni che prendono vita in un mondo di colori e di profumi. Emirates A380, la più grande struttura floreale del mondo, è un' installazione floreale a forma di aeroplano (realizzata da Emirates Airline) a grandezza naturale, ricoperta da mezzo milione di fiori freschi. Mickey Mouse è un'attrazione realizzata su licenza Disney: un Topolino fatto di fiori alto 18 metri e pesante 35 tonnellate. Big Teddy Bear è un orso alto 12 metri che tiene fra le zampe un enorme cuore. Lost Paradise è una cascata di fiori sotterranea che arriva fino a 6 metri di profondità, fra casette e bungalow immersi nel verde. Lake park è un susseguirsi di laghetti e fontane colorate incastonati fra le aiuole. Hearts Passage, è una delle attrazioni più romantiche (e più kitsch) del parco, con schiere di innamorati che vengono a fotografarsi sotto i grandi cuori ricoperti di fiori profumatissimi allineati lungo un viale. Non poteva mancare il Floral Castle, un castello fiabesco circondato da milioni di fiori, con ristorante all’interno, né il Floral Clock, un'orologio alto 15 metri con colori e coreografie floreali che cambiano in base alla stagione. Per il resto, è tutto come a Disneyland: megaparcheggi, tutti i più moderni servizi compresi aree di riposo e sale di preghiera, un grande Auditorium floreale per spettacoli e intrattenimento e tanti negozi di souvenir, naturalmente a base di fiori. Date un'occhiata.

 
 

 
 

 
 


 

872 - IL CAPPELLO SULLE VENTITRE'

    Un uomo cammina per strada, il cielo è arrossato dal sole che inizia a tramontare. Che ore sono? Le 23,30. Siamo in Italia, non...