venerdì 5 giugno 2020

538 - LE SCARPE "STAI LONTANO DA ME"




Sembra impossibile ma...
Arrivano le scarpe per il distanziamento sociale. Ringrazio Cristiana Grasso per la segnalazione, e vi racconto la trovata con cui l’artigiano rumeno Grigore Lup sta vincendo la sua battaglia contro la crisi innestata dal Coronavirus.

Lup ha 55 anni, vive nella città transilvana di Cluj-Napoca e ha iniziato a fare scarpe in cuoio quando ne aveva 16 imparando il mestiere da un calzolaio che ancora oggi a 93 anni produce calzature tradizionali. L'attuale negozio è aperto dal 2001, e l'artigiano oltre a vendere scarpe già pronte si è specializzato in
ordini personalizzati per compagnie teatrali e liriche e complessi di danza popolare tradizionale. La sua attività, come quella di migliaia di artigiani in tutto il Paese, si è arrestata a causa della pandemia, che nel suo caso ha colpito particolarmente duro, con il blocco totale di tutti gli spettacoli e gli eventi dal vivo. “Qualche settimana fa – racconta - sono andato al mercato; c'erano poche persone ma continuavano a stare fin troppo vicine. Lì mi è venuta l'idea: creare scarpe che facciano rispettare automaticamente le regole di distanza sociale”. Così Lup ha adattato un modello di calzature lunghe che aveva realizzato in passato per gli attori e ha realizzato le sue insolite scarpe taglia 75. “Se due persone che indossano queste scarpe – spiega - si trovano una di fronte all'altra, fra loro resta una distanza di quasi un metro e mezzo. Così – conclude scherzando – servono per mantenere il distanziamento sociale, oppure per prendere a calci chi non lo rispetta». All'artigiano servono due giorni e un metro quadrato di pelle per fare un paio di scarpe, che vende a 500 leu (110 euro); in caso di seconda ondata, per l’autunno è già pronto lo stivale, sempre taglia 75. Il problema ora è evadere tutti gli ordini: ne sono già arrivati cinquemila, non solo dalla Romania, ma anche da Stati Uniti e Canada.

Il mondo della moda aveva già visto in passato esempi di calzature innovative create per risolvere problemi pratici, come le scarpe multiuso, perfette per ogni occasione: un’unica scarpa che può essere indossata in modi diversi. I sandali Mime et Moi, ad esempio, dotati di un kit di tacchi intercambiabili: Christian Huber ha progettato i tacchetti a scatto con la clip del marchio e li ha brevettati. Ogni scatola di Mime et Moi contiene un paio di tomaie con un set di tacchi a spillo e uno di tacchi bassi, ed è possibile anche acquistare più opzioni di tacco. Cambiare i tacchi richiede un po’ di pratica e molta pazienza, ma seguendo le istruzioni ci può riuscire chiunque. Anche un brand celebre come Gucci si è lasciato tentare dal fascino della novità multitasking, con le pantofole Elvet: scarpe multiuso trasformabili in ciabatte. La parte superiore in velluto può essere staccata dalle suole con zeppa, e diventa una scarpetta da camera. Dalla California arriva Pashion Footwear, scarpe trasformabili col tacco che ruota, si stacca dalla suola e poi, con un solo clic scompare e la scarpa diventa flat. Ma se vi attirano le calzature davvero strane, seguite il link.

giovedì 4 giugno 2020

537 - LA CASA IN CIMA AL MONDO




Sembra impossibile ma…
Se non sopporti più il traffico, la folla e i rumori della città, se i tuoi vicini ti fanno impazzire, o se semplicemente ne hai abbastanza di chiunque non sia il tuo cane, c’è una casa dove puoi trovare la quiete tanto sognata. La trovi sull’isola di Ellidaey, nell’arcipelago delle Vestmannaeyjar, vicino alla punta meridionale dell'Islanda. Dai un’occhiata alla foto: che te ne pare? Un lodge isolato in mezzo a un pascolo erboso, poi la scogliera, poi il mare. E basta. Da quando le immagini sono andate su internet, si è acceso l’interesse per la casa di Ellidaey: la gente si chiede chi ci viva, perché e come faccia a sopravvivere senza negozi o servizi di ogni genere. E sono nate anche leggende e storie-fake. Ecco la risposta.

Circa 300 anni fa un gruppo composto da 5 famiglie è sbarcato sull’isola. Qui hanno vissuto per due secoli pescando, allevando il bestiame che qui, grazie alla terra morbida ed erbosa, ha trovato un ambiente ideale, e soprattutto cacciando i puffin, uccelli dall’aspetto buffo e simpatico che noi chiamiamo pulcinelle di mare, di cui gli islandesi sono ghiotti. La piccola comunità viveva in robuste capanne. Negli anni trenta del secolo scorso tutti i residenti hanno abbandonato l’isola per cercare altrove maggiori comodità. Molti però non l’hanno dimenticata, e, un po’ sulle ali della nostalgia, un po’ perché il luogo è uno dei migliori per la caccia al puffin, redditizia nei mercati islandesi, nel 1953 hanno fondato con altri soci la Ellidaey Hunting Association , sono tornati e hanno costruito il "capanno di caccia", la nostra casa in cima al mondo appunto.

L'edificio non ha elettricità o tubature per i servizi idraulici, c’è solo una sauna che funziona grazie a una stufa e all’acqua proveniente da un sistema di raccolta dell'acqua piovana: la stessa utilizzata per cucinare e bere. Fra le leggende metropolitane sorte sulla casa, una sosteneva che fosse il buen retiro di un timido miliardario, un’altra che appartenesse alla cantante Bjork. E qui c’è anche un fondo di verità, perché la rockstar ha davvero una villa, molto più normale, su un’altra isola a ovest dell’Islanda, che si chiama anch’essa Ellidaey. Il nostro lodge invece oggi è il rifugio dell'associazione di cacciatori, aperto solo ai membri, che vengono qui per trovare riparo, riposarsi e fare una sauna fra una battuta di caccia e l’altra. Certo, nessuno ti vieta di avvicinarti in barca alla scogliera per dare un’occhiata alla casa. Poi magari, se proprio ti piace, e se le pulcinelle di mare non ti fanno troppa tenerezza, puoi sempre iscriverti all’Ellidaey Hunting Association, e venire qui quando vuoi.
Guarda i video con la storia di Ellidaey e un tour nella casa sull'isola.





 

536 - I CIMITERI VERTICALI




Sembra impossibile ma…
C’è una valle sulle montagne delle Filippine dove da duemila anni i defunti, rinchiusi nelle loro bare, vengono appesi a ripide pareti rocciose (ringrazio l’amico Gabriele Baldocci per la segnalazione).

La popolazione degli Igorot vide da sempre nella Echo Valley, nella regione di Sagada. I turisti che arrivano da queste parti si trovano di fronte uno scenario insolito e piuttosto macabro: decine di bare incastonate sulle pareti più ripide della montagna. E’ consentito osservarle ed anche fotografarle, ma da una certa distanza. Alcune delle bare hanno oltre un secolo di vita. La pratica consente di proteggere i morti da inondazioni e animali, e secondo gli abitanti del posto facilità il passaggio al cielo, verso l'aldilà. Ma c’è anche un’altra ragione: rendere inaccessibili le salme alle tribù nemiche, che un tempo erano tagliatori di teste, da esibire poi come trofeo. Oggi solo pochi anziani scelgono la “bara sospesa”, che in questo caso si devono costruire da soli, secondo tradizione. Anche il funerale è molto particolare. Il cadavere, affumicato per prevenire la decomposizione, viene collocato su una sedia detta sangadil, legato con corde, coperto con un telo, e poi piazzato davanti alla porta di casa, come se accogliesse i partecipanti alla cerimonia. Dopo 5 giorni il corpo viene avvolto in una coperta e legato strettamente; gli uomini si disputano l’onore di trasportarlo fino al luogo della sepoltura, anche perché sperano di essere schizzati dal liquido che esce dell'involucro, evento che oltre a portare fortuna, trasferirebbe loro le abilità del defunto.

Quando la processione arriva nel luogo prescelto, sono i più giovani a inerpicarsi sulla parete rocciosa e a inchiodarvi la bara, che è lunga circa un metro, perché la salma viene posta in posizione fetale, in base alla credenza che una persona deve andarsene nella stesso modo in cui è nata. Il defunto viene lasciato lì per 5 anni, poi le ossa vengono riportate a casa dei familiari, che organizzano una festa lunga 5 giorni. Quindi le ossa tornano nella bara per altri 5 anni. Il rituale si ripete per tre volte, festa compresa.














535 - IL PIANISTA FRA I GHIACCI




Sembra impossibile ma…
C’è un’immagine che gira sul web che sembra uscita dalla dimensione dei sogni: un pianoforte a coda, un pianista di nero vestito (abiti un po’ pesantini a dire il vero, non esattamente in frac), e intorno un gelido panorama fatto di ghiaccio, iceberg, montagne innevate. Ne avrete già sentito parlare, ma “Elegy for the arctic”, l’esibizione “impossibile” di Ludovico Einaudi merita di essere ricordata in questa sede.

Il pianista torinese, al di là dei gusti musicali e dei giudizi artistici, ottiene dalla sua performance un risultato suggestivo e surreale. E attira l’attenzione su un ecosistema come quello dell’Artico, considerato ad alto rischio a causa del riscaldamento globale. L’esibizione si è svolta qualche mese fa alle Isole Svalbard, le terre abitate più settentrionali del mondo, a poche centinaia di chilometri dal Polo Nord.

E’ il giugno del 2016 quando Einaudi raggiunge le isole norvegesi a bordo della nave “Arctic Sunrise” di Greenpeace. Al centro di una vasta laguna ai piedi del maestoso ghiacciaio Wahlenbergbreen, si sistema su una piccola piattaforma che era stata allestita nell’acqua gelida in mezzo ai grandi blocchi di ghiaccio galleggianti. A poche decine di metri di distanza la troupe, dal ponte della nave, effettua le riprese: un concerto breve, anche perché il freddo intensissimo rende particolarmente difficile suonare. Il musicista conclude con un appello per la salvaguardia dell’Artico, che «Non è un deserto – dice - ma un luogo pieno di vita. Ho potuto vedere con i miei occhi la purezza e la fragilità di quest’area meravigliosa. Dobbiamo comprendere l’importanza dell’Artico per proteggerlo prima che sia troppo tardi». Ed ecco, nel video, l’esecuzione polare di “Elegy for the arctic”.

 

534 - LA ROCCIA CUCITA




Sembra impossibile ma…
Ci sono paesaggi bizzarri e sconosciuti, che sembrano usciti dalla fantasia, e riescono a stupire chi pensa di conoscere come le proprie tasche le meraviglie del pianeta. Ad esempio, se capitate dalle parti di Medellin, in Colombia, e vi sembra di vedere un enorme roccia che spunta dal niente con una specie di cerniera a zigzag che la “cuce” verticalmente per tutta la sua altezza, non pensate a una visione causata dalle sostanze coltivate da queste parti: siete arrivati alla Piedra del Peñol.

Il gigantesco monolite che sbuca per incanto nel bel mezzo di un paesaggio pianeggiante, è oggi un’attrazione turistica tanto suggestiva quanto ancora poco conosciuta. Alta poco più di 200 metri (ma qui siamo a quota 2.000, quindi in totale vi porta a 2.135) è composto da 66 milioni di tonnellate di roccia, e la cima tondeggiante è raggiungibile salendo i 659 gradini di una vertiginosa scala in legno e cemento. Sì, è quella la zip che sembra cucire i due lati della Piedra, costruita poco più di 10 anni fa sfruttando una crepa naturale della roccia, con un percorso a zig zag che sembra progettato da Escher.

Anticamente El Peñol era un elemento di culto per gli abitanti del luogo. Solo nel 1954 tre scalatori colombiani riuscirono a raggiungere la cima usando bastoni incorporati nelle fessure della roccia. La scalata durò 5 giorni e al termine i tre sventolarono dalla vetta una camicia bianca per segnalare la riuscita dell’impresa. Sulla cima della roccia, fra l’altro, vennero trovate specie di piante allora sconosciute. Oggi, i visitatori al termine della scala trovano una torretta panoramica a tre piani che offre una vista mozzafiato sui laghi e le isole verdi, fino alla grande diga che sorge nelle vicinanze.

La Piedra sorge al confine fra le cittadine di Guatapé e di Peñol. Questo ha fatto si che gli abitanti dei due borghi si sentissero i proprietari. Qualche anno fa i residenti di Guatapé decisero di pitturare il nome della città con gigantesche lettere bianche su una faccia della Piedra. Riuscirono però a completare solo la “G” e la “U”, poi quelli di El Peñol insorsero e fermarono i lavori. Rimasero le due lettere, ancora ben visibili sulla parete rocciosa. Prima di chiudere, date un’occhiata “a volo di drone”.


533 - LA PIRAMIDE D'ORO




Sembra impossibile ma…
A poco più di mezz’ora di macchina da Chicago una statua dorata di Ramses II alta 20 metri e un’imponente copia della piramide di Cheope, anch’essa ricoperta d’oro, fanno rivivere in un’anonima radura i fasti dell’antico Egitto. Tesori archeologici? Un parco di divertimento a tema? Macché, semplicemente l’abitazione della famiglia Onan, Jim e Linda, che dal 1977 vivono qui coi loro 5 figli.

La Gold Pyramid House è una struttura a 6 piani che riproduce in scala 1/9 la grande piramide di Giza. Fra gli annessi, il garage nelle tre piramidi di fronte alla casa, la statua del faraone, il gigantesco murale sulle pareti della sala riunioni, dipinto da un artista di grido su lamine d’oro, riproduzione della tomba di Tutankhamen. La struttura è circondata da un profondo fossato e vi si accede da un ampio viale fiancheggiato da 80 sfingi dalla testa d’ariete in pietra.

Tutto inizia poco più di 40 anni fa. Jim è il tipico selfmademan americano. Di umili origini, ha fatto soldi nel settore industriale. Appassionato di cultura egizia, e anche di esoterismo, crede che le piramidi siano una sorta di generatori di energia. Per sperimentarne gli effetti, ne costruisce una piccola nel cortile di casa, poi un’altra più grande e un’altra ancora. Quando la coppia cambia casa, è Linda a proporre: “Perché non la costruiamo a forma di piramide?”. Detto fatto, ecco sorgere dal nulla la Gold Pyramid House, interamente ricoperta di lamine in oro a 24 carati. Il costo? Più di un milione di dollari, ma fino a pochi anni fa è stata la più grande struttura placcata d’oro nel mondo. Michael Jackson ci girerà un video musicale, e Muhammad Alì tenterà inutilmente di acquistarla.

La piramide è stata visitabile a pagamento fino al 2018, quando un incendio l'ha in gran parte distrutta; oggi, mentre sono in corso i lavori per ricostruirla, è aperto solo il parco che circonda l'edificio e il negozio di articoli da regalo egizi, mentre i proprietari  vendono anche online la loro ultima creazione: Gold II, la birra del faraone. Pare che la formula segreta si basi su una ricetta egizia di 4000 anni fa. 







532 - LE SPIRALI DI RAZEL POINT




Sembra impossibile ma…
C’è chi dipinge su una tela e chi, per realizzare le proprie opere, usa come tavolozza i grandi spazi aperti, “lavora” il paesaggio e lo trasforma in un’opera d’arte. Sono gli esponenti della Land Art, movimento artistico nato negli Stati Uniti a fine anni Sessanta, che ridisegna laghi e deserti, coste e colline cercando con un filo di presunzione di migliorare, o comunque di lasciare un segno, sull’opera del padreterno, o se preferite di madre natura.

Robert Smithson è stato una delle firme più importanti della Land Art ; nato nel New Jersey nel 1938 e morto sul campo nel 1973, in un incidente aereo, mentre ispezionava siti per il suo lavoro, le “Amarillo Ramp” in Texas, ci ha lasciato opere imponenti negli Stati Uniti e in Europa (prevalentemente in Olanda). Forse la più straordinaria è la Spiral Jetty (molo a spirale), un’immensa installazione realizzata a Razel Point sul Gran Lago Salato, in Utah.

Le dimensioni sono impressionanti: 460 metri la lunghezza, 4,5 metri la larghezza della striscia che compone la spirale e altrettanto l’altezza massima rispetto al livello del lago. Per realizzarla furono usate 6.700 tonnellate di rocce (basalto), detriti, sale e alghe oltre al fango del fondale. I lavori iniziarono nell'aprile del 1970, ma furono fatti due volte; dopo i primi 6 giorni infatti Smithson fermò tutto e osservò il risultato per altri due giorni. Poi, non convinto, richiamò la squadra di operai e fece rifare tutto modificando la forma e spostando di nuovo le quasi 7.000 tonnellate di roccia. A rendere tutto più suggestivo, l’acqua che in certi periodi dell'anno si colora di rosso per la presenza di alghe e batteri.

Fino al 1993 poi l’opera rimase seminascosta sotto le acque lacustri, il cui livello è molto variabile; successivamente la siccità l’ha reso ben visibile per gran parte dell’anno. Nel 1999 la vedova dell’artista ha donato l’opera alla Dia Art Foundation, che si occupa della manutenzione. E a questa fondazione si può rivolgere chi volesse vederla da vicino, tenendo conto che in certi giorni è sommersa, e che non è neanche tanto facile raggiungerla.




531 - IL COLTELLO PIU' VELOCE DEL WEST-END




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Robert Liston nasce a Ecclesmachan in Scozia nel 1794; figlio di un pastore protestante con una certa fama di inventore, si laurea in medicina e nel 1818 è docente di anatomia all'Università di Edimburgo e chirurgo alla Royal Infirmary. Uomo molto alto, vigoroso, a detta degli altri medici è rude, vanitoso e arrogante; solo con loro però, perché dai pazienti è considerato premuroso e gentile, oltre che caritatevole e sempre disponibile verso i più poveri. Più volte risolve casi dichiarati incurabili da altri chirurghi, e questo lo rende sempre più impopolare fra i colleghi, tanto che nel 1835 è costretto a lasciare la Scozia e accettare la cattedra di Clinica Chirurgica all'University College di Londra.

Come chirurgo si rivela abile e velocissimo, e si specializza nelle amputazioni per le quali inventa tecniche e strumenti, alcuni dei quali in uso ancora oggi. Liston è in grado di amputare un arto in due minuti e mezzo. La rimozione di un tumore scrotale del peso di 20 chilogrammi in 4 minuti gli vale il soprannome di “coltello più veloce del West End”. E la rapidità con cui esegue gli interventi in un'epoca in cui non esiste l'anestesia è preziosa sia per limitare il dolore che per aumentare le probabilità di sopravvivenza: la maggior parte dei chirurghi infatti perdono un paziente ogni quattro, il chirurgo scozzese soltanto uno ogni dieci.

Le sue operazioni, seguite spesso da un folto pubblico, sono uno spettacolo. Che inizia sempre con la frase “Time me gentlemen” con cui Liston fa partire il cronometro. Il chirurgo incide la carne con un coltello, poi se lo mette fra i denti e procede a tagliare l’osso con una sega, infine richiude e ricuce il tutto cercando di limitare la perdita di sangue. Non sempre però le cose vanno bene: una volta nell'amputare la gamba ad un contadino preso dalla frenesia finisce per tagliargli via anche i testicoli. Così fra centinaia di interventi perfetti, più di uno finisce negli annali dei “great medical disaster”. E uno in particolare passa alla storia: l'amputazione di una gamba, al solito, in due minuti e mezzo. Liston inizia a tagliare, e l’uomo si dimena come un pazzo, con gli assistenti che tentano invano di bloccarlo. Nella concitazione il chirurgo taglia le dita di un assistente ed il cappotto di uno spettatore. Che però fra gli spruzzi di sangue pensa di esser stato ferito, e per lo spavento si accascia a terra fulminato da un infarto. Le ferite di paziente e assistente poi, come spesso accade, vanno in cancrena, e i due muoiono nei giorni seguenti. A conti fatti, è l'unico intervento chirurgico della storia con un tasso di mortalità del 300%.

Nel 1846 il chirurgo scozzese è il primo in Europa ad eseguire un' operazione utilizzando l'etere: la prima vera anestesia. Con il paziente addormentato completa l'amputazione in soli 25 secondi: si aprono scenari tutti nuovi. Che però non potrà esplorare. Robert Liston morirà infatti pochi mesi dopo in un incidente in barca a vela.



mercoledì 3 giugno 2020

530 - LA SPOSA CADAVERE




Sembra impossibile ma…
I primi ad essere rimasti a bocca aperta sono stati gli invitati al matrimonio: tutto si aspettavano fuorché veder arrivare la sposa dentro una cassa da morto trainata da un Motor Trike nero. Poi, una volta davanti all’ufficio del registro di Anglesey, in Galles, dove si celebravano le nozze, il coperchio con una grande immagine del “triste mietitore” si è sollevato, e lei, di bianco vestita, si è alzata e ha camminato, per rifugiarsi fra le braccia del futuro marito, l’unico informato dell’insolita apertura della cerimonia.

Così Jenny Buckleff, 58 anni, si è sposata con Christopher Lockett di 51. La donna è impiegata al servizio clienti dell'agenzia di scommesse Bet365, ma in precedenza, con una qualifica di imbalsamatrice, aveva lavorato per un'agenzia di pompe funebri. Agli invitati sbalorditi ha spiegato che il suo scopo era proprio fare una sorpresa: "Volevo solo fare qualcosa di leggermente diverso! Sono stata indecisa fino a ultimo se dirlo a Chris o no, ma mi è sembrato giusto avvisarlo. Come l’ha presa? Era un po' sorpreso, ma ha detto che se la cosa mi faceva felice, non aveva niente in contrario. Che altro potrei chiedere a un nuovo marito?”.

Alla guida del Motor Trike che trainava la bara c’era la cognata Hayley: ha sostituito il fratello Roger per motivi di salute (ha avuto da poco un infarto) che non gli hanno permesso di guidare come avrebbe voluto. La bara appartiene proprio a Roger, un regalo avuto da sua figlia che lui usava come trailer. E la cerimonia dark è stata fatta anche in suo onore: “Normalmente - spiega la sposa – non amo i look dark o heavy metal; mio fratello invece sì, è coperto di tatuaggi e piercing: per una volta ho voluto fare le cose secondo i suoi gusti. E’ stato bello poter fare qualcosa di un po’ diverso per fargli piacere". Jenny e Christopher avevano già 5 figli da precedenti matrimoni, e alla cerimonia erano tutti presenti. Jade, la figlia di 27 anni, ha commentato: "La bara? Sì, era un po' strana, ma che ci volete fare, mia madre è fatta così: non è mai normale”.


529 - UN PRINCIPATO IN AFFITTO




Sembra impossibile ma…
Se avete qualche soldo da parte e vi volete togliere uno sfizio, giusto per fare invidia all’amico che vi martella coi selfie dal resort delle Maldive, potete prendere in affitto, per una notte o per una settimana, un villaggio di montagna. O un intero Principato, anche piuttosto famoso: il Liechtenstein.

La singolare proposta nasce dalla joint venture fra Airbnb, community che offre alloggi di ogni tipo in tutto il mondo, e “Rent a Village by Xnet”, azienda di organizzazione eventi con sede nel Principato; oltre all’intero Liechtenstein, dedicato ai più megalomani, mette a disposizione 10 borghi: Brand, Alpbach, Mondsee, Goldegg, Pertisau e Werfenweng in Austria, Reit im Winkl, Trittenheim e Volkach in Germania e Engelberg in Svizzera.

Rent a Village non organizza convegni, conferenze e manifestazioni in una particolare sede, ma coinvolge l’intero Liechtenstein, con edifici pubblici, locali, attrazioni e con la collaborazione degli abitanti pronti a fare il possibile per rendere indimenticabile il soggiorno dorato dell’ospite. Che porta parecchi soldini: prendere il Liechtenstein in affitto costa infatti circa 50.000 euro per notte, compreso servizi accessori, visite guidate, ospitalità in ogni locale e consegna delle chiavi della città all’arrivo. Unico limite, un’organizzazione piuttosto complicata che ad esempio tempo fa ha compromesso l’accordo col rapper Snoop Dogg che voleva affittare il Principato per girare un video musicale, perché la sua casa discografica non aveva prenotato con un anticipo sufficiente.

Ma a cosa si ha diritto affittando un villaggio o l’intero Principato? Mettendo in conto qualche extra, l’unico limite è la fantasia. Eventi, ritiri aziendali e conferenze personalizzate, e poi esercenti locali e fornitori di servizi a completa disposizione; così come castelli, fortezze, campi sportivi, e alloggi di ogni tipo; si può anche rinominare piazze e strade cittadine, battere la propria moneta (temporanea), essere protagonisti di festival medievali, avere il borgomastro e la banda musicale a disposizione all’arrivo e alla partenza, ricevere le chiavi della città, partecipare a cene e degustazioni di vini nella tenuta di un nobile, e ancora tornei, spettacoli, fuochi d'artificio. E una diretta via satellite con le Maldive, per salutare quel poveraccio del tuo amico nel suo resort. Se sieto interessati, ecco il link.

 

 






528 - IL SACRO DRIVE IN




Sembra impossibile ma…
In un Paese costruito per le quattro ruote come gli Stati Uniti, dove a piedi non vai da nessuna parte, dove non c’è un bar con i tavolini fuori per fare due chiacchiere in piazza, dove in pratica non ci sono nemmeno le piazze, c’è chi non rinuncia alle comodità della propria automobile per nessuna ragione: neanche per il rito che più di ogni altro dovrebbe essere vissuto in comunità: la messa cristiana.

Dopo il cinema drive in, i Mc Donalds drive through, i supermarket dove si fa la spesa dall’abitacolo dell’auto, ecco in Florida la Daytona Beach Drive in Christian Church, la chiesa dove i membri della congregazione si riuniscono ogni domenica per seguire la messa confortevolmente seduti nelle loro auto con l'aria condizionata al massimo. La chiesa all'aperto non è esattamente una novità: è stata costruita sul sito di un vecchio cinema drive in nel 1953, e da allora ogni domenica il sacerdote dice messa dall’alto del suo pulpito di fronte a una vasta area erbosa affollata di auto di ogni tipo. Il pastore Bob Kemp-Baird è il primo ad essere convinto della bontà del modo in cui funziona la sua insolita parrocchia, e sotto9linea che chi lo ascolta ha modo di concentrarsi meglio che in qualunque chiesa sui contenuti del suo sermone, sia che apra i finestrini e si affidi all’amplificazione elettronica, sia che li tenga chiusi e segua le sue parole con l’autoradio.

I fedeli, intervistati di recente da un importante quotidiano americano, puntano invece sui vantaggi concreti della chiesa-drive in: c’è chi dice che in questo modo anche i disabili possono seguire la messa dalle loro auto, altri lodano la possibilità di piangere una persona cara o meditare sul messaggio evangelico in privato. E c’è anche chi è contento di poter portare a messa i suoi animali domestici. Insomma, 65 anni dopo la sua nascita, mai come in questa era di isolamento alimentato dalla tecnologia e di social che ci vendono l’illusione di una comunità molto virtuale e poco reale, la chiesa-drive in rischia di essere un modello vincente.



527 - QUEL RISTORANTE E' UN CESSO


 

Sembra impossibile ma…

Se vi piace la cucina asiatica e non siete troppo schizzinosi potete fare un salto in uno dei Modern Toilet Restaurant che stanno spuntando come funghi nelle downtown delle più grandi metropoli orientali. Modern Toilet è una catena di ristoranti a tema nati di recente a Kaohsiung, nel cuore di Taiwan: il successo è stato tale che oggi sono già 12 i locali di questo tipo in funzione a Taiwan e a Hong Kong, ma la moda si sta espandendo e presto saranno aperte nuove sedi a a Macao e Kuala Lumpur, in attesa di poter mangiare comodamente (?) seduti su un water anche dalle nostre parti.

E’ difficile raccontare un Modern Toilet Restaurant, se non altro per la scelta dei termini. Per averne un’idea, date un’occhiata ai filmati linkati. Intanto vi posso dire che se entrate ad esempio in quello della capitale taiwanese, disposto su tre piani e annunciato da un enorme wc che campeggia sulla facciata, vi troverete in un’ampia sala completamente arredata con oggetti da bagno. Le pareti sono ricoperte di piastrelle a mosaico con disegni… adeguati, dal soffitto pendono tubi e sciacquoni, fra un orinatoio e l’altro ci sono i tavoli su cui vengono serviti i pasti: lavandini del bagno coperti con piani in vetro. 

Al posto delle sedie, veri water coloratissimi con tanto di tavoletta che si alza. Il cibo, servito in alte ciotole a forma di wc o di bidè, assume un aspetto tutt’altro che invitante, come le bevande negli orinatoi di plastica in miniatura che i clienti possono portare a casa come souvenir. L’aspetto del gelato al cioccolato servito su simil carta igienica, lascia poco all’immaginazione, anche se la forma a spirale è un po’ il leitmotiv dell’oggettistica usata, dalla saliera al coprivivande. E le vere toilettes? Le mani si lavano nel water, ovviamente; per il resto, meglio non indagare.

Il proprietario della catena dice di essersi ispirato a un cartone animato giapponese, un robot che ama giocare con la cacca. Così ha aperto prima una toilet-gelateria, e visto il successo sono arrivati i ristoranti. E i milioni nelle sue tasche. Certo, l’idea forse è un filino kitsch, ma, è il caso di dirlo, pecunia non olet. 

 

526 - IL PENSIONATO HEAVY METAL



Sembra impossibile ma…
Se al giorno d’oggi è cosa rara riuscire a fare della propria passione un lavoro, c’è chi è andato oltre: l’ha trasformata in una comoda pensione di invalidità a vita. E’ accaduto in Svezia. Ringrazio Silvia Rosellini per la segnalazione, e vi presento Roger Tullgren.

Roger ha 47 anni e vive a Hässleholm vicino Helsingborg. Metallaro da sempre, con tutto il corredo di tatuaggi, corna, teschi e trucco da vittima di serial killer, va matto per l’heavy metal in tutte le sue forme, suona in una band locale, ascolta Black Sabbath, Metallica, Iron Maiden e il conterraneo Yngwie Malmsteen. Dire che non si perde un concerto è poco: nel 2006 ad esempio ne ha visti 300.

Una passione che, coltivata a questi livelli, gli ha dato parecchi problemi. Fino al giorno in cui Tullgreen ha pensato di consultare un dottore, e poi un altro e un altro ancora, finché non ha trovato chi si è convinto che la sua ossessione per l’heavy metal è talmente forte da configurare una vera dipendenza. Tanto che non gli permette di mantenersi un lavoro. “Per 10 anni – dice - ho tentato di far classificare la mia ossessione per la musica metal come un handicap Ho parlato con tre psicologi diversi e loro hanno finalmente acconsentito al fatto che io avessi bisogno di una pensione statale di invalidità per non essere discriminato”.

Così il suo amore per i “metalli pesanti” è stato riconosciuto come ossessione, e questa dichiarata una dipendenza che lo rende incapace a svolgere qualunque lavoro a tempo pieno. Quindi lo Stato gli ha permesso di trovarsi un lavoro ad hoc, completando il salario con la pensione. Roger oggi ha un impiego part-time come lavapiatti in un ristorante, dove può vestirsi da metallaro, ascoltare musica heavy metal e mollare tutto per andare a vedere concerti. Le critiche non mancano, ma lui non se la prende: “Li capisco, sono invidiosi” dice. E voi, avete qualcosa da dire a Roger? Ecco l’indirizzo Fb: magari vi risponde, tanto il tempo ce l’ha. 

 

525 - TUTTO IL MONDO IN UN QUARTIERE




Sembra impossibile ma…
C’è un parco che sembra uscito dal mondo della fantasia, una via di mezzo fra un sogno psichedelico da beat generation e il rendering per un centro cittadino del prossimo secolo, il tutto decorato con oggetti provenienti da 60 culture diverse. Il futuro è già presente a Copenaghen con Superkilen, visionario quartiere che mescola elementi di design provenienti da tutto il mondo.

Inaugurato nel giugno 2012, il parco urbano è circondato da una pista ciclabile e copre un'area di 30.000 metri quadrati. Il Comune richiedeva di ristrutturare il quartiere di Nørrebro, il più multietnico dell’intera Danimarca, nel cuore della città. Obiettivo, rispettare le diversità culturali e favorire l’integrazione dei residenti. I vincitori del bando (gli architetti di BIG, i paesaggisti di Topotek1 e gli artisti visivi di Superflex) hanno scelto di rappresentare tutte le 57 comunità etniche di Nørrebro con almeno un oggetto. Il progetto è partito dal basso, raccogliendo le idee e le proposte degli abitanti.

Il risultato è quasi una performance di arte contemporanea. Superkilen è suddiviso in tre zone: Red Square, Black Market e Green Park. La Piazza Rossa è un ampio quadrato dove domina il rosa shocking alternato con rosso vivo e arancione, ed è dedicata alla ricreazione e allo spettacolo. La notte si accende in forme angolari di luce al neon, sempre nelle diverse tonalità del rosa.
Il Mercato Nero gioca sui contrasti fra asfalto nero e strisce bianche e ruota intorno a una grande piovra lucida per i giochi dei bambini e a una fontana intorno alla quale incontrarsi sotto le palme per un barbecue. Il Parco Verde, più tradizionale, offre passeggiate fra prati verdi, collinette, alberi e aree per sport e picnic.

Gli arredi urbani arrivano da 60 Paesi diversi: panchine importate dal Brasile, tombini da Parigi, Zanzibar e Danzica, lampioni da Baghdad, cestini della spazzatura dall'Inghilterra, una fontana dal Marocco, la piovra-scivolo dal Giappone, portabiciclette dalla Finlandia, dissuasori dal Ghana, insegne al neon da Mosca… Una boccata di melting pot anche lontano dalla Grande Mela.


524 - I COSACCHI IN FRIULI




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Ringrazio l'amico Nanni Carmilla per la segnalazione e vi racconto l'incredibile Operazione Ataman. Anno 1943, la controffensiva russa sul fronte orientale costringe le forze armate tedesche ed italiane a ritirarsi dall'Unione Sovietica; con loro, inquadrati nella Wehrmacht, combattono alcune decine di migliaia di volontari cosacchi del Don, del Kuban e del Terek guidati dall'atamano Pëtr Nikolaevič Krasnov, già capo della resistenza cosacca filozarista nei giorni della rivoluzione. Rifugiato a Parigi, Krasnov nel 1938 aveva accolto la proposta dei comandi tedeschi di tornare a combattere contro gli odiati sovietici. In cambio i nazisti gli offrono al termine della guerra una “Kosakienland” tutta loro. Le cose però non vanno come previsto, e i cosacchi in ritirata coi tedeschi temono le rappresaglie sovietiche; il comandante della Wehrmacht Wilhelm Keitel li rassicura, e gli propone in attesa di tempi migliori una Kosakienland temporanea. Dove? Nel Friuli.

In quella zona nell'estate del 1944 la Resistenza è molto attiva, e in settembre è stata proclamata la Repubblica partigiana della Carnia. Mettendogli contro i cosacchi Il comando tedesco coglie due piccioni con una fava. Così ha inizio l'Operazione Ataman: nel giro di qualche settimana si compie un esodo biblico. A bordo di 50 treni merci, ma anche su centinaia di carri tirati da cavalli, 22.000 cosacchi (9.000 soldati, 6.000 anziani, 4.000 familiari e 3.000 bambini), e 4.000 Caucasici (2.000 soldati ed altrettanti familiari), con 6.000 cavalli e 30 cammelli percorrono migliaia di chilometri e arrivano nella "Kosakenland in Norditalien". Ci rimarranno 7 drammatici mesi, ricostruendo nei borghi della Carnia i loro stili di vita e imponendo alla gente friulana le loro abitudini, le tradizioni e le cerimonie religiose. Verzegnis diventa il quartier generale, Tolmezzo la sede del Consiglio cosacco; vengono create 44 stanitse (presidi militari) e ribattezzati alcuni paesi con nomi di città russe: Alesso diventa Novočerkassk, Trasaghis è Novorossijsk, Cavazzo è Krasnodar. I cosacchi requisiscono metà delle case e scacciano gli abitanti, pretendono cibo e foraggio per i cavalli. Seguono saccheggi, devastazioni e violenze, decine di civili vengono uccisi o seviziati; il parroco di Imponzo, don Giuseppe Treppo, viene giustiziato per aver tentato di difendere una ragazza del paese. Nei 7 mesi di permanenza i morti saranno 150, le donne violentate 100, 1000 i deportati in Germania, 400 le abitazioni incendiate. E in quei mesi per i cosacchi quella di stabilirsi definitivamente in Carnia diventa più che un'idea.

Che l'avanzata alleata in Italia spazza via: il 9 maggio 1945 i cosacchi sono costretti a fuggire. Attraverso il Passo di Monte Croce Carnico raggiungono Lienz in Austria; qui li aspettano gli inglesi, ai quali si arrendono in cambio della promessa di essere trasferiti in Canada. Promessa che non sarà mantenuta: ammassati in un grande accampamento alle porte della città e circondati, vengono caricati su treni per l'Unione Sovietica. Alcuni vengono uccisi mentre tentano la fuga, altri si gettano nelle acque della Drava. Krasnov e tutti i capi saranno processati, condannati a morte per tradimento e impiccati sulla Piazza Rossa. Tutti gli altri saranno deportati in Siberia; solo la metà di loro sopravviverà.
Guarda i video con il documentario (diviso in due parti) "I cosacchi in Carnia" di Noemi Calzolari.
 
 

 


martedì 2 giugno 2020

523 - PROFESSIONE SCHIAVO




Sembra impossibile ma…
Nelle colonie del nord America gli schiavi fino ai primi del settecento erano reclutati con il metodo della servitù debitoria, con tanto di contratto di lavoro valido sia per i bianchi che per i neri.

Anno 1654. La manodopera nelle colonie britanniche del nuovo mondo è composta in gran parte da “schiavi vincolati”, detti anche “servitori in debito”. Sono quasi tutti giovani emigranti che per fuggire dalla miseria si pagano il viaggio dall’Europa alle Americhe lavorando fino all’estinzione del debito. Al termine del periodo previsto nel contratto, nel quale non vengono pagati e sono soggetti all’autorità del padrone, sono liberi e possono realizzare il loro sogno come residenti permanenti nel nuovo mondo. Si stima che oltre metà dei bianchi immigrati nelle colonie inglesi siano stati servitori in debito. Il passaggio allo schiavismo "proprietario" (dove lo schiavo e la sua discendenza sono un bene del padrone senza limiti di tempo) si consumerà nel giro di pochi anni.

Il primo carico (non richiesto) di 30 schiavi neri da utilizzare come forza lavoro coatta sbarca in Virginia nel 1619, e si unisce al migliaio di schiavi vincolati già presenti. In breve i proprietari terrieri si rendono conto che la servitù debitoria è poco vantaggiosa, con il contratto che scade quando i lavoratori ormai esperti sono al top. Torniamo al 1654, data non casuale: è in quest’anno infatti che John Casor, africano, diventò il primo vero schiavo legale nelle colonie. In tribunale a Northampton dichiara di avere lo status di servitore in debito e chiede di essere trattato come tale. I giudici bocciano la richiesta e lo dichiarano proprietà privata a vita di Anthony Johnson, nativo dell’Angola, ex servo liberato alla scadenza del contratto.

Nel 1662 la Virginia vota una legge che prevede che chi nasce da madre schiava eredita la stessa condizione, a prescindere da chi sia il padre. Liberando così i bianchi che hanno avuto un figlio con una schiava da qualunque dovere. Infine nel 1705 viene varato il Codice degli schiavi, che indica come tali tutte le persone importate da paesi non cristiani, inclusi i nativi americani. E’ fatta: lo schiavismo è diventato di tipo proprietario e razziale. Sarà così fino al 1865 e per cambiare le cose servirà una guerra civile.

Negli Stati Uniti alla vigilia della guerra, nel 1860, gli schiavi legalmente riconosciuti erano 4 milioni. In 300 anni fino al diciannovesimo secolo gli africani deportati nelle Americhe sono stati oltre 12 milioni.
 
 
 

 
 

 
 
 



522 - L'ARRINGA PERFETTA




Sembra impossibile ma…
Il protagonista di questa vicenda dopo aver passato la vita nel tentativo di ritagliarsi un posto nei libri di storia, ha finito per essere ricordato soprattutto per un episodio: la sua incredibile morte.

Clement Laird Vallandigham nasce nel 1820 a New Lisbon nell'Ohio. Figlio di un pastore presbiteriano, studia legge prima di entrare in politica con i Democratici. Sconfitto alle elezioni per il Congresso, denuncia irregolarità, fa ricorso, vince ed entra alla Camera, dove sarà rieletto più volte. Alla vigilia della guerra di secessione vota contro l’abolizione della schiavitù: sostiene che si tratta di una questione che ogni Stato deve decidere da solo. In un discorso alla Camera, denuncia la politica di Lincoln che "Ha reso questo Paese uno dei peggiori dispotismi al mondo".

Diventa quindi il leader della fazione Copperhead dei Democratici e di un’organizzazione segreta di antimilitaristi, i Cavalieri del Cerchio d’Oro. Nel 1863, condannato all’esilio dalla corte marziale per opposizione alla guerra e intelligenza col nemico, va prima nella Confederazione, quindi in Canada. Lincoln lo considera un "agitatore scaltro" e teme di fare di lui un martire: quando l’avversario rientra in segreto nell’Ohio e riappare in pubblico, lo fa sorvegliare ma non arrestare. Finita la guerra e chiusa la parentesi politica, Vallandigham diventa un apprezzato giurista.

L’episodio per cui sarà ricordato avviene il 17 giugno del 1871 a Libano nell’Ohio. Il cinquantenne avvocato difende Thomas McGehan accusato di omicidio in una rissa da bar. Un caso disperato, perché l’uomo ha sparato al suo avversario di fronte a molti testimoni. Vallandigham sostiene la tesi che la vittima si sia maldestramente suicidata, nel tentativo di estrarre la pistola di tasca per uccidere il suo assistito. E durante l’arringa finale ricostruisce la scena in aula. Si mette in tasca una pistola che pensa essere scarica, si inginocchia e dice alla giuria: “Myers era esattamente in questa posizione. Ha preso la pistola, si è alzato…”. L’avvocato incespica, un lampo, un grido: “Mio Dio, mi sono sparato”. Un colpo all’addome: morirà dopo 12 ore. La dimostrazione conferma però la plausibilità del suo punto di vista. L’imputato viene prosciolto e torna libero. Morirà 4 anni dopo in una sparatoria dopo una rissa al bar. Clement Vallandigham entra nella storia giudiziaria, e non solo.
 
 

 





521 - IL SARTO VOLANTE




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. Una storia bizzarra, sconcertante, ridicola, atroce e drammatica. Franz Reichelt nasce a Vienna nel 1879. Nel 1898 si trasferisce a Parigi. E’ già un ottimo sarto e apre al numero 8 di Rue Gaillon un elegante negozio di abbigliamento femminile. Gli affari vanno bene, anche grazie alle numerose signore austriache in trasferta che visitano il suo atelier.

Ma la sua grande passione è l'aviazione, e il suo sogno, coltivato fin dai tempi di Leonardo da diversi pionieri, è quello di volare con un minimo di attrezzatura di supporto. Già a fine settecento Louis-Sébastien Lenormand si era lanciato dalla torre dell'Osservatorio di Montpellier, planando con successo fino al suolo grazie a un ampio telo di stoffa fissato a un telaio in legno. Quello che costruisce Reichelt, esperto di tessuti, è invece un vero abito per volare: una tuta-paracadute che si apre come una sorta di deltaplano, e rallenta la discesa. Il sarto perfeziona ogni giorno la sua invenzione, ed effettua con risultati alterni diversi lanci di prova con dei manichini gettandoli dal quinto piano del suo palazzo. A volte atterrano senza danni, più spesso vanno in frantumi, anche perché la tuta pesa ben 70 chili. La bocciatura ricevuta dall’Aéro-Club de France, che gli suggerisce di interrompere le ricerche, non lo scoraggia, anzi. Continua a lavorare e a perfezionare materiali e design. Poche settimane dopo indossa la tuta e salta da 10 metri. Per fortuna un covone di fieno attutisce la rovinosa caduta. Lui dà la colpa dell’insuccesso alla scarsa altezza da cui si è lanciato. E chiede l’autorizzazione per un collaudo dalla Torre Eiffel.

Il 4 febbraio 1912 Reichelt si presenta sotto la Torre con due amici. Sono le 7 di mattina di una gelida domenica. Una trentina di persone seguono l’evento. Una guardia lo ferma all’ingresso, ma lui mostra il permesso. Che parla di un manichino. Ma in breve sarà chiaro a tutti che sarà lui a lanciarsi. Indossa la tuta, che ora pesa solo 9 chili. Cercano di dissuaderlo, ma lui ormai ha deciso. Va avanti con i due amici e un cineasta che riprenderà l’impresa. Al primo piano, a 57 metri di altezza, sale su uno sgabello saluta il pubblico con un “À bientôt!” (a presto!), lancia in aria un pezzo di carta, per misurare la direzione del vento, e dopo aver esitato per una quarantina di secondi, si lancia. La tuta-paracadute lo avvolge subito, neanche si apre, lui cade a vite e si schianta al suolo. L'autopsia dirà che al momento dell’impatto era già morto, il cuore si è fermato durante il volo. Guardate il video. Io l’ho trovato terribile. E non per la caduta, ma per i 40 secondi che la precedono.


520 - L'INVENTORE DEL PANINO




Sembra impossibile ma…
In una calda serata di fine agosto del 1782 un nobile inglese inventò il panino. E senza saperlo, gli dette anche un nome: il suo. John Montagu, IV conte di Sandwich nasce nel 1718. Si prepara alla vita studiando a Eton e Cambridge e viaggiando, poi si insedia alla Camera dei Lord. Sarà ammiraglio e diplomatico e ricoprirà alte cariche dello Stato. Il tutto nel peggiore dei modi. Dedito a corruzione e prevaricazioni di ogni tipo nella vita pubblica, oggetto di scandalo in quella privata, impenitente donnaiolo e giocatore d’azzardo capace di sperperare intere fortune al tavolo da gioco.

Per anni Sandwich è l’amante di Fanny Murray, cortigiana di lusso citata anche da Casanova; poi sposa Dorothy Fane, figlia del primo visconte Fane, da cui ha un figlio; la donna soffre di una malattia mentale, e lui avvia una relazione con la cantante d'opera Martha Ray, che gli darà almeno 5 e forse 9 figli. Sulla figura della sua amante George Bernard Shaw modellerà il personaggio principale del suo Pygmalion, (e quindi poi di My Fair Lady). La donna viene assassinata nel 1779 nell'atrio della Royal Opera House da un corteggiatore geloso, e Sandwich non si riprenderà mai dalla sua perdita. Nel 1782 si ritira nella sue tenuta, dove dà sfogo a tutte le ore alla passione per il gioco d’azzardo. E qui nasce il panino.

Durante le lunghe sedute al tavolo verde il conte non ha neanche il tempo di mangiare. Una sera, in barba all’etichetta che richiede tempi lunghi e mille formalità per pranzi e cene, ordina ai suoi servitori di portargli tranci di carne fredda tra due fette di pane, in modo da mangiare senza smettere di giocare. Anche gli altri presenti ordinano "lo stesso di Sandwich!". Et voilà, il gioco è fatto. I biografi ufficiali del nobile britannico preferiscono una versione più "politically correct" che lo vede alla scrivania notte e giorno, tanto oberato dal lavoro da non riuscire neanche a staccare per la cena. A chi credere?  

Comunque sia, Montagu ha fatto cose importanti: ha organizzato i viaggi di James Cook nell'oceano Pacifico (e l’esploratore ha dato il suo nome a una serie di isole). Ha ideato il primo tentativo di raggiungere il Polo Nord, che si fermò alla latitudine 80° 48''. Secondo molti storici avrebbe notevoli responsabilità per la sconfitta nella guerra d’indipendenza americana. Ma è passato alla storia grazie al panino, conosciuto in tutto il mondo col suo nome. Che è anche quello della cittadina del Kent dove avvennero i fatti, a una ventina di chilometri da Dover, e dove ogni anno (quest’anno dal 24 al 27 agosto è il 236° anniversario), si festeggia la nascita del sandwich. 
Guarda nei video una divertente ricostruzione della nascita del sandwich e la storia del panino più famoso del mondo.





 


519 - IL LIBRO E IL FORMAGGIO




Sembra impossibile ma…
C’è un libro che è stato tanto popolare da diventare sinonimo dell’intera Italia. E da dare il nome a un formaggio: “Il Bel Paese”. Oggi del libro non si ricorda più nessuno, è rimasto il formaggio.

L’autore del bestseller, Antonio Stoppani, nasce a Lecco nel 1824, quinto di 15 figli. Laureato in geologia, nel 1848 viene ordinato sacerdote. Nello stesso anno partecipa da protagonista alle 5 giornate di Milano e si inventa un insolito mezzo di propaganda antiaustraca: progetta e fabbrica tante piccole mongolfiere, palloni gonfiati di aria calda, che volano dalla città e portano alle campagne notizie dell’insurrezione invitando i contadini ad unirsi alla rivolta.

Tornata la calma, ottiene una cattedra a Pavia e poi a Milano. Le sue lezioni sono le più seguite, l’abate parla con semplicità e riesce a farsi capire da tutti: una sorta di Piero Angela dell’epoca, che sempre nel segno della divulgazione nel 1876 pubblica “Il Bel Paese”. Il titolo richiama Dante “il bel paese dove il sì suona” e Petrarca, “bel paese che Appennin parte e il mar circonda e l' Alpe”. I contenuti sono una serie di conversazioni fra l’alter ego dell’autore, un colto narratore, e i suoi numerosi nipotini, che lo interrompono di continuo. Fra questi ultimi c’è una certa Marietta: è l’allora bambina Maria Montessori, nipote dello Stoppani. Quello che il sacerdote lombardo disegna è un viaggio da Nord a Sud fra le bellezze naturali dell’Italia della seconda metà dell’ottocento. Il linguaggio è comprensibile a tutti, il racconto sempre concreto: del resto l’autore non ha mai nascosto il suo disprezzo per Jules Verne, che con i suoi “Viaggi straordinari” fa furore ovunque, anche in Italia: perché inventare avventure, dice l’abate, quando la realtà e l’osservazione scientifica sono già così sorprendenti?

Per “Il Bel Paese” il successo è incredibile: dopo numerose edizioni, entra anche nelle scuole. Quando Stoppani muore, nel 1891, la sua opera è conosciuta da chiunque sappia leggere, da Aosta a Ragusa. Per questo nel 1906 Egidio Galbani, che lancia un nuovo tipo di formaggio, lo chiama Bel Paese. Su ogni forma rotonda, accanto alla cartina d’Italia, appare il ritratto dell’abate Stoppani. Ci rimarrà fino a pochi anni fa. Col tempo il libro è andato dimenticato. Il formaggio invece lo trovate nei supermercati di mezzo mondo.





518 - VIAGGIO DI SOLA ANDATA




Sembra impossibile ma…
Questa è una storia vera. La vicenda di 94 giovanissimi contadini cileni cancellati dalla storia e tornati come fantasmi 17 anni dopo la loro scomparsa. Il gruppo volò in Unione Sovietica alla vigilia del colpo di stato cileno del 1973. Per anni si è creduto che fossero stati uccisi prima di lasciare il Paese. A raccontare cosa è accaduto è uno di loro, Aldo Silva, che oggi ha 62 anni e vive a Maipù, nella regione di Santiago. Ringrazio Enrico Spagnoli per la segnalazione.

Il 4 settembre 1973 Aldo ha 17 anni quando sale su un Yliushin del Soviet Aeroflot al vecchio aeroporto Pudahuel di Santiago. Con lui 93 coetanei, 89 ragazzi e 4 ragazze, tutti di origine contadina. Vanno in Russia a studiare meccanica agricola al professionale di Akhtyrskiy, cittadina vicino Krasnodar, con l’obiettivo di promuovere la meccanizzazione della campagna cilena. Il colpo di stato che rovescerà Salvador Allende è imminente, questione di giorni. Non resteranno documenti, né file che registrino il viaggio. Gli archivi saranno bruciati durante il golpe. Dei 94 ragazzi non resterà traccia.

Appena arrivati a destinazione, intuiscono che qualcosa non va: non sanno una parola di russo, gli dicono "Allende, pum pum" e roba del genere. Quando capiscono, il mondo gli cade addosso. Vedono in televisione scene di violenza, le loro città ridotte a un campo di battaglia. E piangono, piangono. Poi, pensano una sola cosa: vogliono andarsene, tornare a casa. I russi gli spiegano che
è impossibile. “Per cosa sei venuto? Per studiare? E allora studia” gli dicono. Si buttano sui libri, tutti, seguono un programma rigoroso, studio, lavoro, attività fisica. Meglio, non c’è tempo per pensare. La vita ricomincia. Passano gli anni. Aldo sposa una delle 4 compagne di viaggio. Tanti amici sposano le donne russe. Ma il gruppo rimane compatto, come una famiglia, più di una famiglia. Si trasferiscono a Mosca, vanno quasi tutti all’università, si laureano. I loro figli vanno alla scuola cubana. Poi arriva la perestroika, il mondo cambia. Il gruppo si divide: alcuni restano in Russia, altri tornano in patria.

E’ il 1990. Ma il Cile non li accoglie bene: dopo la sorpresa iniziale, a malapena riescono a dimostrare di esistere, e non ricevono nessun aiuto, niente. “A 17 anni – dice Aldo - abbiamo lasciato un Paese di fratelli per compiere una missione. Ne abbiamo vissuti altri 17 da stranieri in Unione Sovietica, abbiamo studiato, messo su famiglia. Poi siamo tornati, ma non abbiamo trovato i parenti, gli amici. Siamo tornati in un Paese che non è più il nostro Paese”.

871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...