mercoledì 20 novembre 2019

169 - LA CHARVOLANT




Sembra impossibile ma...
Un insegnante inglese 200 anni fa ha inventato e utilizzato con successo la Charvolant, una carrozza trascinata da grandi aquiloni.

George Pocock nasce nel 1774 a Bristol e fin da giovanissimo ha una grande passione per gli aquiloni. Inizia a fare esperimenti prima a scuola con i suoi alunni, poi con i suoi figli. Nel 1824 piazza la figlia Martha di 12 anni su una sedia di vimini e la assicura ad un aquilone lungo 10 metri. La ragazzina, prima persona ad essere sollevata in aria da un aquilone, sorvola la campagna intorno al fiume Avon Gorge e arriva a un'altezza superiore ai 90 metri. “Non ho avuto paura, e il panorama da lassù è davvero splendido” dice appena scesa a terra; l'altro figlio, Alfred, si alza in volo da una spiaggia e atterra su una scogliera alta 60 metri, poi si aggancia al filo teso e ridiscende fino al mare.

Due anni dopo Pocock brevetta la sua fantastica invenzione: la Charvolant: due enormi aquiloni collegati fra loro trainano una carrozza con 4 passeggeri sulla tratta Bristol – Marlborough. La carrozza tocca i 30 chilometri orari, sfida e supera il più veloce dei mezzi di trasporto del tempo, la carrozza postale. Poi supera anche quella del Duca di Gloucester. Ma per non offendere il nobile, rallenta e si fa risorpassare. Per manovrare gli aquiloni Pocock utilizza 4 corde avvolte in bobine: controllano il movimento laterale e gli consentono di sterzare anche con la strada ad angolo retto rispetto al vento. Una sorta di timone a T guida la direzione delle grandi ruote anteriori. L'inventore scrive poi un libro “The Aeropleustic Art”, dove racconta quanto è bello e conveniente viaggiare a volo d'aquilone, visto che non paga pedaggi, quantificati in base al numero dei cavalli. Nei mesi successivi un gruppo di tre Charvolant viaggiano insieme per 113 miglia, e nel 1828 alla Regata di Liverpool una barca tirata solo da da aquiloni attraversa il Mersey superando forti maree e venti contrari. I riflettori sugli aquiloni di Pocock si spengono nel 1843, con la sua morte.

Non diventeranno mai un vero mezzo di trasporto, e bisognerà aspettare il 1999 perché Jimmy Lewis, famoso shaper di surf hawaiano, “inventi” il primo bidirezionale funzionale e lo battezzi kitesurf.

martedì 19 novembre 2019

168 - RICOMINCIO DA MARWEN




Sembra impossibile ma...
Vedi il film 'Benvenuti a Marwen' convinto che sia una storia di fantasia, e alla fine scopri che è tutto vero” mi scrive Laura Belforte. La ringrazio per la segnalazione, e vado a “spoilerarvi”, come si dice (purtroppo) oggi, l'incredibile vicenda raccontata da Zemeckis.

Mark Hogancamp nasce e cresce a Kingston, 150 chilometri da New York; dopo una carriera scolastica mediocre passa 5 anni nella Marina militare, poi si sposa, lavora come carpentiere e ha l'hobby del modellismo. Una storia come tante, rovinata dall'alcol che lo porta al divorzio e a perdere il lavoro. L'8 aprile del 2000 è in un bar; beve molto, e confessa una sua debolezza: quando è solo, ama mettersi scarpe da donna. Tanto basta perché 5 uomini lo aggrediscano selvaggiamente. Si sveglia in ospedale dopo 9 giorni di coma; il medico gli chiede “In che anno siamo?”. “Il 1984 risponde lui”. “No, è il 2000. Ti hanno picchiato in 5, hai rischiato di morire. Ora sei fuori pericolo”. “Li perdono” dice lui, parlando a fatica. Le botte gli hanno fracassato tutto, non cammina; e i calci in testa gli hanno rubato la memoria. Non ha i soldi per l’assicurazione medica, per la riabilitazione deve arrangiarsi. Impara a fatica di nuovo ogni cosa: camminare, parlare. Il periodo che ricorda meglio è quello trascorso nell’esercito. Ma gli ultimi 15 anni non esistono.

E allora si rifugia a Marwencol (dall'unione del suo nome con Wendy e Colleen, due donne di cui sarebbe stato innamorato), una cittadina belga in miniatura con tanto di abitanti in scala. La costruisce giorno dopo giorno nel giardino della sua casa-roulotte: una specie di set dove negli anni ambienta le storie che inventa, e le fotografa con una vecchia Pentax. L'epoca è la seconda guerra mondiale, il protagonista è Captain Hogie, il suo alter ego che combatte i nazisti aiutato dalle donne della città. Storie di violenza e di paura: in alcune 5 SS massacrano di botte Captain Hogie, che poi però si vendica. Il suo universo parallelo cresce ogni giorno: per i concittadini, che lo vedono in giro col modellino di una vecchia jeep e i personaggi dei suoi set, è “quello strano”; il fotografo David Naugle vede i suoi scatti e gli organizza una mostra. Di lui parlano giornali e tv, e “quello strano” diventa un artista affermato. Strana è la vita, “Una lunga sceneggiatura della quale siamo i protagonisti” dice Mark con un sorriso che non sai se è suo o di Captain Hogie. Nel 2018 Robert Zemeckis racconta tutto in Benvenuti a Marwen. Il film, dicono i critici, non è bellissimo. La storia di Mark sì.

lunedì 18 novembre 2019

167 - SPOSI BAGNATI, SPOSI FORTUNATI




Sembra impossibile ma...
Sta prendendo piede fra gli appassionati di immersioni di tutto il mondo la moda del matrimonio subacqueo. La cerimonia di gruppo si svolge da una ventina d'anni nei giorni intorno a san Valentino nel mare delle Andamane, sull'isola di Trang in Thailandia. Tutto è cominciato nel 1995 quando una coppia di esperti sub ha avuto l'idea di sposarsi sott'acqua per pubblicizzare il progetto di conservazione della barriera corallina dell'isola; da allora ogni anno diverse coppie hanno fatto la stessa scelta, e nel 2000 il Guinness dei primati ha dichiarato l'evento “la più grande cerimonia di nozze subacquea del mondo”. Nel 2007 poi il governo thailandese lo ha nominato “progetto di identità nazionale del Paese”.

Quest'anno più di 30 coppie provenienti da tutto il mondo si sono sposate sull'isola. L'evento dura 3 giorni, inizia la mattina del 12 febbraio quando tutte le coppie registrate partecipano prima alla cerimonia di benvenuto al Thumrin Thana Hotel, poi alla sfilata di nozze in stile thailandese con bande musicali che accompagnano gli sposi dall'hotel alla Trang Clock Tower fra due ali di folla. La mattina dopo tutte le coppie si recano al molo di Pak Meng, e in barca raggiungono una spiaggia interamente decorata a nozze (come anche la barca e l’area subacquea); qui seguendo le indicazioni dell’istruttore subacqueo si immergono fino alla Grotta dello smeraldo, dove alla profondità di 8 metri si celebra la cerimonia, con lo scambio delle fedi, il bacio “con le bolle” e la registrazione delle nozze; il rituale "Rot Sai Sang" completa le formalità. Seguono le foto di rito con tutti gli invitati, nello scenario fantastico della barriera corallina, a una profondità fra gli 8 e i 12 metri, fra pesci colorati e tartarughe marine. Nel tardo pomeriggio inizia il ricevimento a Pak Meng Beach, dove le coppie sposate ricevono il certificato di matrimonio. La cena nuziale poi va avanti fino a tarda notte. Il 14 febbraio, appuntamento a Wat Khao Mai Kaeo per suonare il gong della prosperità e la campana della felicità. La tre giorni si conclude con la visita di due antichi santuari di Trang.

Se l'idea vi piace, ricordate che alle coppie europee sono richiesti solo passaporto e copia della licenza subacquea, oltre a maschere, mute e pinne per tutti i partecipanti. E che il certificato di matrimonio ricevuto non è legalmente vincolante in Italia.

166 - LA CITTA' DEL CIELO




Sembra impossibile ma...
Questa è una storia vera. Quando Juan de Oñatey Salazar, nipote del conquistador Hernan Cortes (e pronipote dell’imperatore azteco Montezuma) vide apparire in lontananza la rupe imponente della Città del cielo, pensò che non sarebbe stata una passeggiata portare fra i nativi che la popolavano il verbo del Signore e l'autorità di Filippo II di Spagna. Correva l'anno 1598 e il re gli aveva ordinato d’insediarsi come governatore nei selvaggi territori a nord del Rio Grande, non lontano dall'odierna Albuquerque, in New Mexico. Zutacapan, capo dei 6.000 indiani Acoma che popolavano la rupe, li vide arrivare dall'alto, e al contrario di tutte le tribù dei dintorni, non si spaventò per le armature dei 130 soldati barbuti che luccicavano al sole, né per i 150 animali mai visti sui quali procedevano. La sua era pur sempre l'indomita Città del cielo, inespugnabile nido d'aquila collegato al mondo solo da una ripida scalinata scolpita nella roccia. E già da 4 secoli resisteva agli assalti dei nemici più temibili, i predoni nomadi Apache e Navajo.

Don Juan chiese di negoziare, ma in realtà voleva saggiare le capacità difensive della città. Inviò il nipote, Juan de Zaldivar, con 11 soldati. L'accoglienza fu diffidente ma amichevole, nel segno dell'ospitalità, ma dopo la cena accadde qualcosa: secondo alcune cronache, un soldato violentò una ragazza indiana. Gli animi si accesero, seguì un breve scontro. La mattina dopo i corpi dei 12 armigeri furono gettati giù dalla rupe. La risposta non si fece attendere. 70 cavalieri con armi da fuoco bloccarono ogni via di fuga all'imboccatura dello stretto sentiero. Gli indiani, con pietre, lance e frecce, resistettero 3 giorni, poi un potente cannone fu piazzato su uno sperone di roccia e fece piovere un inferno di fuoco sulla città. Fu un massacro: gli Acoma lasciarono sul campo oltre 800 morti, i superstiti che si aggiravano fra le case in fiamme furono deportati in catene, ogni maschio di età superiore ai 25 anni subì l’amputazione del piede destro prima di essere ridotto in schiavitù, maschi e le femmine tra i 12 e i 25 anni furono resi schiavi per 20 anni, tutti i bambini furono affidati ai missionari per essere cresciuti nella vera fede. 

Oñatey fu talmente duro e spietato che il nuovo re Filippo III, dopo un processo, gli tolse la carica di governatore e lo bandì a vita dalle colonie. La Città del cielo, ricostruita e ripopolata da nativi, fu affidata ai frati della missione di San Estéban del Rey, ma i continui abusi di potere da parte di religiosi e politici portarono nel 1680 a una grande rivolta, e 22 dei 33 frati furono bruciati vivi sul posto. Gli scontri continuarono fino al passaggio con gli Stati Uniti, poi gli abitanti della Città del cielo subirono la sorte di tutti gli altri nativi.

Oggi dopo epidemie e carestie gli abitanti di Acoma Pueblo sono meno di 500, c'è un centro culturale, un piccolo museo, e i turisti che lo visitano pagando un biglietto possono dormire nell'hotel annesso allo Sky City Casinò.

venerdì 15 novembre 2019

165 - MINNESOTA STARVATION EXPERIMENT




Sembra impossibile ma...
36 obiettori di coscienza americani nel 1945 sono stati ridotti a larve umane da un esperimento sugli effetti della carenza di cibo condotto negli Stati Uniti da un fisiologo di fama mondiale.

Il dottor Ancel Keys è un luminare della fisiologia del novecento. Fra le altre cose ha inventato le razioni K poi usate dagli eserciti di tutto il mondo, ed è il padre della dieta mediterranea, di cui ha riscoperto e divulgato i benefici. Sull'onda del successo delle razioni K nel 1943 l'esercito degli Stati Uniti approva la sua proposta per finanziare uno studio sulla fame lungo un anno per verificare gli effetti della privazione di cibo sul corpo umano. E gli fornisce anche giovani volontari sani per i suoi studi. Sono obiettori di coscienza: le convinzioni pacifiste li hanno portati al rifiuto di andare in guerra, una scelta che hanno pagato cara a livello sociale. Umiliati e derisi da amici e vicini, stanno servendo il loro Paese con impegnative attività di servizio civile, dalla lotta agli incendi alla cura dei malati di mente. Keys seleziona fra di loro 36 volontari tutti in ottima salute fisica e mentale, per usarli come cavie da laboratorio.

L'esperimento inizia alla fine del 1944, i 36 obiettori entrano nella caserma senza finestre sotto lo stadio di football dell'università che li ospiterà nei 12 mesi successivi. All'inizio possono uscire e anche frequentare corsi universitari, ma devono camminare almeno 22 miglia a settimana, e mangiare solo il cibo fornito dal laboratorio, pesato e registrato al milligrammo. Le prime 12 settimane sono di controllo, poi comincia l'inferno. Nelle successive 24 settimane
le razioni sono dimezzate, l'attività fisica no: in breve tutti perdono chili su chili, e sperimentano drammatici cambiamenti fisici, emotivi, psicologici e sociali. Dopo 6 mesi sono fantasmi: la temperatura corporea media è scesa di un grado, la frequenza cardiaca a 35 battiti al minuto, tutti hanno disturbi alla vista, all'udito, dolori diffusi. Sono deboli, apatici, hanno perso ogni interesse, la loro vita ruota intorno al momento dei pasti. Parecchi hanno problemi psichiatrici, uno si taglia tre dita con un'ascia. Le ultime 12 settimane sono di riabilitazione. 

Ogni istante dell'esperimento, che si conclude nel dicembre 1945, è stato monitorato. Le descrizioni dello stato dei 36 partecipanti nella fase finale sono da brividi. Keys pubblica i risultati nel 1950 nelle 1385 pagine del libro “The Biology of Human Starvation”. In seguito si trasferisce con gran parte del suo staff a Pioppi, un villaggio di pescatori nel Cilento, dove studia la dieta mediterranea. Ci resterà 40 anni. Muore a 100 anni nel 2004.

164 - IL CIELO IN UN DISCO




Sembra impossibile ma...
Un disco intarsiato in Germania 4000 anni fa e ritrovato nel 1999 raffigura la più antica immagine del cielo mai realizzata. Gli autori del ritrovamento avevano tentato di farlo passare per un falso, e solo di recente gli archeologi ne hanno attestato l'autenticità.

Il Disco di Nebra è una lastra in metallo con applicazioni in oro che
raffigurano fenomeni astronomici. A trovarlo nell'estate del 2009 sono due cacciatori di tesori armati di metal detector (dalle nostre parti li chiamiamo più sinteticamente tombaroli) in una cavità in cima al Mittelberg, un colle vicino alla cittadina di Nebra. All'inizio i due pensano sia il coperchio di un vecchio secchio. Per fortuna lo mettono insieme ad altri oggetti trovati e lo propongono ad un commerciante di Colonia, che si rende conto dell'importanza del reperto e glielo paga 31000 marchi. In seguito il Disco viene rivenduto più volte finché nel 2001 viene messo sul mercato nero a 700.000 marchi. L'archeologo Meller fissa un appuntamento a Basilea spacciandosi per acquirente; qui la polizia svizzera arresta due ricettatori, l'istitutrice di un museo e un'insegnante. I 4 vengono condannati a pochi mesi di reclusione, ed è durante l'appello che la difesa gioca la sua carta: il Disco – dicono – è un falso del XIX secolo, opera di dilettanti. Se la tesi fosse accettata, cadrebbe l'accusa di ricettazione. Vengono convocati i più importanti archeologi e geologi, che effettuano analisi sofisticate. Verdetto: il Disco è dell'età del bronzo; per i ricettatori c'è la prigione.

Il Disco di Nebra è semicircolare, pesa 2 chili, ha un diametro di 32 centimetri ed è spesso 4,5 mm al centro e 1,7 mm sul bordo. Le applicazioni in lamina d'oro sono state aggiunte ad intarsio. Il Disco è stato fabbricato tra il 1700 a.C. e il 2100 a.C. e poi sotterrato nel 1600 a.C. L'oro proviene dal fiume Carnon in Cornovaglia, da dove arriva anche lo stagno contenuto nel bronzo. L'immagine raffigura la luna, piena e come falce crescente, le Pleiadi e altre stelle; può indicare il momento in cui avviare i lavori agricoli, o anche un calendario per l'anno solare. Opera di una civiltà mitteleuropea, è la prima raffigurazione del cosmo nella storia dell'umanità, anticipando di 200 anni la scoperta del più antico reperto egiziano del genere.

163 - LA NAVE MALEDETTA




Sembra impossibile ma...
La vicenda del brigantino Mary Celeste dopo 150 anni è ancora un mistero: perché fu ritrovato mentre andava alla deriva, deserto e senza tracce di lotta o violenza? E che fine fece il suo equipaggio?

Il 7 novembre 1872 la Mary Celeste salpa da New York diretta a Genova. La comanda il capitano Benjamin Briggs, comproprietario della nave con l’armatore James Winchester. Trasporta un carico di 1701 barili di alcol industriale. A bordo oltre al comandante e a 7 marinai di equipaggio ci sono la moglie del capitano Sarah e la figlia di due anni, Sophia Matilda. Un mese dopo la Dei Gratia, un altro brigantino mercantile, avvista a 350 miglia dalle Azzorre una vela alla deriva. Il mare è calmo, il capitano David Morehouse osserva col cannocchiale e nota che naviga malamente, ha parte delle velature stracciate e in coperta non si vede nessuno. Poi legge il nome, Mary Celeste: il comandante Biggs è un suo buon amico. Accosta e sale a bordo con due uomini. E trova il deserto. La nave è in buone condizioni, c'è acqua potabile e cibo in cambusa, ogni cosa è in ordine. Manca solo una scialuppa e alcuni strumenti di navigazione. Sul libro di bordo niente di strano: l'ultima annotazione di Briggs è per l'avvistamento delle Azzorre. Morehouse traina il vascello fino a Gibilterra, dove viene aperta un'inchiesta.

Per anni vengono formulate le ipotesi più diverse: dalla pirateria al maremoto, dall'ammutinamento alla tromba d'aria, dall'attacco di una piovra gigante al rapimento da parte di alieni. Ad alimentare il mistero ci si mette Arthur Conan Doyle, scrittore di successo, che ne fa un racconto ricco di elementi suggestivi ma fantasiosi, che poi per anni verranno presi per buoni. L'inchiesta prima segue la pista dell'equipaggio che si ubriaca con l’alcol trasportato, uccide gli ufficiali e fugge, ma si tratta di alcol puro per uso industriale e non è bevibile. Poi di una truffa che coinvolge Briggs e Morehouse, ma senza esito. Oggi l'ipotesi più probabile è che l'equipaggio, preoccupato per i vapori fuoriusciti da alcuni barili danneggiati, temendo un esplosione, sia sceso per precauzione in una scialuppa pensando di risalire più tardi a bordo, e la rottura della cima che li collegava alla nave abbia reso impossibile il ritorno. Nessuno di loro sarà mai ritrovato.

Di certo fin dal varo, nel 1861, la Mary Celeste fu vittima di un'incredibile serie di disavventure e incidenti, tutti documentati, e negli 11 anni successivi al ritrovamento cambiò 17 proprietari, perché i marinai la ritenevano maledetta e si rifiutavano di imbarcarsi. Nel 1885 fu fatta naufragare per frodare le assicurazioni, ma l'imbroglio fu scoperto e gli autori fecero tutti una pessima fine. Nel 2001 una spedizione ha ritrovato i resti del brigantino incagliati sui fondali al largo di Haiti.

162 - LA PROFEZIA




Sembra impossibile ma...
Una beffa geniale e crudele ha concluso la guerra mediatica fra due presunti astrologi e indovini: uno dei due ha predetto il giorno della morte dell'altro che, passata la data fatidica, ha trascorso il resto della vita a cercare inutilmente di dimostrare di essere ancora vivo.

Londra, anno 1708. L'Almanacco è la lettura più popolare; contiene le previsioni astrologiche sull'anno che verrà, e lo comprano tutti, poveri e ricchi. Gli indovini o presunti tali fanno fortuna grazie ai loro pronostici. Il più celebrato è John Partridge, ex calzolaio diventato astrologo; ha fama di saper prevedere la data di morte di chiunque. Il suo Almanacco, il Merlinus Liberatus, è un bestseller; nel numero appena uscito, predice fra l'altro che in aprile un'epidemia di febbre colpirà la città. Ai primi di febbraio esce un altro Almanacco scritto da un astro nascente dell'astrologia: Isaac Bickerstaff. Fra le predizioni, una fa discutere: il 29 marzo alle 11 di sera Partridge morirà di febbre perniciosa. Il “collega” più noto la legge stupito e, fatti gli scongiuri, nega sdegnato la validità della profezia. Diventa una specie di sfida. Il 30 marzo Bickerstaff pubblica un opuscolo: “Partridge è morto – annuncia - non sono stato precisissimo, perché il decesso è avvenuto 4 ore prima del previsto, alle 7, ma la profezia si è avverata. Sapevo che stava male, ero andato a casa sua e l'ho sentito pronunciare le ultime parole, con le quali ha confessato di essere un ciarlatano e un imbroglione”.

Il 31 i giornali rilanciano la notizia, e la mattina del primo aprile Partridge viene svegliato dalla moglie: l'incaricato della parrocchia, ha appena bussato per accordarsi sul suo funerale. Esce in strada, e la gente lo evita, o lo guarda e dice “però gli somiglia”. Infuriato, scrive subito un opuscolo dove proclama di essere vivo e sano. La gente non gli crede. Del resto Bickerstaff li aveva avvisati: un uomo tenterà di spacciarsi per Partridge. E' un impostore, lui è morto. La burla funziona così bene che l'indovino, convinti i parenti e la polizia, passerà i 7 anni di vita che gli restano a cercare di provare inutilmente la sua esistenza, mentre il suo Almanacco, ritenuto scritto da un millantatore, resterà invenduto. Il suo avversario l'ha ucciso dal punto di vista mediatico.

Solo molti anni dopo rivelerà la sua vera identità: Isaac Bickerstaff non è mai esistito, è lo pseudonimo di Jonathan Swift, il celebre scrittore autore dei Viaggi di Gulliver. Con una buona dose di humour nero ha ideato la burla per screditare Partridge e il suo Almanacco dopo essersi chiesto: è giusto speculare con freddezza sulla data della morte di un uomo per accertarsi se la profezia di un indovino si realizzerà?

161 - OSTRICA CON SORPRESA




Sembra impossibile ma…
Trovare una perla in un’ostrica non è poi così straordinario; lo è molto ma molto di più se sei a tavola al ristorante e la perla rischi di inghiottirla alla prima cucchiaiata di zuppa a base di ostriche.

E’ quanto è accaduto in questi giorni a Rick Antosh, 66 anni, americano di Edgewater (New Jersey). L’uomo stava cenando in pieno centro di New York con un ex compagno di classe delle superiori, una rimpatriata dopo anni che i due non si vedevano. Fra una chiacchiera e un ricordo dei vecchi tempi, ha ordinato l’oyster pan roast, piatto forte del ristorante, il Grand Central Oyster Bar & Restaurant, all’interno del terminal ferroviario di Manhattan. Non sapeva che stava per fare la migliore operazione finanziaria della sua vita: un una zuppa da 15 dollari per una perla da oltre duemila.

Alla prima cucchiaiata – racconta Antosh - ho sentito qualcosa di duro sotto i denti, manon l'ho morso. Ho pensato che mi fosse saltata un otturazione, o addirittura un dente. Così ho rimosso l’oggetto dalla bocca con cautela, l’ho sciacquato e ho visto che era grosso come un pisello, non perfettamente rotondo, bianco ma con un punto nero al centro. Ho pensato che fosse un pezzo di utensile di cucina che si era rotto, e ho chiamato il cameriere”. E’ stato lui a capire che si trattava di una perla; poi ha chiamato lo chef, che ha confermato. E ha aggiunto che trovarne una è cosa estremamente rara: in 28 anni di carriera a lui era capitato un caso del genere solo un’altra volta. Le probabilità che una perla si formi in un'ostrica sono stimate in una su 10.000, figuriamoci quelle che poi arrivi in un piatto al ristorante.
 
Di certo – ha aggiunto ridendo Antosh - è stata la miglior zuppa di ostriche che abbia mai ordinato. Adoro questi molluschi, e ora le mangerò più spesso. Hai visto mai? Magari mi faccio una collana. Intanto questa non la farò neanche valutare (valore secondo gli esperti, supera comunque i duemila dollari), tanto non la vendo: diventerà un anello, un portafortuna”.

160 - IL LAGO DEGLI ANIMALI PIETRIFICATI




Sembra impossibile ma...
C'è un lago nella Rift Valley africana le cui acque contengono una sostanza letale per gran parte degli esseri viventi. E gli animali che muoiono sulle sponde restano pietrificati, come macabre statue.

Il “lago della morte” è il Natron, nella Tanzania settentrionale, a 600 metri di altitudine alle pendici del vulcano Gelai. Le dimensioni dello specchio d'acqua variano di parecchio a seconda delle stagioni, ma la profondità non supera mai i tre metri. Il lago contiene grandi quantità di carbonato idrato di sodio, conosciuto appunto come natron, una sostanza utilizzata in passato per l’imbalsamazione per le sue proprietà di assorbimento dell’acqua dai corpi. Il natron deriva il suo nome dalla parola egizia ntry (divino); il simbolo del sodio, Na, deriva dal nome latino natrium, che a suo volta deriva dal nome egizio. La miscela presente in questo lago rende le acque simili all’ammoniaca, con un pH alcalino compreso tra 9 e 10,5 e una temperatura che può raggiungere i 60°C, e sono densamente popolate da colonie di microrganismi (cianobatteri) che contengono il pigmento rosso vivo che dà il colore all’intero lago, con striature bianche dovute all'accumulo di sodio. Nelle stagioni calde e asciutte la salinità aumenta e con essa il pH, rendendo le acque ancora più tossiche. Il che non significa, come si legge spesso sul web, che il lago uccida e pietrifichi gli animali, come la mitologica Medusa.

Il professor Thure Cerling, dell’università dello Utah, conferma che i numerosi animali pietrificati che si trovano intorno al lago, sono morti prima dell’ingresso in acqua, e le sostanze chimiche presenti hanno solo in seguito imbalsamato le carcasse. Nessuno sa per certo come e perché muoiono, se a causa delle esalazioni o, come sembra più probabile, confusi dai riflessi della superficie del lago fino a precipitare. Fatto sta che il panorama che si presenta ai visitatori è davvero tetro: un lugubre museo di carcasse pietrificate. Con un'inattesa eccezione: i fenicotteri rosa, unica specie immune ai micidiali effetti, che vivono numerosi in questo ambiente ostile grazie allo strato corneo su zampe e becco che li protegge dal contatto con le acque del lago, che oltre ad essere imbevibili sono estremamente caustiche.

159 - LA DONNA PUZZOLA




Sembra impossibile ma...
Una singolare attrazione ha reso famosa una cittadina dell'Indiana, Howe: i turisti arrivavano da tutti gli Stati Uniti per vedere “Chrissy the Skunk Woman”, la donna più sporca del mondo.

Christina Hand nasce a Valley Forge, a pochi chilometri da Howe, nel 1838. Gli Hand sono la classica famiglia di pionieri arrivati dall'Est, e nel 1870 farà la sua parte nella costruzione della ferrovia. I genitori di Christina muoiono affogati nel Buck Lake durante un'uscita in barca, probabilmente ubriachi. Lei si sposa 4 volte, e almeno due dei mariti sono ad alta gradazione alcolica e la lasciano vedova presto. Lei si ritira in una baracca vicina al cimitero, in compagnia di numerosi animali, prima domestici poi sempre più selvatici; gradatamente perde contatto col vivere civile. E dimentica l'esistenza dell'acqua e del sapone. Gli abitanti del paese ci fanno l'abitudine, del resto non dà noia a nessuno.

Chi la conosce racconta di una donna incredibilmente sporca, vestita con vecchi stracci consunti e scarpe da uomo. La baracca dove vive è così lurida che è impossibile avvicinarsi, il fetore è insopportabile e chi si accosta lo fa con una protezione al naso. All'interno, una scatola rotta fa da tavolo, un mucchio di paglia e stracci è il letto. In fondo alla baracca, una grande pila di ossa e carcasse di animali. Quelli vivi invece sono decine: gatti, cani, galline, un corvo, e poi lucertole e serpenti liberi sul pavimento. E soprattutto moffette, tante moffette, con le quali parla; una di queste, “Old Rover”, è la sua preferita, e la tiene sempre in braccio.

Poi arriva la pubblicità: una sua foto viene pubblicata sui giornali, la didascalia recita: "Se vuoi vedere la donna più sporca del mondo, vai a Howe". Arrivano a centinaia. Lei li accoglie con gentilezza, li invita ad entrare in casa, esibisce le sue puzzole; alla fine le lasciano qualche moneta, che lei seppellisce ovunque in cortile, come i cani con le ossa. Finché qualcuno in paese ha un'idea: Crissy ora un po' di denaro ce l'ha, se si aggiungono i proventi della vendita della sua foto in paese, le costruiamo una casa tutta nuova e pulita. Lei accetta entusiasta. Rinuncia alle sue moffette, entra dopo anni in una vasca da bagno, indossa abiti nuovi e, tutta felice, inaugura una casetta linda come non mai. Ha 87 anni. Subito dopo si ammala e neanche un mese dopo, il 15 novembre 1925, muore.

158 - L'APPUNTAMENTO




Sembra impossibile ma...
Fra le milioni di storie partorite dalla rete ogni tanto ne scopri di così assurde che scuoti la testa e pensi: “è una fake news”. La verifichi per scrupolo, e trovi che è vera, come quella capitata a Liam Smith.

La storia che vi racconto è tutta figlia del web. Nasce su Tinder, un social per incontri online, e finisce su Gofundme, un crowdfunding per raccogliere fondi. Siamo a Cabot Ward in Inghilterra; da queste parti Tinder lo usano in molti. C'è chi cerca l'anima gemella e chi un appuntamento toccata e fuga. Liam è uno di questi, e stasera le cose sembrano andare nel migliore dei modi: ha rimorchiato una bella ragazza, e dopo una cenetta romantica l'ha portata a casa sua. Tutto perfetto, fino a quando lei, di cui non è stato reso noto il nome, chiede di andare un attimo in bagno. Liam aspetta impaziente, ma l'attimo diventa minuto e il minuto mezz'ora. Preoccupato, bussa alla porta della toilette. E lei esce con la testa bassa, rossa in viso, sta quasi per piangere. Che è successo?

Lo racconta imbarazzatissima la stessa ragazza: “Ho fatto la cacca nel tuo gabinetto – dice – ma non funzionava lo sciacquone. Ho provato e riprovato, niente. Poi ho fatto una cosa terribile; non so perché, mi era preso il panico. Ho ripescato il tutto dal water, l'ho avvolto nella carta igienica, ho aperto uno spiraglio della finestra e l'ho lanciata in giardino”. Quello di cui la giovane non si è accorta è che la finestra del bagno ha una strana struttura: doppi vetri e un ampia intercapedine fra un vetro e l'altro. Così il pacchetto finiscenello spazio in mezzo, e la finestra è bloccata; inutile ogni tentativo di aprirla. Dopo la confessione, la ragazza chiede aiuto all'attonito compagno per calarsi nell'intercapedine: “Tranquillo – dice – sono una ginnasta dilettante, se mi tieni, recupero l'involucro e getto via tutto”. Così si insinua fra i due vetri e in effetti raggiunge il pacchetto. Ma non riesce più ad uscire, è letteralmente incastrata; dopo un quarto d'ora di tentativi, Liam chiama i vigili del fuoco che la liberano faticosamente. Per farlo però distruggono la finestra; il conto è salato: 445 sterline.

Smyth torna online e lancia un crowdfunding su Gofundme raccontando la disavventura. Stavolta è un successone: raccoglie 2835 sterline, paga la finestra e il resto lo dà in beneficenza ai vigili del fuoco. E l'appuntamento? Quello è finito male: pare che il richiamo erotico fra i due fosse un po' in calo.

157 - LA MALEDIZIONE DELLE 7 SORELLE



Sembra impossibile ma…
Le sette sorelle Sutherland fecero un’enorme fortuna grazie alle loro foltissime chiome. E la dissiparono fino a morire in miseria.

Sarah Sutherland nasce a Cambria, nello stato di New York, nel 1851. Mary Sutherland nasce nella stessa cittadina 14 anni dopo. In mezzo ci sono Victoria, Isabella, Grace, Naomi e Dora. La madre Mary, una musicista, muore nel 1867, dopo avere iniziato le figlie all’arte del bel canto. Il padre Fletcher è un ex vagabondo, che, scomparsa la moglie, torna nella più totale indigenza, e con lui le 7 ragazze: una famiglia di straccioni evitata dalla brava gente di Cambria. Unica dote comune a tutte le figlie, una foltissima capigliatura corvina. Così Fletcher ha un’idea: le propone al Barnum & Bailey Circus, che nel suo sideshow presenta freaks e stranezze da tutto il mondo. E le 7 sorelle diventano un’attrazione.

Il loro numero le vede cantare e danzare, vestite di bianco. Poi il gran finale: le ragazze si voltano di spalle all’unisono e lasciano cadere le chiome giù, giù, fino ai piedi, fin dentro la buca dell’orchestra. Oltre 12 metri di capelli in tutto: la chioma più lunga supera i 2 metri e mezzo. Il pubblico applaude, il pane è garantito.

Ma il bello arriva dopo un paio di anni: nel 1885 Naomi sposa Henry Bailey, nipote del comproprietario del circo. Che diventa manager delle sisters. E ha una grande intuizione. A fine show pubblicizza una lozione per capelli, basata su una ricetta segretissima che dice inventata dalla madre delle ragazze. Le loro capigliature sono la prova provata dell’efficacia. Brevettata e venduta a 50 centesimi a bottiglia, la lozione va a ruba. In 4 anni ne vende 2 milioni e mezzo di bottiglie per un fatturato di 3 milioni di dollari. Le 7 sorelle, ormai ricchissime, tornano a Cambria e costruiscono una villa da mille e una notte dove sorgeva la capanna del padre. Eccentriche e spendaccione, hanno la città ai loro piedi. E’ il top della loro parabola.

Da qui comincia una caduta tanto rapida e rovinosa da far sorgere la leggenda di una maledizione. La prima a morire è Naomi; poi uno dei tanti cacciatori di dote, il bellissimo Fredrick Castlemaine, fa innamorare un po’ tutte le sei sorelle, e sposa a sorpresa Isabella, assai più anziana di lui. Oppiomane e disadattato, si suicida poco dopo, lasciando tutte disperate. Dopo due anni Isabella sposa un altro giovane approfittatore: la coppia litiga con le altre sorelle, lancia una nuova lozione ma è un fallimento, lui scappa e lei muore in miseria. Victoria a 50 anni sposa un diciannovenne, va via di casa e muore poco dopo. Mary dà segni di follia e viene rinchiusa. Sarah muore di malattia, Dora in un incidente d’auto. Nessuno compra più la lozione, e Mary e Grace vendono la casa e muoiono poverissime. Poco dopo un violento incendio riduce la grande villa in cenere. Delle sette sorelle Sutherland resta solo il ricordo.

156 - BABBINO CARO




Sembra impossibile ma...
Un ingegnere austriaco ha imprigionato la figlia di 16 anni in una cantina per 24 anni, l'ha sottoposta a continui abusi sessuali e da questi rapporti sono nati 7 figli, 3 dei quali segregati con la madre.

Ringrazio Luigi Garlaschelli che mi segnala la vicenda, certo molto nota, ma davvero incredibile. Josef Fritzl nasce ad Amstetten, in Austria nel 1935. Laureato in ingegneria, nel 1956 sposa Rosemarie, da cui ha 7 figli. Che appena maggiorenni se ne vanno da casa per evitare i continui maltrattamenti del padre. Nel 1982 Elisabeth, la figlia più giovane, a 16 anni scappa a Vienna; quando la polizia la ritrova, lei accusa il padre di averla stuprata e supplica gli agenti di non riportarla a casa; non le credono e la riconsegnano a Fritzl. Che due anni dopo ne denuncia di nuovo la scomparsa: “è fuggita – dice - per entrare in una setta religiosa”. Per 24 anni non se ne sa più niente.

In realtà l'uomo ha costruito in un vasto scantinato un bunker senza finestre, col soffitto alto 1,70 metri e l'accesso segreto da una serie di 7 porte comandate elettricamente dal suo laboratorio, l'ultima delle quali è una botola di 83 centimetri. Per entrare ed uscire serve un codice che solo lui conosce. Qui rinchiude Elisabeth; nei primi sei mesi la tiene legata a un letto, la droga, e abusa di lei di continuo. La costringe anche a scrivere una lettera, che darà poi alla polizia, in cui dice di essere all'estero e chiede di non esser cercata. Fritzl si fa vivo ogni tre giorni per portare cibo e generi di prima necessità. Nella cantina Elisabeth passa 24 anni, nei quali partorisce 7 figli senza alcuna assistenza medica; uno di questi muore tre giorni dopo la nascita, e il padre-nonno brucia il cadavere nella stufa. Tre neonati vengono presi a vivere con Fritzl e la moglie (che si dirà sempre all'oscuro di tutto), e spacciati per figli adottivi. Gli altri tre restano nel bunker, senza mai vedere la luce del sole. Nel 2008 Kerstin, la maggiore dei tre figli reclusi, che ha 19 anni, si ammala gravemente. Fritzl la porta all'ospedale. I medici non si spiegano le sue condizioni. La verità lentamente viene a galla. I reclusi vengono liberati.

Il 19 marzo 2009 Josef Fritzl, 74 anni, viene condannato al carcere a vita. Attualmente sta scontando la pena a Stift Garsten. Elisabeth e i suoi figli dopo due anni vissuti in istituti per consentire il difficile reinserimento vivono con una nuova identità in un paesino dell'Alta Austria.

155 - DOCTOR INCUBATOR




Sembra impossibile ma...
Molti bambini devono la vita alla caparbietà di un medico che per dimostrare l'efficacia di una scoperta straordinaria bocciata dalla scienza ufficiale l'ha trasformata in un'attrazione da Luna Park.

Fine ottocento. La mortalità infantile è molto alta, e per i bambini nati prematuri non c'è alcuna possibilità di sopravvivenza. Nel 1878 a Parigi il dottor Tarnier e il suo assistente Budin prendono spunto da un innovativo metodo di allevamento del pollame in box riscaldati e inventano l'incubatore. Il congegno non piace alla comunità medica, neanche dopo che negli anni successivi, dopo vari perfezionamenti, ne è stata mostrata in pubblico l'efficacia nelle più importanti Esposizioni mondiali. A Berlino, Londra e Parigi come negli Stati Uniti la gente fa la fila per vedere i bambini prematuri piccoli, gracili, nei loro incubatori. Sono i neonati degli Ospedali di carità, comunque destinati a morte certa. Invece sopravvivono tutti. Ma neanche questo convince la comunità scientifica.

Martin Couney è un medico, forse dello staff di Budin. E' lui a portare l'incubatore nelle esposizioni statunitensi; è sicuro della bontà dell'invenzione, e il suo sogno è vederla in funzione negli ospedali, ma trova un'opposizione anche più forte che in Europa. Couney, immigrato ebreo-tedesco sulla trentina, oltre che medico è anche un imbonitore, un istrione simpatico e carismatico. E ha una grande idea: mostriamo a tutti che i bambini grazie agli incubatori sfuggono a una morte sicura. Così nel 1903 a Coney Island, il Luna Park di New York, inaugura una nuova attrazione, un “side show”: “Venghino signore e signori...”, e un fiume di gente paga un quarto di dollaro per vedere i bimbi prematuri nelle loro scatole di vetro.

Doctor Incubator” affiancato da uno staff di infermieri professionali, promette alle famiglie di bambini senza speranza, rifiutati dagli ospedali, di curarli gratuitamente in un ambiente sano e pulitissimo. I 25 centesimi che il pubblico paga, a Coney Island o nei tour in mezza America, coprono interamente le spese di incubazione e di alimentazione dei piccoli, nonché quelle del personale sanitario. Il “side show” chiude nel 1943; pochi giorni prima è stato inaugurato il primo reparto per bambini prematuri al Cornell’s New York Hospital, e Couney ha confidato a suo nipote: “La mia opera è conclusa“. In 40 anni ha ospitato circa 8000 bambini e ha salvato fra le 6500 e le 7000 vite. Morirà 7 anni dopo, senza un soldo e dimenticato da tutti.

giovedì 14 novembre 2019

154 - PRIMA DELLA CARTA IGIENICA




Sembra impossibile ma...
Nell'antica Roma al posto della carta igienica si usava il tersorium, una spugna marina fissata su un bastone che nei bagni pubblici veniva condiviso e poi pulito in un secchio con acqua e aceto dopo ogni utilizzo. Ma se l'argomento non vi disturba troppo... c'è di più.

Del tersorium (detto anche Xylospongium) parlano varie fonti; ad esempio Seneca nelle Epistulae morales racconta di un gladiatore germanico che prima di un'esibizione nell'anfiteatro va in bagno e si suicida infilandosene in gola uno fino a soffocare. Ma facciamo un salto nei bagni di epoca romana, che sono pubblici e comuni. Quelli più ricchi, affrescati e pieni di opere d’arte, possono avere fino a 80 sedute in marmo o in legno. Perlopiù sono luoghi piacevoli e ben ventilati, e gli uomini si trovano li a conversare e negoziare fra un passaggio di tersorium e l'altro. Lo sciacquone non esiste, ma un rivolo d’acqua scorre a getto continuo sotto i posti a sedere, per finire in corsi d'acqua che confluiscono nel Tevere, e poi già nel VI secolo a.c. nella cloaca maxima, vasto sistema di fognature.

Dal punto di vista dell'igiene, Roma porta un bel contributo, visto che i greci ricorrevano a pietre e cocci di ceramica levigati (oltre che ai loro vestiti), e altre popolazioni usavano fieno, sabbia, canapa, lana, bucce di frutta, felci, erbe. I soldati romani invece se la cavano col muschio. E la carta igienica? Il primo uso documentato è nella Cina del VI secolo, ma dalle nostre parti bisogna aspettare il 1857, anno in cui negli Stati Uniti Joseph C. Gayetty introduce la "carta terapeutica" in forma di salviette. La Scott la commercializzerà nel 1890, ma fino al 1928 il “prodotto innominabile” si venderà poco o niente; solo una vasta campagna pubblicitaria della Hoberg Paper, che la ribattezza “Charmin” la renderà di uso comune.

Un discorso a parte merita la pipì, che in ogni casa dell'antica Roma viene accumulata in pentole. Una volta piene, vengono svuotate in grandi vasi nelle strade. Per fare che? I batteri trasformano l’urea in ammoniaca, ottimo detergente naturale utilizzato per lavare i vestiti e sbiancare le toghe, ma non solo: Catullo in uno dei suoi Carmina ne decanta il potere sbiancante sui denti. Inoltre l'urina raccolta viene venduta ai conciatori per lavorare le pelli dopo un lungo ammollo; un mercato così lucroso che l'imperatore Vespasiano (e chi se non lui?) imporrà la vectigal urinae, tassa sulla pipì dei bagni pubblici. E' lui che, mostrando al figlio Tito che lo rimprovera una moneta riscossa con la tassa, dirà una frase che i nostri politici hanno ben presente: “Pecunia non olet”, il denaro non puzza.

153 - I SUOI PRIMI 83 ANNI




Sembra impossibile ma…
C’è chi ha lanciato la sua sfida all’invecchiamento e all”inevitabile” declino fisico. E ha vinto. Guardate la foto di Ernestine Sheperd. Parla da sola. Perché Ernestine ha 83 anni. La più vecchia body builder del mondo. Una vita in palestra a scolpirsi il fisico? No, solo gli ultimi anni.

Ernestine nasce a Baltimora il 16 giugno del 1936, è una bella ragazza e insieme alla sorella Mildred diventa una modella piuttosto conosciuta. Poi, una vita normale: matrimonio, figli, nipoti. A 56 anni è una nonna come tante. Ma non è contenta del proprio corpo, che comincia ad accusare le ingiurie del tempo.

A 56 anni la maggior parte delle persone chiude con le attività sportive. Lei, con l’inseparabile sorella, si iscrive a un corso di aerobica, e lì scopre il body building. Poco dopo però la sorella muore per un aneurisma cerebrale. E la vita di Ernestine cambia. Decide di dedicarsi anima e corpo all’attività fisica. E scopre che determinazione, disciplina, dedizione sono le sue armi vincenti.

Il suo mito è il Rocky Balboa di Sylvester Stallone, il suo sogno incontrare l’attore. Negli anni si forgia uno stile di vita rigidissimo, inflessibile. Ogni mattina 10 miglia di corsa, poi tanta palestra e un’alimentazione più che controllata: a colazione uova e noci (come Rocky), a pranzo e a cena uova lesse, pollo lesso, verdura bollita. Totale 1700 calorie al giorno. Integratori? Giura di non averne mai presi. Solo una miscela biancastra a base di chiaro d’uovo.

Oggi, passati gli ottanta, Ernestine ha vinto diversi titoli di body building, ha partecipato a nove maratone (e continua a correre almeno 80 miglia a settimana), insegna body building per anziani e lavora come personal trainer. E’ entrata nel Guinness dei primati e di recente ha raccontato la sua storia in un libro. Insomma, manca solo l’incontro con Stallone. Sly, che aspetti, può essere la donna della tua vita.

152 - LA SFIDA DI PUCCINI



Sembra impossibile ma...
A un certo punto del lavoro Giacomo Puccini si convinse che sì, forse quella volta aveva fatto la scelta sbagliata, che era impossibile completare il percorso avviato, e decise di mollare tutto. Per fortuna una voce che veniva dal profondo del suo animo gli disse di andare avanti. Così ci ripensò. E nacque la Boheme.

Ma facciamo un passo indietro. Il 19 marzo del 1893, Giacomo Puccini e Ruggero Leoncavallo, vecchi amici, si incontrano a Milano in un caffé del centro frequentato da artisti e letterati. I due non si vedono da tempo, discutono di musica e di teatro. Così scoprono di lavorare sullo stesso testo teatrale per ricavarne un’opera, le “Scene della vita di Bohème” di Murger. E lì finisce bruscamente l’amicizia. Il giorno dopo Leoncavallo racconta al Secolo che sta lavorando alla Boheme. Lo stesso fa Puccini con il Corriere della Sera”.

Ma la sfida con il compositore napoletano, che pure raggiungerà toni aspri, non è l’unico problema nella gestazione dell’opera. Il Maestro lucchese non ha un carattere facile, in più dal punto di vista professionale è estremamente esigente, e la collaborazione con i librettisti Illica e Giacosa, piuttosto permalosi, è un disastro. Tanto che a un certo punto Giacosa si tira indietro. Lo stesso Puccini si scoraggia e molla tutto per dedicarsi a un’altra opera, “La lupa”. Per molti mesi Bohème è solo un nome, un miraggio. Poi il compositore ci ripensa, e cede al richiamo della tragica vicenda di Mimì e Rodolfo. Anche Giacosa torna sui suoi passi, lo attende una “gelida manina” da riscaldar.

Il resto è storia: il primo febbraio del 1896 la Boheme va in scena per la prima volta al Teatro Regio di Torino, interpretata da Evan Gorga, Cesira Ferrani, Antonio Pini-Corsi e Michele Mazzara, e diretta dal ventinovenne maestro Arturo Toscanini. Il pubblico applaude, la critica no: la stampa stronca l'opera pucciniana in modo quasi unanime. E la Bohème di Leoncavallo? Andrà in scena un anno e mezzo dopo alla Fenice di Venezia. Quella sì, sarà un grande successo. Ci penserà poi l tempo, galantuomo e più competente dei critici, a fare giustizia. Oggi la Boheme in tutto il mondo è una sola, l'altra la ricordano in pochi, viene rappresentata raramente.

E' strano oggi pensare che c'è stato un momento nel quale Puccini, di fronte al sentiero che si biforca, ha fatto la sua scelta, e ha ripreso in mano la sua opera. Senza quel momento magico, non avremmo la Bohème. O meglio, ci dovremmo accontentare di quella di Leoncavallo.

151 - L'ARTE DI FOTOGRAFARE LE ILLUSIONI




Sembra impossibile ma...
Negli scatti di Erik Johansson la realtà quotidiana diventa surreale. Quello che Salvador Dalì faceva con i pennelli, Johansson lo fa con la macchina fotografica.

Nato a Gotene in Svezia 32 anni fa, ma da tempo residente a Berlino, Johansson è un vero e proprio illusionista dell’obiettivo. Le sue immagini strizzano l’occhio ai grandi artisti del passato che hanno “giocato” con la realtà fino a renderla impossibile, o se preferite con i sogni fino a renderli reali, da Bocklin a Escher, da Bosch a Magritte fino allo stesso Maestro di Figueres.

Il fotografo svedese, che ha studiato all'Università di Tecnologia di Chalmers a Göteborg, mixa come un dj dell’immagine centinaia di fotografie in modi inconsueti. Il risultato è una foto realistica ma illogica, possibile ma impossibile. I suoi paesaggi incongruenti risultano piacevoli all’occhio, ma nascondono un sottofondo inquietante, a volte persino minaccioso, forse perché mettono a nudo i limiti dei cinque sensi e prefigurano “altri” mondi possibili, dimensioni oniriche sconosciute.

"Io non catturo momenti _ dice il “re del ritocco”, catturo idee. Per me la fotografia è solo un modo per raccogliere materiale per realizzare le idee della mia mente. Prendo ispirazione da cose intorno a me, nella mia vita quotidiana, e tutti i tipi di cose che vedo. Ogni nuovo progetto è una nuova sfida e il mio obiettivo è quello di realizzare l'immagine più realistica possibile". “L'ispirazione _conclude _ è ovunque: quello che si può immaginare è quello che si può creare ".

150 - IL VILLAGGIO DELL'ARCOBALENO




Sembra impossibile ma...
Qualche volta realizzare l’impossibile è perfino facile. Dicono “c’è la crisi, il turismo è in calo, attirare visitatori nel nostro Paese è sempre più difficile. Ora, se è vero la metà di quello che si racconta, l’Italia fra arti, storia e natura dovrebbe fare corsa a sé: non esistono al mondo tante meraviglie così concentrate.

Agli assessori di Comuni piccoli e grandi che piangono miseria tutto l’anno e ci raccontano che è sempre più difficile mettere in vetrina i nostri tesori, bisognerebbe pagare un biglietto aereo per Kampung Pelangi, un (sempre meno) sconosciuto villaggio dell’arcipelago indonesiano.

Con ventiseimila dollari e il lavoro dagli abitanti delle sue 232 case in poco tempo si è trasformato da una sorta di favela asiatica a una ricercata e fotografatissima meta turistica. Come? Colorandola. Nel nome del paese c’è tutta la sua storia: Kampung Pelangi significa più o meno “Tutti i colori dell’arcobaleno”..

L’idea, già sperimentata con successo in altri due villaggi indonesiani, ma solo in determinate aree e quartieri, qui è stata realizzata per la prima volta dipingendo ogni singola casa, ogni angolo, ogni finestra e ogni tetto dell’intero villaggio con colori sgargianti. L’effetto ottenuto è assolutamente psichedelico.

I murales arcobaleno sono diventati in breve la scenografia preferita di un esercito di instagramers alla ricerca dello scatto “over the rainbow” da sparare subito sul web, e il passaparola dei social ha dirottato su Kampung Pelangi i viaggiatori impegnati nel tour delle mete tradizionali dell’Indonesia. Che pagano per visitare un paese senza storia, né opere d’arte né bellezze naturali.

Un’idea semplice semplice, tutto qui. Senza dibattiti, convegni, conferenze di servizi, studi di fattibilità. E dalle nostre parti, non servirebbero neanche i colori…

149 - SE IL GIORNALE DIVENTA UN FIORE




Sembra impossibile ma...
In Giappone hanno realizzato un’idea straordinaria: il giornale che fiorisce. Che contraddice quel vecchio aforisma che circola nel mondo della carta stampata: “per quanto sia importante la notizia pubblicata oggi sul giornale, domani quello stesso foglio servirà ad incartare il pesce”.

L’invenzione va ben oltre i confini del pensiero laterale, e almeno dai primi risultati sembra poter rappresentare nel suo piccolo una soluzione inattesa alla crisi della carta stampata che con l’avvento delle nuove tecnologie appare irreversibile.

The Mainichi newspaper” è un quotidiano giapponese fra i più antichi (esce regolarmente dal 1872). Negli ultimi mesi sembra aver invertito la tendenza che sembrava indirizzarlo verso la chiusura o quantomeno un deciso ridimensionamento. La versione cartacea infatti da un anno a questa parte ha interrotto l’emorragia di copie vendute e anzi ha recuperato un numero consistente di quelle perse. La svolta è arrivata con la decisione di stampare il giornale su una carta molto particolare, che ne permette un tipo di riciclo impensabile. Il Green Newspaper del giorno prima infatti finisce in giardino: una volta terminata la lettura è possibile piantare la carta e in poco tempo compariranno i germogli che si trasformeranno poi in fiori. La carta infatti è fatta di materie prime naturali che, mischiate a semi, ne permettono il riciclo totale, fino a trasformarle in fiori. E anche l’inchiostro è fatto solo con sostanze vegetali.

L’idea del quotidiano ecosostenibile, che finisce in giardino e in pochi giorni fiorisce, non poteva che nascere in Giappone, un Paese che unisce straordinario senso del bello, cura dell’essenziale e attenzione ai ritmi della natura. Un’idea delicata come l’hanami, lo spettacolo della fioritura dei ciliegi con la magica “nevicata” di petali.


mercoledì 13 novembre 2019

148 - IL COLLEZIONISTA DI RANE


 

Sembra impossibile ma...

Nel museo di una cittadina svizzera è conservata una collezione per molti versi enigmatica: rane imbalsamate. Non ci sono certezze su chi l'abbia realizzata e sul perché le ha usate per comporre singolari tableaux vivants, e sono un mistero le tecniche usate e i trattamenti che le hanno conservate alla perfezione fino ad oggi.

Siamo a Estavayer-le-Lac, borgo medievale di seimila anime sulle sponde del lago di Neuchâtel. In una casa quattrocentesca, ex dimora di Humbert de Savoie detto Humbert le Bâtard è aperto dal 1927 il «Musée d’Estavayer-le-Lac et ses grenouilles», nato come museo delle curiosità della cittadina, con collezione di armi e di lanterne, ma conosciuto per l'incredibile collezione di rane. Ci sono importanti dubbi sull'identità del collezionista, che è più leggenda che fatto storico. Si parla di François Perrier, vissuto dal 1813 al 1860, ufficiale delle Guardie svizzere tornato nella città natale dopo molti anni di servizio in Vaticano. Ma per molti anche soldato di Napoleone, e siccome le date non tornano, ecco che viene fuori un fratello. Comunque sia Perrier, ossessionato dalle rane, inizia a raccoglierle fra i canneti del lago (o secondo altri durante le marce nelle campagne napoleoniche). E a imbalsamarle, pratica all'epoca assai in voga con altri animali. Perrier non è uno del mestiere, ma oggi sono tanti i tassidermisti che si chiedono come abbia fatto: probabilmente dopo una delicata eviscerazione attraverso la bocca ha usato sabbia e fil di ferro per dargli le posture volute. Mistero totale invece sul trattamento per conservarle così elastiche e malleabili. Si parla di processi alchemici segreti e complessi. Tra il 1848 e il 1860 nasce così la collezione, ma ancora più insolito l'uso che ne fa Perrier: costruisce scenette di vita quotidiana estremamente minuziose che riproducono nei dettagli attività umane. Così ecco la classe col maestro e l'alunno-asino, la cena elettorale, i giocatori di biliardo, il tavolo del gioco d'azzardo con tanto di baro, la rana ubriaca che torna a casa e trova la moglie col mattarello, il cavaliere-rana che cavalca uno scoiattolo...

Una vera comedie humaine coeva a quella di Balzac ma senza umani: solo rane. Che danno al tutto un senso ironico fino al grottesco. Il risultato è una caricatura cattiva della quotidianità viziosa della piccola borghesia, coi ricchi più dei poveri impersonati da animali gonfi e ridicoli. Tanto che c'è chi vi ha letto una critica sociale di sapore proto-marxista.

147 - I CENTO RECORD DELL'AERONAUTA




Sembra impossibile ma...
Quella mattina del 21 febbraio 1995 gli abitanti di Leader Saskatchewan, una cittadina nel bel mezzo delle immense pianure canadesi, hanno pensato tutti la stessa cosa: gli alieni esistono, e il momento dell’incontro ravvicinato del terzo tipo preconizzato da Spielberg è arrivato. Ma dallo strano oggetto volante argentato videro scendere un signore di mezza età. Era Steve Fossett che, partito dalla Corea del Sud, aveva attraversato l’oceano Pacifico in solitario con la sua mongolfiera ipertecnologica, e poi aveva voluto esagerare proseguendo per diverse centinaia di miglia sulle nevi del Canada.

Fossett, imprenditore e finanziere di successo, aveva una fissa: battere quanti più record del mondo possibile nelle discipline che amava e praticava. Un’impresa riuscita qualcosa come 116 volte. Come dire, sommando le sfide ai limiti del possibile si ottiene un risultato impossibile. Il primato più importante stabilito dall’aeronauta americano è del 2002: il giro del mondo in solitaria senza scalo in mongolfiera. E’ vero che la circumnavigazione del mondo in pallone senza scalo Picard e Jones l’avevano realizzata tre anni prima, ma lui, appunto, ci riuscì da solo.

Fra gli altri primati Fossett, nel 2001 stabilì il record di velocità di traversata dell'Atlantico su un catamarano, fra il 2000 e il 2003 fissò una serie di record di velocità per aerei civili con un Cessna, nel 2002 circumnavigò la Terra ancora in mongolfiera in solitaria e senza scalo, percorrendo 33mila chilometri in 13 giorni, nel 2004 fece lo stesso ma in mare, come skipper di un catamarano: giro del mondo in 58 giorni. Del 2004 invece è il record di velocità con un dirigibile, 115 chilometri orari, mentre l’anno successivo con un aeroplano appositamente progettato circumnavigò la Terra in solitaria, senza scalo e senza rifornimento in 67 ore a una media di 590 chilometri orari. Nel 2006 fissò il record di altitudine con un aliante, volando nella stratosfera a 15460 metri. E scusate se è poco.

Il 3 settembre del 2007 partì in aereo per l’ennesima impresa da Smith Valley nel Nevada. Poco dopo l’aereo scomparve dai radar. Le ricerche non dettero alcun esito. Solo un anno più tardi i rottami dell’aereo furono segnalati su un altipiano della Sierra Nevada. Intorno, i segni di un violento impatto. A 800 metri di distanza furono ritrovate due ossa. l test del Dna confermeranno che appartenevano a Steve Fossett. Al momento della sua morte 60 dei suoi impossibili primati erano ancora imbattuti.

146 - IL MIO SPECCHIO PER UN CAVALLO



Sembra impossibile ma...
Avete presente Groucho Marx in “Zuppa d’anitra”, quando ripete ogni movimento del sosia di fronte a una cornice vuota creando l’effetto di uno specchio? Si chiama “le miroir”, è un’antica gag teatrale, e in questi giorni è stata rispolverata. Ma non da una compagnia di teatranti. Protagonista è un cavallo. O meglio, un gruppo di cavalli.

A studiare a fondo le loro reazioni, un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa. Obiettivo, verificare se i cavalli sono capaci di riconoscersi allo specchio. E definire i contorni della loro comprovata intelligenza, stimata seconda solo a quella delle scimmie nella classifica evolutiva. I risultati dello studio pilota sono apparsi sulla rivista PlosOne. I quadrupedi sono stati esaminati con una tecnica messa a punto in passato per gli scimpanzè: il mark test. Sul corpo dell’animale viene applicato un marchio colorato che lui può vedere solo con l'aiuto di uno specchio. Un altro marchio trasparente e invisibile, che ricrea la sensazione tattile di quello colorato senza poter essere visto neanche con lo specchio, serve poi da controllo.

E a quel punto inizia lo spettacolo in stile “le miroir”: "In un primo momento – dicono i ricercatori pisani - l’animale interpreta l’immagine riflessa come un altro individuo e cerca di instaurarci una relazione: non sono rari i comportamenti aggressivi". Il cavallo ovviamente (per noi) riceve gli stessi segnali lanciati, e dopo un po’ si rende conto che qualcosa non torna. Inizia quindi ad esplorare il misterioso oggetto: annusa e tocca lo specchio, sporge la testa per osservare cosa si nasconde oltre la superficie, sente un odore che riconosce come il suo, poi va dietro allo specchio per controllare se c’è un suo simile, e non trova nessuno…

Il passo successivo è l’identificazione. Se e quando l’animale capisce che non si tratta di un altro individuo e si riconosce nell’immagine riflessa, tenta di pulirsi, ripete una serie di movenze per rimuovere il marchio, prova a grattarlo via. Nell’esperimento, tre dei quattro cavalli esaminati si grattavano la guancia marchiata quando c’era il segno colorato, e non quando c’era il segno trasparente.

Gli studi sono ancora in corso, ma la lancetta dei ricercatori sembra orientata verso una risposta affermativa: sì, i cavalli si riconoscono allo specchio, come pochissimi altri animali: scimmie antropomorfe, elefanti, delfini e gazze. Il che conferma una complessità di elaborazione che qualcuno porta al limite dell’autoconsapevolezza: “Quello riflesso sono io” è un indizio di coscienza? Ipotesi affascinante ma impossibile, secondo (quasi tutti) gli scienziati. Già, impossibile… o solo ad oggi non verificabile?


871 - L'ESPLORATORE DIMENTICATO

  Il primo uomo ad arrivare in cima al mondo fu un afroamericano dimenticato dalla Storia. Non quello che si prese la gloria. Non quello ch...